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PYRGI. IL PORTO E IL SANTUARIO DELL’ETRURIA MARITTIMA

Sul litorale laziale compreso nell’odierno comune di Santa Marinella, a poco più di cinquanta km a nord di Roma, si rintracciano i resti dell’antica Pyrgi[1],un insediamento di carattere urbano che, per tutto il lungo periodo dell’egemonia etrusca sull’area tirrenica, godé di un importante prestigio, quale considerevole polo commerciale ed al contempo rilevante centro religioso di tutta l’Etruria meridionale. Prima di procedere alla descrizione architettonica delle principali strutture che componevano la città ed i santuari extraurbani immediatamente contermini –  le cui tracce ad oggi sono leggibili prettamente in planimetria, mentre le ipotesi sugli alzati si fondano sui dati raccolti con le molteplici campagne di scavo, effettuate sul sito fin dagli anni ’50 del Novecento[2] –  va puntualizzato che, a partire dall’età antica, nel corso del tempo i fenomeni dell’ingressione marina, dell’oscillazione del livello del mare e dell’accumulo di sedimenti alluvionali nel vicinissimo entroterra costiero, hanno concorso a rendere attualmente quasi del tutto illeggibile la percezione che si sarebbe avuta in epoca antica del paesaggio di Pyrgi all’interno del contesto ambientale in cui l’insediamento si collocava[3]. L’abitato etrusco, che venne volontariamente pianificato alla fine del periodo orientalizzante, si istallava sull’altura di quello che in antichità doveva essere un piccolo promontorio roccioso[4]. Tuttavia, attualmente, è ancora possibile cogliere le dimensioni e l’organizzazione dell’impianto di questa piccola città della costa. In più, oltre alla particolare posizione a ridosso del mare[5], Pyrgi si distingueva dalle realtà urbane situate più nell’entroterra per due aspetti specifici: costituiva innanzitutto lo scalo portuale principale di Caere ed era allo stesso tempo la sede di uno dei più importanti santuari dell’Etruria marittima. Difatti, la città di Caere – come è noto, una delle maggiori metropoli etrusche del Lazio – era distante circa 13 km dall’approdo sul litorale ed era collegata al suo porto più importante tramite una strada monumentale[6], il cui andamento definiva a sua volta l’assetto di tutto l’insediamento pyrgense. La sede stradale di questa lunga via di collegamento superava i 10 metri di larghezza, aveva un canale di scolo al centro ed era pavimentata con uno spesso battuto fra sponde a blocchi.

Ad ogni modo, in epoca antica, la particolare conformazione della linea di costa dovuta ad un livello del mare considerevolmente più basso[7], faceva sì che lo scalo di Pyrgi fosse, dopo Alsium (l’odierna Anzio che in epoca storica costituiva un ulteriore porto di pertinenza ceretana) il primo approdo disponibile per chi risalisse la costa tirrenica verso nord. Già in epoca arcaica lo scalo risulta essere aperto ai traffici del mediterraneo ed al contempo era frequentato da marinai e commercianti greci e fenici. Il porto etrusco consisteva di due arenili naturali reciprocamente collegati – oggi sommersi dall’innalzamento delle acque marine – dove il promontorio retrostante appariva come un punto di riferimento topografico che interrompeva la monotonia della costa ed offriva un ancoraggio sicuro, grazie ad i suoi bacini lagunari.

È stato detto che l’abitato di fine VII sec. a. C., sorto sulla sommità del promontorio roccioso, venne pianificato in relazione all’arteria stradale diretta a Caere. In effetti, l’impianto dell’insediamento appare segnato da una strada glareata principale – meno ampia della Caere -Pyrgi, con tanto di canali di scolo posti lateralmente al tracciato, che si innesta alla grande arteria e procede verso il mare, definendo il confine sul versante del santuario dell’abitato e del bacino portuale meridionale. Il raccordo tra i due percorsi, recentemente ispezionato nel dettaglio[8], pare segnato da un edificio porticato databile al 530-520 a.C., decorato da un tetto di tipo ceretano, mentre dall’altro lato della strada, su un isolato costituito da una corte interna con un pozzo, si innalzava un edificio dalla pianta trapezoidale che, verso il mare, si componeva di una fondazione in opera quadrata con blocchi di tufo. L’area compresa tra i due tracciati viari, il santuario monumentale settentrionale – che verrà descritto dettagliatamente più avanti – ed il mare, si ipotizza fosse stata un grande spazio aperto, sgombra di edifici, utile tanto all’imboccatura del porto quanto all’area santuariale, dove trovassero sistemazione una serie di infrastrutture e spazi di servizio.

Dal lato dell’entroterra, l’abitato doveva occupare tutta la fascia, immaginata dalla ideale prosecuzione dell’arteria Pyrgi-Caere, i cui confini nell’angolo settentrionale coincidono con gli stessi del castrum romano che si formerà successivamente[9]. L’insediamento abitativo era ulteriormente segnato dalla strada glareata che si innestava sulla direttrice, quasi a ribadire il rapporto di subalternità politica con la città madre. Questa plateia fungeva da asse generatore di tutta la viabilità, e divideva l’abitato in due settori distinti, uno arroccato sul promontorio e probabilmente adibito ad una specifica funzione[10],  ed un altro digradante verso la pianura.

Ovviamente, la presenza di vie secondarie, in terra battuta larghe in media 2 metri, contraddistingueva un impianto urbano “a pettine”, dove le strade, gerarchicamente distinte, creavano isolati a loro volta segnati da ambiti per il passaggio e lo smaltimento delle acque di displuvio[11]. Risulta sfortunatamente poco chiaro come fosse configurata l’architettura degli isolati. Tuttavia, il ritrovamento di pozzi anche nella porzione di costa attualmente sommersa, ha portato a pensare ad unità abitative che dovevano affacciarsi su aree aperte a cortile, mentre resti di tegole di compluvio, base di colonne in tufo o tabelloni in concotto suggerirebbero anche per Pyrgi l’avvento della casa ad atrio a partire dal IV sec. a.C., sulla scia di quanto avviene nelle realtà architettonicamente più evolute della penisola italica.

Ad ogni modo, a prescindere dall’abitato, gli autori antichi[12] citano Pyrgi soprattutto per l’esistenza della rilevante area sacra extraurbana collocata immediatamente a contatto con la città, sottolineandone il suo stretto legame con l’attività portuale e la connessa frequentazione. Il duplice complesso santuariale[13], dedicato sia secondo alcune fonti storiche ad Eileithyia, sia a detta di altre a Leukothea, si sviluppò nella seconda metà avanzata del VI sec. a.C., e si articola lungo la fronte del mare per 180 metri, a partire dal punto antistante all’abitato in cui terminava l’arteria di collegamento con la città madre, Caere. La struttura emporica del santuario è attestata in maniera continuativa dalla fondazione, in piena età arcaica, fino all’epoca del controllo diretto di Roma, attestata nel 264 a.C. quando il sito accolse una colonia di cittadini romani. Intorno al primo venticinquennio del III sec. a.C., difatti, tutto il complesso entrò in una fase di decadenza che progressivamente portò alla perdita definitiva delle funzioni cultuali, della quale limite ante quem può essere considerato il saccheggio dei materiali da costruzione condotto verso la fine del I sec. a. C.

Il complesso sacro era nettamente diviso in due aree da un fossato in cui confluiva l’acqua della sorgente situata nell’entroterra. Nel sito si possono ancora facilmente distinguere due sistemi autonomi di spazi sacri: un santuario monumentale nella parte settentrionale, già noto alla ricerca archeologica già nel 1957[14], ed un santuario meridionale nella zona sottostante, posizionato appunto al di là del corso d’acqua, i cui primi ritrovamenti risalgono alle campagne di scavo dei primi anni ’80.

Come si diceva, il passaggio di Pyrgi sotto il controllo dei romani avvenne durante la prima metà del III secolo a.C., ed il segno tangibile di quest’avvicendamento politico si riscontra nella deduzione della colonia marittima con la realizzazione della cinta urbana[15]. La fortificazione, che delimitava l’area del castrum, era costruita in una raffinata opera poligonale che in alcuni punti dei tratti superstiti conserva ancora perfettamente le commessure oblique tra i blocchi. Delle mura, per tecnica edilizia molto simili alle contemporanee mura di Cosa (273 a.C.), rimangono soltanto tutto il lato verso l’entroterra (circa 220 m di lunghezza) e un buon tratto del lato della colonia opposto al santuario, il quale, se completo, si sarebbe esteso per circa 250 metri in direzione del mare. La superficie dell’insediamento aperta verso la costa, assumeva, dunque, una forma regolare quasi quadrata, tipica della castramentatio, e nel suo perimetro si aprivano tre porte, ciascuna per ogni lato della fortificazione. All’ingresso verso l’entroterra giungeva la strada diretta al territorio settentrionale di Caere, mentre attraverso gli altri due passaggi entrava una strada litoranea che divideva in due l’insediamento.

Per quando riguarda il porto, in età romana il bacino naturale che contraddistingueva l’approdo etrusco venne fortemente modificato con l’esecuzione di opere in calcestruzzo, sicuramente anche in virtù del progressivo innalzamento del livello del mare. Vennero così rialzati con scogliere frangiflutti i due affioramenti rocciosi che fino a quel momento determinavano l’accesso al bacino intero, e venne aperto ad Est un canale.

Pyrgi, planimetria (rielaborazione dell’autore)

Il santuario monumentale

Il santuario di Pyrgi si estendeva nella zona immediatamente contigua al più orientale dei due bacini che costituivano lo scalo portuale. Sin dalla posizione geografica così ravvicinata all’approdo per le navi, si riconosce il carattere emporico che avrebbe contraddistinto questo particolare complesso sacro dell’Etruria marittima, a sua volta organizzato e diviso in due santuari indipendenti. Entrambe le due aree sacre – settentrionale e meridionale – iniziarono probabilmente ad essere architettonicamente configurate verso il 540-530 a.C., data a cui si possono attribuire antefisse a testa femminile in stile ionico e altri scarsi reperti di terrecotte decorative rinvenute in situ.

Tuttavia, all’interno del santuario settentrionale, la prima struttura di cui si rintracciano resti monumentali è il tempio B, la cui edificazione rientrava all’interno di un programma di lavori ben più ampio. Si può immaginare, pertanto, un unico progetto di monumentalizzazione relativo alla prima fase del santuario costiero, da riallacciare senz’altro alla figura di Thefarie Velianas, tiranno di Caere presumibilmente nel penultimo decennio del VI sec., il quale avrebbe promosso la costruzione del santuario pyrgense per manifestare pubblicamente il proprio potere assunto a Cerveteri.

Tutta l’area a nord del fosso fu dunque rialzata, e sopra al nuovo piano di posa venne costruito un recinto di 36 x 72 m (circa), orientato allo stesso modo degli isolati del centro abitato antistante, con un’unica entrata “solenne” ad Est, sul lato corto, con quattro fornici. Oltre alla struttura templare principale, in prossimità dell’ingresso del temenos furono addossati una cisterna ed un ambiente, mentre sul lato meridionale del medesimo peribolo venne appoggiato il cosiddetto “edificio delle venti celle”, ovvero una serie di spazi affiancati preceduti da una fila di piccoli altari quadrati che, probabilmente, fu il risultato di una variazione progettuale a cantiere già avviato rispetto al programma d’insieme originario[16]. Inoltre, è stata ipotizzata in un momento appena successivo alla creazione di tutta la compagine[17], la realizzazione della cosiddetta area C, un ulteriore spazio a destinazione sacrale adiacente all’angolo sud-ovest del tempio.

Dunque, la prima fase del tempio B è databile alla fine del VI sec. a. C. e si trattava di una struttura con una superficie complessiva di circa 20 x 30 m.  La pianta, nel suo insieme, può essere letta quasi come un caso sui generis, se rapportata ad altri edifici coevi, a carattere sacro, rintracciabili nel più ampio contesto dell’Etruria meridionale. Tale impianto testimonierebbe, già in piena età arcaica, una profonda ellenizzazione della cultura cerite. Difatti, la peculiare posizione di Caere in stretta vicinanza al mare avrebbe determinato per questo territorio, sia nella produzione artistica che nel campo dell’innovazione architettonica, una maggiore apertura agli influssi provenienti dal bacino del Mediterraneo, rispetto ad altre aree dell’Etruria più interna. Così nello specifico, se la configurazione planimetrica del primo tempio di Pyrgi poteva richiamare la tipologia del tempio periptero[18], è bene supporre che l’originale articolazione delle parti del tempio e degli elementi architettonici costitutivi – ad oggi purtroppo non più visibili in alzato – fosse il risultato di un sincretismo tra modelli provenienti dall’area greca e la consueta pianta dei templi dell’area etrusco-italica. Difatti, descrivendo la struttura nel dettaglio, si nota che una cella pressoché quadrata ed “un pronao ad ante precedute da una coppia di colonne”[19] erano circondati da una peristasi di 4 x 6 colonne, dove tuttavia, il lato posteriore dell’edificio presentava un porticato meno profondo rispetto agli altri tre lati. Sempre dai dati di scavo si evince che i muri e le colonne degli alzati dovevano essere in tufo intonacato di bianco, mentre al contempo “la decorazione fittile del tetto e degli stipiti della porta della cella includeva altorilievi frontonali con fatiche di Eracle, palafreniere affiancato a una pariglia di cavalli stanchi, piccoli acroteri da sima con cavalieri ed amazzoni montate, grandi antefisse a testa di sileno, di menade e di etiope entro nimbo a serpentina traforata”[20].

Ciò nonostante, la vicenda costruttiva del tempio non è affatto semplice. Gli studi di Giovanni Colonna[21] hanno già da molto tempo messo in chiaro l’impianto della fondazione del tempio B: lo stereobate era composto da un rettangolo perimetrale con mura spesse circa 3 metri, al cui interno si sviluppavano, in senso longitudinale, altri due muri paralleli che scandivano lo spazio in tre settori (con quello centrale largo quasi il doppio dei due laterali). Trasversalmente, un ulteriore muro divideva la superficie in due parti non congruenti e quattro elementi di raccordo, due anteriori e due posteriori, congiungevano i muri longitudinali interni al perimetro di fondazione[22].

L’area C risulta essere, invece, un piccolo recinto quadrangolare che, con due lati di muretti a blocchi, si addossa al tempio B. Al suo interno, un altare cilindrico in tufo grigio destinato alle libagioni testimonia il carattere catactonio del culto, come si evince dal foro centrale e dal relativo pozzetto[23].

Quanto al cosiddetto ‘edificio delle Venti Celle’, il suo prospetto interno costituiva, senza dubbio, la facciata monumentale dell’area sacra verso sud. Dai risultati delle campagne di scavo, si legge una planimetria organizzata in una sequenza di celle delle stesse dimensioni. La struttura si componeva di muri addossati a pettine al recinto del temenos[24], e possedeva una copertura costituita da un tetto a falda singola, con lo spiovente diretto verso l’intero dell’area sacra, dove le travi di sostegno dovevano essere appoggiate ai muri divisori. L’edificio era adibito a sede di sacrifici e pasti rituali, come dimostrano, sia la fila di piccoli altari antistante alla facciata, sia l’apparato decorativo del tetto “pregnante di significato religioso”[25]. Inoltre, il prospetto principale, che era collocato – come si è detto – a mo’ di quinta prospettica sullo spazio antistante, enfatizzava ancora di più, la veste sacrale[26] dell’edificio posizionato a distanza ravvicinata dal tempio B. Per quanto concerne la tecnica costruttiva del manufatto, almeno per la fondazione, essa risulta più frettolosa e meno accurata se paragonata ai resti delle architetture del tempio B, dell’area C e del muro del peribolo. La discordanza tra questa e le altre strutture relative alla medesima fase, può trovare una spiegazione solo nell’ipotesi che il ‘progetto’ del santuario sia stato modificato in corso d’opera rispetto all’assetto che era stato pensato inizialmente [27].

Per meglio comprendere la natura del santuario emporico, va detto che è proprio a questa fase costruttiva, ed in particolare all’edificio delle Venti Celle appena descritto, che andrebbe associato l’esercizio della prostituzione sacra, sia ricordato dalle fonti[28], sia ipotizzabile con la connessione dell’attività cultuale al pantheon orientale.

La seconda fase stratigrafica che contraddistingue i resti del santuario settentrionale coincide con i lavori di ampliamento dell’area sacra in direzione della città. In questa compagine si inserisce la realizzazione del grande tempio A e del relativo terrapieno nel secondo quarto del V secolo a.C. Questo nuovo tempio, orientato a sud-ovest e sorto immediatamente a nord del primo tra il 470-460 a.C., rispondeva alla tipologia che Vitruvio classifica come tuscanica[29]. Difatti, la planimetria, di forma rettangolare di 24 x 34,40 m, risultava organizzata in un pronao di 10 o 12 colonne disposte su tre file, e in una cella tripartita (o in una cella unica e due spazi aperti lateralmente, le alae). Inoltre, davanti al tempio venne realizzata una terrazza, ancora individuabile da due bracci di muro ad L che dovevano sostenere il terrapieno, ai cui angoli erano posizionati due pozzi.

Della grandiosa struttura templare, di cui un parallelismo architettonico potrebbe essere tentato con il coevo tempio dei Dioscuri nel Foro repubblicano a Roma – databile all’incirca al 484 a.C.[30], rimangono soltanto le fondazioni in opera quadrata “costruite con grandi blocchi di tufo rossastro ceretano disposti su sei-otto assise”[31]. Il podio non doveva essere molto pronunciato; anzi, dalla prima assisa dello stereobate la struttura doveva elevarsi soltanto 40-50 cm. Immediatamente dopo i pochi gradini che permettevano di accedere all’interno del tempio, esclusivamente dal lato frontale, si erigeva la facciata tetrastila ottenuta con colonne libere in tamburi lisci di tufo intonacato con capitello tuscanico in peperino[32]. Subito dopo, trovava spazio un pronao abbastanza profondo, contenuto dai muri esterni in opera quadrata, stuccati di intonaco bianco che si proiettavano fin dietro la facciata. Proprio nel pronao, probabilmente, si collocavano quattro colonne disposte su due file in asse con la cella centrale. Le pareti delle celle erano, a differenza dei muri perimetrali, in mattoni crudi, rivestite di fine intonaco bianco con motivi dipinti in rosso che fungevano da decorazione. L’edificio era coperto da un tetto in ligneo a capanna tutto rivestito di decorazioni in terracotta, come di consuetudine nell’architettura etrusca. In particolare, solo per citare l’elaborato apparato decorativo che doveva arricchire le forme architettoniche, oltre a frammenti di sime e generiche lastre di rivestimento, sono stati rinvenuti notevoli porzioni del gruppo di tre altorilievi policromi che avrebbero coperto la facciata posteriore del tempio, quella rivolta verso la città: si trattava della scena culminante del mito dei Sette contro Tebe[33].

Nel programma edilizio complessivo, durante questa fase concomitante con la costruzione del tempio A, il santuario settentrionale fu anche dotato di un temenos più ampio e di un’ulteriore entrata, la quale sempre dal lato orientale permetteva di accedere all’area sacra. Il nuovo ingresso dall’arteria stradale Pyrgi-Caere proponeva gli aspetti peculiari di una porta scea, larga circa 3,00 metri e fornita di un piccolo piazzale antistante.

In ogni caso, se l’apogeo del santuario può essere individuato tra la fine del VI e la prima metà del V sec. a.C., quando il tempio A viene definitivamente completato, ulteriori fasi costruttive si notano rispettivamente nella prima metà e alla fine del IV sec. a.C., quando tuttavia non vennero apportate modifiche sostanziali alle architetture, ma piuttosto all’apparato decorativo degli edifici. Sicuramente, dopo l’aggressione condotta dal tiranno siracusano, entrambi i templi B ed A vennero ristrutturati. Sul tempio A, ad esempio, si procedette al rinnovamento dell’altorilievo centrale della fronte, applicando un tema di ottimo stile tardo-classico, legato al mito delle origini pelasgiche del santuario.

Nonostante la frequentazione si protragga per tutta l’epoca romana, si può allora associare alla fine dell’età classica etrusca l’ultima fase fervente del santuario, in concomitanza con la solida intesa politica tra Caere e Roma, prima che l’egemonia completa dell’Urbe prenda completamente il sopravvento sulla politica del porto.

Il santuario meridionale

Insieme all’ampliamento del santuario monumentale, negli stessi anni della prima importante configurazione del santuario settentrionale (fine VI sec. a.C.), o immediatamente dopo, venne dato un nuovo assetto anche all’altra area santuariale posta a sud. I materiali votivi rinvenuti[34] con gli scavi archeologici testimoniano una frequentazione già almeno dal VI sec. a.C.[35], che si protrae fino ai primi decenni del IV, nonostante ulteriori tracce possono ipotizzare la frequentazione anche al secolo successivo. Rispetto all’area sacra dedicata a Eileithyia e Leukothea ben delineata dal muro di temenos, il “santuario meridionale”, la cui scoperta è avvenuta durante le campagne di scavo del 1983, probabilmente non era stato concepito secondo un preciso piano di sviluppo, né tantomeno gli edifici avrebbero presentato una forma propriamente monumentale. Probabilmente, anche l’apparato decorativo non avrebbe seguito preciso programma formale, funzionale a mettere in risalto, al contempo, la fisionomia del culto e gli intenti propagandistici di una committenza pubblica[36].

Non essendo segnata da un perimetro murato, la cornice ambientale a ridosso del mare nella quale si inserisce l’area sacra era costituita da una piattaforma naturale, marcata da elementi naturali tangibili. L’area, proprio nella seconda metà del VI sec. a.C., venne rialzata con un consistente riporto di argilla orientato ortogonalmente alla linea di costa, tale da configurare un pianoro dalla forma oblunga che perdeva quota gradualmente verso il mare. Oltre al fossato che sanciva la separazione con il santuario settentrionale, i limiti dell’area sarebbero stati un secondo fossato diretto verso il mare – oggi rimpiazzato da un’evidente bassura del terreno che avrebbe segnato il confine meridionale – e altri canali di scolo dal lato dell’entroterra, la cui presenza è individuabile nel “ciglio morfologico marcato dalla repentina perdita di quota delle stratigrafie”[37].

Sul lato occidentale del pianoro si erigeva l’edificio β[38], al quale appartengono i resti di un pavimento in battuto di tufo, allettati sullo strato di argilla d’ epoca arcaica, che si presuppone rientri tra le prime costruzioni realizzate nella compagine del santuario meridionale. La planimetria del manufatto era organizzata in due celle di diverse dimensioni, affiancate in senso trasversale ed entrambe precedute da un portico delimitato da ante brevi, fruibile dal lato dell’entroterra. Questo preciso schema compositivo, rintracciabile in pianta, suggerirebbe il ricorso al modello greco a pastás, senonché l’ipotesi ricostruttiva più plausibile preveda un’entrata indipendente per le due celle, che sarebbero state accessibili non dal lato del portico, bensì dalla parte del mare, tramite una rampa leggermente inclinata. Le pareti erano costituite da muri a secco in pietrame, e addirittura quella occidentale sarebbe stata arricchita esternamente da una panchina[39]. L’edificio venne probabilmente ristrutturato all’alba del V sec. a.C,[40], per essere poi volontariamente distrutto nel IV sec. a.C.[41], con l’intento di far passare al suo posto un canale di drenaggio.

Effettivamente, tra il primo ed il secondo quarto del V sec. a.C., un po’ tutto il complesso del santuario meridionale risulta essere interessato da un significativo intervento di ristrutturazione, dove il piccolo ‘pianoro’ artificiale dell’epoca precedente viene distinto dalle restanti porzioni dell’area sacra, pavimentate in battuto grigio. Difatti, ad una cronologia intorno al 480-470 a.C. appartiene una struttura rettilinea con fondazione in blocchi di tufo[42] che è stata interpretata come un templum in terris di fase arcaica. Questo particolare ‘recinto’, denominato τ, smantellato già in epoca antica, individuato tuttavia nelle campagne di scavo dalla traccia in negativo, è caratterizzato da una forma quadrangolare, della quale sono stati rintracciati tre lati di circa 60 piedi ciascuno. Il perimetro della struttura non per forza deve essere immaginato formato da un muro continuo, ma probabilmente tratti di muro si intervallavano a cippi. Questo recinto aveva gli spigoli orientati secondo i punti cardinali e, soprattutto, al suo interno non racchiudeva strutture o manufatti funzionali all’attività cultuale. Anzi, il templum avrebbe assolto il ruolo di polo generatore dell’intera area santuariale, regolando i principali allineamenti degli edifici che si erigevano immediatamente all’esterno. Un progetto che rispondeva ad una vera e propria spectio, dunque, che legava allo spazio augurale la pianificazione degli interventi e delle strutture contermini.

Al contrario, sulla superficie interna, come materiale costruito, sono stati ritrovati soltanto vari livelli di pavimenti, che col passare del tempo si sono stratificati insieme a consistenti depositi votivi.

Tutto intorno al templum, dunque, si articolavano vari manufatti in concomitanza dei diversi punti cardinali. Le strutture ι, collocate sul lato dell’entroterra in prossimità dello spigolo est del muro τ, sono state interpretate come un altare ed un mundus[43]che dovevano inserirsi all’interno di un piccolo sacello[44]. Poco distante, nei pressi del lato meridionale del recinto, era presente l’altare λ, databile più o meno allo stesso periodo del templum. Le emergenze si compongono di “un tamburo di forma significativamente circolare definito da una crepidine di pietrame e spezzoni di tufo, tra cui figura un grande frammento di disco in arenaria”[45]. Come si legge dalla pianta dei resti, la struttura è preceduta da un corridoio sopra il quale doveva esserci applicata una rampa inclinata che avrebbe sottolineato la valenza ctonia del culto al quale l’altare venne destinato per tutto il V sec. a.C. almeno.

Verso nord, invece, in posizione d’angolo rispetto al muro τ, sono state individuate altre presenze di altari (ζ, π) e depositi (ο), utilizzati in alcuni casi anche fino alla fase finale del santuario (III-II sec. a.C.). Se infatti la struttura π, assegnabile alla fine del V sec., può essere pensata in concomitanza con un eventuale ingresso all’area sacra, l’altare ζ risulta essere un punto di riferimento nell’ultimo periodo del santuario, come testimonia la fossa-eschara ο contigua al manufatto.

Più a ridosso del mare, la zona occidentale del santuario “è caratterizzata da una serie di edifici, altari e strutture accessorie di diversi periodi, distribuiti lungo il perimetro di un’area all’aperto, definita ‘piazzale ovest’”[46]. La pendenza originaria del piano dello strato di VI sec. a.C., che degradava dolcemente verso il mare, tra l’altro, è stata cancellata dagli interventi mirati alle singole strutture, che sono stati condotti progressivamente sull’area del piazzale nel corso del V sec. Ad esempio, l’edificio γ ed il suo relativo altare (forse precedente alla struttura templare) che delimitavano a sud il santuario, si installavano su un riporto di argilla coronato da una pavimentazione tufacea, ovvero una trasformazione altimetrica dell’area sulla quale sorgono le due strutture, che venne appositamente messa in opera per dare avvio all’attività edilizia. In realtà, altare e tempio si daterebbero a partire dal terzo quarto del V secolo. I resti del tempio osservabili, in planimetria, sono riconducibili ad una struttura ad oikos, che doveva essere realizzata in una tecnica muraria mista; l’edificio era coperto da un tetto a doppio spiovente, sul quale erano applicate antefisse a testa femminile di gusto arcaicizzante, alternate ad antefisse a testa di gorgone con nimbo piatto. Si entrava al tempio da un unico ingresso collocato in posizione decentrata sul lato nord, il quale a sua volta faceva parte di un percorso di accesso obbligato, a meandro, che ben si legava ad un’attività cultuale a carattere misterico, ed allo stesso tempo richiamava i percorsi cerimoniali, frequenti nei santuari[47]. All’interno delle mura perimetrali, si legge ancora una struttura autonoma costituita da un’assisa di blocchi dimezzati di tufo rosso e grigio e da un ceppo di ancora in pietra, che avrebbe costituito la cella interna dell’edificio templare. Va poi ricordato che tra la fine del IV e l’inizio del III sec. a.C. si datano importanti interventi di consolidamento e ristrutturazione su questa particolare struttura templare.

Una consistente sopraelevazione del piazzale ovest avviene dopo la costruzione dell’edificio γ, più precisamente nella seconda metà del IV sec. a.C., quando si fa coincidere una radicale trasformazione dell’assetto del santuario, dovuta ad operazioni di colmatura dei piani di posa e di regimentazione delle acque[48]. Il nuovo livello del terreno, considerevolmente più alto del ‘pianoro’ artificiale retrostante di epoca arcaica, viene addirittura fatto degradare verso l’area centrale. Nell’occasione viene organizzata la fascia nord del santuario con la costruzione dell’edificio α: anche in questo caso, il tempio risulta ad oikos a pianta quadrangolare e il suo utilizzo è ben attestato dai materiali di scavo per tutto il III sec. a.C., epoca in cui all’edificio viene tolto il tetto per essere utilizzato come spazio sacro recintato in relazione ad un altare inglobato internamente. Ad ogni modo, la struttura riprendeva lo stesso orientamento dell’arcaico edificio β, con l’accesso principale dal lato del mare, ma in pozione decentrata allo stesso modo dell’edificio γ; probabilmente doveva esistere un ingresso secondario sul lato di fondo, rivolto verso l’entroterra. Per quanto concerne la tecnica edilizia adottata, attualmente è leggibile solo lo zoccolo di fondazione in pietrame e blocchi di tufo in posizione cantonale. Il tetto, invece, di cui gli elementi portanti dovevano essere in materiale deperibile, era coperto da tegole ed ospitava al centro un lucernario a ferro di cavallo che era sostenuto da un palo in legno.

In generale, va ricordato che nell’ultima fase di frequentazione, prima della conquista romana – più o meno dal sacco di Dionigi di Siracusa del 384 a.C. – il piazzale ovest incarna il polo di gravitazione dell’intero santuario meridionale. È poi subito dopo, in concomitanza con la fase di romanizzazione, che l’area di frequentazione si sposta nella fascia settentrionale, come è dimostrato dallo scoperchiamento dei tetti dei vari sacelli α e forse γ, fino a restringersi, all’inizio del II sec. a.C., intorno all’altare ζ.

Infine, pur essendo occasionali, le presenze cultuali di età successiva, come il culto del Pater Pyrgensis e di Sol Iuvans, testimoniano quanto, fino all’epoca antonina (quando il sito sarà sfruttato come cava a cielo aperto) fosse ancora viva la memoria del tanto antico quanto importante santuario di Pyrgi.

Daniele Bigi

 

Bibliografia di riferimento

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[1]Mentre è noto dalle fonti antiche il nome greco della città Pyrgoi, e la sua traslitterazione latina, appunto Pyrgi, non si conosce il toponimo in lingua etrusca. Come ci ricordano le fonti antiche (Strabone, Geographia, V, 2, 8; Dionysio Halic., I, 20), in antichità la fondazione di Pyrgi, come al contempo la nascita della città-madre, CaereAgylla, doveva essere attribuita alla mitica leggenda del Pelasgi, popolo proveniente dalla Tessaglia che avrebbe fondato varie città sulla fascia costiera etrusca e nell’immediato entroterra tirrenico.

[2] Per una storia degli studi aggiornata vedi Belelli Marchesini 2013, p. 249, con amplia bibliografia. Nonostante fin dall’Ottocento il sito di Pyrgi fosse noto agli studiosi di architettura antica, a partire dalla fine degli anni’50 del Novecento vengono intraprese delle indagini scientifiche sull’area dei santuari, del porto e dell’abitato pyrgensi, ovvero da quando il sito cominciò ad essere oggetto di studio da parte dell’Università “La Sapienza”.

[3] Si immagini quella che doveva essere la geomorfologia dell’insediamento etrusco.  Un piccolo promontorio, sul quale per circa 10 ha doveva estendersi l’abitato, sorgeva a ridosso di un’insenatura naturale, oggi quasi completamente interrata, adibita a porto. L’abitato anticamente dislocato in altura, la cui consistenza è stata erosa dal mare nella porzione sud-est, acquisì un profilo urbano tra la fine del VII sec. e l’inizio del VI sec. a.C., “secondo un piano apparentemente ortogonale, con strade larghe (da 3,50 a 4,40 m) e ben drenate, case con muri dapprima a mattoni crudi su zoccolo di ciottoli grossi, più tardi interamente di pietre a secco” (Colonna 1996 EAA). A partire dalla seconda metà dei VI sec. a.C., a sud dell’abitato, sulla piana che dal promontorio si sviluppava lungo la costa, sorsero progressivamente due aree sacre, a loro volta separate da un fosso. Questo corso d’acqua prende vita da una sorgente di acqua dolce presente nell’immediato entroterra – in località Vigna Murata ed ancor oggi rintracciabile – la quale ha sicuramente determinato un polo attrattivo per le frequentazioni di questa zona del litorale a partire dal Neolitico medio (Ibidem, p. 255). Tra l’altro, proprio da questo periodo si presume avere inizio l’utilizzo del punto di approdo naturale per l’arrivo di genti e prodotti via mare, come testimoniano i numerosi reperti di ancore litiche di epoca preistorica rinvenuti sul fondale della costa pyrgense. In generale, dalla cartografia di epoca moderna si riscontra ancora in questa porzione di litorale un paesaggio costiero abbastanza eterogeneo con zone di palude più o meno estese ed alture alternate a valli. Al complessivo livellamento attuale, oltre a fenomeni naturali, hanno concorso anche vari interventi di bonifica effettuati dall’uomo nel corso delle varie epoche storiche.

[4] Proprio sul promontorio in epoca tardo-medioevale verrà edificato il castello di Santa Severa, intorno ad un’alta torre rotonda dell’XI secolo, andando ad occupare solo una piccola parte dell’estensione dell’abitato antico.

[5] Fatta esclusione di Populonia, la immediata vicinanza del mare risulta essere un aspetto anomalo per gli insediamenti urbani etruschi. Difatti, le metropoli del Lazio, che utilizzavano il mare quale principale sbocco di comunicazione, risultavano situate ad una distanza considerevole dalla costa, ed erano spesso ubicate su pianori circondati da territori agricoli (Veio, Vulci, o la stessa Caere, ad esempio). La particolare posizione geografica di Pyrgi, dunque, si sviluppò in concomitanza con l’espansione di Caere, lucumonia che, nel momento del suo massimo splendore, verso la fine del periodo orientalizzante recente (630 – 580/70 a.C.), necessitava di un avamposto sul mare ben organizzato per confermare il proprio dominio sul territorio. L’intervento diretto della città madre alla fine del VII sec. a.C. non trovò espressione soltanto nella creazione della monumentale strada di collegamento tra le due città, ma consistette anche in una prima importante opera di bonifica di una zona costiera considerevolmente paludosa. Venne posato in loco “un banco di argilla mescolata a cocci torniti fittamente triturati di impasto rossastro” (Belelli Marchesini 2013, p. 259) che, come un “cordone dunale”, si stratificava sulla fase di frequentazione precedente. Un intervento che oggi si potrebbe definire di ‘ingegneria naturalistica’.

[6] Come già è stato notato, questo tracciato viario nelle dimensioni che assume in età arcaica può essere paragonato alla strada che collegava Atene al Pireo (cfr. Baglione – Belelli Marchesini – Carlucci- Michetti 2010, p. 545). Tuttavia, l’arteria stradale assumerebbe un carattere prettamente sacrale in concomitanza al riassetto del santuario monumentale nella prima metà del V sec. a.C., che si descriverà più avanti nel dettaglio.

[7] Cfr. Belelli Marchesini, p. 256. Dalla bibliografia riportata dalla studiosa, si stima che all’epoca romana il livello del mare fosse -0,57 m rispetto al livello attuale. Si ipotizza pertanto che il mare abbia inghiottito una fascia di terreno lunga circa 75 m, sommergendo quindi i due bacini che costituivano il porto.

[8] Cfr. Baglione et Al. 2010, p. 544. Dopo le prime trincee di verifica eseguite nel 1990, un’indagine sistematica del raccordo tra i due tracciati stradali è stata avviata nel 2009.

[9] L’ipotesi di una precisa stratificazione tra i due insediamenti, etrusco e romano, è plausibile grazie al ritrovamento, sempre nell’angolo settentrionale, di strutture in opera quadrata di tufo “che possono riflettere la presenza di precedenti opere murarie. Con funzione sostitutiva” (Belelli Marchesini 2013, p. 261).

[10] Probabilmente l’arx della città in cui si erigeva l’edificio templare, ed a questo proposito le terrecotte architettoniche rinvenute segnalerebbero questa presenza (cfr. Belelli Marchesini 2013, p. 261).

La fondazione della colonia romana verso la fine del I sec. a.C. inglobò solo il settore più alto dell’insediamento, comprendendo nel suo limite meridionale proprio la strada glareata orientata dall’entroterra al mare.

[11] I dati di scavo non permettono di avere ulteriori informazioni sulla modularità degli isolati né sulla natura della maglia urbanistica, nonostante si possa ipotizzare che la planimetria della città si sarebbe adattata fortemente alla geomorfologia della costa, aperta a ventaglio verso il mare ed orientata più o meno da nord/est a sud/ovest (cfr. Belelli Marchesini 2013, p. 261). In generale, di quel poco che si è potuto analizzare del tessuto abitativo, si registra dalla fine del VII fino al III sec. a.C., lo stratificarsi di ben cinque livelli di case, dove soltanto i primi due strati rispettano un piano di lottizzazione che, si pensa, sia stato adottato per pianificare Pyrgi all’inizio della fase urbana.

[12] Str., Geog., V, 2, 8; Ps. Aris., II, 1349b; Ael., Var. Hist., I, 20; Polyaen., Strateg., V, 2, 21.

[13] Il santuario di Pyrgi rientra tra gli esempi maggiori del bacino del Mediterraneo di “fondazioni templari extra-urbane, atte a garantire un organico flusso commerciale, ‘protetto’ da divinità riconosciute e note per la loro connessione con tale tipo di operazioni” (Torelli 1980, p. 97). Questo singolare caso riflette, d’altronde, un fenomeno più generale, che si registra con l’emergere di realtà politiche urbane sempre più complesse tra VII e VI sec. a.C., ovvero, il passaggio da una fase di commercio non amministrato ad un’organizzazione maggiormente controllata degli scambi, che di conseguenza vengono posti sotto la tutela di una divinità.

Comunque, riguardo alla complessa situazione religiosa pyrgense, ai culti segnalati dalle fonti greche, Ilizia e Leucotea, le iscrizioni etrusche menzionano il nome di Uri, mentre l’iscrizione fenicia, ritrovata nelle celeberrime lamine d’oro, cita il nome di Astarte, la complessa figura di derivazione orientale che per alcuni aspetti potrebbe richiamare l’Afrodite greca. Tale compresenza di divinità femminili si può spiegare “con il confronto con altri culti di emporio greci, magnogreci ed etruschi” – in cui è ricorrente il tentativo “di sintetizzare il ruolo ideologico che nello scambio ha la figura femminile” (Torelli 1980, p. 100).

[14] Castagnoli F. – Cozza L., Appunti sulla topografia di Pyrgi, in Papers of the British School at Rome, 25, 1957, pp. 16-21.

[15] Non tutto l’insediamento arcaico etrusco venne inglobato dai romani all’interno della colonia marittima. Venne infatti prescelto quel settore dell’abitato che si trovava nell’area sommitale del promontorio per ragioni strategiche e militari. Per l’urbanistica della colonia romana di Pyrgi vedi Sommella 1988, p. 56s.

[16] Questa supposizione viene sostenuta solo recentemente (cfr. Gentili 2013, p. 228). Tra l’altro,

[17] Cfr. Torelli 1980, p. 97

[18] Ibidem.

[19] Colonna 1996, p. 571.

[20] Ibidem.

[21] Cfr. Colonna 1970; Colonna 1988-89.

[22] Per un’analisi più dettagliata si rimanda alla sintesi di Gentili 2013, p.231. Le osservazioni ricavate dall’amplia bibliografia citata dall’a., consentono ipotizzare un cambiamento in fieri nell’edificazione del tempio: se inizialmente la struttura era stata pensata rispettando le rigide proporzioni della tradizione costruttiva etrusco-italica – che poi Vitruvio definirà tuscanicae dipositiones (De Arch., IV, 7, 1-5) – l’edificio venne in seguito rimodellato in senso ellenizzante. Secondo gli studiosi, dunque, da una struttura a cella tripartita, il tempio venne riadattato come un edificio periptero con un’unica cella in antis. Tra l’altro, l’avvicendamento del cantiere così ipotizzato si legherebbe perfettamente, come ora vedremo, alla vicenda costruttiva del limitrofo “edificio delle Venti Celle”.

[23] Proprio nella vasca costruita intorno al III sec. a.C. in prossimità di questa struttura, è stata ritrovata l’attestazione epigrafica più importante del sito – i tre fogli di lamine d’oro – risalenti alla prima fase del complesso santuariale (fine VI – inizio V sec. a.C.), un documento che ha permesso agli archeologi di comprendere sia la rilevanza internazionale del santuario, sia la pluralità delle divinità alle quali l’intera area sacra era dedicata. I due testi più lunghi, uno in etrusco di 16 righe e 36 o 37 parole, ed uno in fenicio di 10 righe, si somigliano nei contenuti, ma non costituiscono uno la traduzione dell’altro. Il primo dà informazioni al cerimoniale del culto, mentre il secondo fornisce indicazioni sulla consacrazione, voluta dal re di Caere, Thefarie Velianas. Il testo nel terzo foglio, di 9 righe di nuovo in etrusco, sintetizza brevemente la dedica. In generale, questa fonte dà dimostrazione del forte contatto tra le due culture, etrusca e fenicia, al tempo della fitta rete di alleanze per il controllo del Mar Tirreno contro l’espansione greca.

Il dato scientifico proveniente dalle lamine contribuisce, tra l’altro, ad ancorare la cronologia del cantiere del santuario di Pyrgi all’ultimo decennio del VI sec.a.C.

[24] Come viene utilmente osservato, “i muri di spina dell’edificio non sono legati alla struttura del muro di temenos ma semplicemente accostati ad essa e impostati ad una quota più alta” (Gentili 2013, p. 225). È stato pertanto dimostrato che l’edificio costituiva un’unità strutturale autonoma di facciata interna e muri laterali, rispetto al muro di fondo che fungeva al contempo da lato del recinto sacro.

[25] Gentili 2013, p. 225.

[26] Il significato sacrale dell’edificio è ben reso noto dai pochi resti dell’apparato figurativo, al quale appartiene “la serie di sei tipi di antefisse a figura intera – tre in movimento verso destra e tre stanti, queste ultime su alta base modanata ad altare – la cui interpretazione è ancora controversa. Si riconoscono con sicurezza Helios che trascorre sulle onde, Eos tra i suoi cavalli alati, Eracle probabilmente anch’egli tra cavalli alati, la Notte che avanza celando gli astri sotto il mantello” (Colonna 1996, p. 572)

[27] Per un maggior approfondimento vedi Gentili 2013, p. 232, con amplia bibliografia. Nelle conclusioni di quest’articolo l’a., servendosi anche delle notizie estrapolate dalle fonti greche (Polibio, III, 22-23; Herod., I, 167), contestualizza il programma di lavori avvicendatosi alla fine del VI sec. a Pyrgi, alla luce del primo trattato tra Roma e Cartagine (509-508 a.C.), un patto di politica estera in cui Caere avrebbe svolto un ruolo rilevante quale città-stato ‘intermediaria’ tra le due potenze del Mediterraneo. Nel dettaglio, tale evento storico si rifletterebbe a Pyrgi con un accrescimento dell’iniziativa già promossa dal tiranno Thefarie, che aveva iniziato a porre sotto la tutela di Uni, divinità prettamente etrusca, l’attività edilizia da lui intrapresa. Solo in corso d’opera si sarebbe optato per inserire nella sfera cultuale del santuario pyrgense anche divinità di matrice orientale, come risulta dall’Astarte fenicia nominata nelle celeberrime lamine. Un atto diplomatico, dunque, oltre che religioso, che andava ad ospitare un culto allogeno proprio nel luogo in cui gli stranieri sbarcavano, esportando i loro prodotti.

[28] Lucilio chiaramente parla di scorta pyrgensia (frg. 1271, Marx); un’allusione indiretta può essere trovata in Plauto (Cist., 562 s)

[29] “Anche se in realtà una corrispondenza immediata tra il testo ed il monumento non si verifica” (Colonna 1990, p. 23).

[30] Cfr. Coarelli 2006, p. 83s.

[31] (Torelli 1980, p. 102). Ancora sulla tecnica costruttiva delle fondazioni del tempio si può aggiungere che “le mura perimetrali esterne e la fondazione divisoria tra pronao e celle presentano assise in genere non perfettamente allineate, per lo spessore di tre, quattro, fino a cinque blocchi, mentre i divisori interni delle celle ed il reticolato di fondazione delle colonne sono costituiti in genere da catene di un blocco messo di testa all’interno e di due blocchi per taglio all’esterno alternate a catene di blocchi posti per testa. I vani di fondazione determinati dal reticolato dei muri erano riempiti di gettate alternate di argilla e di residui della lavorazione dei blocchi” (Ibidem, p. 102).

[32] Il diametro di queste colonne doveva aggirarsi tra 1,03 – 1,14 metri. Una misura che suggerisce per tutto il tempio A delle proporzioni considerevolmente più grandi rispetto al precedente tempio B, le cui colonne sono state ipotizzate, al contrario, con un diametro compreso tra 0,68 – 0,77 metri.

[33] La scena della decorazione, estremamente contemporanea all’epoca della costruzione del tempio – se ci si riferisce alla tragedia di Eschilo che tratta lo stesso soggetto, rappresentata nel 467 a.C. – manifesterebbe un messaggio di condanna della hybris umana impersonata dai tiranni, un tema perfettamente coerente con il contesto politico di Caere nella prima metà del V sec., quando dalla fase di tirannide la città era tornata al governo degli aristoi.

Comunque, per una lettura specialistica del gruppo scultoreo, oggi conservato al museo etrusco di Villa Giulia, si veda (http://www.lincei.it/files/documenti/LectioBrevis_Colonna_Pyrgi.pdf, p. 9s) con amplia bibliografia.

[34] Tra i materiali recuperati con gli scavi occorre citare i graffiti vascolari che hanno fatto intendere quali fossero le divinità venerate in questo secondo spazio: si tratta di Suri e Cav(a)tha, quella paredra del pantheon etrusco che potrebbe essere associata con un Apollo infero greco e una dea solare. Il culto di Apollo viene anche evocato dal ricordo di Eliano (Var. Hist., I, 20) che descrive il saccheggio di Pyrgi per mano di Dionigi di Siracusa, avvenuto nel 384 a.C..

[35] “L’esistenza di una fase di frequentazione arcaica è suggerita da una serie di frammenti di terrecotte architettoniche rinvenuti in giacitura secondaria, databili intorno al 530-520 a.C.: antefisse a testa femminile e frustuli pertinenti ad un tipo di acroterio, privo di confronti, a busto di Acheloo” (Belelli Marchesini 2013, p. 16). Probabilmente tali resti dovevano appartenere ad un unico tetto che avrebbe coperto l’edificio β.

[36] Cfr. Belelli Marchesini 2013, p. 12.

[37] (Ibidem, p. 15). Come ben puntualizza l’a., la presenza dell’acqua è un aspetto notevole per comprendere la fisionomia del santuario. Difatti, oltre ad immaginare i due fossati in stretto rapporto alla sistemazione portuale di epoca etrusca, l’elemento dell’acqua, corrente e stagnante, appare ricorrente nei santuari litoranei tirrenici, in particolar modo sarebbe legata al culto di Demetra (Cfr. Belelli Marchesini 2013, p. 15 con ampia bibliografia).

[38] Dal punto di vista architettonico, questo edificio viene paragonato al “sacello” arcaico di Gravisca, databile tra il 530-520 a.C., dedicato alla coppia Uni e Turan (cfr. Fiorini 2005, con ampia bibliografia)

[39] Cfr. Belelli Marchesini 2013, p. 18.

[40] Tale ristrutturazione sarebbe testimoniata da una serie più recente di acroteri (Belelli Marchesini 2013, nota 29).

[41] L’intenzionalità di quest’intervento anche in questo caso è testimoniata dal deposito votivo ρ presso il limite orientale del santuario (Ibidem, p. 18). Certamente singolare è il monumento che è apparso alla quota di calpestio di questo deposito ipogeo: si tratta di un disco di pietra arenaria di 120 cm circa, classificato da G. Colonna come “altare di sacrificio” (Colonna 2006b, p. 133s.); una forte similitudine si evidenzia, tra l’altro, anche tra questo manufatto pyrgense l’altare circolare delimitato da grandi ciottoli di 90 cm di diametro, individuato in prossimità dell’edificio β di Gravisca (cfr. Fiorini 2005, p. 158).

[42] “Impostato a ridosso del ciglio dell’originario pianoro, il manufatto è caratterizzato in sezione da una sacca di sottofondazione in schegge di tufo pressate e da una sorta di ‘marciapiede’ sul lato esterno, la medesima tecnica è stata osservata per il muro di temenos del Santuario Monumentale nella fase tardo-arcaica” (Belelli Marchesini 2013, p. 21).

[43] Sul concetto di mundus si rimanda all’ampia bibliografia citata da Belelli Marchesini 2013, p. 26, nota 57

[44] Dal rinvenimento di una dedica tardo-arcaica ad Hercle nelle adiacenze di ι, si è pensato che il culto fosse rivolto a questa divinità per la tutela dei confini dell’area sacra.

[45] Belelli Marchesini 2013, p. 26.

[46] Ivi, p. 29.

[47] Per confronti stringenti con altri edifici più o meno coevi in ambito santuariale, si possono citare, ad esempio, l’ingresso dell’edificio di Camarina, o l’oikos del santuario di Santa Venera a Paestum. Altri casi di confronto possono essere individuati nell’ampia bibliografia di Belelli Marchesini 2013, p. 33.

[48] “Sacrificata la fascia centrale del santuario con il sacello β, viene ora realizzato un grande collettore di drenaggio che attraversa quasi l’intera area santuariale defluendo verso sud e che, previe modifiche e parziali colmature, verrà comunque mantenuto a lungo in uso. È possibile che tale canale, nonostante la sua funzione prettamente utilitaria, abbia anche assunto un particolare ruolo nell’ambientazione generale del santuario, come più frequentemente può osservarsi per i santuari magno-greci” (Belelli Marchesini 2013, p. 39).

Gabriele Sandri – Dieci anni dopo

Dieci anni dopo. Dieci anni dopo quell’uggiosa giornata di novembre che si trasformò in lacrime. Dieci anni dopo le vite di una famiglia, degli amici e di un’intera generazione sono cambiate.

Diverse le priorità, le faccende quotidiane, il calcio e la vita. Gabriele Sandri ha lasciato un vuoto enorme tra i suoi cari e tra i suoi amici. Quel giorno una pallottola ne ha distrutto l’esistenza. Ne ha plasmato e cambiato i giorni della sua famiglia.

Quel giorno la pallottola ha distrutto anche una generazione romana e non solo. Per parlarci chiaro: negli stadi esiste un prima e dopo Gabriele. Perché quella pallottola, come da manuale della strategia della tensione, ha messo una croce sull’intero movimento ultras.

Ultras che Gabriele era. Fieramente e senza proclami di quei social che lo hanno ricordato. Social che furono una benedizione quel maledetto giorno, difronte le fake news ( così sembro alla moda dieci anni dopo ) dell’Ansa.

Il solco quel giorno è stato tracciato. E non da folli che hanno partecipato e contribuito all’ultima utopia di libertà nell’Europa occidentale. Ma, da chi inconsapevole o meno ha soffiato su quella pallottola. Che ha strappato un ragazzo ai suoi cari. Un lavoratore che amava sostenere l’attività di famiglia e un dj che rallegrava un’intera generazione.

Una generazione che sognava appena poco prima della crisi economica.

Ora non so se dalla crisi ci siamo mai ripresi.

Sicuramente da quella pallottola no.

Perché insieme a Gabriele, quel maledetto 11 novembre, siamo morti in tanti di una generazione romana.

A Gabriele e la sua famiglia

Lazio-Roma: derby da Champions. Una stagione e cinquanta milioni in palio in 90′

INTRO- È difficile approcciarsi a scrivere un articolo sul derby di Roma. La stracittadina della capitale è una delle partite più imprevedibili e particolari del panorama calcistico europeo. Senza spolverare eccessivamente negli archivi di questo confronto, possiamo ricordare negli anni 2000 confronti degni dei più rocamboleschi film d’azione; il pareggio di Castroman, l’autogol di Paolo Negro, le quattro reti di Montella, il tacco di Amantino Mancini, il gol di Berhami, il derby dominato da Delio Rossi e Mutarelli, i gol di Rocchi, il rigore parato da Julio Sergio, il ritorno con vittoria e saluto romano di Paolo Di Canio, il ’77 di Marco Cassetti, le doppiette di Totti, sono solo alcuni dei titoli che mi vengono in mente per la partita più sentita del calcio italiano.

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Il confronto, una volta finita l’era Cragnotti per la Lazio, si è, in linea di massima, sempre svolto nella dicotomica forma che voleva una Roma più talentuosa ma instabile emotivamente e tatticamente, e una compagine biancoceleste, in grado di colmare il gap attraverso un’organizzazione e una cattiveria agonistica impossibili da replicare, se non nelle gare contro i giallorossi. Quest’anno, però, non sarebbe corretta un’impostazione del genere; non del tutto. Cerchiamo di capirne i perché.

LA STAGIONE DEI GIALLOROSSI- La Roma ha mantenuto le sue caratteristiche storiche, talento e indolenza, perse nella scorsa annata e ritrovate grazie all’involuzione tecnica e mentale mostrata nel corso di tutta la stagione. La ricaduta nei vecchi schemi da parte della Roma è derivata da una serie di cause, in parte ascrivibili alle questioni di campo, la cessione di Benatia, gli infortuni di Castàn e Strootmaan, che hanno tolto ai giallorossi tre punti di riferimento della passata stagione, in parte alla gestione non positiva di alcune questioni da parte della dirigenza, che ha creato una pericolosa disunione tra squadra e tifoseria. Le due questioni in merito sono legate, riassumendo in modo sin troppo semplicistico, al calciomercato e alle politiche societarie orientate verso il fair play e una serie di iniziative volte a mostrare un certo tipo di faccia per l’AS Roma, non sempre coincidenti con il pensiero dei tifosi. Proviamo a spiegare meglio; la prima questione, quella legata alla compravendita dei calciatori, appare piuttosto evidente.

POCA COMUNICAZIONE- La mancata affinità tra Rudi Garcia e Walter Sabatini, per quanto riguarda le questioni tecniche, sembra essere un fatto conclamato. La Roma in questi anni, ha investito caparbiamente sul mercato degli under-21, portando a Trigoria molti giocatori più futuribili che impiegabili nell’immediatezza di un campionato da affrontare con ambizione. Quest’anno, è parso evidente come, sia per le ambizioni mutate della Roma, le dichiarazioni sull’obiettivo scudetto non sono infatti mancate quantomeno da Luglio a Dicembre, sia nell’economia legata alle casse e alla rosa della squadra di Garcia, questa politica non abbia funzionato. Tralasciando la questione Iturbe, francamente molto complessa per via del pessimo rendimento del giocatore che ha creato, erroneamente, le fantasie legate allo scudetto in tutti i romanisti, addetti ai lavori e non, è difficile non considerare come gli acquisti di Salih Ucan, Tony Sanabria e Leandro Paredes siano stati effimeri. I tre giovani talenti, infatti, non hanno sostanzialmente mai avuto la fiducia di un allenatore che non li ha ritenuti pronti per far parte di una rosa da potenziale tricolore. Se a livello economico l’acquisto dei tre non ha avuto rilevanza decisiva (benché sia pressochè impossibile essere a conoscenza dei reali prezzi pagati da Sabatini in sede di mercato), in quanto per il prestito di Ucan e l’intero cartellino di Sanabria sono stati versati intorno ai 9 milioni di euro, mentre per Paredes è arrivato il riscatto a 4,5 milioni, dopo 18 mesi di prestito a titolo gratuito, la loro “non impiegabilità” ha fortemente danneggiato la Roma, soprattutto a centrocampo, settore in cui per larghi tratti della stagione si è trovata a dover utilizzare giocatori con evidenti problemi fisici. Una ristrettezza nella rosa, dovuta a queste scelte, è il durissimo prezzo che la Roma ha dovuto pagare, molto più di quello meramente economico. Non è, però, finita qui sul fronte degli acquisti. Se per i giocatori in prospettiva le cose non sono andate bene, per quelli da rendimento immediato le cose sono andate forse peggio. Dei quattro terzini sinistri, Cole, Emanuelson, l’infortunato Balzaretti e Holebas, quello ad aver avuto il miglior rendimento è il distratto greco ex Olympiacos, mentre a destra si è dovuti correre ai ripari grazie alla poliedricità di Florenzi, impiegato ben dodici volte da titolare nel ruolo di esterno basso, che ha cercato di tappare le falle di Maicon, a fine carriera, e di un Torosidis spesso in infermeria, alle volte non all’altezza sul campo. Da questi rapide considerazioni, si può evincere come la Roma abbia operato male sulle fasce. Per quanto riguarda i difensori centrali, Manolas, Yanga-Mbiwa e Astori, il loro rendimento non è stato in grado di non far rimpiangere Benatia e Castan, soprattutto per quanto riguarda gli ultimi due, talentuosi ma fortemente altalenanti nel corso dei ’90 minuti, figuriamoci della stagione. L’acquisto peggiore, però è senza dubbio stato quello legato a Seydou Dombia; non tanto per le qualità dell’attaccante ex CSKA, tutte ancora da scoprire, quanto perché Walter Sabatini non poteva ignorare il fatto che comprare un qualsiasi giocatore dal campionato russo a Gennaio, equivale ad annettere in rosa un professionista che ha appena finito la propria stagione di club, con tutto ciò che ne consegue: forma fisica inesistente, preparazione da rifare in toto e se possibile anche qualche guaio fisico dovuto all’usura di una lunga annata. Niente di più sbagliato per una squadra che aveva bisogno di un centravanti dal rendimento immediato dopo la cessione del litigioso Mattia Destro.

LA PIAZZA- Dal punto di vista dello sfilacciamento dell’ambiente romanista, c’è meno da dire. La delusione per non aver rispettato le attese dichiarate a inizio stagione, si è riverberata all’Olimpico, spesso insofferente verso le difficoltà della squadra. Questo ha creato un’impasse ai giocatori giallorossi, i quali hanno mostrato un deficit di personalità, così come la tifoseria, che ha portato ad un lunghissimo digiuno di vittorie interne durato dal 30 Novembre, 4-2 sull’Inter, al 4 Aprile, 1-0 sul Napoli. Sul fronte dello scontro tra dirigenza e tifoseria, si può dire che all’inizio questo si era focalizzato sull’approccio della società nei confronti delle scelte arbitrali; i massimi dirigenti giallorossi, infatti, non si sono mai opposti concretamente nei confronti di scelte che hanno penalizzato la Roma, (vedi il 2-3 contro la Juventus nel girone d’andata), cosa che ha scontentato tanto Garcia, le cui reiterate lamentele per l’arbitraggio dello Juventus Stadium ne hanno creato una versione calcistica di Don Chischotte contro i mulini a vento, perché non supportato dalla società, quanto i tifosi. Successivamente, però, gli striscioni esposti dalla Curva Sud nei confronti della vicenda Ciro Esposito, che hanno portato ad una squalifica del settore, hanno fatto spostare lo scontro tra i tifosi più estremi della Roma e il presidente Pallotta, che li ha appellati come “fucking idiots”, che potremmo elegantemente parafrasare in “stupidi idioti”. Altra benzina sul fuoco, per l’ennesima stagione da psicodramma giallorosso, che invece di costruire un cammino coerente per bissare l’ingresso in Champions League, ha avuto un andamento simile a quello delle montagne russe; d’altra parte la Roma arriva all’appuntamento decisivo per la stagione non come se fosse seconda in classifica con un punto di vantaggio e con la certezza di aver raggiunto come minimo il terzo posto, ma come se fosse spacciata e in lotta per la salvezza. Sembra strano, ma è proprio così.

IL PUNTO SUI BIANCOCELESTI- Chi ha costruito, invece, un percorso con coerenza, a partire da quest’Estate, ma probabilmente da prima di questa “offseason” è la Lazio. La campagna acquisti dei biancocelesti è stata di alto profilo. Gli arrivi di De Vrij, Djordjevic, Basta e Marco Parolo, avevano mostrato con evidenza le intenzioni di fare sul serio da parte della squadra del neo arrivato mister, Stefano Pioli. Sebbene la qualità del mercato laziale non si sia poi concretizzata in termini di affiliazione da parte dei tifosi, sotto molti punti di vista compromessa dalla querelle oramai decennale con il presidente Claudio Lotito, il fatto che i biancocelesti potessero puntare all’Europa è apparso sin da Agosto un’evidenza. I tre punti nelle prime quattro giornate di campionato non hanno spaventato Pioli, confidente sul fatto di avere una rosa in grado per competere ad alto livello.
Benché la Lazio sia stata molto costante per tutta la stagione, il campionato dei biancocelesti lo potremmo dividere in due fasi, ognuna della quali influenzata dallo stato di grazia di uno o più giocatori. La squadra di Pioli ha realizzato degli strappi decisivi per poter, prima acciuffare l’Europa che conta, e poi recuperare la Roma, che ha dilapidato il tesoretto di punti che conservava sugli avversari cittadini. La prima fase, è quella rappresentata dallo spaventoso stato di forma di Candreva, che ha ispirato Mauri e Filip Djordjevic, incisivi in zona gol, la seconda quella legata all’esplosione di Felipe Anderson, rivelatosi, ad un anno di distanza, il miglior acquisto della squadra di Lotito.

CANDREVA– Se la Lazio il tre di Novembre, dopo aver sconfitto 4-2 il Cagliari, ha potuto raggiungere il terzo posto, è merito soprattutto di Candreva e Mauri. L’esterno romano, ha giocato una prima parte di stagione da campione assoluto; il suo score personale a fine Novembre, data dell’infortunio che ne ha compromesso i successivi due mesi e mezzo di stagione, recitava: gol 2, assist 8. Uno sproposito. A sfruttare a dovere la vena da passatore di Candreva ci hanno pensato i già citati Djordjevic e Mauri. Il capitano dei biancocelesti, tornato in attività dopo i sei mesi di squalifica causati dall’omessa denuncia nell’ambito dell’inchiesta sul calcio scommesse, ha disputato sinora la miglior stagione della sua carriera a livello realizzativo. Non è finita qui, perché probabilmente, ad oggi, il miglior esterno per rendimento della Lazio, non è considerato Candreva.

ANDERSON- La magia di Pioli, infatti, è quella di aver revitalizzato la carriera laziale di Felipe Anderson. L’esterno amico di Neymar, è stato l’oggetto misterioso della passata stagione. Ai margini della squadra, con una tifoseria insofferente nei suoi confronti, sembrava che il brasiliano dovesse concludere la sua carriera italiana al secondo anno. Non è stato così. Dopo essere entrato, per utilizzare termini presi in prestito dal basket, in rotazione a Novembre, Anderson è riuscito a sfruttare l’infortunio di Candreva per imporsi come esterno di riferimento dei biancocelesti. I 10 gol, conditi da 6 assist dell’ex Santos nelle 13 partite che vanno dal 7 Dicembre al 12 Aprile, che rappresentano sostanzialmente il fatturato totale del brasiliano, hanno permesso ai biancocelesti di agguantare il treno per il secondo posto, appannaggio esclusivo della Roma fino alla seconda metà di Febbraio. Il momento più alto della stagione di Anderson, è stato raggiunto il 16 di Marzo, data in cui, grazie alla doppietta rifilata al Torino, la Lazio ha chiuso l’operazione rimonta, arrivando a -1 dai giallorossi, primo momento della stagione in cui tra la squadra di Garcia e quella di Pioli non vi erano più di tre punti di distacco.

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SQUADRA DA CHAMPIONS- Se il lavoro del mister della Lazio si fosse limitato a valorizzare i giocatori di maggior talento, probabilmente non staremmo parlando di una match valevole per il secondo posto della Serie A. Pioli ha avuto, infatti, il merito di aver creato una squadra compatta, in grado di esprimere un calcio offensivo inferiore solo a quello della Juventus, sfruttando l’abilità da volante in stile argentino, tipica di Biglia, per poter liberare Mauri e Parolo, giocatore decisivo della Lazio, vista la sua abilità di giocare box-to-box, da un’area all’altra, come forse solo Vidal e Nainngollan nel campionato italiano. Il tutto gestendo situazioni complesse, come il dualismo Marchetti-Berisha, due potenziali titolari in qualsiasi squadra di Serie A, quello Klose-Djordjevic, “favorito” dallo stop del serbo a metà campionato, e l’infortunio prematuro di Gentiletti, che a inizio a stagione era chiamato ad affiancare De Vrij al centro della difesa.
A garantire lo sprint finale, però, ci ha pensato sempre Candreva, che, dopo gli otto assist in tre mesi a inizio stagione, ha realizzato sette reti da Febbraio in avanti, portando le aquile addirittura al sorpasso sulla squadra giallorossa alla trentesima giornata. Non c’è da stupirsi del rendimento dell’esterno della Lazio; d’altra parte se l’Italia ha vinto una partita al Mondiale 2014, lo deve proprio all’invenzione di Candreva che ha pennellato un assist per Balotelli contro l’Inghilterra di Roy Hogdson. Il suo status a livello nazionale, complice le individualità non formidabili di cui disponiamo al momento, è sicuramente quello di un giocatore “top class”.

CAMBIO DI MENTALITA’- All’inizio dell’articolo abbiamo parlato di un cambiamento della linea di tendenza dei derby ed è grazie a Candreva, Anderson, Klose, Djordjevic e Parolo, inseriti nel contesto offensivo di Pioli, che questa asserzione viene legittimata. La Roma resta una squadra a vocazione offensiva, soprattutto perché con il pacchetto arretrato di quest’anno, di certo non può esserlo difensivamente, ma la Lazio, ha colmato se non addirittura superato questo gap. Se andiamo a vedere, infatti, il fatturato dei giocatori offensivi della squadra di Formello rispetto a quelli di Trigoria, appare evidente l’impietosa differenza. Ma non è solo questo il punto. Si può segnare tanto pur proponendo un gioco non esaltante, ma non è certo questa la filosofia di Pioli, votato a un calcio fluido e spumeggiante. Non si spiegherebbe altrimenti il rinnovato interesse da parte dei tifosi laziali nei confronti della propria squadra. Stando alle statistiche, la Lazio è a quota 625.109 tifosi ospitati all’Olimpico quest’anno. Con una media di 34.7287 è quinta in tutto il campionato di Serie A, e se consideriamo le statistiche tra le prime 9 partite (32500 di media) e le ultime 10 (37300, considerando il derby, per cui si stimano intorno ai 48.000 tifosi), si può capire come la squadra di Pioli abbia fatto presa sul popolo biancoceleste. Solo due volte negli ultimi dieci anni la Lazio ha avuto una media spettatori più alta, nel 2006/2007, con oltre 36.000 presenze e nel lontano 2004/2005, quando grazie al ritorno del figliol prodigo Di Canio, oltre 37.000 tifosi a partita hanno accolto una non esaltante compagine laziale (dati forniti da legaseriea.it). Il rapporto speciale tra questa squadra e i tifosi ha finalmente creato un feeling anche tra la piazza e il contestato presidente Claudio Lotito. La scelta di commercializzare la maglia storica, stile anni ’80, ha portato in una settimana quasi un milione di euro nelle casse della società di Formello, grazie alle 10.000 vendute in un baleno. Un risultato del genere non aveva precedenti nella contestata storia del presidente laziale, noto per aver creato con Lazio Style, la prima forma di merchandising facente capo alla SS Lazio stessa, cosa che non era accaduta, ad esempio nell’era Cragnotti, in cui la gestione e i ricavati della vendita dei prodotti dell’aquila era delegata a terzi. Di notevole interesse è anche la manifestazione di solidarietà nei confronti di Lotito messa in atto da parte dei tifosi della Lazio durante la partita della squadra di Pioli contro il Verona, lo scorso 22 Marzo. Alla consueta contestazione di un’ampia frangia della Curva Nord, altri tifosi presenti allo stadio hanno coperto con i fischi i cori della Nord, mostrando un feeling fino ad oggi mai visto tra presidente e supporters.

POSTA IN PALIO- La Roma e la Lazio si giocano quindi, in una partita secca, il secondo posto che vale l’accesso diretto alla Champions League. E’ stato calcolato che l’accesso diretto nella massima competizione europea vale intorno ai 50 milioni di euro, una cifra che sia alla Roma, alle presa con problemi di fair play finanziario, riscatti e potenziali rinnovi di contratto, sia alla Lazio, che deve consolidare il ruolo di terza/quarta della classe del campionato, passando anche attraverso a impegni europei che quest’anno non ha avuto, servirebbe tantissimo. La Roma si gioca tra l’altro qualcosa in più dei soldi Champions. Garcia rischia di diventare il primo allenatore dell’era post-Spalletti a centrare due secondi posti di fila (sul campo; considerando il 2005/2006 sono tre gli ingressi Champions consecutivi per la Roma), garantendo la seconda partecipazione in fila in Europa alla Roma americana, risultato fino ad oggi mai ottenuto da quando la società è passata di mano. L’eventuale vittoria nel derby sarebbe troppo importante per i giallorossi: per la credibilità del progetto, per riscattare una stagione più amara che dolce, e per cambiare finalmente pagina dopo il 26 Maggio 2013, anno dell’annientamento della Roma del Sabatini I. La Lazio, d’altra, parte, vede la possibilità di scrivere la storia ancora una volta molto vicina, sempre potendo beffare gli odiati rivali. Dopo gli anni di lotta e sconfitte, contro il fenomeno Di Natale e l’Udinese di Guidolin, la Lazio è tornata a sognare l’Europa che conta. Un pareggio garantirebbe il terzo posto e un ultimo turno, a Napoli, piuttosto sereno. Una sconfitta, invece, potrebbe trasformare una grande stagione in una potenziale disfatta, vista l’eventuale bellicosità che mostrerebbero Higuain e compagni se si dovesse veramente arrivare allo spareggio Champions al San Paolo.

CHI PUO’ DECIDERLA (ROMA) – Garcia arriva alla partita con qualche problema per quanto riguarda i terzini, e come potrebbe essere altrimenti. La scelta al momento sembra essere quella di puntare su Florenzi e Torosidis sulla sinistra. Possibile, però, una riproposizione di Holebas sulla sinistra, anche se la difesa “alla greca” vista contro l’Udinese ha convinto ben poco. Il centrocampo è obbligato con De Rossi-Nainngollan-Pjanic. Il duello che si giocherà tra la mediana della Lazio e quella della Roma sarà senza dubbio uno dei più interessanti dell’intera partita. Che la squadra di Pioli si schieri con il 4-3-3, il 4-2-3-1 o un 3-5-2, poco importa per la qualità del duello a centrocampo. Considerata l’assenza di Biglia, che sta comunque provando a recuperare, il primo e l’ultimo schieramento dovrebbero favorire un’impostazione simile a quella utilizzata contro la Juventus, con Cataldi o Ledesma al centro del centrocampo, Lulic e Parolo. Questo permetterebbe di vedere il duello tra due delle migliori mezzali del campionato, Parolo e Nainnggollan. Se Pioli dovesse optare per un 4-2-3-1, Ledesma e Parolo sembrerebbero essere le scelte più adatte, con Mauri dal primo minuto ad operare in fase difensiva su Daniele De Rossi. Questo però toglierebbe dalla partita l’uomo derby per eccellenza, Senad Lulic. La Roma, qualsiasi modulo dovesse proporre la Lazio, manterrà l’impostazione classica delle ultime due stagioni. Per la squadra di Garcia le scelte più spinose, come al solito, riguardano il tridente offensivo. Dopo l’exploit dell’andata sembra impossibile non vedere Francesco Totti dal primo minuto. La doppietta del capitano nella prima stracittadina stagionale e i gradi di leader ripresi con la consueta classe contro l’Udinese, fanno di lui una scelta obbligata. Molto più complessa la situazione sugli esterni. Gervinho potrebbe non farcela, nemmeno per la panchina. E’ un peccato, visto che l’ala ex Lille della Roma è uno dei giocatori più importanti della squadra giallorossa. Con lui dal primo minuto la Roma ha portato a casa 10 partite su 21, una media attorno al 47,5% la seconda più alta tra i giocatori d’attacco giallorossi che vantano almeno venti presenze dal primo minuto. Il primo è Adem Ljajic (54,5%). Benché abbia avuto problemi fisici nelle ultime settimane, la Roma con lui dal primo minuto non ha mai perso, 12 vittorie e 10 pareggi, e anche solo come amuleto, c’è il bisogno di schierare il serbo. Con l’ala della Costa d’Avorio fuori, però, il secondo posto sull’esterno se lo giocano Ibarbo e Iturbe. Se il primo, alle prese con qualche acciacco, ha convinto nelle ultime gare, ma non sembra essere francamente un uomo derby, il secondo è stato un fantasma per tutta la stagione; appare quindi controproducente schierarlo dal primo minuto. Garcia ha, però, utilizzato parole di fiducia nei suoi confronti, prospettando un utilizzo per il derby. Da non sottovalutare, oltretutto, l’eventuale utilizzo di Florenzi nel ruolo di ala. L’allenatore della Roma lo ha schierato nel derby d’andata non ottenendo grandi risultati, ma con il giocatore polivalente nel tridente d’attacco sin dall’inizio, la Roma ha vinto 4 partite su 7. Qualunque sia lo schieramento dei giallorossi, la carenza di gioco mostrata desta preoccupazioni, se associata ad una difesa molto poco convincente. Una scelta di equilibrio come quella di Florenzi schierato nel tridente offensivo potrebbe garantire più stabilità e la garra che solo un romano e romanista può dare.

CHI PUO’ DECIDERLA (LAZIO) – Chi più ne ha più ne metta. Mauri non è in condizioni ottimali, ma è un uomo derby. Felipe Anderson, Candreva e Klose hanno segnato nel derby in passato, che sia recente o meno, e Lulic non va mai dimenticato, e non mancheranno di farlo i tifosi della Lazio al minuto ’71. Quello che preoccupa per la squadra di Pioli è l’assetto difensivo. Radu è fuori, e non giocherà; un brutto colpo per i biancocelesti. Gentiletti e De Vrij sono tornati da poco e hanno dovuto sobbarcarsi 120’ di impegno contro la Juventus meno di una settimana fa. E’ su questa poca stabilità difensiva che dovrà puntare la Roma. Totti non è il centravanti adatto per fare a sportellate con i due centrali laziali, ma portandosi sulla tre quarti potrebbe servire palloni per i tagli alle spalle di Ljaijic e dell’altro deputato al ruolo di esterno d’attacco, situazione di gioco che i due centrali della squadra di Pioli potrebbero soffrire. Le due scelte che incideranno maggiormente, però, son quelle legate a Mauri e Biglia. Il primo scalpita, il secondo sta facendo di tutto per recuperare, creando una strana forma di ballottaggio tra due possibili assenti. Difficile vedere entrambi in campo, anche se Biglia nel 4-2-3-1 può sicuramente giocare. E’ nel 4-3-3 o 3-5-2, però, che l’argentino dà il meglio di sé, sgravando Parolo di alcuni compiti difensivi. Gli inserimenti del centrocampista italiano della Lazio sono come di consueto letali, sarebbe grave non sfruttarli, e nel 4-2-3-1 sarebbe sicuramente complesso farlo. La presenza di Mauri, però, garantisce leadership, personalità e gol. Anche la fase di copertura su De Rossi, potrebbe stuzzicare Pioli. Togliere il fiato al mediano della Roma potrebbe danneggiare fortemente la manovra giallorossa. Il capitano della Lazio può garantire questo lavoro. Davanti, sembra essere Klose il deputato a rivestire il ruolo del centravanti. Il rapporto contro la Roma è ottimo, e il panzer tedesco sogna l’ennesima grande notte di una favolosa carriera.

OUTRO- Non ci sono molti dubbi, qualsiasi giocatore dovesse essere scelto, il fatto di vedere undici maglie giallorosse contro undici biancocelesti garantirà uno spettacolo unico. La cornice di tifo non sarà delle migliori, intorno alle 50.000 presenze, ma d’altra parte è il prezzo che la Lazio deve scontare per aver voluto un giorno di riposo in più. Una chiosa a margine sulla questione. Benché io ritenga che sia stata la scelta giusta, per garantire il riposo a una squadra impegnata in un turno infrasettimanale (in questo caso la finale di Coppa Italia), sono due i punti su cui è necessaria una riflessione. Il primo, riguarda il trattamento differenziato garantito alla Lazio. Non sempre negli ultimi anni si è andati incontro alle squadre impegnate nei turni europei, o con partite rimandate; spostare questa partita rappresenta una mancanza di rispetto nei confronti delle squadre che si sono viste negare questa possibilità nel recente passato. Il secondo, è sulle modalità con cui la dirigenza della squadra capitolina ha elaborato la richiesta di rinvio della gara. La Lazio, per la manchevolezza dei suoi dirigenti, ha presentato tardivamente la suddetta, fuori tempo massimo. Appare quindi sgradevole, che questa sia stata accettata nonostante un vizio, così importante, di forma. Questo purtroppo, desta l’impressione, dei malevoli ma anche degli osservatori più disinteressati, che la pur ragionevole scelta di rinviare la gara sia stata approvata grazie al ruolo dirigenziale che il presidente della Lazio, Lotito, riveste nella FIGC. E’ un’impressione, e spero di sbagliarmi. Ma le regole vanno rispettate, e Lotito sembra essere piuttosto refrattario ad accettare la cosa. Terminata questa sgradevole parentesi, non mi resta che augurare a tutti un buon derby.

Foto e video tratti dal web.