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Il giovane Karl Marx: quando la politica era scienza.

Il prezzo di un biglietto che vale una lezione. Con il «Giovane Karl Marx», il regista Raul Peck utilizza il cinema nella sua forma più matura e utile: quella didattica.

“I filosofi hanno solo interpretato il mondo. Il punto ora è cambiarlo”.

È un’ Europa in fermento quella degli anni ‘40 del Diciannovesimo secolo. Per le vie di Berlino, nelle piazze di Parigi e nelle fabbriche di Londra, alberga un unico sentimento: quello rivoluzionario. Spinto da esigenze economiche e sociali, il proletariato europeo si ribella alla logica dello sfruttamento di stampo capitalistico. A guidarlo in questa impresa vi è il mondo degli intellettuali, la cui adesione alle rimostranze operaie passa per il comune riconoscimento dell’inumanità della vita all’interno delle fabbriche. Filosofi, attivisti ed economisti danno quindi voce al diffuso malcontento cittadino, oggetto di un’industrializzazione serrata. Tra di essi, spicca per arroganza ed intelletto, un giovane pensatore tedesco che risponde al nome di Karl Marx (August Diehl).

Sullo sfondo degli anni che precedettero i moti popolari del ’48, il film di Raoul Peck racconta con perizia, ed accuratezza, la vita e l’evoluzione del pensiero del giovane Marx a partire dalla pubblicazione degli articoli sulla Gazzetta Renana fino alla stesura del Manifesto del Partito Comunista. Un cammino fatto da successi e fallimenti, da fughe ed esili e da scontri ed incontri, il più importante dei quali avverrà nella Parigi del ‘43 con un altrettanto giovane e brillante economista dell’epoca, Friedrich Engels (Stefan Konrske). Superata la diffidenza iniziale, tra i due nascerà un sodalizio filosofico e fraterno che negli anni delle turbolenze politiche e sociali europee avrà il compito di fornire ai proletari di tutto il mondo una nuova alternativa di vita. Un’alternativa fatta di libertà.

Tuttavia, la libertà passa per la rivoluzione, la rivoluzione passa per la presa di coscienza e la presa di coscienza passa per una solidarietà non astratta ma per una fratellanza reale tra le persone che vivono le stesse condizioni. È inutile – sosterranno Marx ed Engels nell’acceso dibattito con i socialisti utopisti – parlare di diritti astratti se poi nella condizione reale e materiale, la classe dominante perpetra lo sfruttamento attraverso la guerra, attraverso l’espropriazione delle risorse, attraverso le condizioni durissime della fabbrica. Appare quindi evidente come al centro della pellicola di Raoul Peck ci sia un’intellettualità giovane e ribelle che vuole cambiare il mondo.

Eppure, non è l’unico aspetto che emerge. Il film dà allo spettatore soprattutto la rara possibilità di conoscere il lato più umano dei due filosofi tedeschi. Le loro fragilità, le loro aspirazioni, i loro affetti e i loro amori. In modo particolare il rapporto che lega Marx a sua moglie Jenny von Westphalen (Vicky Krieps). Un amore autentico e viscerale fatto allo stesso tempo di stenti e patimenti. Jenny, figlia del barone Freiherr Westphalen avrebbe avuto una vita agiata in Prussia e invece sceglie per amore di scappare con Karl preferendo ad una vita aristocratica una vita di esilio, una vita ribelle, una vita vera. Questo film piacerà non solo a tutti coloro che sono affamati di conoscenza politica e filosofica ma anche a tutti quelli che sentono dentro di sé la necessità di lottare per qualcosa o che anzi hanno già iniziato a farlo.

Ps: se potete, guardatelo in lingua originale con i sottotitoli perché il doppiaggio italiano è realmente scadente.

C’è ancora spazio per il Marxismo?

 

 

C’è chi dice che sia morto, altri invece che sia più vivo che mai. In un caso o nell’altro si torna continuamente a parlare di Karl Marx e marxismo. Ma oggi nel 2014 questo tipo di dottrina, che il suo stesso autore definì “scientifica”, ha ancora spazio per dire qualcosa riguardo alle nostre costruzioni sociali? Il problema in effetti interessa oggi più gli economisti o gli analisti politici, piuttosto che i filosofi nell’accezione accademicamente stretta. Purtroppo il marxismo è stata una filosofia per certi versi genuina, ma purtroppo viziata da innumerevoli strumentalizzazioni politiche, letture (e riletture) più o meno lecite durante il Novecento.

Lo stesso successo postumo che Marx raccolse fu dato perlopiù dalle svariate interpretazioni che accentuarono maggiormente il lato “pragmatico” del suo pensiero, come mezzo per un cambiamento reale della società, anziché per un sincero interesse nella sua analisi del capitalismo. Ma a una presa di piede nel mondo intellettuale, non corrispose un riscontro immediato nella realtà: la società industriale cambiò radicalmente rispetto alla situazione in cui scrisse il Capitale. A questo punto si colloca la nostra domanda: c’è ancora spazio per il marxismo?

Due sono gli atteggiamenti che si possono avere, in generale: un primo è stato quello di destituire il marxismo in quanto teoria non scientifica, oppure al relegarla a analisi storicamente collocata, ormai obsoleta. Il secondo è invece un recupero della filosofia di Marx per comprendere meglio certe dinamiche tutt’oggi interne alle istituzioni e alle economie capitalistiche; soprattutto alla luce dell’attuale crisi economica, che dopotutto ha dimostrato che certe cose nonostante sia passato un secolo intero non sono cambiate poi così tanto.

Perché non vi sarebbe più spazio per Marx? In primo luogo, certe istanze dell’epistemologia ne ha criticato l’effettiva scientificità (mettendo in dubbio anche campi del sapere come la psicanalisi). Karl R. Popper, il filosofo della scienza, in particolare ne criticò fortemente due punti fondamentali: primo, il non essere falsificabile dai fatti e secondo l’accentuata concezione deterministica della storia. Infatti una teoria per essere considerata scientifica deve poter essere in qualche modo falsificabile da fatti empirici: se un dato della realtà entra in conflitto con la teoria, allora vuol dire che quest’ultima non era esatta, ed è stata in questo modo smentita. Con il marxismo ciò non funziona. Questo perché il marxista ortodosso reinterpreterà a mo’ di astrologo di volta in volta i dati del reale a proprio piacimento, giustificando ad hoc le anomalie; tale approccio non è di fatti scientifico, perché non ci sono fatti in grado di falsificare questo insieme di dottrine. Secondo, Marx credeva in un determinismo storico che a parere di Popper non sussiste. In La società aperta e i suoi nemici, egli sostenne che se la storia è costituita da azioni individuali non prevedibili, allora viene meno una base di partenza di Marx: se vi sono solo tendenze approssimative e non leggi determinate nella storia, allora la sua filosofia perde di potere esplicativo.

In fin dei conti Marx non si inventò nulla: descrisse e cercò di spiegare solamente la situazione della classe operaia in un preciso tempo, il secolo XIX, in un tessuto socio-economico preciso, l’Inghilterra. Può tale modello essere universale? No, poiché essendo una visione storicista, ha valore solo in quel dato contesto. Dai tempi di Marx la situazione è cambiata: il lavoro come lo intese Marx, ovvero quello manuale, riguarda oggi solo il 30% delle mansioni. Oltretutto viviamo oggi in una società non più fondata sulla proprietà nuda e cruda, quanto su un mercato della conoscenza: le classi attuali sono molto più mobili e meno definite grazie a un fenomeno a quel tempo poco prevedibile, l’istruzione di massa. È il tipo di sapere posseduto che determina il nostro prestigio e il nostro mestiere. Per tutte queste ragioni il marxismo tout court è considerato da molti ormai morto.

D’altra canto perché c’è ancora spazio per il marxismo? Aldilà del successo politico che continuamente riscuote in certi paesi, economisti e storici per spiegare il recente crollo finanziario hanno trovato una possibile spiegazione proprio in Marx. Un personaggio come il celebrato Thomas Piketty nel suo libro Il capitale nel XXIº secolo ha dimostrato, esaminando numerose raccolte statistiche, che Marx aveva ragione nel predire contraddizioni interne al capitalismo e maggiori disparità; ciò a causa della concentrazione del capitale nelle mani di pochi. Tale processo è stato ovattato solo grazie al già citato elemento dell’istruzione massificata, ma la teoria di fondo è essenzialmente corretta.

Oppure la critica marxista all’ideologia, intesa come sovrastruttura che controlla il modo di vedere e sentire di una società, ha dei risvolti più che mai contemporanei. Basterebbe vedere i tentativi di esponenti della cosiddetta della “Scuola di Francoforte” (Horkheimer, Adorno, Marcuse, ecc.), che applicando certi principi della scuola marxista riuscirono a comprendere meglio di altri i movimenti della condizione storica in cui si trovarono: la tecnica, il totalitarismo, i media e così via. O le analisi sulle mille sfaccettature dell’ideologia portate avanti dal pensatore sloveno Slavoj Zizek si inseriscono nel solco di quelle di Marx. Di conseguenza, nonostante il tempo ormai trascorso, un certo grado di attendibilità rispetto a innumerevoli interazioni in società di stampo capitalista sembra evidente.

Forse bisognerebbe utilizzare in maniera analoga un’espressione che Michel Focault usò per Freud, l’essere giusti. Non pretendere quello che Marx non ci può dare per ovvi motivi, come la stragrande maggioranza fece invece o che plagiò a proprio uso e consumo come i regimi comunisti. Bensì riconoscerne limiti e mezzi, come consigliò lo storico e accademico Eric J. Hobsbawm: magari gettare via le risposte, ma conservare le domande, che in un modo o nell’altro si rivelano di profonda attualità. Questo mettendo da parte letture e orientamenti precostituiti e prefabbricati che, diciamocelo, hanno fatto più danni che altro. Riportando dunque Marx e il marxismo da ideologia preconfezionata a strumento d’analisi che può davvero dirci qualcosa di serio sul reale.