Home / Tag Archives: italia (page 2)

Tag Archives: italia

Touring Club Italiano. Bandiere Arancioni compie 20 anni

L’iniziativa Bandiere Arancioni de il Touring Club Italiano compie 20 anni. La sua torta è l’Italia, non ci sono candeline ma bandiere e sono ben 227. Si festeggia l’Italia dei borghi e lo sviluppo turistico sostenibile.

Il Touring Club Italiano ha annunciato lo scorso 22 gennaio di aver raggiunto un traguardo eccezionale, aggiudicandosi ben 227 Bandiere Arancioni, 19 in più rispetto al 2015. Si festeggia l’Italia dei borghi e per l’occasione è stata organizzata una cerimonia alla presenza di oltre 150 Sindaci.

Bandiere Arancioni è il primo programma di sviluppo e valorizzazione turistica dei borghi in Italia, l’unico dedicato esclusivamente a comuni con meno di 15.000 abitanti dell’entroterra. L’iniziativa nasce in Liguria, grazie anche al contributo dell’Assessorato al Turismo della Regione, e ha come obiettivo la maggiore valorizzazione dell’entroterra, del suo paesaggio, della sua storia, cultura e tipicità, per avviare un percorso di miglioramento e di crescita economica sostenibile, riconoscendo il ruolo centrale delle comunità locali. Il progetto si è sviluppato a livello nazionale, in tutte le regioni. La più arancione d’Italia è la Toscana che ha ottenuto 38 riconoscimenti, seguita dal Piemonte che ne ha ricevuti 28 e dalle Marche con 21.

Il Touring Club Italiano,vanta nella sua storia il talento di aver saputo anticipare stili e tendenze in tema di turismo e viaggio, non si è smentito quando per primo ha colto ed evidenziato il potenziale turistico dei piccoli centri dell’entroterra. Questi vent’anni fa erano esclusi da ogni tipo di riflessione e politica di sviluppo turistico. Insieme a Regioni, Comuni e altre reti, ha contribuito a mutare radicalmente consapevolezza, percezione e modello di sviluppo dell’Italia interna, dei borghi e dei piccoli comuni. La sfida era quella di trasformarli da realtà marginali a destinazioni di tendenza.

La Bandiera arancione è concepita pensando al punto di vista del viaggiatore e alla sua esperienza di visita: viene assegnata alle località che non solo godono di un patrimonio storico, culturale e ambientale di pregio, ma che sanno offrire al turista un’accoglienza di qualità. Il marchio ha una validità temporanea, ogni tre anni i Comuni devono ripresentare la candidatura ed essere sottoposti all’analisi del TCI che verifica la sussistenza degli standard previsti e garantisce così ai viaggiatori un costante monitoraggio della qualità dell’offerta turistica e alle amministrazioni uno stimolo al miglioramento continuo.

Al termine dell’ultima fase d’analisi e verifica che si è conclusa a dicembre 2017, il Touring Club Italiano assegna oggi 227 Bandiere arancioni per premiare e promuovere uno sviluppo turistico sostenibile. La Bandiera è molto ambita e per ottenerla bisogna meritarla e rispettare standard di eccellenza. Nel corso di questi 20 anni le candidature sono state più di 2.800 ma solo l’8% ha ottenuto il riconoscimento. 

L’attività del Turing Club Italiano però non è volta solo alla premiazione e valorizzazione dei migliori ma attraverso dei piani di miglioramento su misura, aiuta i territori che aspirano alla Bandiera verso l’innalzamento della qualità dell’offerta. Sono 30 i Comuni che hanno ricevuto la Bandiera arancione in seconda istanza, dopo aver attuato i suggerimenti ricevuti. 

La Bandiera arancione è motivo di vanto e non solo, porta benefici reali e tangibili (+ 45% arrivi e + 83% di strutture ricettive in media, dall’anno di assegnazione) inoltre supporta un vero e proprio “circolo virtuoso” restituendo un quadro estremamente positivo, in molti casi in controtendenza rispetto al resto del Paese. La valorizzazione è il miglior modo di tutelare quando porta beneficio a cittadini e ai visitatori, assicura una economia locale che diviene opportunità di presidio territoriale, anche in termini di contrasto al dissesto e all’abbandono, favorendo occupazione e rivitalizzazione locale. 

 

L’Olimpo del Cinema

“Robberto”. Era dal 1999 che la bandiera Italiana non volava così in alto ad Hollywood nell’Olimpo del Cinema, quando Sophia Loren gridava entusiasta il nome di Benigni. Nella giornata di martedì 23 gennaio sono state annunciate le candidature alle ambite statuette. La 90esima edizione degli Oscar vede Luca Guadagnino con il suo film “Chiamami col tuo nome” comparire nella lista dei candidati al Miglior Film. Ricordiamo bene che l’Academy of Motion Picture Arts and Sciences, che riunisce circa ottomila professionisti del settore, è la cerimonia di premiazione per film di produzione americana. Noi abbiamo il David di Donatello.

L’ultima statuetta a rientrare in patria non è stata nel 2014 quella di Paolo Sorrentino con la sua poetica pellicola sulla città eterna “La Grande Bellezza” nella categoria dei Film Stranieri. Sicuramente è stata la più importante in termini d’immagine e divulgazione della nostra cultura, ma gli italiani sono sempre presenti e spesso vincitori a questo evento così importante. Recentemente siamo stati protagonisti nell’animazione, le musiche che ci hanno incantato di Ennio Morricone, Alessandro Bertolazzi e Giorgio Gregorini per il magnifico trucco e acconciatura Suicide Squad, i visionari Dante Ferretti e Milena Canonero, Gianfranco Rosi e molti altri.

Quest’anno “La forma dell’acqua” di Guillermo del Toro con tredici nomination guida la classifica, seguito da Christopher Nolan che con “Dunkirk” e le sue otto si aggiudica il secondo posto. “Tre manifesti a Ebbing, Missouri” ne ha ottenute sette, The Post soltanto due, ma una di queste porta il nome dell’infinita Meryl Streep alla sua ventunesima candidatura, la delusione dell’anno Blade Runner 2049 comunque si contenderà una delle categorie più apprezzate con il maestro della fotografia Roger Deakins. Rachel Morrison abbatte forse l’ultima barriera degli Oscar essendo la prima donna ad essere candidata per la miglior fotografia e tra i migliori registi rivediamo finalmente una donna Greta Gerwig con “Lady Bird” e l’afroamericano Jordan Peele con il suo debutto “Get Out”.

 

“Chiamami col tuo nome” di Luca Guadagnino si candida a quattro Oscar: miglior film, miglior attore, miglior sceneggiatura e miglior canzone originale. Fin dalla sua anteprima al Sundance Film Festival è stato molto acclamato dalla critica. La pellicola, si perchè girato in pellicola 35 mm, è l’ultimo film della “trilogia del desiderio”, dopo “Io sono l’amore” (2009) e “A Bigger Splash” (2015). Il regista ha commentato: “Questo è un film per famiglie, mi piace pensare che sia un film volto alla trasmissione della conoscenza. Di conseguenza abbiamo mostrato sullo schermo solo ciò che volevamo mostrare.”

Nota dolente è la continua assenza nella categoria cortometraggi, ma l’Italia è ancora una volta presente e protagonista alla cerimonia che si terrà al Dolby Theatre di Los Angeles il 4 marzo p.v.. Speriamo che qualcuno al check-in di ritorno debba imbarcare una valigia più pesante.

 

Roger Waters – La leggenda torna in Italia

L’estate esalta l’arte custodita in Italia, soprattutto a Roma, che da sempre è la capitale dei live musicali durante la stagione più calda. Così, oltre a Björk, tornerà a suonare e incantare Roma, la leggenda dei Pink Floyd. Lo farà Roger Waters, compositore e musicista che ha scritto la storia del rock e della musica. Allo stesso tempo e modo si esibirà in Toscana, che vede come sua capitale musicale Lucca.

Il ritorno di Roger Waters è previsto a Luglio. Lo farà però con una rappresentazione molto diversa, una produzione imponente e spettacolare finora messa in scena solo a Città del Messico e allo storico Desert Trip Festival lo scorso anno. Una lunga attesa che la più eclettica mente creativa d’Europa ha scelto di far approdare nel continente. Il format live del Desert Trip, portato in Italia da D’Alessandro & Galli, prevede elementi di altissima spettacolarità, a partire da un palco innovativo che riproduce la Battersea Power Station di Londra che evoca la storica copertina di Animals. Un album decisamente degno di un maggior rilievo, ma racchiuso in penombra dalla portata musicale e soprattutto dell’immaginario collettivo evocato di due colossi come Wish You Were Here e The Wall.

Se la Brexit spaventa i salotti e gli alternativi di Monti, stavolta un inglese, Roger Waters ha scelto solamente tre città europee. Partirà da Londra, la capitale culturale del vecchio continente, che ospiterà il concerto ad Hyde Park a cui si aggiungono ben due date italiane: Lucca e Roma. 

Lo spettacolo di una delle colonne portanti dei Pink Floyd, debutterà in Italia l’11 Luglio al Lucca Summer Festival, nell’area adiacente alle Mura Storiche. Non si tratta di una scelta casuale ma di un indirizzo preciso dell’Artista affascinato dal collegamento tra le Mura cinquecentenarie che avrà al fianco del palcoscenico e The Wall, la sua opera principe, i cui brani avranno una parte fondamentale nella scaletta di questo show che vedrà Roger Waters interpretare tutti i grandi classici del repertorio dei Pink Floyd insieme ai brani del suo nuovo album “Is This The Life We Really Want?”

La seconda data Italiana si terrà invece nell’affascinante scenario del Circo Massimo di Roma, laddove si respira come in nessun altro posto il fascino della storia. Un concerto che segnerà il ritorno di Roger Waters a Roma a 5 anni di distanza dalla sua rappresentazione di The Wall allo Stadio Olimpico.

Due occasioni imperdibili per coloro che amano la musica e dopo Venezia e Pompei, vogliono poter dire di aver visto la leggenda suonare. Incantare. A pochi chilometri dal cimitero di Anzio che è sede delle sue origini e dei motivi per cui la musica si è evoluta così come la conosciamo noi.

As You Were – Liam Gallagher il ritorno da numero 1

L’inconsistenza dell’attuale indie è contraddistinta dal fatto che quando le vere Rockstar producono o ristampano i loro lavori entrano in classifica da numeri uno. Liam Gallagher è un numero uno e il suo album da solista “As you were” ne è la più limpida dimostrazione.

Questa volta l’icona del britpop è dovuto tornare da solo, dopo gli insuccessi dei Beady Eye, sui quali  le aspettative erano ampie e sul quale è gravato il peso di un fantasma leggendario e irripetibile come gli Oasis. Chi scrive questo articolo è nato nel 1988 e fu proprio in quell’anno che, dopo aver assistito a un concerto degli Stone Roses (non di Venditti, capito “indie” romani) Liam capisce che il suo destino è quello di diventare una rock star. Da lì a poco scriverà la storia incarnando insieme al fratello e alla sua band l’ultimo movimento rock degno di nota.

E’ l’8 ottobre 2009 quando Liam Gallagher dichiarò al Times che: “Gli Oasis non esistono più, penso lo abbiamo capito tutti. È finita”.

Di lì in poi passarono anni di oblio, sebbene la Gran Bretagna abbia regalato nel contempo artisti quali Kasabian e rimesso in pista, per poco, i The Verve.

Così, il sopracitato gruppo Beady Eye è stato più un revival dei tempi che furono che una band di livello. Passati gli anni qualcosa si è mosso. Nonostante Liam Gallagher e la sua posa riconoscibile in ogni dove singolarmente non volesse arrivare a un album da solista, è stato quasi costretto a tornare da numero 1.

 

As You Were è un album valido, bello, finalmente con un tratto capace di lasciare un segno nel lungo percorso del rock’n’roll. “For What It’s Worth” porta alla mente la magia di Manchester e della sua band cattiva che negli anni novanta faceva sognare l’ultima generazione felice prima della dittatura dello streaming. Un testo dolente come quelli che nell’intramezzo della nostalgia di una gioventù che sfuma portano a esser maggiormente riflessivi.

Il brano Chinatown suona come un brano che hai già ascoltato, chissà dove e quando, ma che nella realtà nasconde nuove strutture e rimandi originali. Paper Crown è un brano destinato a segnare questo periodo post Brexit. Un brano che porta con sé tutto il meglio che Liam Gallagher possa regalare a questo mondo troppo veloce e inutilmente attaccato al glamour di Hollywood anche nella musica. “As You Were” è un’esaltazione della taciuta umiltà di Liam Gallagher che è stato assistito nella stesura dell’album da Andrew Wyatt e Greg Kurstin.

As You Were“, nel contempo ha scalato le classifiche britanniche. I”As You Were“, appena uscito, è balzato subito in vetta alla classifica degli album più venduti nel Regno Unito, con una veemenza che a molti ha fatto pensare a come “÷” di Ed Sheeran aveva conquistato le classifiche qualche mese prima. In Italia è primo tra i vinili, scansato nella classifica generale solo da un’altra leggenda come Lucio Battisti.

 

Un altro dato impressionante sul successo di “As You Were” risiede nel fatto che ha anche venduto più di tutti gli altri diciannove titoli della Top 20 messi insieme.

Liam Gallagher è tornato. Da solo, con le sue visioni, la sua storia fatta di miti e pentimenti. Con la sua umiltà e i suoi contrasti. Mandando a quel paese la nuova inutile generazione Indie. 

Lucio Battisti – Più di prima. Più che mai

Ammetto di esserne un ammiratore eretico. La ragione risiede nel fatto che non appena undicenne, mentre venivo accompagnato con il redattore di Architettura Jacopo Costanzo alle feste degli amici delle medie, in auto mio padre mi faceva ascoltare Lucio Battisti con Pasquale Panella. Un Battisti nascosto, per pochi, forse il migliore interprete di un’ermeneutica incarnata successivamente solo da Battiato.

Nelle settimane in cui è al culmine la guerra intorno la liquidazione della società Edizioni Musicali Acqua Azzurra, un disco, rigorosamente non disponibile in download, conquista il primo posto in classifica italiana. Come a dire ai nuovi o presunti cantautori italiani che appena gli Dei tornano per loro di spazio ne rimane bene poco.

Il disco più venduto della settimana appena passata è stato «Masters». Una raccolta dei classici di Lucio Battisti in versione restaurata e rimasterizzata che segue il solco inaugurato dai Pink Floyd con Echoes, oltre dieci anni fa.

La particolarità di questa edizione musicale è che esso non si può scaricare (legalmente) e non è disponibile in streaming. Per una ragione tanto romantica, quanto irrazionale visti gli attuali problemi, la moglie e figlio si sono sempre opposti alla digitalizzazione del catalogo

«Masters» sembra un prodotto fuori dal tempo. Capace di mandare indietro in classifica i paladini dello streaming, quali: Fedez, la Dark Polo Gang e i The Giornalisti.

Battisti è stato sopra tutti, sia quelli che vanno forte sulle nuove piattaforme, sia quelli che vendono nei negozi, sia quelli che se la cavano su entrambi i fronti. Solamente Liam Gallagher lo supera nella vendita di vinili. Lo stesso cantante di Manchester che lo scorso anno stupì il mondo con un documentario Supersonic dedicato ai tempi precedenti all’avvento del web. Quando la musica era sporca, si inceppava per un graffio o per un difetto del supporto.

Lucio Battisti, più forte di prima. Più vivo e poetico nel suo mare nero degli effetti delle stories di hypster pariolini alla moda che nulla stanno lasciando.

Il familismo di un politico e di un italiano qualunque

«Mio fratello è un egoista. Lasciate che vi racconti il perché.
Ho un nipote davvero in gamba, il figlio di mia sorella. Quel ragazzo è un vero lavoratore, uno con la testa sulle spalle. Ha studiato molto e con gran riconoscenza verso la mamma e il papà, che per gli studi suoi hanno fatto sacrifici. Si è laureato un anno fa e da allora, disgraziatamente, non ha ancora trovato lavoro. Quando vedo tanta intelligenza sprecata, quando penso a quel ragazzo, che per me è quasi un figlio, a cui tocca passare giornate davanti alla televisione, mi viene una rabbia, che se si potesse gli darei il lavoro mio.
In realtà mio nipote un’occasione ce l’avrebbe avuta, diversi mesi fa. L’azienda di mio fratello aveva bisogno di un ragazzo e mio nipote vi fece domanda. Aveva tutte le carte in regola per essere assunto e così chiese a mio fratello di dargli una mano, di presentargli qualcuno che gli potesse dare i consigli giusti. Venne fuori che il selezionatore era un amico di mio fratello. Ci mancava poco che tirassi fuori una bottiglia di spumante.
Eravamo a pranzo tutti insieme, con i nonni, mia sorella, mio fratello, i miei cognati e i ragazzini. Mi venne in testa l’idea di fare un bel brindisi per mio nipote, che sembrava baciato dalla fortuna, capitato col colloquio con un amico di famiglia.
Fu lì che mio fratello rivelò chi era veramente. In poche parole, ci fece capire che a lui interessavano solo gli affari suoi. A dare una mano al nipote non ci pensava affatto. Ovviamente condì il discorso di belle parole e se non mi fossi messo a urlare ci avrebbe fatto la morale a tutti. “Il ragazzo è in gamba e ce la farà da solo”. “Gli altri aspiranti vantaggi non ne hanno, non sarebbe giusto”. Cose così. La verità è che gli scocciava spendersi, anche se a rimetterci era il nipote. Il nipote, dico, sangue del suo sangue.
Finì che venne assunto un altro, che probabilmente fu pure aiutato. Da allora mio nipote è rimasto a casa, per l’egoismo dello zio.
In tutta questa storia forse chi ha sofferto di più è nostro padre, che mai si sarebbe aspettato un comportamento così vergognoso da suo figlio. Una delusione del genere mio papà non se la meritava.
Di pranzi non ne abbiamo più fatti.»

Il racconto è di fantasia, ma è esemplare di un’attitudine culturale molto diffusa, forse in Italia più che altrove: la scelta percepita come “morale” è la raccomandazione, non l’imparzialità. Si tratta del “familismo amorale”. La Treccani lo definisce “la tendenza a considerare la famiglia, con il suo sistema di parentele, con la sua tradizione, la sua posizione sociale, e soprattutto con il legame di solidarietà interno tra i suoi membri, predominante sui diritti dell’individuo e sugli stessi interessi della collettività”.
Ci vorrebbe poco a mettersi nei panni dello zio, a cui è richiesto di mettere una buona parola. Il suo rifiuto per coscienza, considerato immorale dal codice etico alla rovescia della sua famiglia, lo ha costretto al biasimo dei parenti. Oppure ci si può immaginare nei panni dell’aspirante escluso, qualora lo zio avesse raccomandato il nipote al collega. Due candidati simili in tutto, uno con amicizie, l’altro senza: ad avere successo è il primo.
La violazione delle pari opportunità legate alle raccomandazioni è un cancro che attanaglia l’Italia. Senza un network di parenti ed amicizie, in molti casi non si va da nessuna parte. La conseguenza è che quanto più in alto è la famiglia di provenienza nella scala sociale, tanto più in alto si trovano canali per inserirsi, con il triste risultato di un consolidamento delle disuguaglianze sociali.
Uscire dall’ingranaggio è tanto più difficile, quanto più il familismo è un diffuso fenomeno di costume. Se ognuno si dimena per accaparrarsi il contatto più in alto che trova, chi si basa esclusivamente sulle proprie capacità è condannato a restare a guardare, sconfitto dalla scorrettezza altrui. Così molti si trovano loro malgrado a partecipare al gioco delle conoscenze, convinti che sia colpa degli altri, ma incapaci di realizzare che, oltre che vittime, di questo sistema ne sono anche artefici.

Su questa (in)cultura faceva leva recentemente Beppe Grillo.
Renzi si è rifiutato di prendere le difese incondizionate di suo padre, indagato, per l’appunto, per traffico di influenze illecite. “Se colpevole, mi auguro una pena doppia”. Che lo dicesse per coscienza o per campagna elettorale poco importa, ai fini di questa riflessione.
Renzi ha fatto leva sul valore dell’imparzialità, mentre Grillo, attaccandolo per aver “rottamato il padre”, ha fatto leva sul familismo.

Il familismo amorale ha evidenti ragioni storiche. Lo Stato italiano suscita ancora diffidenza in una larga parte del suo popolo, memoria storica della sua nascita forzosa a metà ottocento, percepita come artificiale in molte regioni, specie al Sud. Governato da poteri sempre diversi e sempre inaffidabili, il divisissimo popolo italiano aveva imparato a contare solo sulla famiglia. Così la nascita dello Stato moderno e delle sue prerogative ha incontrato, nell’applicazione quotidiana, resistenze culturali notevoli. Abituati a ragionare in contesti ristretti, dove ci si conosce tutti o quasi, l’esercizio del potere da parte di uno sconosciuto, che parla un dialetto diverso e vive a centinaia di chilometri di distanza, è visto con sospetto.
Qualcuno potrebbe congetturare che, tutto sommato, talvolta il familismo è quasi più efficiente. È vero infatti che il parere personale di chi ti conosce può dire molto di più rispetto all’esito di concorsoni spersonalizzanti, con migliaia di anonimi candidati valutati da un test, dove vige l’effettiva impossibilità di verificare con precisione il valore professionale delle persone.
Ma questo può valere in realtà piccole e sembra difficile conciliare la “cultura della relazione”, prodotto di piccole realtà locali, con i grandi numeri di uno Stato moderno, figura recente e comunque già superata, dai numeri ancora più vasti della società globale.
La difficile conciliazione della cultura della famiglia con la cultura della morale pubblica, l’attenzione per la pulizia sia del salotto che del marciapiede, è una delle sfide a cui l’Italia non ha ancora saputo rispondere.
Chissà se le frontiere della sharing economy, dove a prestare il servizio non è uno Stato lontano ma un altro cittadino, con cui si condivide una certa abitudine, possano essere la strada giusta, attraverso la quale il Paese si affacci al mondo globalizzato, senza diffidenze.

La Libia oggi

La riapertura dell’ambasciata italiana in Libia, per il momento la prima ed unica occidentale, è stata ritenuta dal governo di Tobruk un atto di aggressione militare. Nel paese, infatti, si respira oggi un’aria molto tesa. I miliziani del governo islamista non riconosciuto di Tripoli, ostili al legittimo Governo di accordo nazionale, guidato da Fayez al-Sarraj e sostenuto dalle Nazioni Unite, hanno assalito i ministeri della Difesa, della Giustizia e dell’Economia, prendendone il controllo. In seguito, un portavoce del governo di Serraj, ha tuttavia dichiarato che il tentativo di occupare i ministeri sarebbe in verità fallito. La situazione resta però poco limpida e mette in luce la fragilità del Governo di accordo nazionale, nonostante questi sia fortemente supportato dalla Comunità internazionale.

Il quadro della Libia, attualmente una vera e propria polveriera, è tale da poter precipitare da un momento all’altro in una guerra o comunque in gravi disordini pubblici. La Libia, dalla morte di Gheddafi in poi, sembrerebbe essere diventata ingovernabile. E l’Italia ne è probabilmente oggi la prima vittima.

In epoca coloniale, la Libia, fu definita da Salvemini “lo scatolone di sabbia”, in quanto convinto che tale conquista non avrebbe apportato alla nazione nessun beneficio. Ai giorni nostri la Libia parrebbe portare all’Italia solo preoccupazioni.

Ad allarmare Sarraj ed il suo alleato italiano è la minaccia che viene da est, vale a dire da Bengasi e da Tobruk (sede di un parlamento non riconosciuto dalla Comunità internazionale), dove un’altra Libia è saldamente governata dal generale Khalifa Haftar. È lui oggi il vero uomo forte della nazione. Haftar, che nei mesi passati aveva occupato i pozzi petroliferi dell’est, gode, infatti, del sostegno dell’Egitto, della Turchia e della Russia.

Sono di pochi giorni fa le immagini di Haftar che sale a bordo della portaerei russa, a largo delle coste libiche, in segno di ospitalità nei confronti del Cremlino, considerato amico e protettore. Tuttavia, gli analisti internazionali ritengono che Haftar, nonostante possa essere considerato un uomo influente, forse non lo sarebbe abbastanza per poter conquistare, oltre ad un pezzo di Cirenaica, tutta la Libia. È evidente dunque, nel panorama politico libico, la mancanza di un uomo forte quale era Gheddafi che, nonostante tutti i suoi limiti, aveva, per così dire, tenuto insieme la baracca.

Immaginare che il governo di Sarraj, voluto dall’ONU e appoggiato anche dall’Italia, possa stabilizzare la situazione in Libia è una scommessa azzardata. In effetti, il Governo di accordo nazionale non sembrerebbe controllare neanche Tripoli. Allo stesso tempo però non parrebbe opportuno per l’Italia opporsi a Sarraj, nonostante si renda sempre più necessario trovargli, in tempi brevi, una qualche alternativa un po’ più solida. L’Italia, anche se conscia della debolezza del governo di Sarraj, lo sostiene fermamente. Il nostro paese sta percorrendo la strada tracciata dagli USA e dalle Nazioni Unite, ovvero quella di aderire agli accordi di Skhirat, i quali hanno sancito la legittimità del governo di Tripoli. Probabilmente però, ora che Obama ha lasciato la Casa Bianca, l’Italia rischierà di rimanere isolata nel percorrere questa via.

Già l’intervento militare del 2011 segnò una significativa svolta nel destino della Libia. Diede, infatti, il via ad un processo di separazione tra Tripolitania e Cirenaica. Queste due regioni furono messe insieme, negli anni Trenta, proprio dal colonialismo italiano e, successivamente, furono unificate dagli inglesi nel mandato postcoloniale con l’instaurazione della monarchia dei Senussi. Ciononostante, tale famiglia reale, originaria della Cirenaica, a causa della poca influenza che aveva sulle altre due regioni della Libia (Tripolitania e Fezzan), ebbe grosse difficoltà ad affermare la propria autorità sull’intero territorio libico. Per comprendere a fondo quanto poco fossero connessi tra loro i popoli delle tre regioni storiche, si pensi che il re, al momento della proclamazione dell’unita della Libia, affermò pubblicamente di non aver mai intrattenuto rapporti con persone di Tripoli.

Oggi si sta di fatto assistendo alla separazione delle due grandi regioni strategiche del paese. Probabilmente, l’unico modo per interrompere un simile processo, è quello di trovare nuove strade di mediazione tra le due aree. Nondimeno, mentre la Cirenaica, pur se con grandi difficoltà, sta acquisendo una sua identità e quindi una sua affermazione sul territorio, la Tripolitania, dove l’Italia ha attualmente i suoi interessi, è ancora un territorio quasi anarchico.

La campagna militare del 2011 fu guidata dalla Francia e dall’Inghilterra con il sostegno degli USA. Diversi analisti di politica mondiale sostengono che l’Italia sbagliò allora a non opporsi a tale intervento. L’Italia, affermano, in questo momento dovrebbe cercare, attraverso la mediazione con la Russia, di conquistarsi le simpatie di Haftar, proprio per non correre il rischio di trovarsi in qualche modo spiazzata in futuro sul fronte della Cirenaica.

Il ministro dell’Interno Minniti, al fine di arrestare l’ondata migratoria che sta colpendo l’Italia, si è recentemente recato in Libia con l’intento di avviare le trattative con il presidente Sarraj per un nuovo accordo sui rimpatri. Tutto ciò servirebbe a ben poco, in quanto i traffici, avendo la loro origine a Sabrata, non sono sotto il controllo del governo di Tripoli, bensì delle milizie e delle bande militari ostili al Governo di accordo nazionale. Purtroppo tali movimenti sono sotto il giogo anche dei militari che dovrebbero essere sotto la guida di Sarraj, ma che di fatto godono di piena autonomia decisionale.  Questo presunto accordo, che parrebbe essere meramente mediatico, è a dire il vero un tentativo di fissare dei paletti giuridici come argine dell’ondata migratoria. La realtà è che l’Italia da sola non è in grado di fronteggiare un tale fenomeno. Senza l’appoggio dell’Europa l’Italia è sola. Pertanto sarebbe opportuno porre questo problema in prima istanza ai piani alti di Bruxelles.

La questione del traffico dei migranti non assume più un risvolto esclusivamente umanitario, ma anche di sicurezza nazionale ed internazionale. Si sta, di fatto, assistendo ad una guerra alle frontiere dell’Italia ed dell’Unione europea..

Molti analisti ritengono che i dittatori, nonostante non siano mai un bene per la propria nazione, a volte possano comunque rappresentare un male minore. Nel caso libico, ad esempio, Gheddafi ha certamente avuto il merito di tenere unito il paese. Paradossalmente, forse, sarebbe stato meglio mantenere in vita il regime di Gheddafi piuttosto che dare spazio a qualunque altra soluzione si sia prospettata poi successivamente alla sua caduta. L’elemento cruciale, per poter analizzare correttamente simili fenomeni, non sembrerebbe essere, infatti, far cadere o meno un dittatore, ma cosa fare una volta che questo sia caduto. Venuto giù Gheddafi, infatti, tutti si sono illusi che la Libia si sarebbe mantenuta come una singola entità statuale. Nessuno, o quasi, aveva tenuto in considerazione il fatto che la Tripolitania e la Cirenaica fossero due regioni storiche, entrambe custodi di una fortissima identità culturale e sociale. A dimostrazione di quanto detto, è opportuno citare l’ambasciatore britannico a Tripoli, Peter Millet, il quale, in un audizione alla Camera dei Lord, ad una domanda sull’esistenza o meno di un’identità nazionale in Libia, rispose che in Libia esistono quali dimensioni aggregative solamente la famiglia, la tribù ed eventualmente la città di appartenenza. Non la nazione.

Questa è la realtà della Libia e l’Italia, questa realtà, la conosce da tempo. Su questa tematica, infatti, un grande del giornalismo italiano, Igor Man, ha molto indagato ed ha molto scritto. Persino le grandi imprese italiane de localizzate in Libia (la FIAT su tutte), sapevano perfettamente quanto fosse critica al riguardo la situazione in Libia.

La creazione della Libia di Gheddafi fu un capolavoro della diplomazia italiana. Fu il genio democristiano ad escogitare questa “toppa”, che non fu mai stata digerita né dagli USA, né dalla Francia, né da molte altre potenze europee che hanno sempre considerato questo “colpo italiano” un ostacolo alla possibilità di controllare direttamente quell’area nordafricana.

Oggi, purtroppo, l’Italia è fuori dai giochi. La vox clamantis di Berlusconi, che si oppose al bombardamento del 2011, si schierò contro chi volle agire a muso duro contro il regime di Gheddafi. Ed all’epoca, il muso dure, fu tenuto soprattutto dagli USA, con una convinta Hillary Clinton in cabina di regia. Ciò lasciava presagire quale sarebbe stata la sua politica internazionale di una sua futura presidenza degli Stati Uniti d’America.

Con l’avvento di Trump alla Casa Bianca, invece, si può ipotizzare un diverso atteggiamento della politica estera degli States. La Libia gode da sempre di una minore attenzione, da parte degli USA, rispetto al quadrante mediorientale ed è perciò plausibile che il tycoon appalti a Putin la politica di stabilizzazione del Nord Africa e del Medio Oriente.

Questo, si potrà realizzare solo fino a quando la Russia manterrà vivi gli interessi in quell’area del globo. Interessi per i rapporti commerciali con la Libia e per le basi militari che potrebbe ottenere tra l’Egitto e la stessa Libia. Mosca, inoltre, da qualche anno a questa parte, di fatto controlla, assieme all’Iran, gran parte del Medio Oriente. Ciò in quanto il Cremlino ha stretto una serie di alleanze strategiche, con paesi come l’Iran, la Siria e l’Iraq, alle quali si è aggiunta quella con l’Egitto di al-Sisi. Egitto che allo stesso tempo ha a sua volta costituito un asse con la Siria.

Quanto è accaduto nell’ultimo periodo in Libia ha dimostrato che non è sufficiente bombardare quell’area geografica per unire la nazione. Senza un esercito sul terreno, non ci sarà mai una Libia unita. Lo stesso Haftar, inoltre, possiede un vero e proprio esercito. Nonostante venga comunemente chiamato esercito nazionale, non ha ancora assunto le caratteristiche per potersi definire tale. Ma allora chi potrebbe far scendere in campo le proprie truppe per dirimere questo intricato scenario? Gran parte degli opinionisti che si occupano di relazioni internazionali pensano agli egiziani. Invero, gli egiziani sono gli unici che in quell’area hanno un vero e proprio esercito.

Inoltre, l’Egitto, è fortemente interessato alle sorti della Libia. In Russia sostengono da tempo questa teoria. Al-Sisi starebbe per ottenere l’obiettivo che aveva in mente da tempo, ossia costruire per l’Egitto una profondità strategica in Libia che arrivi quasi fino a Tobruk. Insomma, il Generale egiziano, vorrebbe ottenere una fascia di sicurezza sui confini della propria nazione. Questo è ciò che più temeva Gheddafi, ovvero che il grande Egitto, paese popoloso e potente, avrebbe potuto un giorno posare gli occhi sulla Libia

Molti analisti di politica internazionale ritengono dunque che un’alleanza tra la Russia e l’Egitto potrebbe portare alla soluzione della questione libica.

Hotspot Italia: gli abusi denunciati da Amnesty International

Hotspot, i centri d’emergenza per i richiedenti asilo istituiti dall’Unione europea dove vengono avviate procedure accelerate di identificazione e smistamento, chi ha diritto resta chi no vada pure a casa sua, i rimpatri forzati; il bilico di responsabilità tra Italia e Unione Europea, il cane che si morde la coda, la patata bollente che passa di mano in mano e tutti si scottano. È di questi temi che si occupa il rapporto di Amnesty International sugli Hotspot uscito il 3 Novembre.

HOTSPOT, CHI LI HA CONCEPITI, PERCHE’, QUANDO E DOVE

Relocation, Migration compact, redistribuzione, ricollocazione, direttive, riunioni del consiglio dei ministri, numero di arrivi in Italia, Ungheria, Grecia, Austria, qualche aberrità di Salvini e ancora bla bla bla bla bla bla bla. Se anche voi ad un certo punto non ci avete capito più nulla, keep calm che è tutto normale. Cerchiamo di fare almeno un po’ di chiarezza.

Perché sono stati ideati? Secondo il Regolamento di Dublino, i migranti hanno il dovere di chiedere asilo nel primo paese d’arrivo così come il paese di arrivo ha il dovere di garantire non solo la loro identificazione ma anche la loro permanenza nel proprio terriorio durante la procedura di richiesta di asilo. Quando fu concepito il regolamento i tempi erano diversi un po’ per tutti, l’Italia e tantomeno la Grecia non immaginavano “tanti” arrivi.  Tutti sappiamo che molti delle eprsone che vengono vogliono raggiungere Germania, Svezia, dove il più delle volte hanno famiglia o amici da cui appoggiarsi e sentirsi in qualche modo a casa.

Per diminuire il numero di migranti, in percentuale ancora molto bassi rispetto a molti paesi di accoglienza, l’Italia ha per molto tempo adottato un metodo vecchio come il cucco ovvero quello  chiudere un occhio non identificando la maggioranza di migranti, soprattutto siriani ed eritrei, permettendogli di andare oltre infrangendo la normativa vigente. Aum Aum insomma.

Quando l’immigrazione si è trasformata nel nuovo oppio dei popoli, strumento privilegiato, una sorta di catch all di voti e contemporaneamente gli arrivi si sono intensificati l’Europa ha pensato che era ora di fermare L’AUM AUM. Nascono così gli hot spot –punti caldi di arrivo-

L’obiettivo alla base come dice il rapporto stesso è infatti: “Una drastica diminuzione degli spostamenti irregolari di rifugiati e migranti verso altri stati membri dell’Ue, uno degli obiettivi chiave, doveva essere raggiunto tramite l’acquisizione delle impronte digitali, nella prospettiva di assicurare la possibilità di un loro rinvio, secondo il Regolamento Dublino, verso l’Italia o altri paesi di primo ingresso”. Per compensare è stato varato il programma di relocation, che prevedeva la ricollocazione di 40.000 migranti dall’Italia a diversi paesi europei secondo una base di quote. Ad oggi poco più di un migliaio sono stati ricollocati.

Chi li ha concepiti e quando: Dopo tutti i battibecchi spesso incocludenti su raccomandazione della Commissione Europea sono stati concepiti, nel maggio del 2015, e decisi dal Consiglio Ue a giugno, gli hotspot con il mandato di ottenere il “100% delle identificazioni” all’arrivo. Il loro allestimento è uno dei punti centrali dell’Agenda sulla Migrazione. L’approccio hotspot è stato presentato come la risposta dell’Unione europea all’alto numero di arrivi e alla necessità di fermare la circolazione di migranti irregolari nel territorio europeo. Insomma per i migranti vige la legge: dove puoi arrivare lì rimani e devi essere anche contento!

Dove sono: Gli hotspot fino ad ora in funzione sono a Lampedusa, Pozzallo, Trapani e Taranto.  Offrendo gli hotspot servizi ai migranti appena arrivati molto simili ai servizi offerti da  centri già esistenti in Italia –chiamati Centri di primo soccorso e assistenza (Cpsa)- sono stati allestiti spesso proprio nei CPSA già esistenti. La capienza dichiarata è di 1600 posti in totale, che a dirla tutti rispetto ai numeri complessivi non rappresenta propriamente una svolta.

15151018_10155449114564046_2040298240_n

COSA VIENE FATTO NEGLI HOTSPOT

Adottato come metodo per consentire l’applicazione effettiva del regolamento di Dublino l’hotspot, che non è niente altro che un centro di primissima accoglienza, prende le impronte digitali, fa una rapida valutazione di chi ha bisogno di protezione e chi può tornare indietro.

I LIMITI RILEVATI E LE VIOLAZIONI DEI DIRITTI UMANI

Prima di sollevare polveroni apocalittici e gridare ai celerini infami bisogna sottolineare che il rapporto sottolinea la grande professionalità della polizia nella maggioranza dei casi che li vede coinvolti. Diamo a Cesare quel che è di Cesare. Tuttavia la maggior parte dei casi non è tutti i casi e per ogni singolo individuo deve valere il rispetto della dignità umana sulla quale si basa la nostra democrazia.

Impronte digitali prese con la forza:  Una donna di 25 anni proveniente dall’Eritrea ha riferito che un agente di polizia l’ha ripetutamente schiaffeggiata sul volto fino a quando non ha accettato di farsi prendere le impronte digitali.
Numerose le denunce da parte dei rifugiati di essere stati colpiti con bastoni elettrici.
Le storie più forti e quelle delle umiliazioni sessuali:
“Ero su una sedia di alluminio, con un’apertura sulla seduta. Mi hanno bloccato spalle e gambe, poi mi hanno preso i testicoli con la pinza e hanno tirato per due volte. Non riesco a dire quanto è stato doloroso“.

Non oso pensare cosa significhi un trattamento del genere dopo essere stati costretti a fuggire dalla violenza, in tutte le sue forme chissà cosa significa trovarsela davanti alla democrazia che tanto hai voluto. Bah.
Screening sommario:
consiste nel fare una breve intervista per capire se i migranti hanno bisogno davvero di protezione o meno. La famosa divisione tra migranti economici e rifugiati che personalmente trovo davvero ilare. Il mondo accademico e gli esperti avevano fin da subito sollevato dubbi sulla mancanza di chiarezza nei criteri che portano ad una divisione per nulla semplice considerando che l’intervista viene fatta a persone che hanno appena sùbito un viaggio traumatico e che spesso hanno buchi di memoria e difficoltà di espressione. Queste persone spesso non ricordano nemmeno da dove sono partite quando arrivano. Una donna di 29 anni proveniente dalla Nigeria ha detto ad Amnesty International:

“Non sapevo neanche come ero arrivata qui, piangevo… c’erano tantissimi poliziotti, mi sono spaventata. La mia mente era da un’altra parte, non ricordavo neppure il nome dei miei genitori”. 

L’intervista viene fatta dagli agenti di polizia che non hanno un addestramento profondo e adatto a prendere una decisione sul futuro di questi individui. Chi secondo gli agenti non ha i presupposti per chiedere asilo riceve subito un ordine di espulsione – inclusa quella basata sul rimpatrio forzato nel paese d’origine con gravi rischi di violazione dei diritti umani.
come avviene questa intervista? “la polizia deve chiedere ai nuovi arrivati di spiegare perché sono venuti in Italia, invece che semplicemente domandare loro se intendono chiedere asilo. Siccome lo status di rifugiato non è determinato dalle ragioni per cui una persona ha fatto ingresso in un paese, ma dalla situazione che questa persona affronterebbe se dovesse tornare al paese d’origine, questo approccio si dimostra gravemente difettoso.”

 

Libia – L’Italia è in guerra

La guerra in Libia è ormai iniziata, anche se la maggior parte dei cittadini non se ne è accorta o intelligentemente non è stata informata. Con una tecnica al limite tra il No Decision Making e l’imposizione delle priorità dell’Agenda Setting, il Governo Renzi ha spostato l’attenzione sul tema delle Unioni Civili. D’altronde a guidare l’opposizione al provvedimento c’erano personaggi come Mario Adinolfi, legati al partito di maggioranza relativa e molti finanziatori delle fondazioni legate al Premier.

Tale tecnica è stata utile a distogliere l’attenzione da ciò che avveniva a quattrocento chilometri dalle coste italiane. La Libia, terra che è composta da tre macro aree, negli ultimi tempi è stata oggetto di un crescente dinamismo anglo francese, che già di questi tempi operano in un contesto puramente militare e in cui la diplomazia è ormai rappresentata da Esperti Strategici e capi fazione o tribù. Questo anche per via dell’appartenenza tribale delle popolazioni e degli schieramenti nel quadro libico, che rende il paese un tempo di Gheddafi simile ad altri contesti geopolitici delicati. A ciò va aggiunta la grande ricchezza di materie prime della terra nord africana, il che rende più allettante della propagandistica lotta all’Islamic State l’impiego di uomini e mezzi. Questo lo sapeva ai tempi anche Nicolas Sarkozy, che nel quadro di delegittimazione dell’ultimo governo italiano eletto, partì con bombardamenti incessanti su Tripoli allo scopo di abbattere il regime islamico aiutando i ribelli, questi ultimi ormai capi delle fazioni locali di Is e AlQaida.

A gestire la situazione per aggirare il divieto di Guerra imposto dalla Costituzione della Repubblica Italiana sarà l’Aise ossia il nostro apparato di sicurezza segreto. Il decreto adottato da Matteo Renzi – scrive il Corriere della Sera – definisce le modalità operative e la linea di comando di quanto già definito, a livello legislativo, nel decreto missioni dello scorso anno: i nostri militari di unità speciali, per missioni speciali decise e coordinate da Palazzo Chigi, avranno le garanzie funzionali degli 007 (ovviamente nella cornice della loro missione) dunque licenza di uccidere e impunità per eventuali reati commessi.

Una cinquantina di incursori del Col Moschin dovrebbero partire nelle prossime ore. Si andranno ad aggiungere alle unità speciali di altri Paesi, Francia, Inghilterra e Stati Uniti, che già da alcune settimane raccolgono informazioni e compiono azioni riservate in Libia.

I nostri militari troveranno informazioni e ausilio da parte di tre team, da 12 persone ciascuno, dei nostri servizi, che già da tempo operano a Tripoli e in altre zone del territorio libico.Il decreto adottato da Renzi disciplina i rapporti di collaborazione fra Aise e forze speciali della Difesa. Prevede che il capo del governo — si legge nella relazione illustrativa — nelle situazioni di crisi all’estero che richiedono provvedimenti eccezionali ed urgenti «può autorizzare», avvalendosi del Dis, il nostro servizio segreto per l’estero, l’Aise ad avvalersi dei corpi speciali delle nostre Forze armate.

Il Dis, il Dipartimento per le informazioni della sicurezza, diretto da Giampiero Massolo, risponde al sottosegretario che ha la delega sui servizi, Marco Minniti e al capo del governo. In sostanza sarà direttamente Palazzo Chigi a decidere, pianificare e controllare missioni delle nostre forze speciali in territorio libico.

Si legge all’articolo 2 del Dpcm del 10 febbraio: «Nelle situazioni di crisi e di emergenza che richiedono l’attuazione di provvedimenti eccezionali e urgenti il presidente del Consiglio, previa attivazione di ogni misura preliminare ritenuta opportuna, può autorizzare, avvalendosi del Dis, l’Aise, ad adottare misure di intelligence e di contrasto anche con la cooperazione tecnica operativa fornita dalle forze speciali della Difesa con i conseguenti assetti di supporto della Difesa stessa».

L’Aise risponde al presidente del Consiglio dei ministri e informa, tempestivamente e con continuità, il ministro della Difesa, il ministro degli Affari Esteri e il ministro dell’Interno per le materie di competenza. Sembra confermato, al momento, l’entità della partecipazione ad un’eventuale missione di peace enforcement con i nostri alleati, quando si formerà un governo libico e chiederà formalmente un intervento: dovrebbero essere tremila militari, come già scritto dal Corriere; ieri è filtrato che in prima linea ci saranno i reggimenti San Marco e Tuscania. In questo caso però, a differenza che per l’invio di unità speciali in base al decreto varato il 10 febbraio, ci vorrà un’autorizzazione del Parlamento. Delle missioni di unità speciali eventualmente disposte dal premier, il Parlamento verrà informato con atti scritti e secretati, tramite il Copasir, il Comitato per il controllo parlamentare sui nostri servizi segreti.
Il problema di tale soluzione tecnica non risiede nella preparazione dell’Aise, dove sono stanziati i migliori uomini di cui la Repubblica Italiana disponga, bensì nella convinzione che una volta formatosi un Governo Libico le sue milizie saranno in grado di vincere con il solo ausilio di alcune forze speciali. La Siria insegna che è impossibile vincere in contesti frastagliati senza una forte presenza di truppe di terra.
Questo perché come rilevato da Mario Lizza e dal Label del Pentagono nel 2009 si assiste sempre di più a un slumizzazione oltre che del limes nell’urbanizzione e nelle visioni economiche di esso, anche nei conflitti.

Così vedrete che l’associazione Articolo 21, posta a difesa della Costituzione non si accorgerà di nulla così come i grandi giornali italiani. D’altronde la guerra è scomoda elettoralmente e a un popolo come quello italiano, cresciuto nella retorica della pace perpetua, non potrà mai esser gradita. Ma, essa è appena cominciata e il suo epilogo di sangue e risultati è quantomai incerto.

Polinice intervista l’Ambasciatore di Francia S.E. Alain Le Roy

IMG-20140404-WA002Nelle scorse settimane abbiamo avuto il privilegio di incontrare S.E. Alain Le Roy, Ambasciatore di Francia in Italia. Diplomatico di raffinata esperienza, già vice Segretario generale presso le Nazioni Unite, ha ricoperto nel corso della sua lunga carriera diplomatica numerosi incarichi di rilievo internazionale.

Polinice lo ha intervistato per voi, sottoponendogli alcuni temi di pressante attualità: sviluppo futuro del progetto Europa, ruolo di Italia e Francia nell’ambito dell’Unione, rapporti culturali che legano i due paesi, la sua visione dei recenti conflitti sullo scacchiere internazionale.

D: Ambasciatore S.E. Alain Le Roy, la storia, la geografia e le molteplici origini comuni da sempre legano Francia ed Italia. A che punto ritiene sia arrivato il cammino di questi due popoli assieme e quanto, vista la presenza nel Mar Mediterraneo, essi potranno continuare a segnare il passo dell’Europa che verrà?

R: È evidente che sia la storia che la geografia uniscono i due paesi, e i due paesi dal primo giorno erano fondatori dell’UE. Ora, sia Francia che Italia sono un motore molto importante per l’UE. È chiaro che la Germania attualmente è molto potente in Europa grazie alla sua economia, quindi è ancora più importante unire Francia e Italia, perché oltre alla stessa storia abbiamo anche gli stessi problemi. I due popoli ovviamente si intendono e le lingue sono prossime: ma ciò che è più importante è che in Europa le posizioni di Francia ed Italia sono molto simili. Quando i premier delle due nazioni si incontrano c’è un’intesa evidente su tutti i temi: i due paesi da una parte oggi hanno un gran problema con la disoccupazione giovanile e con un debito pubblico troppo alto; ma dall’altra, allo stesso tempo, hanno un’industria molto forte. E ci sono tanti investimenti francesi in Italia e viceversa. Anche nel caso di imprese franco-italiane la sinergia è forte perché siamo complementari: la Francia è più cartesiana, più riflessiva, mentre l’Italia è più pratica. Ci sono tanti esempi di queste imprese franco-italiane che funzionano bene, non solo nel campo del lusso. E dunque, adesso, per il futuro dell’Europa sarà molto importante durante la campagna per le elezioni al parlamento europeo che i discorsi delle autorità italiane e francesi siano vicini. Penso che i due governi avranno delle posizioni molto vicine.

D: Nel 1950 Robert Schuman, su ispirazione anche di Jean Monnet, presentò la sua proposta di porre le basi per la creazione graduale di una federazione europea, indispensabile per il mantenimento di pacifiche relazioni nel futuro dell’Europa. Da quel disegno è nato il sogno di un’Europa unita. Eppure, ad oggi, nonostante una sempre più stretta vicinanza dei popoli europei, in molti paesi cresce la diffidenza verso l’Unione. Dove ritiene giusto intervenire e quali sono gli errori da non commettere in futuro?

R: Renzi ha detto che c’è uno spread tra le attese dei cittadini italiani e le risposte dell’Europa: questo è molto vero. L’Europa negli ultimi anni è stata lontana dai cittadini, quindi ora le elezioni sono importanti per riavvicinarli ed ascoltare le loro istanze. E su questo punto credo che ancora una volta Francia ed Italia abbiano una stessa visione del futuro dell’Europa. Entrambi i paesi dicono che la soluzione non è meno Europa: sappiamo che in Italia sia i partiti di centro destra che quelli di centro sinistra sono per un’Europa federale in forma di “Stati Uniti dell’Europa”. In Francia non la si pensa così: la Francia ha una visione un po’ meno federalista dell’Europa, ma le due posizioni sono conciliabili perché la Francia è per una maggiore integrazione. Dal 2008 l’UE ha fatto molte cose, tra cui l’unione bancaria, in favore delle quali la Francia ha accettato di limitare la propria sovranità in favore di una maggiore integrazione europea. Bisogna dire comunque che i due paesi ritengono che l’UE debba fare di più, di più per la crescita, di più per sviluppare un programma per i giovani europei.

D: Le cessioni di “Sovranità Nazionale”, monetaria-bancaria e agricola, sono state concesse dai popoli europei a Bruxelles affinchè si costruisse attraverso l’Unione Europea un futuro migliore. Eppure, in molti vedono in questa poca presenza dei governi nazionali e delle assemblee elettive il punto debole dell’attuale architettura dell’Unione Europea. Bruxelles appare come il luogo della burocrazia e delle lobby e non la casa comune di ogni paese europeo. Cosa auspicherebbe per invertire questa tendenza?

R: Per la Francia è evidente che l’UE abbia problemi e che i cittadini europei non siano contenti. La soluzione non è meno Europa, e neanche uscire dall’euro. Questa sarebbe una follia: i prezzi della benzina salirebbero e il debito sarebbe più difficile da rimborsare. Allo stesso tempo bisogna cambiare l’Europa. Lei ha toccato la questione del ruolo tra il Parlamento e il Consiglio europeo. Con il Trattato di Lisbona il ruolo del Parlamento europeo è diventato più forte, ma allo stesso tempo è il Consiglio europeo a dare l’impulso politico all’Unione europea. Per l’elezione del Presidente della Commissione sarà necessario un dialogo tra Consiglio europeo e Parlamento. Poi, quale sarà l’equilibrio tra cinque o dieci anni non si sa, ma secondo me è un’esperienza di democrazia quella di trovare un equilibrio. D’altronde la democrazia europea è giovane, ha solo cinquant’anni, e per me è un’esperienza democratica vera.

D: Le recenti crisi internazionali, quali Libia, Siria e Ucraina hanno visto un’Unione Europea debole. In molti casi non vi è stata un’azione comune poiche l’UE è stata divisa da singoli interessi di ogni membro e da alleati extraeuropei. A che punto è l’attuale costruzione di una politica estera comune?

R: È evidente che una posizione comune al momento non è raggiungibile in ogni caso, ma alcuni progressi sono stati fatti in tale direzione. Vorrei addurre qualche esempio, il primo inerente la crisi nei Balcani. Nel 1992 tutta l’Europa era divisa sulla questione dell’indipendenza della Slovenia dalla Croazia: da qui la guerra nei Balcani, culminata nel 1995 con la strage di Sarajevo. In seguito, con il Trattato di Maastricht del 1992 e il successivo Trattato di Amsterdam, la politica europea è risultata essere più coesa, con la creazione di un Alto rappresentante per la politica estera. E nei Balcani è cambiato tutto: dopo il 1995 l’Europa è diventata molto più unita. Nel caso del Kosovo, l’Europa per la crisi del 1999 era unita e ha avuto un’influenza molto importante. Altrettanto è accaduto per la Macedonia. Quindi quando l’Europa è stata unita, è riuscita a realizzare importanti risultati positivi, quando non lo è stata, il risultato è stato quello dei Balcani del 1992. Anche nel caso della Libia l’Europa era unita: la sua impotenza dunque non derivava da una divisione ma dalle difficoltà del caso. In merito alla Siria, gli Stati membri non avevano la stessa visione sulla risposta all’uso delle armi chimiche da parte di Bachar El Assad, ma dopo, quando si è trovata una soluzione per farle ritirare, la posizione europea era comune. Anche per quanto riguarda l’Ucraina l’Europa è unita: anche qui con un po’ di difficoltà a far valere le sue posizioni, è vero, perché non vogliamo inviare soldati e risolvere la questione con le armi. Momento emblematico di questo processo di coesione europea sono le manifestazioni e le proteste dei cittadini ucraini a piazza Maidan a Kiev, i quali rischiando la vita rivendicano la loro volontà di avvicinarsi all’Europa. Ecco, quando sento dire che l’Europa non fa più sognare, penso a quei giovani che rischiano la propria vita credendo nel sogno europeo.

D: Ricollegandomi al discorso da lei fatto sul Kosovo e sull’Ucraina, volevo chiederle che cosa pensa dell’autodeterminazione dei popoli. Un popolo può decidere a quale nazione appartenere?

R: La Russia ha usato questo argomento per legittimare il proprio operato. Ma ciò che è stato possibile per il Kosovo non lo è ora per la Crimea. C’è una grandissima differenza: la prima è che nel Kosovo la gran parte popolazione albanese era veramente oppressa e priva di diritti. Invece, nessuno può dire oggi che la popolazione della Crimea sia oppressa dall’Ucraina. In tal caso infatti non sussiste nessuno pericolo per la popolazione. [GM1]

D: Col Kosovo però è stato creato una sorte di precedente giuridico, perché lì la minoranza serba e la missione militare italiana, tuttora presente, sono a difesa di monasteri e piccole enclavi serbe che al momento sono oppresse. E quindi i russi dicono, perché lì si è permessa l’autodeterminazione e a noi, nel caso della Crimea, no?

R: È vero che in Kosovo la situazione al momento non è perfetta, e la comunità internazionale e la missione italiana svolgono ancora un ruolo di protezione. Bisogna tuttavia riflettere sul motivo per cui c’è stato l’intervento della comunità internazionale: in Kosovo tanti cittadini erano oppressi ed in pericolo di vita, cosa che non accade invece in Crimea.

D: Appunto per questo, l’UE con la crisi in Ucraina da un lato ha dimostrato una politica comune, ferma in suo supporto, dall’altro appare schiacciata come prima del 1989 tra gli USA e la loro politica e la dipendenza economica ed energetica dalla Russia. Come si può trovare una posizione comune che faccia avere un ruolo dominante all’UE e non faccia galleggiare tra una posizione e l’altra? 

R: È esattamente il ruolo del Consiglio europeo, quello di mettere in conto tutte le posizioni diverse. È vero che la dipendenza della Francia dalla Russia nel settore energetico è minore dal momento che abbiamo il nucleare, cosa che invece è differente per l’Italia ed altre realtà statali. Ma il Consiglio europeo deve trovare un buon equilibrio, indicando come via preferibile quella del dialogo con Mosca, prendendo in conto i vari interessi degli stati europei. È evidente che non è facile: ma come nel caso di Israele, sul quale ci sono posizioni diverse, spetta al Consiglio europeo contemperare i vari interessi con un’opera di arbitraggio.

D: Francia e Roma, un rapporto secolare che sembra destinato a non interrompersi mai. Dalle attività culturali dell’Ambasciata passando per il ruolo dell’Accademia di Francia Villa Medici, l’École française de Rome ed il Centre Saint Louis questo legame sembra indissolubile. E’ fiero di rappresentare una nazione cardine nel pensiero e nella vita della città eterna? Secondo lei cos’è che lega Parigi a Roma in questa maniera?

R: Per prima cosa, come lei sa, Roma ha tante relazioni con tante altre città del mondo ma ha solo un gemellaggio, quello con Parigi, e viceversa, Parigi è gemellata solo con Roma. Mi piace molto l’espressione: “Solo Roma è degna di Parigi, e solo Parigi è degna di Roma”. Perché questo gemellaggio fonda tutto? I due paesi hanno storie di rapporti da secoli e c’è una volontà di lavorare insieme. L’attività culturale è un bellissimo esempio di questo. L’istituto culturale italiano a Parigi è molto attivo perché c’è una domanda della Francia e di Parigi di sapere di più della cultura italiana: cinematografica degli anni ’60-’70, ma anche della letteraria. E questo vale naturalmente anche per il teatro, per la danza, per l’arte in tutte le sue forme: c’è una domanda reciproca.

D: Come pensa che sia stata gestita dall’Italia la questione diplomatica dei marò in India?

R: So che è molto complicato, non vorrei commentare perché è un discorso  di competenza delle autorità italiane. Una cosa è certa: sono più di due anni che i marò sono in prigione e l’Europa deve necessariamente aiutare l’Italia a trovare una soluzione.

 

Ringraziamo S.E. l’Ambasciatore Alain Le Roy per la cortese ospitalità riservata alla redazione di Polinice.

 

A cura di Antoniomaria NapoliMatteo Santamaria, Niccolò Antongiulio Romano per AltriPoli


 [GM1]

1. Sulle operazioni di peace-keeping delle Nazioni Unite la bibliografia è vastissima. Nella letteratura più recente cfr., tra gli altri, Le développement du rôle du Conseil de Sécurité: peace-keeping and peace-building (Colloque de l’Académie de Droit International de La Haye), a cura di Dupuy (R.-J.), Dordrecht, 1993; New Dimensions of Peace-Keeping, a cura di Warner, Dordrecht-Boston-London, 1995; Ratner, The New UN Peacekeeping: Building Peace in Lands of Conflict After the Cold War, New York, 1995; Nazioni Unite, The Blue Helmets. A Review of United Nations Peace-Keeping, New York, 1996; Picone, Il peace-keeping nel mondo attuale: tra militarizzazione e amministrazione fiduciaria, in RDI, 1996, 5 ss.; Pineschi, Le operazioni delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace, Padova, 1998; Cellamare, Le operazioni di peace-keeping multifunzionali, Torino, 1999; Gargiulo, Le Peace Keeping Operations delle Nazioni Unite. Contributo allo studio delle missioni di osservatori e delle forze militari per il mantenimento della pace, Napoli, 2000.

. Per un’analisi di alcuni fra i più importanti interventi delle Nazioni Unite, rientranti tanto nel modello qui considerato che nei modelli considerati di seguito nel testo, si vedano i saggi contenuti nel volume Interventi delle Nazioni Unite e diritto internazionale, a cura di Picone, Padova, 1995.

. Su questo tipo di interventi delle Nazioni Unite si vedano, oltre alle opere citate nelle due note precedenti, Corten e Klein, Action Humanitaire et Chapitre VII: la redéfinition du mandat et des moyens d’action des forces des Nations Unies, in AFDI, 1995, 105 ss.; Fink, From Peacekeeping to Peace-Enforcement: The Blurring of the Mandate for the Use of Force in Maintaining International Peace and Security, in Maryland JIL Trade, 1995, 1 ss.; Marchisio, The Use of Force by Peace-keeping Forces for the Implementation of Their Mandate: Recent Cases and New Problems, in Italian and German Participation in Peace-keeping: From Dual Approaches to Co-operation, a cura di De Guttry, Pisa, 1997, 75 ss.; Lattanzi, Assistenza umanitaria e intervento d’umanità, Torino, 1997, 56-67. Vedi anche Magagni, L’adozione di misure coercitive a tutela dei diritti umani nella prassi del Consiglio di Sicurezza, in CS, 1997, 655 ss.. Sull’uso della forza armata autorizzato dal Consiglio di Sicurezza si vedano, tra gli altri, Freudenschuss, Between Unilateralism and Collective Security: Authorizations of the Use of Force by the UN Security Council, in EJIL, 1994, 492 ss.; Gaja, Use of Force Made or Authorized by the United Nations, in The United Nations at Age Fifty, a cura di Tomuschat, Dordrecht, 1995, 39 ss.; Lattanzi, op. cit., 71 ss.; Österdahl, By All Means, Intervene! (The Security Council and the Use of Force under Chapter VII of the UN Charter in Iraq, in Bosnia, Somalia, Rwanda and Haiti), in Nordic JIL, 1997, 241 ss.; Sarooshi, The United Nations and the Development of Collective Security. The Delegation by the Un Security Council of its Chapter VII Powers, Oxford, 1999.

 Per questo tipo di interpretazione dei poteri spettanti al Consiglio di Sicurezza in base al Capitolo VII della Carta vedi soprattutto Arangio-Ruiz, On the Security Council’s ‘Law Making’, in RDI, 2000, 609 ss. e Cannizzaro – Diritto Internazionale 2012 Capitolo 1, 34 ss.

9. Per una valutazione della prassi rilevante in questo contesto si vedano, tra gli altri, Ronzitti, Uso della forza e intervento di umanità, in NATO, conflitto in Kosovo e Costituzione italiana, a cura di Ronzitti, Milano, 2000, 1 ss. e Lattanzi, op. cit., 68 ss.

 Per una ricostruzione dei fatti rilevanti della crisi del Kosovo e dell’intervento dei Paesi della NATO, si veda Pretelli, La crisi del Kosovo e l’intervento della Nato, in Studi Urbinati, 1999/2000, pp.295 ss. Per un’accurata raccolta della documentazione rilevante si veda il volume L’intervento in Kosovo – Aspetti internazionalistici e interni, a cura di Sciso, Milano, 2001, 189 ss.

 Sui dati e sulla situazione relativi agli esodi di massa verificatisi durante la crisi del Kosovo cfr. Lo Savio, Esodi di massa e assistenza umanitaria nella crisi del Kosovo, in L’intervento in Kosovo, cit., 99 ss.

 Sulla valutazione dell’intervento in Kosovo dal punto di vista del diritto internazionale la bibliografia è molto nutrita. Tra gli autori che, con argomentazioni differenti, si sono pronunciati a favore della legittimità dell’intervento – o comunque di una sua qualche giustificazione giuridica – ricordiamo: Balanzino, NATO’s Actions to Uphold Human Rights and Democratic Values in Kosovo: A Test Case for a New Alliance, in Fordham ILJ, 1999, 364 ss.; Bermejo Gracía, Cuestiones actuales referentes al uso de la fuerza en el derecho internacionál, in An. Der. Int., 1999, 3-70; Zanghì, Il Kosovo fra Nazioni Unite e diritto internazionale, in I diritti dell’uomo – cronache e battaglie, 1998, n. 3, 57 ss.; Henkin, Kosovo and the Law of ‘Humanitarian Intervention”, in AJIL, 1999, 824 ss.; Reisman, Kosovo’s Antinomies, ibid., 1999, 860 ss.; Wedgwood, Nato’s Campaign in Yugoslavia, ibid., 1999, 828 ss.; Frank, Lessons of Kosovo, ibid., 858; Vigliar, La crisi dei Balcani nell’odierno ordine europeo ed internazionale, in questa Rivista, 1999, 13-28; Ipsen, Der Kosovo-Einsatz – Illegal? Gerechtfertig? Entschuldbar?, in Der Kosovo Krieg, Rechtliche und rectsethische aspekte, a cura di Lutz, Baden Baden, 1999-2000, 101 ss.; Delbrück, Effektivität des UN-Gewaltverbots, ibid., 11 ss.; Tomuschat, Völkerrechtliche Aspekte des Kosovo-Konflikts, ibid., 31 ss.; Condorelli, La risoluzione 1244(1999) del Consiglio di Sicurezza e l’intervento NATO contro la Repubblica Federale di Iugoslavia, in NATO, conflitto in Kosovo e Costituzione italiana, a cura di Ronzitti, Milano, 2000, 31 ss.; Leanza, Diritto internazionale e interventi umanitari, in Rivista della cooperazione giuridica internazionale, dicembre 2000, 9 ss.;Momtaz, L’intervention d’humanité de l’OTAN au Kosovo et la règle du non-recours à la force, in RICR, 2000, 89 ss.; Sofaer, International Law and Kosovo, in Stanford JIL, 2000, 1 ss.; Weckel, L’emploi de la force contre la Yougoslavie ou la Charte fissurée, in RGDI.P, 2000, 19 ss.Tra gli autori che invece hanno valutato, pur con argomentazioni diverse, come “irrimediabilmente” contraria al diritto internazionale l’azione della NATO, ricordiamo: Bernardini, Jugoslavia: una guerra contro i popoli e contro il diritto, in I diritti dell’uomo – cronache e battaglie, 1998, n. 3, 33-40; Saulle, Il Kosovo e il diritto internazionale, ibid., 53-54; Charney, Anticipatory Humanitarian Intervention in Kosovo, in AJIL, 1999, 834-841; Falk, Kosovo, World Order, and the Future of International Law, ibid., 847-857; Ferraris, La NATO, l’Europa e la guerra del Kosovo, in Aff. Est., 1999, 492-507; Cassese, Ex iniuria ius oritur: Are We Moving towards International Legitimation of Forcible Humanitarian Countermeasures in the World Community?, in EJIL, 1999, 23-30, e A Follow-Up: Forcible Humanitarian Countermeasures and Opinio Necessitatis”, ibid., 1999, 791-799; Krisch, Unilateral Enforcement of Collective Will: Kosovo, Iraq and the Security Council, in Max Planck YUNL, 1999, 59 ss.;Nolte, Kosovo und Konstitutionalisierung: Zur humanitären Intervention der NATO-Staaten, in ZaöRV, 1999, 941-960; Starace, L’azione militare della NATO contro la Iugoslavia secondo il diritto internazionale, in Filosofia dei diritti umani, 1999, paragrafi 4-6;Villani, La guerra del Kosovo: una guerra umanitaria o un crimine internazionale?, in Volontari e terzo mondo, 1999, n. 1-2, 26 ss.; Kühne, Humanitäre NATO-Einsätze ohne Mandat?, in Der Kosovo Krieg, cit., 73-99; Lutz, Wohin treibt (uns) die NATO?, ibid., 111-128; Preuß, Zwischen Legalität und Gerechtigkeit, ibid., 37-51; Weber, Die NATO-Aktion war unzulässig, ibid., 65-71; Mégevand Roggo, After the Kosovo conflict, a genuine humanitarian space: A utopian concept or an essential requirement?, in RICR, 2000, 31-47; Picone, La ‘guerra del Kosovo’ e il diritto internazionale generale, in RDI, 2000, 309-360; Ronzitti, Uso della forza e intervento di umanità, in NATO, conflitto in Kosovo, cit., 1-29; Thürer, Der Kosovo-Konflikt im Lichte des Völkerrechts: von drei – echten und schinbaren Dilemmata, in AVR, 2000, 1-22; Marchisio, L’intervento in Kosovo e la teoria dei due cerchi, in L’intervento in Kosovo, cit., 21 ss.; Sciso, L’intervento in Kosovo: l’improbabile passaggio dal principio del divieto a quello dell’uso della forza armata, ibid., 47 ss.; Joyner, The Kosovo Intervention: Legal Analysis and a More Persuasive Paradigm, in EJIL, 2002, 597-619. Più ambigua la posizione di Simma, (NATO, the UN and the Use of Force: Legal Aspects, in EJIL, 1999, 1-22), il quale pur riconoscendo la contrarietà alla Carta delle Nazioni Unite della minaccia (poi effettivamente attuata) della violenza armata da parte della NATO, arriva tuttavia a giustificarla quale eventualità del tutto eccezionale, quale ultima ratio per fronteggiare la drammatica situazione del Kosovo, non idonea pertanto a costituire sul piano giuridico un valido precedente.