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Non vedere il Festival di Sanremo


Come tutti saprete, si è recentemente concluso il 63° festival di Sanremo, celeberrima manifestazione canora che è anche uno dei maggiori eventi mediatici italiani. Quest’anno, come già lo scorso anno, non ne ho seguito neanche un minuto. La scelta non è solo ideologica ma anche pratica. Sanremo, da sempre, è una kermesse canora dominata dai poteri forti della musica: dalle grandi etichette, dai talent scount, e ora dagli odiati talent show. Tuttavia, se si volesse tracciare una storia del festival, si può tranquillamente affermare che in una sua prima fase, benché fosse comunque una manifestazione strettamente commerciale, grazie a buoni artisti – comunque spesso e volentieri non vincitori – e soprattutto ad autori di livello, è riuscita a regalare qualche sprazzo di interesse, e talvolta ha anche dato grandissimi pezzi alla canzone italiana.
Al momento però la situazione è molto diversa.  Abbiamo già parlato di X-Factor, ed è proprio da quello show che viene fuori il vincitore di questa edizione, Marco Mengoni. Non entro nei meriti (e demeriti) musicali del giovane cantante italiano – anche perché non ho ascoltato il pezzo, e credo non lo farò se non costretto – ma è quanto mai grave pensare che il meglio della canzone italiana sia rappresentata da un ragazzo che si è fatto le ossa in un programma che svilisce completamente l’idea di artista, e di artistico. Burattino delle case discografiche e assolutamente privo di un talento oltre alla sua voce. Questo è ciò che abbiamo, e ci si chiede quale è stato il ruolo di Mauro Pagani, ex PFM, nonché nume tutelare della musica italiana, che quest’anno prendeva il ruolo di direttore artistico.
Quest’anno ha anche confermato il flop delle band alternative. Gli sfortunati sono stati i Marta sui Tubi. Sarebbe interessante interrogarsi sulle motivazioni che portano le band che nascono all’interno di circuiti indipendenti all’approdo a Sanremo, ma temo che non si troverebbe una risposta univoca.  Sta di fatto che Marta Sui Tubi hanno deluso una buona parte dei fan, e dubito avranno un grande spazio fra la musica ‘ delle masse’,o sarebbe preferibile dire ‘dei mercanti’.
Ma veniamo a quella che è l’unica nota positiva di questa edizione di Sanremo (unica nota in tutti sensi): ‘La canzone mononota’, ennesima geniale manifestazione di Elio e Le Storie Tese, forse la band italiana più talentuosa degli ultimi vent’anni (e questa non si poteva non ascoltare, almeno su youtube). Sì, perché gli Elii si esaltano nel grottesco, e ancora una volta portano un pezzo assurdo, intelligente, cazzeggione, e fortemente critico. Una delle poche band italiane in grado di avere due piani di lettura… però ancora una volta ha vinto un Mengoni.
Luigi Costanzo

La febbre dell’oro

Era il diciannovesimo secolo quando negli Stati Uniti d’America imperversava la “corsa all’oro”. Due secoli dopo e con una crisi economica e finanziaria che si è abbattuta su tutto l’occidente, quella frenesia ed isteria per il possesso e la ricerca dell’oro è ancora al centro del mercato globale. Immaginate di essere in stato febbrile: qualora la vostra temperatura corporea raggiungesse i trentanove gradi sicuramente ricorrereste alla tachipirina. L’oro è la tachipirina utilizzata dai mercati nei momenti di crisi. Vi è un duplice ricorso. Per alcuni, come le famiglie italiane, l’oro in tempi di crisi diviene l’oggetto di quell’usura, tollerata dalla legislazione e dagli Stati, dei cosiddetti “Compro oro cash”, che serve a far arrivare a fine mese il nucleo familiare o a garantire prestiti e mutui precedenti. Per altri l’oro è un mercato “sicuro”, utilizzato dagli investitori quando la fiducia nei mercati azionari, negli immobili e nelle Banche centrali è molto bassa. Tant’è che al V anno di crisi economica occidentale l’acquisto d’oro è schizzato a un livello mai raggiunto precedentemente.

Secondo il World Gold Council, ente internazionale che racchiude i le aziende minerarie aurifere e ne sviluppa dati e statistiche, la richiesta del metallo più prezioso nell’ultimo trimestre del 2012 è stata superiore alla media trimestrale registrata nell’ultimo lustro. A trainare questo trend vi è l’India, che, come nel caso del mercato energetico del carbone, ha apportato rispetto al 2011 una richiesta d’oro che ha fatto segnare un +12%. Oltre al gigante asiatico altro fattore determinante nella crescita della domanda d’oro sono le Banche Centrali di tutto il mondo. A possedere la maggior quantità di “riserve auree” sono gli Stati Uniti d’America, che però non le fanno certificare in maniera indipendente dai tempi della Presidenza Eisenhower. Segue il paese leader decisionale dell’Unione Europea, ovvero la Germania, che detiene oro per 3.395 tonnellate. L’Italia è al terzo posto della classifica mondiale sul possesso di riserve auree anche se nell’ultimo anno si è riscontrato un grande calo nella detenzione del metallo giallo, fenomeno che secondo molti ha contribuito a rendere il “Bel Paese” oggetto della speculazione finanziaria.

L’ente sopraccitato ovvero il World Gold Council ha recentemente diramato i dati sulla “top ten” dei paesi che, da gennaio a novembre 2012, hanno acquistato il maggior numero di lingotti. In questa classifica troviamo moltissime sorprese. Al primo posto vi è la Turchia di Recep Tayyip Erdoğan, il paese islamico membro NATO in collisione da un biennio con Israele, che ha posto l’oro a garanzia delle riserve delle banche commerciali. Secondo maggior acquirente di lingotti d’oro è la Russia, che a seguito del suo nuovo ruolo centrale nella geopolitica sta vivendo una crescita economica e con gli ultimi acquisti ha aumentato le proprie riserve auree, facendole passare dalle 840 tonnellate di fine 2011 alle attuali 900. Vera sorpresa – forse non per gli analisti economici – sono le Filippine, che in un anno hanno acquistato 34,5 tonnellate d’oro. Questo avviene a conferma dell’ottimo periodo di crescita economica che nell’ultimo anno ha visto crescere il Prodotto Interno Lordo filippino di oltre il 6%. A seguire vi è il Brasile, che sta cercando di porre rimedi ad una crescita economica troppo dipendente dalle proprie materie prime e dalla Cina. Altre sorprese sono rappresentate dal quinto posto del paese dell’Oro Olimpico per il ciclismo Aleksandr Vinokurov, ovvero il Kazakhstan, e, soprattutto, dall’Iraq al sesto posto. A seguire vi sono il Messico (della cui crescita vi avevamo già parlato), la Corea del Sud, il Paraguay ed infine l’Ucraina. Restano fuori i leader dell’economia mondiale: Stati Uniti d’America e Cina. Pechino, che a dispetto di un’economia protagonista del XXI secolo possiede “solo” oro per 1054,5 tonnellate.

Ad ogni modo, i dati diffusi dal World Gold Council ci portano a riflettere sull’importanza che da secoli assume il metallo giallo. Ed. infine, non ci resta che constatare come investitori e Banche Centrali di Paesi emergenti – o “Brics” – abbiano deciso di continuare ad investire sulle riserve auree. Come a dire che la fine della crisi è molto lontana e la corsa all’oro può continuare.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

Ufomammut ORO:Opus Alter


Fra tutti i concerti che ho avuto modo di vedere lo scorso anno custodisco un ricordo speciale degli Ufomammut nella bellissima cornice del Desert Fest di Berlino. Vedere un gruppo italiano riempire la sala che ospitava il main-stage di uno dei festival estremi europei più prestigiosi oltre ad avermi riempito di (ingiustificato) orgoglio, ha messo in luce ancora una volta i limiti che ha l’Italia nel valorizzare i propri talenti, soprattutto se non radiofriendly.Inutile quindi rimarcare quanto il pubblico italiano, proprio per questa mancanza strutturale, sia ancora molto impreparato ad apprezzare le proposte musicali meno ‘orecchiabili’.

Il 17 Settembre, esattamente cinque mesi dopo l’uscita dell’eccellente ‘ORO: Opus Primum’, il trio di Tortona (AL) ha pubblicato l’altra metà della mela, l’atteso ‘ORO: Opus Alter’. Questa sesta prova del gruppo conferma le sue ambizioni e, come suggerisce Nick Hagan di ‘Drowned in Sound’, può finalmente dire di aver terminato la virtuale rincorsa verso i suoi padri putativi, ergendosi a punto di riferimento della scena heavy-psych mondiale, entrando quindi di diritto nel firmamento del variegato (non)genere.

Già il primo capitolo sprigionava una potenza debordante e questo ‘Opus Alter’ non può che confermare quella violenza primordiale. Rispetto al precedente episodio la band riesce ad essere ancora più compatta ed heavy, pur recuperando una musicalità che sembrava totalmente rasa al suolo  nella prima parte di ‘ORO’. Nonostante le sostanziali differenze fra i due episodi è innegabile trovare una logica, una coerenza, nella pesante musicalità lisergica del terzetto italiano. Due dischi da ascoltare come fosse un unico brano con vari movimenti, almeno così suggerisce la band. Ogni episodio, che sia un’ipnotica cavalcata psichedelica/space rock o una mazzata doom/post metal, trova una sua coerenza all’interno del doppio lavoro. E’ giusto rimarcare come l’opera risenta molto -come anche il precedente ‘Eve’- della produzione del bravo Lorenzo Stecconi dei grandiosi Lento (eccellente band romana), in particolare per la presenza massiccia di synth. Questo sodalizio ha dato un’interessante continuità negli ultimi tre lavori della band piemontese.

Insomma, ‘ORO’ è un lavoro ambizioso che conferma l’immenso talento degli Ufomammut, che fa capire perché la Neurot Records, che nel suo roster vanta band come Current 93, Isis, Neurosis, Red Sparowes, abbia posato gli occhi sui nostri connazionali. Peccato che anche nella musica gli italiani di talento siano costretti a cercare fortune all’estero.

Luigi Costanzo

Perspectives on a longboard

Perspectives on a longboard 

 Simone Ottaviani

Luxottica: quando passione e sacrificio diventano leggenda

Molto probabilmente questo articolo lo starete leggendo per via di un link proveniente da Facebook ove la vostra amichetta si è appena messa in bella mostra sfoggiando il proprio paio di Ray-Ban in stile vintage. Molto probabilmente la stessa non sa che dietro quel paio di occhiali c’è una passione e un sacrificio che solo le italiche terre possono raccontare. Quando un popolo perde la speranza in se stesso, allora sì che si perde la bussola di ciò che è giusto fare e di cosa non lo è. Se vi domandate quale esempio vi sia da seguire nel lavoro, non siete per forza costretti ad arrivare fino a Cupertino in California oppure a seguire grandi creativi della city londinese, spesso la risposta è più vicino di quel che si pensa. Un possibile esempio risiede ad Agordo, in Provincia di Belluno.

La storia che vi presenterò è fatta di quel meltin pot che costituisce il successo del Veneto e dell’Italia nel mondo: sudore, sacrifici ed innovazione. Il protagonista di questa storia è Leonardo Del Vecchio, presidente e fondatore di Luxottica. Originario della Puglia, trasferitosi a Milano rimase fin da subito orfano e trascorse l’infanzia nel collegio dei Martinitt. In tale collegio verranno cresciuti anche altri grandi dell’imprenditoria ed editoria come Arrigo Rizzoli ed Edoardo Bianchi. Fin da subito Leonardo Del Vecchio riconosce la speciale capacità nell’incisione e nella montatura di occhiali e così nel 1958 compie il passo che gli cambierà la vita ovvero l’apertura di una bottega in un piccolo centro del bellunese chiamato Agordo. Dopo solo tre anni la piccola bottega del giovane Del Vecchio prende il nome di Luxottica, la quale come si specifica nel sito all’inizio si occupa di “minuteria metallica per le occhialerie”. Tra gli anni sessanta e settanta l’azienda si espanderà producendo come d’origine per terzi e presentando al mercato nazionale propri pezzi da commercializzare.

L’occasione per il grande salto si presenta alla I Mostra Internazionale dell’occhiale di Milano – Mido quando grazie agli investimenti nell’innovazione e la ricerca nei particolari e dettagli, cosa abbastanza facile per chi da tempo si era specializzato nell’assemblaggio e nella produzione di piccoli parti, portò al successo Luxottica e Leonardo Del Vecchio. A seguire negli anni ottanta, quando l’Italia era ancora ancorata al dilemma incentivi e scioperi per l’industria delle autovetture, Luxottica prima di tanti comprese che l’internazionalizzazione e lo sviluppo in nuovi paesi legata allo sviluppo di brand per terzi la portarono a essere la più grande azienda del settore ottico.Poi verrà nel 1999 l’acquisizione più importante almeno dal punto di vista del marketing: la Ray-Ban. L’acquisizione del marchio Ray-Ban, simbolo dell’Aviazione degli Stati Uniti d’America e di film come “The Blues Brothers”, daBausch & Lomb ha consacrato Luxottica nell’olimpo delle società più conosciute ed importanti al mondo. La sua grandezza è possibile quantificarla dalla presenza in centotrenta paesi e da più di sessantunomila punti vendita direttamente controllati. Un azienda che dopo aver delocalizzato negli ultimi anni ha concentrato in controtendenza rispetto ai tempi la totalità degli stabilimenti in Italia, contribuendo in gran parte al PIL nazionale con un utile netto nel 2010 di 466 milioni di Euro. Euro che ha parzialmente indebolito, come del resto molta dell’industria italiana, l’azienda di Agordo dato il cambio sfavorevole per le esportazioni con gli Stati Uniti.

Luxottica oltre ad essere quotata presso il FTSE MIB di Milano è dapprima presente nel listino della Borsa di New York Stock Exchange ovvero nel listino con la maggiore liquidità al mondo, da qui la forza di immagazzinare i cosiddetti “input” dal reinvestire nelle acquisizioni e nell’innovazione. Luxottica non è solo capitalismo aggressivo, ma anche sociale. Tramite la Fondazione OneSight essa propaga il bene nel modo più autentico possibile. Senza clamori mediatici e con alla basa le competenze dei propri dipendenti Luxottica ha avviato missioni da oltre vent’anni allo scopo di offrire servizi per la cura delle malattie della vista e nella ricerca di soluzioni ad esse nei paesi più poveri della terra.

Quindi ora che magari starete leggendo questo articolo e vi chiederete dove sono finiti i vostri occhiali sappiate che sono Italiani e dietro ad essi c’è una storia ed una passione che si scrive Luxottica e che si legge Leonardo Del Vecchio. Come a dire non scappate come vorrebbe Celli della Luiss, ma lottate come quel Martinitt di Agordo.

Scenari dell’Europa "classica" senza UE

Ormai è sempre più evidente che l’Europa, o almeno una parte di essa, stia attraversando un momento di crisi economica molto grave. E se, da un lato, il ritorno alla dracma da parte della Grecia è un’ipotesi che diviene via via più concreta, dall’altra parte è necessario fare chiarezza su quello che potrebbe essere un ipotetico recesso dall’euro anche da parte dell’Italia. Molte sono le domande che ci facciamo in relazione a un possibile ritorno alla lira, molte domande ma nessuna risposta tangibile.

Sarebbe davvero così disastroso, per l’Italia, uscire dall’euro?

Per capirne di più, cerchiamo di fare un’analisi obiettiva su quest’ultimo atto della crisi greca. Se la Grecia uscisse dall’euro noi subiremmo conseguenze? “In realtà le conseguenze le stiamo già subendo” dichiara il professor Claudio Borghi, economista docente all’Università Cattolica di Milano, nonchè editorialista ed ex managing director di Deutsche Bank. “Le tasse, la disoccupazione e la recessione hanno tutti una matrice comune e stanno già da tempo incenerendo ricchezza.”

A ciò si aggiunge che i mercati finanziari e gli investitori hanno iniziato, da tempo, a vendere in massa i titoli dei paesi deboli, dando origine al famoso “spread”. Questa dinamica ha ridotto il valore dei risparmi e costringe il bilancio del nostro stato al pagamento di tassi passivi elevati. Di conseguenza gli effetti si fanno già sentire tramite la stretta al credito e con i mutui a tassi particolarmente alti.

Inoltre, nel caso del ritorno alla dracma, la Grecia dovrebbe rinunciare sia agli aiuti finanziari della U.E. che subire un pesante aumento dei prezzi dei prodotti di importazione non facilmente sostituibili con la produzione interna. Per tutti questi motivi, a fronte del suo scarso potere commerciale, la Grecia si è trovata costretta a sottostare alle imposizioni dell’Europa.

Arriviamo ora a gettare lo sguardo sulla situazione del nostro paese: per quanto concerne il mercato, l’Italia compensa quasi del tutto le esportazioni con le importazioni, costituite per lo più da energia e da altri prodotti che però sarebbero facilmente compensabili con la produzione interna del paese come, ad esempio, il mercato dell’automobile. Aumenterebbe il costo del petrolio che però, essendo fiscalizzato, potrebbe essere recuperato da una diminuzione delle accise.

Dal momento che gran parte della ricchezza nazionale è costituita da beni, come ad esempio gli immobili, il cui valore non cambia a seconda della moneta vigente, un ipotetico ritorno alla lira si rivelerebbe, con grande sorpresa, meno traumatico di quanto si possa credere poichè, come abbiamo visto dall’analisi finora presa in considerazione, favorirebbe un rilancio dei consumi e dei mercati interni.

Nonostante la crisi sia un evento amaro di sconfitta che potrebbe provocare, come accadde in Argentina, la cosiddetta “corsa agli sportelli”, in tal caso sarebbe sufficiente che le banche, anzichè chiudere le agenzie per non consentire l’accesso dei clienti finalizzato al ritiro del denaro depositato, garantissero l’opportunità di mantenere i depositi in euro parallelamente al normale conto in valuta per evitare disordini e stati d’ansia collettiva.

Per converso non dobbiamo nemmeno tralasciare l’idea che la situazione appena descritta ricorderebbe i casi della “dollarizzazione” di Messico e Argentina. Tutto questo unito alla possibile ascesa di governi poco credibili dopo l’epoca Monti potrebbe portare all’aumento dell’offerta monetaria della Lira quindi, di conseguenza, all’aumento dell’inflazione e alla nascita di mercati illegali dove l’Euro sarebbe la valuta di scambio. In tal caso, una situazione del tutto alienante e negativa per il futuro dell’economia del nostro paese.

Gioia Cherubini – AltriPoli