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Ius soli: evoluzione inevitabile nella società odierna

Matteo Renzi, segretario del Partito Democratico, ha recentemente dichiarato di voler restare “Al governo con il centrodestra solo per approvare ius soli e unioni civili”. Al di la dell’attendibilità della promessa, il tema dello ius soli è tornato al centro del dibattito politico italiano negli ultimi mesi, con l’accelerazione imposta dal neo-ministro dell’integrazione Cecile Kyenge verso la modifica della normativa vigente.

Lo ius soli è il principio giuridico in base al quale colui che nasce sul territorio di uno Stato ne acquisisce automaticamente la cittadinanza. A questo si contrappone il principio dello ius sanguinis, per cui il genitore cittadino di uno Stato trasmette la cittadinanza al figlio indipendentemente dal luogo di nascita.

La differenza nell’adozione dei due sistemi trova una sua coerenza se si osserva che lo ius soli è adottato da paesi con un alto numero di immigrati come Stati Uniti d’America, Argentina, Brasile e Canada. Al contrario, lo ius sanguinis, che tutela i diritti dei discendenti degli emigrati, vige in quei paesi che hanno vissuto periodi caratterizzati da un alto tasso di emigrazione.

Nonostante l’ultimo ventennio abbia registrato significative aperture a forme di ius soli più o meno temperate in diverse nazioni, lo ius sanguinis ad oggi continua ad essere il sistema largamente più diffuso nel mondo.

Non stupisce dunque che mentre gli Stati Uniti, nazione fondata da immigrati, adottino lo ius soli per natura, lo ius sanguinis sia invece alla base di tutte le legislazioni in Europa, culla degli Stati nazionali e di una concezione della nazione come comunità legata da affinità di sangue e di cultura .

In Germania la normativa sulla cittadinanza ha riflettuto a lungo questo mito. Negli ultimi venti anni, tuttavia, una serie di riforme hanno attenuato la rigidità di questo modello, riducendo a otto gli anni di residenza necessari per richiedere la naturalizzazione e applicando il riconoscimento automatico della cittadinanza tedesca ai nati in Germania da stranieri, a patto chealmeno uno dei genitori abbia risieduto nel paese negli ultimi otto anni e disponga di un permesso di soggiorno permanente.

In Francia vige il doppio ius soli, in base al quale può ottenere la cittadinanza chi nasce in Francia da genitori stranieri a loro volta nati in Francia, mentre qualsiasi cittadino straniero maggiorenne può richiedere la cittadinanza dopo cinque anni di residenza sul territorio francese dopo gli undici anni di età.

In Italia la legislazione prevede criteri restrittivi per l’ottenimento della cittadinanza da parte dei cittadini stranieri, a meno che non vantino una qualche ascendenza italiana o non acquisiscano legami di parentela con cittadini italiani attraverso il matrimonio: un approccio che Giovanna Zincone ha definito “familismo legale” nel suo omonimo saggio.

Gli immigrati di prima generazione devono dimostrare di aver risieduto ininterrottamente nel Paese per quattro anni se originari di paesi comunitari e per dieci anni nel caso di paesi extra-UE. Alle seconde generazioni, ovvero i bambini nati in Italia da genitori stranieri, si applica una sorta di ius soli, con stringenti requisiti di residenza: il ragazzo deve aver vissuto ininterrottamente per diciotto anni in Italia (è concesso solo un vacuum di sei mesi), e ha a disposizione solo dodici mesi dal compimento della maggiore età per effettuare la richiesta.

Non c’è bisogno di spendere molte parole per giustificare come il bambino X, che è nato in Italia, frequenta le scuole italiane e parla con l’inflessione dialettale del luogo in cui vive si possa considerare italiano a tutti gli effetti, così come lo è –di fatto e di diritto- la maggioranza dei suoi compagni di classe. Eppure la legge ad oggi impedisce al bambino X di accedere a tutti i diritti connessi alla cittadinanza almeno fino alla maggiore età, e anche successivamente può essergli di ostacolo.

Si arriva dunque all’assurdo, in paesi come Italia, Spagna, Germania, che emigrati di terza o quarta generazione, nati e vissuti all’estero, senza alcun legame con gli usi e i costumi della nazione d’origine (in più di qualche caso neanche con la lingua) siano cittadini a tutti gli effetti, mentre un figlio di immigrati, parte della comunità in cui vive e di cui conosce le problematiche affrontandole tutti i giorni, sia considerato estraneo dalle leggi che regolano quella comunità. La questione ha un impatto rilevante anche dal punto di vista elettorale: l’emigrato di terza o quarta generazione può votare dall’estero, mentre immigrati di lunga residenza sul territorio italiano, che lavorano e pagano le tasse in Italia, non hanno alcun diritto politico.

E’ evidente come nella società attuale, caratterizzata dall’abbattimento delle frontiere sancito in primo luogo da Schengen e in continua espansione grazie alle nuove adesioni all’Unione Europea, il legame di sangue ceda sempre di più il passo al legame di comunità. Lo ius sanguinis trova le sue origini in logiche antiche, risalenti al periodo della costituzione degli Stati nazionali e ormai sorpassate dalla storia.

Vi sono diritti fondamentali e fondativi, come l’uguaglianza davanti alla legge, la libertà di espressione e di culto, diritti da modificare, diritti da creare. L’espansione dei diritti dell’uomo e del cittadino è una necessità storica. Ogni paese dovrebbe adeguare la carta dei diritti all’evoluzione della società, affinché le leggi massime dello Stato abbiano un’effettiva corrispondenza con ciò che avviene nel mondo reale.

Thomas Jefferson affermava che “every generation needs a new revolution”. Lo ius soli è uno di quei traguardi ineludibili, una volta raggiunti i quali non si torna indietro. E’ stato così con tutte le grandi conquiste sui diritti, sancite dalla società prima ancora che dalle leggi che la regolano: dal superamento della segregazione razziale al diritto all’aborto, fino alla legislazione sulle coppie di fatto. Chi nasce e cresce in una comunità ne è a tutti gli effetti parte integrante ed è giusto e doveroso che la legge ne riconosca i diritti e i doveri connessi alla cittadinanza.

Paolo Magnani – AltriPoli

Ius soli: nuove complicazioni per l’Italia o concreta misura contro il razzismo?

Il protrarsi del fenomeno d’immigrazione in Italia, con i picchi di tragedia di Lampedusa, implica complicazioni di natura politica, morale e giuridica. Al centro del dibattito, in questi mesi più che mai, la questione dello ius soli, legge che prevede l’acquisizione del diritto di cittadinanza da parte di tutti coloro che nascono sul territorio dello Stato. A dividere l’opinione pubblica e i partiti politici italiani è l’automatismo dello ius soli, contrapposto per definizione allo ius sanguinis, che prevede invece che la cittadinanza derivi da discendenza o filiazione.

In blu paesi con la cittadinanza su base dello Ius soli, in azzurro regimi misti

Cécile Kyenge, Ministro per l’Integrazione, si è dichiarata in più occasioni a favore dell’applicazione dello ius soli in Italia, reputandolo un potente strumento contro razzismo e discriminazione. Per poter meglio contestualizzare la presa di posizione del Ministro Kyenge, va ricordato che, a inizio legislatura, il 21 marzo 2013, fu depositata alla Camera una proposta di legge in tema di cittadinanza, firmata dalla Kyenge, all’epoca parlamentare neo-eletta del PD, insieme a Bersani, Chaouki e Speranza. Altre proposte inerenti al medesimo tema furono presentate negli stessi giorni. Tuttavia, quando le vicende politiche dei mesi successivi portarono alla nascita del governo Letta, nessun accordo di programma fu preso a proposito della legge sulla cittadinanza, poiché la Kyenge l’aveva proposta prima di diventare Ministro.

Ecco perché le recenti dichiarazioni del Ministro, pur ovviamente in favore del principio generale dello ius soli, non si riferiscono e non possono appoggiarsi alla specifica proposta di legge presentata dalla Kyenge. Molte le polemiche suscitate dalle dichiarazioni del Ministro per l’Integrazione. Di parere opposto alla Kyenge, gli esponenti della Lega Nord, da sempre ostili all’integrazione razziale e alla multi-etnicità che caratterizza molte società europee del ventunesimo secolo. Angelo Veronesi, capogruppo leghista, si dice favorevole alla naturalizzazione, a condizione che questa avvenga al compimento della maggior età; soltanto così, secondo il leghista, un individuo potrà decidere con maturità e coscienza se essere pronto, o meno, “a partecipare a pieno titolo alle responsabilità, ai doveri e ai diritti della cittadinanza della Repubblica Italiana”.

Ancora diverso il parere di Girgis Sorial, M5S, l’unico deputato migrante di seconda generazione (nato a Brescia da genitori egiziani), vicepresidente della Commissione Bilancio. Sorial è impegnato nella redazione di un imminente disegno di legge sulla cittadinanza ai bambini figli di migranti. Le sue idee sono più radicali a articolate rispetto a quelle espresse dal Ministro Kyenge: “Darei la nazionalità automatica ai figli di persone straniere che vivono in Italia da tre anni, non cinque. Ma non sono d’accordo con lo ius soli per tutti”. L’evidente complessità del tema richiede che l’immigrazione non sia più trattata solamente in termini di “emergenza”, ma diventi oggetto di un discorso più organico, in cui si possano discutere vari problemi di fondo, quali le tempistiche di rilascio del permesso di soggiorno.

Tre giovani e brillanti giornalisti, Moscatelli, Fasola e Lombardo, usano la metafora del gioco del cricket per descrivere il problema dell’immigrazione e dello ius soli in Italia. Nel loro libro, “Italian Cricket Club”, gli autori spiegano come, per rappresentare una nazione sul campo da cricket, sia sufficiente esservi nato o risiedervi da alcuni anni. Ciò è possibile in quanto, a differenza di sport come il calcio, il cui rigoroso regolamento è sancito in Italia, le regole del cricket sono stabilite a livello internazionale dal Marylebone Cricket Club of London.

Forse anche noi cittadini dovremmo assecondare le regole del raffinato sport inglese e imparare ad accettare un’Italia multietnica, in cui l’integrazione non sempre sia sempre percepita in maniera negativa; un’Italia in cui non regni la paura verso culture ignote e la diffidenza verso lo straniero; un’Italia in cui l’interazione di svariate etnie possa anche portare alla “vittoria”. In campo, o in politica.

Giulia Aloisio Rafaiani – AltriPoli

Questo articolo è parte della collaborazione fra Polinice e Progetto Hashtag. La rassegna tematica di tale collaborazione ruota attorno al tema dello “Ius Soli”. Contributi a tale collaborazione saranno predisposti da tutte le aree tematiche del magazine Polinice.