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Gran Bretagna ed Unione Europea: In or Out!

Gatwick Airport of London: atterri e ti dirigi verso il terminal del treno che porta alla Stazione Victoria. Prendi il treno e in mancanza di musica sintonizzi la radio del lettore mp3 sulla BBC1 e ascolti il seguente messaggio: “Il primo ministro David Cameron ha annunciato di voler concedere un Referendum per far scegliere ai cittadini se la Gran Bretagna resterà nell’Unione Europea”. Così, neanche atterrato, mi ritrovo a pensare che forse la vincitrice del premio Nobel per la Pace, ovvero l’Unione Europea, non è vista con diffidenza esclusivamente dai paesi latini e di derivazione culturale cattolica.

Ad analizzare alcuni degli aspetti maggiormente importanti di una tale decisione, anticipando come sempre su questo blog i tempi dei media convenzionali, fu Giulio Sansone nell’agosto dello scorso anno nell’articolo “Brexit”. La questione “In or Out” non è da affrontare in modo emotivo ed ideologico, né tantomeno la si può affrontare esclusivamente dal punto di vista economico o giuridico. L’impegno preso dal Premier inglese verso i propri cittadini è quello di ridare a loro il potere di decidere democraticamente. Infatti, chiunque abbia solamente sfogliato una decina di pagine del Diritto dell’Unione Europea può facilmente rendersi conto di come l’Europa unita sia un immenso paradosso. Nessun cittadino può scegliere chi viene messo al vertice decisionale dell’Unione, le cui direttive sono vincolanti. E, ciliegina della “non democrazia rappresentativa”, l’organo per eccellenza al centro del concetto e dell’architettura dell’ordinamento democratico, ovvero il Parlamento Europeo, vota quel che producono le Commissioni. Se Berlino e Parigi finora erano pronte a contrastare le inutili richieste dei governi di Roma e Madrid, oltre che della depredata Atene, adesso si ritrovano di fronte Londra. I britannici non hanno il concetto di “ce lo chiede l’Europa”, né tantomeno sono disposti a cedere quote di “sovranità”.

Il punto centrale è questo: nessuno tra i maggiori partiti britannici vuole realmente uscire dall’Unione Europea, ma la Gran Bretagna vuole che l’UE lasci ai singoli parlamenti nazionali specifiche politiche (capitolo sociale, immigrazione, sovranità alimentare). Qualora Bruxelles o meglio il direttorio franco-tedesco non concederà tali prerogative a Londra essa si rifiuterà di firmare i Trattati che richiedono il consenso equanime. Cinque sono i punti attualmente delineati da David Cameron per evitare il pur difficile referendum. Al primo punto vi è la richiesta di un “mercato unico” privo di sovrastrutture e burocrazia. Al secondo punto, il più importante, e per il quale neanche i più convinti unionisti tacciono le critiche, è il sopracitato “deficit democratico” espresso nelle parole del leader dei Conservatori così: “Non esiste un demos europeo, i poteri vanno nuovamente concentrati nei parlamenti nazionali” (fonte: Sole24 ore). Sicuramente molti hanno visto nell’annuncio di David Cameron un appiglio elettorale e dall’elezione del 2015 dipenderà l’indizione o meno del referendum “In or Out”. In caso di vittoria i Laburisti si sono detti contrari al voto sulla permanenza nell’Unione Europea.

Quel che resta da osservare è di come alcuni paesi, per convenienza o storia, non sono disposti a svendere la propria sovranità monetaria, la propria sovranità alimentare e le proprie politiche sociali. Berlino e Parigi sono avvertite, la partita sul futuro d’Europa e Gran Bretagna è all’inizio e nessuno accuserà mai di “populismo” gli inglesi. Una partita che interesserà il prossimo lustro e nella quale Angela Merkel sa che neanche la Luftwaffe è riuscita a piegare Londra.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli