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Mosaico mediorientale

Il Medio Oriente è ormai da anni coinvolto in una transizione politica epocale, provocata e accompagnata da un costante intervento politico, economico e militare straniero. Per questo, la regione è divenuta l’area dove si sfogano i principali contrasti geopolitici contemporanei.
Ogni potenza regionale e molte potenze globali stanno cercando di ridisegnare a proprio vantaggio il futuro assetto della regione.
Ogni tentativo di chiarimento di una delle situazioni politicamente più complesse dello scacchiere globale non può che provocare automaticamente una semplificazione del quadro delle parti in lotta (ognuna delle quali propugna una particolarissima visione politica, internazionale e talvolta anche economica). Tenteremo comunque l’impresa.

 

I conflitti principali in corso sono quattro: le guerre civili in Siria e iraq, tra loro interconnesse (e largamente conosciute dall’opinione pubblica), la guerra civile in Libia e la guerra civile in Yemen.
Queste quattro guerre civili vedono l’intervento diretto di forze armate di altri stati, e almeno in due casi (Libia e Yemen) l’intervento straniero diretto è stato alla base della degenerazione del conflitto in un conflitto su larga scala.
A queste guerre si somma il conflitto, congelato ma mai risolto, tra Israele e Palestina.

 

In Siria la violenza del conflitto si può almeno in parte spiegare con il contrasto tra le differenti visioni su come gestire la transizione ad un regime di altro tipo. Sulla sopravvivenza politica di Bashar al-Assad sembrano in realtà concordare tutte le principali forze in campo. Anche la Russia, principale alleato di al-Assad, nel 2015 e ancora nel 2016 ha aperto all’eventualità di un voto libero dopo la risoluzione della guerra.
La questione della direzione del conflitto rimane però irrisolta. Se Russia e Iran (e con loro la milizia sciita libanese di Hezbollah) appoggiano Assad come unica forza in grado di poter ristabilire l’ordine nel paese, la coalizione della NATO si appoggia alla galassia delle formazioni ribelli. In particolare, i maggiori alleati degli USA e dell’Unione Europea sono al momento l’Esercito Siriano Libero, i peshmerga curdi iracheni (già alleati contro Saddam Hussein nel 2003) le forze curde dello YPG.
Oltre allo scontro diretto USA-URSS per determinare l’influenza futura sulla Siria, un terzo attore fondamentale è costituito dalla Turchia. Erdogan, dopo aver appoggiato varie formazioni islamiste di opposizione al regime, dal 2016 intraprende con esse operazioni militari su vasta scala.
La posizione della Turchia è molto particolare. I rapporti con il regime siriano non sono mai stati buoni, ed Erdogan vuole sfruttare la situazione per cercare di imporre una clausola turca sul futuro governo. Ma soprattutto, Erdogan sta cogliendo l’occasione della guerra per colpire con estrema durezza i guerriglieri curdi dentro e fuori il paese, rafforzatisi dopo la vittoria di Kobane sul Daesh e prima ancora a seguito del collasso dell’esercito iracheno nel 2003 e nel 2013.

 

È difficile prevedere come si evolverà il conflitto siriano. La Russia sta facendo di tutto per mantenere la propria influenza su quello che è un alleato storico, e ha tutto da perdere nel caso la situazione cambi radicalmente.
Gli Stati Uniti, e in misura minore la Francia, vogliono invece eliminare il Daesh e allo stesso tempo al-Assad, anche per togliere alla Russia il suo unico, storico sbocco nel Mediterraneo.
La Turchia cerca invece di muoversi autonomamente, approfittando della guerra per risolvere brutalmente la questione dell’opposizione curda e forse per instaurare un governo amico, aumentando la propria influenza nell’area.
Le coalizioni in campo potrebbero trovare un accordo instaurando un governo dotato di poteri molto deboli, creando una nazione siriana debole che possa essere terreno proficuo per la speculazione economica. E questa soluzione andrebbe bene anche ai numerosi attori regionali e locali coinvolti (Israele, Giordania, Iraq e al popolo curdo).
Non è detto che, vista l’importanza della posta in gioco, le tensioni politiche del dopoguerra possano sfociare in un nuovo conflitto armato, rendendo la Siria un nuovo Libano.

 

In Iraq, l’uscita di scena degli Stati Uniti nel 2011-2012 ha aperto le porte all’avanzata del Daesh nel 2013. Il governo iracheno sciita, corrotto e inefficiente, è dovuto ricorrere al consistente sostegno iraniano per poter far fronte all’offensiva dell’ISIS, che nel giugno del 2014 era arrivato a 90 km da Baghdad.
Da allora, l’Iran sta ponendo solide basi di collaborazione militare, economica e politica con l’Iraq, e la lotta comune contro il Daesh è stato il fattore determinante del riavvicinamento tra Iran e USA. Obama, cercando in tutti i modi di non coinvolgere gli Stati Uniti in una nuova occupazione dell’Iraq, ha preferito passare le insegne all’Iran, annullando le precedenti sanzioni e gettando le basi per una futura collaborazione.
Il disegno, per ora, ha funzionato. L’Iraq che uscirà dalla guerra sarà un paese devastato da più di quindici anni di distruzioni. Una nazione debole e divisa, che finirà probabilmente sotto l’ombrello iraniano. Ma non è detto che l’amministrazione Trump decida di limitare il potere iraniano nell’area, tornando ai vecchi progetti egemonici che hanno provocato le attuali rovine.

 

L’intervento saudita in Yemen, anche se apparentemente scollegato dagli altri conflitti dell’area, è invece frutto di quegli stessi contrasti. L’Arabia Saudita è terrorizzata dalla proiezione strategica iraniana, e sta cambiando volto rapidamente. Con una serie di riforme interne, la monarchia saudita sta cercando di elevarsi agli occhi dell’opinione pubblica internazionale (cercando di superare l’immagine di un regime autoritario e discriminatorio), e di sopire i gravi contrasti sociali che si stanno profilando al proprio interno.
In politica estera, la paura verso un ritorno di fiamma iraniano (e quindi sciita) nell’area, e di un’egemonia iraniana nel Golfo Persico, si è tramutata in un attivismo senza precedenti.
L’Arabia Saudita ha stroncato la sollevazione sciita in Bahrain nel 2011, strascico della Primavera Araba, con il tacito assenso occidentale.
Ha provocato nel 2015 una vera e propria guerra petrolifera, vendendo il greggio a prezzi stracciati (contravvenendo alle prescrizioni dell’OPEC) per danneggiare Russia e Iran (e, indirettamente, le politiche ecologiste di Obama), e per far valere la propria voce a livello globale.
La rivolta della minoranza sciita in Yemen, con il rovesciamento del governo sunnita ha poi dato il pretesto all’Arabia Saudita per intervenire militarmente. Il conflitto si è ben presto trasformato in un’altra “guerra per procura”, con una fazione sciita separatista appoggiata dall’Iran e da Hezbollah, e una fazione sunnita guidata dall’Arabia Saudita.
Il conflitto dello Yemen, che ha provocato più morti della Guerra Civile Ucraina, è ben lontano dall’essere risolto, ed è finora costato una cifra impressionante all’Arabia Saudita (quasi 82 miliardi di dollari di spesa militare nel 2015, pari a oltre il 12% del suo PIL). È probabile che l’Arabia Saudita esca vincitrice da questi conflitti, ma a un costo economico e sociale davvero imponente.

 

Infine in Libia la guerra civile provocata nel 2011 dalle sollevazioni popolari contro Gheddafi e dall’intervento militare anglo-francese potrebbe essere ad un punto di svolta. Le forze islamiste hanno ormai segnato il passo, e il governo laico della Cirenaica, appoggiato da Francia ed Egitto (e che gode delle simpatie dell’Italia), è in diretta competizione con il Governo di Accordo Nazionale, istituito sotto la guida dell’ONU e sostenuto da USA e Turchia.
L’Italia, che ha gradualmente assunto un ruolo guida nella gestione del conflitto, svolge un’importante opera di mediazione tra il generale Khalifa Bashar Haftar del governo di Tobruk e il primo ministro Fayez al Sarraj. Il colloquio tra i due, il 4 maggio scorso, è stato positivo, ma le difficoltà politiche e militari rimangono. Qui, la posizione italiana è delicata, e l’intervento militare italiano, stimato a inizio 2017 intorno ai 300 militari sul campo, rischia di allargarsi.
All’Italia spetterà probabilmente anche il ruolo di gestione della delicatissima fase postbellica, e i governi italiani dovranno dimostrare di disporre della lungimiranza e della consistenza politica necessari a portare avanti un serio processo di pacificazione.

La Libia oggi

La riapertura dell’ambasciata italiana in Libia, per il momento la prima ed unica occidentale, è stata ritenuta dal governo di Tobruk un atto di aggressione militare. Nel paese, infatti, si respira oggi un’aria molto tesa. I miliziani del governo islamista non riconosciuto di Tripoli, ostili al legittimo Governo di accordo nazionale, guidato da Fayez al-Sarraj e sostenuto dalle Nazioni Unite, hanno assalito i ministeri della Difesa, della Giustizia e dell’Economia, prendendone il controllo. In seguito, un portavoce del governo di Serraj, ha tuttavia dichiarato che il tentativo di occupare i ministeri sarebbe in verità fallito. La situazione resta però poco limpida e mette in luce la fragilità del Governo di accordo nazionale, nonostante questi sia fortemente supportato dalla Comunità internazionale.

Il quadro della Libia, attualmente una vera e propria polveriera, è tale da poter precipitare da un momento all’altro in una guerra o comunque in gravi disordini pubblici. La Libia, dalla morte di Gheddafi in poi, sembrerebbe essere diventata ingovernabile. E l’Italia ne è probabilmente oggi la prima vittima.

In epoca coloniale, la Libia, fu definita da Salvemini “lo scatolone di sabbia”, in quanto convinto che tale conquista non avrebbe apportato alla nazione nessun beneficio. Ai giorni nostri la Libia parrebbe portare all’Italia solo preoccupazioni.

Ad allarmare Sarraj ed il suo alleato italiano è la minaccia che viene da est, vale a dire da Bengasi e da Tobruk (sede di un parlamento non riconosciuto dalla Comunità internazionale), dove un’altra Libia è saldamente governata dal generale Khalifa Haftar. È lui oggi il vero uomo forte della nazione. Haftar, che nei mesi passati aveva occupato i pozzi petroliferi dell’est, gode, infatti, del sostegno dell’Egitto, della Turchia e della Russia.

Sono di pochi giorni fa le immagini di Haftar che sale a bordo della portaerei russa, a largo delle coste libiche, in segno di ospitalità nei confronti del Cremlino, considerato amico e protettore. Tuttavia, gli analisti internazionali ritengono che Haftar, nonostante possa essere considerato un uomo influente, forse non lo sarebbe abbastanza per poter conquistare, oltre ad un pezzo di Cirenaica, tutta la Libia. È evidente dunque, nel panorama politico libico, la mancanza di un uomo forte quale era Gheddafi che, nonostante tutti i suoi limiti, aveva, per così dire, tenuto insieme la baracca.

Immaginare che il governo di Sarraj, voluto dall’ONU e appoggiato anche dall’Italia, possa stabilizzare la situazione in Libia è una scommessa azzardata. In effetti, il Governo di accordo nazionale non sembrerebbe controllare neanche Tripoli. Allo stesso tempo però non parrebbe opportuno per l’Italia opporsi a Sarraj, nonostante si renda sempre più necessario trovargli, in tempi brevi, una qualche alternativa un po’ più solida. L’Italia, anche se conscia della debolezza del governo di Sarraj, lo sostiene fermamente. Il nostro paese sta percorrendo la strada tracciata dagli USA e dalle Nazioni Unite, ovvero quella di aderire agli accordi di Skhirat, i quali hanno sancito la legittimità del governo di Tripoli. Probabilmente però, ora che Obama ha lasciato la Casa Bianca, l’Italia rischierà di rimanere isolata nel percorrere questa via.

Già l’intervento militare del 2011 segnò una significativa svolta nel destino della Libia. Diede, infatti, il via ad un processo di separazione tra Tripolitania e Cirenaica. Queste due regioni furono messe insieme, negli anni Trenta, proprio dal colonialismo italiano e, successivamente, furono unificate dagli inglesi nel mandato postcoloniale con l’instaurazione della monarchia dei Senussi. Ciononostante, tale famiglia reale, originaria della Cirenaica, a causa della poca influenza che aveva sulle altre due regioni della Libia (Tripolitania e Fezzan), ebbe grosse difficoltà ad affermare la propria autorità sull’intero territorio libico. Per comprendere a fondo quanto poco fossero connessi tra loro i popoli delle tre regioni storiche, si pensi che il re, al momento della proclamazione dell’unita della Libia, affermò pubblicamente di non aver mai intrattenuto rapporti con persone di Tripoli.

Oggi si sta di fatto assistendo alla separazione delle due grandi regioni strategiche del paese. Probabilmente, l’unico modo per interrompere un simile processo, è quello di trovare nuove strade di mediazione tra le due aree. Nondimeno, mentre la Cirenaica, pur se con grandi difficoltà, sta acquisendo una sua identità e quindi una sua affermazione sul territorio, la Tripolitania, dove l’Italia ha attualmente i suoi interessi, è ancora un territorio quasi anarchico.

La campagna militare del 2011 fu guidata dalla Francia e dall’Inghilterra con il sostegno degli USA. Diversi analisti di politica mondiale sostengono che l’Italia sbagliò allora a non opporsi a tale intervento. L’Italia, affermano, in questo momento dovrebbe cercare, attraverso la mediazione con la Russia, di conquistarsi le simpatie di Haftar, proprio per non correre il rischio di trovarsi in qualche modo spiazzata in futuro sul fronte della Cirenaica.

Il ministro dell’Interno Minniti, al fine di arrestare l’ondata migratoria che sta colpendo l’Italia, si è recentemente recato in Libia con l’intento di avviare le trattative con il presidente Sarraj per un nuovo accordo sui rimpatri. Tutto ciò servirebbe a ben poco, in quanto i traffici, avendo la loro origine a Sabrata, non sono sotto il controllo del governo di Tripoli, bensì delle milizie e delle bande militari ostili al Governo di accordo nazionale. Purtroppo tali movimenti sono sotto il giogo anche dei militari che dovrebbero essere sotto la guida di Sarraj, ma che di fatto godono di piena autonomia decisionale.  Questo presunto accordo, che parrebbe essere meramente mediatico, è a dire il vero un tentativo di fissare dei paletti giuridici come argine dell’ondata migratoria. La realtà è che l’Italia da sola non è in grado di fronteggiare un tale fenomeno. Senza l’appoggio dell’Europa l’Italia è sola. Pertanto sarebbe opportuno porre questo problema in prima istanza ai piani alti di Bruxelles.

La questione del traffico dei migranti non assume più un risvolto esclusivamente umanitario, ma anche di sicurezza nazionale ed internazionale. Si sta, di fatto, assistendo ad una guerra alle frontiere dell’Italia ed dell’Unione europea..

Molti analisti ritengono che i dittatori, nonostante non siano mai un bene per la propria nazione, a volte possano comunque rappresentare un male minore. Nel caso libico, ad esempio, Gheddafi ha certamente avuto il merito di tenere unito il paese. Paradossalmente, forse, sarebbe stato meglio mantenere in vita il regime di Gheddafi piuttosto che dare spazio a qualunque altra soluzione si sia prospettata poi successivamente alla sua caduta. L’elemento cruciale, per poter analizzare correttamente simili fenomeni, non sembrerebbe essere, infatti, far cadere o meno un dittatore, ma cosa fare una volta che questo sia caduto. Venuto giù Gheddafi, infatti, tutti si sono illusi che la Libia si sarebbe mantenuta come una singola entità statuale. Nessuno, o quasi, aveva tenuto in considerazione il fatto che la Tripolitania e la Cirenaica fossero due regioni storiche, entrambe custodi di una fortissima identità culturale e sociale. A dimostrazione di quanto detto, è opportuno citare l’ambasciatore britannico a Tripoli, Peter Millet, il quale, in un audizione alla Camera dei Lord, ad una domanda sull’esistenza o meno di un’identità nazionale in Libia, rispose che in Libia esistono quali dimensioni aggregative solamente la famiglia, la tribù ed eventualmente la città di appartenenza. Non la nazione.

Questa è la realtà della Libia e l’Italia, questa realtà, la conosce da tempo. Su questa tematica, infatti, un grande del giornalismo italiano, Igor Man, ha molto indagato ed ha molto scritto. Persino le grandi imprese italiane de localizzate in Libia (la FIAT su tutte), sapevano perfettamente quanto fosse critica al riguardo la situazione in Libia.

La creazione della Libia di Gheddafi fu un capolavoro della diplomazia italiana. Fu il genio democristiano ad escogitare questa “toppa”, che non fu mai stata digerita né dagli USA, né dalla Francia, né da molte altre potenze europee che hanno sempre considerato questo “colpo italiano” un ostacolo alla possibilità di controllare direttamente quell’area nordafricana.

Oggi, purtroppo, l’Italia è fuori dai giochi. La vox clamantis di Berlusconi, che si oppose al bombardamento del 2011, si schierò contro chi volle agire a muso duro contro il regime di Gheddafi. Ed all’epoca, il muso dure, fu tenuto soprattutto dagli USA, con una convinta Hillary Clinton in cabina di regia. Ciò lasciava presagire quale sarebbe stata la sua politica internazionale di una sua futura presidenza degli Stati Uniti d’America.

Con l’avvento di Trump alla Casa Bianca, invece, si può ipotizzare un diverso atteggiamento della politica estera degli States. La Libia gode da sempre di una minore attenzione, da parte degli USA, rispetto al quadrante mediorientale ed è perciò plausibile che il tycoon appalti a Putin la politica di stabilizzazione del Nord Africa e del Medio Oriente.

Questo, si potrà realizzare solo fino a quando la Russia manterrà vivi gli interessi in quell’area del globo. Interessi per i rapporti commerciali con la Libia e per le basi militari che potrebbe ottenere tra l’Egitto e la stessa Libia. Mosca, inoltre, da qualche anno a questa parte, di fatto controlla, assieme all’Iran, gran parte del Medio Oriente. Ciò in quanto il Cremlino ha stretto una serie di alleanze strategiche, con paesi come l’Iran, la Siria e l’Iraq, alle quali si è aggiunta quella con l’Egitto di al-Sisi. Egitto che allo stesso tempo ha a sua volta costituito un asse con la Siria.

Quanto è accaduto nell’ultimo periodo in Libia ha dimostrato che non è sufficiente bombardare quell’area geografica per unire la nazione. Senza un esercito sul terreno, non ci sarà mai una Libia unita. Lo stesso Haftar, inoltre, possiede un vero e proprio esercito. Nonostante venga comunemente chiamato esercito nazionale, non ha ancora assunto le caratteristiche per potersi definire tale. Ma allora chi potrebbe far scendere in campo le proprie truppe per dirimere questo intricato scenario? Gran parte degli opinionisti che si occupano di relazioni internazionali pensano agli egiziani. Invero, gli egiziani sono gli unici che in quell’area hanno un vero e proprio esercito.

Inoltre, l’Egitto, è fortemente interessato alle sorti della Libia. In Russia sostengono da tempo questa teoria. Al-Sisi starebbe per ottenere l’obiettivo che aveva in mente da tempo, ossia costruire per l’Egitto una profondità strategica in Libia che arrivi quasi fino a Tobruk. Insomma, il Generale egiziano, vorrebbe ottenere una fascia di sicurezza sui confini della propria nazione. Questo è ciò che più temeva Gheddafi, ovvero che il grande Egitto, paese popoloso e potente, avrebbe potuto un giorno posare gli occhi sulla Libia

Molti analisti di politica internazionale ritengono dunque che un’alleanza tra la Russia e l’Egitto potrebbe portare alla soluzione della questione libica.

Libia – L’Italia è in guerra

La guerra in Libia è ormai iniziata, anche se la maggior parte dei cittadini non se ne è accorta o intelligentemente non è stata informata. Con una tecnica al limite tra il No Decision Making e l’imposizione delle priorità dell’Agenda Setting, il Governo Renzi ha spostato l’attenzione sul tema delle Unioni Civili. D’altronde a guidare l’opposizione al provvedimento c’erano personaggi come Mario Adinolfi, legati al partito di maggioranza relativa e molti finanziatori delle fondazioni legate al Premier.

Tale tecnica è stata utile a distogliere l’attenzione da ciò che avveniva a quattrocento chilometri dalle coste italiane. La Libia, terra che è composta da tre macro aree, negli ultimi tempi è stata oggetto di un crescente dinamismo anglo francese, che già di questi tempi operano in un contesto puramente militare e in cui la diplomazia è ormai rappresentata da Esperti Strategici e capi fazione o tribù. Questo anche per via dell’appartenenza tribale delle popolazioni e degli schieramenti nel quadro libico, che rende il paese un tempo di Gheddafi simile ad altri contesti geopolitici delicati. A ciò va aggiunta la grande ricchezza di materie prime della terra nord africana, il che rende più allettante della propagandistica lotta all’Islamic State l’impiego di uomini e mezzi. Questo lo sapeva ai tempi anche Nicolas Sarkozy, che nel quadro di delegittimazione dell’ultimo governo italiano eletto, partì con bombardamenti incessanti su Tripoli allo scopo di abbattere il regime islamico aiutando i ribelli, questi ultimi ormai capi delle fazioni locali di Is e AlQaida.

A gestire la situazione per aggirare il divieto di Guerra imposto dalla Costituzione della Repubblica Italiana sarà l’Aise ossia il nostro apparato di sicurezza segreto. Il decreto adottato da Matteo Renzi – scrive il Corriere della Sera – definisce le modalità operative e la linea di comando di quanto già definito, a livello legislativo, nel decreto missioni dello scorso anno: i nostri militari di unità speciali, per missioni speciali decise e coordinate da Palazzo Chigi, avranno le garanzie funzionali degli 007 (ovviamente nella cornice della loro missione) dunque licenza di uccidere e impunità per eventuali reati commessi.

Una cinquantina di incursori del Col Moschin dovrebbero partire nelle prossime ore. Si andranno ad aggiungere alle unità speciali di altri Paesi, Francia, Inghilterra e Stati Uniti, che già da alcune settimane raccolgono informazioni e compiono azioni riservate in Libia.

I nostri militari troveranno informazioni e ausilio da parte di tre team, da 12 persone ciascuno, dei nostri servizi, che già da tempo operano a Tripoli e in altre zone del territorio libico.Il decreto adottato da Renzi disciplina i rapporti di collaborazione fra Aise e forze speciali della Difesa. Prevede che il capo del governo — si legge nella relazione illustrativa — nelle situazioni di crisi all’estero che richiedono provvedimenti eccezionali ed urgenti «può autorizzare», avvalendosi del Dis, il nostro servizio segreto per l’estero, l’Aise ad avvalersi dei corpi speciali delle nostre Forze armate.

Il Dis, il Dipartimento per le informazioni della sicurezza, diretto da Giampiero Massolo, risponde al sottosegretario che ha la delega sui servizi, Marco Minniti e al capo del governo. In sostanza sarà direttamente Palazzo Chigi a decidere, pianificare e controllare missioni delle nostre forze speciali in territorio libico.

Si legge all’articolo 2 del Dpcm del 10 febbraio: «Nelle situazioni di crisi e di emergenza che richiedono l’attuazione di provvedimenti eccezionali e urgenti il presidente del Consiglio, previa attivazione di ogni misura preliminare ritenuta opportuna, può autorizzare, avvalendosi del Dis, l’Aise, ad adottare misure di intelligence e di contrasto anche con la cooperazione tecnica operativa fornita dalle forze speciali della Difesa con i conseguenti assetti di supporto della Difesa stessa».

L’Aise risponde al presidente del Consiglio dei ministri e informa, tempestivamente e con continuità, il ministro della Difesa, il ministro degli Affari Esteri e il ministro dell’Interno per le materie di competenza. Sembra confermato, al momento, l’entità della partecipazione ad un’eventuale missione di peace enforcement con i nostri alleati, quando si formerà un governo libico e chiederà formalmente un intervento: dovrebbero essere tremila militari, come già scritto dal Corriere; ieri è filtrato che in prima linea ci saranno i reggimenti San Marco e Tuscania. In questo caso però, a differenza che per l’invio di unità speciali in base al decreto varato il 10 febbraio, ci vorrà un’autorizzazione del Parlamento. Delle missioni di unità speciali eventualmente disposte dal premier, il Parlamento verrà informato con atti scritti e secretati, tramite il Copasir, il Comitato per il controllo parlamentare sui nostri servizi segreti.
Il problema di tale soluzione tecnica non risiede nella preparazione dell’Aise, dove sono stanziati i migliori uomini di cui la Repubblica Italiana disponga, bensì nella convinzione che una volta formatosi un Governo Libico le sue milizie saranno in grado di vincere con il solo ausilio di alcune forze speciali. La Siria insegna che è impossibile vincere in contesti frastagliati senza una forte presenza di truppe di terra.
Questo perché come rilevato da Mario Lizza e dal Label del Pentagono nel 2009 si assiste sempre di più a un slumizzazione oltre che del limes nell’urbanizzione e nelle visioni economiche di esso, anche nei conflitti.

Così vedrete che l’associazione Articolo 21, posta a difesa della Costituzione non si accorgerà di nulla così come i grandi giornali italiani. D’altronde la guerra è scomoda elettoralmente e a un popolo come quello italiano, cresciuto nella retorica della pace perpetua, non potrà mai esser gradita. Ma, essa è appena cominciata e il suo epilogo di sangue e risultati è quantomai incerto.