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Londra fa chiudere il Fabric, la sua anima

Quando il punk, superstite del rock, cessò di avere una vena alternativa e si proclamò a megafono delle major e di ogni argomento alla moda, non rimase che il mondo dei rave per i giovani inglesi. Rave veri, non come quei raduni nostrani per soli tossici o per figli di papà, che in realtà per ogni cognome assumono una pasticca. Così come accaduto per le terrace e il movimento delle firm calcistiche, anche gli adepti Rave però dovettero trovare nuovi spazi di espressione, laddove il Governo Britannico li osteggiava a colpi di leggi e divieti.

In quel contesto nacque uno dei luoghi simbolo di Londra e della scena mondiale ossia il Fabric. Non nacque sotto gli auspici migliori. Infatti, nello stesso periodo a Londra aprì nel West End, un club che si chiamava Home, il quale per farsi conoscere mise immediatamente a suonare Paul Oakenfold e Danny Rampling. Nomi leggendari, già in voga all’epoca a cui il Fabric rispose con Terry Francis e Craig Richards. Oggi anch’essi colonne portanti e storiche della scena, ma che all’epoca null’altro erano se non gli amici dei fondatori del club.

Il club Fabric nacque in un clima di persecuzione per ogni forma di aggregazione da parte dell’allora governo Blair. All’incirca come quel che sta avvenendo in Italia negli ultimi cinque anni, il Cocoricò è il caso più emblematico. Innanzitutto come saprà chiunque ci abbia ballato almeno una volta nella sua vita, la caratteristica migliore dell’impianto del Fabric è sempre stata la dedizione e maniacale attenzione affinché la musica ne fosse protagonista. Questo nei club avviene solamente allorché ci si concentra nell’impianto audio. Infatti, il Fabric possiede, oltre all’impianto standard, 400 trasduttori per i bassi piazzati sotto il pavimento. La sensazione è di di legare il proprio ritmo cardiaco a quello dei bassi.

La qualità della programmazione del Fabric è qualcosa di unico nella scena londinese. L’attenzione per i dettagli e non per i soli nomi è stato qualcosa di irripetuto in Europa. Al Fabric anche i grandi nomi sono stati chiamati per quello che sapevano trasmettere e non per il brand che ormai definiscono alcuni dj’s. Ciò ha fatto in modo che John Peel accettasse di suonare all’interno del club, rimanendone per una volta estasiato. John Peel al pubblico neofita è sconosciuto, ma nella realtà internazionale e specialmente britannica rappresenta quel che Hegel ha rappresentato nella filosofia tedesca per secoli. John Pee, è stato un giornalista, conduttore radiofonico e disc jockey britannico.

È stato una delle voci storiche della BBC dal 1967 fino alla sua morte, avvenuta per infarto del miocardio mentre si trovava in vacanza lavorativa in Perù. La sua influenza nella musica contemporane è testimoniata dagli onori dedicatigli dopo la sua morte da artisti di livello mondiale (Blur, Oasis, The Cure, New Order) e dalla fama raggiunta dal suo programma principale, le “John Peel Sessions”, in cui ospitava una band per un’esibizione esclusiva di quattro canzoni del loro repertorio. Molti artisti ritengono il loro passaggio da John Peel come un’importante punto di svolta della loro carriera. Tra questi si ricordano Peter Hammill, T. Rex, David Bowie, The Faces, Sex Pistols, The Slits, Siouxsie and the Banshees, Pink Floyd, The Clash, Napalm Death, Carcass, Buzzcocks, Gary Numan, The Cure, Joy Division, Nirvana, The Wedding Present, Def Leppard, Pulp, Ash, Orbital, The Smiths, The White Stripes, PJ Harvey Misty in Roots e Uzeda.

Altra caratteristica del Fabric è stata quella del rifiuto di seguire le mode. Qunado il mondo guardava a Berlino, il che a Roma faceva abbastanza ridere vista l’assenza di fabbriche, Londra restava se stessa. E i tempi e modi di essere li batteva il Fabric. Una dimostrazione palese ne è il fatto che riescano a sostenere ancora un’etichetta discografica di successo basata soltanto sui CD , venduti in scatole da sigari.

Ciò nonostante è arrivata nella capitale mondiale della cocaina la scelta di far chiudere il Fabric. Il consiglio municipale di Islington, una delle municipalità di Londra dove risiede il club, ha sancito la chiusura del leggendario locale che secondo quanto deliberato non potrà continuare ad avere la licenza. Nel documento si fa riferimento, in particolare, a due episodi avvenuti tra il 25 giugno al 6 agosto scorso, quando due 18enni sono morti dopo aver acquistato e assunto MDMA e altre droghe all’interno del Fabric. Tra i motivi che hanno portato alla revoca della licenza anche quelli secondo il quale il personale del locale, oltre a essere a conoscenza delle grandi quantità di sostanze illegali che circolavano nel locale, non sarebbero intervenutioin maniera adeguata durante i soccorsi. Dopo questi due decessi, la proprietà e la gestione del Fabric aveva deciso di chiudere per un weekend in modo da agevolare le indagini degli inquirenti. Il Fabric ha sempre tenuto una politica di controllo degli ingressi molto severa, addirittura con metal detector e perquisizoni anti-terrorismo negli ultimi mesi. Il che, se si pensa alla sicurezza negli altri club europei da molto da pensare.

Quanto detto sopra non significa che l’ecstasy sia ormai una piaga. In questi anni i casi di morte per ecstasy (o MDMA) nel Regno Unito sono aumentati e la riprova ne è che nel 2010 i morti dopo aver assunto ecstasy erano stati otto, mentre nel 2014 si sono registrati cinquanta decessi. Ad agosto, per esempio, la rivista Mixmag ha iniziato una campagna per il consumo ridotto di MDMA con lo slogan “Don’t be daft, start with a half“, che significa “Non essere sciocco, inizia con mezza”. Ma, contrariamente all’opinione della polizia, per cui la discoteca è un «rifugio per il rifornimento e il consumo di droga», per i gestori il Fabric è sempre stato un esempio per quanto riguarda la sicurezza, le persone sospettate di spaccio sono sempre state consegnate alla polizia e la droga trovata sempre confiscata.

Ora sarà importante mantenere in piedi lo spirito del fabriclondon, il quale venne aperto come risposta alla scena club di fine anni Novanta. Esso ha rappresentato un modo di essere e vivere la musica ai tempi infausti di Skrillex, Steve Aoki e Afrojack. Un modo di essere e vivere la musica, il cui testimone farà del bene se preso da chi non vuol fare rave o club alla moda, ma vivere per lo stesso spirito di fine anni novanta. Quando il rock era ormai morto. Anche se ora a rischiare di morire è la club culture.

Carney – L’uomo che sfida la Brexit

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Road to Premier League

Sotto sotto lo sappiamo tutti. L’ubriacatura generale da favola (o meglio dire, fiaba, a meno che non abbiamo tutti immaginato Claudio Ranieri essere una volpe) ha aiutato a mascherare la delusione per una Premier League che ha visto affondare una dopo l’altra tutte le candidate al titolo e che ha di conseguenza lasciato il palcoscenico alla sorpresa Tottenham e al sorpresone Leicester, che ci hanno appassionato settimana dopo settimana, tra retorica su Davidi, Golii e compagni, ipotesi di drammi sportivi e la festa finale a cui ci siamo volentieri imbucati, come quando il compagno di classe del terzo banco si comprava per primo la nuova Playstation e si andava da lui a giocare finché non arrivava il proprio compleanno o Natale per poter averne una propria e rispedire l’ormai ex amico nella ignore list.

E in terra d’Albione Natale è arrivato, sottoforma di sterline gentilmente messe sul piatto dal nuovo contratto dei diritti televisivi: 7 miliardi da dividere in modo piuttosto equilibrato per i prossimi tre anni, soldi che i nostri DS non sono abituati a maneggiare neanche a Football Manager e che hanno portato e che porteranno una paccata di giocatori fisiologicamente sovrapagati rispetto ai valori europei (se so che hai tanti soldi, non vedo perché non dovrei chiedertene di meno). Con loro, un roster di tecnici con uno starpower forse mai visto tutto insieme da queste parti: pensare a un campionato in cui si incontreranno Pep Guardiola, José Mourinho, Jürgen Klopp, Antonio Conte e Mauricio Pochettino, oltre ad Arsène Wenger, all’ennesima stagione da confermato senza un evidente perché, agli italiani (facciamo finta che sia un plus e non un minus, d’altronde la Premier è la lega dei lustrini) Ranieri, Mazzarri e Guidolin, a Slaven Bilić e Ronald Koeman, al never-relegated man Tony Pulis e alla new sensation Eddie Howe è roba da stropicciarsi ripetutamente gli occhi e poi andare a prendere l’acido borico per poter essere in grado di mettersi davanti alla televisione e assistere allo spettacolo.

Dopo una stagione come la scorsa, ci si aspetta (o quantomeno si spera in) un mucchione, con 5-6 squadre pronte ad alternarsi in testa alla classifica e una cintura che è di fatto vacante, perché se aspettarsi una vittoria da parte del Leicester era un – alla fine fruttuoso, visto che si fa a gara su chi trova la notizia della vincita più alta da parte di uno scommettitore – mix di fede e follia, puntare su una conferma delle Foxes somiglierebbe più a perseverare che a sognare. Comunque, daremo a Claudio quel che è di Claudio e apriremo questa analisi da chi indosserà le patch dorate sulle maniche delle proprie maglie.

Leicester City – I riconsegnatori

Come già detto, è improbabile che Claudio Ranieri possa confezionare un altro miracolo, e con questo le possibilità che questo accada si sono già alzate di qualche punto percentuale. L’idea è che le Foxes, più che difendere il titolo, saranno coloro che riconsegneranno la coppa e magari ricominceranno il giochino dell’escalation di obiettivi, anche solo per motivi scaramantici. Il “ma” che pende su tutto il ragionamento si chiama Champions League, a cui il Leicester parteciperà da testa di serie: più possibilità di qualificarsi, meno di ospitare al King Power Stadium una delle big d’Europa, visto che nella seconda urna ci sono solo i vicecampioni dell’Atlético Madrid.

E lo faranno con un impianto di squadra il più possibile immutato: SimpsonMorganHutheFuchs non sono stati toccati dal calciomercato, che ha tentato Jamie Vardy, forte a rimandare indietro Satana firmando un comunque cospicuo rinnovo del contratto, e Ryhad Mahrez, invece ancora ammaliato dalle sirene delle grandi e richiamato alla concentrazione dal tecnico. Non c’è più invece N’Golo Kanté, che ha capitalizzato al massimo la stagione della vita scegliendo un’altra maglia blu, quella del Chelsea. Tre gli acquisti: il portiere Campione del Mondo Ron-Robert Zieler, pronto a fare compagnia a Ranieri in panchina e a offrire copertura in caso di assenza di Schmeichel (fresco di rinnovo fino al 2021), l’attaccante Campione di Russia Ahmed Musa, velocissimo e dunque perfetto per ricevere i lanci lunghi tipici del gioco offensivo (?) delle foxes e dei player di FIFA, e l’esterno offensivo campione di niente Bartosz Kaputska, il classico diciannovenne di cui prima di Euro 2016 ignoravamo l’esistenza e che è diventato improvvisamente interessante nel momento in cui qualcuno lo ha fatto notare scrivendo su Whatsapp. Il polacco è perfettamente incastonabile nel 4-4-2 dei Campioni d’Inghilterra, che avranno letteralmente il compito di cambiare il meno possibile la storia rispetto allo scorso anno: la congiuntura astrale che ha permesso tutto quello che abbiamo visto è assolutamente irripetibile, ma magari a forza di ripeterlo… niente, va.

Tottenham Hotspur – Cenere a White Hart Lane

Mauricio Pochettino si deve far carico del compito più ingrato dell’intera Premier League: far ripartire i suoi Spurs dopo una stagione straordinaria (extra-ordinaria, fuori dall’ordinario), che però non ha portato nulla. Non ci fosse stato il Leicester sarebbero stati probabilmente loro gli eroi, e pensate quanto comunque si sarebbe potuto scrivere su riscatto, rivincita dei più deboli e quant’altro: la realtà è che non solo il titolo l’ha vinto qualcun altro, ma che dalle parti dell’Emirates hanno comunque potuto festeggiare St. Totterhingham’s Day, grazie all’inopinata sconfitta per 5-1 sul campo del già retrocesso Newcastle, con tanto di video celebrativo di Wojciech “core Gunner” Szczęsny. Sulla pagina “ufficiale” della ricorrenza, che ricorda per ogni stagione data e turno di campionato in cui scattano le celebrazioni, il commento è stato: “È stata una faticaccia e penso che tutti abbiamo avuto dubbi, ma come abbiamo potuto sottovalutare l’abilità degli Spurs di autodistruggersi?”.

Effettivamente di squadre col pulsante rosso incorporato ce ne sono poche altre (una in Portogallo, una in Italia, un paio in Germania) e a White Hart Lane, oltre ai calcinacci dovuti ai lavori di ristrutturazione dello stadio (in Champions League si giocherà a Wembley), ci sono anche le ceneri di un gruppo che però va ricomposto e in fretta. In un mercato per il momento numericamente scarno, prenderanno posto nel 4-2-3-1 di Pochettino il centrocampista Victor Wanyama, “comprato subito” allo shop del Southampton per 15 milioni, e l’attaccante Vincent Janssen, che si può fregiare del titolo di “quello forte dell’Eredivisie, altro che Milik” assegnatogli da più di qualcuno: 22 milioni all’AZ per colui che, presumibilmente, sarà comunque la riserva del capocannoniere Harry Kane. Si punterà dunque sulla continuità: pressing e gegenpressing come mantra collettivo e freschezza dei vari Alli, Dier, Eriksen e Lamela a tentare un nuovo triste assalto alla Premier League.

Arsenal – Provaci ancora, Arsène

Quella che è ormai la squadra meme della Premier League si appresta a cominciare la ventunesima stagione con lo stesso allenatore e, pare, con le stesse idee degli anni passati. Ancora una volta nella testa di Arsène non è minimamente balenata l’idea di prendere un difensore centrale (Manōlas è ancora impegnato nelle visite mediche datate 2014), probabilmente per sbloccare l’insbloccabile obiettivo “vinci la Premier League con Mertesacker e Koscielny”, ma a due giorni dall’inizio della stagione ha ritenuto il caso di arricchire il reparto con Shkodran Mustafi, in arrivo dal Valencia; in attacco, invece c’è stato un tentativo per prendere l’uomo contemporaneamente più (perché l’ha già fatto) e meno (perché non può farlo due volte) adatto a compiere l’impresa, quel Jamie Vardy che però è rimasto al King Power Stadium a godersi trionfo, soldi e Champions League. All’Emirates, che non vedrà più due elementi storici come Mathieu Flamini e Tomáš Rosický, sono arrivati dunque Granit Xhaka, ennesimo, seppur ottimo, centrocampista, e Takuma Asano, ventunenne attaccante giapponese impegnato alle Olimpiadi di Rio (dove ha già segnato un gol di tacco contro la Nigeria)  proveniente dal Sanfrecce Hiroshima, squadra simpatia di quella trasposizione nel mondo reale di ISS Pro Evolution 2  che corrisponde al nome di FIFA Club World Cup.

 

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La speranza dei tifosi dei Gunners di poter reggere anche oltre il solito devastante periodo di gennaio-febbraio risiede ovviamente nel mancato riempimento dell’infermeria, ma anche nella prosecuzione di un’idea di un calcio più pratico che Wenger aveva tentato di mettere in campo nella scorsa stagione, con il suo basket a 6 che aveva lasciato posto a delle precisissime transizioni innescate dai centrocampisti e soprattutto da Mesut Özil, in grado di arrivare a ben 19 assist vincenti nella scorsa stagione. Singolare però il fatto che di questi, 16 siano arrivati fino a dicembre e 3 in tutto il resto del campionato: simbolo aureo di una squadra storicamente in grado di toccare picchi anche più che buoni, ma che irrimediabilmente si perde quando si tratta di trovare regolarità, anche quando ne sarebbe bastata meno del normale per centrare l’obiettivo.

Chelsea – L’evoluzione di una scelta

Scucita del titolo, la squadra di Abramovich ha avviato l’ormai consueta rivoluzione dopo l’ormai solito traghettamento dell’uomo di fiducia Guus Hiddink. A Fulham Road è arrivato infatti Antonio Conte, che ha scurito la tinta da azzurro a blue e che rappresenta una versione già 2.0 della moda britannica di ingaggiare tecnici italiani. L’ex allenatore della Juventus è una garanzia a livello tattico e l’ultima dimostrazione l’abbiamo avuta agli europei, in cui ha radiocomandato i suoi e ha perso nell’unico momento, quello dei rigori, in cui non poteva farlo; il contesto della Premier League sembra inoltre quello ideale per rimettere sullo scaffale i noiosi manuali del 3-5-2 (il cui virus verrà comunque trapiantato da queste parti da Mazzarri e dal suo Watford) per dare una spolverata a quelli del 4-2-4, che ha fatto le sue fortune a Siena e a Bari e che potrebbe migliorare gli abituali e tipicamente inglesi 4-4-2 e 4-2-3-1. L’intensità, elemento chiave del gioco dell’ex CT, va però di moda da queste parti e sarà dunque ancor più decisiva per la riuscita dei piani a Stamford Bridge. Correre meno degli altri significherà non solo essere messi sotto a livello atletico, ma anche non aver modo di eseguire i comandi impartiti dalla panchina, finendo quindi per risultare inefficaci sotto ogni punto di vista: l’assenza delle coppe europee (in modo analogo a quello che capitò a Conte nel 2011-2012) potrebbe dunque giocare un ruolo decisivo.

Pochi, ma pesanti, i movimenti di mercato: 40 i milioni recapitati a Marsiglia per Michy Batshuayi, attaccante che ha tutte le premesse per diventare molto dengerus, 35 quelli spediti a Ranieri per prendersi Kanté, uno con una dimensione di polmoni idonei per coprire campo sufficiente a evitare squilibri e per farlo per un tempo suffcentemente lungo. Spazio e tempo che, in senso figurato, non ha avuto Abdul Rahman Baba, che dalla Germania veniva e in Germania è tornato, in prestito allo Schalke 04 dopo una spesa di 25 milioni effettuata l’anno scorso per prelevarlo dall’Augsburg: non proprio il modo ideale di far fronte alle regole del financial fair-play.

Manchester City – Il laboratorio

Il giorno dello svelamento del segreto di Pulcinella e della ufficializzazione dell’ingaggio da parte del Manchester City di Pep Guardiola, era impossibile non fare la somma “Premier League + soldi + Guardiola = cavolacci per gli altri”. L’ex tecnico di Barcellona e Bayern Monaco, però, è arrivato all’Etihad non per fare una somma, ma una moltiplicazione: scorrendo i nomi del, comunque dispendioso, mercato in entrata, praticamente solo quello di İlkay Gündoğan risulterebbe spendibile per un cosiddetto instant team. Gli altri, partendo da Leroy Sané, passando da Gabriel Jesus e John Stones – il difensore più pagato di sempre a soli 21 anni, 47 milioni di sterline che possono arrivare a 50 – per arrivare a Oleksandr Zinchenko, sembrano giocatori acquistati a Football Manager con in mano la lista dei wonderkids, pronti a migliorare esponenzialmente le proprie qualità e quelle della squadra a stretto giro di posta ma probabilmente con minore garanzia di rendimento immediato. Intendiamoci, la rosa a disposizione, pur con qualche elemento di età avanzata oppure poco adatto al guardiolismo, è già di altissimo livello, ma è come se Pep volesse creare un qualcosa di completamente nuovo a sua totale immagine e somiglianza, da tramandare ai posteri, un qualcosa di più grande, nelle intenzioni, di quanto mostrato al Camp Nou.

Apre così il laboratorio citizen, un’idea di calcio molto diversa da quella che i sudditi di Mansour erano abituati a vedere, probabilmente nel campionato meno adatto per svilupparla, tolta la Serie A dove qualsiasi germoglio di novità rischia di essere calpestato sotto ai colpi di ambienti infuocati e pareggi perpetui. Nella sua carriera, Guardiola è sempre stato abituato a lottare al massimo contro una sola avversaria, vincendo sei campionati su sette di massima divisione; qui avrà una lunga serie di rivali per il titolo e una medio-alta borghesia che non farà sconti di alcun genere. Oltretutto, i suoi insegnamenti non si apprendono in una settimana e neanche in un intero ritiro, specie se alcune amichevoli vengono disputate con mezza squadra ancora in vacanza e altre vengono proprio cancellate . La Steaua Bucarest, avversaria nei playoff di Champions League, rischia di diventare una cavia da laboratorio per una squadra che ha ancora bisogno di registrare diverse cose, soprattutto in difesa dove dovrà cambiare parecchio rispetto alle gestioni precedenti: la buona notizia è che non ci sarà più quella sciagura chiamata Martín Demichelis. È bello immaginarsi Pep con addosso camice e occhiali di protezione, a mischiare provette e fare tentativi, alla ricerca della formula perfetta. Sarebbe la foto dell’anno, la speranza è che prima o poi si riesca a scattarla.

Manchester United – Here comes the Mou-ney

Dicono che Manchester sia una città brutta, ma trasferircisi in questa stagione probabilmente non sarebbe una brutta idea. O per lo meno lo è diventato lo scorso 27 maggio, quando è diventato ufficiale l’ingaggio da parte dello United di José Mário dos Santos Mourinho Félix, nemesi sportiva di Guardiola e di un’altra mezza dozzina di allenatori sparsi qua e là. Il duello con il Manchester City rischia di essere uno dei più esplosivi mai visti sul pianeta calcio, anche più di quello visto in Liga tra Real e Barcellona, in cui il portoghese arrivava a minacciare la leadership del già consolidato rivale. Qui si parte invece entrambi da zero, e se dall’altra parte, oltre al cash, si punta sulle idee e sull’innovazione, a Old Trafford il metodo è quello classico: soldi, soldi, soldi per un rendimento immediato, immediato, immediato. La combo Mourinho-Raiola sposta denaro come poche altre cose al mondo e il serbatoio dello United – uno di quei quattro-cinque club favoriti e non penalizzati dal fair-play finanziario – è quello ideale per dare propulsione al calciomercato: l’acquisto di Zlatan Ibrahimović diventa dunque quasi un dessert rispetto alle portate principali chiamate Henrikh Mkhitaryan, Eric Bailly e soprattutto Paul Pogba, operazione da crocifissione in sala mensa nel caso in cui fosse stato necessario tenere il conto di ogni singolo euro speso come avviene invece in Italia.

Inutile aspettarsi chissà cosa in campo, Mourinho metterà in campo il solito 4-2-3-1, cercherà la via più semplice per andare a far gol (lo SneiderperMilito o il FabregasperDiegoCosta della situazione) e punterà tutto sul lato motivazionale per spremere ogni goccia di utilità dalla rosa a disposizione. Facilissimo immaginare l’Europa League come un fastidiosissimo campionato riserve dei giovedì sera, altrettanto facile immaginare faide con qualsiasi malcapitato che osi dire mezza parola di troppo contro lo United e anche contro alcuni degli stessi giocatori, come Bastian Schweinsteiger già messo fuori rosa e Juan Manuel Mata, messo in campo e tirato fuori dopo appena mezz’ora nel Community Shield contro il Leicester con annessa discussione postpartita. Ruolo importantissimo lo potrà avere proprio la supercoppa vinta a Wembley: il piattone potrà facilmente trasformarsi nella coperta di Linus di Mou in caso di fallimento degli obiettivi stagionali principali, almeno nella dialettica del portoghese. Tutto da guadagnare, nulla da perdere e un sacco di risorse a disposizione: la situazione ideale per far bene.

Liverpool – Il nemico in più

La squadra forse meno accreditabile di una vittoria del titolo tra le big è probabilmente una di quelle che generano più hype tra gli appassionati. Jürgen Klopp ha avuto finalmente un’estate intera per preparare i suoi, dopo lo spezzone dello scorso anno passato tra alti e bassi che qualcuno definirebbe fisiologici, e all’etichetta “rivelazione” deve essere soltanto levata la pellicina per poter essere appiccicata sulla testa dei Reds. Ad Anfield non si sono tirati indietro quando c’è stato da aprire il portafogli e il mercato ha portato giocatori che sembrano ideali per il gioco dell’ex BVB, un attaccante veloce e capace di giocare su tutto il fronte come Sadio Mané e con un incursore tranquillamente capace di arrivare in doppia cifra partendo dal centrocampo come Georginio Wijnaldum, oltre al curioso difensore estone Ragnar Klavan e al compagno di merende Joel Matip, che sostituiranno Martin Škrtel e Kolo Touré e ai portieri Loris Karius e soprattutto Alexander Manninger, senz’altro il trasferimento più strano dell’estate inglese.

Come nel caso del Chelsea, non giocare le coppe sarà utilissimo per un’altra squadra molto intensa – e per una società dal prestigio e dalla solidità finanziaria non minabili da un anno di assenza dall’Europa – come i Reds e questa stagione potrebbe rivelarsi quella della definitiva maturazione di una serie di elementi pronti a spiccare il volo. La mente non può non andare alla LFC (non era ancora uscita una sigla in tutta l’analisi, per la comprensibile preoccupazione di chi legge), ovvero alla trequarti Lallana-Firmino-Coutinho che, oltre a rappresentare graficamente l’identità del Liverpool, ha tutto per diventarne anche il tratto distintivo in campo ancor più di quanto già sia. Da loro passano gran parte delle speranze di sedersi con autorevolezza al tavolo dei grandi, che però sembra già abbastanza affollato: si aggiungerà il posto per un nemico in più?

La prima TATE Modern di Herzog & de Meuron

Gli ultimi cinque anni del ‘900 rappresentano, in quanto momento di passaggio, una fase importante della nostra cultura recente. Furono gli anni in cui si capì finalmente che stava giungendo il momento per una nuova e quanto mai incerta fase. Intorno al 2000 anche il mondo dell’architettura stava ormai facendo i conti con quanto il secolo in conclusione aveva prodotto, attraverso stravolgimenti sociali, culturali ed economici. Stava cambiando il modo di fare l’architettura, i computer rendevano ormai possibili sperimentazioni e risultati difficilmente raggiungibili in precedenza. Il millennium bug, che oggi probabilmente fa sorridere, era invece un timore importante, in quanto in esso si concretizzava (in modo paradossalmente virtuale) la paura per qualcosa che si sarebbe stati costretti governare, seppure con strumenti non ancora del tutto familiari. L’architettura del periodo non era dunque estranea a questa condizione di inquietudine: era più che mai valido il sentimento che giustificava il tentativo, ad ogni costo, dell’affermazione della personalità dell’architetto a discapito del progetto stesso.

Ma si iniziava anche a ricercare una nuova linea d’azione condivisa con la quale affrontare i grandi temi della progettazione. Tra questi, quello dei musei costituisce uno degli emblemi della architettura della fine del XX secolo. Nacque allora (o piuttosto, si tornò a scenari già vissuti qualche secolo prima) una sorta di gara per avere musei sempre più grandi, capienti ed iconici. La TATE Modern di Londra rappresenta proprio questa volontà, ma con delle particolarità che ne fanno un modello nell’architettura degli ultimi anni.

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Quando la TATE decise di ampliare la propria area espositiva, dedicando una nuova sistemazione alle collezioni di arte moderna e contemporanea, venne scelta una vecchia centrale elettrica da recuperare e riconvertire in museo. Fu già questa una scelta significativa, in quanto si escluse la necessità di costruire un nuovo edificio, riconoscendo nella possibilità dell’ottimizzazione delle risorse il principio per un modo corretto di intendere l’architettura degli anni a venire. A tale proposito, sarebbe utile riflettere su come questo atteggiamento non sia mai stato metabolizzato completamente, tanto nella cultura architettonica quanto nella sua pratica; ci sono voluti parecchi anni (e molti errori) per ammettere quanto un modello di espansione illimitato, basato sulla demolizione dell’esistente a discapito del nuovo, fosse profondamente deleterio, seppure coerente con lo spirito capitalista dei nostri anni.

Si scelse quindi la centrale elettrica di Bankside, costruita tra il 1947 e il 1963 da Sir Giles Gilbert Scott e ormai in disuso da più di venti anni. Gli architetti svizzeri Jacques Herzog e Pierre de Meuron vinsero nel 1995 il concorso per l’ampliamento, che venne aperto al pubblico nel maggio del 2000. Il progetto vincitore non rappresentava solo una risposta alle necessità di fruizione che il nuovo museo doveva garantire, ma costituiva il completamento di un’architettura ritenuta potenzialmente ancora valida, seppure utilizzata per attività diverse rispetto alle originali. All’esterno, l’austero volume caratterizzato dalla monomatericità dei mattoni scuri fu modificato solo con le addizioni ai lati della ciminiera e con la creazione dell’accesso per il pubblico sul fianco ovest. In sostanza si è ripristinata l’immagine originale dell’edificio senza modifiche evidenti. Ma a tale rigorosa conservazione, si contrappone la sopraelevazione dei nuovi piani, che attraverso l’utilizzo del vetro opaco quale unico materiale (già utilizzato peraltro nella famosa Galleria Goetz a Monaco di Baviera), costituisce un lungo parallelepipedo, asimmetrico rispetto all’asse centrale rimarcato dalla ciminiera: la posizione eccentrica di questa nuova porzione monodirezionata, rafforza la contrapposizione tra esistente e nuovo, condizione altrimenti impossibile da raggiungere.

Se all’esterno il dualismo del progetto trova nell’equilibrio la chiave con cui leggere l’intervento di Herzog & de Meuron, all’interno la condizione cambia sensibilmente. L’accesso avviene attraverso la ex sala delle turbine, una sorta di ambiente basilicale largo 23 metri e profondo 155. Al suo interno erano posizionate le grandi macchine per la produzione di energia elettrica, mentre oggi un gigantesco piano inclinato costituisce il centro del museo. La nuova sistemazione diventa allora la vera protagonista di questo enorme spazio, mentre i muri della centrale ne costituiscono lo sfondo, dietro le ossature metalliche della struttura. In questo modo viene gerarchizzata la stratificazione del museo: il vecchio edificio rimane al di fuori, mentre dentro la logica deve essere quella della risposta alle sue necessità attraverso la piena progettazione del nuovo.

Photo © Marcus Leith, Tate Photography
Photo © Marcus Leith, Tate Photography

Anche all’interno, il materiale scelto è lo stesso vetro che abbiamo visto fuori. In vetro sono le balconate che si affacciano sulla sala delle turbine, e dalle quali il pubblico può guardare le installazioni, rappresentandone allo stesso tempo lo scenario in movimento. Ma superato l’arrivo, il museo lascia il posto all’esposizione: le sale interne sono ambienti che non cercano la competizione tra contenitore e contenuto cui spesso (purtroppo) assistiamo. Evidentemente a tale condizione è riconducibile il successo che la TATE Modern registra ogni anno: sono cinque milioni le persone che ogni anno visitano il museo, ben oltre i due previsti in fase di costruzione.

Per questo motivo si sta provvedendo alla realizzazione di un ulteriore ampliamento, sempre ad opera di Herzog & de Meuron. Ma se il progetto degli anni ’90 ci sembra un passaggio fondamentale nella storia della recente architettura, per le complessità di rapporti, recupero e completamento che abbiamo analizzato, lo stesso non si può dire per la nuova addizione, che si attesta sulle vecchie cisterne della centrale, ovvero sulla facciata opposta a quella sul fiume. La forma della nuova torre, per come la possiamo vedere nelle immagini di progetto sembra l’ennesimo oggetto, sicuramente ben disegnato, ma poco proporzionato e quindi inefficace nella relazione con la centrale, rinnegando paradossalmente l’atteggiamento precedente. Sebbene il materiale scelto sia lo stesso mattone scuro, in questo caso il suo utilizzo su una forma così complessa, lo identifica immediatamente come rivestimento e non come struttura, relegando tale immagine ad una citazione troppo debole per poter essere efficace.

TATE

Una volta completato l’ampliamento, capiremo se i timori sono fondati o meno. Finora la centrale elettrica di Bankside ha ritrovato nuova vita grazie alla sua nuova funzione e alla giusta valorizzazione del proprio carattere originario: un atteggiamento da “fine secolo” che stiamo apparentemente perdendo e che invece dovremmo imparare ad avere ancora.

I Giardini di Robin Hood

Robin-hood-gardens_Smithson Archive
Robin Hood Gardens_Image by Sandra Lousada, 1972 © The Smithson Family Collection, municipaldreams.wordpress.com

 

A Londra, non molto distante dalle Docklands e Canary Wharf, nel quartiere di Poplar, esiste un complesso di edilizia sovvenzionata completato nel 1972 che porta un nome coraggioso: The Robin Hood Gardens. L’eroe popolare, ladro trasgressore dei dettami sociali del tempo, trovava luogo di rifugio nel villaggio nascosto  tra gli alberi di una nota foresta, condividendo un’identità comune con gli altri abitanti reietti.  Così l’ insediamento ce lo potremmo immaginare immerso in un bosco spontaneo, un agglomerato di piccole casette in legno o mattoni celato fra i profili urbani di una Londra dell’East End in espansione.

E forse il nome eroico avrebbe avuto il suo accordo armonico se effettivamente questo senso d’identità ed appartenenza fosse venuto fuori. Ma le ambizioni del glorioso complesso seppur negli ideali associabili all’immaginario coeso della contea di Sherwood hanno ben poco da spartire con i luoghi della leggendaria favella. I due progettisti sono considerati figure cardine della scuola architettonica inglese, principi anche loro insieme a James Stirling in madrepatria ed a Paul Rudolph in America di quella corrente chiamata Brutalismo, Peter ed Alison Smithson parteciparono attivamente al dibattito postbellico sul futuro della città e della residenza.

“Belonging is a basic emotional need. Its associations are of the simplest order. From ‘belonging’ (identity) comes the enriching sense of neighbourliness. The short narrow street of the slum succeeds where spacious redevelopment frequently fails.” A. Smithson, The Smithson on housing, Interview

L’Estate consiste in due enormi blocchi che si dispongono lungo i lati di un triangolo formato da tre importanti arterie trafficate e racchiude al loro interno un parco verde. Il nome del complesso è dovuto alla strada, Robin Hood Lane, che costeggia una parte dell’edificato.

Di proprietà del Tower Hamlets Council i suoi duecentoquattordici appartamenti sono stati popolati da più di settecento inquilini per oltre quarant’anni ed oltre ad aver subito un sovraffollamento è stato escluso da qualsiasi progetto di manutenzione. Il risultato è che attualmente il landlord di casa ha deciso, similmente a come si è fatto per il il Government Center di Goshen di Rudolph, di procedere con la demolizione della struttura.  Robin Hood Gardens è però ancora in piedi, varie petizioni cavalcate da nomi noti del panorama architettonico odierno tra i quali Richard Rogers, che lì a fianco ha costruito la propria “dome”, hanno difeso la causa che ancora non si è risolta.

Aldilà delle sorti di questo gigante addormentato e dei suoi inquilini svegli e preoccupati è importante comprendere gli intenti che generarono l’edificio, non per difenderne la presenza, ma per capire ove possibile cosa non ha quadrato tra l’idealistica visione dei due architetti ed il risultato ottenuto.

STREET IN THE SKY
Street in the sky, A|P Smithson drawing

Attivi partecipi del Team X, noto gruppo di ricerca formato dagli architetti della nuova generazione, gli Smithson condividevano studi e manifesti sulle nuove prospettive di vita della città cercando nuove direzioni diverse dai dettami ereditati dal Moderno e ormai considerati obsoleti per il tempo.

“In the context  of a large city with high buildings, in order to keep ease of movements, we propose a multi-level city with residential streets-in-the-air.” 

Così dichiaravano all’uditorio di architetti presenti al CIAM di Aix-en-Provence del 1953, un punto importante della loro ricerca. Le strade-nell’-aria erano pensate come tentativo a favorire anche nella nuova città verticale delle megastrutture, la comunicazione tra gli abitanti ed una vitale relazione tra casa e strada. Le cosiddette connessioni orizzontali che mancavano per gli Smithson nell’Unitè di Le Corbusier.

La visione dei due architetti era ambiziosa: riportare nella mega struttura del mass housing la dimensione umana del quotidiano, con un allusivo richiamo a quella vita di quartiere, fatta di postini e porta latte che bussano alla porta, tipica delle aree a bassa densità con villini e palazzine che ritrovavano nel quartiere vittoriano di Chelsea, dove i due abitavano.

Venti anni dopo le loro intenzioni non erano troppo cambiate e nei Robin Hood Gardens tentarono di trovarne l’ espressione.

“The deck itself is wide enough for the milkman to bring his cart along or for two women with prams to stop for a talk and still let the postman by. The streets will be places and not corridors or balconies” A. Smithson, The Smithson on housing, Interview

Così i due blocchi prevedevano gli accessi alle abitazioni lungo strade all’aperto comuni, che dovevano, però, essere coperte perché:

“In England it’s rainy and cold for about eight monhs every year.  This would seem to call for houses that would both give and look as if they gave, all-round protection. Double walls, double roofs, double windows, covered approaches, covered drying yards and possibly covered means of access.” A.D. July, 1956 A|P Smithson.

Questo paragrafo, scritto dai due londinesi che vivevano e abitavano con piacere la loro amata città è forse uno dei più esplicativi di una tendenza High Tech, di “shelter and cludding” degli edifci che da sempre ha caratterizzato il Know How britannico. In un paese dove non ci si deve difendere dal sole si cerca trasparenza e al tempo stesso riparo.

Robin Hood Gardens_Image by Sandra Lousada, 1972 © The Smithson Family Collection
Robin Hood Gardens_Image by Sandra Lousada, 1972 © The Smithson Family Collection, municipaldreams.wordpress.com

C’è da aggiungere che nello stesso anno in cui Robin Hood Garden veniva completato si compiva l’evento significativo che ha simbolicamente sancito la fine del Movimento Moderno: la demolizione del Pruitt-Igoe. In Italia inoltre Giancarlo De Carlo, rappresentante italiano del Team X, pubblicava il testo Architettura della Partecipazione, dove si raccolgono gli atti di una conferenza in cui l’architetto spiegava l’utopia realistica che era stata linea guida della progettazione partecipata dall’abitante nel Villaggio Matteotti a Terni. De Carlo muoveva così passi avanti dal Moderno, contestando il suo funzionalismo, semplificatorio dei comportamenti umani e sociali e perseguiva una ricerca su:

“la necessità di ragionare sull’uomo reale e non quello ideale, la centralità dell’uso e non della funzione, la volontà che il progetto annetta differenti possibilità, contempli il disordine o diverse modalità di appropriazione.”

Robin Hood non è mai stato ai Gardens londinesi, ma le sue gesta han preso parte ai motivi fondativi di questo malriuscito ed incompreso gigante di cemento: sottraeva ai ricchi per dare ai poveri.

UK Independence Party: la rimonta dell’estremismo in Inghilterra

Londra. Una meta agognata da molti stranieri, in cerca di opportunità di studio, di lavoro, o semplicemente vogliosi d’immergersi nella città dei Beatles e dei Rolling Stones, di Lady Diana e Sherlock Holmes. Un luogo internazionale, cuore della finanza europea e del divertimento notturno, colmo d’arte e cultura. Londra, il più eclatante esempio di città cosmopolita in Europa.

E’ in parte grazie all’immigrazione di studenti e giovani lavoratori che Londra ha la costante possibilità di rinnovarsi e, fattore ancor più importante, incrementare le proprie finanze; le elites arabe, pakistane, russe e indiane che si recano a Londra hanno il merito di muovere sostanzialmente l’economia inglese, acquistando case, pagando affitti e rette universitarie, assumendo lavoratori inglesi.

Eppure, l’Inghilterra non è soltanto questo. E’ una realtà composta anche da città minori, per dimensioni e importanza, in cui l’immigrazione è ancora percepita come un fenomeno negativo, da combattere, e in cui l’Unione Europea è additata come responsabile di tale fenomeno.

Non è dunque un’assoluta sorpresa che il UK Independence Party (UKIP), il partito di estrema destra guidato da Nigel Farage, facilmente paragonabile alla Lega Nord di Salvini o al Front National di Le Pen, stia acquisendo consensi sempre maggiori, in un’era fortemente segnata dalla crisi economica, in cui l’estremismo nazionalista sembra essere l’unica ancora di salvezza per un’ampia fascia della popolazione.

In queste settimane che precedono le elezioni Europee del ventidue maggio, i sondaggi suggeriscono che l’UKIP supererà persino il partito di Cameron, piazzandosi secondo soltanto al Labour Party. Tuttavia, la campagne elettorale dell’UKIP sta assumendo toni fortemente razzisti: sotto accusa, in particolar modo, sono due poster del partito, il primo dei quali dichiarante che ventisei milioni di Europei siano in cerca di lavoro e lo vogliano “rubare” agli inglesi e il secondo, ancor più estremo, con in mostra un operaio inglese che chiede l’elemosina e spiega che i lavoratori britannici sono stati danneggiati dalle policies sul lavoro adottate dall’UE. Nonostante Mr. Farage abbia replicato alle accuse di razzismo affermando di non biasimare gli Europei che migrano in Inghilterra, ma di accusare il governo per non mettere i cittadini britannici al primo posto, la campagna di UKIP ha suscitato non poco scalpore.

La rimonta di un partito nazionalista di estrema destra, specialmente in un Paese come l’Inghilterra, in più occasioni rivelatosi Euroscettico, ma pur sempre estremamente evoluto, invita a una più profonda riflessione sulla natura della popolazione inglese.

La fede riposta in Farage e il conseguente astio maturato nei confronti degli stranieri dimostrano non soltanto che il popolo britannico si considera ancora un élite, superiore al resto dell’Europa, ma che non è in grado di riconoscere e sfruttare i benefici apportati dall’immigrazione. In Inghilterra, infatti, l’immigrazione ha nella maggior parte dei casi scopi scolastici o lavorativi e la percentuale di disoccupazione e delinquenza degli stranieri nel Regno Unito è considerevolmente più bassa rispetto ad altri Paesi dell’UE, inclusa l’Italia.

Inoltre, gli inglesi coltivano sentimenti razzisti nei confronti degli Europei dell’Est, in particolar modo provenienti da Bulgaria e Romania, in maniera indiscriminata, senza considerare due importanti elementi. In primo luogo, i rumeni, additati da Farage come la più dannosa fonte di delinquenza per l’Inghilterra, tendono a emigrare in quantità assai più considerevoli in Paesi come l’Italia, la Francia e la Spagna, ai quali sono legati da più profonde similitudini culturali; inoltre, i giovani provenienti dall’Europa dell’Est, quando si recano in Inghilterra, sono animati da un forte moto di rivalsa e orgoglio e danno il meglio di se’ per dimostrare le proprie capacità e smentire il luogo comune riguardante l’inferiorità dei loro popoli. Non a caso, le università inglese pullulano di studenti bulgari, slovacchi e rumeni con medie scolastiche che farebbero impallidire anche i migliori studenti di Oxford.

La fiducia che gli inglesi ripongono in Farage non evidenzia solamente il lato nazionalista e razzista degli inglesi, ma anche la loro debolezza: scegliendo di votare per un partito estremista, infatti, i cittadini britannici dimostrano di aver bisogno di un leader populista, al pari degli italiani che tanto hanno criticato nel ventennio passato, per riscoprire la passione politica.

Data la propensione degli inglesi a supportare l’UKIP, non è da escludersi che, in un futuro referendum, essi optino per uscire dall’Unione. Tuttavia, in un’epoca marcata da principi di globalizzazione e integrazione, tale scelta si rivelerebbe più dannosa per l’Inghilterra che per il resto dell’Europa, nonostante l’indiscussa forza della sterlina rispetto all’Euro.

La mentalità chiusa e nazionalista degli inglesi, guidati dai motti di Farage, rischia di portare il Regno Unito a una grande crisi politica e sociale, impedendo all’Inghilterra di evolversi grazie al contributo di talenti stranieri. Come la storia ha in più occasioni dimostrato, nessun estremismo porta al bene di un Paese. A oggi, l’Inghilterra dell’UKIP non sembra avere i presupposti per rappresentare un’eccezione alla regola.

Giulia Aloisio Rafaiani – AltriPoli

Protect me from what I want

Negli ultimi giorni i treni dell’Underground sono pieni di buffe combinazioni: uomini con piante natalizie alte due metri, uomini con buste di Victoria Secret, uomini con casse di Champagne in offerta-solo-oggi-da-Sainsbury’s’, uomini in tuta che si consultano sulla gravità del fatto di non aver fatto nessun regalo di nessun genere; giovani coppie che trasportano buffamente alberi di natale, che litigano per ‘chi andrà a casa dei genitori di chi’, per ‘chi cucinerà non sapendo cucinare perché abituato al take away’ o per chi pulirà tutto poche ore prima di ricominciare a lavorare.

Non solo, oltre alle solite scenette buffe e alle solite ‘appassionanti’ spinte pubblicitarie natalizie si ramifica una strada alternativa che attraversa e appunto si diversifica in ciascuna delle diverse etnie  e comunità multietniche all’interno della città, e che rafforza per mezzo della globalizzazione l’identità locale di ciascuna.Una donna nera sorridente con pelliccia leopardata e capelli laccati attraversa i vagoni cantando sermoni incomprensibili benedicendo i suoi compagni di viaggio; un uomo tira fuori il portafoglio e lei si arrabbia “niente soldi, ti sto offrendo la mia benedizione sciocco!”“The North Pole is melting. You’d better believe it”: l’immagine pungente di un Babbo Natale abbronzato  che richiama le coscienze della folla metropolitana di Londra è da alcune settimane su tutti i treni dell’Underground; sul sito di Greenpeace UK nel video completo Santa Claus si rivolge ai bambini, preannunciando che il Natale sta finendo, non perché lui in realtà non esista, ma perché il Polo Nord si sta sciogliendo, e lui non può far nulla.

Cosa succede oggi nel mondo?

Sui giornali oggi leggiamo di statistiche riguardanti non solo regali e crisi ma anche culture diverse e stravaganze; veniamo a sapere di diversi Natali che una volta non avremmo potuto conoscere.

Nell’India cristiana, in particolare nelle regioni di Goa, del Kerala e di Calcutta, si festeggia nelle strade e ci si accorge con sorpresa della quantità di non-indù presenti nella penisola, dove il Natale oggi appare come una sorta di secondo “Diwali”, la festa -laica- dei colori festeggiata dall’intera popolazione indiana.

A New York, Manatthan e Brooklin, come ogni anno sono risultate le più decorate, luminose e ricche zone della Grande Mela, ma anche città sud americane meno globalizzate ma per tradizione molto cristiane, di pari passo con le capitali emergenti (prima tra tutte Rio de Janeiro), sono rimaste imbattute in quanto a spettacolarità.

In Asia, nonostante le difficoltà legate al tifone Haiyan, Manila ha iniziato a prepararsi al Natale già da molte settimane, addirittura, dicono i filippini, già da Settembre; dal 16 Dicembre, per nove giorni, le famiglie si dedicano interamente ai rituali andando ogni giorno in chiesa alle 4 di mattina e rimanendoci per giornate intere.

A La Paz, in Bolivia, l’associazione Carros de Fuego regala giocattoli ai bambini; a Zagreb in Croazia hanno acceso e fatto volare migliaia di lanterne in Zratava Fasizma square; dall’altra parte del mondo, a Toronto, una tormenta ha ghiacciato migliaia di alberi di Natale addobbati, che sono diventati delle sculture di ghiaccio; mentre in Australia a Bondi Beach, a quattro miglia da Sidney, Babbo Natale arriva surfando con una joint in mano mentre tutti ballano ad uno dei festival natalizi più pazzi del continente.

La grande mela europea, Londra, si ferma per quarantott’ore; si ferma l’underground, l’overground, chiudono gli Starbucks, i Costa, i Wasabi, chiude Topshop, chiudononi i bangladeshini aperti tutto l’anno 24ore su 24; rimangono pochi individui, che si incontrano e si mescolano per le piazze semivuote ricordandosi a vicenda che oggi e domani sono due giorni “diversi”; forse sono gli unici due giorni dell’anno in cui la città del movimento, la città della fretta si ferma.

Londra si abbandona al caldo convivio, si ritrova seduta attorno a numerose tavolate ricoperte di cibo cucinato, gustando la lentezza, antitesi del quotidiano star-in piedi-mangiando davanti ad una vetrina con l’Iphone in una mano e il BB nell’altra. Si parte per poi rincontrarsi nei treni e negli aerei poche decine di ore dopo. Kensington si svuota di italiani, francesi e spagnoli, mentre gli inglesi vanno a trovare i genitori nelle noiose tenute di campagna. A Bricklane festeggiano solo gli indiani, e anche Piccadilly sembra diventare un’estensione multietnica della East London.

Nel Museo di Storia Naturale, a poche centinaia di metri da Hyde Park, con un centinaio di pound insieme al cenone natalizio ti offrono un angolo di pavimento dove dormire, perché la città è bloccata, silenziosa e natalizia: poche macchine, tante luci e un quasi miracoloso non-freddo. Ma allo stesso tempo nel mondo rimane un velo di terrore, che riporta a galla la realtà dello scontro tra civiltà, difficile da digerire in questi due giorni apparentemente sospesi dalla realtà.

A Dora, periferia di Bagdad in cui vive una piccola comunità cristiana, ci sono state ventidue vittime e più di trenta feriti: due autobombe anti-cristiane sono esplose in un mercato e all’uscita della Messa Natalizia.

Nel 2013 si contano circa 6650 morti per motivi religiosi (secondo statistiche dell’agenzia Afp): forse l’anno che ha raggiunto i massimi storici.
Cosa significa quindi questa paradossale crescita bilaterale, da un lato dell’intensità del Natale per le culture locali, e quindi con un forte impatto boomerang sulla globalizzazione, dall’altro dell’irrazionalità della violenza sempre presente, anche nei momenti che dovrebbero essere di sospensione “apparente” della realtà politica, come il Natale.

Sono questi i sintomi contraddittori dello sviluppo, nonché risultati di una forma di istinto che storicamente è rimasta sempre presente attraversando diagonalmente le culture, senza limiti spazio-temporali: quell’istinto non razionale, il cavallo nero della biga alata platonica il cui impatto di massa è il più grande pericolo per i tentativi di “incontro” tra civiltà, ai quali tuttavia, continuando a chiederci cosa succede oggi nel mondo ogni giorno, ed interessandoci, diamo un contributo.”Protect me from what I want” è stata parte di un progetto artistico -ma anche di sensibilizzazione sociale- realizzato  dall’artista concettuale americana Jenny Holzer nello scorso decennio, la quale ha proiettato frasi sui palazzi più noti del mondo con lo scopo di colpire le coscienze degli spettatori; e mi sembra possa essere proprio oggi una giusta preghiera laica -ma anche multireligiosa- da rivolgere alla biga alata che risiede in ognuno di noi.

Brick Lane

London

Eleonora Lattanzi

Sin City London

Londra

Mind the GAP.

Pensavo giusto pochi giorni fa che nella mia piccola rubrica sulle città non ho ancora parlato della Città per eccellenza. Non vi ho ancora reso partecipi del mio amore per questa megalopoli, centro del mondo e crocevia delle più interessanti “rotte culturali” dell’epoca moderna. Chi mi conosce un po’ avrà già capito che si tratta di Londra. Si lo so, forse è un po’ banale come argomento ma oggi cercherò di aggiungere qualcosa di nuovo alla tradizione.

Questa città rappresenta per il sottoscritto la definizione di metropoli. Mi spiego. Nei miei adorati schemi mentali ove troppo spesso indugio e nei quali cerco di rinchiudere la realtà che mi circonda, ho classificato le città in diverse tipologie. Partiamo dal basso. Per correttezza mi sembra opportuno citare solamente esempi che conosco: ci sono le hopeless, città nelle quali non è presente nessuno slancio vitale, nessun substrato culturale e la vita della comunità è misera e senza passione. I teatri vengono visti come un covo di esaltati in preda a nevrosi schizofreniche che li rendono talvolta effemminati, i cinema sono solo in periferia e proiettano solo ed esclusivamente colossal, commedie disimpegnate e action movies di grande popolarità. Il centro cittadino non esiste o si riduce a quattro squallide vie piene di negozi con abbaglianti e sconfortanti tubi al neon sulle vetrine e il magnetico bar con le auto parcheggiate quanto peggio si possa. Due esempi di queste città possono essere Latina e Foggia.

 Ad un livello leggermente più alto, ma forse dato semplicemente dalla maggiore dimensione che generalmente le caratterizza si collocano gli agglomerati. Questo è un termine, seppur orribile, che si usa comunemente per descrivere perlopiù centri di recente costruzione dotati di servizi base. In più io ci aggiungo: città dotate di dimensioni finanche estese, le quali hanno sottomesso tutto all’incuria e all’assenza di pianificazione. Un esempio lampante di queste può essere Reggio Calabria. Dopodiché vengono gli assembramenti urbani. Questa è forse la categoria più “dolorosa”, perché è in essa che colloco le grandi città, dotate di storia, vita culturale, seppur acerba, fermento economico e sprazzi di lucidità operativa, che però non possiedono un’anima, un’identità, un’appartenenza forte. Non hanno la capacità di esaltare le ricchezze di cui sono dotate e soprattutto, ciò che è assolutamente sconfortante, sono abitate, in massima parte, da cittadini che non sanno cogliere il valore della vita della comunità. Tra queste si trovano Roma, Napoli, Atene, Istanbul e diversi altri esempi. Sono città che a me piace definire dolorose, in quanto è palpabile il velo dell’incuria e della mancanza di attenzione: sono città estremamente sciatte. In sequenza diretta troviamo le grandi città. Il termine può sembrare banale in effetti, ma esprime con semplicità quello che di più caro c’è nel vivere urbano. In esse è presente lo slancio vitale, un fermento economico e, miracolosamente, una pianificazione delle attività, un’attenzione ai dettagli della mobilità, del decoro. Inoltre, cosa che più d’ogni altra a mio avviso rileva, sono abitate da una popolazione, almeno in larga parte, consapevole del rispetto dovuto loro. Tra queste si possono trovare Madrid, Milano, Barcellona, Monaco di Baviera, Berlino, Parigi, San Pietroburgo, Dublino e diverse altre. Tuttavia, però, ancora non basta. Esiste un’ultima categoria ed è quella delle cosiddette metropoli superiori. Queste sono le città simbiotiche. Consentitemi l’utilizzo di questo termine, forse improprio, per esprimere appieno il concetto di momentum. Questo, per gli inglesi non a caso, è il ritmo, la pulsazione, il fermento. Le città dotate di momentum vivono le loro giornate essendo protagoniste di quello che avviene nel mondo ed essendo presenti a se stesse. Non importa se alle volte agli angoli delle strade si può trovare della sporcizia, se alcune zone sono malfamate, se la metropolitana non è modernissima. Importa solo e soltanto la sensazione che si respira, la trepidazione di attraversarle, la cura posta nel funzionamento di ogni singolo particolare. Queste sono Londra e New York City.


Dopo questa lunga introduzione voglio dare solo qualche breve cenno su cosa io davvero intenda per metropoli superiore. Londra. Stazione di Liverpool Street. È una stazione piuttosto datata che funziona come il suo primo giorno. Non c’è un cartello fuori posto, tutti sanno esattamente quale sia il loro compito e ogni passeggero non trova la benché minima difficoltà a dirigersi verso la propria destinazione o ad orientarsi, qualora vi si trovi per la prima volta. Si esce dall’ampio ingresso vetrato e ci si trova nel cuore pulsante della city in cui ogni giorno viene movimentato un quinto del prodotto interno lordo di tutto il Regno Unito. Ed è proprio qui che cominciano i “più del mondo”. Sarà banale, infantile, gretto, ma sapere di essere parte di qualcosa che è la “più del mondo”, istantaneamente produce forti scariche di adrenalina. Ebbene è proprio per questo che Londra attira: Capitale di una Nazione dalla fulgida storia risulta una cattedrale nel deserto ed è riuscita, come un faro su un’isola oceanica, ad attirare a sé tutti i più grandi investimenti fatti nella storia dell’umanità. È una delle tre città leader dell’economia mondiale insieme a New York e Tokyo; il più grande e più competitivo centro finanziario del mondo secondo il “Global Financial Centres Index”.

Nel 2007 il Primo Ministro Gordon Brown ha definitivamente approvato la costruzione di un’opera titanica, inimmaginabile per la maggior parte delle città che tuttavia, per Londra, non appare più sconvolgente dell’ennesima estensione di una linea della tube: il “Crossrail”. Sarà deformazione professionale, ma sapere che passeggiando per un tratto di Oxford Street o prendendo la metropolitana alla stazione di Farringdon si cammina sopra ad un cantiere di dimensioni ciclopiche ha di che far gioire e, purtroppo, invidiare. Ebbene sì, il progetto “Crossrail” prevede di interrare lungo tutta la città un collegamento ferroviario in grado di snellire il traffico interurbano ed interregionale est-ovest. Il progetto, avviato e più o meno in linea con la tabella di marcia, prevede sette stazioni sotterranee nel cuore della città, e per cuore della città intendo stazioni che prenderanno il nome di Bond Street e Tottenham Court Road e un totale di 22 km di galleria. La parte che interessa Londra è solo una sezione di un progetto molto più ampio che serve a collegare l’est con l’ovest dell’Inghilterra meridionale. Ancora una volta: il cantiere più grande attualmente attivo in Europa.

Ulteriori prove dell’unicità di questa metropoli superiore è la sua capacità di attirare grandissime opere d’arte architettonica.

Differente da tutto ciò che lo circonda è lo Shard, il grattacielo, non a caso “più alto dell’Unione Europea”, progettato da Renzo Piano, che con i suoi 310 metri di altezza sovrasta l’intera città e lascia senza fiato, un po’ per la quota un po’ per lo spettacolo strepitoso che ci si trova davanti. È stato soprannominato The Shard, la scheggia, a causa della sua forma, essenziale e quanto mai rigorosa. Una contemporanea merlatura vitrea lo proietta verso il cielo e gli garantisce l’appellativo. È imponente, maestoso, e al contempo lascia trasparire un’apparente fragilità, quasi rassicurante per l’avventore che intende scalarlo. E intanto, dal settantaduesimo piano si ha la vita frenetica e appassionante della città sotto il proprio sguardo. Serpentelli biancastri che vagano per tutta la città, formiche rosse che operosamente svolgono il loro compito, microrganismi corvini che digeriscono la carcassa di un enorme leone per dare al mondo nuova vita, linfa vitale che sono gli abitanti. 


Questa è l’impressione che ho avuto stando lassù e guardando verso il basso, con la solita miscela di emozione, invidia, passione, e paura per poter godere di uno spettacolo simile, per non esserne parte, per conoscerne i meccanismi essenziali e per non sapere se un giorno accetterà anche me.



Federico Giubilei