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As You Were – Liam Gallagher il ritorno da numero 1

L’inconsistenza dell’attuale indie è contraddistinta dal fatto che quando le vere Rockstar producono o ristampano i loro lavori entrano in classifica da numeri uno. Liam Gallagher è un numero uno e il suo album da solista “As you were” ne è la più limpida dimostrazione.

Questa volta l’icona del britpop è dovuto tornare da solo, dopo gli insuccessi dei Beady Eye, sui quali  le aspettative erano ampie e sul quale è gravato il peso di un fantasma leggendario e irripetibile come gli Oasis. Chi scrive questo articolo è nato nel 1988 e fu proprio in quell’anno che, dopo aver assistito a un concerto degli Stone Roses (non di Venditti, capito “indie” romani) Liam capisce che il suo destino è quello di diventare una rock star. Da lì a poco scriverà la storia incarnando insieme al fratello e alla sua band l’ultimo movimento rock degno di nota.

E’ l’8 ottobre 2009 quando Liam Gallagher dichiarò al Times che: “Gli Oasis non esistono più, penso lo abbiamo capito tutti. È finita”.

Di lì in poi passarono anni di oblio, sebbene la Gran Bretagna abbia regalato nel contempo artisti quali Kasabian e rimesso in pista, per poco, i The Verve.

Così, il sopracitato gruppo Beady Eye è stato più un revival dei tempi che furono che una band di livello. Passati gli anni qualcosa si è mosso. Nonostante Liam Gallagher e la sua posa riconoscibile in ogni dove singolarmente non volesse arrivare a un album da solista, è stato quasi costretto a tornare da numero 1.

 

As You Were è un album valido, bello, finalmente con un tratto capace di lasciare un segno nel lungo percorso del rock’n’roll. “For What It’s Worth” porta alla mente la magia di Manchester e della sua band cattiva che negli anni novanta faceva sognare l’ultima generazione felice prima della dittatura dello streaming. Un testo dolente come quelli che nell’intramezzo della nostalgia di una gioventù che sfuma portano a esser maggiormente riflessivi.

Il brano Chinatown suona come un brano che hai già ascoltato, chissà dove e quando, ma che nella realtà nasconde nuove strutture e rimandi originali. Paper Crown è un brano destinato a segnare questo periodo post Brexit. Un brano che porta con sé tutto il meglio che Liam Gallagher possa regalare a questo mondo troppo veloce e inutilmente attaccato al glamour di Hollywood anche nella musica. “As You Were” è un’esaltazione della taciuta umiltà di Liam Gallagher che è stato assistito nella stesura dell’album da Andrew Wyatt e Greg Kurstin.

As You Were“, nel contempo ha scalato le classifiche britanniche. I”As You Were“, appena uscito, è balzato subito in vetta alla classifica degli album più venduti nel Regno Unito, con una veemenza che a molti ha fatto pensare a come “÷” di Ed Sheeran aveva conquistato le classifiche qualche mese prima. In Italia è primo tra i vinili, scansato nella classifica generale solo da un’altra leggenda come Lucio Battisti.

 

Un altro dato impressionante sul successo di “As You Were” risiede nel fatto che ha anche venduto più di tutti gli altri diciannove titoli della Top 20 messi insieme.

Liam Gallagher è tornato. Da solo, con le sue visioni, la sua storia fatta di miti e pentimenti. Con la sua umiltà e i suoi contrasti. Mandando a quel paese la nuova inutile generazione Indie. 

Lucio Battisti – Più di prima. Più che mai

Ammetto di esserne un ammiratore eretico. La ragione risiede nel fatto che non appena undicenne, mentre venivo accompagnato con il redattore di Architettura Jacopo Costanzo alle feste degli amici delle medie, in auto mio padre mi faceva ascoltare Lucio Battisti con Pasquale Panella. Un Battisti nascosto, per pochi, forse il migliore interprete di un’ermeneutica incarnata successivamente solo da Battiato.

Nelle settimane in cui è al culmine la guerra intorno la liquidazione della società Edizioni Musicali Acqua Azzurra, un disco, rigorosamente non disponibile in download, conquista il primo posto in classifica italiana. Come a dire ai nuovi o presunti cantautori italiani che appena gli Dei tornano per loro di spazio ne rimane bene poco.

Il disco più venduto della settimana appena passata è stato «Masters». Una raccolta dei classici di Lucio Battisti in versione restaurata e rimasterizzata che segue il solco inaugurato dai Pink Floyd con Echoes, oltre dieci anni fa.

La particolarità di questa edizione musicale è che esso non si può scaricare (legalmente) e non è disponibile in streaming. Per una ragione tanto romantica, quanto irrazionale visti gli attuali problemi, la moglie e figlio si sono sempre opposti alla digitalizzazione del catalogo

«Masters» sembra un prodotto fuori dal tempo. Capace di mandare indietro in classifica i paladini dello streaming, quali: Fedez, la Dark Polo Gang e i The Giornalisti.

Battisti è stato sopra tutti, sia quelli che vanno forte sulle nuove piattaforme, sia quelli che vendono nei negozi, sia quelli che se la cavano su entrambi i fronti. Solamente Liam Gallagher lo supera nella vendita di vinili. Lo stesso cantante di Manchester che lo scorso anno stupì il mondo con un documentario Supersonic dedicato ai tempi precedenti all’avvento del web. Quando la musica era sporca, si inceppava per un graffio o per un difetto del supporto.

Lucio Battisti, più forte di prima. Più vivo e poetico nel suo mare nero degli effetti delle stories di hypster pariolini alla moda che nulla stanno lasciando.

Il familismo di un politico e di un italiano qualunque

«Mio fratello è un egoista. Lasciate che vi racconti il perché.
Ho un nipote davvero in gamba, il figlio di mia sorella. Quel ragazzo è un vero lavoratore, uno con la testa sulle spalle. Ha studiato molto e con gran riconoscenza verso la mamma e il papà, che per gli studi suoi hanno fatto sacrifici. Si è laureato un anno fa e da allora, disgraziatamente, non ha ancora trovato lavoro. Quando vedo tanta intelligenza sprecata, quando penso a quel ragazzo, che per me è quasi un figlio, a cui tocca passare giornate davanti alla televisione, mi viene una rabbia, che se si potesse gli darei il lavoro mio.
In realtà mio nipote un’occasione ce l’avrebbe avuta, diversi mesi fa. L’azienda di mio fratello aveva bisogno di un ragazzo e mio nipote vi fece domanda. Aveva tutte le carte in regola per essere assunto e così chiese a mio fratello di dargli una mano, di presentargli qualcuno che gli potesse dare i consigli giusti. Venne fuori che il selezionatore era un amico di mio fratello. Ci mancava poco che tirassi fuori una bottiglia di spumante.
Eravamo a pranzo tutti insieme, con i nonni, mia sorella, mio fratello, i miei cognati e i ragazzini. Mi venne in testa l’idea di fare un bel brindisi per mio nipote, che sembrava baciato dalla fortuna, capitato col colloquio con un amico di famiglia.
Fu lì che mio fratello rivelò chi era veramente. In poche parole, ci fece capire che a lui interessavano solo gli affari suoi. A dare una mano al nipote non ci pensava affatto. Ovviamente condì il discorso di belle parole e se non mi fossi messo a urlare ci avrebbe fatto la morale a tutti. “Il ragazzo è in gamba e ce la farà da solo”. “Gli altri aspiranti vantaggi non ne hanno, non sarebbe giusto”. Cose così. La verità è che gli scocciava spendersi, anche se a rimetterci era il nipote. Il nipote, dico, sangue del suo sangue.
Finì che venne assunto un altro, che probabilmente fu pure aiutato. Da allora mio nipote è rimasto a casa, per l’egoismo dello zio.
In tutta questa storia forse chi ha sofferto di più è nostro padre, che mai si sarebbe aspettato un comportamento così vergognoso da suo figlio. Una delusione del genere mio papà non se la meritava.
Di pranzi non ne abbiamo più fatti.»

Il racconto è di fantasia, ma è esemplare di un’attitudine culturale molto diffusa, forse in Italia più che altrove: la scelta percepita come “morale” è la raccomandazione, non l’imparzialità. Si tratta del “familismo amorale”. La Treccani lo definisce “la tendenza a considerare la famiglia, con il suo sistema di parentele, con la sua tradizione, la sua posizione sociale, e soprattutto con il legame di solidarietà interno tra i suoi membri, predominante sui diritti dell’individuo e sugli stessi interessi della collettività”.
Ci vorrebbe poco a mettersi nei panni dello zio, a cui è richiesto di mettere una buona parola. Il suo rifiuto per coscienza, considerato immorale dal codice etico alla rovescia della sua famiglia, lo ha costretto al biasimo dei parenti. Oppure ci si può immaginare nei panni dell’aspirante escluso, qualora lo zio avesse raccomandato il nipote al collega. Due candidati simili in tutto, uno con amicizie, l’altro senza: ad avere successo è il primo.
La violazione delle pari opportunità legate alle raccomandazioni è un cancro che attanaglia l’Italia. Senza un network di parenti ed amicizie, in molti casi non si va da nessuna parte. La conseguenza è che quanto più in alto è la famiglia di provenienza nella scala sociale, tanto più in alto si trovano canali per inserirsi, con il triste risultato di un consolidamento delle disuguaglianze sociali.
Uscire dall’ingranaggio è tanto più difficile, quanto più il familismo è un diffuso fenomeno di costume. Se ognuno si dimena per accaparrarsi il contatto più in alto che trova, chi si basa esclusivamente sulle proprie capacità è condannato a restare a guardare, sconfitto dalla scorrettezza altrui. Così molti si trovano loro malgrado a partecipare al gioco delle conoscenze, convinti che sia colpa degli altri, ma incapaci di realizzare che, oltre che vittime, di questo sistema ne sono anche artefici.

Su questa (in)cultura faceva leva recentemente Beppe Grillo.
Renzi si è rifiutato di prendere le difese incondizionate di suo padre, indagato, per l’appunto, per traffico di influenze illecite. “Se colpevole, mi auguro una pena doppia”. Che lo dicesse per coscienza o per campagna elettorale poco importa, ai fini di questa riflessione.
Renzi ha fatto leva sul valore dell’imparzialità, mentre Grillo, attaccandolo per aver “rottamato il padre”, ha fatto leva sul familismo.

Il familismo amorale ha evidenti ragioni storiche. Lo Stato italiano suscita ancora diffidenza in una larga parte del suo popolo, memoria storica della sua nascita forzosa a metà ottocento, percepita come artificiale in molte regioni, specie al Sud. Governato da poteri sempre diversi e sempre inaffidabili, il divisissimo popolo italiano aveva imparato a contare solo sulla famiglia. Così la nascita dello Stato moderno e delle sue prerogative ha incontrato, nell’applicazione quotidiana, resistenze culturali notevoli. Abituati a ragionare in contesti ristretti, dove ci si conosce tutti o quasi, l’esercizio del potere da parte di uno sconosciuto, che parla un dialetto diverso e vive a centinaia di chilometri di distanza, è visto con sospetto.
Qualcuno potrebbe congetturare che, tutto sommato, talvolta il familismo è quasi più efficiente. È vero infatti che il parere personale di chi ti conosce può dire molto di più rispetto all’esito di concorsoni spersonalizzanti, con migliaia di anonimi candidati valutati da un test, dove vige l’effettiva impossibilità di verificare con precisione il valore professionale delle persone.
Ma questo può valere in realtà piccole e sembra difficile conciliare la “cultura della relazione”, prodotto di piccole realtà locali, con i grandi numeri di uno Stato moderno, figura recente e comunque già superata, dai numeri ancora più vasti della società globale.
La difficile conciliazione della cultura della famiglia con la cultura della morale pubblica, l’attenzione per la pulizia sia del salotto che del marciapiede, è una delle sfide a cui l’Italia non ha ancora saputo rispondere.
Chissà se le frontiere della sharing economy, dove a prestare il servizio non è uno Stato lontano ma un altro cittadino, con cui si condivide una certa abitudine, possano essere la strada giusta, attraverso la quale il Paese si affacci al mondo globalizzato, senza diffidenze.

La Libia oggi

La riapertura dell’ambasciata italiana in Libia, per il momento la prima ed unica occidentale, è stata ritenuta dal governo di Tobruk un atto di aggressione militare. Nel paese, infatti, si respira oggi un’aria molto tesa. I miliziani del governo islamista non riconosciuto di Tripoli, ostili al legittimo Governo di accordo nazionale, guidato da Fayez al-Sarraj e sostenuto dalle Nazioni Unite, hanno assalito i ministeri della Difesa, della Giustizia e dell’Economia, prendendone il controllo. In seguito, un portavoce del governo di Serraj, ha tuttavia dichiarato che il tentativo di occupare i ministeri sarebbe in verità fallito. La situazione resta però poco limpida e mette in luce la fragilità del Governo di accordo nazionale, nonostante questi sia fortemente supportato dalla Comunità internazionale.

Il quadro della Libia, attualmente una vera e propria polveriera, è tale da poter precipitare da un momento all’altro in una guerra o comunque in gravi disordini pubblici. La Libia, dalla morte di Gheddafi in poi, sembrerebbe essere diventata ingovernabile. E l’Italia ne è probabilmente oggi la prima vittima.

In epoca coloniale, la Libia, fu definita da Salvemini “lo scatolone di sabbia”, in quanto convinto che tale conquista non avrebbe apportato alla nazione nessun beneficio. Ai giorni nostri la Libia parrebbe portare all’Italia solo preoccupazioni.

Ad allarmare Sarraj ed il suo alleato italiano è la minaccia che viene da est, vale a dire da Bengasi e da Tobruk (sede di un parlamento non riconosciuto dalla Comunità internazionale), dove un’altra Libia è saldamente governata dal generale Khalifa Haftar. È lui oggi il vero uomo forte della nazione. Haftar, che nei mesi passati aveva occupato i pozzi petroliferi dell’est, gode, infatti, del sostegno dell’Egitto, della Turchia e della Russia.

Sono di pochi giorni fa le immagini di Haftar che sale a bordo della portaerei russa, a largo delle coste libiche, in segno di ospitalità nei confronti del Cremlino, considerato amico e protettore. Tuttavia, gli analisti internazionali ritengono che Haftar, nonostante possa essere considerato un uomo influente, forse non lo sarebbe abbastanza per poter conquistare, oltre ad un pezzo di Cirenaica, tutta la Libia. È evidente dunque, nel panorama politico libico, la mancanza di un uomo forte quale era Gheddafi che, nonostante tutti i suoi limiti, aveva, per così dire, tenuto insieme la baracca.

Immaginare che il governo di Sarraj, voluto dall’ONU e appoggiato anche dall’Italia, possa stabilizzare la situazione in Libia è una scommessa azzardata. In effetti, il Governo di accordo nazionale non sembrerebbe controllare neanche Tripoli. Allo stesso tempo però non parrebbe opportuno per l’Italia opporsi a Sarraj, nonostante si renda sempre più necessario trovargli, in tempi brevi, una qualche alternativa un po’ più solida. L’Italia, anche se conscia della debolezza del governo di Sarraj, lo sostiene fermamente. Il nostro paese sta percorrendo la strada tracciata dagli USA e dalle Nazioni Unite, ovvero quella di aderire agli accordi di Skhirat, i quali hanno sancito la legittimità del governo di Tripoli. Probabilmente però, ora che Obama ha lasciato la Casa Bianca, l’Italia rischierà di rimanere isolata nel percorrere questa via.

Già l’intervento militare del 2011 segnò una significativa svolta nel destino della Libia. Diede, infatti, il via ad un processo di separazione tra Tripolitania e Cirenaica. Queste due regioni furono messe insieme, negli anni Trenta, proprio dal colonialismo italiano e, successivamente, furono unificate dagli inglesi nel mandato postcoloniale con l’instaurazione della monarchia dei Senussi. Ciononostante, tale famiglia reale, originaria della Cirenaica, a causa della poca influenza che aveva sulle altre due regioni della Libia (Tripolitania e Fezzan), ebbe grosse difficoltà ad affermare la propria autorità sull’intero territorio libico. Per comprendere a fondo quanto poco fossero connessi tra loro i popoli delle tre regioni storiche, si pensi che il re, al momento della proclamazione dell’unita della Libia, affermò pubblicamente di non aver mai intrattenuto rapporti con persone di Tripoli.

Oggi si sta di fatto assistendo alla separazione delle due grandi regioni strategiche del paese. Probabilmente, l’unico modo per interrompere un simile processo, è quello di trovare nuove strade di mediazione tra le due aree. Nondimeno, mentre la Cirenaica, pur se con grandi difficoltà, sta acquisendo una sua identità e quindi una sua affermazione sul territorio, la Tripolitania, dove l’Italia ha attualmente i suoi interessi, è ancora un territorio quasi anarchico.

La campagna militare del 2011 fu guidata dalla Francia e dall’Inghilterra con il sostegno degli USA. Diversi analisti di politica mondiale sostengono che l’Italia sbagliò allora a non opporsi a tale intervento. L’Italia, affermano, in questo momento dovrebbe cercare, attraverso la mediazione con la Russia, di conquistarsi le simpatie di Haftar, proprio per non correre il rischio di trovarsi in qualche modo spiazzata in futuro sul fronte della Cirenaica.

Il ministro dell’Interno Minniti, al fine di arrestare l’ondata migratoria che sta colpendo l’Italia, si è recentemente recato in Libia con l’intento di avviare le trattative con il presidente Sarraj per un nuovo accordo sui rimpatri. Tutto ciò servirebbe a ben poco, in quanto i traffici, avendo la loro origine a Sabrata, non sono sotto il controllo del governo di Tripoli, bensì delle milizie e delle bande militari ostili al Governo di accordo nazionale. Purtroppo tali movimenti sono sotto il giogo anche dei militari che dovrebbero essere sotto la guida di Sarraj, ma che di fatto godono di piena autonomia decisionale.  Questo presunto accordo, che parrebbe essere meramente mediatico, è a dire il vero un tentativo di fissare dei paletti giuridici come argine dell’ondata migratoria. La realtà è che l’Italia da sola non è in grado di fronteggiare un tale fenomeno. Senza l’appoggio dell’Europa l’Italia è sola. Pertanto sarebbe opportuno porre questo problema in prima istanza ai piani alti di Bruxelles.

La questione del traffico dei migranti non assume più un risvolto esclusivamente umanitario, ma anche di sicurezza nazionale ed internazionale. Si sta, di fatto, assistendo ad una guerra alle frontiere dell’Italia ed dell’Unione europea..

Molti analisti ritengono che i dittatori, nonostante non siano mai un bene per la propria nazione, a volte possano comunque rappresentare un male minore. Nel caso libico, ad esempio, Gheddafi ha certamente avuto il merito di tenere unito il paese. Paradossalmente, forse, sarebbe stato meglio mantenere in vita il regime di Gheddafi piuttosto che dare spazio a qualunque altra soluzione si sia prospettata poi successivamente alla sua caduta. L’elemento cruciale, per poter analizzare correttamente simili fenomeni, non sembrerebbe essere, infatti, far cadere o meno un dittatore, ma cosa fare una volta che questo sia caduto. Venuto giù Gheddafi, infatti, tutti si sono illusi che la Libia si sarebbe mantenuta come una singola entità statuale. Nessuno, o quasi, aveva tenuto in considerazione il fatto che la Tripolitania e la Cirenaica fossero due regioni storiche, entrambe custodi di una fortissima identità culturale e sociale. A dimostrazione di quanto detto, è opportuno citare l’ambasciatore britannico a Tripoli, Peter Millet, il quale, in un audizione alla Camera dei Lord, ad una domanda sull’esistenza o meno di un’identità nazionale in Libia, rispose che in Libia esistono quali dimensioni aggregative solamente la famiglia, la tribù ed eventualmente la città di appartenenza. Non la nazione.

Questa è la realtà della Libia e l’Italia, questa realtà, la conosce da tempo. Su questa tematica, infatti, un grande del giornalismo italiano, Igor Man, ha molto indagato ed ha molto scritto. Persino le grandi imprese italiane de localizzate in Libia (la FIAT su tutte), sapevano perfettamente quanto fosse critica al riguardo la situazione in Libia.

La creazione della Libia di Gheddafi fu un capolavoro della diplomazia italiana. Fu il genio democristiano ad escogitare questa “toppa”, che non fu mai stata digerita né dagli USA, né dalla Francia, né da molte altre potenze europee che hanno sempre considerato questo “colpo italiano” un ostacolo alla possibilità di controllare direttamente quell’area nordafricana.

Oggi, purtroppo, l’Italia è fuori dai giochi. La vox clamantis di Berlusconi, che si oppose al bombardamento del 2011, si schierò contro chi volle agire a muso duro contro il regime di Gheddafi. Ed all’epoca, il muso dure, fu tenuto soprattutto dagli USA, con una convinta Hillary Clinton in cabina di regia. Ciò lasciava presagire quale sarebbe stata la sua politica internazionale di una sua futura presidenza degli Stati Uniti d’America.

Con l’avvento di Trump alla Casa Bianca, invece, si può ipotizzare un diverso atteggiamento della politica estera degli States. La Libia gode da sempre di una minore attenzione, da parte degli USA, rispetto al quadrante mediorientale ed è perciò plausibile che il tycoon appalti a Putin la politica di stabilizzazione del Nord Africa e del Medio Oriente.

Questo, si potrà realizzare solo fino a quando la Russia manterrà vivi gli interessi in quell’area del globo. Interessi per i rapporti commerciali con la Libia e per le basi militari che potrebbe ottenere tra l’Egitto e la stessa Libia. Mosca, inoltre, da qualche anno a questa parte, di fatto controlla, assieme all’Iran, gran parte del Medio Oriente. Ciò in quanto il Cremlino ha stretto una serie di alleanze strategiche, con paesi come l’Iran, la Siria e l’Iraq, alle quali si è aggiunta quella con l’Egitto di al-Sisi. Egitto che allo stesso tempo ha a sua volta costituito un asse con la Siria.

Quanto è accaduto nell’ultimo periodo in Libia ha dimostrato che non è sufficiente bombardare quell’area geografica per unire la nazione. Senza un esercito sul terreno, non ci sarà mai una Libia unita. Lo stesso Haftar, inoltre, possiede un vero e proprio esercito. Nonostante venga comunemente chiamato esercito nazionale, non ha ancora assunto le caratteristiche per potersi definire tale. Ma allora chi potrebbe far scendere in campo le proprie truppe per dirimere questo intricato scenario? Gran parte degli opinionisti che si occupano di relazioni internazionali pensano agli egiziani. Invero, gli egiziani sono gli unici che in quell’area hanno un vero e proprio esercito.

Inoltre, l’Egitto, è fortemente interessato alle sorti della Libia. In Russia sostengono da tempo questa teoria. Al-Sisi starebbe per ottenere l’obiettivo che aveva in mente da tempo, ossia costruire per l’Egitto una profondità strategica in Libia che arrivi quasi fino a Tobruk. Insomma, il Generale egiziano, vorrebbe ottenere una fascia di sicurezza sui confini della propria nazione. Questo è ciò che più temeva Gheddafi, ovvero che il grande Egitto, paese popoloso e potente, avrebbe potuto un giorno posare gli occhi sulla Libia

Molti analisti di politica internazionale ritengono dunque che un’alleanza tra la Russia e l’Egitto potrebbe portare alla soluzione della questione libica.

Hotspot Italia: gli abusi denunciati da Amnesty International

Hotspot, i centri d’emergenza per i richiedenti asilo istituiti dall’Unione europea dove vengono avviate procedure accelerate di identificazione e smistamento, chi ha diritto resta chi no vada pure a casa sua, i rimpatri forzati; il bilico di responsabilità tra Italia e Unione Europea, il cane che si morde la coda, la patata bollente che passa di mano in mano e tutti si scottano. È di questi temi che si occupa il rapporto di Amnesty International sugli Hotspot uscito il 3 Novembre.

HOTSPOT, CHI LI HA CONCEPITI, PERCHE’, QUANDO E DOVE

Relocation, Migration compact, redistribuzione, ricollocazione, direttive, riunioni del consiglio dei ministri, numero di arrivi in Italia, Ungheria, Grecia, Austria, qualche aberrità di Salvini e ancora bla bla bla bla bla bla bla. Se anche voi ad un certo punto non ci avete capito più nulla, keep calm che è tutto normale. Cerchiamo di fare almeno un po’ di chiarezza.

Perché sono stati ideati? Secondo il Regolamento di Dublino, i migranti hanno il dovere di chiedere asilo nel primo paese d’arrivo così come il paese di arrivo ha il dovere di garantire non solo la loro identificazione ma anche la loro permanenza nel proprio terriorio durante la procedura di richiesta di asilo. Quando fu concepito il regolamento i tempi erano diversi un po’ per tutti, l’Italia e tantomeno la Grecia non immaginavano “tanti” arrivi.  Tutti sappiamo che molti delle eprsone che vengono vogliono raggiungere Germania, Svezia, dove il più delle volte hanno famiglia o amici da cui appoggiarsi e sentirsi in qualche modo a casa.

Per diminuire il numero di migranti, in percentuale ancora molto bassi rispetto a molti paesi di accoglienza, l’Italia ha per molto tempo adottato un metodo vecchio come il cucco ovvero quello  chiudere un occhio non identificando la maggioranza di migranti, soprattutto siriani ed eritrei, permettendogli di andare oltre infrangendo la normativa vigente. Aum Aum insomma.

Quando l’immigrazione si è trasformata nel nuovo oppio dei popoli, strumento privilegiato, una sorta di catch all di voti e contemporaneamente gli arrivi si sono intensificati l’Europa ha pensato che era ora di fermare L’AUM AUM. Nascono così gli hot spot –punti caldi di arrivo-

L’obiettivo alla base come dice il rapporto stesso è infatti: “Una drastica diminuzione degli spostamenti irregolari di rifugiati e migranti verso altri stati membri dell’Ue, uno degli obiettivi chiave, doveva essere raggiunto tramite l’acquisizione delle impronte digitali, nella prospettiva di assicurare la possibilità di un loro rinvio, secondo il Regolamento Dublino, verso l’Italia o altri paesi di primo ingresso”. Per compensare è stato varato il programma di relocation, che prevedeva la ricollocazione di 40.000 migranti dall’Italia a diversi paesi europei secondo una base di quote. Ad oggi poco più di un migliaio sono stati ricollocati.

Chi li ha concepiti e quando: Dopo tutti i battibecchi spesso incocludenti su raccomandazione della Commissione Europea sono stati concepiti, nel maggio del 2015, e decisi dal Consiglio Ue a giugno, gli hotspot con il mandato di ottenere il “100% delle identificazioni” all’arrivo. Il loro allestimento è uno dei punti centrali dell’Agenda sulla Migrazione. L’approccio hotspot è stato presentato come la risposta dell’Unione europea all’alto numero di arrivi e alla necessità di fermare la circolazione di migranti irregolari nel territorio europeo. Insomma per i migranti vige la legge: dove puoi arrivare lì rimani e devi essere anche contento!

Dove sono: Gli hotspot fino ad ora in funzione sono a Lampedusa, Pozzallo, Trapani e Taranto.  Offrendo gli hotspot servizi ai migranti appena arrivati molto simili ai servizi offerti da  centri già esistenti in Italia –chiamati Centri di primo soccorso e assistenza (Cpsa)- sono stati allestiti spesso proprio nei CPSA già esistenti. La capienza dichiarata è di 1600 posti in totale, che a dirla tutti rispetto ai numeri complessivi non rappresenta propriamente una svolta.

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COSA VIENE FATTO NEGLI HOTSPOT

Adottato come metodo per consentire l’applicazione effettiva del regolamento di Dublino l’hotspot, che non è niente altro che un centro di primissima accoglienza, prende le impronte digitali, fa una rapida valutazione di chi ha bisogno di protezione e chi può tornare indietro.

I LIMITI RILEVATI E LE VIOLAZIONI DEI DIRITTI UMANI

Prima di sollevare polveroni apocalittici e gridare ai celerini infami bisogna sottolineare che il rapporto sottolinea la grande professionalità della polizia nella maggioranza dei casi che li vede coinvolti. Diamo a Cesare quel che è di Cesare. Tuttavia la maggior parte dei casi non è tutti i casi e per ogni singolo individuo deve valere il rispetto della dignità umana sulla quale si basa la nostra democrazia.

Impronte digitali prese con la forza:  Una donna di 25 anni proveniente dall’Eritrea ha riferito che un agente di polizia l’ha ripetutamente schiaffeggiata sul volto fino a quando non ha accettato di farsi prendere le impronte digitali.
Numerose le denunce da parte dei rifugiati di essere stati colpiti con bastoni elettrici.
Le storie più forti e quelle delle umiliazioni sessuali:
“Ero su una sedia di alluminio, con un’apertura sulla seduta. Mi hanno bloccato spalle e gambe, poi mi hanno preso i testicoli con la pinza e hanno tirato per due volte. Non riesco a dire quanto è stato doloroso“.

Non oso pensare cosa significhi un trattamento del genere dopo essere stati costretti a fuggire dalla violenza, in tutte le sue forme chissà cosa significa trovarsela davanti alla democrazia che tanto hai voluto. Bah.
Screening sommario:
consiste nel fare una breve intervista per capire se i migranti hanno bisogno davvero di protezione o meno. La famosa divisione tra migranti economici e rifugiati che personalmente trovo davvero ilare. Il mondo accademico e gli esperti avevano fin da subito sollevato dubbi sulla mancanza di chiarezza nei criteri che portano ad una divisione per nulla semplice considerando che l’intervista viene fatta a persone che hanno appena sùbito un viaggio traumatico e che spesso hanno buchi di memoria e difficoltà di espressione. Queste persone spesso non ricordano nemmeno da dove sono partite quando arrivano. Una donna di 29 anni proveniente dalla Nigeria ha detto ad Amnesty International:

“Non sapevo neanche come ero arrivata qui, piangevo… c’erano tantissimi poliziotti, mi sono spaventata. La mia mente era da un’altra parte, non ricordavo neppure il nome dei miei genitori”. 

L’intervista viene fatta dagli agenti di polizia che non hanno un addestramento profondo e adatto a prendere una decisione sul futuro di questi individui. Chi secondo gli agenti non ha i presupposti per chiedere asilo riceve subito un ordine di espulsione – inclusa quella basata sul rimpatrio forzato nel paese d’origine con gravi rischi di violazione dei diritti umani.
come avviene questa intervista? “la polizia deve chiedere ai nuovi arrivati di spiegare perché sono venuti in Italia, invece che semplicemente domandare loro se intendono chiedere asilo. Siccome lo status di rifugiato non è determinato dalle ragioni per cui una persona ha fatto ingresso in un paese, ma dalla situazione che questa persona affronterebbe se dovesse tornare al paese d’origine, questo approccio si dimostra gravemente difettoso.”

 

Libia – L’Italia è in guerra

La guerra in Libia è ormai iniziata, anche se la maggior parte dei cittadini non se ne è accorta o intelligentemente non è stata informata. Con una tecnica al limite tra il No Decision Making e l’imposizione delle priorità dell’Agenda Setting, il Governo Renzi ha spostato l’attenzione sul tema delle Unioni Civili. D’altronde a guidare l’opposizione al provvedimento c’erano personaggi come Mario Adinolfi, legati al partito di maggioranza relativa e molti finanziatori delle fondazioni legate al Premier.

Tale tecnica è stata utile a distogliere l’attenzione da ciò che avveniva a quattrocento chilometri dalle coste italiane. La Libia, terra che è composta da tre macro aree, negli ultimi tempi è stata oggetto di un crescente dinamismo anglo francese, che già di questi tempi operano in un contesto puramente militare e in cui la diplomazia è ormai rappresentata da Esperti Strategici e capi fazione o tribù. Questo anche per via dell’appartenenza tribale delle popolazioni e degli schieramenti nel quadro libico, che rende il paese un tempo di Gheddafi simile ad altri contesti geopolitici delicati. A ciò va aggiunta la grande ricchezza di materie prime della terra nord africana, il che rende più allettante della propagandistica lotta all’Islamic State l’impiego di uomini e mezzi. Questo lo sapeva ai tempi anche Nicolas Sarkozy, che nel quadro di delegittimazione dell’ultimo governo italiano eletto, partì con bombardamenti incessanti su Tripoli allo scopo di abbattere il regime islamico aiutando i ribelli, questi ultimi ormai capi delle fazioni locali di Is e AlQaida.

A gestire la situazione per aggirare il divieto di Guerra imposto dalla Costituzione della Repubblica Italiana sarà l’Aise ossia il nostro apparato di sicurezza segreto. Il decreto adottato da Matteo Renzi – scrive il Corriere della Sera – definisce le modalità operative e la linea di comando di quanto già definito, a livello legislativo, nel decreto missioni dello scorso anno: i nostri militari di unità speciali, per missioni speciali decise e coordinate da Palazzo Chigi, avranno le garanzie funzionali degli 007 (ovviamente nella cornice della loro missione) dunque licenza di uccidere e impunità per eventuali reati commessi.

Una cinquantina di incursori del Col Moschin dovrebbero partire nelle prossime ore. Si andranno ad aggiungere alle unità speciali di altri Paesi, Francia, Inghilterra e Stati Uniti, che già da alcune settimane raccolgono informazioni e compiono azioni riservate in Libia.

I nostri militari troveranno informazioni e ausilio da parte di tre team, da 12 persone ciascuno, dei nostri servizi, che già da tempo operano a Tripoli e in altre zone del territorio libico.Il decreto adottato da Renzi disciplina i rapporti di collaborazione fra Aise e forze speciali della Difesa. Prevede che il capo del governo — si legge nella relazione illustrativa — nelle situazioni di crisi all’estero che richiedono provvedimenti eccezionali ed urgenti «può autorizzare», avvalendosi del Dis, il nostro servizio segreto per l’estero, l’Aise ad avvalersi dei corpi speciali delle nostre Forze armate.

Il Dis, il Dipartimento per le informazioni della sicurezza, diretto da Giampiero Massolo, risponde al sottosegretario che ha la delega sui servizi, Marco Minniti e al capo del governo. In sostanza sarà direttamente Palazzo Chigi a decidere, pianificare e controllare missioni delle nostre forze speciali in territorio libico.

Si legge all’articolo 2 del Dpcm del 10 febbraio: «Nelle situazioni di crisi e di emergenza che richiedono l’attuazione di provvedimenti eccezionali e urgenti il presidente del Consiglio, previa attivazione di ogni misura preliminare ritenuta opportuna, può autorizzare, avvalendosi del Dis, l’Aise, ad adottare misure di intelligence e di contrasto anche con la cooperazione tecnica operativa fornita dalle forze speciali della Difesa con i conseguenti assetti di supporto della Difesa stessa».

L’Aise risponde al presidente del Consiglio dei ministri e informa, tempestivamente e con continuità, il ministro della Difesa, il ministro degli Affari Esteri e il ministro dell’Interno per le materie di competenza. Sembra confermato, al momento, l’entità della partecipazione ad un’eventuale missione di peace enforcement con i nostri alleati, quando si formerà un governo libico e chiederà formalmente un intervento: dovrebbero essere tremila militari, come già scritto dal Corriere; ieri è filtrato che in prima linea ci saranno i reggimenti San Marco e Tuscania. In questo caso però, a differenza che per l’invio di unità speciali in base al decreto varato il 10 febbraio, ci vorrà un’autorizzazione del Parlamento. Delle missioni di unità speciali eventualmente disposte dal premier, il Parlamento verrà informato con atti scritti e secretati, tramite il Copasir, il Comitato per il controllo parlamentare sui nostri servizi segreti.
Il problema di tale soluzione tecnica non risiede nella preparazione dell’Aise, dove sono stanziati i migliori uomini di cui la Repubblica Italiana disponga, bensì nella convinzione che una volta formatosi un Governo Libico le sue milizie saranno in grado di vincere con il solo ausilio di alcune forze speciali. La Siria insegna che è impossibile vincere in contesti frastagliati senza una forte presenza di truppe di terra.
Questo perché come rilevato da Mario Lizza e dal Label del Pentagono nel 2009 si assiste sempre di più a un slumizzazione oltre che del limes nell’urbanizzione e nelle visioni economiche di esso, anche nei conflitti.

Così vedrete che l’associazione Articolo 21, posta a difesa della Costituzione non si accorgerà di nulla così come i grandi giornali italiani. D’altronde la guerra è scomoda elettoralmente e a un popolo come quello italiano, cresciuto nella retorica della pace perpetua, non potrà mai esser gradita. Ma, essa è appena cominciata e il suo epilogo di sangue e risultati è quantomai incerto.

Polinice intervista l’Ambasciatore di Francia S.E. Alain Le Roy

IMG-20140404-WA002Nelle scorse settimane abbiamo avuto il privilegio di incontrare S.E. Alain Le Roy, Ambasciatore di Francia in Italia. Diplomatico di raffinata esperienza, già vice Segretario generale presso le Nazioni Unite, ha ricoperto nel corso della sua lunga carriera diplomatica numerosi incarichi di rilievo internazionale.

Polinice lo ha intervistato per voi, sottoponendogli alcuni temi di pressante attualità: sviluppo futuro del progetto Europa, ruolo di Italia e Francia nell’ambito dell’Unione, rapporti culturali che legano i due paesi, la sua visione dei recenti conflitti sullo scacchiere internazionale.

D: Ambasciatore S.E. Alain Le Roy, la storia, la geografia e le molteplici origini comuni da sempre legano Francia ed Italia. A che punto ritiene sia arrivato il cammino di questi due popoli assieme e quanto, vista la presenza nel Mar Mediterraneo, essi potranno continuare a segnare il passo dell’Europa che verrà?

R: È evidente che sia la storia che la geografia uniscono i due paesi, e i due paesi dal primo giorno erano fondatori dell’UE. Ora, sia Francia che Italia sono un motore molto importante per l’UE. È chiaro che la Germania attualmente è molto potente in Europa grazie alla sua economia, quindi è ancora più importante unire Francia e Italia, perché oltre alla stessa storia abbiamo anche gli stessi problemi. I due popoli ovviamente si intendono e le lingue sono prossime: ma ciò che è più importante è che in Europa le posizioni di Francia ed Italia sono molto simili. Quando i premier delle due nazioni si incontrano c’è un’intesa evidente su tutti i temi: i due paesi da una parte oggi hanno un gran problema con la disoccupazione giovanile e con un debito pubblico troppo alto; ma dall’altra, allo stesso tempo, hanno un’industria molto forte. E ci sono tanti investimenti francesi in Italia e viceversa. Anche nel caso di imprese franco-italiane la sinergia è forte perché siamo complementari: la Francia è più cartesiana, più riflessiva, mentre l’Italia è più pratica. Ci sono tanti esempi di queste imprese franco-italiane che funzionano bene, non solo nel campo del lusso. E dunque, adesso, per il futuro dell’Europa sarà molto importante durante la campagna per le elezioni al parlamento europeo che i discorsi delle autorità italiane e francesi siano vicini. Penso che i due governi avranno delle posizioni molto vicine.

D: Nel 1950 Robert Schuman, su ispirazione anche di Jean Monnet, presentò la sua proposta di porre le basi per la creazione graduale di una federazione europea, indispensabile per il mantenimento di pacifiche relazioni nel futuro dell’Europa. Da quel disegno è nato il sogno di un’Europa unita. Eppure, ad oggi, nonostante una sempre più stretta vicinanza dei popoli europei, in molti paesi cresce la diffidenza verso l’Unione. Dove ritiene giusto intervenire e quali sono gli errori da non commettere in futuro?

R: Renzi ha detto che c’è uno spread tra le attese dei cittadini italiani e le risposte dell’Europa: questo è molto vero. L’Europa negli ultimi anni è stata lontana dai cittadini, quindi ora le elezioni sono importanti per riavvicinarli ed ascoltare le loro istanze. E su questo punto credo che ancora una volta Francia ed Italia abbiano una stessa visione del futuro dell’Europa. Entrambi i paesi dicono che la soluzione non è meno Europa: sappiamo che in Italia sia i partiti di centro destra che quelli di centro sinistra sono per un’Europa federale in forma di “Stati Uniti dell’Europa”. In Francia non la si pensa così: la Francia ha una visione un po’ meno federalista dell’Europa, ma le due posizioni sono conciliabili perché la Francia è per una maggiore integrazione. Dal 2008 l’UE ha fatto molte cose, tra cui l’unione bancaria, in favore delle quali la Francia ha accettato di limitare la propria sovranità in favore di una maggiore integrazione europea. Bisogna dire comunque che i due paesi ritengono che l’UE debba fare di più, di più per la crescita, di più per sviluppare un programma per i giovani europei.

D: Le cessioni di “Sovranità Nazionale”, monetaria-bancaria e agricola, sono state concesse dai popoli europei a Bruxelles affinchè si costruisse attraverso l’Unione Europea un futuro migliore. Eppure, in molti vedono in questa poca presenza dei governi nazionali e delle assemblee elettive il punto debole dell’attuale architettura dell’Unione Europea. Bruxelles appare come il luogo della burocrazia e delle lobby e non la casa comune di ogni paese europeo. Cosa auspicherebbe per invertire questa tendenza?

R: Per la Francia è evidente che l’UE abbia problemi e che i cittadini europei non siano contenti. La soluzione non è meno Europa, e neanche uscire dall’euro. Questa sarebbe una follia: i prezzi della benzina salirebbero e il debito sarebbe più difficile da rimborsare. Allo stesso tempo bisogna cambiare l’Europa. Lei ha toccato la questione del ruolo tra il Parlamento e il Consiglio europeo. Con il Trattato di Lisbona il ruolo del Parlamento europeo è diventato più forte, ma allo stesso tempo è il Consiglio europeo a dare l’impulso politico all’Unione europea. Per l’elezione del Presidente della Commissione sarà necessario un dialogo tra Consiglio europeo e Parlamento. Poi, quale sarà l’equilibrio tra cinque o dieci anni non si sa, ma secondo me è un’esperienza di democrazia quella di trovare un equilibrio. D’altronde la democrazia europea è giovane, ha solo cinquant’anni, e per me è un’esperienza democratica vera.

D: Le recenti crisi internazionali, quali Libia, Siria e Ucraina hanno visto un’Unione Europea debole. In molti casi non vi è stata un’azione comune poiche l’UE è stata divisa da singoli interessi di ogni membro e da alleati extraeuropei. A che punto è l’attuale costruzione di una politica estera comune?

R: È evidente che una posizione comune al momento non è raggiungibile in ogni caso, ma alcuni progressi sono stati fatti in tale direzione. Vorrei addurre qualche esempio, il primo inerente la crisi nei Balcani. Nel 1992 tutta l’Europa era divisa sulla questione dell’indipendenza della Slovenia dalla Croazia: da qui la guerra nei Balcani, culminata nel 1995 con la strage di Sarajevo. In seguito, con il Trattato di Maastricht del 1992 e il successivo Trattato di Amsterdam, la politica europea è risultata essere più coesa, con la creazione di un Alto rappresentante per la politica estera. E nei Balcani è cambiato tutto: dopo il 1995 l’Europa è diventata molto più unita. Nel caso del Kosovo, l’Europa per la crisi del 1999 era unita e ha avuto un’influenza molto importante. Altrettanto è accaduto per la Macedonia. Quindi quando l’Europa è stata unita, è riuscita a realizzare importanti risultati positivi, quando non lo è stata, il risultato è stato quello dei Balcani del 1992. Anche nel caso della Libia l’Europa era unita: la sua impotenza dunque non derivava da una divisione ma dalle difficoltà del caso. In merito alla Siria, gli Stati membri non avevano la stessa visione sulla risposta all’uso delle armi chimiche da parte di Bachar El Assad, ma dopo, quando si è trovata una soluzione per farle ritirare, la posizione europea era comune. Anche per quanto riguarda l’Ucraina l’Europa è unita: anche qui con un po’ di difficoltà a far valere le sue posizioni, è vero, perché non vogliamo inviare soldati e risolvere la questione con le armi. Momento emblematico di questo processo di coesione europea sono le manifestazioni e le proteste dei cittadini ucraini a piazza Maidan a Kiev, i quali rischiando la vita rivendicano la loro volontà di avvicinarsi all’Europa. Ecco, quando sento dire che l’Europa non fa più sognare, penso a quei giovani che rischiano la propria vita credendo nel sogno europeo.

D: Ricollegandomi al discorso da lei fatto sul Kosovo e sull’Ucraina, volevo chiederle che cosa pensa dell’autodeterminazione dei popoli. Un popolo può decidere a quale nazione appartenere?

R: La Russia ha usato questo argomento per legittimare il proprio operato. Ma ciò che è stato possibile per il Kosovo non lo è ora per la Crimea. C’è una grandissima differenza: la prima è che nel Kosovo la gran parte popolazione albanese era veramente oppressa e priva di diritti. Invece, nessuno può dire oggi che la popolazione della Crimea sia oppressa dall’Ucraina. In tal caso infatti non sussiste nessuno pericolo per la popolazione. [GM1]

D: Col Kosovo però è stato creato una sorte di precedente giuridico, perché lì la minoranza serba e la missione militare italiana, tuttora presente, sono a difesa di monasteri e piccole enclavi serbe che al momento sono oppresse. E quindi i russi dicono, perché lì si è permessa l’autodeterminazione e a noi, nel caso della Crimea, no?

R: È vero che in Kosovo la situazione al momento non è perfetta, e la comunità internazionale e la missione italiana svolgono ancora un ruolo di protezione. Bisogna tuttavia riflettere sul motivo per cui c’è stato l’intervento della comunità internazionale: in Kosovo tanti cittadini erano oppressi ed in pericolo di vita, cosa che non accade invece in Crimea.

D: Appunto per questo, l’UE con la crisi in Ucraina da un lato ha dimostrato una politica comune, ferma in suo supporto, dall’altro appare schiacciata come prima del 1989 tra gli USA e la loro politica e la dipendenza economica ed energetica dalla Russia. Come si può trovare una posizione comune che faccia avere un ruolo dominante all’UE e non faccia galleggiare tra una posizione e l’altra? 

R: È esattamente il ruolo del Consiglio europeo, quello di mettere in conto tutte le posizioni diverse. È vero che la dipendenza della Francia dalla Russia nel settore energetico è minore dal momento che abbiamo il nucleare, cosa che invece è differente per l’Italia ed altre realtà statali. Ma il Consiglio europeo deve trovare un buon equilibrio, indicando come via preferibile quella del dialogo con Mosca, prendendo in conto i vari interessi degli stati europei. È evidente che non è facile: ma come nel caso di Israele, sul quale ci sono posizioni diverse, spetta al Consiglio europeo contemperare i vari interessi con un’opera di arbitraggio.

D: Francia e Roma, un rapporto secolare che sembra destinato a non interrompersi mai. Dalle attività culturali dell’Ambasciata passando per il ruolo dell’Accademia di Francia Villa Medici, l’École française de Rome ed il Centre Saint Louis questo legame sembra indissolubile. E’ fiero di rappresentare una nazione cardine nel pensiero e nella vita della città eterna? Secondo lei cos’è che lega Parigi a Roma in questa maniera?

R: Per prima cosa, come lei sa, Roma ha tante relazioni con tante altre città del mondo ma ha solo un gemellaggio, quello con Parigi, e viceversa, Parigi è gemellata solo con Roma. Mi piace molto l’espressione: “Solo Roma è degna di Parigi, e solo Parigi è degna di Roma”. Perché questo gemellaggio fonda tutto? I due paesi hanno storie di rapporti da secoli e c’è una volontà di lavorare insieme. L’attività culturale è un bellissimo esempio di questo. L’istituto culturale italiano a Parigi è molto attivo perché c’è una domanda della Francia e di Parigi di sapere di più della cultura italiana: cinematografica degli anni ’60-’70, ma anche della letteraria. E questo vale naturalmente anche per il teatro, per la danza, per l’arte in tutte le sue forme: c’è una domanda reciproca.

D: Come pensa che sia stata gestita dall’Italia la questione diplomatica dei marò in India?

R: So che è molto complicato, non vorrei commentare perché è un discorso  di competenza delle autorità italiane. Una cosa è certa: sono più di due anni che i marò sono in prigione e l’Europa deve necessariamente aiutare l’Italia a trovare una soluzione.

 

Ringraziamo S.E. l’Ambasciatore Alain Le Roy per la cortese ospitalità riservata alla redazione di Polinice.

 

A cura di Antoniomaria NapoliMatteo Santamaria, Niccolò Antongiulio Romano per AltriPoli


 [GM1]

1. Sulle operazioni di peace-keeping delle Nazioni Unite la bibliografia è vastissima. Nella letteratura più recente cfr., tra gli altri, Le développement du rôle du Conseil de Sécurité: peace-keeping and peace-building (Colloque de l’Académie de Droit International de La Haye), a cura di Dupuy (R.-J.), Dordrecht, 1993; New Dimensions of Peace-Keeping, a cura di Warner, Dordrecht-Boston-London, 1995; Ratner, The New UN Peacekeeping: Building Peace in Lands of Conflict After the Cold War, New York, 1995; Nazioni Unite, The Blue Helmets. A Review of United Nations Peace-Keeping, New York, 1996; Picone, Il peace-keeping nel mondo attuale: tra militarizzazione e amministrazione fiduciaria, in RDI, 1996, 5 ss.; Pineschi, Le operazioni delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace, Padova, 1998; Cellamare, Le operazioni di peace-keeping multifunzionali, Torino, 1999; Gargiulo, Le Peace Keeping Operations delle Nazioni Unite. Contributo allo studio delle missioni di osservatori e delle forze militari per il mantenimento della pace, Napoli, 2000.

. Per un’analisi di alcuni fra i più importanti interventi delle Nazioni Unite, rientranti tanto nel modello qui considerato che nei modelli considerati di seguito nel testo, si vedano i saggi contenuti nel volume Interventi delle Nazioni Unite e diritto internazionale, a cura di Picone, Padova, 1995.

. Su questo tipo di interventi delle Nazioni Unite si vedano, oltre alle opere citate nelle due note precedenti, Corten e Klein, Action Humanitaire et Chapitre VII: la redéfinition du mandat et des moyens d’action des forces des Nations Unies, in AFDI, 1995, 105 ss.; Fink, From Peacekeeping to Peace-Enforcement: The Blurring of the Mandate for the Use of Force in Maintaining International Peace and Security, in Maryland JIL Trade, 1995, 1 ss.; Marchisio, The Use of Force by Peace-keeping Forces for the Implementation of Their Mandate: Recent Cases and New Problems, in Italian and German Participation in Peace-keeping: From Dual Approaches to Co-operation, a cura di De Guttry, Pisa, 1997, 75 ss.; Lattanzi, Assistenza umanitaria e intervento d’umanità, Torino, 1997, 56-67. Vedi anche Magagni, L’adozione di misure coercitive a tutela dei diritti umani nella prassi del Consiglio di Sicurezza, in CS, 1997, 655 ss.. Sull’uso della forza armata autorizzato dal Consiglio di Sicurezza si vedano, tra gli altri, Freudenschuss, Between Unilateralism and Collective Security: Authorizations of the Use of Force by the UN Security Council, in EJIL, 1994, 492 ss.; Gaja, Use of Force Made or Authorized by the United Nations, in The United Nations at Age Fifty, a cura di Tomuschat, Dordrecht, 1995, 39 ss.; Lattanzi, op. cit., 71 ss.; Österdahl, By All Means, Intervene! (The Security Council and the Use of Force under Chapter VII of the UN Charter in Iraq, in Bosnia, Somalia, Rwanda and Haiti), in Nordic JIL, 1997, 241 ss.; Sarooshi, The United Nations and the Development of Collective Security. The Delegation by the Un Security Council of its Chapter VII Powers, Oxford, 1999.

 Per questo tipo di interpretazione dei poteri spettanti al Consiglio di Sicurezza in base al Capitolo VII della Carta vedi soprattutto Arangio-Ruiz, On the Security Council’s ‘Law Making’, in RDI, 2000, 609 ss. e Cannizzaro – Diritto Internazionale 2012 Capitolo 1, 34 ss.

9. Per una valutazione della prassi rilevante in questo contesto si vedano, tra gli altri, Ronzitti, Uso della forza e intervento di umanità, in NATO, conflitto in Kosovo e Costituzione italiana, a cura di Ronzitti, Milano, 2000, 1 ss. e Lattanzi, op. cit., 68 ss.

 Per una ricostruzione dei fatti rilevanti della crisi del Kosovo e dell’intervento dei Paesi della NATO, si veda Pretelli, La crisi del Kosovo e l’intervento della Nato, in Studi Urbinati, 1999/2000, pp.295 ss. Per un’accurata raccolta della documentazione rilevante si veda il volume L’intervento in Kosovo – Aspetti internazionalistici e interni, a cura di Sciso, Milano, 2001, 189 ss.

 Sui dati e sulla situazione relativi agli esodi di massa verificatisi durante la crisi del Kosovo cfr. Lo Savio, Esodi di massa e assistenza umanitaria nella crisi del Kosovo, in L’intervento in Kosovo, cit., 99 ss.

 Sulla valutazione dell’intervento in Kosovo dal punto di vista del diritto internazionale la bibliografia è molto nutrita. Tra gli autori che, con argomentazioni differenti, si sono pronunciati a favore della legittimità dell’intervento – o comunque di una sua qualche giustificazione giuridica – ricordiamo: Balanzino, NATO’s Actions to Uphold Human Rights and Democratic Values in Kosovo: A Test Case for a New Alliance, in Fordham ILJ, 1999, 364 ss.; Bermejo Gracía, Cuestiones actuales referentes al uso de la fuerza en el derecho internacionál, in An. Der. Int., 1999, 3-70; Zanghì, Il Kosovo fra Nazioni Unite e diritto internazionale, in I diritti dell’uomo – cronache e battaglie, 1998, n. 3, 57 ss.; Henkin, Kosovo and the Law of ‘Humanitarian Intervention”, in AJIL, 1999, 824 ss.; Reisman, Kosovo’s Antinomies, ibid., 1999, 860 ss.; Wedgwood, Nato’s Campaign in Yugoslavia, ibid., 1999, 828 ss.; Frank, Lessons of Kosovo, ibid., 858; Vigliar, La crisi dei Balcani nell’odierno ordine europeo ed internazionale, in questa Rivista, 1999, 13-28; Ipsen, Der Kosovo-Einsatz – Illegal? Gerechtfertig? Entschuldbar?, in Der Kosovo Krieg, Rechtliche und rectsethische aspekte, a cura di Lutz, Baden Baden, 1999-2000, 101 ss.; Delbrück, Effektivität des UN-Gewaltverbots, ibid., 11 ss.; Tomuschat, Völkerrechtliche Aspekte des Kosovo-Konflikts, ibid., 31 ss.; Condorelli, La risoluzione 1244(1999) del Consiglio di Sicurezza e l’intervento NATO contro la Repubblica Federale di Iugoslavia, in NATO, conflitto in Kosovo e Costituzione italiana, a cura di Ronzitti, Milano, 2000, 31 ss.; Leanza, Diritto internazionale e interventi umanitari, in Rivista della cooperazione giuridica internazionale, dicembre 2000, 9 ss.;Momtaz, L’intervention d’humanité de l’OTAN au Kosovo et la règle du non-recours à la force, in RICR, 2000, 89 ss.; Sofaer, International Law and Kosovo, in Stanford JIL, 2000, 1 ss.; Weckel, L’emploi de la force contre la Yougoslavie ou la Charte fissurée, in RGDI.P, 2000, 19 ss.Tra gli autori che invece hanno valutato, pur con argomentazioni diverse, come “irrimediabilmente” contraria al diritto internazionale l’azione della NATO, ricordiamo: Bernardini, Jugoslavia: una guerra contro i popoli e contro il diritto, in I diritti dell’uomo – cronache e battaglie, 1998, n. 3, 33-40; Saulle, Il Kosovo e il diritto internazionale, ibid., 53-54; Charney, Anticipatory Humanitarian Intervention in Kosovo, in AJIL, 1999, 834-841; Falk, Kosovo, World Order, and the Future of International Law, ibid., 847-857; Ferraris, La NATO, l’Europa e la guerra del Kosovo, in Aff. Est., 1999, 492-507; Cassese, Ex iniuria ius oritur: Are We Moving towards International Legitimation of Forcible Humanitarian Countermeasures in the World Community?, in EJIL, 1999, 23-30, e A Follow-Up: Forcible Humanitarian Countermeasures and Opinio Necessitatis”, ibid., 1999, 791-799; Krisch, Unilateral Enforcement of Collective Will: Kosovo, Iraq and the Security Council, in Max Planck YUNL, 1999, 59 ss.;Nolte, Kosovo und Konstitutionalisierung: Zur humanitären Intervention der NATO-Staaten, in ZaöRV, 1999, 941-960; Starace, L’azione militare della NATO contro la Iugoslavia secondo il diritto internazionale, in Filosofia dei diritti umani, 1999, paragrafi 4-6;Villani, La guerra del Kosovo: una guerra umanitaria o un crimine internazionale?, in Volontari e terzo mondo, 1999, n. 1-2, 26 ss.; Kühne, Humanitäre NATO-Einsätze ohne Mandat?, in Der Kosovo Krieg, cit., 73-99; Lutz, Wohin treibt (uns) die NATO?, ibid., 111-128; Preuß, Zwischen Legalität und Gerechtigkeit, ibid., 37-51; Weber, Die NATO-Aktion war unzulässig, ibid., 65-71; Mégevand Roggo, After the Kosovo conflict, a genuine humanitarian space: A utopian concept or an essential requirement?, in RICR, 2000, 31-47; Picone, La ‘guerra del Kosovo’ e il diritto internazionale generale, in RDI, 2000, 309-360; Ronzitti, Uso della forza e intervento di umanità, in NATO, conflitto in Kosovo, cit., 1-29; Thürer, Der Kosovo-Konflikt im Lichte des Völkerrechts: von drei – echten und schinbaren Dilemmata, in AVR, 2000, 1-22; Marchisio, L’intervento in Kosovo e la teoria dei due cerchi, in L’intervento in Kosovo, cit., 21 ss.; Sciso, L’intervento in Kosovo: l’improbabile passaggio dal principio del divieto a quello dell’uso della forza armata, ibid., 47 ss.; Joyner, The Kosovo Intervention: Legal Analysis and a More Persuasive Paradigm, in EJIL, 2002, 597-619. Più ambigua la posizione di Simma, (NATO, the UN and the Use of Force: Legal Aspects, in EJIL, 1999, 1-22), il quale pur riconoscendo la contrarietà alla Carta delle Nazioni Unite della minaccia (poi effettivamente attuata) della violenza armata da parte della NATO, arriva tuttavia a giustificarla quale eventualità del tutto eccezionale, quale ultima ratio per fronteggiare la drammatica situazione del Kosovo, non idonea pertanto a costituire sul piano giuridico un valido precedente.

Europa & Carceri – La vergogna Italiana

Il tema Giustizia in Italia da vent’anni è al centro delle discussioni politiche ed elettorali. Eppure, nonostante i ripetuti tentativi nessuna riforma legislativa è stata porta tata a termini e così il paese che ha dato i Natali a Cesare Beccaria si ritrova ad essere la vergogna d’Europa. Ciò avviene e si svolge attorno la vita e le esistenze di migliaia di persone, in uno stato di emergenza continuo, che vedi gli Istituti Penitenziari italiani essere i peggiori all’interno dell’Unione Europea.

UNIONE EUROPEA E CARCERI – Le politiche messe in campo dalle Istituzioni dell’Unione Europea, se nel campo dell’economia vedono molteplici difficoltà, nel campo dei diritti fondamentali hanno apportato ad un miglioramento sostanziale in qualsiasi campo. Ciò, ad eccezione di Italia e Grecia, è avvenuto anche nel settore carceri. Infatti, Nell’Unione Europea è stato messo in atto un progressivo processo di armonizzazione dei tassi di detenzione. In media il tasso d’incarcerazione in Europa è di 100 detenuti ogni 100.000 abitanti. Il Regno Unito guida la classifica dell’Europa occidentale con 145 detenuti ogni 100.000 abitanti. I paesi scandinavi restano per ora un’eccezione, ma in altri paesi, come i Paesi Bassi, a lungo caratterizzati da una popolazione carceraria esigua, sono in atto importanti processi di carcerizzazione. Questo dimostra come la Corte di Giustizia Europea ed i continui richiami della Commissione e del Consiglio Europeo abbiano apportato sostanziali miglioramenti. Nel recente Libro verde del 14/06/2011 sull´applicazione della normativa dell´UE sulla giustizia penale nel settore della detenzione, la Commissione europea ha allegato un’interessante tabella riguardante la popolazione carceraria dell’Unione europea che ha posto a confronto i dati del biennio 2009-2010 dei ventisette paesi membri dell’UE nel settore della detenzione.Dal Libro Verde del 2011 si evince che, a livello europeo, l’Italia si colloca al quarto posto per quanto riguarda il totale della popolazione carceraria, con 68.795 detenuti, preceduta solo da Inghilterra-Galles (85.206), Polonia (82.794) e Germania (69.385). In un quadro ben lontano dalle aspettative del legislatore europeo si sono distinti i paesi della Penisola Scandinava dove la qualità delle strutture carcerarie e la percentuale di reinserimento sono altissime. Ulteriore dato di merito riguarda la Germania dove solo il 15% della popolazione carceraria è in ” attesa di giudizio”, dato che si scontra con la percentuale italiana che si attesta al 36% ( dato del Dap ).

Bambini e CarcereIL CASO ITALIA E LA CONDANNA INTERNAZIONALE – A Roma è nato il diritto e il primato della società romana nell’organizzazione dello Stato anche rispetto la Grecia. Celebre e quantomai veritiero è il precetto latino “Ubi Ius, Ibi societas”. Differentemente l’Italia da anni è al centro delle polemiche sullo stato dei suoi istituti penitenziari. La condanna pubblica è altissima e la battaglia del Partito Radicale di Marco Pannella è da tempo supportata dalla Chiesa Cattolica e persino dal Papa Francesco. Eppure, nonostante “Piani Carceri”, la recente abolizione del “Reato di clandestinità” la situazione è paragonabile a una bombola a pressione. Lo scorso 27 aprile Il Consiglio Europeo ha mostrato con l’ausilio di dati oggettivi l’impietosa situazione delle carceri italiane. Un’analisi che vede il “Bel Paese” secondo solo alla Serbia per sovraffollamento ( paese in attesa di adesione alla Ue ). Il report diffuso da Strasburgo, relativo a tutti gli stati europei, si riferisce al 2012, quando vennero conteggiati 66.271 detenuti su 45.568 posti disponibili, vale a dire 145 carcerati ogni 100 posti: per avere un rapporto peggiore bisogna andare in Serbia, 160 detenuti ogni 100 posti. Non solo. L’Italia è seconda, dopo la Francia, per numero di suicidi: 63 nel 2011. Ed è prima per presenze di detenuti stranieri: 23.773, il 36%. Circa 124 euro al giorno la spesa sostenuta per ogni carcerato. Questo due anni fa. Ma oggi la situazione è un’altra, replica il Dap. I detenuti sono poco più di 59mila, quelli in custodia cautelare sono passati dal 46% al 36%, i suicidi sono calati dai 57 del 2012 ai 42 nel 2013. Questi dati in controtendenza con il passato sono il frutto dei rimedi messi in campo dall’ex Ministro della Giustizia Cancellieri.

A rendere il nostro Paese ridicolo agli occhi della comunità internazionale, oltre che nella assoluta incapacità ad imporsi più come paese sovrano, vi é stata la condanna con sentenza della Corte di Europea dei diritti umani del 2013. I giudici allora constatarono che il problema del sovraffollamento carcerario nel nostro paese è di natura strutturale, e che il problema della mancanza di spazio nelle celle non riguarda solo gli allora sette ricorrenti: la Corte ha già ricevuto più di 550 ricorsi da altri detenuti che sostengono di essere tenuti in celle dove avrebbero non più di tre metri quadrati a disposizione. I magistrati europei hanno richiamato le autorità italiane a risolvere il problema del sovraffollamento, anche prevedendo pene alternative al carcere. I giudici hanno domandato inoltre all’Italia di dotarsi, entro un anno ( al momento senza alcun riscontro legislativo ), di un sistema di ricorso interno che dia modo ai detenuti di rivolgersi ai tribunali italiani per denunciare le proprie condizioni di vita nelle prigioni e avere un risarcimento per la violazione dei loro diritti.

LA SOLIDARIETA’ E L’IMPEGNO – Nonostante gli innumerevoli problemi in Italia resta forte l’impegno delle Istituzioni Penitenziarie e del Terzo Settore nel lavoro di reinserimento dei detenuti. Esempio ne sono le innumerevoli relazioni dei DAP e dei Sndacati di Polizia Penitenziaria che chiedono riforme urgenti. Altro ecomiabile esempio sono le Cooperative Sociali e le associazioni che si occupano del “reinserimento” come sancito dalla Costituzione della Repubblica Italiana. Ad esempio da anni è attiva Ristretti Orizzonti che con la sua rete e periodico informa il mondo della vita carceraria e dei suoi problemi. Altra attività che sta facendo scalpore, per la sua attualità e bellezza è il reinserimento operato presso la Casa Circondariale di Frosinone dalla squadra di rugby ” I Bisonti “, la quale sostenuta dall’associazione Gruppo Idee e dalla Federazione Italiana Rugby – Lazio, sta reinserendo e rieducando i detunuti attraverso lo sport. Come a dire che Poliziza Penitenziaria, detenuti e operatori del Terzo Settore operano e spingono affinchè le cose effettivamente cambino.

Quel che emerge dalla condizione carceraria è una capacità dell’Europa di porsi a garante dei diritti, in modo superiore a ciò che avviene negli altri grandi paesi del mondo come Stati Uniti d’America e Russia. Dalla seguente analisi però resta come fardello l’Italia. Italia paese in cui resta aperto un dibattito ove le cosiddette forze progressiste si dichiarano contrarie all’amnistia. Paese che si sente oppresso dall’Europa, ma che a sua volta non rispetta la dignità umana. Italiani che vorrebbero di più dall’Europa, ma che non riescono a gestire se stessi.

Roma Rocks #9: Marcello e il mio amico Tommaso – Nudità

Ho deciso di scrivere qualcosa su questo disco perché tutto ciò che ho letto da recensioni di siti più o meno specializzati sono le solite generiche insipide cazzate noiose. Devo dire la verità, ci ho messo veramente tanto a digerire il primo disco di Marcello e il mio amico Tommaso (intervista qua), non ho mai capito bene cosa mi piacesse e cosa mi desse fastidio della band messa in piedi dal talento chitarristico e compositivo di Marcello Newman (prima Jaqueries, ora Alpinismo). 

In questo inizio 2014 è successo qualcosa che ha cambiato, e non di poco, la mia prospettiva: sto preparando un esame sul Decameron (in particolare la II giornata). La quête erotica, infatti, domina entrambe le opere, l’eros diventa il territorio privilegiato per “coloro i quali per li dubbiosi paesi d’amore sono caminanti”. Se il corpo è spesso al centro delle novelle del Decameron, è al centro dell’intero disco del gruppo romano; e se in Boccaccio la nudità è spesso un risarcimento solare alla premessa iniziale della peste, nell’album sembra porsi come faticoso punto di arrivo quasi mai soddisfatto dal racconto dei brani, con la piccola eccezione di ‘Bossanova’, non a caso uno dei pezzi più gratificanti (e belli) dell’album. O magari questo paragone non ha senso, non lo so. Il vero punto è che ho cambiato nettamente la mia prospettiva su una serie di canzoni che per un sacco di tempo trovavo estremamente presuntuose. Devo essere chiaro, penso ancora che a volte Marcello in questi pezzi sia più impegnato a concentrarsi su quale possa essere l’effetto delle sue parole piuttosto che sulle parole stesse. Eppure è come se avessi improvvisamente trovato una chiave di lettura convincente di Nudità, che già mi aveva convinto con la qualità degli arrangiamenti (altro grandissimo merito di Marcello), che però sono talvolta accompagnati da una performance vocale insufficiente. Non perché Marcello sia stonato (cioè lo è, però sticazzi), ma perché la voce è spesso ritoccata in maniera innaturale, cosa che penalizza non poco un disco che dovrebbe suonare lo-fi. Niente di irrecuperabile, soprattutto perché Marcello è spesso accompagnato dalla deliziosa voce di Margherita Vicario, assolutamente straordinaria, tanto da risollevare i pezzi che sembravano faticare fino a pochi secondi prima. 

Riguardo al sound dell’album ci sarebbe veramente tantissimo da dire, ma mi limiterò ad accennare che la gestazione è stata particolarmente lunga per un disco che, a mio modesto parere, avrebbe guadagnato molto da una maggiore urgenza. E’ evidente che il passaggio da un EP in inglese a un disco in italiano non è un lavoro semplice, anzi è sorprendente come la qualità di alcuni brani sia così convincente. Sono convinto, tuttavia, che Nuditàviva di un’insanabile contraddizione fra desiderio di immediatezza ed eccessiva incubazione, tanto che ci si ritrova in mano con solo ventisette minuti di musica che però suonano sin troppo prodotti. So anche che le registrazioni sono state fatte all’interno di una chiesa, ma devo dire che non si sente per niente. 

Insomma, l’impressione è che, nonostante l’innegabile qualità dei brani, qualcosa sia andato storto in fase di registrazione. Poco male, se si considera che Marcello Newman a ventidue anni appena compiuti (qualche giorno fa) si lascia alla spalle un album convincente nell’aspetto che più dovrebbe interessare un’artista: il songwriting. Nudità non è un disco per tutti, e dalle mie parti questa è una cosa positiva.

Luigi Costanzo – PoliRitmi

“GOOD ITALY, BAD ITALY” – Bill Emmot e la doppia faccia del Belpaese

Nella delicata, precaria fase politica che l’Italia sta affrontando, è sempre interessante e, talvolta, illuminante conoscere la posizione di politici e intellettuali stranieri sulle vicende del Belpaese. Oggetto d’interesse, di domande e di disappunto è spesso Berlusconi che, a livello interazionale, è conosciuto come l’uomo che per quasi un ventennio, anziché guidare l’Italia nella giusta direzione, è stato in grado di farla inesorabilmente deragliare, su più fronti. Tra i vari autori a occuparsi del caso italiano e del “Caso Berlusconi”, uno in particolare si è distinto per la raffinatezza intellettuale e le idee brillanti: Bill Emmott, ex direttore dell’Economist, tra le fonti più autorevoli in fatto di politica e affari internazionali. A Emmott dobbiamo articoli sulla politica interna dell’Italia molto più realistici e istruttivi di molti di quelli firmati dai nostri connazionali. Indimenticabile, tra le sue copertine, “Berlusconi: the man who screwed up an entire country”.

Dopo essersi dedicato all’Italia da giornalista politico, Emmott ha iniziato a farlo in veste di vero e proprio scrittore: dapprima, ha pubblicato il libro “Forza Italia”, scritto in italiano, nel 2010, per poi rivisitarlo e adattarlo alle esigenze di un mercato più internazionale nel 2012, intitolandolo “Good Italy, Bad Italy”. Da un’attenta lettura del libro traspare con chiarezza ciò che Emmott in realtà è: un innamorato deluso. Già, perché il grande giornalista inglese ha sempre nutrito un grande amore nei confronti dell’Italia, metaforicamente tradotto nel documentario “Girlfriend in a coma”. Emmott non accetta, come molti italiani, di vedere quel Paese che un tempo era una potenza, sinonimo di creatività e bellezza, ridotto a essere una caricatura di se stesso e del proprio glorioso passato, sopraffatto da una crisi che va oltre alla sfera economica, estendendosi anche a quella politica ed etica.

Cover del libro Bill Emmott – Good Italy, Bad Italy

In “Good Italy, Bad Italy”, Emmott traccia una netta distinzione tra la “buona” Italia e la “mala” Italia, due facce della stessa medaglia, che competono per determinare il futuro del Paese. Nel descrivere la “mala” Italia, l’autore utilizza una struttura dantesca. Emmott parla, infatti, di “inferno politico” e “purgatorio economico” (rigorosamente in italiano), riferendosi rispettivamente agli scandali a sfondo sessuale di Berlusconi e all’instabilità economica, cui grande caratteristica è l’ingente debito pubblico. Nel caso della “buona” Italia, invece, non vi è esplicito riferimento alla terminologia dell’Alighieri. Definire gli aspetti positivi dell’Italia “paradisiaci” sarebbe un’esagerazione, se non pura falsità. Tuttavia, Emmott è speranzoso e arriva persino ad affermare che quella parte del paese che ancora lavora con serietà e produce onestamente possa dar origine a un nuovo Risorgimento. Dall’analisi della “buona” Italia traspare la dedizione con la quale Emmott ha viaggiato, da Nord a Sud, per tutto il Paese, interrogando gli amministratori delle aziende, gli esponenti dei movimenti antimafia, gli artigiani.

Chi sono, quindi, i maggiori esponenti della “bad” e della “good” Italy?
Emmott percepisce Monti come figura di riferimento dell’Italia buona, un leader serio, preparato, che è stato in grado di ridare attendibilità al Paese sul piano internazionale. Per quanto riguarda la “mala” Italia, ça va sans dire: lui, il famigerato Silvio Berlusconi, etichettato da Emmott già nel 2001 come una presenza incapace di governare a dovere il nostro Paese. A oggi, molti italiani concorderebbero nel dire che già un’accurata descrizione dell’operato di Berlusconi nell’ultimo decennio sarebbe sufficiente a fornire un quadro più che esaustivo di una cattiva Italia. Il potere deleterio di Berlusconi risiede in parte nel fatto che egli abbia un forte impatto mediatico: anche oggi, condannato e rinnegato persino da molti dei suoi storici sostenitori, Berlusconi ha la capacità di catalizzare l’attenzione dei media. Questo non nasce solo dal (pur influente) fatto che egli possieda le reti televisive più famose d’Italia, ma è dato anche dalla sua abilità di apparire in televisione. A qualsiasi talk show egli sia invitato, Berlusconi è in grado di attirare ogni attenzione su di sé e sul suo personale spettacolo. Come lo definisce Emmott, un artista della televisione.

Oltre alla crisi e agli scandali, Emmott individua un terzo, essenziale elemento responsabile di aver trascinato l’Italia ancora più a fondo: l’individualismo degli italiani. Secondo l’autore, anche in questo caso gli anni di governo Berlusconi avrebbero contribuito a radicare negli italiani l’idea che il potere vada ottenuto per essere sfruttato a fini personali o per essere delegato a famiglia, amanti, amici stretti. Questo punto è particolarmente importante poiché evidenzia un concreto e attuale problema dell’Italia: l’assenza di meritocrazia. Per Emmott, abituato all’integrità e all’incorruttibilità della maggior parte delle realtà britanniche, questa assenza deve rappresentare una delle più grandi vergogne per l’Italia.

La lettura di un libro come “Good Italy, Bad Italy”, ora che l’Italia si appresta, faticosamente, a girare pagina, è importante per capire quali siano i nostri punti di forza visti dall’esterno, per potenziarli; ma serve anche a capire quanto la reputazione dell’Italia, nel corso degli anni, si sia deteriorata. L’ovvia conclusione, purtroppo, è che le conseguenze di una crisi cosi profonda e radicata quanto quella dalla quale il Paese sta cercando di uscire, non se ne andranno facilmente. Spetta all’Italia stessa, e agli italiani, riguadagnare la fiducia e la gloria di un tempo.

Giulia Aloisio Rafaiani – AltriPoli