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Road to Premier League

Sotto sotto lo sappiamo tutti. L’ubriacatura generale da favola (o meglio dire, fiaba, a meno che non abbiamo tutti immaginato Claudio Ranieri essere una volpe) ha aiutato a mascherare la delusione per una Premier League che ha visto affondare una dopo l’altra tutte le candidate al titolo e che ha di conseguenza lasciato il palcoscenico alla sorpresa Tottenham e al sorpresone Leicester, che ci hanno appassionato settimana dopo settimana, tra retorica su Davidi, Golii e compagni, ipotesi di drammi sportivi e la festa finale a cui ci siamo volentieri imbucati, come quando il compagno di classe del terzo banco si comprava per primo la nuova Playstation e si andava da lui a giocare finché non arrivava il proprio compleanno o Natale per poter averne una propria e rispedire l’ormai ex amico nella ignore list.

E in terra d’Albione Natale è arrivato, sottoforma di sterline gentilmente messe sul piatto dal nuovo contratto dei diritti televisivi: 7 miliardi da dividere in modo piuttosto equilibrato per i prossimi tre anni, soldi che i nostri DS non sono abituati a maneggiare neanche a Football Manager e che hanno portato e che porteranno una paccata di giocatori fisiologicamente sovrapagati rispetto ai valori europei (se so che hai tanti soldi, non vedo perché non dovrei chiedertene di meno). Con loro, un roster di tecnici con uno starpower forse mai visto tutto insieme da queste parti: pensare a un campionato in cui si incontreranno Pep Guardiola, José Mourinho, Jürgen Klopp, Antonio Conte e Mauricio Pochettino, oltre ad Arsène Wenger, all’ennesima stagione da confermato senza un evidente perché, agli italiani (facciamo finta che sia un plus e non un minus, d’altronde la Premier è la lega dei lustrini) Ranieri, Mazzarri e Guidolin, a Slaven Bilić e Ronald Koeman, al never-relegated man Tony Pulis e alla new sensation Eddie Howe è roba da stropicciarsi ripetutamente gli occhi e poi andare a prendere l’acido borico per poter essere in grado di mettersi davanti alla televisione e assistere allo spettacolo.

Dopo una stagione come la scorsa, ci si aspetta (o quantomeno si spera in) un mucchione, con 5-6 squadre pronte ad alternarsi in testa alla classifica e una cintura che è di fatto vacante, perché se aspettarsi una vittoria da parte del Leicester era un – alla fine fruttuoso, visto che si fa a gara su chi trova la notizia della vincita più alta da parte di uno scommettitore – mix di fede e follia, puntare su una conferma delle Foxes somiglierebbe più a perseverare che a sognare. Comunque, daremo a Claudio quel che è di Claudio e apriremo questa analisi da chi indosserà le patch dorate sulle maniche delle proprie maglie.

Leicester City – I riconsegnatori

Come già detto, è improbabile che Claudio Ranieri possa confezionare un altro miracolo, e con questo le possibilità che questo accada si sono già alzate di qualche punto percentuale. L’idea è che le Foxes, più che difendere il titolo, saranno coloro che riconsegneranno la coppa e magari ricominceranno il giochino dell’escalation di obiettivi, anche solo per motivi scaramantici. Il “ma” che pende su tutto il ragionamento si chiama Champions League, a cui il Leicester parteciperà da testa di serie: più possibilità di qualificarsi, meno di ospitare al King Power Stadium una delle big d’Europa, visto che nella seconda urna ci sono solo i vicecampioni dell’Atlético Madrid.

E lo faranno con un impianto di squadra il più possibile immutato: SimpsonMorganHutheFuchs non sono stati toccati dal calciomercato, che ha tentato Jamie Vardy, forte a rimandare indietro Satana firmando un comunque cospicuo rinnovo del contratto, e Ryhad Mahrez, invece ancora ammaliato dalle sirene delle grandi e richiamato alla concentrazione dal tecnico. Non c’è più invece N’Golo Kanté, che ha capitalizzato al massimo la stagione della vita scegliendo un’altra maglia blu, quella del Chelsea. Tre gli acquisti: il portiere Campione del Mondo Ron-Robert Zieler, pronto a fare compagnia a Ranieri in panchina e a offrire copertura in caso di assenza di Schmeichel (fresco di rinnovo fino al 2021), l’attaccante Campione di Russia Ahmed Musa, velocissimo e dunque perfetto per ricevere i lanci lunghi tipici del gioco offensivo (?) delle foxes e dei player di FIFA, e l’esterno offensivo campione di niente Bartosz Kaputska, il classico diciannovenne di cui prima di Euro 2016 ignoravamo l’esistenza e che è diventato improvvisamente interessante nel momento in cui qualcuno lo ha fatto notare scrivendo su Whatsapp. Il polacco è perfettamente incastonabile nel 4-4-2 dei Campioni d’Inghilterra, che avranno letteralmente il compito di cambiare il meno possibile la storia rispetto allo scorso anno: la congiuntura astrale che ha permesso tutto quello che abbiamo visto è assolutamente irripetibile, ma magari a forza di ripeterlo… niente, va.

Tottenham Hotspur – Cenere a White Hart Lane

Mauricio Pochettino si deve far carico del compito più ingrato dell’intera Premier League: far ripartire i suoi Spurs dopo una stagione straordinaria (extra-ordinaria, fuori dall’ordinario), che però non ha portato nulla. Non ci fosse stato il Leicester sarebbero stati probabilmente loro gli eroi, e pensate quanto comunque si sarebbe potuto scrivere su riscatto, rivincita dei più deboli e quant’altro: la realtà è che non solo il titolo l’ha vinto qualcun altro, ma che dalle parti dell’Emirates hanno comunque potuto festeggiare St. Totterhingham’s Day, grazie all’inopinata sconfitta per 5-1 sul campo del già retrocesso Newcastle, con tanto di video celebrativo di Wojciech “core Gunner” Szczęsny. Sulla pagina “ufficiale” della ricorrenza, che ricorda per ogni stagione data e turno di campionato in cui scattano le celebrazioni, il commento è stato: “È stata una faticaccia e penso che tutti abbiamo avuto dubbi, ma come abbiamo potuto sottovalutare l’abilità degli Spurs di autodistruggersi?”.

Effettivamente di squadre col pulsante rosso incorporato ce ne sono poche altre (una in Portogallo, una in Italia, un paio in Germania) e a White Hart Lane, oltre ai calcinacci dovuti ai lavori di ristrutturazione dello stadio (in Champions League si giocherà a Wembley), ci sono anche le ceneri di un gruppo che però va ricomposto e in fretta. In un mercato per il momento numericamente scarno, prenderanno posto nel 4-2-3-1 di Pochettino il centrocampista Victor Wanyama, “comprato subito” allo shop del Southampton per 15 milioni, e l’attaccante Vincent Janssen, che si può fregiare del titolo di “quello forte dell’Eredivisie, altro che Milik” assegnatogli da più di qualcuno: 22 milioni all’AZ per colui che, presumibilmente, sarà comunque la riserva del capocannoniere Harry Kane. Si punterà dunque sulla continuità: pressing e gegenpressing come mantra collettivo e freschezza dei vari Alli, Dier, Eriksen e Lamela a tentare un nuovo triste assalto alla Premier League.

Arsenal – Provaci ancora, Arsène

Quella che è ormai la squadra meme della Premier League si appresta a cominciare la ventunesima stagione con lo stesso allenatore e, pare, con le stesse idee degli anni passati. Ancora una volta nella testa di Arsène non è minimamente balenata l’idea di prendere un difensore centrale (Manōlas è ancora impegnato nelle visite mediche datate 2014), probabilmente per sbloccare l’insbloccabile obiettivo “vinci la Premier League con Mertesacker e Koscielny”, ma a due giorni dall’inizio della stagione ha ritenuto il caso di arricchire il reparto con Shkodran Mustafi, in arrivo dal Valencia; in attacco, invece c’è stato un tentativo per prendere l’uomo contemporaneamente più (perché l’ha già fatto) e meno (perché non può farlo due volte) adatto a compiere l’impresa, quel Jamie Vardy che però è rimasto al King Power Stadium a godersi trionfo, soldi e Champions League. All’Emirates, che non vedrà più due elementi storici come Mathieu Flamini e Tomáš Rosický, sono arrivati dunque Granit Xhaka, ennesimo, seppur ottimo, centrocampista, e Takuma Asano, ventunenne attaccante giapponese impegnato alle Olimpiadi di Rio (dove ha già segnato un gol di tacco contro la Nigeria)  proveniente dal Sanfrecce Hiroshima, squadra simpatia di quella trasposizione nel mondo reale di ISS Pro Evolution 2  che corrisponde al nome di FIFA Club World Cup.

 

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La speranza dei tifosi dei Gunners di poter reggere anche oltre il solito devastante periodo di gennaio-febbraio risiede ovviamente nel mancato riempimento dell’infermeria, ma anche nella prosecuzione di un’idea di un calcio più pratico che Wenger aveva tentato di mettere in campo nella scorsa stagione, con il suo basket a 6 che aveva lasciato posto a delle precisissime transizioni innescate dai centrocampisti e soprattutto da Mesut Özil, in grado di arrivare a ben 19 assist vincenti nella scorsa stagione. Singolare però il fatto che di questi, 16 siano arrivati fino a dicembre e 3 in tutto il resto del campionato: simbolo aureo di una squadra storicamente in grado di toccare picchi anche più che buoni, ma che irrimediabilmente si perde quando si tratta di trovare regolarità, anche quando ne sarebbe bastata meno del normale per centrare l’obiettivo.

Chelsea – L’evoluzione di una scelta

Scucita del titolo, la squadra di Abramovich ha avviato l’ormai consueta rivoluzione dopo l’ormai solito traghettamento dell’uomo di fiducia Guus Hiddink. A Fulham Road è arrivato infatti Antonio Conte, che ha scurito la tinta da azzurro a blue e che rappresenta una versione già 2.0 della moda britannica di ingaggiare tecnici italiani. L’ex allenatore della Juventus è una garanzia a livello tattico e l’ultima dimostrazione l’abbiamo avuta agli europei, in cui ha radiocomandato i suoi e ha perso nell’unico momento, quello dei rigori, in cui non poteva farlo; il contesto della Premier League sembra inoltre quello ideale per rimettere sullo scaffale i noiosi manuali del 3-5-2 (il cui virus verrà comunque trapiantato da queste parti da Mazzarri e dal suo Watford) per dare una spolverata a quelli del 4-2-4, che ha fatto le sue fortune a Siena e a Bari e che potrebbe migliorare gli abituali e tipicamente inglesi 4-4-2 e 4-2-3-1. L’intensità, elemento chiave del gioco dell’ex CT, va però di moda da queste parti e sarà dunque ancor più decisiva per la riuscita dei piani a Stamford Bridge. Correre meno degli altri significherà non solo essere messi sotto a livello atletico, ma anche non aver modo di eseguire i comandi impartiti dalla panchina, finendo quindi per risultare inefficaci sotto ogni punto di vista: l’assenza delle coppe europee (in modo analogo a quello che capitò a Conte nel 2011-2012) potrebbe dunque giocare un ruolo decisivo.

Pochi, ma pesanti, i movimenti di mercato: 40 i milioni recapitati a Marsiglia per Michy Batshuayi, attaccante che ha tutte le premesse per diventare molto dengerus, 35 quelli spediti a Ranieri per prendersi Kanté, uno con una dimensione di polmoni idonei per coprire campo sufficiente a evitare squilibri e per farlo per un tempo suffcentemente lungo. Spazio e tempo che, in senso figurato, non ha avuto Abdul Rahman Baba, che dalla Germania veniva e in Germania è tornato, in prestito allo Schalke 04 dopo una spesa di 25 milioni effettuata l’anno scorso per prelevarlo dall’Augsburg: non proprio il modo ideale di far fronte alle regole del financial fair-play.

Manchester City – Il laboratorio

Il giorno dello svelamento del segreto di Pulcinella e della ufficializzazione dell’ingaggio da parte del Manchester City di Pep Guardiola, era impossibile non fare la somma “Premier League + soldi + Guardiola = cavolacci per gli altri”. L’ex tecnico di Barcellona e Bayern Monaco, però, è arrivato all’Etihad non per fare una somma, ma una moltiplicazione: scorrendo i nomi del, comunque dispendioso, mercato in entrata, praticamente solo quello di İlkay Gündoğan risulterebbe spendibile per un cosiddetto instant team. Gli altri, partendo da Leroy Sané, passando da Gabriel Jesus e John Stones – il difensore più pagato di sempre a soli 21 anni, 47 milioni di sterline che possono arrivare a 50 – per arrivare a Oleksandr Zinchenko, sembrano giocatori acquistati a Football Manager con in mano la lista dei wonderkids, pronti a migliorare esponenzialmente le proprie qualità e quelle della squadra a stretto giro di posta ma probabilmente con minore garanzia di rendimento immediato. Intendiamoci, la rosa a disposizione, pur con qualche elemento di età avanzata oppure poco adatto al guardiolismo, è già di altissimo livello, ma è come se Pep volesse creare un qualcosa di completamente nuovo a sua totale immagine e somiglianza, da tramandare ai posteri, un qualcosa di più grande, nelle intenzioni, di quanto mostrato al Camp Nou.

Apre così il laboratorio citizen, un’idea di calcio molto diversa da quella che i sudditi di Mansour erano abituati a vedere, probabilmente nel campionato meno adatto per svilupparla, tolta la Serie A dove qualsiasi germoglio di novità rischia di essere calpestato sotto ai colpi di ambienti infuocati e pareggi perpetui. Nella sua carriera, Guardiola è sempre stato abituato a lottare al massimo contro una sola avversaria, vincendo sei campionati su sette di massima divisione; qui avrà una lunga serie di rivali per il titolo e una medio-alta borghesia che non farà sconti di alcun genere. Oltretutto, i suoi insegnamenti non si apprendono in una settimana e neanche in un intero ritiro, specie se alcune amichevoli vengono disputate con mezza squadra ancora in vacanza e altre vengono proprio cancellate . La Steaua Bucarest, avversaria nei playoff di Champions League, rischia di diventare una cavia da laboratorio per una squadra che ha ancora bisogno di registrare diverse cose, soprattutto in difesa dove dovrà cambiare parecchio rispetto alle gestioni precedenti: la buona notizia è che non ci sarà più quella sciagura chiamata Martín Demichelis. È bello immaginarsi Pep con addosso camice e occhiali di protezione, a mischiare provette e fare tentativi, alla ricerca della formula perfetta. Sarebbe la foto dell’anno, la speranza è che prima o poi si riesca a scattarla.

Manchester United – Here comes the Mou-ney

Dicono che Manchester sia una città brutta, ma trasferircisi in questa stagione probabilmente non sarebbe una brutta idea. O per lo meno lo è diventato lo scorso 27 maggio, quando è diventato ufficiale l’ingaggio da parte dello United di José Mário dos Santos Mourinho Félix, nemesi sportiva di Guardiola e di un’altra mezza dozzina di allenatori sparsi qua e là. Il duello con il Manchester City rischia di essere uno dei più esplosivi mai visti sul pianeta calcio, anche più di quello visto in Liga tra Real e Barcellona, in cui il portoghese arrivava a minacciare la leadership del già consolidato rivale. Qui si parte invece entrambi da zero, e se dall’altra parte, oltre al cash, si punta sulle idee e sull’innovazione, a Old Trafford il metodo è quello classico: soldi, soldi, soldi per un rendimento immediato, immediato, immediato. La combo Mourinho-Raiola sposta denaro come poche altre cose al mondo e il serbatoio dello United – uno di quei quattro-cinque club favoriti e non penalizzati dal fair-play finanziario – è quello ideale per dare propulsione al calciomercato: l’acquisto di Zlatan Ibrahimović diventa dunque quasi un dessert rispetto alle portate principali chiamate Henrikh Mkhitaryan, Eric Bailly e soprattutto Paul Pogba, operazione da crocifissione in sala mensa nel caso in cui fosse stato necessario tenere il conto di ogni singolo euro speso come avviene invece in Italia.

Inutile aspettarsi chissà cosa in campo, Mourinho metterà in campo il solito 4-2-3-1, cercherà la via più semplice per andare a far gol (lo SneiderperMilito o il FabregasperDiegoCosta della situazione) e punterà tutto sul lato motivazionale per spremere ogni goccia di utilità dalla rosa a disposizione. Facilissimo immaginare l’Europa League come un fastidiosissimo campionato riserve dei giovedì sera, altrettanto facile immaginare faide con qualsiasi malcapitato che osi dire mezza parola di troppo contro lo United e anche contro alcuni degli stessi giocatori, come Bastian Schweinsteiger già messo fuori rosa e Juan Manuel Mata, messo in campo e tirato fuori dopo appena mezz’ora nel Community Shield contro il Leicester con annessa discussione postpartita. Ruolo importantissimo lo potrà avere proprio la supercoppa vinta a Wembley: il piattone potrà facilmente trasformarsi nella coperta di Linus di Mou in caso di fallimento degli obiettivi stagionali principali, almeno nella dialettica del portoghese. Tutto da guadagnare, nulla da perdere e un sacco di risorse a disposizione: la situazione ideale per far bene.

Liverpool – Il nemico in più

La squadra forse meno accreditabile di una vittoria del titolo tra le big è probabilmente una di quelle che generano più hype tra gli appassionati. Jürgen Klopp ha avuto finalmente un’estate intera per preparare i suoi, dopo lo spezzone dello scorso anno passato tra alti e bassi che qualcuno definirebbe fisiologici, e all’etichetta “rivelazione” deve essere soltanto levata la pellicina per poter essere appiccicata sulla testa dei Reds. Ad Anfield non si sono tirati indietro quando c’è stato da aprire il portafogli e il mercato ha portato giocatori che sembrano ideali per il gioco dell’ex BVB, un attaccante veloce e capace di giocare su tutto il fronte come Sadio Mané e con un incursore tranquillamente capace di arrivare in doppia cifra partendo dal centrocampo come Georginio Wijnaldum, oltre al curioso difensore estone Ragnar Klavan e al compagno di merende Joel Matip, che sostituiranno Martin Škrtel e Kolo Touré e ai portieri Loris Karius e soprattutto Alexander Manninger, senz’altro il trasferimento più strano dell’estate inglese.

Come nel caso del Chelsea, non giocare le coppe sarà utilissimo per un’altra squadra molto intensa – e per una società dal prestigio e dalla solidità finanziaria non minabili da un anno di assenza dall’Europa – come i Reds e questa stagione potrebbe rivelarsi quella della definitiva maturazione di una serie di elementi pronti a spiccare il volo. La mente non può non andare alla LFC (non era ancora uscita una sigla in tutta l’analisi, per la comprensibile preoccupazione di chi legge), ovvero alla trequarti Lallana-Firmino-Coutinho che, oltre a rappresentare graficamente l’identità del Liverpool, ha tutto per diventarne anche il tratto distintivo in campo ancor più di quanto già sia. Da loro passano gran parte delle speranze di sedersi con autorevolezza al tavolo dei grandi, che però sembra già abbastanza affollato: si aggiungerà il posto per un nemico in più?

Quattro anni dopo

Era il 14 Aprile 2012. Millwall e Leicester si sfidavano al The Den in un’anonima partita di Championship. Da una parte Harry Kane, diciottenne attaccante in prestito dal Tottenham, dall’altra Morgan, Schmeichel e Drinkwater, lo zoccolo duro del Leicester dei miracoli. Uno speciale pomeriggio per un appassionato italiano, una normale giornata di calcio per tutti gli altri. Quattro anni dopo, però, le cose sono leggermente mutate.

INTRO- “Andiamo a vedere il West Ham”. “No, gli Hammers sono i buoni, non li sopporto. Voglio andare a vedere una partita del Millwall piuttosto”. La prima partita che ho visto in Inghilterra è stata di Championship, la serie B inglese.
Si sfidavano un Leicester in lotta per la zona playoff e il Millwall, quasi salvo, in cerca di qualche vittoria di lusso per celebrare una buona annata.
Lo stadio, il The Den, si trova nella periferia sudorientale della City e ricorda esattamente quel clima che film come “Football Factory” e “Hooligans” vogliono far vivere agli spettatori. Camminando dalla stazione, in cui un po’ di tifosi oversize del Leicester erano stati fermati per via di un atteggiamento sopra le righe, sino allo stadio mi è sembrato di vivere una delle scene dei due film sugli ultras d’Oltremanica. Strade piccole, solo mattoni, vie d’uscita pressoché inesistenti, il ponte da superare per arrivare alla nostra Mecca.
Il Den è uno stadio del 1993. Quasi tutti gli stadi inglesi sono stati costruiti o seriamente modificati nei primi anni ’90. Una delle conseguenze della strage di Hillsborough che ha portato il governo brittannico congiuntamente alla Football Association inglese ad una drastica revisione, rappresentata dal Taylor Report, della sicurezza negli impianti sportivi.
Poco meno di 20.000 posti, il Den mi ha subito colpito per il manto erboso, che sarebbe stato uno dei primi tre in Italia a mani basse, e per la vicinanza di tutti i settori al campo da gioco.

NO ONE LIKES US- Mi stupiscono tante cose, ma d’altra parte penso che la prima partita in uno stadio inglese faccia lo stesso effetto a tutti. Biglietti “non” nominativi, tornelli così piccoli che in Italia scoppierebbe una guerra in ogni stadio, coda inesistente, impossibilità di bere e fumare sugli spalti e solo un grandissimo divieto riportato ovunque: “non si può giocare a calcio in alcuna zona dello stadio”. Vabbè, me ne farò una ragione.
Il Millwall è noto per il suo cattivo rapporto con le macchine da presa, essendo considerata la squadra cattiva per eccellenza, cosa diventata, giustamente, un vanto per i tifosi che dal primo al novantesimo minuto cantano “No One Likes, We don’t care”, ovvero “non piacciamo a nessuno, non ci importa”. I tifosi devono dunque ostentare un qualche tipo di disprezzo nei confronti degli stranieri, quantomeno ignorandoli.
A me e mio cugino, tocca questo trattamento.

HARRY/1- A questo punto è doveroso un flashback. Prima della gara decidiamo di aggiungere un po’ di brio alla competizione. Andiamo a fare una scommessa in una delle più famose agenzie inglesi. Prima, però, bisogna fare delle ricerche. Vediamo che le due squadre segnano e concedono molto. Soprattutto ci soffermiamo sul centravanti del Millwall, Harry Kane, classe 1993. Aveva ancora 18 anni, eppure veniva schierato con continuità dal mister. Lo adottiamo come nostro potenziale idolo, e piazziamo la scommessa: 2-2 con primo marcatore della gara Harry Kane. Una follia, che avrebbe molto ben pagato.
Kane è in campo e gioca bene. Ha una mobilità incredibile per essere un giocatore dotato di una stazza imponente, e ci convinciamo di aver puntato sul cavallo giusto. Batte puntualmente Wes Morgan nell’uno contro uno. Morgan sembra un culturista prestato al calcio, completamente non in grado di poter calcare un campo. Quando la tocca Kane, lui va in tilt.

SPORT - Football... Millwall V Leicester City at The New Den, Millwall... City's Wes Morgan and Miillwall's Harry Kane Reporter - Rob Tanner PICTURE WILL JOHNSTON
Kane vs Morgan: sfida scudetto. All’epoca della foto, 2012, non proprio…

 

Al 21′ il Millwall batte un angolo, la palla finisce all’altezza del dischetto dopo un contrasto; Kane ci si avventa e spara una bomba sotto la traversa. Schemeichel è battuto. 1-0. Esplodiamo come se avessimo vinto la scommessa. I tifosi del Millwall, fino ad allora infastiditi dalla nostra presenza, rimarcata da una continua analisi della partita, rigorosamente in italiano, si girano verso di noi e si congratulano: “voi siete veri fan del Millwall, complimenti”.
Con il petto gonfio, continuiamo ad esultare e a cantare “no one likes, we don’t care”, ma la verità è una; abbiamo scommesso sul 2-2 e tifare per un pareggio ci appare ora più che mai fuori luogo.

HARRY/2- A fine primo tempo il pubblico si riversa nelle aree antistanti allo stadio per fumare, bere e ristorarsi. Rigorosamente senza giocare a calcio.
La ripresa inizia con un monologo di Kane. Contrasta, calcia in porta, serve assist. E’ il nostro nuovo idolo. “L’anno prossimo questo al Tottenham fa il panico”. Non è andata proprio così. Dopo avere decantato le lodi di Kane, ho dovuto affrontare anni di dileggio per via delle sue esperienze fallimentari al Norwich e al Leicester City, si proprio quel Leicester che Kane ha contribuito a portare in Premier League nel 2013-2014, seppur con due sole reti.
53′: Kane ruba palla, e si invola sulla destra. Konchesky lo stende all’ingresso dell’area di rigore. Penalty. Un altra giocata da fenomeno del fenomeno.
Keogh realizza con uno strafottente cucchiaio, ed è 2-0. Esultiamo. Ma la verità è che due gol del Leicester adesso ci piacerebbero assai.

DANNY- Per recuperare l’allenatore del Leicester schiera un giovane centrocampista, Danny Drinkwater. Il Leicester, nonostante la rumorosa curva venuta in suo sostegno, non riesce ad accorciare le distanze, fino all’81’. La palla rimbalza al limite dell’area, e proprio il subentrato Drinkwater la scaglia in rete. Bel gol. Grazie Drinkwater, ci avvicini alla vittoria della scommessa, te ne sarò per sempre grato. Purtroppo no. Il Leicester non ha la forza per pareggiare, e noi con un sorriso a mezza bocca festeggiamo la vittoria del Millwall per non fare brutta figura con i nostri amici indigeni, decantando il fenomeno Kane. Giusta punizione per non aver puntato sulla vittoria della squadra di casa.

QUATTRO ANNI DOPO- Quante ne sono successe. Kane è il centravanti titolare della nazionale inglese, con somma felicità del sottoscritto. Ha segnato più di 20 gol nelle ultime due edizioni della Premier League, numeri da Rush, Shearer, superando un fenomeno come Andy Cole, mai riuscito nell’impresa. Kane ha aiutato il Leicester a salire in A, il che mi aveva fatto sicuramente piacere, vista la simpatia della curva delle Foxes.
Tuttavia Kane e Leicester sono in rotta di collisione, esattamente quattro anni dopo. Per quale risultato? Una FA Cup? Un piazzamento in Europa League? No. Per vincere il campionato. Semplicemente impensabile. Non sono per il Tottenham, che non vince da più di 50 anni il campionato, ma soprattutto per il Leicester, salvatosi per qualche punto acciuffato alla disperata nella scorsa stagione.
Una cosa è cambiata nel Leicester, l’allenatore. Claudio Ranieri è un maestro di calcio, e ha fatto bene in quasi tutte le sue esperienze, se si eccettuano quelle recenti con Inter (e prima questa stagione chi poteva dire di aver fatto bene con l’Inter post-triplete?) e Grecia, una nazionale impelagata in una tragica assenza di talento.
Qualche giocatore è cambiato nel Leicester. Adesso ci sono Vardy, Mahrez e Kantè. Eppure Schmeichel, Drinkwater, Morgan, Schlupp, King, sono ancora lì. Ma come, quelli che le hanno prese dal Millwall, che ora è addirittura retrocesso dalla Championship, si stanno battendo per il campionato? Si, e i primi tre sono pure titolari. Pure Morgan, il culturista prestato al calcio? Roba da pazzi. Mentre scrivo, inoltre, Schlupp (90′ in panchina contro il Millwall nel 2012) sta massacrando lo Swansea, regalando tre punti fondamentali per le Foxes, in attesa che Kane faccia il suo dovere domani sera, col gemello Alli, nel secondo Monday Night di fila del suo Tottenham.

Questa è la magia del calcio inglese. Non solo prati più belli, stadi più belli, calciatori più forti, un’atmosfera unica. Le storie stesse sono più belle, impensabili. E’ come se Zaza nel suo anno all’Ascoli (2012-2013) avesse aiutato il Picchio a battere l’Empoli, per poi giocarsi tre anni dopo con la maglia della Juve lo scudetto contro i toscani. Impossibile. Non in Inghilttera.

More Money, More Wins. Siamo sicuri?

Robert Huth, Riyad Mahrez, Robert Huth: £3,750,000. Tanto sono costati al Leicester gli autori dei gol decisivi della prima delle due sfide scudetto che dovranno affrontare le Foxes in questo mese di febbraio. Quella contro il Manchester City di Manuel Pellegrini.

Il gol di Aguero (£38,000,000), plausibilmente il miglior investimento del Manchester City arabo, è stato decisamente più caro, ma non riesce ad identificare del tutto la disparità tra le due squadre a livello economico. Il Leicester, è una compagine che anche nella “povera” Serie A di questi tempi, non si classificherebbe oltre il settimo/ottavo posto (probabilmente anche sotto), se parliamo di soldi spesi per il cartellino dei giocatori e monte ingaggi.

La Premier League, vive attualmente un’era florida per quanto riguarda le possibilità dei club, le cui casse sono rimpolpate da sponsor in grado di garantire alle società cifre senza precedenti. Sono degli ultimi due anni le sponsorizzazioni che hanno portato il Manchester United a sfondare ogni soglia mai pensata per quanto riguarda gli accordi commerciali tra partners e club. Chevrolet prima, ha sborsato intorno ai 380 milioni di sterline per legarsi ai Red Devils, Adidas poi, ne ha confermato lo strapotere, offrendo 750 milioni per vestire Rooney e compagni per i prossimi 10 anni.

Non tutte le squadre, chiaramente, possono usufruire di accordi di tale portata. Ad ogni modo, lo strapotere economico made in England è esemplificato dal caso Stoke. Lo Stoke è una squadra di media classifica in Inghilterra. Ha collezionato negli ultimi tre anni due noni e un tredicesimo posto. Le nuove partnership con Bet 365 e New Balance (che veste anche il Liverpool spendendo circa 25 milioni di sterline l’anno) hanno permesso alla squadra di Mark Hughes di investire massivamente sul mercato, comprando giocatori del calibro di Shaqiri, Imbula, Afellay e Glen Johnson, aumentando il monte ingaggi e chiudendo le due sessioni di mercato con un deficit di oltre 20 milioni di sterline.

I 72.3 (più di 90 in euro) milioni di sterline spesi per il monte ingaggi dello Stoke, lo classificherebbero in Italia al terzo posto, dietro a Juventus e Roma, le uniche due squadre a sfondare il tetto della tripla cifra. D’altra parte il grafico fornito da totalsportek è piuttosto chiaro. Già dalle sponsorizzazioni sulle maglie il dislivello economico appare evidente.

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Questo preambolo è necessario per comprendere quanto sia fuori da ogni logica l’attuale primato del Leicester City, che, con il 17° monte ingaggi della Premier, guarda tutti dall’alto in basso.
Lo squilibrio tra le prime della classe, tra le quali possiamo includere anche Chelsea, Manchester United, Arsenal, Livepool e Tottenham, e la squadra di Ranieri è incredibilmente ampio.
Se ci riferiamo al monte ingaggi, Chelsea (£215.6m) e United (£203m) spendono quattro volte tanto il Leicester (48.2). Il City (193) e l’Arsenal (192) si avvicinano a quadruplicare i costi delle Foxes, ma anche Liverpool (152) e Tottenham (110.5) non sono da meno, spendendo rispettivamente più del triplo e più del doppio della capolista.

Lo scontro tra la prima e la seconda in classifica di ieri è ancor più impietoso. Partendo da Mahrez (£750,000 per il suo acquisto) che buca la coppia di centrali argentini composta da Demichelis e Otamendi (£35,500,000), il costo degli 11 titolari delle due squadre ci aiuta perfettamente a capire la portata dell’impresa della squadra di Ranieri.

Manchester City: Joe Hart (£1,5m), Pablo Zabaleta (6,5), Martin Demichelis (£ 3,5), Nicolas Otamendi (32), Aleksandar Kolarov (17), Fabian Delph (8), Fernandinho (30), Yaya Toure (24), David Silva (25), Sergio Aguero (38).

Il City, pure schierando una formazione decisamente low-cost per i suoi standard, mancavano ad esempio i pezzi grossi, Sterling e De Bruyne, ma anche Nasri, Mangala, Navas e Bony, molti dei quali giunti alla corte di Pellegrini negli ultimi due anni, ha speso esclusivamente per il costo del cartellino 181,5 milioni di sterline per schierare gli undici giocatori che ieri hanno impietosamente perso contro la banda Ranieri.
Non che le cose in casa City siano sempre andate male. Non sarebbe corretto non menzionare i 5 titoli (2 Premier, 1 FA e 2 League Cup) vinti dai Citizens nell’ultimo lustro; sono in molti, tuttavia, a non considerare virtuoso l’esborso del “City Football Group”, il fondo proprietario della squadra, in rapporto ai successi conseguiti.

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Questa, secondo il sito transferleague.co.uk, la panoramica dal 2003/2004 in poi, delle spese del City. Serve una precisazione per leggere più correttamente queste cifre. Il City è stato acquistato dalla nuova proprietà nel 2008, le sessioni di calciomercato che vanno dal 2003 al 2007 presentavano un saldo attivo attorno ai 14 milioni di sterline. L’esborso del fondo è superiore al miliardo di sterline. Più di 730 milioni, il disavanzo tra acquisti e cessioni. Insomma, trattasi di cifre astronomiche, che, tuttavia, nel giro di un decennio il Manchester United potrebbe addirittura superare.

Leicester City: Kasper Schmeichel (0), Danny Simpson (2), Robert Huth (3), Wes Morgan (0), Christian Fuchs (0), N’Golo Kante (5,6), Daniel Drinkwater (0), Marc Albrighton (0), Riyad Mahrez (0,75), Shinjy Okazaki (7), Jamie Vardy (1).

Possiamo dire, senza ricerche, che questo è l’undici titolare meno costoso di una squadra leader in Premier League (al 7 di febbraio), degli ultimi dieci anni. Probabilmente di più, ma per evitare di essere smentiti, manteniamo il campione sull’ultimo decennio. Poco più di 19 milioni spesi per la squadra dei miracoli.


I quattro dell'Ave Maria festeggiano l'1-3. La non sempre ineccepibile difesa del Leicester. Da sinistra: Fuchs, Simpson, Huth e Morgan
I quattro dell’Ave Maria festeggiano l’1-3. La non sempre ineccepibile difesa del Leicester. Da sinistra: Fuchs, Simpson, Huth e Morgan

A dir la verità, il Leicester quest’anno ha investito ben £35,1m di sterline. Per far capire l’eccezionalità della cosa, il totale delle ultime 8 stagione dei Foxes riservato agli acquisti si attesta attorno ai 34 milioni di sterline.
Le cessioni, tuttavia, hanno fatto attestare l’esborso della società di Ranieri attorno alle 29 milioni di sterline. Una cifra considerevole per il club. La forza del tecnico romano, non sta tuttavia nell’aver convinto la società a spendere quest’estate, ma nell’aver rilanciato le carriere di chi al Leicester militava da anni.

Della squadra capolista, solo Fuchs, Kante, Okazaki e Huth sono arrivati nel 2015/2016. Amartey, Benalouane e Inler, giocatori per il quali sono state spese più di 15 milioni di sterline, vedono raramente il campo.

Sono le plusvalenze fatte con i Vardy, i Drinkwater, i Mahrez ad aver reso già incredibile l’esperienza di Claudio Ranieri.

Il mercato 2015/2016 delle Foxes. Ranieri ha convinto la società a investire fortemente. I veri colpi, tuttavia, erano già in rosa
Il mercato 2015/2016 delle Foxes. Ranieri ha convinto la società a investire fortemente. I veri colpi, tuttavia, erano già in rosa

Prendiamo ad esempio Vardy e Mahrez, i due mattatori delle Foxes. I loro costo totale è stato di £1,750,000. Tralasciamo il fatto che questo sia stato “spalmato” nel corso delle passate stagioni in cui sono stati impiegati, Vardy ha portato il Leicester in Premier, e grazie a Mahrez la squadra del centro dell’Inghilterra si è salvata nel 2014-2015. I due hanno realizzato al momento 32 reti in campionato, 18 l’inglese, 14 l’algerino.

Il rapporto soldi spesi/ reti segnate è semplicemente incredibile. Un gol ogni £54.687,5, una cifra che andrebbe di lusso a una qualsiasi squadra di Championship, figuriamoci per uno dei principali campionati europei.
Per cercare un dato simile, prendo Messi e Suarez come campione (chi può affermare, d’altra parte, di sapere esattamente quanto è stato pagato Neymar?). Consideriamo Messi un parametro zero, non valutando i costi di formazione di una canterano del Barcellona, e il cartellino di Suarez, £65,000,000.

I due hanno segnato in campionato un totale di 32 reti (12 Messi, 20 Suarez). Un gol ogni £2.031.250. Una media formidabile, che migliora se consideriamo anche le reti nelle coppe che portano a un totale di 24 per Messi e 36 per il pistolero. Un gol ogni £1.083.333. Una media spaventosa, eppure nemmeno avvicinabile a quella della coppia del Leicester.

Per avvicinarci a questa cifra dobbiamo andare realmente in Serie B, quella italiana. La coppia Lapadula-Caprari ha realizzato 24 reti, ed è costata in totale 1,75 milioni di euro (£1,346m). La loro media esborso/gol è di £56.083, circa 1400 sterline in più a gol rispetto alla coppia del Leicester. Il punto è che Lapadula e Caprari stanno facendo benissimo nella Serie B italiana, e forse porteranno la squadra di Oddo alla promozione, mentre Vardy e Mahrez stanno facendo, addirittura meglio, nel campionato più duro e costoso del mondo!

Insomma, tutte queste cifre per dire che… nel calcio, non sempre contano i numeri! Di tanto in tanto, le imprese di un gruppo possono travalicare ogni legge, economica o di blasone che sia.

Nella speranza che il miracolo avvenga (tra le altre cose, quale obiettivo quantifichiamo come miracolo per il Leicester? Champions? Scudetto? Europa League? Si potrebbero scrivere migliaia di parole solo su questo) continuiamo a goderci l’impresa della squadra low-cost nella lega calcistica più ricca e dissoluta del mondo.

Foto tratte dal web.
Dati forniti da totalsportek e transferleague.co.uk. Per il costo di Lapadula e Caprari utilizzata come fonte transfmarkt.it