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Gli USA abbandonano l’UNESCO

La decisione è giunta solamente quest’oggi, ma da almeno un lustro il rapporto tra Stati Uniti d’America e Unesco si era inclinato. Quest’oggi tramite notificazione, avente quindi forza di atto ufficiale, il Dipartimento di Stato americano ha annunciato all’organismo delle Nazioni Unite la sua uscita da membro dell’organizzazione. Per il Dipartimento di Stato statunitense è :

“Fondamentale riformare l’organizzazione. Gli Usa manterranno lo status di osservatori, fornendo un contributo di visione, prospettiva ed esperienza”. 

L’UNESCO è un’agenzia specializzata delle Nazioni Unite creata con lo scopo di promuovere molteplici e differenti attività tra cui: la pace e la comprensione tra le nazioni con l’istruzione, la scienza, la cultura, la comunicazione e l’informazione per promuovere “il rispetto universale per la giustizia, per lo stato di diritto e per i diritti umani e le libertà fondamentali” quali sono definite e affermate dalla Carta dei Diritti Fondamentali delle Nazioni Unite.

IL MOTIVO DEL RITIRO – Dietro la decisione degli USA vi sarebbe l’accusa nei confronti dell’UNESCO di «inclinazioni anti israeliane». Washington – ha affermato la portavoce del Dipartimento di Stato americano, Heather Nauert – sostituirà la propria rappresentanza attuale con una «missione di osservatori».

A spingere Washington alla clamorosa mossa vi sono due importanti motivi. Il primo motivo che ha spinto la più grande potenza al mondo fuori dall’agenzia delle Nazioni Unite è dovuta al recente Congresso di Cracovia dell’organizzazione. Inoltre la risoluzione dello scorso luglio ha negato la sovranità di Israele sulla città di Gerusalemme vecchia e Gerusalemme est. A Cracovia l’Unesco aveva dichiarato che Israele è una «potenza occupante». In precedenza era stato negato il legame culturale tra Israele e il Muro del Pianto. Sempre a Cracovia era stato riconosciuto quale «patrimonio dell’umanità» il sito della tomba dei Patriarchi a Hebron, definito tuttavia «sito palestinese».

E’ dal 2011, quando la Palestina divenne membro dell’organizzazione dell’Onu, che gli Stati Uniti hanno smesso di finanziarla pur mantenendo un ufficio nel quartier generale di Parigi. Intanto a Parigi si sta votando in questi giorni per eleggere il nuovo direttore generale. Per ora sono rimasti in lizza due soli candidati che sono pari a livello di preferenze: l’ex ministro della cultura francese Audrey Azoulay e il suo omologo del Qatar Hamad Bin Abdulaziz Al-Kawari su cui Israele ha già espresso le proprie preoccupazioni.

SFIDA PER LA PRESIDENZA  – E’ nella “Questione Qatar” che si concentra il secondo motivo che ha portato alla clamorosa decisione di Washington. L’esito della votazione per la Presidenza potrebbe arrivare entro le prossime ventiquattrore. L’organizzazione fin dal 1945, la poltrona di leader dell’Unesco è stata occupata da europei, americani, un asiatico e un africano, e ora i Paesi arabi ritengono che sia arrivato il loro turno, tanto da schierare quattro pretendenti in lizza: oltre a Qatar ed Egitto, anche Libano e Iraq, che però alla fine ha ritirato la sua candidatura. L’Unesco è la prima organizzazione Onu ad aver ammesso la Palestina come Stato membro, nell’ottobre 2011, suscitando l’ira e lo stop dei finanziamenti da parte di Usa e Israele.

UNESCO IN CRISI FINANZIARIA? Il candidato qatarino Hamad al-Kawari, nel presentare la sua candidatura ha dichiarato che «Non vengo a mani vuote».

Come a sottintendere che Qatar è pronto a farsi carico del baratro di bilancio provocato dallo stop ai contributi di Stati Uniti e Giappone. Da soli gli Usa rappresentavano il 20% del bilancio dell’Unesco. Senza contare la ritorsione del Giappone, il secondo finanziatore più importante, che ha rifiutato di pagare la sua quota 2016 in seguito all’iscrizione, nel 2015, nel registro della memoria mondiale, del Massacro di Nankin, perpetrato dall’esercito imperiale giapponese nel 1937. Qatar che sta lottando per affermarsi come Potenza Regionale con azione globale, proprio nel mentre è stato accusato da Arabia saudita e alleati del Golfo di sostenere il terrorismo jihadista. Più che per la galassia jihadista si sottolinea che le Monarchie del Golfo non ne hanno apprezzato il dialogo con l’Iran sciita e soprattutto il forte legame con la Turchia.

Gli Stati Uniti d’America stanno, nel bene o nel male del vostro giudizio, riportando al centro del dibattito il peso del loro ruolo di Paese leader del mondo. E per farlo, dopo la NATO, ricordano al mondo che a sostenere organizzazioni e progetti ci sono i loro dollari e apparati. Un messaggio chiaro da chi non possiede più la pazienza di caricarsi sulle spalle le scelte dell’intero blocco occidentale.

Putin e l’alleanza con il Cristianesimo

La recente campagna di Siria promossa da Mosca ha molteplici risvolti. Questi partono dalla tutela di specifici interessi economici e strategici e giungono fino alla percezione che la Russia intende dare di sé nel mondo. In questo contesto ha assunto un’importanza strategica la difesa del porto di Tartus che rappresenta la base degli affari e dell’influenza russa nel Mar Mediterraneo e a cui si è nel recente passato legata la crisi in Crimea e nel Mar Nero.

Da quando Putin è stato eletto presidente, nel 2000, Mosca ha sempre perseguito una politica estera volta a recuperare l’influenza che l’URSS esercitava un tempo in Medio Oriente. Ridotta a un cumulo di macerie al crollo del Muro di Berlino, da inizio millennio, la Russia ha intrapreso il lungo viaggio per tornare ad essere il “ Grande Orso”. Si ricorderà la poca consistenza del “ no “ russo, presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, all’avvio della “Campagna Irachena” promossa da Bush e Blair nel 2003.

Grazie all’alleggerimento del peso degli Stati Uniti nell’area mediorientale ed i più recenti sconvolgimenti delle “Primavere Arabe” si sono creati nuovi spazi di manovra che il Cremlino sta cercando di sfruttare, in particolare nella crisi siriana. A cui recentemente ha dato manforte l’accordo sul “ Nucleare Iraniano” che ha posto Tel Aviv e Mosca in una nuova dimensione strategica.

IL PROBLEMA DI PERCEZIONE DI MOSCA – La Russia degli ultimi vent’anni ha avuto una forte difficoltà nel giustificare ideologicamente le proprie scelte di politica estera. L’influenza dei Think Tank e media russi, quali Russia Today o Euractiv, non sono ad oggi minimamente paragonabili ai grandi network occidentali. In sostanza Mosca, crollato il mito dell’internazionale comunista, ha registrato un vuoto d’ideologia e di giustificazione alle proprie scelte. Ciò ha significato non disporre di un soft power.

Negli anni gli Statunitensi hanno detto “esportiamo la democrazia” e Mosca ha ribattuto con “difendiamo la nostra sfera d’influenza”. Due categorie che anche solo a livello mediatico sono poco competitive. Fin tanto che Putin non ha posto nella sua dimensione politica l’elemento religioso.

Se la Russia è diventata una grande potenza non è per uno zar, per una guerra o per un partito politico: il merito, semmai, è del cristianesimo.

Queste sono state le parole pronunciate dal capo del Cremlino, Vladimir Putin, quando nel 2013 volò a Kiev per i 1.025 anni dalla conversione del popolo russo.

IL RITORNO DELLA CHIESA ORTODOSSA –  Con il crollo dell’Urss sono venute meno le limitazioni per il Patriarcato di Mosca e la professione dell’ateismo di Stato. La Russia, al suo interno, si percepisce ancora come un impero e nei tratti qualificanti del suo essere impero vi è l’idea che essa “non viva per se stessa”, ma per svolgere una funzione storica di carattere universale, una caratteristica costante della sua storia. Per l’impero ortodosso questa ‘missione’ era affermarsi come Terza Roma, mentre per l’Urss di imporsi come ‘patria del comunismo internazionale’. Nella Russia post-sovietica a fatica si è giunti a trovare una motivazione tale da proiettarla coerentemente a livello internazionale.

A fornirgli l’assist per una ritrovata unità sono state le recenti crisi internazionali che l’hanno toccata da vicino. Da un lato ha ritrovato nel suo ” internazionalismo post comunista “ uno dei fattori aggreganti e di lealtà per le Regioni del Donbass e della Novorossia attualmente coinvolte nella guerra a bassa intensità scoppiata dopo la “Rivolta di Piazza Maidan”. Dall’altro lato il ritorno agli antichi precetti di “difesa del Cristianesimo” per l’affermazione di sé stessa come Terza Roma sono stati essenziali per possedere la leadership internazionale nel fondamentale contesto Siriano.

L’obiettivo comune e conclamato del Cremlino e della Chiesa ortodossa appare, quello di rimodellare la percezione internazionale della Russia, mostrare Putin come leader globale e proiettare nuovamente Mosca a valida alternativa a Washington in un momento, in cui l’Occidente è in una fase decadente o in cui l’elemento storico europeo sta scomparendo.

L’ALLEANZA CON IL VATICANO – Se il Patriarca Kirill, a maggio 2013, lanciò un appello globale volto a fermare un conflitto che – si leggeva nel relativo comunicato – sta portando alla “distruzione delle chiese, al rapimento dei sacerdoti, all’espulsione violenta dei cristiani dalle loro case, persino alla loro uccisione”. Nella pratica è stato Papa Francesco a dar risalto e supplicare l’occidente affinché si evitasse un possibile intervento militare contro Damasco. In quel modo, il vescovo di Roma riconobbe che la Russia era tornata a essere un attore globale non emarginabile nella ricerca di soluzioni per sanare i conflitti e risolvere le crisi regionali.

Crisi regionali che nel Medio Oriente pongono in grande difficoltà i Cristiani. Innanzitutto, sia nelle barbarie dei ribelli legati all’Islamic State che nell’Iraq post-Saddam, si è assistiti a una forte persecuzione dei Cristiani. In secondo luogo, l’allora possibile escalation avrebbe posto in pericolo i Cristiani libanesi, ove la Chiesa di Roma ha un fortissimo radicamento grazie ai Cristiano Maroniti e da cui solo attraverso il dialogo con l’Islam Sciita è riuscita a pacificare una terra martoriata per decenni.

Le iniziative della diplomazia vaticana sul conflitto siriano – a partire dalla giornata di digiuno e preghiera del 7 settembre 2013 – avevano trovato una convergenza oggettiva con la strategia diplomatica russa.

A distanza di tempo i fronti di collisione tra la Russia e molti Paesi dell’Occidente NATO si sono moltiplicati. E’ intorno alle crisi più incandescenti che si è instaurato un canale di dialogo collaborativo tra il capo del Cremlino e il successore di Pietro. In Russia molti ha fatto apprezzamenti per le frasi usate dal Papa sul conflitto in Ucraina e sulla «terza guerra mondiale a pezzi».

In questo quadro si è trovata una convergenza tra Roma e Mosca. Con Washington, che a seguito dei ritrovati rapporti con Cuba e della visita di Francesco, sa dove bussare per trovare un canale diplomatico efficace al centro. Centro che geograficamente dovrebbe essere l’Europa e la sua istituzione, ossia l’ “Unione Europea”, ma che nella pratica è rappresentata dal Vaticano.

D’altronde il ruolo di protezione dei Cristiani è ormai nelle mani di Mosca, così come quello della democrazia è in quelle di Washington. Con l’Europa che resta a mani vuote, senza identità e ruolo. Se non per la Roma d’oltretevere.

 

 

 

 

 

Israele – Un discorso a Washington per Tel Aviv

Ogni discorso di fronte al Congresso degli Stati Uniti d’America ha un suo peso specifico. Ciò a maggior ragione avviene se a pronunciarlo è il leader di un paese mediorientale. Se poi a parlare a Washington è il Premier Israeliano automaticamente l’attenzione mondiale si concentra su ogni singola frase. Il premier Benjamin Netanyahu ha da poco parlato al Congresso degli Stati Uniti d’America a poco meno di due settimane dalle elezioni politiche in Israele, le quali si terranno il prossimo 17 marzo. E se l’elezioni sono a così breve distanza quale occasione migliore per attirare i riflettori di stampa mondiale ed elettori? Inoltre, si ricordi sempre di come le comunità israelitiche statunitensi foraggino con cospicue donazioni le campagne elettorali in Israele.

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UN DISCORSO SULL’IRAN – A pochi giorni dal voto, secondo quanto mostrato dai sondaggi, la corsa elettorale è serratissima tra il suo Likud e l’Unione sionista, l’alleanza di centrosinistra formata dal partito Laburista di Isaac Herzog e da HaTnuah, il partito dell’ex ministro della Giustizia Tzipi Livni. Utilizzando una vetrina mondiale, Netanyahu ha attaccato subito la Repubblica Islamica d’Iran. La prima parte del discorso ha avuto come fulcro il seguente periodo «Il regime iraniano non è solo un problema ebraico, così come il regime nazista non era solo un problema ebraico». L’Iran «ha mostrato più volte che non ci si può fidare» di lui. Poco più avanti ha rincarato la dose dicendo: «I giorni in cui il popolo ebraico rimaneva passivo davanti ai suoi nemici genocidi sono finiti». L’accordo in discussione a Ginevra è «un cattivo accordo», che non solo permetterà all’Iran di avere armi nucleari, ma «lo garantirà – e saranno molte». La platea congressuale ha più volte applaudito, pur registrando la silenziosa e rumorosa assenza di più di cinquanta deputati democratici.


PARALLELISMI E DIFFERENZE TRA ORGANI ISRAELIANI – Personalmente mi preme ancora una volta ricordare come il discorso di Netanyahu sia stato pronunciato a stretto giro da una delle più difficili sfide elettorali che lo abbiano mai aspettato. Difficilmente infatti un leader nel mondo, laddove vi è una forma di Stato democratica, si è confermato per oltre sette anni e di questo Benjamin Netanyahu ne ha piena coscienza. Ad ogni modo il recente discorso a tutti gli analisti e addetti ha ricordato l’intervento tenuto dallo stesso nel 2012 presso l’Assemblea generale delle Nazioni Unite. In quell’occasione il premier israeliano mostrò un semplice disegno contenente un grafico all’interno di una bomba stilizzata per illustrare quanto l’Iran fosse vicino all’atomica. In tale occasione dichiarò che a Teheran – mancava meno di un anno – per ottenere la bomba atomica. Tale esternazione è stata riproposta da oppositori interni e critici della posizione israeliana poiché proprio in questi giorni è emerso un documento riservato del Mossad, risalente a poche settimane dopo il discorso all’Onu, in cui i servizi segreti israeliani concludevano che l’Iran non stesse attivamente cercando di produrre la bomba atomica. Il The Guardian, che ha rivelato il documento insieme ad Al Jazeera, ha commentato che «il rapporto sottolinea la distanza tra le dichiarazioni pubbliche e la retorica dei più importanti politici israeliani e le valutazioni dei militari e dei servizi segreti di Israele». Una rivelazione non da poco se si pensa alla stima che i Servizi Segreti civili Israeliani godono nel mondo, anche e soprattutto tra i nemici d’Israele.

L’IRRITAZIONE DI OBAMA – Il Presidente degli Stati Uniti d’America ha risposto con la seguente dura presa di posizione: «L’alternativa che offre il primo ministro è nessun accordo, nel qual caso l’Iran ricomincerà immediatamente a portare avanti il suo programma nucleare». La strada della sua amministrazione, insomma, è chiaramente quella di continuare con i negoziati e provare ad arrivare a un agreement che, se avrà successo, «sarà di gran lunga il modo migliore» per impedire che l’Iran ottenga la bomba. Una presa di posizione forte che mostra come Barack Obama conosca bene quale sia il ruolo degli USA nel mondo e quel che realmente gli interessa. Ma ciò, non significa che questa sia la miglior strada per Israele. Le diverse reazioni al discorso dimostrano un pensiero leggermente meno allarmistico.

Dura è stata la leader della minoranza democratica alla Camera Nancy Pelosi, la quale ha dichiarato che le parole di Netanyahu l’hanno portata «quasi alle lacrime», «rattristata dall’insulto all’intelligenza degli Stati Uniti e dalla condiscendenza verso quello che sappiamo sulla minaccia rappresentata dall’Iran». Insomma, tra Repubblicani, i quali hanno invitato il Premier Israeliano, e Democratici la visione di Israele e del ruolo degli Usa come principali partner differisce molto.

A mio parere, seppur il suddetto discorso si stato proiettato in una dimensione internazionale, il vero interesse del Premier Netanyahu mirava alla prossima sfida elettorale. D’altronde si sa quanto per e in Israele sia importante la sicurezza e il rapporto con i propri vicini. Anche l’apparentemente dura presa di posizione di Obama è sensata e corretta  nel momento in cui, quasi per uno scherzo della storia, gli sciiti iraniani e Hezbollah lottano contro uno stesso nemico sunnita ossia l’Islamic State, ma non dalla stessa parte. Israele che con efficacia militare combatte l’Isis guarda con timore maggiore gli sciiti. A Washington però l’Islamic State spaventa e molto; soprattutto nel cuore mondiale delle guerre ossia il Mar Mediterraneo. Ma, la potenza degli estremisti islamici dell’IS non è un errore di valutazione o un errore finanziario di Tel Aviv ma, semmai, di Washington e Bruxelles. Ma questa è un’altra storia.

Il post-Charlie: si fa presto a parlare di libertà di espressione…

Europa e Medio Oriente; incontro con Ilan PappèLunedì 16 febbraio a partire dalle 14 si è tenuto un evento di grande interesse culturale dal titolo “Europa e Medio Oriente oltre gli identitarismi: dialoghi con Ilan Pappé”. Un incontro organizzato e voluto da Assopace Palestina e che ha visto la partecipazione di autorevoli studiosi come Ruba Salih (antropologa italo-palestinese della School of Oriental and African Studies di Londra), Francesco Pompeo e Michela Fusaschi (antropologi dell’Osservatorio sul razzismo e la diversità dell’università di Roma Tre), Anna Bozzo (Professoressa di Storia dei Paesi Islamici dell’Università di Roma Tre), Bianca Maria Scarcia Amoretti (Professoressa emerita di Islamistica dell’Università “La Sapienza”), Luisa Morgantini (Presidentessa di Assopace Palestina ed ex vice presidente del Parlamento Europeo con l’incarico delle Politiche Europee per l’Africa e per i diritti umani), Moni Ovadia (attore e scrittore ebreo) e – ospite d’onore – Ilan Pappé, storico israeliano attualmente Professore nel Dipartimento di Storia dell’Università di Exeter. L’incontro si sarebbe dovuto tenere nel Centro di Studi Italo-Francesi dell’Università di Roma Tre.

Accade però un fatto. A pochi giorni dall’evento il luogo dell’incontro viene improvvisamente cambiato: non più al Centro di Studi Italo-Francesi ma al Centro Congressi Frentani. Un semplice disguido organizzativo tra gli organizzatori e l’università di Roma Tre? Non proprio. Perché il 14 febbraio (cioè due giorni prima dell’evento) Moni Ovadia pubblica un pezzo su Il Manifesto dal titolo “La censura preventiva blackout della democrazia”. L’attore, noto per le sue posizioni antisioniste, scrive nell’articolo:«Pare che il ret­tore abbia negato la sala, negato l’accoglienza dell’ateneo die­tro pre­sunte pres­sioni dell’ambasciata israe­liana e della comu­nità ebraica romana.» Possibile? Davvero nel 2015 a poche settimane dal grido unanime “Je suis Charlie” un ateneo universitario, luogo per sua natura che dovrebbe essere preposto al dibattito pubblico, neghi una sala per una tavola rotonda che vede la partecipazione di autorevoli studiosi, ritenuti scomodi dalla comunità ebraica? La conferma arriva direttamente dal Professor Pompeo che all’inizio dell’incontro chiarisce una volta per tutte la dinamica dei fatti. A pochi giorni dall’evento (giovedì 13) gli organizzatori ricevono una scarna mail dalla direzione del Centro di Studi Italo-Francesi in cui viene comunicato loro che a causa di non meglio precisate “irregolarità tecnico-procedurali” non è più possibile concedere la sala per il dibattito. Gli organizzatori dell’evento comprensibilmente cadono dal pero ma non si danno per vinti e riescono a trovare in pochi giorni l’alternativa. Certo l’accaduto è strano; quali potrebbero essere le “irregolarità tecnico-procedurali”, una volta che la sala Capizucchi del Centro di Studi Italo Francesi era stata concessa? E infatti, andando a scavare per canali ufficiosi, gli organizzatori scoprono che l’improvvisa negazione della sala risponde a precise pressioni, ribadite off the records da uno dei relatori al termine della tavola rotonda.

Le pressioni della comunità ebraica sembra siano dovute soprattutto alla presenza di Ilan Pappé. Ma chi è Ilan Pappé? Perché l’ambasciata israeliana dovrebbe temere la presenza di uno storico israeliano? Semplice, perché Ilan Pappé è sì israeliano, ma convintamente antisionista. Lo storico è autore, tra gli altri, anche di The Ethnic Cleansing of Palestine (La pulizia etnica della Palestina, 2008, Fazi), che aspre polemiche ha suscitato come d’altronde altre prese di posizione di Pappé, in passato anche protagonista del mondo della politica israeliana candidatosi con il Maki, il Partito Comunista Israeliano.

In ogni modo, che vi possano essere pressioni da parte di un’ambasciata o di una comunità, che piaccia o meno, rientra nella realtà della cose. La cosa grave è che un’istituzione universitaria che si trova nella capitale di uno stato che si definisce democratico venga incontro e si sottometta a queste pressioni. Eppure ospitare un evento non dovrebbe voler dire sposare in toto le opinioni e le tesi di un accademico di fama mondiale. Anzi, se davvero si fosse voluto dare un contributo alla comunità (scientifica e non) Roma Tre avrebbe potuto contrapporre uno storico con posizione differenti da quelle di Pappé. Tutto questo sarebbe avvenuto se davvero si aveva a cuore mettere in piedi un dibattito vivace ma civile, se realmente ciò che contava era il confronto di opinioni diverse. Purtroppo però tutto ciò che riguarda la questione Israelo-Palestinese nel nostro paese deve essere avvolto da un’incomprensibile coltre di fumo. Scrive ancora Moni Ovadia:«Nei grandi media, nelle tv, nei talk show la que­stione israelo-palestinese è off limits. Sull’argomento c’è una cen­sura com­pa­ra­bile solo a quella impo­sta dallo sta­li­ni­smo e durante l’epoca fasci­sta. La cen­sura è tanto più grave per­ché viene com­piuta per mano di un ate­neo, luogo del sapere e del dibattito. Quanto acca­duto è una cata­strofe per la demo­cra­zia ita­liana, sì, per noi, ma anche per coloro che impon­gono il silen­zio senza ren­dersi conto di cen­su­rare il pen­siero prima che que­sto venga espresso. Ad uscirne scon­fitta è la società, la demo­cra­zia, e non solo noi, orga­nizza­tori di un evento e depo­si­tari di un’opinione, non della verità asso­luta. E nel momento in cui si cal­pe­sta la libertà di un indi­vi­duo di espri­mere il pro­prio pen­siero, il prin­ci­pio vol­ter­riano, la demo­cra­zia muore.» Se una questione è tanto delicata, è meglio non parlarne: perché confutare nel merito le tesi di chi mantiene certe posizioni è troppo impegnativo.

LA LIBERTÀ DI ESPRESSIONE SMARRITA – Malgrado il cambio di destinazione improvviso, l’evento ha avuto una notevole affluenza di pubblico. E nonostante lo spiacevole episodio sia stato presente nella mente di tutti i presenti un po’ per tutta la durata del dibattito, l’incontro ha proposto molti spunti di riflessione. Non sono mancate tra l’altro domande spinose, a cui lo studioso israeliano non ha risparmiato di rispondere. Ma cosa dice di tanto pruriginoso questo storico? «Non mi interessano le rivendicazioni basate sulla nazionalità o sulla religione: bisogna garantire i diritti umani a tutti – non importa quale sia la religione – di poter vivere in pace e sicurezza in Palestina. Gli israeliani erano come degli ospiti invitati a casa di qualcuno; ma se gli ospiti rivendicano la paternità di quella stessa casa bisogna chiamarli con il loro nome: invasori. La cosa ironica è che ora le autorità israeliane trattano i palestinesi come fossero degli immigrati clandestini. Chiunque osi criticare le politiche sionistiche viene improvvisamente etichettato come antisemita. E ciò è inaccettabile; in primo luogo perché la stragrande maggioranza degli ebrei morti nella Shoah non era sionista; in secondo, perché il sionismo – non mi stancherò mai di dirlo – è forse il movimento più secolare che ci sia. Si spaccia come religioso, ma di religioso non ha niente. Il sionismo non afferma infatti l’esistenza di un Dio. Afferma che un Dio esiste in funzione del fatto che garantisca agli ebrei di vivere in Palestina. Cosa che è ben diversa dal credere in un Dio incondizionatamente. Personalmente ritengo che nel corso della storia i regimi arabi abbiano accumulato delle responsabilità nell’evolversi in negativo di questa situazione. Tuttavia, uno storico deve guardare innanzitutto ai fatti: e i fatti dicono che il movimento sionista è stato l’unico a cui è stato riconosciuto qualcosa nella spartizione del Medio Oriente che Francia e Gran Bretagna fecero tra il 1916 e il 1923, all’indomani della fine dell’Impero Ottomano. Tutte le minoranze religiose volevano ottenere uno stato per sé: i drusi, gli alawiti, i cristiani. L’unico però che ha ottenuto qualcosa è stato il movimento sionista: occorre ripeterlo ancora una volta, il movimento sionista, non quello ebraico.  Il fatto poi che i regimi arabi abbiano sbagliato qualcosa non deve far dimenticare che ai palestinesi è stata sottratta la loro casa. E se davvero bisogna far ricondurre tutto alla Shoah, allora sarebbe stato più sensato pretendere la spartizione della Germania piuttosto che quella dalla Palestina.»

Su queste dichiarazioni si può essere d’accordo o meno, si possono condividere o no. Ancora una volta, occorre però ricordare che sarebbe stato molto ma molto più interessante poter vedere uno storico di posizioni diverse – magari promosso dalla stessa università – cimentarsi in un confronto con Pappé. Ciò che davvero intristisce è vedere come un’università statale italiana di fatto cerchi di ostacolare la libertà di esprimersi di uno storico che ha la “colpa” di non essere allineato ai voleri della comunità ebraica. Un episodio che avviene a poco più di un mese di distanza dai fatti di Parigi, che tanta commozione e sgomento hanno provocato nell’opinione pubblica mondiale, che avevano regalato nuova linfa ad appassionati editoriali che esaltavano la libertà d’espressione come valore assoluto e che invocavano il principio “Disapprovo ciò che dici, ma difenderò sino alla morte il tuo diritto di dirlo” che la scrittrice britannica Evelyn Beatrice Hall (nota con lo pseudonimo di S. G. Tallentyre) in The Friends of Voltaire attribuiva al filosofo francese.

Di tutto questo sembra non esserci già più traccia. Eppure è difficile non essere d’accordo con lo stesso Ilan Pappé quando afferma che «Se persino il mondo accademico rifiuta il confronto e il dibattito aperto su questioni spinose come quella palestinese, come si può pensare che il mondo della stampa e i politici possano lasciare spazio ad opinioni differenti in un clima sociale e culturale sempre più asfissiante?» Chissà, forse sarà (anche) per episodi come questo che l’informazione italiana ha trattato come una notizia secondaria il riconoscimento come stato della Palestina da parte del parlamento britannico e di quello francese. Un gesto politico e simbolico importantissimo, che però per l’Italietta rinchiusa in sé stessa conta meno di un Patto del Nazareno o dell’ennesima inchiesta per corruzione che vede coinvolti imprenditori e politicanti di turno.

Inoltre, il quadro generale della libertà di espressione è molto più complesso di alcune frasi ad effetto ad uso e consumo di social network. In un anno l’Italia è crollata dalla già poco onorevole quarantanovesima posizione al settantatreesimo posto della classifica stilata ogni anno dalla ONG Reporter sans Frontières; secondo l’organizzazione nei primi 10 mesi del 2014 ben 129 cronisti sono stati citati illegittimamente per diffamazione – chiara forma di intimidazione – da politici o pezzi grossi della finanza. Si sono inoltre verificati 43 casi di aggressioni fisiche. Questa è la dura realtà del mondo dell’informazione italiana. Si è spesso abituati a commentare e a discutere degli editoriali dei vari Travaglio, Gramellini, Scalfari, Galli della Loggia e compagnia cantante. Ma troppe volte ci si dimentica dei giornalisti dei cosiddetti “quotidiani minori” che ogni giorno si sporcano le mani e che, talvolta, rischiano la pelle in mezzo a condizioni salariali sempre più delicate. Ci si dimentica di quelli finiti nel mirino della criminalità organizzata per le loro inchieste e che subiscono  costanti intimidazioni e aggressioni. Ci si dimentica degli eterni freelance pagati 3 euro al pezzo. Si rammenta poche volte che in Italia il mercato dell’informazione è pervaso da molteplici conflitti di interessi: non esiste solo quello macroscopico di Berlusconi, si dovrebbe guardare (solo per citare un esempio) ai nomi dei soci che fanno parte del CDA del più importante quotidiano italiano. Occorrerebbe rimarcare la pressoché totale assenza di editori puri all’interno del mercato informativo italiano. Senza trascurare il fatto che alla Camera è attualmente allo studio una legge sulla diffamazione che, con il pretesto di impedire che i giornalisti possano essere arrestati nell’esercizio delle loro funzioni (come stava per accadere al direttore de Il Giornale, Alessandro Sallusti, tre anni fa), introduce obblighi di rettifica quantomeno discutibili ed aumenta in maniera spropositata le sanzioni pecuniarie a danno dei professionisti dell’informazione. Altro che libertà di espressione, altro che “Je suis Charlie”! Un dibattito serio sul reale stato della libertà di espressione e di stampa nel nostro paese dovrebbe ripartire da questi punti. Ma si sa, nell’epoca del renzismo chiunque si permette di muovere critiche o appunti sui fatti di più stretta attualità è di per sé un “gufo”, un “disfattista”, un “portaiella” che vuole solo “remare contro”; con tanti saluti al caro principio della libertà di espressione, rivendicato da tutti, sancito dall’art. 21 della nostra costituzione ma realmente rispettato da pochissime persone nel nostro paese. Forse parlare di “svolta autoritaria” è eccessivo; ma definire la situazione attuale come “profonda involuzione democratica” appare un esercizio per nulla azzardato.

È infinitamente comodo e molto, molto facile solidarizzare in nome della libertà di espressione quando c’è il sangue di mezzo come nel caso di Charlie Hebdo. Ma quando ad essere esercitata è l’altra forma di intimidazione o censura, il cui unico merito è quello di non attentare alle vite umane (e quindi per questo non fa notizia)? Quando i censori non sono uomini incappucciati e armati, ma persone in giacca e cravatta che riconoscono il principio della libertà di espressione solo quando fa loro comodo? Quando si confondono volutamente i piani dell’antisemitismo – per la verità ancora molto presente nella nostra società – con quelli dell’antisionismo con il solo scopo di voler reprimere l’espressione di un pensiero? Come la si mette? Siam tutti Charlie, ma sempre lì e mai qui; siam tutti Charlie ma in fondo la libertà d’espressione ci piace così e così; e se a negarla è un’università statale in combutta con la comunità ebraica che importa? Chi ricorda che qualche ora dopo l’attentato a Charlie Hebdo il presidente di quella stessa comunità ebraica, Riccardo Pacifici, dichiarava:«Dobbiamo capire come coniugare la libertà di espressione, che in questo momento è stata brutalmente violata, i principi fondanti di libertà che sanciscono tutti gli stati democratici dell’Unione Europea e la lotta al terrorismo.» E le pressioni esercitate sui vertici di Roma Tre per non accogliere uno storico evidentemente sgradito a quale delle due esigenze rispondevano? Ai “principi fondanti di libertà” o alla “lotta al terrorismo”? Qualcosa non torna…

La forza di Ankara: tra economia, geopolitica e rapporti con Israele

Nel febbraio del 2012 il Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana decise di non firmare la candidatura del Comitato Olimpico Nazionale Italiano per Roma2020 presso il CIO. La scelta scatenò inevitabili polemiche e, scomparendo la Città Eterna, la candidatura più forte all’aggiudicazione dell’organizzazione dei Giochi Olimpici Estivi del 2020 sembra essere Istanbul. Questo non deve esser preso come un dato sportivo, l’aggiudicazione di un’Olimpiade non lo è mai. Un primo elemento alla base di queste decisioni è l’economia, il secondo l’importanza geopolitica di un paese. In ambedue i casi la Turchia è forse la stella del Mar Mediterraneo nel post Guerra Fredda. Per cinquant’anni paese strategico per l’occidente e la sua politica di contenimento sovietico, la Turchia è membro effettivo e di condivisione nucleare della NATO. Pedina cruciale dell’occidente nei rapporti con e verso il Medio Oriente, ha visto accrescere il suo ruolo di “paese chiave” nella gestione di conflitti e rivolte nel Mar Mediterraneo e nel Vicino Oriente. Nel secondo decennio del terzo millennio le “Primavere Arabe” hanno accresciuto il potere e l’influenza di Ankara.

MOTORE ECONOMICO – A Roma, nei Rioni, vi è un detto che recita così “Per far la guerra ci vogliono i soldi”. Nella geopolitica e politica internazionale nulla è più vero di questo. Infatti, a trainare la Repubblica di Turchia agli attuali standard d’influenza vi è il motore economico. Appartenente al G20 (i venti paesi più sviluppati del globo), il paese ha visto nell’ultimo decennio una crescita del Prodotto Interno Lordo pari al 3% annuo con un calo nel 2012, dovuto alla forte crisi mondiale. Il paese è passato da un economia agricola a potenza industriale. Ciò è dovuto alle politiche iniziate dall’allora Ministro dell’Economia Kemal Dervis, che dopo la crisi del 2001, impostò riforme economiche che hanno visto nel quadriennio successivo aumentare il reddito nazionale del 7,4%. Oltre alle politiche interne bisogna ricordare il ruolo strategico negli investimenti e la partnership politica con gli Stati Uniti d’America e la Germania. Inoltre, la Turchia si avvale di un’unione doganale con l’UE, firmata nel 1995, che ha aumentato la sua produzione industriale e attirato numerosi investimenti europei, che rappresentano il 56% dell’esportazioni. A tenere a freno le esaltanti statistiche di crescita economica vi è la disoccupazione che, cresciuta nel 2008 fino al 10,8%, costrinse Ankara a richiedere un prestito al Fondo Monetario Internazionale.

INFLUENZA GEOPOLITICA – L’influenza geopolitica di Ankara è indiscutibile. Le radici di tale importanza risiedono nell’alleanza con gli Stati Uniti d’America, nel controllo fondamentale esercitato sul Bosforo e nell’influenza esercitata sul Vicino Oriente e sul Caucaso. Quest’ultima regione è al centro dell’attenzione internazionale dopo la “Guerra in Ossezia del Sud” scatenata dalla Georgia nel 2008 e al centro, come descritto in un articolo precedente, dei nuovi collegamenti di gas e petrolio dalla Russia all’Europa unita. A tre anni di distanza da quelle che in molti consideravano “Primavere Arabe”, fallite in ogni dove, la Turchia gioca ancora prepotentemente il ruolo di potenza ed alleato affidabile (oltre che portatrice di un islam moderato) per l’occidente. Eppure, qualcosa sta cambiando. Il rapporto con la Siria in guerra civile dal 2011 e la questione Curda, mai definitivamente affrontata ,sono punti ancora troppo foschi per esser decifrati come punto a favore o meno di Ankara.

RAPPORTI CON ISRAELE – E’ il 31 maggio 2010 quando le Forze navali Israeliane intercettano nelle acque internazionali del Mar Mediterraneo la Freedom Flotilla pro Palestina, la quale trasportava merci ed aiuti umanitari, cercando di violare il Blocco di Gaza. Dall’assalto militare in risposta alla possibile violazione del Blocco di Gaza scaturì la morte di nove attivisti, il ferimento di altri sessanta e di dieci militari israeliani. Questo avvenimento racchiuso in poche righe può e deve essere considerato il “punto di non ritorno” delle relazioni diplomatiche tra Israele e Turchia. Se non si conosce la storia non ci si può realmente render conto di ciò che ha significato l’assalto del 31 Maggio 2010. Difatti, la Turchia è stato il primo paese islamico a riconoscere nel 1949 lo Stato d’Israele e l’unico a rimanergli alleato dopo la Rivoluzione islamica d’Iran (la più grande rivoluzione del XX secolo per lo storico De Felice) e la Guerra in Libano del 1982. Ad oggi la scelta di Erdogan è dovuta più a considerazioni di realpolitik che al nuovo fervore islamizzante nella classe dirigente turca. Da parte sua Israele negli ultimi tempi sta cercando di riallacciare i rapporti base con Ankara per non perdere l’ultimo ed importante tassello della “strategia periferica” israeliana, ideata da David Ben Gurion.

In conclusione, finita la breve analisi sui tre punti base della forza di Ankara sul Mediterraneo e nello scacchiere mondiale, resta da chiedersi quanto la cultura avrà ancora la forza di bloccare l’entrata nell’UE della Turchia potenza economica, quali saranno i rapporti con Israele e se quest’ultimo riuscirà a ripercorrere le tracce dei successi diplomatici apparentemente ora troppo lontani dalla sua recente storia. Infine, fin quando la laica e moderata Turchia salvaguarderà gli interessi occidentali e degli Stati Uniti d’America nel mondo islamico, facendogli da apripista in molti conflitti?

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

La guerra tra USA ed IRAN si combatte nel cyberspazio

Nella storia dell’umanità di pari passo alle guerre è progressivamente avanzata la tecnologia. Con i secoli si sono venuti a modificare sia gli armamenti che i modi di combattere battaglie. Con il XX secolo e la divisione del mondo in grandi blocchi, le superpotenze hanno intensificato le cosiddette “guerre sottotraccia”. Per avere un quadro completo della nuova frontiera della “guerra sottotraccia” c’è bisogno di analizzare il quadro macro e geopolitico che riguarda il Vicino Oriente e l’Asia, in particolar modo il caso Iran.

Con una scelta molto discussa dalle diplomazie ed al tempo stesso ignorata dai media, nel 1998 il Consiglio delle Nazioni Unite, decise di concedere la possibilità di avere armi nucleari al Pakistan, legittimando di fatto l’arsenale indiano. Grande vicino e paese dall’importanza strategica nello scacchiere mondiale è l’Iran, che sebbene da anni è al lavoro nella realizzazione di un progetto per l’arricchimento dell’uranio per fini ufficialmente dichiarati civili, provoca un forte scetticismo al riguardo tra le potenze occidentali. Nel tempo le rassicurazioni poste da Teheran sul proprio programma nucleare non hanno convinto l’opinione pubblica internazionale ed in particolar modo destano particolari attenzioni da parte del blocco atlantico.

Le preoccupazioni maggiori riguardano lo Stato d’Israele. Le ragioni della preoccupazione israeliana sono facilmente comprensibili, date le continue minacce del Presidente della Repubblica Iraniana Mahmud Ahmadinejad di voler letteralmente “cancellare Israele dalle cartine geografiche”. Inoltre, da decenni il paese iraniano rilascia grandi elargizioni di fondi ed armamenti a favore delle organizzazioni che si battono per la causa palestinese.

Ora, sebbene il Premier israeliano Benjamin Netanyahu da lungo tempo si dica pronto ad attaccare militarmente l’Iran, la vera battaglia da anni la stanno giocando gli Stati Uniti d’America, i quali con l’amministrazione Obama negli ultimi mesi hanno scongiurato un intervento militare da parte di Tel Aviv. Tel Aviv che da quanto dichiarato da fonti dello Tzahal sarebbe secondo i piani capace di concludere l’attacco militare a Teheran nel tempo massimo di una settimana. Eppure, la vera battaglia, il nuovo modo di condurre una guerra sottotraccia è quello informatico. Da Washington a Teheran negli ultimi mesi tutto si gioca nel cyberspazio. Sembra fantascienza, un film che dovrebbe esser raccontato dal critico Lorenzo Peri il venerdì sulla rubrica del cinema, eppure è la realtà.

Negli ultimi mesi, dopo anni di arretratezza tecnologica, Teheran ed i suoi hacker avrebbero, secondo fonti del Pentagono, concluso con successo molti attacchi informatici. Il Wall Street Journal di recente ha affermato che sarebbero stati registrati attacchi informatici ad obiettivi sensibili delle major petrolifere e del settore energetico nel Golfo Persico. Anche banche d’affari statunitensi, come Bank of America Corp JPMorgan Chase & Co e Citigroup, avrebbero subito attacchi ai propri sistemi informatici. Il segretario della Difesa ancora in carica, Leon Panetta, ha riferito che gli Usa sono di fronte alla possibilità di subire una ‘cyber-Pearl Harbor’ poichè i sistemi informatici di network finanziari, o di impianti di produzione dell’energia, o di gestione dei trasposti sono sempre più vulnerabili a possibili attacchi simultanei da parte di hacker stranieri o di “una nazione ostile”. Secondo analisti militari gli attacchi avrebbero al loro interno una sorta di “firma” che rivendicherebbe la provenienza degli attacchi nel cyberspazio.

Gli Stati Uniti d’America, da oltre settanta anni leader della tecnologia militare, anche nello cyberspazio assumono la funzione di leader. Infatti, l’amministrazione di George W. Bush, successivamente gli attacchi dell’undici settembre, avviò uno specifico programma di attacco e difesa militare chiamato “Olympic Games”. Questo fu intensificato e rilanciato dall’amministrazione di Barack Obama con un finanziamento annuo pari a 3 miliardi di dollari. Il programma “Olympic Games” sarebbe capace di ‘infiltrarsi’ nei computer che gestiscono i principali impianti iraniani per l’arricchimento dell’uranio attraverso un virus denominato Stuxnet. Da fonti anonime della NATO, alcuni analisti militari avrebbero evidenziato come questo virus si sarebbe reso capace di ritardare di due anni il programma di arricchimento dell’uranio iraniano. Recentemente il Ministro per i Servizi segreti iraniano Heidar Moslehi ha affermato che l’Iran viene bersagliato ”ogni giorno” da attacchi informatici alle proprie infrastrutture, ma che il paese è capace di assicurarsi valide difese.

Analizzando i dati e le dichiarazioni finora raccolte in questa breve trattazione sulla cyber guerra iraniano-statunitense, confido nel fatto che questa realtà assomigli solamente ad un film di fantascienza, perchè sottotraccia qualcuno vorrebbe una guerra simile a quella di “Apocalypse Now”, il cui esito è tutt’altro che scontato. Ma, questa semmai sarà un’altra guerra.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

Perchè (quest’anno più che mai) le elezioni presidenziali americane ci riguardano da vicino

Con l’uscita di scena, nel maggio scorso, di Rick Santorum (il candidato conservatore omofobo e anti-abortista che dichiarava di voler porre fine alla separazione tra Stato e Chiesa in America), la corsa alle elezioni presidenziali 2012 sembrava destinata a rappresentare un modello paradigmatico dell’efficienza e della tenuta democratica del sistema americano, la cui virtù, come notava Toqueville, non si misura tanto dalla qualità del vincitore ma da quella dello sconfitto. A contendersi la Casa Bianca si profilavano da un lato il Presidente uscente e Premio Nobel, Barack Obama, dall’altro Mitt Romney, facoltoso venture-capitalist della costa orientale, con un dottorato ad Harvard in tasca ed un passato da (apprezzato) governatore del Massachusetts. Due candidati di estrema competenza, dunque, in grado di rappresentare la voglia diffusa in larghe fasce della popolazione di trascinare gli Stati Uniti fuori da un biennio di recessione e riportarli a competere con i grandi colossi emergenti a livello mondiale. E soprattutto, due moderati, come piace ripetere, quasi fosse un mantra, ai media locali.

Ora che la corsa entra nel vivo, tuttavia, lo scenario sembra modificarsi. Se da un lato Obama sembra puntare tutta la sua strategia elettorale sulla continuità con il precedente mandato e sulle tematiche di impatto sociale (famiglia, pari opportunità, occupazione ecc.), il governatore Romney sembra svestire i panni da moderato miliardario del nord est e vestire quelli, mai andati fuori moda nel suo partito, del vecchio sergente Hartman. Tutto è cominciato una decina di giorni fa, all’incontro con i cadetti del Virginia Military Institute, quando il governatore ha dichiarato: “E’ responsabilità del nostro presidente quella di usare il grande potere dell’America per fare la Storia– non per restare un passo indietro, lasciando il nostro destino in balia degli eventi”, e per poi concludere con una frecciata al rivale: “Non è ciò che avviene oggi in Medio Oriente con Obama”. E’ in questo modo che la politica estera è entrata in scena in una campagna elettorale quasi interamente focalizzata sull’economia e sul lavoro (data la disoccupazione al 7,8%), ma ci è entrata col botto.

Perché non ci vuole molto affinché discorsi sul “grande potere dell’America”, sul “fare la Storia” e soprattutto sul Medio Oriente ci rievochino gli otto anni di Guerra in Iraq e soprattutto gli oltre dieci e mai terminati di Guerra in Afghanistan, con un bollettino complessivo (purtroppo non ancora concluso) di circa 1 milione e quattrocento mila morti. Specie se nelle file repubblicane ricomincia a serpeggiare un certo machismo vecchio stile, con Romney Jr. (figlio maggiore di Mitt) che dichiara in radio di aver desiderato di “prendere a pugni” il Presidente al termine dell’ultimo dibattito televisivo. Specie se il programma elettorale repubblicano prevede un aumento delle risorse destinate alle forze armate, incentivi per l’industria pesante e ulteriori facilitazioni per il possesso personale di armi.

Si è ripetutamente accusato il Presidente Obama per tutte le cose che non sono state fatte. Tuttavia alcune di quelle che alcuni possono considerare mancanze stanno alla base dell’attuale equilibrio mondiale. Mi riferisco in particolare all’aver ripetutamente e fermamente resistito alle richieste israeliane di intraprendere un conflitto in Iran, conflitto che verrebbe a coinvolgere potenze guidate da ambo i lati da governi sempre più inclini all’estremismo politico, e soprattutto, ciò che è più allarmante, in possesso di arsenali nucleari. Dopo essere riuscito con fatica a rimediare ai danni incalcolabili dell’amministrazione Bush, ponendo fine lo scorso inverno alla sciagurata campagna militare in Iraq e avviando un piano di rientro dall’Afghanistan entro il prossimo anno, il Presidente Obama si trova di nuovo a frapporsi ad un candidato dal grilletto facile. La partita è cominciata. Ma stavolta la sensazione è che in ballo ci sia ancora di più di quanto non ci fosse 4 anni fa. Perché con Israele che dichiara di poter iniziare a bombardare il regime di Ahmadinejad “nel giro di settimane”, e con Russia e Arabia Saudita che manifestano una più o meno velata solidarietà verso il dittatore musulmano, il rischio di un conflitto nucleare di portata mondiale è un’eventualità concreta. Ed è anche per questo che quest’anno più che mai le elezioni presidenziali americane non riguardano i soli cittadini statunitensi, ma tutti quanti. Perché a quanto pare ancora non abbiamo trovato un pianeta abitabile su cui scappare.

Marcello Ienca – AltriPoli da NY