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Israele: Benny Gantz il rivale di Netanyahu

Proviene dall’esercito il prossimo rivale di Netanyahu, il suo nome: Benny Gantz. Il profilo per cercare di avvicinare uno dei più importanti politici della storia politica mondiale degli ultimi decenni è giusto. Innanzitutto, Benny Gantz è un’ex generale dell’esercito israeliano.

Benjamin “Benny” Gantz è infatti stato capo delle forze armate israeliane dal 2011 l 2015, e si presenterà alle elezioni alla guida di un nuovo partito chiamato Hosen L’Yisrael (“Resilienza per Israele”). Un’ex Labour che si sta avvicinando all’essere un rivale da tenere in considerazione, anche per la particolare forma particolare israeliana le cui assonanze con l’esercito italiano sono molte, per le prossime elezioni del Paese Ebraico.

Secondo un recente sondaggio citato dal quotidiano Haaretz, Gantz raccoglierebbe il 31 per cento dei voti, contro il 42 per cento del suo principale avversario, il primo ministro uscente Benjamin Netanyahu. Nonostante Gantz stia guadagnando ampi consensi in tutto il paese, stando così le cose Hosen L’Yisrael otterrebbe solo 13 seggi in parlamento, mentre il Likud di Netanyahu ne otterrebbe 31-32.

Ganz punta alla alleanza con i centristi e gira voce di un super-ticket con lo stesso Lapid, in grado di conquistare la maggioranza relativa della Knesset. Gantz stesso ha una posizione centrista. E’ stato capo delle Forze armate dal 2011 al 2015 e ha condotto la dura campagna a Gaza del 2014, operazione Proective Edge. Classe 1977, si è arruolato volontario nel corpo paracadutisti a 18 anni. Ha combattuto nelle campagne in Libano del 1978, poi del 1982, nelle operazioni sempre in Libano fra il 1985 e il 2000, fino a comandare la prestigiosa 35esima Brigata paracadutisti. Poi ha diretto il delicato Fronte settentrionale, ai confini con Libano e Siria, e ha guidato le operazioni contro-insurrezionali in Cisgiordania e Israele durante la Seconda Intifada (2000-2005).

La comunicazione e la campagna elettorale sono partite in pompa magna, grazie al breve ben riuscito annuncio, in un video pubblicato su Facebook con il quale l’ex capo delle Forze Armate d’Israele ha annunciato la sua candidatura alle prossime elezioni parlamentari che si terranno il 9 aprile. Nel video, intitolato “Israele prima di tutto”, Gantz dice: «Per me Israele viene prima di tutto. Unisciti a me e percorreremo insieme una nuova strada. Perché abbiamo bisogno di qualcosa di diverso e faremo qualcosa di diverso».

La strada è tutta in salita per il rivale di Benjamin Netanyahu e bisogna sempre tenere considerazione delle turbolenze che riguardano i “vicini” Paesi confinanti con Israele. Se infatti è certa la data dell’elezioni in Israele, sicuramente non lo è la stabilità dell’area mediorientale. Infatti, lo sviluppo della Guerra in Siria, la forte presenza iraniana nella zona e il disimpegno nell’area degli Stati Uniti d’America impongono giudizi parziali e rendono incerti i futuri scenari. A ciò si deve aggiungere che la vincitrici Russia nella campagna di Siria, ora l’Occidente si interroga su quello che è stato il suo coinvolgimento e i risultati ottenuti a Damasco, ha come interlocutore privilegiato da Putin il sempre in vetta ai sondaggi Bibi Netanyahu.

Medio Oriente, una prognosi aggiornata

Il 12 e 14 maggio scorsi, Donald Trump ha mosso due importanti pedine sulla scacchiera del Vicino e Medio Oriente.
Il 12 maggio ha ritirato gli USA dall’accordo sul nucleare stipulato nel 2015 tra Obama e Rohani.
Appena due giorni dopo ha inaugurato l’ambasciata statunitense a Gerusalemme.

Due mosse dall’enorme portata diplomatica che seguono un calcolo preciso.

 

L’abrogazione del trattato sul nucleare con l’Iran ha provocato una profonda spaccatura con gli alleati europei. Francia e Germania si sono subito smarcate dalle posizioni statunitensi.
Il ministro degli esteri tedesco Heiko Maas ha sottolineato l’importanza dell’accordo nel mantenere la stabilità dell’area.
Il ministro dell’economia francese Bruno Le Maire si è spinto oltre, affermando che l’Europa debba distanziarsi dalle pretese statunitensi di agire come vigilantes del Mondo.
Angela Merkel ed Emmanuel Macron hanno poi telefonato a Vladimir Putin, stabilendo una linea di difesa comune dell’accordo.
La mossa di Trump ha mostrato al Mondo che la distanza tra USA e UE si sta allargando di giorno in giorno.

Chi ha gioito per questo accordo sono stati due preziosi alleati degli USA nell’area: Israele e l’Arabia Saudita.
Benyamin Nethanyahu, a inizio maggio, ha premuto sul piede dell’acceleratore affermando che il Mossad avrebbe raccolto migliaia di documenti che dimostrano la malafede degli iraniani. Un assist insperato a Trump. Nethanyahu sembra voler puntare  ad un risultato storico: l’annessione de jure del Golan siriano (occupato dal 1967).
Mohammad Bin Salman, il principe ereditario saudita e factotum del regno, ha annunciato la possibilità di un riarmo nucleare saudita, probabilmente grazie un alleato storico provvisto di testate atomiche: il Pakistan.

Il 14 maggio Donald e Ivanka Trump hanno inaugurato l’ambasciata degli Stati Uniti a Gerusalemme. La cerimonia è stata accompagnata da imponenti manifestazioni organizzate dal popolo palestinese (organizzate ogni venerdì già da aprile).
Le manifestazioni avevano provocato la reazione violenta degli israeliani, con decine di morti. Gran parte della comunità internazionale aveva condannato la risposta brutale dell’esercito israeliano, invano.
Il 14 maggio i cortei palestinesi sono stati meno pacifici, e gli israeliani hanno risposto militarmente, uccidendo sessanta manifestanti e ferendone quasi tremila. Una strage rimasta impunita.

Di fronte a questi fatti, la diplomazia europea si è mossa in maniera  contraddittoria. Francia e Germania hanno ribadito di voler mantenere le proprie ambasciate a Tel Aviv, mentre Repubblica Ceca, Austria, Ungheria e Romania hanno affermato di voler imitare l’esempio statunitense.
Trump, con questa mossa, è riuscito a dividere l’Unione Europea, creando una frattura tra il fronte islamofobo conservatore e il blocco fautore dell’integrazione religiosa e culturale.

Tuttavia, se Donald Trump ha segnato un punto contro l’unità europea, questa azione ha fatto rallentare il percorso di riavvicinamento tra Israele e Arabia Saudita.
Già invisi a buona parte dell’opinione pubblica sunnita per le nuove aperture a Israele, i sauditi faranno passare un po’ d’acqua sotto i ponti prima di tendere di nuovo la mano a Nethanyahu. Cosa che faranno, vista l’instabilità innescata col ritiro degli USA dall’accordo con l’Iran.

 

A ben vedere, per gli USA queste azioni si muovono in una sola direzione: quella di rientrare prepotentemente nella politica dell’area. Dopo il rimescolamento di carte con la Corea del Nord, Trump vuole un successo netto nel Medio Oriente per rilanciare una politica estera statunitense in affanno.
Trump vuole usare lo strumento economico per far ritirare gli iraniani dalla Siria e per innescare una rivolta popolare che rovesci il regime. Si tratta di aspettative illusorie: l’Iran è supportato in Siria dalla Russia, e il sentimento antiamericano è ben radicato nel paese.
Questa filosofia può essere semplificata in una frase: se non possiamo avere influenza diretta nell’area, che non l’abbia nessuno.

Iran, scommessa atomica

Il prossimo 12 maggio Donald Trump dovrà decidere se rinnovare o meno l’accordo sul nucleare con l’Iran. Lo scorso 29 aprile Emmanuel Macron, Theresa May e Angela Merkel avevano ipotizzato di estendere l’accordo anche alla produzione di missili balistici iraniani. Il presidente sciita Hassan Rohani ha ribattuto poche ore dopo dicendo che il trattato non è negoziabile.

Cosa si giocano l’Iran e i suoi avversari con questo accordo?
La disastrosa invasione dell’Iraq del 2003 e l’intervento in Siria erano stati condotti dagli Stati Uniti per rovesciare i governi di stati canaglia ostili e installare regimi filo-occidentali.
A quindici anni di distanza, il risultato è quello opposto. Gli Stati Uniti sono stati sostanzialmente sconfitti in Iraq, e le formazioni loro alleate vengono soverchiate in Siria. In entrambi i casi, la vincitrice della partita è stata Teheran.
Intervenuto a partire dal 2014 contro l’ISIS, l’Iran ha dispiegato ingenti quantità di uomini e mezzi a sostegno del primo ministro iracheno al-‘Abadi e del presidente siriano al-Assad. Intere brigate di pasdaran sono intervenute in Iraq e la formazione libanese Hezbollah, appoggiata dagli iraniani, sta combattendo al fianco di Assad e dei russi.

In Siria, l’attacco israeliano del 9 aprile e quelli NATO del 14 e 30 aprile sono stati lanciati soprattutto contro caserme e istallazioni gestite da iraniani.

L’Iran sta vincendo questi conflitti e sta allargando in questo modo la propria sfera d’influenza nella regione. I principali avversari dell’Iran nell’area, l’Arabia Saudita e Israele, sono terrorizzati da questi sviluppi. Impantanata in Yemen, l’Arabia Saudita ha tentato una serie di mosse azzardate per fermare l’espansione sciita nell’area.

Dopo aver sostenuto vari gruppi jihadisti nell’area (tra cui lo stesso Stato Islamico), il principe ereditario saudita Mohammad bin Salman ha anche cercato di far dimettere il primo ministro libanese Saad Hariri lo scorso novembre. Entrambe le manovre sono fallite, e Riyad sta tentando un innaturale riavvicinamento con Israele in funzione anti-iraniana.

Non stupisce quindi che negli Stati Uniti i falchi vogliano contenere questo avversario storico. Tanto più che nell’ottica del Pentagono l’Iran è visto come un cavallo di Troia con il quale Russia e Cina espanderebbero la propria influenza nell’area.

Fin dall’inizio della campagna elettorale, Donald Trump ha lanciato commenti al vetriolo contro l’accordo sul nucleare iraniano, definendolo un atto stupido dell’amministrazione Obama.

L’accordo, però, è stato finora rispettato, e ha impedito all’Iran di costruire la propria prima bomba atomica.

Al di là del giudizio sulle sanzioni in sé (quanto siano efficaci, quanto siano estese, quanto sia giusto far pagare un intero popolo per le scelte del suo governo), il loro aumento spingerà inevitabilmente l’Iran nei mercati di Russia e Cina. E per quanto il danno economico per la teocrazia sciita potrà essere vistoso, i riflessi negativi si avvertiranno anche in Europa e negli USA.

Trump vuole strangolare l’economia iraniana, ma tace sulle eventuali conseguenze di una tale azione. Una repubblica autoritaria potentemente armata, se messa economicamente alle strette, può prendere decisioni avventate. L’invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein nel 1990 è l’esempio più recente.

Ma forse Trump vuole esattamente questo: preme per indurre l’Iran a scatenare un conflitto, per poi contrattaccare con l’aiuto di Israele e Arabia Saudita, in nome della stabilità e della democrazia.
Anche per questo Benjamin Netanyahu ha accusato l’Iran di aver iniziato lo sviluppo di armi nucleari (senza però mostrare prove in tal senso). Mentre il nuovo Segretario Generale ONU, Antonio Guterres, ha rivolto un appello a Trump per evitare questa mossa che innescherebbe una guerra in piena regola.

Se questo è il cinico calcolo di Donald Trump, che forse spera di riguadagnare un consenso interno ai minimi termini, dovrà muoversi in fretta. Una volta fuori dall’accordo, l’Iran potrebbe impiegare meno di un anno per ottenere una propria bomba atomica.

A quel punto ogni escalation sarà un azzardo, e Teheran sarà entrata nel club nucleare proprio grazie agli Stati Uniti.

Lo spazio dell’occupazione nei territori Palestinesi

Nei giorni della “Marcia del ritorno” l’attenzione della stampa internazionale torna a concentrarsi sulla questione israelo-palestinese, in particolare sulle condizioni di vita nello spazio della striscia di Gaza. Ma proviamo a domandarci, come architetti, cosa vuol dire vivere lo spazio dell’occupazione.

La domanda è: come interpreti quel vicolo? Lo interpreti come un luogo da attraversare, come fanno tutti gli architetti e gli urbanisti, o lo interpreti come un luogo che è proibito attraversare? Tutto dipende dalla tua interpretazione. Noi abbiamo interpretato il vicolo come un luogo che è proibito attraversare, la porta come un luogo da non varcare, la finestra come un luogo da cui è proibito guardare.[1]

Se la materia prima dell’architettura è lo spazio, allora agire come architetti in uno scenario di occupazione vuol dire dunque essere capaci di dare allo spazio nuova forma, leggendo tra le macerie del disordine possibili conformazioni spaziali capaci di generare una nuove libertà. Mentre lo spazio della ricostruzione a seguito di un disastro naturale è per sua natura etico, quello della costruzione in scenari di occupazione richiede un posizionamento dell’architetto: le frontiere, per quanto labili e dinamiche, separano due mondi. Mondi in cui l’interpretazione dello spazio è funzionalmente sovvertita, in cui gli elementi stessi che lo definiscono interpretano significati opposti, generando uno spazio inverso.

3 m2 al secondo: il dato sul consumo di suolo[2] che tanto preoccupa noi italiani, sarebbe accolto in maniera molto diversa per un residente dei territori Palestinesi occupati. Non a caso, al ritorno dai negoziati con l’autorità palestinese nel Maryland del 1998, l’allora ministro degli esteri israeliano Ariel Sharon invitava i coloni israeliani a “muoversi, correre e mettere le mani su quante più colline possibile, perché quanto prendiamo ora resterà nostro. Tutto quello su cui non mettiamo le mani ora, sarà loro[3]. L’occupazione è la prova muscolare che, da una parte, determina i ruoli – chi domina e chi è dominato – e, dall’altra, impone una struttura spaziale al territorio: quello determinato, ordinato, esclusivo degli insediamenti israeliani o quello spontaneo, caotico, labirintico di quelli palestinesi. In maniera solo apparentemente paradossale è dunque lo spazio di vita dell’occupato ad incarnare principi di vitalità – o aspirazione alla vita – e dinamismo, mentre quello dell’occupante si rivela simulacro di principi astratti.

A section of the controversial Israeli barrier is seen between the Shuafat refugee camp (R), in the West Bank near Jerusalem, and Pisgat Zeev (rear), in an area Israel annexed to Jerusalem after capturing it in the 1967 Middle East war, January 27, 2012. Israel has presented Palestinians with its ideas for the borders and security arrangements of a future Palestinian state, in a bid to keep exploratory talks alive, Palestinian and Israeli sources said on Friday. REUTERS/Baz Ratner (JERUSALEM – Tags: POLITICS) – RTR2WXMJ

Il tema del paesaggio determina un’ulteriore inversione semantica rispetto ai modelli contemporanei di intervento. Agire alla scala territoriale nel paradigma contemporaneo occidentale può avere obiettivi molteplici: ricostituire un’unità naturale, generare una nuova visione del paesaggio antropico, consentire alla comunità di riappropriarsi di brani di territorio inaccessibili. Qualunque strategia si adotti il fine ultimo è consentire l’accessibilità al territorio, generare ecosistemi interconnessi, attribuire allo spazio un valore collettivo. Nei territori occupati questi valori risultano ribaltati: gli insediamenti, sempre situati su alture o colline, si configurano come esclusione del sistema territoriale. La loro presenza costituisce, per natura spaziale e valenza politica, l’interdizione di una porzione di popolazione da quella fascia di paesaggio: rappresenta un limite. In modo analogo le infrastrutture che, per la loro natura di essere tra le cose hanno per noi un valore intrinsecamente connettivo, nei territori occupati sono vere cesure nel territorio. A costruirle sono gli operatori israeliani, che ne hanno il diritto legale in quanto paese occupante, ma i residenti palestinesi dei territori occupati ne sono interdetti. Ogni infrastruttura richiede una fascia di sicurezza che varia tra i 50 ed i 100 metri: il suolo disponibile diminuisce ancora.[4]

Un tema sembra ricorrere in questi ragionamenti: quello del limite, del confine. Lo spazio dell’occupazione è ineludibilmente uno spazio confinato o uno spazio confinante. Il confine in quanto tale, in un regime di occupazione, è uno spazio che non è dato, perché flessibile, mutevole.

Le frontiere hanno una geografia diversa da quella dei luoghi statici e stabili. Prive dell’equilibrio di cui godono i confini nazionali saldi e lineari, esse sono territori profondi, mobili, frammentati, elastici. Linee d’azione temporanee, marcate da barriere improvvisate, non segnano i limiti dello spazio politico ma lo attraversano, in tutta la sua profondità. Le distinzioni tra il dentro ed il fuori sono impossibili da stabilire con chiarezza.”[5]

Per la sua natura labile lo spazio del confine è, da un lato, lo spazio del sopruso e dell’oppressione, dall’altro, quello della sicurezza e del controllo. Ne incarna i principi la barriera difensiva israeliana (anche nota come West Bank Barrier, in inglese, o Apartheid Wall, in arabo جدار الفصل العنصري) la cui capacità di conformare il territorio è percepita da israeliani e palestinesi in maniera antitetica.

E se nei territori Palestinesi occupati questa inversione semantica e spaziale è evidente e tragica, è quasi inconcepibile nel territorio della striscia di Gaza. Qui dove lo spazio dell’occupazione non è delimitato dalle barriere israeliane, è il mare a costituire un limite invalicabile, a causa del controllo marittimo di Israele. In uno spazio di poco più di 350 km2, abitato da quasi 2 milioni di persone, anche il mare costituisce un muro.

Arcò – Centro per l’infanzia Terra dei Bambini

E allora come può l’architettura lavorare in uno spazio così dicotomico, complesso e contraddittorio? Ricavando spazi di libertà, costruendo luoghi di resistenza e felicità, come lo studio Arcò ha fatto nel 2011, costruendo nel piccolo villaggio di Um Al Nasser il centro per l’infanzia “Terra dei Bambini”. Un luogo così simbolico e potente che nel 2014 è stato distrutto dai bombardamenti israeliani. Ma nello spazio dell’occupazione l’aspirazione alla vita non termina mai: nel 2016 la scuola è stata ricostruita, una nuova terra dei bambini, un nuovo spazio di libertà.

Arcò – Nuova Terra dei Bambini
[1] Intervista di Eyal Weizman e Nadav Harel con Aviv Kochavi, 24 Settembre 2004, in una base militare israeliana vicino Tel Aviv, in “Architettura e occupazione”, E. Weizman, Mondadori, Milano, 2009, p. 203
[2] Dati ISPRA 2017
[3] Agence France Press, 15/11/1988
[4]To start a city from Scratch, an interview with architect Thomas M. Leitersdorf”, Eran Tamir-Tawil, in R. Segal e E. Weizman, “A civilian occupation, The politics of Istraeli architecture”, Verso Book, Londra, 2004
[5]  “Architettura e occupazione”, E. Weizman, Mondadori, Milano, 2009, p. 8

Approfondimento: Un anno di Trump – Atlantico

È trascorso all’incirca un anno dall’insediamento di Donald Trump alla casa bianca. Chi un anno fa gridava alla fine del Mondo, è stato smentito: il Mondo è ancora in piedi. Ma sta già iniziando a cambiare per l’azione diretta di un presidente USA.

In questo articolo tenteremo di analizzare i principali mutamenti nei rapporti di forza internazionali provocati dall’operato del presidente statunitense, focalizzandoci sullo scacchiere dell’Oceano Atlantico.

Stati Uniti: La politica interna non è stata finora il cavallo di battaglia di Donald Trump. La quarantacinquesima presidenza degli Stati Uniti si è aperta all’insegna degli scandali: il Russiagate ha gettato fin dalle prime settimane l’ombra dell’impeachment sul presidente. Tuttavia questa minaccia, forse la più grave per il consenso interno di Trump, non ha sortito finora gli effetti desiderati, ed è molto difficile che riesca a farlo nell’immediato futuro: nonostante un congresso sostanzialmente paralizzato, Trump non ha mai perso l’appoggio dei repubblicani, almeno non al punto da innescare il processo di impeachment.
Gli altri scandali che hanno afflitto l’amministrazione, dalle affermazioni oscure e ambigue sulla strage di Charlotteville (che hanno innescano le dimissioni di decine di funzionari e consiglieri in carica dall’epoca Obama) alle relazioni con attrici pornografiche prezzolate, non hanno per ora sbalzato di sella Trump. Hanno però portato ai minimi il consenso popolare per il presidente statunitense, consentendo all’opposizione repubblicana di rafforzarsi costringendo Trump in una condizione estremamente precaria.
Indebolito all’interno, Trump ha usato con spregiudicatezza la carta della politica estera per risollevare il consenso e dare l’idea di un presidente forte. Questo non tanto perché Trump abbia una visione chiara in politica estera, quanto perché è un campo in cui può agire direttamente senza dover consultare continuamente il parlamento.
Vale la pena però ricordare che il segretario di stato statunitense, Rex Tillerson, ha spesso dimostrato il proprio dissenso nei confronti di Trump, addossando il grosso delle responsabilità dell’attuale politica estera sulle spalle di Donald Trump.

Canada: Il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo di Parigi ha isolato il gigante nordamericano da una serie di alleati tradizionali tra cui il Canada, storico partner commerciale nella fornitura di materie prime, non da ultimo gli idrocarburi estratti tramite fratturazione idraulica.
Per qualche tempo i rapporti rimarranno ancora particolarmente stretti, anche perché la politica ecologica promessa dal primo ministro canadese Justin Trudeau è stata per ora molto tiepida. Ma è probabile che sul lungo periodo la scelta di Trump peserà sulle relazioni con il “grande vicino del nord”.

America centrale e caraibi: Eletto su un’onda di razzismo e intolleranza verso la minoranza etnica latinoamericana, Donald Trump aveva promesso mari e monti nei confronti del Messico: dall’idea di un muro che lo ghettizzasse impedendo ai suoi immigrati di fuggire verso gli Stati Uniti, a misure concrete per fermare la delocalizzazione di imprese statunitensi in Messico fino all’espulsione di milioni di immigrati.
Praticamente nessuna di queste proposte è stata finora attuata, ma questo non vuol dire che i rapporti con il Messico siano ottimali, e sono probabilmente destinati a peggiorare.
Con Cuba, invece, Trump è tornato sulle posizioni tradizionali statunitensi. Dopo aver annunciato già a giugno un “ritorno al passato”, a Novembre ha firmato nuove norme che rendono più difficoltosi non solo i rapporti commerciali, ma lo stesso viaggio da e per l’isola caraibica. Non si tratta di un vero e proprio ritorno all’embargo, ma potrebbe essere un primo passo in questa direzione.
Lo scopo è evidente: destabilizzare il regime cubano e “rendere libera l’isola”. Il processo di normalizzazione intrapreso da Obama è stato annullato da questa azione. Potrebbe trattarsi di una mossa controproducente: è chiaro che il comunismo a Cuba è ormai agli sgoccioli, ma su ciò che seguirà c’è molta incertezza. Mostrandosi concilianti, gli Stati Uniti avrebbero potuto far leva sul proprio soft power per guidare il processo di transizione. Adesso, invece, si torna ad un approccio puramente oppositivo, che lascia poco spazio ad una diplomazia pacifica.

Sud America: Le vittorie del neoliberista Mauricio Macri in Argentina a ottobre e del conservatore Sebastiàn Piñera in Cile a novembre hanno spostato decisamente a destra l’asse politico dell’America Latina. Sommati all’insediamento di Michel Temer in Brasile, questi successi della destra filo-americana hanno definitivamente sepolto i sogni di grandi coalizioni bolivariane in grado di fare fronte comune rispetto agli USA.
Anche in Colombia la pacificazione nazionale a seguito della resa delle FARC ha rinsaldato la leadership del governo conservatore filo-statunitense.
Gli unici stati che ancora manifestano la propria opposizione agli USA sono la Bolivia e il Venezuela. Economicamente irrilevante, la Bolivia di Morales non costituisce un vero ostacolo agli USA. Altro discorso riguarda il Venezuela retto dall’erede di Chavez, Nicolas Maduro.
Il vero colpo al Venezuela lo ha inferto a ben vedere l’Arabia Saudita, con la propria politica di vendita di petrolio a prezzo ribassato. Questa mossa, iniziata già nel 2016 in spregio agli accordi dell’OPEC (di cui anche il Venezuela fa parte) è servita a danneggiare un rivale storico dei sauditi, l’Iran, con la sua alleata Russia. Il Venezuela è stato in un certo senso un “effetto collaterale” di questa guerra. Eppure da nessuna parte come nella patria del nuovo bolivarismo la crisi petrolifera ha fatto sentire i suoi morsi.
Privo di un’economia differenziata, dipendente in tutto dalle fluttuazioni del greggio, il Venezuela è semplicemente collassato. I maldestri tentativi del governo di porre un freno all’inflazione galoppante si sono risolti in un disastro, e i partiti dell’opposizione borghese hanno fatto leva su un’opinione pubblica stremata per mettere in ginocchio il governo. Maduro, com’è noto, ha risposto con il pugno di ferro esacerbando ulteriormente il clima di tensione.
I legami tra l’opposizione neoliberista e gli Stati Uniti non sono un mistero, e Trump ad agosto ha ventilato di voler intervenire militarmente. Quest’ipotesi, per fortuna, non si è ancora concretizzata, ma non è detto che non venga tirata fuori nel caso in cui la crisi economica dovesse perdurare.

Il continente sudamericano rimane con ogni evidenza il giardino di casa degli Stati Uniti, e forse non è mai stato così strettamente a rimorchio degli USA dall’11 settembre ad oggi.

Unione Europea: Sul continente europeo il potere statunitense sta scricchiolando da diversi anni, ma la presidenza Donald Trump sembra costituire una cesura netta, e una cesura senz’altro negativa.
Nel 2001 gli stati europei intervennero prontamente in Afghanistan al fianco degli Stati Uniti.
Nel 2003, in un contesto molto diverso, furono molte meno nazioni a seguire Bush nella sua impresa contro Saddam.
Nel 2014, in occasione della crisi ucraina, gli Stati Uniti di Obama cavarono d’impaccio un’Unione Europea titubante e ingessata. Ma gli Stati Uniti hanno agito facendo i propri interessi, non quelli dell’UE, cercando di contenere l’espansionismo della Russia tramite le sanzioni economiche, che hanno danneggiato l’economia russa tanto quella europea.
Con l’insediamento di Donald Trump, la Germania e la Francia hanno deciso di premere l’acceleratore sul processo di unità europea. È stata elaborata la teoria dell’Europa a due velocità in un’ottica di maggiore integrazione (per quanto a livello ideale ciò rappresenti una contraddizione).
Le elezioni in Francia hanno posto un argine al populismo, che sembrava dovesse dilagare nel 2017 in tutta Europa. Con esse è stato investito del mandato popolare un presidente estremamente attivo in politica estera.
Macron sembra pronto a negoziare i termini della nuova UE con il governo di Angela Merkel, ancora in via di formazione dopo il risultato incerto delle elezioni tedesche di settembre.
Donald Trump considera l’Unione Europea come un rivale economico, e non nasconde la sua ostilità verso le istituzioni europee. Per questo, ha fatto capire alla Russia di lasciare ampi margini in Est Europa, lasciando l’UE a confrontarsi da sola con il grande vicino d’Oriente.
La Commissione Europea, però, non si è scoraggiata e ha anzi posto le basi per la realizzazione di un sistema militare comunitario. Un altro mattone nella costruzione di un’Europa Unita.
Se le tendenze della politica estera di Trump dovessero rimanere queste, è probabile che l’UE, costretta a muoversi in autonomia, proceda sempre più spedita verso un processo di unità politica e diplomatica oltre che monetaria.

I più pessimisti, un anno fa, prospettavano un accerchiamento dell’Europa da parte di regimi più o meno populisti, più o meno conservatori e variamente ostili. A un anno dall’insediamento di Trump, la situazione appare ribaltata: l’ondata di populismo sembra essersi arrestata, e l’UE pare aver trovato le forze per affrontare di buona lena i numerosi problemi che l’affliggono.

Gran Bretagna: Con la rielezione di Theresa May a giugno, la prospettiva di un asse populista-conservatore tra USA e Regno Unito è definitivamente sfumata. Nonostante le simpatie reciproche, i governi di May e Trump sono troppo deboli e troppo isolazionisti per costituire un fronte comune credibile.

Russia: Insidiato dallo scandalo del Russia-Gate, Trump ha preferito mantenere un basso profilo nei confronti della Russia. Gli unici incontri tra Trump e Putin sono avvenuti in occasione del G20 dello scorso luglio e dell’incontro della Cooperazione Economica Asiatico-Pacifica, a novembre. Non c’è finora stato un summit bilaterale che abbia permesso un confronto diretto tra i due presidenti.
I rapporti tra Russia e USA sembrano migliorati rispetto al secondo mandato dell’amministrazione Obama. Le relazioni sembrano improntate ad un sostanziale laissez-faire reciproco. Con l’eccezione importante dell’attacco missilistico degli USA in Siria il 6 aprile 2017, gli Stati Uniti sembrano non voler intralciare gli interessi russi in Medio Oriente e in altre aree strategiche.
È probabile che questo rapporto di buon vicinato sia destinato a durare, perché Trump sembra non avere una strategia interventista programmatica, con l’unica eccezione della Corea del Nord. Lasciare spazio alla Russia significa anche mettere in difficoltà l’Unione Europea, un obiettivo fondamentale della strategia trumpiana.

Vicino e Medio Oriente: Molto si è scritto a riguardo della situazione mediorientale, anche su questa rubrica, per cui non ci dilungheremo qui su tale scacchiere.
Condensando il ragionamento di Trump sull’area, si può dire che Trump stia cercando un riavvicinamento agli alleati tradizionali, Israele e Arabia Saudita, in una classica ottica da presidente repubblicano.
Questo riavvicinamento, in funzione smaccatamente anti-iraniana, ha portato Trump a decisioni estreme, come l’annuncio dello spostamento dell’ambasciata USA a Gerusalemme e l’abbandono dell’UNESCO. Due mosse che hanno molto riavvicinato USA e Israele dopo la tacita ostilità dell’era Obama, ma che allo stesso tempo hanno isolato i due stati rispetto al resto della diplomazia mondiale.
In Arabia Saudita, a giovarsi dell’appoggio statunitense è soprattutto l’ambizioso principe ereditario Mohammad Bin Salman, artefice dell’intervento saudita in Yemen, dell’embargo al Qatar e di una serie di purghe che hanno portato al processo di decine di ministri, nobili e politici sauditi.
La politica del deprezzamento del petrolio sta facendo il gioco degli Stati Uniti, danneggiando la Russia, l’Iran e “stati canaglia” come il Venezuela. Questa politica rischia però di danneggiare economicamente l’Arabia Saudita, sul lungo periodo, ed è quindi probabile che venga presto ridimensionata o abbandonata.

Africa: Con l’eccezione di Libia ed Egitto, da diversi anni l’Africa non è più nell’agenda politica statunitense. Dopo la disastrosa campagna somala dell’inizio degli anni ’90, le forze statunitensi sembrano non voler rimettere piede nel continente africano (ancora, con l’importante eccezione della Libia).
L’Africa sta affrontando un momento critico dal punto di vista politico, demografico ed economico, e tutto lascia pensare che sarà la vera protagonista del XXI secolo. Per ora, comunque, è un continente ancora poverissimo e in lenta crescita, dove gli interessi economici occidentali, dopo la crisi del 2007, si sono ridotti notevolmente.
In Africa, con l’imponente progetto della Nuova Via della Seta, si sta imponendo un altro colosso: la Cina. Ma di questo parleremo nel prossimo articolo.

In sintesi: Sullo scacchiere dell’Atlantico la politica di Donald Trump ha conosciuto alterne fortune, ma non ha saputo esprimere una chiarezza programmatica, né una visione lineare degli scopi da perseguire. Trump si è incanalato in molti dei ragionamenti tradizionali dei repubblicani statunitensi (gli stati canaglia, la vicinanza a Israele e Arabia Saudita), ma si è profondamente distaccato da altri (l’egemonia in Medio Oriente, l’ostilità verso la Russia).
In generale, la politica estera di Trump sta alienando i favori degli USA in molti organismi internazionali (UE, ONU ecc.), e sta favorendo indirettamente il sorgere di nuove potenze regionali. È possibile che in futuro questa fase possa essere identificata con l’inizio del declino degli Stati Uniti d’America come potenza egemone globale.

Gli USA abbandonano l’UNESCO

La decisione è giunta solamente quest’oggi, ma da almeno un lustro il rapporto tra Stati Uniti d’America e Unesco si era inclinato. Quest’oggi tramite notificazione, avente quindi forza di atto ufficiale, il Dipartimento di Stato americano ha annunciato all’organismo delle Nazioni Unite la sua uscita da membro dell’organizzazione. Per il Dipartimento di Stato statunitense è :

“Fondamentale riformare l’organizzazione. Gli Usa manterranno lo status di osservatori, fornendo un contributo di visione, prospettiva ed esperienza”. 

L’UNESCO è un’agenzia specializzata delle Nazioni Unite creata con lo scopo di promuovere molteplici e differenti attività tra cui: la pace e la comprensione tra le nazioni con l’istruzione, la scienza, la cultura, la comunicazione e l’informazione per promuovere “il rispetto universale per la giustizia, per lo stato di diritto e per i diritti umani e le libertà fondamentali” quali sono definite e affermate dalla Carta dei Diritti Fondamentali delle Nazioni Unite.

IL MOTIVO DEL RITIRO – Dietro la decisione degli USA vi sarebbe l’accusa nei confronti dell’UNESCO di «inclinazioni anti israeliane». Washington – ha affermato la portavoce del Dipartimento di Stato americano, Heather Nauert – sostituirà la propria rappresentanza attuale con una «missione di osservatori».

A spingere Washington alla clamorosa mossa vi sono due importanti motivi. Il primo motivo che ha spinto la più grande potenza al mondo fuori dall’agenzia delle Nazioni Unite è dovuta al recente Congresso di Cracovia dell’organizzazione. Inoltre la risoluzione dello scorso luglio ha negato la sovranità di Israele sulla città di Gerusalemme vecchia e Gerusalemme est. A Cracovia l’Unesco aveva dichiarato che Israele è una «potenza occupante». In precedenza era stato negato il legame culturale tra Israele e il Muro del Pianto. Sempre a Cracovia era stato riconosciuto quale «patrimonio dell’umanità» il sito della tomba dei Patriarchi a Hebron, definito tuttavia «sito palestinese».

E’ dal 2011, quando la Palestina divenne membro dell’organizzazione dell’Onu, che gli Stati Uniti hanno smesso di finanziarla pur mantenendo un ufficio nel quartier generale di Parigi. Intanto a Parigi si sta votando in questi giorni per eleggere il nuovo direttore generale. Per ora sono rimasti in lizza due soli candidati che sono pari a livello di preferenze: l’ex ministro della cultura francese Audrey Azoulay e il suo omologo del Qatar Hamad Bin Abdulaziz Al-Kawari su cui Israele ha già espresso le proprie preoccupazioni.

SFIDA PER LA PRESIDENZA  – E’ nella “Questione Qatar” che si concentra il secondo motivo che ha portato alla clamorosa decisione di Washington. L’esito della votazione per la Presidenza potrebbe arrivare entro le prossime ventiquattrore. L’organizzazione fin dal 1945, la poltrona di leader dell’Unesco è stata occupata da europei, americani, un asiatico e un africano, e ora i Paesi arabi ritengono che sia arrivato il loro turno, tanto da schierare quattro pretendenti in lizza: oltre a Qatar ed Egitto, anche Libano e Iraq, che però alla fine ha ritirato la sua candidatura. L’Unesco è la prima organizzazione Onu ad aver ammesso la Palestina come Stato membro, nell’ottobre 2011, suscitando l’ira e lo stop dei finanziamenti da parte di Usa e Israele.

UNESCO IN CRISI FINANZIARIA? Il candidato qatarino Hamad al-Kawari, nel presentare la sua candidatura ha dichiarato che «Non vengo a mani vuote».

Come a sottintendere che Qatar è pronto a farsi carico del baratro di bilancio provocato dallo stop ai contributi di Stati Uniti e Giappone. Da soli gli Usa rappresentavano il 20% del bilancio dell’Unesco. Senza contare la ritorsione del Giappone, il secondo finanziatore più importante, che ha rifiutato di pagare la sua quota 2016 in seguito all’iscrizione, nel 2015, nel registro della memoria mondiale, del Massacro di Nankin, perpetrato dall’esercito imperiale giapponese nel 1937. Qatar che sta lottando per affermarsi come Potenza Regionale con azione globale, proprio nel mentre è stato accusato da Arabia saudita e alleati del Golfo di sostenere il terrorismo jihadista. Più che per la galassia jihadista si sottolinea che le Monarchie del Golfo non ne hanno apprezzato il dialogo con l’Iran sciita e soprattutto il forte legame con la Turchia.

Gli Stati Uniti d’America stanno, nel bene o nel male del vostro giudizio, riportando al centro del dibattito il peso del loro ruolo di Paese leader del mondo. E per farlo, dopo la NATO, ricordano al mondo che a sostenere organizzazioni e progetti ci sono i loro dollari e apparati. Un messaggio chiaro da chi non possiede più la pazienza di caricarsi sulle spalle le scelte dell’intero blocco occidentale.

Putin e l’alleanza con il Cristianesimo

La recente campagna di Siria promossa da Mosca ha molteplici risvolti. Questi partono dalla tutela di specifici interessi economici e strategici e giungono fino alla percezione che la Russia intende dare di sé nel mondo. In questo contesto ha assunto un’importanza strategica la difesa del porto di Tartus che rappresenta la base degli affari e dell’influenza russa nel Mar Mediterraneo e a cui si è nel recente passato legata la crisi in Crimea e nel Mar Nero.

Da quando Putin è stato eletto presidente, nel 2000, Mosca ha sempre perseguito una politica estera volta a recuperare l’influenza che l’URSS esercitava un tempo in Medio Oriente. Ridotta a un cumulo di macerie al crollo del Muro di Berlino, da inizio millennio, la Russia ha intrapreso il lungo viaggio per tornare ad essere il “ Grande Orso”. Si ricorderà la poca consistenza del “ no “ russo, presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, all’avvio della “Campagna Irachena” promossa da Bush e Blair nel 2003.

Grazie all’alleggerimento del peso degli Stati Uniti nell’area mediorientale ed i più recenti sconvolgimenti delle “Primavere Arabe” si sono creati nuovi spazi di manovra che il Cremlino sta cercando di sfruttare, in particolare nella crisi siriana. A cui recentemente ha dato manforte l’accordo sul “ Nucleare Iraniano” che ha posto Tel Aviv e Mosca in una nuova dimensione strategica.

IL PROBLEMA DI PERCEZIONE DI MOSCA – La Russia degli ultimi vent’anni ha avuto una forte difficoltà nel giustificare ideologicamente le proprie scelte di politica estera. L’influenza dei Think Tank e media russi, quali Russia Today o Euractiv, non sono ad oggi minimamente paragonabili ai grandi network occidentali. In sostanza Mosca, crollato il mito dell’internazionale comunista, ha registrato un vuoto d’ideologia e di giustificazione alle proprie scelte. Ciò ha significato non disporre di un soft power.

Negli anni gli Statunitensi hanno detto “esportiamo la democrazia” e Mosca ha ribattuto con “difendiamo la nostra sfera d’influenza”. Due categorie che anche solo a livello mediatico sono poco competitive. Fin tanto che Putin non ha posto nella sua dimensione politica l’elemento religioso.

Se la Russia è diventata una grande potenza non è per uno zar, per una guerra o per un partito politico: il merito, semmai, è del cristianesimo.

Queste sono state le parole pronunciate dal capo del Cremlino, Vladimir Putin, quando nel 2013 volò a Kiev per i 1.025 anni dalla conversione del popolo russo.

IL RITORNO DELLA CHIESA ORTODOSSA –  Con il crollo dell’Urss sono venute meno le limitazioni per il Patriarcato di Mosca e la professione dell’ateismo di Stato. La Russia, al suo interno, si percepisce ancora come un impero e nei tratti qualificanti del suo essere impero vi è l’idea che essa “non viva per se stessa”, ma per svolgere una funzione storica di carattere universale, una caratteristica costante della sua storia. Per l’impero ortodosso questa ‘missione’ era affermarsi come Terza Roma, mentre per l’Urss di imporsi come ‘patria del comunismo internazionale’. Nella Russia post-sovietica a fatica si è giunti a trovare una motivazione tale da proiettarla coerentemente a livello internazionale.

A fornirgli l’assist per una ritrovata unità sono state le recenti crisi internazionali che l’hanno toccata da vicino. Da un lato ha ritrovato nel suo ” internazionalismo post comunista “ uno dei fattori aggreganti e di lealtà per le Regioni del Donbass e della Novorossia attualmente coinvolte nella guerra a bassa intensità scoppiata dopo la “Rivolta di Piazza Maidan”. Dall’altro lato il ritorno agli antichi precetti di “difesa del Cristianesimo” per l’affermazione di sé stessa come Terza Roma sono stati essenziali per possedere la leadership internazionale nel fondamentale contesto Siriano.

L’obiettivo comune e conclamato del Cremlino e della Chiesa ortodossa appare, quello di rimodellare la percezione internazionale della Russia, mostrare Putin come leader globale e proiettare nuovamente Mosca a valida alternativa a Washington in un momento, in cui l’Occidente è in una fase decadente o in cui l’elemento storico europeo sta scomparendo.

L’ALLEANZA CON IL VATICANO – Se il Patriarca Kirill, a maggio 2013, lanciò un appello globale volto a fermare un conflitto che – si leggeva nel relativo comunicato – sta portando alla “distruzione delle chiese, al rapimento dei sacerdoti, all’espulsione violenta dei cristiani dalle loro case, persino alla loro uccisione”. Nella pratica è stato Papa Francesco a dar risalto e supplicare l’occidente affinché si evitasse un possibile intervento militare contro Damasco. In quel modo, il vescovo di Roma riconobbe che la Russia era tornata a essere un attore globale non emarginabile nella ricerca di soluzioni per sanare i conflitti e risolvere le crisi regionali.

Crisi regionali che nel Medio Oriente pongono in grande difficoltà i Cristiani. Innanzitutto, sia nelle barbarie dei ribelli legati all’Islamic State che nell’Iraq post-Saddam, si è assistiti a una forte persecuzione dei Cristiani. In secondo luogo, l’allora possibile escalation avrebbe posto in pericolo i Cristiani libanesi, ove la Chiesa di Roma ha un fortissimo radicamento grazie ai Cristiano Maroniti e da cui solo attraverso il dialogo con l’Islam Sciita è riuscita a pacificare una terra martoriata per decenni.

Le iniziative della diplomazia vaticana sul conflitto siriano – a partire dalla giornata di digiuno e preghiera del 7 settembre 2013 – avevano trovato una convergenza oggettiva con la strategia diplomatica russa.

A distanza di tempo i fronti di collisione tra la Russia e molti Paesi dell’Occidente NATO si sono moltiplicati. E’ intorno alle crisi più incandescenti che si è instaurato un canale di dialogo collaborativo tra il capo del Cremlino e il successore di Pietro. In Russia molti ha fatto apprezzamenti per le frasi usate dal Papa sul conflitto in Ucraina e sulla «terza guerra mondiale a pezzi».

In questo quadro si è trovata una convergenza tra Roma e Mosca. Con Washington, che a seguito dei ritrovati rapporti con Cuba e della visita di Francesco, sa dove bussare per trovare un canale diplomatico efficace al centro. Centro che geograficamente dovrebbe essere l’Europa e la sua istituzione, ossia l’ “Unione Europea”, ma che nella pratica è rappresentata dal Vaticano.

D’altronde il ruolo di protezione dei Cristiani è ormai nelle mani di Mosca, così come quello della democrazia è in quelle di Washington. Con l’Europa che resta a mani vuote, senza identità e ruolo. Se non per la Roma d’oltretevere.

 

 

 

 

 

Israele – Un discorso a Washington per Tel Aviv

Ogni discorso di fronte al Congresso degli Stati Uniti d’America ha un suo peso specifico. Ciò a maggior ragione avviene se a pronunciarlo è il leader di un paese mediorientale. Se poi a parlare a Washington è il Premier Israeliano automaticamente l’attenzione mondiale si concentra su ogni singola frase. Il premier Benjamin Netanyahu ha da poco parlato al Congresso degli Stati Uniti d’America a poco meno di due settimane dalle elezioni politiche in Israele, le quali si terranno il prossimo 17 marzo. E se l’elezioni sono a così breve distanza quale occasione migliore per attirare i riflettori di stampa mondiale ed elettori? Inoltre, si ricordi sempre di come le comunità israelitiche statunitensi foraggino con cospicue donazioni le campagne elettorali in Israele.

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UN DISCORSO SULL’IRAN – A pochi giorni dal voto, secondo quanto mostrato dai sondaggi, la corsa elettorale è serratissima tra il suo Likud e l’Unione sionista, l’alleanza di centrosinistra formata dal partito Laburista di Isaac Herzog e da HaTnuah, il partito dell’ex ministro della Giustizia Tzipi Livni. Utilizzando una vetrina mondiale, Netanyahu ha attaccato subito la Repubblica Islamica d’Iran. La prima parte del discorso ha avuto come fulcro il seguente periodo «Il regime iraniano non è solo un problema ebraico, così come il regime nazista non era solo un problema ebraico». L’Iran «ha mostrato più volte che non ci si può fidare» di lui. Poco più avanti ha rincarato la dose dicendo: «I giorni in cui il popolo ebraico rimaneva passivo davanti ai suoi nemici genocidi sono finiti». L’accordo in discussione a Ginevra è «un cattivo accordo», che non solo permetterà all’Iran di avere armi nucleari, ma «lo garantirà – e saranno molte». La platea congressuale ha più volte applaudito, pur registrando la silenziosa e rumorosa assenza di più di cinquanta deputati democratici.


PARALLELISMI E DIFFERENZE TRA ORGANI ISRAELIANI – Personalmente mi preme ancora una volta ricordare come il discorso di Netanyahu sia stato pronunciato a stretto giro da una delle più difficili sfide elettorali che lo abbiano mai aspettato. Difficilmente infatti un leader nel mondo, laddove vi è una forma di Stato democratica, si è confermato per oltre sette anni e di questo Benjamin Netanyahu ne ha piena coscienza. Ad ogni modo il recente discorso a tutti gli analisti e addetti ha ricordato l’intervento tenuto dallo stesso nel 2012 presso l’Assemblea generale delle Nazioni Unite. In quell’occasione il premier israeliano mostrò un semplice disegno contenente un grafico all’interno di una bomba stilizzata per illustrare quanto l’Iran fosse vicino all’atomica. In tale occasione dichiarò che a Teheran – mancava meno di un anno – per ottenere la bomba atomica. Tale esternazione è stata riproposta da oppositori interni e critici della posizione israeliana poiché proprio in questi giorni è emerso un documento riservato del Mossad, risalente a poche settimane dopo il discorso all’Onu, in cui i servizi segreti israeliani concludevano che l’Iran non stesse attivamente cercando di produrre la bomba atomica. Il The Guardian, che ha rivelato il documento insieme ad Al Jazeera, ha commentato che «il rapporto sottolinea la distanza tra le dichiarazioni pubbliche e la retorica dei più importanti politici israeliani e le valutazioni dei militari e dei servizi segreti di Israele». Una rivelazione non da poco se si pensa alla stima che i Servizi Segreti civili Israeliani godono nel mondo, anche e soprattutto tra i nemici d’Israele.

L’IRRITAZIONE DI OBAMA – Il Presidente degli Stati Uniti d’America ha risposto con la seguente dura presa di posizione: «L’alternativa che offre il primo ministro è nessun accordo, nel qual caso l’Iran ricomincerà immediatamente a portare avanti il suo programma nucleare». La strada della sua amministrazione, insomma, è chiaramente quella di continuare con i negoziati e provare ad arrivare a un agreement che, se avrà successo, «sarà di gran lunga il modo migliore» per impedire che l’Iran ottenga la bomba. Una presa di posizione forte che mostra come Barack Obama conosca bene quale sia il ruolo degli USA nel mondo e quel che realmente gli interessa. Ma ciò, non significa che questa sia la miglior strada per Israele. Le diverse reazioni al discorso dimostrano un pensiero leggermente meno allarmistico.

Dura è stata la leader della minoranza democratica alla Camera Nancy Pelosi, la quale ha dichiarato che le parole di Netanyahu l’hanno portata «quasi alle lacrime», «rattristata dall’insulto all’intelligenza degli Stati Uniti e dalla condiscendenza verso quello che sappiamo sulla minaccia rappresentata dall’Iran». Insomma, tra Repubblicani, i quali hanno invitato il Premier Israeliano, e Democratici la visione di Israele e del ruolo degli Usa come principali partner differisce molto.

A mio parere, seppur il suddetto discorso si stato proiettato in una dimensione internazionale, il vero interesse del Premier Netanyahu mirava alla prossima sfida elettorale. D’altronde si sa quanto per e in Israele sia importante la sicurezza e il rapporto con i propri vicini. Anche l’apparentemente dura presa di posizione di Obama è sensata e corretta  nel momento in cui, quasi per uno scherzo della storia, gli sciiti iraniani e Hezbollah lottano contro uno stesso nemico sunnita ossia l’Islamic State, ma non dalla stessa parte. Israele che con efficacia militare combatte l’Isis guarda con timore maggiore gli sciiti. A Washington però l’Islamic State spaventa e molto; soprattutto nel cuore mondiale delle guerre ossia il Mar Mediterraneo. Ma, la potenza degli estremisti islamici dell’IS non è un errore di valutazione o un errore finanziario di Tel Aviv ma, semmai, di Washington e Bruxelles. Ma questa è un’altra storia.

Il post-Charlie: si fa presto a parlare di libertà di espressione…

Europa e Medio Oriente; incontro con Ilan PappèLunedì 16 febbraio a partire dalle 14 si è tenuto un evento di grande interesse culturale dal titolo “Europa e Medio Oriente oltre gli identitarismi: dialoghi con Ilan Pappé”. Un incontro organizzato e voluto da Assopace Palestina e che ha visto la partecipazione di autorevoli studiosi come Ruba Salih (antropologa italo-palestinese della School of Oriental and African Studies di Londra), Francesco Pompeo e Michela Fusaschi (antropologi dell’Osservatorio sul razzismo e la diversità dell’università di Roma Tre), Anna Bozzo (Professoressa di Storia dei Paesi Islamici dell’Università di Roma Tre), Bianca Maria Scarcia Amoretti (Professoressa emerita di Islamistica dell’Università “La Sapienza”), Luisa Morgantini (Presidentessa di Assopace Palestina ed ex vice presidente del Parlamento Europeo con l’incarico delle Politiche Europee per l’Africa e per i diritti umani), Moni Ovadia (attore e scrittore ebreo) e – ospite d’onore – Ilan Pappé, storico israeliano attualmente Professore nel Dipartimento di Storia dell’Università di Exeter. L’incontro si sarebbe dovuto tenere nel Centro di Studi Italo-Francesi dell’Università di Roma Tre.

Accade però un fatto. A pochi giorni dall’evento il luogo dell’incontro viene improvvisamente cambiato: non più al Centro di Studi Italo-Francesi ma al Centro Congressi Frentani. Un semplice disguido organizzativo tra gli organizzatori e l’università di Roma Tre? Non proprio. Perché il 14 febbraio (cioè due giorni prima dell’evento) Moni Ovadia pubblica un pezzo su Il Manifesto dal titolo “La censura preventiva blackout della democrazia”. L’attore, noto per le sue posizioni antisioniste, scrive nell’articolo:«Pare che il ret­tore abbia negato la sala, negato l’accoglienza dell’ateneo die­tro pre­sunte pres­sioni dell’ambasciata israe­liana e della comu­nità ebraica romana.» Possibile? Davvero nel 2015 a poche settimane dal grido unanime “Je suis Charlie” un ateneo universitario, luogo per sua natura che dovrebbe essere preposto al dibattito pubblico, neghi una sala per una tavola rotonda che vede la partecipazione di autorevoli studiosi, ritenuti scomodi dalla comunità ebraica? La conferma arriva direttamente dal Professor Pompeo che all’inizio dell’incontro chiarisce una volta per tutte la dinamica dei fatti. A pochi giorni dall’evento (giovedì 13) gli organizzatori ricevono una scarna mail dalla direzione del Centro di Studi Italo-Francesi in cui viene comunicato loro che a causa di non meglio precisate “irregolarità tecnico-procedurali” non è più possibile concedere la sala per il dibattito. Gli organizzatori dell’evento comprensibilmente cadono dal pero ma non si danno per vinti e riescono a trovare in pochi giorni l’alternativa. Certo l’accaduto è strano; quali potrebbero essere le “irregolarità tecnico-procedurali”, una volta che la sala Capizucchi del Centro di Studi Italo Francesi era stata concessa? E infatti, andando a scavare per canali ufficiosi, gli organizzatori scoprono che l’improvvisa negazione della sala risponde a precise pressioni, ribadite off the records da uno dei relatori al termine della tavola rotonda.

Le pressioni della comunità ebraica sembra siano dovute soprattutto alla presenza di Ilan Pappé. Ma chi è Ilan Pappé? Perché l’ambasciata israeliana dovrebbe temere la presenza di uno storico israeliano? Semplice, perché Ilan Pappé è sì israeliano, ma convintamente antisionista. Lo storico è autore, tra gli altri, anche di The Ethnic Cleansing of Palestine (La pulizia etnica della Palestina, 2008, Fazi), che aspre polemiche ha suscitato come d’altronde altre prese di posizione di Pappé, in passato anche protagonista del mondo della politica israeliana candidatosi con il Maki, il Partito Comunista Israeliano.

In ogni modo, che vi possano essere pressioni da parte di un’ambasciata o di una comunità, che piaccia o meno, rientra nella realtà della cose. La cosa grave è che un’istituzione universitaria che si trova nella capitale di uno stato che si definisce democratico venga incontro e si sottometta a queste pressioni. Eppure ospitare un evento non dovrebbe voler dire sposare in toto le opinioni e le tesi di un accademico di fama mondiale. Anzi, se davvero si fosse voluto dare un contributo alla comunità (scientifica e non) Roma Tre avrebbe potuto contrapporre uno storico con posizione differenti da quelle di Pappé. Tutto questo sarebbe avvenuto se davvero si aveva a cuore mettere in piedi un dibattito vivace ma civile, se realmente ciò che contava era il confronto di opinioni diverse. Purtroppo però tutto ciò che riguarda la questione Israelo-Palestinese nel nostro paese deve essere avvolto da un’incomprensibile coltre di fumo. Scrive ancora Moni Ovadia:«Nei grandi media, nelle tv, nei talk show la que­stione israelo-palestinese è off limits. Sull’argomento c’è una cen­sura com­pa­ra­bile solo a quella impo­sta dallo sta­li­ni­smo e durante l’epoca fasci­sta. La cen­sura è tanto più grave per­ché viene com­piuta per mano di un ate­neo, luogo del sapere e del dibattito. Quanto acca­duto è una cata­strofe per la demo­cra­zia ita­liana, sì, per noi, ma anche per coloro che impon­gono il silen­zio senza ren­dersi conto di cen­su­rare il pen­siero prima che que­sto venga espresso. Ad uscirne scon­fitta è la società, la demo­cra­zia, e non solo noi, orga­nizza­tori di un evento e depo­si­tari di un’opinione, non della verità asso­luta. E nel momento in cui si cal­pe­sta la libertà di un indi­vi­duo di espri­mere il pro­prio pen­siero, il prin­ci­pio vol­ter­riano, la demo­cra­zia muore.» Se una questione è tanto delicata, è meglio non parlarne: perché confutare nel merito le tesi di chi mantiene certe posizioni è troppo impegnativo.

LA LIBERTÀ DI ESPRESSIONE SMARRITA – Malgrado il cambio di destinazione improvviso, l’evento ha avuto una notevole affluenza di pubblico. E nonostante lo spiacevole episodio sia stato presente nella mente di tutti i presenti un po’ per tutta la durata del dibattito, l’incontro ha proposto molti spunti di riflessione. Non sono mancate tra l’altro domande spinose, a cui lo studioso israeliano non ha risparmiato di rispondere. Ma cosa dice di tanto pruriginoso questo storico? «Non mi interessano le rivendicazioni basate sulla nazionalità o sulla religione: bisogna garantire i diritti umani a tutti – non importa quale sia la religione – di poter vivere in pace e sicurezza in Palestina. Gli israeliani erano come degli ospiti invitati a casa di qualcuno; ma se gli ospiti rivendicano la paternità di quella stessa casa bisogna chiamarli con il loro nome: invasori. La cosa ironica è che ora le autorità israeliane trattano i palestinesi come fossero degli immigrati clandestini. Chiunque osi criticare le politiche sionistiche viene improvvisamente etichettato come antisemita. E ciò è inaccettabile; in primo luogo perché la stragrande maggioranza degli ebrei morti nella Shoah non era sionista; in secondo, perché il sionismo – non mi stancherò mai di dirlo – è forse il movimento più secolare che ci sia. Si spaccia come religioso, ma di religioso non ha niente. Il sionismo non afferma infatti l’esistenza di un Dio. Afferma che un Dio esiste in funzione del fatto che garantisca agli ebrei di vivere in Palestina. Cosa che è ben diversa dal credere in un Dio incondizionatamente. Personalmente ritengo che nel corso della storia i regimi arabi abbiano accumulato delle responsabilità nell’evolversi in negativo di questa situazione. Tuttavia, uno storico deve guardare innanzitutto ai fatti: e i fatti dicono che il movimento sionista è stato l’unico a cui è stato riconosciuto qualcosa nella spartizione del Medio Oriente che Francia e Gran Bretagna fecero tra il 1916 e il 1923, all’indomani della fine dell’Impero Ottomano. Tutte le minoranze religiose volevano ottenere uno stato per sé: i drusi, gli alawiti, i cristiani. L’unico però che ha ottenuto qualcosa è stato il movimento sionista: occorre ripeterlo ancora una volta, il movimento sionista, non quello ebraico.  Il fatto poi che i regimi arabi abbiano sbagliato qualcosa non deve far dimenticare che ai palestinesi è stata sottratta la loro casa. E se davvero bisogna far ricondurre tutto alla Shoah, allora sarebbe stato più sensato pretendere la spartizione della Germania piuttosto che quella dalla Palestina.»

Su queste dichiarazioni si può essere d’accordo o meno, si possono condividere o no. Ancora una volta, occorre però ricordare che sarebbe stato molto ma molto più interessante poter vedere uno storico di posizioni diverse – magari promosso dalla stessa università – cimentarsi in un confronto con Pappé. Ciò che davvero intristisce è vedere come un’università statale italiana di fatto cerchi di ostacolare la libertà di esprimersi di uno storico che ha la “colpa” di non essere allineato ai voleri della comunità ebraica. Un episodio che avviene a poco più di un mese di distanza dai fatti di Parigi, che tanta commozione e sgomento hanno provocato nell’opinione pubblica mondiale, che avevano regalato nuova linfa ad appassionati editoriali che esaltavano la libertà d’espressione come valore assoluto e che invocavano il principio “Disapprovo ciò che dici, ma difenderò sino alla morte il tuo diritto di dirlo” che la scrittrice britannica Evelyn Beatrice Hall (nota con lo pseudonimo di S. G. Tallentyre) in The Friends of Voltaire attribuiva al filosofo francese.

Di tutto questo sembra non esserci già più traccia. Eppure è difficile non essere d’accordo con lo stesso Ilan Pappé quando afferma che «Se persino il mondo accademico rifiuta il confronto e il dibattito aperto su questioni spinose come quella palestinese, come si può pensare che il mondo della stampa e i politici possano lasciare spazio ad opinioni differenti in un clima sociale e culturale sempre più asfissiante?» Chissà, forse sarà (anche) per episodi come questo che l’informazione italiana ha trattato come una notizia secondaria il riconoscimento come stato della Palestina da parte del parlamento britannico e di quello francese. Un gesto politico e simbolico importantissimo, che però per l’Italietta rinchiusa in sé stessa conta meno di un Patto del Nazareno o dell’ennesima inchiesta per corruzione che vede coinvolti imprenditori e politicanti di turno.

Inoltre, il quadro generale della libertà di espressione è molto più complesso di alcune frasi ad effetto ad uso e consumo di social network. In un anno l’Italia è crollata dalla già poco onorevole quarantanovesima posizione al settantatreesimo posto della classifica stilata ogni anno dalla ONG Reporter sans Frontières; secondo l’organizzazione nei primi 10 mesi del 2014 ben 129 cronisti sono stati citati illegittimamente per diffamazione – chiara forma di intimidazione – da politici o pezzi grossi della finanza. Si sono inoltre verificati 43 casi di aggressioni fisiche. Questa è la dura realtà del mondo dell’informazione italiana. Si è spesso abituati a commentare e a discutere degli editoriali dei vari Travaglio, Gramellini, Scalfari, Galli della Loggia e compagnia cantante. Ma troppe volte ci si dimentica dei giornalisti dei cosiddetti “quotidiani minori” che ogni giorno si sporcano le mani e che, talvolta, rischiano la pelle in mezzo a condizioni salariali sempre più delicate. Ci si dimentica di quelli finiti nel mirino della criminalità organizzata per le loro inchieste e che subiscono  costanti intimidazioni e aggressioni. Ci si dimentica degli eterni freelance pagati 3 euro al pezzo. Si rammenta poche volte che in Italia il mercato dell’informazione è pervaso da molteplici conflitti di interessi: non esiste solo quello macroscopico di Berlusconi, si dovrebbe guardare (solo per citare un esempio) ai nomi dei soci che fanno parte del CDA del più importante quotidiano italiano. Occorrerebbe rimarcare la pressoché totale assenza di editori puri all’interno del mercato informativo italiano. Senza trascurare il fatto che alla Camera è attualmente allo studio una legge sulla diffamazione che, con il pretesto di impedire che i giornalisti possano essere arrestati nell’esercizio delle loro funzioni (come stava per accadere al direttore de Il Giornale, Alessandro Sallusti, tre anni fa), introduce obblighi di rettifica quantomeno discutibili ed aumenta in maniera spropositata le sanzioni pecuniarie a danno dei professionisti dell’informazione. Altro che libertà di espressione, altro che “Je suis Charlie”! Un dibattito serio sul reale stato della libertà di espressione e di stampa nel nostro paese dovrebbe ripartire da questi punti. Ma si sa, nell’epoca del renzismo chiunque si permette di muovere critiche o appunti sui fatti di più stretta attualità è di per sé un “gufo”, un “disfattista”, un “portaiella” che vuole solo “remare contro”; con tanti saluti al caro principio della libertà di espressione, rivendicato da tutti, sancito dall’art. 21 della nostra costituzione ma realmente rispettato da pochissime persone nel nostro paese. Forse parlare di “svolta autoritaria” è eccessivo; ma definire la situazione attuale come “profonda involuzione democratica” appare un esercizio per nulla azzardato.

È infinitamente comodo e molto, molto facile solidarizzare in nome della libertà di espressione quando c’è il sangue di mezzo come nel caso di Charlie Hebdo. Ma quando ad essere esercitata è l’altra forma di intimidazione o censura, il cui unico merito è quello di non attentare alle vite umane (e quindi per questo non fa notizia)? Quando i censori non sono uomini incappucciati e armati, ma persone in giacca e cravatta che riconoscono il principio della libertà di espressione solo quando fa loro comodo? Quando si confondono volutamente i piani dell’antisemitismo – per la verità ancora molto presente nella nostra società – con quelli dell’antisionismo con il solo scopo di voler reprimere l’espressione di un pensiero? Come la si mette? Siam tutti Charlie, ma sempre lì e mai qui; siam tutti Charlie ma in fondo la libertà d’espressione ci piace così e così; e se a negarla è un’università statale in combutta con la comunità ebraica che importa? Chi ricorda che qualche ora dopo l’attentato a Charlie Hebdo il presidente di quella stessa comunità ebraica, Riccardo Pacifici, dichiarava:«Dobbiamo capire come coniugare la libertà di espressione, che in questo momento è stata brutalmente violata, i principi fondanti di libertà che sanciscono tutti gli stati democratici dell’Unione Europea e la lotta al terrorismo.» E le pressioni esercitate sui vertici di Roma Tre per non accogliere uno storico evidentemente sgradito a quale delle due esigenze rispondevano? Ai “principi fondanti di libertà” o alla “lotta al terrorismo”? Qualcosa non torna…

La forza di Ankara: tra economia, geopolitica e rapporti con Israele

Nel febbraio del 2012 il Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana decise di non firmare la candidatura del Comitato Olimpico Nazionale Italiano per Roma2020 presso il CIO. La scelta scatenò inevitabili polemiche e, scomparendo la Città Eterna, la candidatura più forte all’aggiudicazione dell’organizzazione dei Giochi Olimpici Estivi del 2020 sembra essere Istanbul. Questo non deve esser preso come un dato sportivo, l’aggiudicazione di un’Olimpiade non lo è mai. Un primo elemento alla base di queste decisioni è l’economia, il secondo l’importanza geopolitica di un paese. In ambedue i casi la Turchia è forse la stella del Mar Mediterraneo nel post Guerra Fredda. Per cinquant’anni paese strategico per l’occidente e la sua politica di contenimento sovietico, la Turchia è membro effettivo e di condivisione nucleare della NATO. Pedina cruciale dell’occidente nei rapporti con e verso il Medio Oriente, ha visto accrescere il suo ruolo di “paese chiave” nella gestione di conflitti e rivolte nel Mar Mediterraneo e nel Vicino Oriente. Nel secondo decennio del terzo millennio le “Primavere Arabe” hanno accresciuto il potere e l’influenza di Ankara.

MOTORE ECONOMICO – A Roma, nei Rioni, vi è un detto che recita così “Per far la guerra ci vogliono i soldi”. Nella geopolitica e politica internazionale nulla è più vero di questo. Infatti, a trainare la Repubblica di Turchia agli attuali standard d’influenza vi è il motore economico. Appartenente al G20 (i venti paesi più sviluppati del globo), il paese ha visto nell’ultimo decennio una crescita del Prodotto Interno Lordo pari al 3% annuo con un calo nel 2012, dovuto alla forte crisi mondiale. Il paese è passato da un economia agricola a potenza industriale. Ciò è dovuto alle politiche iniziate dall’allora Ministro dell’Economia Kemal Dervis, che dopo la crisi del 2001, impostò riforme economiche che hanno visto nel quadriennio successivo aumentare il reddito nazionale del 7,4%. Oltre alle politiche interne bisogna ricordare il ruolo strategico negli investimenti e la partnership politica con gli Stati Uniti d’America e la Germania. Inoltre, la Turchia si avvale di un’unione doganale con l’UE, firmata nel 1995, che ha aumentato la sua produzione industriale e attirato numerosi investimenti europei, che rappresentano il 56% dell’esportazioni. A tenere a freno le esaltanti statistiche di crescita economica vi è la disoccupazione che, cresciuta nel 2008 fino al 10,8%, costrinse Ankara a richiedere un prestito al Fondo Monetario Internazionale.

INFLUENZA GEOPOLITICA – L’influenza geopolitica di Ankara è indiscutibile. Le radici di tale importanza risiedono nell’alleanza con gli Stati Uniti d’America, nel controllo fondamentale esercitato sul Bosforo e nell’influenza esercitata sul Vicino Oriente e sul Caucaso. Quest’ultima regione è al centro dell’attenzione internazionale dopo la “Guerra in Ossezia del Sud” scatenata dalla Georgia nel 2008 e al centro, come descritto in un articolo precedente, dei nuovi collegamenti di gas e petrolio dalla Russia all’Europa unita. A tre anni di distanza da quelle che in molti consideravano “Primavere Arabe”, fallite in ogni dove, la Turchia gioca ancora prepotentemente il ruolo di potenza ed alleato affidabile (oltre che portatrice di un islam moderato) per l’occidente. Eppure, qualcosa sta cambiando. Il rapporto con la Siria in guerra civile dal 2011 e la questione Curda, mai definitivamente affrontata ,sono punti ancora troppo foschi per esser decifrati come punto a favore o meno di Ankara.

RAPPORTI CON ISRAELE – E’ il 31 maggio 2010 quando le Forze navali Israeliane intercettano nelle acque internazionali del Mar Mediterraneo la Freedom Flotilla pro Palestina, la quale trasportava merci ed aiuti umanitari, cercando di violare il Blocco di Gaza. Dall’assalto militare in risposta alla possibile violazione del Blocco di Gaza scaturì la morte di nove attivisti, il ferimento di altri sessanta e di dieci militari israeliani. Questo avvenimento racchiuso in poche righe può e deve essere considerato il “punto di non ritorno” delle relazioni diplomatiche tra Israele e Turchia. Se non si conosce la storia non ci si può realmente render conto di ciò che ha significato l’assalto del 31 Maggio 2010. Difatti, la Turchia è stato il primo paese islamico a riconoscere nel 1949 lo Stato d’Israele e l’unico a rimanergli alleato dopo la Rivoluzione islamica d’Iran (la più grande rivoluzione del XX secolo per lo storico De Felice) e la Guerra in Libano del 1982. Ad oggi la scelta di Erdogan è dovuta più a considerazioni di realpolitik che al nuovo fervore islamizzante nella classe dirigente turca. Da parte sua Israele negli ultimi tempi sta cercando di riallacciare i rapporti base con Ankara per non perdere l’ultimo ed importante tassello della “strategia periferica” israeliana, ideata da David Ben Gurion.

In conclusione, finita la breve analisi sui tre punti base della forza di Ankara sul Mediterraneo e nello scacchiere mondiale, resta da chiedersi quanto la cultura avrà ancora la forza di bloccare l’entrata nell’UE della Turchia potenza economica, quali saranno i rapporti con Israele e se quest’ultimo riuscirà a ripercorrere le tracce dei successi diplomatici apparentemente ora troppo lontani dalla sua recente storia. Infine, fin quando la laica e moderata Turchia salvaguarderà gli interessi occidentali e degli Stati Uniti d’America nel mondo islamico, facendogli da apripista in molti conflitti?

Antonio Maria Napoli – AltriPoli