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Kurdistan: il rompicapo

La storia recente dei curdi è una storia di oppressioni e di rivolte. Il popolo curdo, frammentato tra Turchia, Iraq, Siria, Iran e Armenia, ha rischiato di essere travolto nel conflitto che sta dilaniando la Mezzaluna Fertile. Ma a differenza di quanto successo in passato, questa guerra ha aperto prospettive inaspettate per i curdi.
Quando il potere centrale dello stato iracheno è venuto meno, tra 2013 e 2014, i curdi iracheni hanno svuotato i magazzini militari abbandonati dall’esercito in rotta e hanno provveduto da sé alla propria difesa e alla propria amministrazione. Nella pratica, hanno creato un vero e proprio stato autonomo all’interno del territorio iracheno.

Questo esperimento, inizialmente, non è stato visto di buon occhio. L’autonomia dei curdi iracheni ha acceso le speranze dei curdi siriani, già in guerra aperta contro l’ISIS così come contro al-Assad e la Turchia.
Nonostante l’ostilità violenta dei “paesi ospiti” tradizionali (Turchia, Siria, Iraq, Iran), l’intervento armato del popolo curdo è stato determinante per lo svolgimento della guerra civile in Siria e Iraq. Dopo il crollo dell’autorità di al-Assad su gran parte del paese, nel 2014 i curdi siriani del Rojava sono insorti creando zone di autogoverno. Le Unità di Difesa Popolare (Yekîneyên Parastina Ge o YPG) sono state le prime ad ottenere una vittoria su larga scala contro il Daesh a Kobane il 26 gennaio 2015, sotto molti aspetti il punto di svolta dell’intero conflitto contro l’ISIS.
Con la vittoria di Kobane, l’importanza politica e le capacità militari della fazione curda sono emerse agli occhi del Mondo. I primi ad approfittarne sono stati gli Stati Uniti. Abbandonando la dottrina statunitense che andava avanti dal 1945, Barack Obama ha scelto di allearsi con i curdi siriani del PKK nonostante la loro appartenenza ideologica marxista.
Si trattava di una scelta obbligata. Da un lato, per gli USA era impensabile allearsi con al-Assad, dal momento che gli sforzi statunitensi erano indirizzati a spodestare il dittatore filorusso. Dall’altro, il governo sciita iracheno, vista l’insufficienza del supporto occidentale nella sua lotta contro l’ISIS, ha preferito ricorrere al sostegno iraniano e in generale delle forze sciite dell’area. Oltretutto, le forze dell’Esercito Siriano Libero, addestrato e armato da Stati Uniti e Giordania, hanno dato una prova molto modesta fino al 2016 inoltrato.

In Turchia, l’irritazione per questa nuova alleanza è stata evidente. L’esercito turco ha cercato di ostacolare in ogni modo la resistenza curda contro il Daesh, impedendo il passaggio di militanti dalla Turchia alla Siria e arrivando a bombardare numerosi villaggi di frontiera.
Al momento, le truppe turche si sono schierate intorno alla città curda di Efrîn, dove dopo alcune schermaglie sembra imminente un attacco turco in piena regola.

Dall’inizio del 2015 alla metà del 2017 la collaborazione militare tra NATO e curdi siriano-iracheni ha dato buoni frutti. Grazie ai raid aerei e ai rifornimenti alleati, i curdi hanno consolidato le proprie posizioni in Siria e Iraq, ma soprattutto hanno goduto di un pieno riconoscimento internazionale.
La Francia ha seguito gli statunitensi nel dare appoggio alle milizie curde, mentre Italia, Germania e Repubblica Ceca hanno inviato ai curdi ingenti dotazioni militari.
Anche grazie a queste armi, i curdi hanno potuto giocare un ruolo decisivo sia nell’assedio di Mosul che in quello di Raqqa, le due città simbolo dell’ISIS.
Ma proprio a causa di questo appoggio, e forse in vista di operazioni su larga scala a Efrîn, in giugno le truppe della Germania sono state costrette a ritirarsi dalla base NATO di Incirlik, nella Turchia meridionale, dopo il rifiuto di Erdogan nel concedere visti ai militari tedeschi.

Tuttavia, proprio il sostegno occidentale rischia di rivelarsi ingombrante per i curdi. Gli USA vedono come propria priorità la sconfitta del Daesh tanto quanto il rovesciamento di al-Assad, e fino a giugno solo l’intervento diretto della Russia era riuscita a congelare il conflitto su larga scala tra l’esercito lealista e le forze siriane antiregime.
Questo equilibrio precario è stato però ripetutamente violato da Washington. Nella notte tra 6 e 7 aprile le navi statunitensi hanno lanciato 59 missili sulla base lealista di Shairat come rappresaglia per un attacco chimico che l’esercito regolare siriano avrebbe effettuato a Khan Sheikun. Il 18 giugno gli statunitensi hanno abbattuto un cacciabombardiere lealista che secondo il Pentagono, avrebbe colpito le posizioni curde schierate a Raqqa, mentre Damasco ha affermato che l’aereo stesse effettuando raid contro le truppe del Daesh in fuga dalla città.
Per tutta risposta poche ore dopo l’abbattimento l’Iran ha lanciato missili balistici contro postazioni del Daesh in Siria, in pratica mettendo in guardia gli USA dal non rompere nuovamente la tregua.

Questa escalation è stata provocata dalla scelta di Donald Trump di concedere larghe autonomie decisionali ai propri generali, i quali lo hanno ripagato con una serie di operazioni che rischiano di far degenerare ulteriormente una situazione estremamente precaria. Le improvvisate dell’amministrazione Trump non possono far altro che danneggiare i curdi.
In Iraq si era giunti ad un’alleanza de facto tra i curdi e le milizie sciite filoiraniane, e perfino in Siria curdi e lealisti erano arrivati ad una tregua e ad una quasi-collaborazione per sconfiggere il Daesh.
Le mosse degli Stati Uniti stanno cambiando questo contesto, portando i curdi verso un’ostilità sempre più aperta nei confronti delle truppe lealiste siriane.

Di certo non ha aiutato la decisione delle autorità curdo-irachene di indire un referendum sull’autonomia del Kurdistan per il prossimo 25 settembre. A causa della cattiva scelta dei tempi, la mossa rischia di alienare le simpatie dello stato iracheno proprio in un momento in cui i curdi hanno disperatamente bisogno di alleati. Anche perché non è chiara quale strategia possa essere intavolata in caso di vittoria del fronte autonomista.

I curdi si trovano ormai ad un bivio: scegliere se continuare ad essere supportati dagli occidentali rischiando di inimicarsi tutti gli altri attori coinvolti nella regione, oppure cercare una mediazione con almeno uno di questi attori (e il fronte costituito da Russia, Iran e Damasco potrebbe essere il più papabile). Il rischio, però, è che l’interventismo statunitense non lasci loro alcuna scelta.

 

L’Islamic State senza Stato. Che ne sarà?

Due anni fa l’ingresso della Russia in Siria al fianco di Bashar Al-Assad contro l’Islamic State ruppe gli indugi su una lotta al fondamentalismo islamico portata avanti dall’Occidente fino a quel punto con dichiarazioni e scarsa visione. Due anni dopo la situazione, che all’epoca vedeva la massima espansione dell’Islamic State, si è completamente capovolta. Con la conquista di Mosul (Iraq) e la velocissima, quanto inaspettata nei tempi, avanzata su Raqqa ( Siria ) l’Islamic State si trova sempre più nella condizione di non essere più Stato, nonostante la sua denominazione.

 

Scrisse  uno dei massimi pensatori politici della storia della umanità, ossia Weber che lo Stato è:

 

“ quella comunità umana , che nell’ambito di un determinato territorio, riesce a conquistare e a detenere il monopolio della violenza legittima.”

 

A distanza di sei anni dalla sua nascita l’Islamic State non esercità più il monopolio della violenza e del controllo sulle molte zone irachene e siriane all’epoca conquistate. Ciò, non metterà certo la parola fine all’Isis. E’ probabile che l’Islamic State tornerà al modus operandi originario, con una guerriglia in stile vietnamita, che la capacità degli ex generali di Saddam trasformò in una guerra. Per molti analisti, l’Islamic State si trasformerà in una Al-Qaida 2.0, con un bagaglio dottrinario e ideologico più saldo e dopo aver formato centinaia di migliaia di uomini e donne pronte a qualsiasi azione in ogni luogo del mondo.

 

Esiste infatti una grande differenza tra un gruppo terroristico sovversivo e un ex gruppo militare. Essa risiede nella capacità d’azione delle forze e nella loro preparazione. In questo modo d’agire risiedono le colpe dell’Occidente, soprattutto dell’Europa, che ha mandato una generazione a formarsi militarmente. Seguendo un disegno ideato, dalla rivale Al-Qaida negli anni novanta, l’Isis diverrà un holding del terrorismo globale, anche grazie al suo management. Appaiono parole lontane dalla violenza del più “non-Stato”, ma è nella sua gestione che risiede il problema del suo futuro, probabilmente assai più inquietante del presente.

Quel che suscita perplessità è la mancanza decisionale sul futuro di Iraq e Siria post Islamic State. Non nella capacità dell’immediato di gestire terrorismo e guerriglia, ma nella risoluzione politica. Ad oggi, nonostante gli errori del passato, non si conosce il futuro dei Curdi, i quali si sono immolati primi fra tutti nella lotta all’Islamic State. Tant’è che il  Governo del Kurdistan iracheno (Krg) ha recentemente annunciato la data per il referendum sull’indipendenza, il prossimo settembre.

Se la Siria sarà divisa sullo stile di Yalta, con Russia  – Usa – Iran e Turchia a decretarne il destino, l’Iraq a oggi rischia di vedere una balcanizzazione del suo territorio. Quel che oggi legava Sunniti, Sciiti e Curdi sta per scomparire. Si sta trasformando in una multinazionale del terrore. Morto il nemico comune, chi prenderà le redini del gioco? Al momento non vi è risposta e le nubi all’orizzonte appaiono sempre più nere, con sfumature petrolio.   

Kobane – Tutta la bellezza del mondo

Se esiste qualcuno cui il Mondo deve far le sue scuse e ringraziare, quello è il popolo Curdo. E se vi è una città simbolo della libertà, oggi essa è Kobane. La parola Kurdistan significa geograficamente un vasto altopiano nella parte settentrionale e nord-orientale della Mesopotamia. Allo stesso tempo il Kurdistan è una nazione, ma non uno Stato indipendente. Politicamente e antropologicamente il termine Kurdistan indicava la regione geografica abitata in prevalenza da curdi, ma ha poi tale nazione ha acquistato anche una connotazione politica internazionale.

STORIA DI UNA NAZIONE NON STATO – E’ da oltre un secolo che il mondo non riesce a trovare una sistemazione e un riconoscimento de facto alla nazione curda. La questione territoriale curda risale almeno alla fine dell’Impero ottomano, il quale ridimensionato col Trattato di Londra del 1913 e condannato a morte dal Trattato di Sèvres del 1920 si trovò ridotto a un modesto Stato entro i limiti di parte della penisola anatolica. Il Trattato prevedeva ampie tutele per le minoranze nazionali (armene e curde) presenti in Turchia e, ai suoi art. 62 – 64, garantiva ai curdi la possibilità di ottenere l’indipendenza all’interno di uno Stato i cui confini sarebbero stati definiti da una commissione della Società delle Nazioni designata ad hoc. Lo stesso popolo armeno il cui genocidio è stato denunciato dalla Santa Sede e dall’amministrazione degli Stati Uniti d’America guidata da Barack Obama, ma non dal governo Renzi, che per voce del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Sandro Gozi, ha trovato «Inopportuno prendere una posizione». Il Trattato di Sèvres fu fortemente osteggiato dal “Padre dei turchi”, Mustafa Kemal Pasha (Ataturk). Figura affascinante ed emblematica del XX secolo, esso vinse la Guerra Turca d’Indipendenza (1920-1923) e costrinse le ex potenze alleate a tornare al tavolo della negoziazione. Le parti firmarono e ratificarono un nuovo Trattato a Losanna nel luglio 1923 il quale cancellava ogni concessione ai curdi, agli armeni e ai greci. Lo storico territorio curdo si trovò diviso fra diversi nuovi stati.

La storia contemporanea ha poi visto gli Stati formali (Siria Iraq Iran Turchia Armenia) non disposti a rinunciare a parte del loro territorio e il che ha portato alla negazione dell’esistenza di un’identità nazionale curda. In assenza di normali processi politici, i nazionalisti curdi hanno spesso fatto ricorso alla forza delle armi. Lo scontro si svolge con atti terroristici e di guerriglia da parte curda, seguiti da feroci repressioni da parte degli Stati colpiti. La più famosa di queste repressioni è stata quella del bombardamento di Halabja con armi chimiche da parte dell’esercito iracheno di Saddam Hussein. Il resto è storia recente e vede i Curdi lottare da soli contro lo Stato Islamico.

LA PARTICOLARITA’ CURDA – Si stima che i Curdi siano almeno cinquanta milioni. La prima particolarità risiede nel fatto che i Curdi sono un’etnia differente da quella araba che accomuna molti degli Stati in cui è divisa. La seconda particolarità risiede nel fatto che i curdi possiedono una propria lingua, appartenente al gruppo iranico della famiglia linguistica indoeuropea. La terza e più importante particolarità è che se da una parte la maggioranza dei curdi aderisce all’Islam sunnita e sciita, un altro forte gruppo, rappresentato dai Cristiani, è ben integrato assieme alle minoranze di Yazidi, Zoroastriani, Ebrei, Sarayi e Ahl-e Haqq.

La quarta particolarità, che poi è un elemento comune nella storia, è che la popolazione curda ha subito una politica di discriminazione razziale che non ha esempi in nessun’altra parte del mondo, soprattutto nel Kurdistan turco. Persecuzione maggiore a quella subita dagli Armeni a inizio XX secolo o dal popolo ebraico.

KOBANE, REGINA DI LIBERTA’ – Vi sono luoghi che nella storia assumo un valore eccezionale, in quanto in essi si mischiano sangue, mito e libertà. Kobane è la capitale della libertà per la mia generazione. Città che dopo il clamore mediatico ha lottato strenuamente per non essere schiacciata deturpata e “stuprata” dalle milizie dell’Islamic State. Una capitale ove ogni confessione religiosa per non farsi negare, ha combattuto contro l’avanzata dei barbari. Una capitale, che se si vedeva sparare con le armi fornite ai “Ribelli siriani” dall’Unione Europea, mentre dall’altra parte non riceveva aiuti dal confine con la porta dell’Alleanza Atlantica ossia la Turchia. Una capitale che si è vista raccontata sapientemente più dal reportage fotografico di di Lorenzo Meloni e dal fumetto di Zerocalcare che dai molti editoriali. Una città viva sotto l’assedio di morte. Kobane nella Repubblica di Rovaja ad oggi è controllata dai miliziani curdi dell’Unità di Protezione Popolare che hanno contrastato l’Is. Ismet Hasan,ministro della Difesa del cantone, ha dichiarato a – Il Fatto Quotidiano- : “Con noi hanno combattuto anche stranieri, persone che hanno lasciato tutto nei loro paesi pur di aiutarci. Ogni qualvolta ne avranno bisogno, saremo al loro fianco”. D’altronde non tutti mirano al Kurdistan per le sue ricchezze di idrocarburi.

Resta che per questa società è «Inopportuno prendere una posizione» di fronte il rischio di veder sfumare scambi commerciali internazionali. Ancor più certo è «Inopportuno prendere una posizione» che esuli dall’utilizzo di social network e appelli per la libertà di stampa che tutti denigra. D’altronde Charlie Hebdo, per i cui morti prego, negava la libertà di confessione ed era sostenuto dalla maggioranza europea non anglosassone. Il tutto mentre a Kobane, donne che non reclamavano l’utilizzo del proprio corpo per motivi estetici con in mano armi si difendevano dagli stupri della società contemporanea sotto confessioni diverse.

Ma, tutta la loro bellezza, al mondo non è opportuna.