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Julieta di Pedro Almodovar

L’ultimo paio di film di Pedro Almodovar si erano, in maniere diverse, allontanati dallo stile a cui il maestro iberico ci aveva abituato nei dieci anni precedenti. La pelle che abito era pressoché un thriller, mentre con Gli amanti passeggeri gli elementi comici passavano in primo piano.
Julieta, il suo nuovo film, presentato la settimana scorsa a Cannes, rappresenta un po’ un ritorno allo stile ormai classico di Almodovar, il melodramma a tinte forti che ha caratterizzato la sua produzione da Tutto su mia madre a Gli abbracci spezzati.

La trama ci racconta della vita coniugale e del rapporto con la propria figlia del personaggio che dà il titolo alla pellicola, interpretata in due fasi della propria vita da due attrici diverse. I flashback, i segreti familiari, il dramma esasperato, sono tutti elementi che hanno fatto la fortuna del cinema di Almodovar e che ritornano nel suo ultimo lavoro dopo la pausa di cui sopra.
Una delle caratteristiche che apprezzo di più delle pellicole del cineasta spagnolo è il fatto che non hanno bisogno di sembrare sottili e sofisticate per essere sottili e sofisticate. Per quanto parlare di cinema di intrattenimento sia forse esagerato, film come Parla con lei o Volver non fanno mai mistero della loro volontà di conquistare l’attenzione degli spettatori con mezzi che potrebbero sembrare grossolani se non si integrassero così perfettamente nella poetica che vanno a sostanziare.
In questo senso Julieta fà propria questa tradizione e ci regala l’usuale colonna sonora patetica ed orchestrale, la solita recitazione sopra le righe, una trama con svolte sorprendenti e una fotografia colorata e quasi didascalica.

Di nuovo, questi sono elementi che di solito associamo a film, se non di carente fattura, quantomeno di scarsa ambizione, ma che si integrano in un contesto e in una visione unici e vengono in un certo senso sfruttati al massimo delle loro potenzialità. Questo anche perché per altri versi c’è un naturalismo e un realismo nei film di Almodovar che è difficile riscontrare anche in altri registi dallo stile più sobrio. È un po’ retorico forse chiamarlo realismo emotivo, ma ho sempre trovato piuttosto credibili e genuine le reazioni dei personaggi almodovariani alle assurde situazioni in cui vengono regolarmente ficcati, e la scarsa glamourizzazione delle ambientazioni aiuta ulteriormente ad identificare i protagonisti di questi film come persone comuni, nonostante la straordinarietà delle circostanze in cui vengono a trovarsi.

Con Julieta quindi riprendiamo un discorso che in un certo senso era stato interrotto, e se da una parte la familiarità è piacevole, dall’altra va riconosciuto che, un po’ forse per semplice usura, la riproposizione della formula classica non riesce a raggiungere le vette che classica l’avevano resa. Si tratta di un film d’impatto moderato rispetto al debordante patetismo di Parla con lei o La mala educacion, e pur avendo alcune freccie al proprio arco il confronto con i lavori del passato è troppo immediato perché la valutazione dell’opera non ne risenta.
In settimane di relativa magra cinematografica come quelle che stiamo attraversando Julieta, un buon film di un grandissimo regista, svetta comunque come una delle opzioni più interessanti per chi decidesse di passare la serata al cinema.