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LA CONTA DELL’IMMIGRAZIONE E LE IMPLICAZIONI TRA GLI STATI UE. Italia vs Francia?

Non tutto ciò che può essere contato conta e non tutto ciò che conta può essere contato, con queste parole Einstein ci pone davanti ad un quesito apicale. I numeri sono sempre dirimenti nel nostro processo decisionale? Oppure sono solo un palliativo che ci distoglie da una gestione strategica e più a lungo termine che implica il fattore rischio?

Il crescente flusso migratorio che sta attraversando il continente europeo negli ultimi anni non può esimerci queste riflessioni profonde. I risultati delle elezioni politiche in molti paesi europei come Ungheria, Italia, Svizzera ci segnalano che i numeri dell’immigrazione contano davvero a scapito della gestione strategica, dell’investimento sostenuto da una visione. Ma anche qui sentiamo parlare molto ma vediamo fare poco in termini pratici, tutto permane fluttuante di fronte ad un fenomenoche necessita un costante adattamento gestionale. La teoria della scelta pubblica di Buchanan e Tullock mi supporta affermando che i politici ottengono molto più con la visibilità in televisione che non con le decisioni prese nelle commissioni o in parlamento.

Si crea dunque uno stato di confusione totale dove il corpus politico prende il sopravvento direzionando azioni statali non ancora supportate da una base legislativa solida, uscendo de facto dal perimetro di legittimità (si vedano i respingimenti dell’Ungheria in paesi terzi non sicuri, il blocco delle partenze derivato dall’accordo tra Italia e Libia).

Posto dunque che l’andamento generale europeo è quello di gestire i flussi migratori facendo la conta della figlia del dottore, ancora a monte dobbiamo districarci dentro una ragnatela (mi sembra anche calyante la non voluta metafora) chiamata Europa. In questa gestione chi conta chi? Chi conta cosa? Ma soprattutto chi fa cosa, come e dove?

E’ noto che l’immigrazione -in quanto legata al tema della difesa, identitaria come delle frontiere- è una competenza esclusiva degli Stati membri che viene tuttavia fatta rientrare in un sottile perimetro comunitario attraverso regolamenti e limiti comunitari, tra i più noti i Regolamento di Dublino, il trattato del TFUE, la direttiva procedure e qualifiche, oltre che altri strumenti.

In questo groviglio complesso diventa ancor più complicato coniugare i propri interessi con quelli europei, ma soprattutto individuare le singole competenze. Ciò è essenziale se si considera che la gestione dei flussi di un paese –o di un blocco di paesi- influisce incredibilmente con la gestione di quelli limitrofi fino ad inficiarne la regolamentazione strategica oltre che l’umore politico. Va da sé dunque che la difficoltà di individuazione delle competenze rende difficile anche l’individuazione di un colpevole e la confusione, si sa, è il concime prediletto di rabbia e litigi.

Quanto può influire dunque il fattore immigrazione in termini di relazioni bilaterali tra i singoli stati membri? In un contesto dove l’adolescente Unione europea sta cercando di trovare la sua strada e come ogni adolescente lo fa con piagnistei, capricci, perdendosi i pezzi, la questione delle relazioni “familiari” è la chiave di volta per permetterle di crescere e diventare adulta senza implodere. Se dunque l’immigrazione diventa la causa dirompente delle frizioni tra gli stati membri è chiaro che la riflessione che l’Unione europea deve fare non sarà più solo identitaria ma ancor prima sull’operatività della sua struttura.

Due eventi del mese scorso, che hanno coinvolto Italia e Francia, possono farci comprendere come il gestire un fenomeno -di per sé transnazionale- secondo logiche nazionali e poco comunitarie possa mettere in discussione le ben più complesse relazioni diplomatiche ed estere tra i singoli stati, minando la nostra pace europea.

I FATTI DELLA BARDONECCHIA 

Cosa è successo

La Bardonecchia, si trova al confine tra Italia e Francia, e dal 2015 si registrano insediamenti informali di migranti che hanno l’obiettivo di oltrepassare le Alpi per arrivare in Francia. Facendo ciò violano il tanto dibattuto principio di “primo paese di approdo” sancito dal Regolamento di Dublino, ovvero quello che predispone che sia il paese di primo arrivo quello che deve prendere in carico la procedura dei singoli richiedenti asilo.

Considerando che la gran parte dei migranti viene in Italia via mare, a seguito della chiusura della rotta balcanica nel marzo del 2016, senza avere nessuna intenzione di rimanerci va da sé che l’atteggiamento delle forze dell’ordine italiane sia quello di chiudere un occhio e viceversa quello degli omologhi francesi sia quello di fare controlli a tappeto.

Venerdì 30 marzo, intorno alle 19, i douaniers francesi sono però andati un po’ oltre le proprie competenze facendo irruzione nella stazione della Bardonecchia dove, dall’inizio dell’inverno i volontari della Ong torinese Rainbow4Africa hanno predisposto un ambulatorio di soccorso per i migranti che decidono di oltrepassare le Alpi. In questo contesto operano operatori sanitari, mediatori e operatori legali dell’Asgi (Associazione per gli studi giuridici per l’immigrazione).

 

Durante i controlli, che la polizia francese fa regolarmente nella tratta ferroviaria Milano Parigi, hanno prelevato un ragazzo nigeriano appena arrivato in stazione dalla Francia. Si trattava di un ragazzo con regolare permesso di soggiorno in Italia, che viaggiava con biglietto, ma che secondo le autorità francesi era sospettato di avere in corpo sostanze stupefacenti (non meglio definito se per uso personale o per secondo quanto dichiarato, è stato portato nella sala per sospetto uso di stupefacenti.

Per questa ragione con le armi puntate sono entrati nella sala di Rainbow for Africa e hanno costretto il ragazzo ad andare in bagno per svolgere i relativi test, gettando per terra i suoi oggetti personali. Nonostante il personale di Rainbow for Africa abbia sollecitato l’illegittimità dell’irruzione la polizia ha proceduto con test, mentre nel frattempo sono state chiamate le forze dell’ordine locali.

LE REAZIONE DELLA FARNESINA E IL BATTIBECCO DIPLOMATICO

La questione è meno semplice e molto più delicata di quel che può apparire.

Innanzitutto l’irruzione armata senza preavviso in un presidio sanitario, per eccellenza luogo neutro, per giunta di un altro paese è certamente inaccettabile. Soprattutto se si aggiunge che non si trattava di una situazione di grave pericolo per la sicurezza pubblica di nessuno dei due stati.

Vanno fatte tuttavia delle opportune considerazioni legali del caso.

Secondo gli accordi di Chambery, firmato nel 1997, è possibile svolgere il presidio delle frontiere, (a scapito degli accordi di Shengen), per accertarsi della regolarità dei migranti provenienti dai rispettivi paesi.Inoltre esiste anche un accordo firmato nel 1990 dai due paesi che regola i controlli transfrontalieri e che mette a disposizione della polizia doganale francese, lo spazio in questione.

È proprio su questi punti che si sono sviluppate le interlocuzioni diplomatiche tra i due paesi. Gérald Darmanin, ministro francese dei Conti pubblici, a cui fa capo la Polizia di dogana, infatti ha fatto riferimento proprio al suddetto trattato a cui hanno fatto fede le autorità francesi.

La Farnesina però è stata ben più severa e in un pubblico comunicato ha dichiarato l’evento «del tutto al di fuori della cornice della collaborazione tra Stati frontalieri». Alla mancata risposta di spiegazione da parte delle autorità francesi la Farnesina ha convocato l’Ambasciatore francese in Italia, Christian  Masset per un colloquio durante il quale sono state mostrate le comunicazioni di FS alle autorità francesi, da cui emerge chiaramente come queste fossero a conoscenza dell’impossibilità di occupare lo spazio in oggetto per la presenza della Ong.

La Farnesina conclude affermando che “quanto avvenuto mette oggettivamente in discussione, con conseguenti e immediati effetti operativi, il concreto funzionamento della sinora eccellente collaborazione frontaliera”.

Proprio qualche giorno fa, in seguito ad ulteriori accertamenti legislativi  il procuratore capo di Torino, Armando Spataro, intervenuto in una conferenza stampa annunciando di avere emesso un “ordine di investigazione europeo” per gli agenti in questione (spariti dopo il misfatto).

È stato inoltre chiesto alle autorità transalpine di identificare gli agenti e di interrogarli, alla loro presenza e con un avvocato difensore, per i reati di concorso in violazione di domicilio e perquisizione illegale.

 

LA DENUNCIA DEI RESPINGIMENTI SULLA GESTIONE DEI MINORI STRANIERI NON ACCOMPAGNATI, LA LETTERA ALLA COMMISSIONE EUROPEA

Con tutte le accortezze del caso, che non minerà in modo inequivocabile le relazioni diplomatiche, risulta essenziale comprendere il potere dirompente che ruota intorno al fenomeno migratorio, in termini di diplomazia e di politica estera. L’immigrazione non è quindi un mero fenomeno “sociale”.

Il fatto di Bardonecchia poi è un pretesto che da sfogo a mesi di tensioni provocate dal gioco dello specchio riflesso di competenze in materia di accoglienza di migranti. Ad aggiungere suspance il 9 aprile è stato l’invio di una lettera da parte di denuncia e condanna nei confronti dei respingimenti di minori stranieri non accompagnati in Italia, effettuati dalle autorità francesi alla frontiera di Ventimiglia. I firmatari della lettera sono ASGI (Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione), INTERSOS, Terres des Hommes Italia, Oxfam Italia, Caritas Diocesana di Ventimiglia – Sanremo e Diaconia Valdese.

La Francia disattende dunque il diritto internazionale che sui MSNA non applica la clausola di primo approdo. Ma sembra andare ancora oltre con le osservazioni del Tribunale di Nizza delle “pratiche di identificazione come maggiorenni di persone che si dichiarano minorenni e che erano state precedentemente identificate come minorenni in Italia”.

Anche l’Italia non viene risparmiata dalle condanne ma la domanda rimane: come si evolveranno le relazioni tra i due paesi?  questi eventi inficeranno altre questioni di politica estera?

Forse abbiamo sbagliato qualcosa. 6-3 può fare 6.

Country Report per l’Italia 2018

Il giorno 13 aprile 2018, a partire dalle ore 9.20, presso l’aula “Raffaele d’Ambrosio” del Centro Europe Direct Napoli Benevento Avellino, ospitato dal Centro “Raffaele d’Ambrosio” (L.U.P.T.) dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, si terrà l’evento Country Report per l’Italia 2018: focus su investimenti, innovazione e contesto imprenditoriale co-organizzato con la Commissione europea.

Il convegno sarà un momento divulgativo dedicato al Country Report 2018, l’importante documento strategico sull’economia italiana pubblicato dalla Commissione europea il 7 Marzo scorso. L’analisi del Country Report 2018 sarà alla base delle Raccomandazioni Specifiche per Paese rivolte all’Italia dal Consiglio dell’Unione Europea nel mese di luglio.

La presentazione del Country Report 2018 da parte della Commissione europea sarà arricchita da interventi e discussione da parte di attori istituzionali di rilievo locale e nazionale lungo i seguenti assi tematici: investimenti, innovazione e contesto imprenditoriale. Nel dettaglio, l’evento, moderato da Claudia Curci (Consigliere Direttivo del Think Tank Trinità dei Monti) sarà aperto da Guglielmo Trupiano (Direttore del Centro europeo e della sua struttura ospitante) e proseguirà con la presentazione del Country Report da parte della Commissione europea, rappresentata da Aliénor Margerit (Capo dell’Unità Italia, Malta, Polonia), Dimitri Lorenzani (Team Leader del desk Italia) e Daria Ciriaci (Consigliere per la governance economica presso la Rappresentanza in Italia della Commissione). Seguiranno commenti al Rapporto da parte di Massimo Squillante (Prorettore dell’Ateneo sannita), Alessandro Jazzetti(Sostituto Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Napoli), Luigi Gallo(Responsabile area Innovazione di INVITALIA), Luca Bianchi (Direttore SVIMEZ) e Stefano Prezioso (ricercatore senior presso SVIMEZ). L’evento sarà concluso da Serena Angioli, Assessore della Regione Campania ai Fondi Europei, Politiche Giovanili, Cooperazione Europea e Bacino Euro-Mediterraneo.

La guerra commerciale tra America e Cina

La guerra commerciale instauratasi tra l’America di Trump e la Cina appare esser solo all’inizio. Il presidente Trump si sta rivelando un uomo di parola e alle promesse elettorali della campagna del 2016 sta facendo seguire i fatti. Corretti o meno che siano, dall’abbattimento delle tasse alla limitazione dei visti per alcuni Paesi musulmani, nulla al momento sembra poter fermare il raggio d’azione del presidente statunitense.

DAZI E CONTROMISURE DI PECHINO – La guerra commerciale dell’America alla Cina vede oltre 1.300 beni, importati da Pechino, subire nelle prossime settimane un incremento di tassazione del 25 per cento, per un totale di 50 miliardi di dollari. La guerra dei dazi con cui il presidente Usa Donald Trump vorrebbe blindare la produzione Usa prosegue, e il governo cinese ha annunciato misure simmetriche, nonché un ricorso alla Wto.

Da prinicipio Washington, al fine di agevolare alcuni Stati fondamentali della federazione passati con le presidenziali ai Repubblicani, ha introdotto una tassa del 25% sull’acciaio e del 10% sull’alluminio importato negli Usa.

Per alcuni analisti il motivo che si nasconde dietro una scelta senza precedenti, pensata dalla Casa Bianca, è di denunciare il surplus della Cina verso gli Usa che si attesta intorno ai 300 miliardi, pari al 65% del totale.

Di sicuro Pechino non è restata a guardare e ha risposto con l’applicazione di dazi del 15 per cento a 120 categorie di beni tra cui generi alimentari.

IL RUOLO DELL’UNIONE EUROPEA – E’ chiaro che si trovi nel mezzo della partita giocata tra Washington e Pechino anche Bruxelles, che se da un lato subisce essa stessa il surplus commerciale della Cina, dall’altro teme di poter esser risucchiata in una guerra commerciale senza regole. L’Europa un po’ minaccia, un po’ trema, soprattutto per quanto riguarda la Germania, prima vittima delle turbolenze su prodotti come l’acciaio.

Dazi Usa: Ue, no a guerra commerciale ma risponderemo a Trump 

La commissaria al Commercio, Cecilia Malmstrom, al termine del Collegio dei Commissari a Bruxelles che ha esaminato la decisione dell’amministrazione Trump di introdurre dazi su alluminio e acciaio ha dichiarato che:

“Una guerra commerciale tra Europa e Usa non è nell’interesse di nessuno, ci sono solo perdenti in una guerra commerciale”, ma “se gli Stati Uniti continueranno su questa strada, l’Unione europea reagirà in maniera proporzionata e equilibrata per proteggere i posti di lavoro e l’industria europea”.

 “Non vogliamo procedere a una escalation, ma non possiamo restare con le mani in mano se delle misure così gravi venissero attuate danneggiando l’economia europea”, ha detto Malmstrom.

E L’ITALIA? – Discorso differente per l’Italia, la quale dalla guerra commerciale potrebbe guadagnare quasi un miliardo di euro nei prossimi due anni. Mentre per l’Europa si parla di un bottino aggiuntivo compreso tra i 3,9 e i 7 miliard, con problematiche per alcuni segmenti industriali del centro continente. A fare i calcoli è  stato il capo ricerca macroeconomica di Allianz e chief economist di Euler Hermes il dottore Ludovico Subran. Al momento quindi quelle che giungono dal rapporto teso tra Pechino e Washington sono buone notizie per l’Europa.

 

WTO: ESSERE O NON ESSERE? –  Sicuramente meno rassicuranti per il WTO he è alla sua prima grande prova dalla sua fondazione, e dovrà dimostrare se essere un vero player geoeconomico o di restare un organismo di studio. Infatti al pari delle altre organizzazioni internazionali, l’OMC non ha un effettivo e significativo potere per sostenere le proprie decisioni nelle dispute fra paesi membri: qualora un paese membro non si conformi ad una delle decisioni dell’organo di risoluzione delle controversie internazionali costituito in ambito WTO quest’ultimo ha la possibilità di autorizzare delle “misure ritorsive” da parte del paese ricorrente, ma manca della possibilità di adottare ulteriori azioni ritorsive; ciò comporta, ad esempio, che i paesi ad economia maggiormente sviluppata e solida possono sostanzialmente ignorare i reclami avanzati dai paesi economicamente più deboli dal momento che a questi ultimi semplicemente mancano i mezzi per poter porre in atto delle “misure ritorsive” realmente efficaci nei confronti di un’economia fortemente più solida che obblighino quindi il paese verso il quale il reclamo è indirizzato a cambiare le proprie politiche; un esempio di tale situazione è rintracciabile nella controversia DS 265 che ha dichiarato illegali i sussidi statunitensi alla produzione del cotone. Sempre gli USA di mezzo per il WTO, ma questa volta Ginevra avrà effettivo potere su uno Stato (realmente) sovrano come gli Stati Uniti d’America?

Sarkozy rideva e la Libia piangeva

Era il 2011 quando Sarkozy in tandem con Angela Merkel rideva delle sorti dell’Italia. Era il 2011 quando la Libia piangeva sotto il flagello dell’esportazione della democrazia dall’alto ossia attraverso le bombe.

Sarkozy rideva, la Libia piangeva e con essa l’Italia, vittima di una crisi indotta dalla quasi fallita Deutsche Bank. In quel periodo nacque la crisi dello spread italiano e congiutamente si destabilizzò l’intera Libia, Paese strategico per gli interessi italiani.

I pasaran dell’Unione Europea in Italia spesso tacciono ancora di come la Francia, in associazione con la Federazione Russa, appoggi tutt’oggi le milizie del generale Haftar in contrasto con il governo riconosciuto dalle Nazioni Unite e dagli Stati Uniti d’America.

Ha scritto Luciano Lipparini su L’Indro:

Nel 2011, grazie ad abili manovre della potente Cellula Africana del Eliseo, la FranceAfrique, l’ENI perde la Libia e il suo più importante finanziatore straniero, il Colonnello Gheddafi, che si stava apprestando ad aumentare la sua quota azionaria ENI dal 7 al 10%, permettendo così alla multinazionale italiana di ricevere i finanziamenti necessari per avviare le ricerche di nuovi giacimenti in Africa. Ora ENI in Libia detiene ancora il 48% della produzione petrolifera e il 41,1% della produzione di gas naturale, assicurati dai giacimenti in Cirenaica e nel Fezzan, giacimenti capaci di garantire un modesto ma importante giro annuale d’affari pari a 2,8 miliardi di euro (dati 2016).

Ora a distanza di anni si scopre di come il protagonista dell’operazione Libia Nicolas Sarkozy rideva per poter nascondere i fondi ricevuti in campagna elettorale proprio dai libici. L’ex presidente francese, Nicolas Sarkozy, è stato interrogato in stato di fermo per giorni dalla polizia a Nanterre (Parigi), nel quadro dell’inchiesta sui presunti finanziamenti libici alla sua campagna elettorale del 2007. Sia chiaro che è arduo trovare nostalgie per il colonnello, ma le cancellerie che detengono la leadership dell’Unione Europea dovranno presto trovare una soluzione al vuoto creatosi nella regione.

Il premier francese Edouard Philippe, intervistato dai media francesi, ha detto di non voler rilasciare “alcun commento” sul fermo di Sarkozy nel quadro dell’inchiesta sui presunti soldi libici alla sua campagna presidenziale del 2007 ma ha evocato una “relazione intrisa di rispetto”. Al centro dell’inchiesta sui presunti finanziamenti dell’allora dittatore libico Muammar Gheddafi a Nicolas Sarkozy, ci sarebbero “donazioni” sospette per 5 milioni di euro in denaro contante.

Dalla pubblicazione, nel maggio 2012, da parte del sito Mediapart, di un documento libico che evocava un presunto finanziamento di Gheddafi alla campagna presidenziale di Sarkozy, le indagini dei magistrati sono “molto progredite, rafforzando i sospetti che pesano sulla campagna dell’ex capo dello Stato”, ha scritto il quotidiano francese Le Monde.

Sarkozy rideva e la Libia ancora piangeva quando nel novembre 2016, quando durante le primarie dei Républicains, il faccendiere Ziad Takieddine dichiarò di aver trasportato 5 milioni di euro in contanti da Tripoli a Parigi tra fine 2006 e inizio 2007 prima di consegnarli a Claude Guéant, tra i fedelissimi dell’ex presidente, poi allo stesso Sarkozy. Vi è da segnalare come la testimonianza di Takieddine risultò in linea con quella dell’ex direttore dell’intelligence militare libica, Abdallah Senoussi, il 20 settembre 2012, dinanzi alla procura generale del consiglio nazionale di transizione libico. Ciò fa si che a oggi le fonti vicine al dossier parlano di “indizi gravi e concordanti“.

A distanza di sette anni la Libia piange ancora, ormai divisa in Cirenaica e Tripolitania. In Francia, Italia e Europa le forze che ridevano dovranno rispondere difronte il sangue lasciato scorrere per l’oro nero. Nero come l’Africa e le coscienze di chi nel buio profondo ha speculato su interi popoli.

Gli Arctic Monkeys annunciano due concerti in Italia

Sono passati ben quattro anni dall’ultima apparizione in pubblico per la band più seguita d’oltremanica. Gli Arctic Monkeys hanno annunciato il loto ritorno in Italia. Nome di spicco del post punk revival si esibiranno il 26 maggio al Roma Summer Fest, il nuovo Festival dell’Auditorium Parco della Musica, nella Cavea che per la prima volta avrà un parterre con soli posti in piedi, e il 4 giugno a Milano, al Mediolanum Forum.

Parliamoci chiaro, esulando dal valore tecnico, gli Arctic Monkeys sono i 5 Stelle della musica. Infatti, il gruppo è spesso citato come esempio di band emersa dal web, una delle primissime emerse in questo modo, in questo senso essi hanno plasmato la possibilità di un cambiamento nel modo in cui i gruppi ottengono attenzioni e promuovono la loro musica. Il grosso del lavoro su internet è stato fatto dai loro amici e fan, mentre il gruppo si è limitato a dare gratuitamente dei demo ai loro concerti. Una mossa che li ha resi celebri e li ha portati nell’olimpo della sfera musicale indie rock, anche se successivamente ha cambiato nettamente stile ad ogni album, un tratto distintivo della band.

AM, l’ultimo album della band, è uscito nel 2013, è stato l’album che ha emancipato la formazione dai perenni e nostalgici accostamenti con il Brit Pop.  L’ultima volta che li vidi dal vivo fecero saltare per ore ed ore Rock in Roma a Capannelle.

La notizia del nuovo tour, e conseguente album, è arrivata da una fonte inaspettata, il magazine di moto For the Ride, che ha scattato alcune foto al bassista Nick O’Malley “il giorno prima dell’inizio delle registrazioni del sesto disco, iniziate in una location segreta a settembre”.

Special guest di Arctic Monkeys sarà l’australiano Cameron Avery, l’ultima volta erano stati i The Vaccines ad accompagnarli. Ma, ne varrà comunque la pena. A produrre sarà Live Nation Italia.

Ricordiamo che sia i biglietti per il concerto di Roma che quelli per il concerto di Milano saranno in vendita dalle ore 10 di venerdì 9 marzo: quelli per la data romana potranno essere acquistati su Ticketone, quelli per la data milanese su Ticketone e Ticketmaster. Sempre dalle ore 10 di venerdì 9 i biglietti saranno disponibili anche presso tutti i punti vendita autorizzati.

Italia18 – Elezioni politiche 2018: come si vota?

E’ arrivato il 4 marzo e gli Italiani saranno chiamati alle urne per esprimere il loro voto per l’elezione di Camera dei Deputati e Senato della Repubblica. La nuova legge elettorale, che prevede un sistema misto tra proporzionale e maggioritario, vedrà una ripartizione dei collegi su base territoriale e nazionale. Questa la guida al voto:

Domenica 4 marzo, dalle ore 7 alle ore 23, si svolgeranno le operazioni di voto per il rinnovo del Senato della Repubblica e della Camera dei Deputati.

Nelle medesime date si svolgeranno anche le elezioni del Presidente e del Consiglio regionale di Lombardia e Lazio.

Lo scrutinio avrà inizio al termine delle operazioni di voto e di riscontro dei votanti, cominciando dallo spoglio delle schede per l’elezione del Senato. Successivamente, dalle ore 14 di lunedì 5 marzo, nelle regioni interessate, si svolgeranno gli scrutini per le elezioni regionali.

Elezioni politiche 2018

COME SI VOTA

La nuova legge prevede un sistema elettorale misto sia alla Camera che al Senato: un terzo dei seggi è assegnato con il sistema maggioritario e due terzi con il sistema proporzionale.

Con il sistema maggioritario in ciascun collegio viene eletto un solo candidato: quello che ottiene più voti. Con il sistema proporzionale a ciascuna lista o coalizione di liste sono assegnati i seggi in proporzione ai voti ottenuti, calcolati a livello nazionale e poi redistribuiti nelle singole circoscrizioni territoriali.

Ogni candidato che concorre con sistema maggioritario è identificato sulla scheda elettorale perché il suo nome è scritto dentro un rettangolo che non presenta simboli ed è collocato in alto rispetto alla lista o alle liste collegate. Ogni lista o coalizione di liste è collegata a un solo candidato.

Con il sistema maggioritario sono assegnati 232 seggi alla Camera e 116 seggi al Senato.

L’assegnazione dei restanti seggi del territorio nazionale (386 alla Camera e 193 al Senato) avviene con il metodo proporzionale in collegi plurinominali.

Per l’elezione della Camera possono votare i cittadini che alla data di domenica 4 marzo hanno compiuto diciotto anni; per l’elezione del Senato possono votare i cittadini che alla data di domenica 4 marzo hanno compiuto il venticinquesimo anno di età.

Per l’elezione della Camera dei deputati la scheda è rosa. Per l’elezione del Senato della Repubblica la scheda è gialla.

Ogni scheda è dotata di un apposito tagliando rimovibile, “tagliando antifrode”, dotato di un codice progressivo alfanumerico, che sarà annotato al momento dell’identificazione dell’elettore. Espresso il voto l’elettore consegna la scheda al presidente del seggio. E’ il presidente che stacca il “tagliando antifrode” e, solo dopo aver verificato la corrispondenza del numero del codice con quello annotato al momento della consegna della scheda, la inserisce nell’urna.

Ciascuna scheda – in un rettangolo – ha il nome e il cognome del candidato nel collegio uninominale. Nel rettangolo o nei rettangoli sottostanti, sono riportati il simbolo della lista o delle liste, collegate al candidato uninominale, con a fianco i nomi e i cognomi dei candidati (da un minimo di 2 a un massimo di 4) nel collegio plurinominale, secondo il rispettivo ordine di presentazione.

L’elettore potrà votare apponendo un segno sulla lista prescelta e il voto si estenderà anche al candidato uninominale collegato; oppure potrà apporre un segno su un candidato uninominale e il voto si estenderà alla lista o alle liste collegate in misura proporzionale ai voti ottenuti nel collegio da ogni singola lista.

Il voto è valido anche se si appone il segno sia sul candidato uninominale che sulla lista o su una delle liste collegate; non è possibile il voto disgiunto, cioè votare un candidato uninominale e una lista collegata a un altro candidato uninominale.

E’ vietato scrivere sulla scheda il nominativo dei candidati e qualsiasi altra indicazione.

Nella regione Valle d’Aosta (per la Camera e per il Senato) l’elettore esprime il voto tracciando con la matita un segno sul contrassegno del candidato prescelto o comunque nel rettangolo che lo contiene.

CORPO ELETTORALE

Gli elettori sul territorio nazionale, sulla base dei dati riferiti al quindicesimo giorno antecedente la data delle elezioni, sono, per la Camera dei Deputati, 46.604.925, di cui 22.430.202 maschi e 24.174.723 femmine, per il Senato della Repubblica 42.871.428, di cui 20.509.631 maschi e 22.361.797 femmine, che eleggeranno 618 deputati e 309 senatori. Le sezioni saranno 61.552.

Gli elettori della circoscrizione estero, sulla base dei dati dell’apposito elenco definitivo, sono, per la Camera dei Deputati 4.177.725, e per il Senato della Repubblica 3.791.774, ed eleggeranno, rispettivamente, 12 deputati e 6 senatori.

TESSERA ELETTORALE

Il Ministero dell’interno ricorda che gli elettori, per poter esercitare il diritto di voto presso gli uffici elettorali di sezione nelle cui liste risultano iscritti, dovranno esibire, oltre ad un documento di riconoscimento valido, la tessera elettorale.

Chi avesse smarrito la propria tessera, potrà chiederne il duplicato agli uffici comunali, che a tal fine saranno aperti da martedì 27 febbraio a sabato 3 marzo, dalle ore 9 alle ore 19, e domenica 4 marzo, giorno della votazione, per tutta la durata delle operazioni di voto.

Gli elettori sono invitati a voler verificare sin d’ora se siano in possesso di tale documento e, in mancanza, a richiedere al più presto il rilascio del duplicato, evitando di concentrare tali richieste nei giorni di votazione.

#EAST – Intervista a Benedetta Ristori

Benedetta Ristori è una fotografa freelance attualmente residente a Roma. Il suo lavoro si concentra sulla tensione che esiste tra forma e spazio. Concetti cruciali della sua ricerca stilistica sono: la decadenza, l’abbandono, il vuoto e il nuovo approccio alla bellezza classica.

Questa la nostra intervista alla giovane e promettente fotografa romana.

Hai da poco lanciato la tua campagna per la pubblicazione del libro “East”, quali sono gli obiettivi dell’edizione?

L’obiettivo finale è quello di poter produrre un’edizione di 300 copie del libro “East”. Il prototipo è già pronto, si tratta di un volume a copertina rigida che conterrà una selezione di 60 foto dal progetto inziale – che ne comprende circa 120. Oltre alle immagini ci saranno due testi introduttivi a cura di due autrici, Gaia Palombo e Sasha Raspopina, e nel finale del libro delle didascalie che andranno ad approfondire la storia di alcuni scatti. Oltre a questo, in occasione del crowdfunding, ho creato un’edizione limitata di 100 copie che oltre al libro, comprende un cofanetto e tre stampe 13×18 di alcune foto non inserite nella selezione e, una ulteriore opzione che include una stampa 50×70 firmata e la pubblicazione del proprio nome nei ringraziamenti finali del libro.

 

 Con la campagna di crowdfunding rendi la collettività e il tuo pubblico protagonisti del progetto. Quali sono le sensazioni che stai ottenendo in questa prima fase di campagna?

 E’ passata poco più di una settimana dall’inizio della campagna e sto ricevendo dei feedback molto positivi. Ho ricevuto contributi da Stati Uniti, Australia, Giappone e varie parti d’Europa. Sono molto contenta che il progetto piaccia ed  incontri i gusti di un pubblico così vasto a livello geografico e culturale.

 

Il progetto si concentra su Paesi dell’est europeo. Terre unite dalla geografia e dalla storia dove risiedono lingue, alfabeti e religioni differenti. Qual è il tuo sguardo nell’affrontare realtà così complesse?

 Il mio è uno sguardo discreto e poco invadente. Le nazioni che ho scelto di ritrarre hanno un legame con le dittature socialiste (Tito in ex Jugoslavia, Hoxa in Albania, Ceaușescu in Romania) e con l’ex Unione Sovietica (Moldavia, attuale Transnistria, Zivkov in Bulgaria) questo però non è un elemento mostrato in maniera esplicita nelle foto, questo segno distintivo viene messo in luce dalla scelta stessa delle nazioni e attraverso alcuni memoriali e strutture che ci raccontano  quell’epoca.

Non ho voluto approfondire storie personali o affrontare particolari temi a livello sociale proprio per evitare di dare una visione troppo categorica di questi paesi. Non mi occupo di fotografia d’inchiesta o di fotogiornalismo.

Quello che ho voluto fare è raccontare parte della storia di questi paesi attraverso un viaggio “on the road” che percorre diverse stagioni; nella maggior parte delle foto sono immortalati edifici, monumenti o cittadine che hanno una particolare storia e legame con il passato. Per questo l’obiettivo principale del progetto è stato fin dall’inizio, quello di racchiudere il materiale in un libro, così da avere la possibilità di raccontare anche il senso di alcuni scatti che per molti spettatori possono apparire senza significato.

 Nel tuo racconto vi è una cura per la ricerca dell’essenza nitida e quasi minimale dell’architettura dei luoghi. Quali sono le forme e i tratti che ricerchi nello spazio urbano e negli edifici?

 Vengo sempre molto incuriosita dalle linee geometriche e dalle simmetrie; in particolare sono una grande appassionata del lavoro di Le Corbusier. Per questo alcuni luoghi che ho ritratto in “East” mi hanno inizialmente attratto, in molti di questi paesi infatti sono presenti architetture che seguono questo stile e ne sono rimasta molto affascinata. 

 Sul tuo sito personale vi è un richiamo forte alle “Città Invisibili” di Calvino. Qual è il tuo rapporto con l’attuale concetto di città globale, strutturato e teorizzato da Saskia Sassen?

 Ho affrontato questa tematica attraverso il mio progetto Lay Off, una serie che documenta la vita dei lavoratori notturni in Giappone. Attraverso questa chiave ho analizzato il rapporto tra società, città e individuo contemporaneo, mettendo in luce una delle caratteristiche che a mio parere contraddistingue la nostra epoca: la solitudine. Come teorizza la Sassen, il nuovo modello di mercato finanziario ha posto le basi per l’evoluzione del commercio nelle grandi capitali globali. La mia esperienza mi ha portato a rappresentare delle realtà in cui questo tipo di assetto porta alla perdita del valore del singolo.

 

Fotografi momenti della quotidianità delle persone. Semplici e perciò complessi da immortalare e raccontare. Cosa ricerchi prevalentemente nella quotidianità?

Nella quotidianità cerco principalmente la spontaneità e al tempo stesso la poesia. Trovo che nella realtà quotidiana siamo costantemente circondati da gesti, colori ed espressioni di grande armonia e potenza. Trovo nella semplicità e nella “banalità” di alcuni istanti, come può essere un semplice bagno al mare, o una macchina parcheggiata in un determinato luogo, elementi di bellezza e grazia infinita.

 

Quali sono state le tue ispirazioni per il progetto?

 Per quanto riguarda questo progetto non ho avuto dei riferimenti ben precisi. Posso dire che sono una grande appassionata del lavoro dei grandi fotografi americani degli anni ’70 e ‘80, che hanno raccontato il loro paese attraverso una chiave estetica a mio parere unica.  Tra questi posso sicuramente menzionare Richard Misrach e Stephen Shore.

Cipro, Eni rinuncia: la nave Saipem fa dietrofront. Media greci: “I turchi hanno minacciato di speronarla”

La nave dell’Eni, costruita allo scopo di effettuare ricerche petrolifere, Saipem 12000 ha abbandonato l’area di mare a Sud Est di Cipro dove era stata bloccata dalla marina militare turca e si prepara a spostarsi verso il Marocco. Secondo i media greci e greco-ciprioti, questa mattina i turchi avrebbero costretto la “Saipem 12000” a cambiare rotta dopo averla minacciata di speronamento. Secondo questa versione  il comandante della “Saipem 12000”, in un ultimo tentativo di raggiungere la zona di esplorazione a lui assegnata, avrebbe messo i motori al massimo e provato ad aggirare il blocco di 5 unità militari turche. Ma una motovedetta turca ha iniziato ad avvicinarsi alla Saipem. Secondo la versione del Ministero della Difesa italiano non ci sarebbe stato tentativo di speronamento: la fregata Zeffiro della Marina Militare era in zona ed ha seguito gli eventi.

 

Touring Club Italiano. Bandiere Arancioni compie 20 anni

L’iniziativa Bandiere Arancioni de il Touring Club Italiano compie 20 anni. La sua torta è l’Italia, non ci sono candeline ma bandiere e sono ben 227. Si festeggia l’Italia dei borghi e lo sviluppo turistico sostenibile.

Il Touring Club Italiano ha annunciato lo scorso 22 gennaio di aver raggiunto un traguardo eccezionale, aggiudicandosi ben 227 Bandiere Arancioni, 19 in più rispetto al 2015. Si festeggia l’Italia dei borghi e per l’occasione è stata organizzata una cerimonia alla presenza di oltre 150 Sindaci.

Bandiere Arancioni è il primo programma di sviluppo e valorizzazione turistica dei borghi in Italia, l’unico dedicato esclusivamente a comuni con meno di 15.000 abitanti dell’entroterra. L’iniziativa nasce in Liguria, grazie anche al contributo dell’Assessorato al Turismo della Regione, e ha come obiettivo la maggiore valorizzazione dell’entroterra, del suo paesaggio, della sua storia, cultura e tipicità, per avviare un percorso di miglioramento e di crescita economica sostenibile, riconoscendo il ruolo centrale delle comunità locali. Il progetto si è sviluppato a livello nazionale, in tutte le regioni. La più arancione d’Italia è la Toscana che ha ottenuto 38 riconoscimenti, seguita dal Piemonte che ne ha ricevuti 28 e dalle Marche con 21.

Il Touring Club Italiano,vanta nella sua storia il talento di aver saputo anticipare stili e tendenze in tema di turismo e viaggio, non si è smentito quando per primo ha colto ed evidenziato il potenziale turistico dei piccoli centri dell’entroterra. Questi vent’anni fa erano esclusi da ogni tipo di riflessione e politica di sviluppo turistico. Insieme a Regioni, Comuni e altre reti, ha contribuito a mutare radicalmente consapevolezza, percezione e modello di sviluppo dell’Italia interna, dei borghi e dei piccoli comuni. La sfida era quella di trasformarli da realtà marginali a destinazioni di tendenza.

La Bandiera arancione è concepita pensando al punto di vista del viaggiatore e alla sua esperienza di visita: viene assegnata alle località che non solo godono di un patrimonio storico, culturale e ambientale di pregio, ma che sanno offrire al turista un’accoglienza di qualità. Il marchio ha una validità temporanea, ogni tre anni i Comuni devono ripresentare la candidatura ed essere sottoposti all’analisi del TCI che verifica la sussistenza degli standard previsti e garantisce così ai viaggiatori un costante monitoraggio della qualità dell’offerta turistica e alle amministrazioni uno stimolo al miglioramento continuo.

Al termine dell’ultima fase d’analisi e verifica che si è conclusa a dicembre 2017, il Touring Club Italiano assegna oggi 227 Bandiere arancioni per premiare e promuovere uno sviluppo turistico sostenibile. La Bandiera è molto ambita e per ottenerla bisogna meritarla e rispettare standard di eccellenza. Nel corso di questi 20 anni le candidature sono state più di 2.800 ma solo l’8% ha ottenuto il riconoscimento. 

L’attività del Turing Club Italiano però non è volta solo alla premiazione e valorizzazione dei migliori ma attraverso dei piani di miglioramento su misura, aiuta i territori che aspirano alla Bandiera verso l’innalzamento della qualità dell’offerta. Sono 30 i Comuni che hanno ricevuto la Bandiera arancione in seconda istanza, dopo aver attuato i suggerimenti ricevuti. 

La Bandiera arancione è motivo di vanto e non solo, porta benefici reali e tangibili (+ 45% arrivi e + 83% di strutture ricettive in media, dall’anno di assegnazione) inoltre supporta un vero e proprio “circolo virtuoso” restituendo un quadro estremamente positivo, in molti casi in controtendenza rispetto al resto del Paese. La valorizzazione è il miglior modo di tutelare quando porta beneficio a cittadini e ai visitatori, assicura una economia locale che diviene opportunità di presidio territoriale, anche in termini di contrasto al dissesto e all’abbandono, favorendo occupazione e rivitalizzazione locale. 

 

L’Olimpo del Cinema

“Robberto”. Era dal 1999 che la bandiera Italiana non volava così in alto ad Hollywood nell’Olimpo del Cinema, quando Sophia Loren gridava entusiasta il nome di Benigni. Nella giornata di martedì 23 gennaio sono state annunciate le candidature alle ambite statuette. La 90esima edizione degli Oscar vede Luca Guadagnino con il suo film “Chiamami col tuo nome” comparire nella lista dei candidati al Miglior Film. Ricordiamo bene che l’Academy of Motion Picture Arts and Sciences, che riunisce circa ottomila professionisti del settore, è la cerimonia di premiazione per film di produzione americana. Noi abbiamo il David di Donatello.

L’ultima statuetta a rientrare in patria non è stata nel 2014 quella di Paolo Sorrentino con la sua poetica pellicola sulla città eterna “La Grande Bellezza” nella categoria dei Film Stranieri. Sicuramente è stata la più importante in termini d’immagine e divulgazione della nostra cultura, ma gli italiani sono sempre presenti e spesso vincitori a questo evento così importante. Recentemente siamo stati protagonisti nell’animazione, le musiche che ci hanno incantato di Ennio Morricone, Alessandro Bertolazzi e Giorgio Gregorini per il magnifico trucco e acconciatura Suicide Squad, i visionari Dante Ferretti e Milena Canonero, Gianfranco Rosi e molti altri.

Quest’anno “La forma dell’acqua” di Guillermo del Toro con tredici nomination guida la classifica, seguito da Christopher Nolan che con “Dunkirk” e le sue otto si aggiudica il secondo posto. “Tre manifesti a Ebbing, Missouri” ne ha ottenute sette, The Post soltanto due, ma una di queste porta il nome dell’infinita Meryl Streep alla sua ventunesima candidatura, la delusione dell’anno Blade Runner 2049 comunque si contenderà una delle categorie più apprezzate con il maestro della fotografia Roger Deakins. Rachel Morrison abbatte forse l’ultima barriera degli Oscar essendo la prima donna ad essere candidata per la miglior fotografia e tra i migliori registi rivediamo finalmente una donna Greta Gerwig con “Lady Bird” e l’afroamericano Jordan Peele con il suo debutto “Get Out”.

 

“Chiamami col tuo nome” di Luca Guadagnino si candida a quattro Oscar: miglior film, miglior attore, miglior sceneggiatura e miglior canzone originale. Fin dalla sua anteprima al Sundance Film Festival è stato molto acclamato dalla critica. La pellicola, si perchè girato in pellicola 35 mm, è l’ultimo film della “trilogia del desiderio”, dopo “Io sono l’amore” (2009) e “A Bigger Splash” (2015). Il regista ha commentato: “Questo è un film per famiglie, mi piace pensare che sia un film volto alla trasmissione della conoscenza. Di conseguenza abbiamo mostrato sullo schermo solo ciò che volevamo mostrare.”

Nota dolente è la continua assenza nella categoria cortometraggi, ma l’Italia è ancora una volta presente e protagonista alla cerimonia che si terrà al Dolby Theatre di Los Angeles il 4 marzo p.v.. Speriamo che qualcuno al check-in di ritorno debba imbarcare una valigia più pesante.