Home / Tag Archives: italia (page 3)

Tag Archives: italia

Europa & Carceri – La vergogna Italiana

Il tema Giustizia in Italia da vent’anni è al centro delle discussioni politiche ed elettorali. Eppure, nonostante i ripetuti tentativi nessuna riforma legislativa è stata porta tata a termini e così il paese che ha dato i Natali a Cesare Beccaria si ritrova ad essere la vergogna d’Europa. Ciò avviene e si svolge attorno la vita e le esistenze di migliaia di persone, in uno stato di emergenza continuo, che vedi gli Istituti Penitenziari italiani essere i peggiori all’interno dell’Unione Europea.

UNIONE EUROPEA E CARCERI – Le politiche messe in campo dalle Istituzioni dell’Unione Europea, se nel campo dell’economia vedono molteplici difficoltà, nel campo dei diritti fondamentali hanno apportato ad un miglioramento sostanziale in qualsiasi campo. Ciò, ad eccezione di Italia e Grecia, è avvenuto anche nel settore carceri. Infatti, Nell’Unione Europea è stato messo in atto un progressivo processo di armonizzazione dei tassi di detenzione. In media il tasso d’incarcerazione in Europa è di 100 detenuti ogni 100.000 abitanti. Il Regno Unito guida la classifica dell’Europa occidentale con 145 detenuti ogni 100.000 abitanti. I paesi scandinavi restano per ora un’eccezione, ma in altri paesi, come i Paesi Bassi, a lungo caratterizzati da una popolazione carceraria esigua, sono in atto importanti processi di carcerizzazione. Questo dimostra come la Corte di Giustizia Europea ed i continui richiami della Commissione e del Consiglio Europeo abbiano apportato sostanziali miglioramenti. Nel recente Libro verde del 14/06/2011 sull´applicazione della normativa dell´UE sulla giustizia penale nel settore della detenzione, la Commissione europea ha allegato un’interessante tabella riguardante la popolazione carceraria dell’Unione europea che ha posto a confronto i dati del biennio 2009-2010 dei ventisette paesi membri dell’UE nel settore della detenzione.Dal Libro Verde del 2011 si evince che, a livello europeo, l’Italia si colloca al quarto posto per quanto riguarda il totale della popolazione carceraria, con 68.795 detenuti, preceduta solo da Inghilterra-Galles (85.206), Polonia (82.794) e Germania (69.385). In un quadro ben lontano dalle aspettative del legislatore europeo si sono distinti i paesi della Penisola Scandinava dove la qualità delle strutture carcerarie e la percentuale di reinserimento sono altissime. Ulteriore dato di merito riguarda la Germania dove solo il 15% della popolazione carceraria è in ” attesa di giudizio”, dato che si scontra con la percentuale italiana che si attesta al 36% ( dato del Dap ).

Bambini e CarcereIL CASO ITALIA E LA CONDANNA INTERNAZIONALE – A Roma è nato il diritto e il primato della società romana nell’organizzazione dello Stato anche rispetto la Grecia. Celebre e quantomai veritiero è il precetto latino “Ubi Ius, Ibi societas”. Differentemente l’Italia da anni è al centro delle polemiche sullo stato dei suoi istituti penitenziari. La condanna pubblica è altissima e la battaglia del Partito Radicale di Marco Pannella è da tempo supportata dalla Chiesa Cattolica e persino dal Papa Francesco. Eppure, nonostante “Piani Carceri”, la recente abolizione del “Reato di clandestinità” la situazione è paragonabile a una bombola a pressione. Lo scorso 27 aprile Il Consiglio Europeo ha mostrato con l’ausilio di dati oggettivi l’impietosa situazione delle carceri italiane. Un’analisi che vede il “Bel Paese” secondo solo alla Serbia per sovraffollamento ( paese in attesa di adesione alla Ue ). Il report diffuso da Strasburgo, relativo a tutti gli stati europei, si riferisce al 2012, quando vennero conteggiati 66.271 detenuti su 45.568 posti disponibili, vale a dire 145 carcerati ogni 100 posti: per avere un rapporto peggiore bisogna andare in Serbia, 160 detenuti ogni 100 posti. Non solo. L’Italia è seconda, dopo la Francia, per numero di suicidi: 63 nel 2011. Ed è prima per presenze di detenuti stranieri: 23.773, il 36%. Circa 124 euro al giorno la spesa sostenuta per ogni carcerato. Questo due anni fa. Ma oggi la situazione è un’altra, replica il Dap. I detenuti sono poco più di 59mila, quelli in custodia cautelare sono passati dal 46% al 36%, i suicidi sono calati dai 57 del 2012 ai 42 nel 2013. Questi dati in controtendenza con il passato sono il frutto dei rimedi messi in campo dall’ex Ministro della Giustizia Cancellieri.

A rendere il nostro Paese ridicolo agli occhi della comunità internazionale, oltre che nella assoluta incapacità ad imporsi più come paese sovrano, vi é stata la condanna con sentenza della Corte di Europea dei diritti umani del 2013. I giudici allora constatarono che il problema del sovraffollamento carcerario nel nostro paese è di natura strutturale, e che il problema della mancanza di spazio nelle celle non riguarda solo gli allora sette ricorrenti: la Corte ha già ricevuto più di 550 ricorsi da altri detenuti che sostengono di essere tenuti in celle dove avrebbero non più di tre metri quadrati a disposizione. I magistrati europei hanno richiamato le autorità italiane a risolvere il problema del sovraffollamento, anche prevedendo pene alternative al carcere. I giudici hanno domandato inoltre all’Italia di dotarsi, entro un anno ( al momento senza alcun riscontro legislativo ), di un sistema di ricorso interno che dia modo ai detenuti di rivolgersi ai tribunali italiani per denunciare le proprie condizioni di vita nelle prigioni e avere un risarcimento per la violazione dei loro diritti.

LA SOLIDARIETA’ E L’IMPEGNO – Nonostante gli innumerevoli problemi in Italia resta forte l’impegno delle Istituzioni Penitenziarie e del Terzo Settore nel lavoro di reinserimento dei detenuti. Esempio ne sono le innumerevoli relazioni dei DAP e dei Sndacati di Polizia Penitenziaria che chiedono riforme urgenti. Altro ecomiabile esempio sono le Cooperative Sociali e le associazioni che si occupano del “reinserimento” come sancito dalla Costituzione della Repubblica Italiana. Ad esempio da anni è attiva Ristretti Orizzonti che con la sua rete e periodico informa il mondo della vita carceraria e dei suoi problemi. Altra attività che sta facendo scalpore, per la sua attualità e bellezza è il reinserimento operato presso la Casa Circondariale di Frosinone dalla squadra di rugby ” I Bisonti “, la quale sostenuta dall’associazione Gruppo Idee e dalla Federazione Italiana Rugby – Lazio, sta reinserendo e rieducando i detunuti attraverso lo sport. Come a dire che Poliziza Penitenziaria, detenuti e operatori del Terzo Settore operano e spingono affinchè le cose effettivamente cambino.

Quel che emerge dalla condizione carceraria è una capacità dell’Europa di porsi a garante dei diritti, in modo superiore a ciò che avviene negli altri grandi paesi del mondo come Stati Uniti d’America e Russia. Dalla seguente analisi però resta come fardello l’Italia. Italia paese in cui resta aperto un dibattito ove le cosiddette forze progressiste si dichiarano contrarie all’amnistia. Paese che si sente oppresso dall’Europa, ma che a sua volta non rispetta la dignità umana. Italiani che vorrebbero di più dall’Europa, ma che non riescono a gestire se stessi.

Roma Rocks #9: Marcello e il mio amico Tommaso – Nudità

Ho deciso di scrivere qualcosa su questo disco perché tutto ciò che ho letto da recensioni di siti più o meno specializzati sono le solite generiche insipide cazzate noiose. Devo dire la verità, ci ho messo veramente tanto a digerire il primo disco di Marcello e il mio amico Tommaso (intervista qua), non ho mai capito bene cosa mi piacesse e cosa mi desse fastidio della band messa in piedi dal talento chitarristico e compositivo di Marcello Newman (prima Jaqueries, ora Alpinismo). 

In questo inizio 2014 è successo qualcosa che ha cambiato, e non di poco, la mia prospettiva: sto preparando un esame sul Decameron (in particolare la II giornata). La quête erotica, infatti, domina entrambe le opere, l’eros diventa il territorio privilegiato per “coloro i quali per li dubbiosi paesi d’amore sono caminanti”. Se il corpo è spesso al centro delle novelle del Decameron, è al centro dell’intero disco del gruppo romano; e se in Boccaccio la nudità è spesso un risarcimento solare alla premessa iniziale della peste, nell’album sembra porsi come faticoso punto di arrivo quasi mai soddisfatto dal racconto dei brani, con la piccola eccezione di ‘Bossanova’, non a caso uno dei pezzi più gratificanti (e belli) dell’album. O magari questo paragone non ha senso, non lo so. Il vero punto è che ho cambiato nettamente la mia prospettiva su una serie di canzoni che per un sacco di tempo trovavo estremamente presuntuose. Devo essere chiaro, penso ancora che a volte Marcello in questi pezzi sia più impegnato a concentrarsi su quale possa essere l’effetto delle sue parole piuttosto che sulle parole stesse. Eppure è come se avessi improvvisamente trovato una chiave di lettura convincente di Nudità, che già mi aveva convinto con la qualità degli arrangiamenti (altro grandissimo merito di Marcello), che però sono talvolta accompagnati da una performance vocale insufficiente. Non perché Marcello sia stonato (cioè lo è, però sticazzi), ma perché la voce è spesso ritoccata in maniera innaturale, cosa che penalizza non poco un disco che dovrebbe suonare lo-fi. Niente di irrecuperabile, soprattutto perché Marcello è spesso accompagnato dalla deliziosa voce di Margherita Vicario, assolutamente straordinaria, tanto da risollevare i pezzi che sembravano faticare fino a pochi secondi prima. 

Riguardo al sound dell’album ci sarebbe veramente tantissimo da dire, ma mi limiterò ad accennare che la gestazione è stata particolarmente lunga per un disco che, a mio modesto parere, avrebbe guadagnato molto da una maggiore urgenza. E’ evidente che il passaggio da un EP in inglese a un disco in italiano non è un lavoro semplice, anzi è sorprendente come la qualità di alcuni brani sia così convincente. Sono convinto, tuttavia, che Nuditàviva di un’insanabile contraddizione fra desiderio di immediatezza ed eccessiva incubazione, tanto che ci si ritrova in mano con solo ventisette minuti di musica che però suonano sin troppo prodotti. So anche che le registrazioni sono state fatte all’interno di una chiesa, ma devo dire che non si sente per niente. 

Insomma, l’impressione è che, nonostante l’innegabile qualità dei brani, qualcosa sia andato storto in fase di registrazione. Poco male, se si considera che Marcello Newman a ventidue anni appena compiuti (qualche giorno fa) si lascia alla spalle un album convincente nell’aspetto che più dovrebbe interessare un’artista: il songwriting. Nudità non è un disco per tutti, e dalle mie parti questa è una cosa positiva.

Luigi Costanzo – PoliRitmi

“GOOD ITALY, BAD ITALY” – Bill Emmot e la doppia faccia del Belpaese

Nella delicata, precaria fase politica che l’Italia sta affrontando, è sempre interessante e, talvolta, illuminante conoscere la posizione di politici e intellettuali stranieri sulle vicende del Belpaese. Oggetto d’interesse, di domande e di disappunto è spesso Berlusconi che, a livello interazionale, è conosciuto come l’uomo che per quasi un ventennio, anziché guidare l’Italia nella giusta direzione, è stato in grado di farla inesorabilmente deragliare, su più fronti. Tra i vari autori a occuparsi del caso italiano e del “Caso Berlusconi”, uno in particolare si è distinto per la raffinatezza intellettuale e le idee brillanti: Bill Emmott, ex direttore dell’Economist, tra le fonti più autorevoli in fatto di politica e affari internazionali. A Emmott dobbiamo articoli sulla politica interna dell’Italia molto più realistici e istruttivi di molti di quelli firmati dai nostri connazionali. Indimenticabile, tra le sue copertine, “Berlusconi: the man who screwed up an entire country”.

Dopo essersi dedicato all’Italia da giornalista politico, Emmott ha iniziato a farlo in veste di vero e proprio scrittore: dapprima, ha pubblicato il libro “Forza Italia”, scritto in italiano, nel 2010, per poi rivisitarlo e adattarlo alle esigenze di un mercato più internazionale nel 2012, intitolandolo “Good Italy, Bad Italy”. Da un’attenta lettura del libro traspare con chiarezza ciò che Emmott in realtà è: un innamorato deluso. Già, perché il grande giornalista inglese ha sempre nutrito un grande amore nei confronti dell’Italia, metaforicamente tradotto nel documentario “Girlfriend in a coma”. Emmott non accetta, come molti italiani, di vedere quel Paese che un tempo era una potenza, sinonimo di creatività e bellezza, ridotto a essere una caricatura di se stesso e del proprio glorioso passato, sopraffatto da una crisi che va oltre alla sfera economica, estendendosi anche a quella politica ed etica.

Cover del libro Bill Emmott – Good Italy, Bad Italy

In “Good Italy, Bad Italy”, Emmott traccia una netta distinzione tra la “buona” Italia e la “mala” Italia, due facce della stessa medaglia, che competono per determinare il futuro del Paese. Nel descrivere la “mala” Italia, l’autore utilizza una struttura dantesca. Emmott parla, infatti, di “inferno politico” e “purgatorio economico” (rigorosamente in italiano), riferendosi rispettivamente agli scandali a sfondo sessuale di Berlusconi e all’instabilità economica, cui grande caratteristica è l’ingente debito pubblico. Nel caso della “buona” Italia, invece, non vi è esplicito riferimento alla terminologia dell’Alighieri. Definire gli aspetti positivi dell’Italia “paradisiaci” sarebbe un’esagerazione, se non pura falsità. Tuttavia, Emmott è speranzoso e arriva persino ad affermare che quella parte del paese che ancora lavora con serietà e produce onestamente possa dar origine a un nuovo Risorgimento. Dall’analisi della “buona” Italia traspare la dedizione con la quale Emmott ha viaggiato, da Nord a Sud, per tutto il Paese, interrogando gli amministratori delle aziende, gli esponenti dei movimenti antimafia, gli artigiani.

Chi sono, quindi, i maggiori esponenti della “bad” e della “good” Italy?
Emmott percepisce Monti come figura di riferimento dell’Italia buona, un leader serio, preparato, che è stato in grado di ridare attendibilità al Paese sul piano internazionale. Per quanto riguarda la “mala” Italia, ça va sans dire: lui, il famigerato Silvio Berlusconi, etichettato da Emmott già nel 2001 come una presenza incapace di governare a dovere il nostro Paese. A oggi, molti italiani concorderebbero nel dire che già un’accurata descrizione dell’operato di Berlusconi nell’ultimo decennio sarebbe sufficiente a fornire un quadro più che esaustivo di una cattiva Italia. Il potere deleterio di Berlusconi risiede in parte nel fatto che egli abbia un forte impatto mediatico: anche oggi, condannato e rinnegato persino da molti dei suoi storici sostenitori, Berlusconi ha la capacità di catalizzare l’attenzione dei media. Questo non nasce solo dal (pur influente) fatto che egli possieda le reti televisive più famose d’Italia, ma è dato anche dalla sua abilità di apparire in televisione. A qualsiasi talk show egli sia invitato, Berlusconi è in grado di attirare ogni attenzione su di sé e sul suo personale spettacolo. Come lo definisce Emmott, un artista della televisione.

Oltre alla crisi e agli scandali, Emmott individua un terzo, essenziale elemento responsabile di aver trascinato l’Italia ancora più a fondo: l’individualismo degli italiani. Secondo l’autore, anche in questo caso gli anni di governo Berlusconi avrebbero contribuito a radicare negli italiani l’idea che il potere vada ottenuto per essere sfruttato a fini personali o per essere delegato a famiglia, amanti, amici stretti. Questo punto è particolarmente importante poiché evidenzia un concreto e attuale problema dell’Italia: l’assenza di meritocrazia. Per Emmott, abituato all’integrità e all’incorruttibilità della maggior parte delle realtà britanniche, questa assenza deve rappresentare una delle più grandi vergogne per l’Italia.

La lettura di un libro come “Good Italy, Bad Italy”, ora che l’Italia si appresta, faticosamente, a girare pagina, è importante per capire quali siano i nostri punti di forza visti dall’esterno, per potenziarli; ma serve anche a capire quanto la reputazione dell’Italia, nel corso degli anni, si sia deteriorata. L’ovvia conclusione, purtroppo, è che le conseguenze di una crisi cosi profonda e radicata quanto quella dalla quale il Paese sta cercando di uscire, non se ne andranno facilmente. Spetta all’Italia stessa, e agli italiani, riguadagnare la fiducia e la gloria di un tempo.

Giulia Aloisio Rafaiani – AltriPoli

Italia – Inghilterra: l’evoluzione di un’alleanza politica

Dal principio del XXI secolo la politica italiana è stata al centro di numerosi scandali, prevalentemente aventi luogo negli anni dell’assai controverso governo Berlusconi. Scandali di varia natura sono hanno travolto il nostro Paese; sesso, corruzione e processi illegali sono termini tristemente divenuti all’ordine del giorno nei discorsi politici del Bel Paese.

Persino nell’attuale governo Letta, in cui la maggioranza dei cittadini ha riposto le proprie speranze per una politica più sana, chiara e onesta, stanno venendo alla luce i primi scandali. Dapprima le dimissioni di Josefa Idem, seguite da aberranti dichiarazioni di Calderoli sul Ministro Kyenge e dall’ambigua vicenda riguardante l’espulsione di moglie e figlia del kazako Mukhtar Ablyazov dall’Italia. Uno dei dettagli più impressionanti di quest’ultima, triste questione e’ che a dare l’annuncio del trattamento ricevuto dalle donne non sia stato inizialmente il governo, o un principale quotidiano italiano, bensì il britannico “Financial Times”. Sorge dunque spontanea una riflessione: che cosa mai potranno pensare dell’Italia le potenze straniere, alla luce dei recenti avvenimenti? Nello specifico, qual è la posizione dell’Inghilterra, che per prima ha riportato questa grave notizia, riguardo all’operato del governo italiano?

Il legame politico tra Italia e Inghilterra è diventato molto forte dall’Unita’ d’Italia, nel 1861. Come spiegato nell’interessante opera di Fasanella e Cereghino, “Il golpe inglese”, i britannici capirono fin dal principio che l’apertura del Canale di Suez avrebbe posto l’Italia in una posizione alquanto strategica; ergo, avere un controllo politico o militare sulla Penisola avrebbe permesso agli inglesi di controllare le rotte commerciali del Mediterraneo e dell’Estremo Oriente. Da quel momento, ogni importante avvenimento storico o politico dell’Italia è stato parzialmente influenzato dall’intervento inglese. E’, per esempio, il caso del Fascismo, caldamente supportato dai conservatori della Gran Bretagna. Winston Churchill sosteneva persino che l’Italia non fosse capace di costruire una vera e propria democrazia, basata da una maggioranza e da un’opposizione, ne’ di perseguire una politica estera basata sull’interesse nazionale. Mentre appare naturale domandarsi se, forse, Churchill non avesse ragione sul primo punto, si può invece dissentire sul secondo.

I rapporti diplomatici tra Italia e Inghilterra si sono, infatti, evoluti e il nostro Paese può oggi essere considerato come un concreto alleato per l’Inghilterra, piuttosto che come un suo subordinato. A testimoniare questa nuova, importante alleanza tra le due potenze Europee è stato l’incontro tenutosi il 17 luglio tra Enrico Letta e David Cameron. Il Primo Ministro inglese ha rinnovato la sua fiducia al Premier Italiano, concentrandosi sul fatto che Italia e Inghilterra non siano legati solamente da interessi politici, ma anche culturali.

Due obiettivi principalmente accomunano i due leader: la necessità per i cittadini europei di sentirsi più vicini alle Istituzioni, tradotta quindi in un’accelerazione delle riforme, e l’imminente bisogno di creare nuovi posti di lavoro. Al proposito, Letta ha affermato che, al fine di creare nuove occupazioni, sia di fondamentale importanza una ripresa economica. Il Presidente del Consiglio ha inoltre sottolineato il valore, se non di una moneta unica da condividere con la Gran Bretagna, di un mercato unico, “pilastro dell’UE”. In un momento di crisi per l’intera Europa, rapporti prolifici tra Italia e Inghilterra non possono che giovare alle politiche e all’economia dell’Unione.

Giulia Aloisio Rafaiani – AltriPoli

Artico: l’affare del secolo

Una canzone di Lorenzo Cherubini, dal titolo “L’ombelico del mondo”, potrebbe essere la colonna sonora degli ultimi due decenni dell’Artico. Se si ritiene opportuno guardare al futuro con un occhio all’Asia si sbaglia. Non perchè l'”Est” non crescerà più, bensì per il fatto che esso rallenterà la sua corsa per far spazio al Polo Nord. Infatti, nel 1996 la Dichiarazione di Ottawa, portò alla formazione del Consiglio Artico. Tale ente è composto da membri titolari ovvero gli stati litoranei (Canada, Russia, Stati Uniti, Norvegia, Finlandia, Svezia, Islanda e Danimarca) e, unico caso al mondo, dai sei gruppi indigeni del Nord. Esso rappresenta un unicum, ove Comunità Indigene e Stati, hanno la medesima importanza e parimenti voto decisionale. Dallo scorso 15 Maggio, sei paesi (Italia, Cina, India, Singapore, Giappone e Corea del Sud), da “osservatori ad hoc” sono passati allo status di Membri Osservatori Permanenti. Ciò ha scatenato un effetto domino sui listini delle compagnie energetiche ed un punto di non ritorno per la geo-economia del ventunesimo secolo.

L’ARTICO E LA CINA – Il successo negli affari non avviene mai per caso. Questa è la prima regola dell’economia all’interno del sistema capitalista. La lungimiranza del Congresso del Partito Comunista Cinese, dagli anni ottanta ad oggi, ha permesso a Pechino di entrare nel business del secolo ovvero l’Artico. Secondo la United States Geological Survey, nel Polo Nord si troverebbe il 15% delle riserve mondiali di petrolio ed il 30% di gas. Pechino questo lo ha sempre saputo e dal 1995 con una missione di Ricerca sul clima e l’ambiente è uno dei paesi di riferimento nel Mar Glaciale Artico. Certo, 1600 chilometri di distanza appaiono troppi per poter influire come Membro Permanente. Eppure, la forza geopolitica e degli investimenti della compagnia Cnooc (Chinese National Oil Overseas Corporation) hanno fatto divenire semplici ed importanti ricerche scientifiche il punto geo-economico più importante.

LA RICERCA E L’ENI CI CONSEGNANO UN POSTO NELL’ARTICO – Nell’oblio dei media nostrani, ormai assuefatti dalle breaking news di britannica ispirazione, l’Italia ha conquistato un posto nel Polo Nord e nell’affare energetico del secolo. Ciò non è dovuto alle tragiche misure adottate come ESM o all’Unione Europea (la quale svolge un ruolo di Osservatore non membro). Il tutto è dipeso da due cause. La lungimiranza degli investimenti dell’Eni ne è una prima causa. La società ormai passata a mani straniere, per la gioia dell’ignoranza dei gianniniani, ha da decenni apportato strategie mirate al consolidamento delle nostre riserve energetiche e della ricerca scientifica. Ciò avviene anche per Enel (altra società con golden share pubblica), la quale, secondo le parole del Direttore della Divisione internazionale Carlo Tamburi, entro il 2015 raggiungerà nel Polo Nord russo i 900 milioni di euro d’investimenti. La seconda e più importante causa del raggiungimento dello status di “Membro Osservatore Permanente” , risiede nel mantenimento nelle isole Svalbard, da parte del governo italiano, della Base Artica Dirigibile Italia e della Amundsen-Nobile Climate Change Tower.

IL POLO COME NUOVO RISIKO – Si può facilmente affermare, che dove vi sono soldi vi è anche guerra. Nel Mar Glaciale Artico non vi sono guerre in atto, se non sul clima. Eppure, il crescente interesse di potenze geopolitiche ha portato ad una militarizzazione del Polo Nord. Non è un caso, che tra i Membri Osservatori Permanenti, vi sia la Corea del Sud e che gli Stati Uniti d’America stiano preparando in Alaska decine di stazioni missilistiche a protezione di essa. La Russia e la Cina, con il nuovo corso del Congresso del Partito Comunista Cinese, hanno ritrovato un feeling che mancava da settantanni. Tant’è, che Xi Jinping appena visto Putin, ha dichiarato che “Le nostre anime sono aperte gli uni agli altri” riferendosi ai rispettivi paesi. Tale nuova alleanza preoccupa molto Washington ormai impegnata su “troppi” fronti. Perdere l’influenza ed il ruolo di leader nell’Artico è un lusso che Obama non si può permettere.

Il riscaldamento globale, l’oro nero ed il gas stanno, come previsto da molti negli anni ottanta, per cambiare il corso della storia. Una storia glaciale, non perchè si parla di Mar Artico nel Polo Nord, bensì perchè fatta e modellata sullo sfruttamento di un nuovo Eldorado solo ed esclusivamente per profitto.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

Non vedere il Festival di Sanremo


Come tutti saprete, si è recentemente concluso il 63° festival di Sanremo, celeberrima manifestazione canora che è anche uno dei maggiori eventi mediatici italiani. Quest’anno, come già lo scorso anno, non ne ho seguito neanche un minuto. La scelta non è solo ideologica ma anche pratica. Sanremo, da sempre, è una kermesse canora dominata dai poteri forti della musica: dalle grandi etichette, dai talent scount, e ora dagli odiati talent show. Tuttavia, se si volesse tracciare una storia del festival, si può tranquillamente affermare che in una sua prima fase, benché fosse comunque una manifestazione strettamente commerciale, grazie a buoni artisti – comunque spesso e volentieri non vincitori – e soprattutto ad autori di livello, è riuscita a regalare qualche sprazzo di interesse, e talvolta ha anche dato grandissimi pezzi alla canzone italiana.
Al momento però la situazione è molto diversa.  Abbiamo già parlato di X-Factor, ed è proprio da quello show che viene fuori il vincitore di questa edizione, Marco Mengoni. Non entro nei meriti (e demeriti) musicali del giovane cantante italiano – anche perché non ho ascoltato il pezzo, e credo non lo farò se non costretto – ma è quanto mai grave pensare che il meglio della canzone italiana sia rappresentata da un ragazzo che si è fatto le ossa in un programma che svilisce completamente l’idea di artista, e di artistico. Burattino delle case discografiche e assolutamente privo di un talento oltre alla sua voce. Questo è ciò che abbiamo, e ci si chiede quale è stato il ruolo di Mauro Pagani, ex PFM, nonché nume tutelare della musica italiana, che quest’anno prendeva il ruolo di direttore artistico.
Quest’anno ha anche confermato il flop delle band alternative. Gli sfortunati sono stati i Marta sui Tubi. Sarebbe interessante interrogarsi sulle motivazioni che portano le band che nascono all’interno di circuiti indipendenti all’approdo a Sanremo, ma temo che non si troverebbe una risposta univoca.  Sta di fatto che Marta Sui Tubi hanno deluso una buona parte dei fan, e dubito avranno un grande spazio fra la musica ‘ delle masse’,o sarebbe preferibile dire ‘dei mercanti’.
Ma veniamo a quella che è l’unica nota positiva di questa edizione di Sanremo (unica nota in tutti sensi): ‘La canzone mononota’, ennesima geniale manifestazione di Elio e Le Storie Tese, forse la band italiana più talentuosa degli ultimi vent’anni (e questa non si poteva non ascoltare, almeno su youtube). Sì, perché gli Elii si esaltano nel grottesco, e ancora una volta portano un pezzo assurdo, intelligente, cazzeggione, e fortemente critico. Una delle poche band italiane in grado di avere due piani di lettura… però ancora una volta ha vinto un Mengoni.
Luigi Costanzo

La febbre dell’oro

Era il diciannovesimo secolo quando negli Stati Uniti d’America imperversava la “corsa all’oro”. Due secoli dopo e con una crisi economica e finanziaria che si è abbattuta su tutto l’occidente, quella frenesia ed isteria per il possesso e la ricerca dell’oro è ancora al centro del mercato globale. Immaginate di essere in stato febbrile: qualora la vostra temperatura corporea raggiungesse i trentanove gradi sicuramente ricorrereste alla tachipirina. L’oro è la tachipirina utilizzata dai mercati nei momenti di crisi. Vi è un duplice ricorso. Per alcuni, come le famiglie italiane, l’oro in tempi di crisi diviene l’oggetto di quell’usura, tollerata dalla legislazione e dagli Stati, dei cosiddetti “Compro oro cash”, che serve a far arrivare a fine mese il nucleo familiare o a garantire prestiti e mutui precedenti. Per altri l’oro è un mercato “sicuro”, utilizzato dagli investitori quando la fiducia nei mercati azionari, negli immobili e nelle Banche centrali è molto bassa. Tant’è che al V anno di crisi economica occidentale l’acquisto d’oro è schizzato a un livello mai raggiunto precedentemente.

Secondo il World Gold Council, ente internazionale che racchiude i le aziende minerarie aurifere e ne sviluppa dati e statistiche, la richiesta del metallo più prezioso nell’ultimo trimestre del 2012 è stata superiore alla media trimestrale registrata nell’ultimo lustro. A trainare questo trend vi è l’India, che, come nel caso del mercato energetico del carbone, ha apportato rispetto al 2011 una richiesta d’oro che ha fatto segnare un +12%. Oltre al gigante asiatico altro fattore determinante nella crescita della domanda d’oro sono le Banche Centrali di tutto il mondo. A possedere la maggior quantità di “riserve auree” sono gli Stati Uniti d’America, che però non le fanno certificare in maniera indipendente dai tempi della Presidenza Eisenhower. Segue il paese leader decisionale dell’Unione Europea, ovvero la Germania, che detiene oro per 3.395 tonnellate. L’Italia è al terzo posto della classifica mondiale sul possesso di riserve auree anche se nell’ultimo anno si è riscontrato un grande calo nella detenzione del metallo giallo, fenomeno che secondo molti ha contribuito a rendere il “Bel Paese” oggetto della speculazione finanziaria.

L’ente sopraccitato ovvero il World Gold Council ha recentemente diramato i dati sulla “top ten” dei paesi che, da gennaio a novembre 2012, hanno acquistato il maggior numero di lingotti. In questa classifica troviamo moltissime sorprese. Al primo posto vi è la Turchia di Recep Tayyip Erdoğan, il paese islamico membro NATO in collisione da un biennio con Israele, che ha posto l’oro a garanzia delle riserve delle banche commerciali. Secondo maggior acquirente di lingotti d’oro è la Russia, che a seguito del suo nuovo ruolo centrale nella geopolitica sta vivendo una crescita economica e con gli ultimi acquisti ha aumentato le proprie riserve auree, facendole passare dalle 840 tonnellate di fine 2011 alle attuali 900. Vera sorpresa – forse non per gli analisti economici – sono le Filippine, che in un anno hanno acquistato 34,5 tonnellate d’oro. Questo avviene a conferma dell’ottimo periodo di crescita economica che nell’ultimo anno ha visto crescere il Prodotto Interno Lordo filippino di oltre il 6%. A seguire vi è il Brasile, che sta cercando di porre rimedi ad una crescita economica troppo dipendente dalle proprie materie prime e dalla Cina. Altre sorprese sono rappresentate dal quinto posto del paese dell’Oro Olimpico per il ciclismo Aleksandr Vinokurov, ovvero il Kazakhstan, e, soprattutto, dall’Iraq al sesto posto. A seguire vi sono il Messico (della cui crescita vi avevamo già parlato), la Corea del Sud, il Paraguay ed infine l’Ucraina. Restano fuori i leader dell’economia mondiale: Stati Uniti d’America e Cina. Pechino, che a dispetto di un’economia protagonista del XXI secolo possiede “solo” oro per 1054,5 tonnellate.

Ad ogni modo, i dati diffusi dal World Gold Council ci portano a riflettere sull’importanza che da secoli assume il metallo giallo. Ed. infine, non ci resta che constatare come investitori e Banche Centrali di Paesi emergenti – o “Brics” – abbiano deciso di continuare ad investire sulle riserve auree. Come a dire che la fine della crisi è molto lontana e la corsa all’oro può continuare.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

Ufomammut ORO:Opus Alter


Fra tutti i concerti che ho avuto modo di vedere lo scorso anno custodisco un ricordo speciale degli Ufomammut nella bellissima cornice del Desert Fest di Berlino. Vedere un gruppo italiano riempire la sala che ospitava il main-stage di uno dei festival estremi europei più prestigiosi oltre ad avermi riempito di (ingiustificato) orgoglio, ha messo in luce ancora una volta i limiti che ha l’Italia nel valorizzare i propri talenti, soprattutto se non radiofriendly.Inutile quindi rimarcare quanto il pubblico italiano, proprio per questa mancanza strutturale, sia ancora molto impreparato ad apprezzare le proposte musicali meno ‘orecchiabili’.

Il 17 Settembre, esattamente cinque mesi dopo l’uscita dell’eccellente ‘ORO: Opus Primum’, il trio di Tortona (AL) ha pubblicato l’altra metà della mela, l’atteso ‘ORO: Opus Alter’. Questa sesta prova del gruppo conferma le sue ambizioni e, come suggerisce Nick Hagan di ‘Drowned in Sound’, può finalmente dire di aver terminato la virtuale rincorsa verso i suoi padri putativi, ergendosi a punto di riferimento della scena heavy-psych mondiale, entrando quindi di diritto nel firmamento del variegato (non)genere.

Già il primo capitolo sprigionava una potenza debordante e questo ‘Opus Alter’ non può che confermare quella violenza primordiale. Rispetto al precedente episodio la band riesce ad essere ancora più compatta ed heavy, pur recuperando una musicalità che sembrava totalmente rasa al suolo  nella prima parte di ‘ORO’. Nonostante le sostanziali differenze fra i due episodi è innegabile trovare una logica, una coerenza, nella pesante musicalità lisergica del terzetto italiano. Due dischi da ascoltare come fosse un unico brano con vari movimenti, almeno così suggerisce la band. Ogni episodio, che sia un’ipnotica cavalcata psichedelica/space rock o una mazzata doom/post metal, trova una sua coerenza all’interno del doppio lavoro. E’ giusto rimarcare come l’opera risenta molto -come anche il precedente ‘Eve’- della produzione del bravo Lorenzo Stecconi dei grandiosi Lento (eccellente band romana), in particolare per la presenza massiccia di synth. Questo sodalizio ha dato un’interessante continuità negli ultimi tre lavori della band piemontese.

Insomma, ‘ORO’ è un lavoro ambizioso che conferma l’immenso talento degli Ufomammut, che fa capire perché la Neurot Records, che nel suo roster vanta band come Current 93, Isis, Neurosis, Red Sparowes, abbia posato gli occhi sui nostri connazionali. Peccato che anche nella musica gli italiani di talento siano costretti a cercare fortune all’estero.

Luigi Costanzo

Perspectives on a longboard

Perspectives on a longboard 

 Simone Ottaviani

Luxottica: quando passione e sacrificio diventano leggenda

Molto probabilmente questo articolo lo starete leggendo per via di un link proveniente da Facebook ove la vostra amichetta si è appena messa in bella mostra sfoggiando il proprio paio di Ray-Ban in stile vintage. Molto probabilmente la stessa non sa che dietro quel paio di occhiali c’è una passione e un sacrificio che solo le italiche terre possono raccontare. Quando un popolo perde la speranza in se stesso, allora sì che si perde la bussola di ciò che è giusto fare e di cosa non lo è. Se vi domandate quale esempio vi sia da seguire nel lavoro, non siete per forza costretti ad arrivare fino a Cupertino in California oppure a seguire grandi creativi della city londinese, spesso la risposta è più vicino di quel che si pensa. Un possibile esempio risiede ad Agordo, in Provincia di Belluno.

La storia che vi presenterò è fatta di quel meltin pot che costituisce il successo del Veneto e dell’Italia nel mondo: sudore, sacrifici ed innovazione. Il protagonista di questa storia è Leonardo Del Vecchio, presidente e fondatore di Luxottica. Originario della Puglia, trasferitosi a Milano rimase fin da subito orfano e trascorse l’infanzia nel collegio dei Martinitt. In tale collegio verranno cresciuti anche altri grandi dell’imprenditoria ed editoria come Arrigo Rizzoli ed Edoardo Bianchi. Fin da subito Leonardo Del Vecchio riconosce la speciale capacità nell’incisione e nella montatura di occhiali e così nel 1958 compie il passo che gli cambierà la vita ovvero l’apertura di una bottega in un piccolo centro del bellunese chiamato Agordo. Dopo solo tre anni la piccola bottega del giovane Del Vecchio prende il nome di Luxottica, la quale come si specifica nel sito all’inizio si occupa di “minuteria metallica per le occhialerie”. Tra gli anni sessanta e settanta l’azienda si espanderà producendo come d’origine per terzi e presentando al mercato nazionale propri pezzi da commercializzare.

L’occasione per il grande salto si presenta alla I Mostra Internazionale dell’occhiale di Milano – Mido quando grazie agli investimenti nell’innovazione e la ricerca nei particolari e dettagli, cosa abbastanza facile per chi da tempo si era specializzato nell’assemblaggio e nella produzione di piccoli parti, portò al successo Luxottica e Leonardo Del Vecchio. A seguire negli anni ottanta, quando l’Italia era ancora ancorata al dilemma incentivi e scioperi per l’industria delle autovetture, Luxottica prima di tanti comprese che l’internazionalizzazione e lo sviluppo in nuovi paesi legata allo sviluppo di brand per terzi la portarono a essere la più grande azienda del settore ottico.Poi verrà nel 1999 l’acquisizione più importante almeno dal punto di vista del marketing: la Ray-Ban. L’acquisizione del marchio Ray-Ban, simbolo dell’Aviazione degli Stati Uniti d’America e di film come “The Blues Brothers”, daBausch & Lomb ha consacrato Luxottica nell’olimpo delle società più conosciute ed importanti al mondo. La sua grandezza è possibile quantificarla dalla presenza in centotrenta paesi e da più di sessantunomila punti vendita direttamente controllati. Un azienda che dopo aver delocalizzato negli ultimi anni ha concentrato in controtendenza rispetto ai tempi la totalità degli stabilimenti in Italia, contribuendo in gran parte al PIL nazionale con un utile netto nel 2010 di 466 milioni di Euro. Euro che ha parzialmente indebolito, come del resto molta dell’industria italiana, l’azienda di Agordo dato il cambio sfavorevole per le esportazioni con gli Stati Uniti.

Luxottica oltre ad essere quotata presso il FTSE MIB di Milano è dapprima presente nel listino della Borsa di New York Stock Exchange ovvero nel listino con la maggiore liquidità al mondo, da qui la forza di immagazzinare i cosiddetti “input” dal reinvestire nelle acquisizioni e nell’innovazione. Luxottica non è solo capitalismo aggressivo, ma anche sociale. Tramite la Fondazione OneSight essa propaga il bene nel modo più autentico possibile. Senza clamori mediatici e con alla basa le competenze dei propri dipendenti Luxottica ha avviato missioni da oltre vent’anni allo scopo di offrire servizi per la cura delle malattie della vista e nella ricerca di soluzioni ad esse nei paesi più poveri della terra.

Quindi ora che magari starete leggendo questo articolo e vi chiederete dove sono finiti i vostri occhiali sappiate che sono Italiani e dietro ad essi c’è una storia ed una passione che si scrive Luxottica e che si legge Leonardo Del Vecchio. Come a dire non scappate come vorrebbe Celli della Luiss, ma lottate come quel Martinitt di Agordo.