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Il Recupero della Bellezza – Franca Pisani al MACRO Testaccio

Del museo MACRO Testaccio mi è sempre piaciuta quella sensazione di vivere l’arte contemporanea calpestando suoli che hanno avuto una vita, una storia, un passato completamente diversi. Mi piace l’idea di recupero e riqualificazione di uno spazio pubblico, questo sicuramente, ma ancora di più mi piace il fatto che la memoria dell’ex-mattatoio non sia un qualche concetto polveroso, ma sia invece la vita stessa di un luogo in continua evoluzione.
Ospita sempre esposizioni interessanti, stimolanti, ma questa volta forse più che altre trovo un collegamento concettuale tra il luogo e la mostra in corso “Franca Pisani – Codice Archeologico. Il recupero della bellezza.”
Innanzitutto Franca Pisani recupera un antico supporto, il telero: un’enorme tela di lino priva del supporto ligneo e poggiata direttamente alla parete. Dieci teleri in tutto ci portano alla riscoperta di quattro siti archeologici fondamentali nella storia della civiltà: Hatra, Nimrud, Bamiyan e Palmira.


Hatra, a sud di Mosul è stata recuperata lo scorso aprile dalle forze irachene dopo tre anni di occupazione dello Stato Islamico, che ha raso al suolo alcune aree del sito archeologico. Stessa sorte era toccata a Nimrud, sul Tigri, liberata nel novembre del 2016 e alla Sposa del Deserto, Palmira in Siria.
Bamiyan invece, in Afghanistan, vide i suoi antichissimi Buddha scolpiti nelle montagne e risalenti a più di milleottocento anni fa distrutti dalla cieca furia dei talebani nel 2001.
Lungo tutto l’iter espositivo, l’artista ha scelto di costruire un filo conduttore di bellezza che si traduce in un percorso di archeologia contemporanea scandito da un migliaio di pezzi marmorei provenienti dalle cave del Monte Altissimo di Pietrasanta, le stesse utilizzate cinquecento anni fa da Michelangelo Buonarroti per la facciata della Basilica di San Lorenzo a Firenze, poi rimasta incompiuta. Su una sorta di pavimento di polvere di marmo, sono sistemati numerosi pezzi dalle forme più strane, che erano destinati al restauro o alla costruzione di famose moschee e minareti, ma anche di chiese e biblioteche.


Questo percorso conduce il visitatore direttamente all’interno di un gruppo di figure installate in fondo al padiglione. L’opera d’arte così concepita mostra un impianto corale, in cui queste strane sculture sono dei “Nomadi”, una sorta di mummie viandanti, che indicano la via in un’oscillazione continua tra passato e futuro, tra memoria archeologia e speranza futura di rinascita.
Un’esposizione forse concettualmente complessa e non intuitiva, ma il percorso è talmente carico di pathos e memoria, di dolore per la bellezza distrutta e di speranza che la bellezza stessa infonde, che il messaggio arriva comunque potente e diretto a toccare le corde di chi guarda le tele e grazie ad esse vede imponenti davanti a sé quelle meraviglie archeologiche e che solo la memoria può ormai custodire in tutto il loro splendore.
C’è tempo fino al 26 novembre per vivere questa esperienza tra i padiglioni del MACRO Testaccio, ma ciò che di più grande può derivare da una mostra come questa e da un’artista come Franca Pisani è la scintilla della curiosità, l’interruttore dei riflettori e dell’attenzione su luoghi lontani e troppo poco conosciuti. Fondamenta della civiltà, della cultura, dell’arte che spesso sono diventati tristemente noi ai più solo quando era troppo tardi per ammirarli. Ma non sarà mai troppo tardi per conoscerli e ricordarli, speriamo.
Il recupero della bellezza del passato, per dare una nuova luce al futuro.

DALLA STRADA AL MUSEO. Cross the Streets tra Writing e Street Art

Si chiama Street Art, ma questa volta per ammirarla non c’è stato bisogno di andare “a caccia” di muri in giro per il mondo, è bastato andare al MACRO di via Nizza a Roma. La mostra Cross the Streets, visitabile fino all’1 ottobre 2017 è stata ideata e prodotta da Drago in collaborazione con Nufactory.

A Roma in estate, se sei romano, ti rendi conto di un un doppio fenomeno: la vedi svuotata e piena di gente allo stesso tempo. Svuotata, perché i romani partono per le vacanze; piena, perché nonostante i 40 gradi di caldo nessun turista rinuncia a visitare Roma bella. Come dicevo, i romani partono, vanno in vacanza, tutti tranne me che quest’estate non mi sono mossa dalla mia città. Niente mare, niente montagna, niente viaggi all’estero. Che balle, ho pensato all’inizio… poi in una giornata di agosto, dopo essermi imbattuta fino a quel momento in file e file e file di visitatori stranieri mi sono detta di far come loro, godermi la città eterna. C’era solo un problema ancora, il caldo. Passeggiare a Roma è indubbiamente il massimo, ma l’afa è sfiancante e allo stesso tempo però ti sembra uno spreco rinunciare a quel sole per chiuderti in un museo. Poi ho trovato Cross the Streets e la soluzione era già nel titolo. Una mostra che ti porta le strade, o meglio, i muri delle strade in un museo. Dunque avrei potuto visitare una mostra al fresco dell’aria condizionata senza rinunciare alla mia passeggiata!

Il progetto nasce dalla ricerca di Paulo Lucas von Vacano sulla controcultura Street e tutte le sue declinazioni. Un fenomeno capace di coniugare insieme giovani, periferie e minoranze, l’arte urbana, dal Writing, ai Graffiti, dal Muralismo che ha influenzato e continua a influenzare l’immaginario collettivo. Questa pratica artistica prende le mosse dalle proteste underground giovanili fino ad arrivare a contaminare diversi campi: dalla musica al cinema, la moda, la fotografia fino alla pubblicità. La mostra permette di capire e approfondire la potenza e la fascinazione di questo movimento multimediale e multiforme, partendo dalle radici a livello mondiale, passando per i conseguenti fenomeni di costume, fino ad indagare, a livello locale, la storia del graffitismo romano.

 

È vero che la mostra trasporta la Street Art in un museo ma non per questo rinuncia alla sua magnificenza e alle dimensioni reali delle sue opere a cielo aperto. Due sale per graffiti e murales giganteschi, realizzati da artisti di tutto il mondo.

Primo fra tutti Frank Shepard Fairey, meglio noto come Obey, artista, illustratore, graphic designer e attivista statunitense. I suoi lavori sono prevalentemente di carattere politico, come le campagne anti-Bush o la famosa locandina in sostegno di Obama “Hope”, poi scelta dal presidente come icona ufficiale della sua campagna elettorale. Nell’opera in mostra sono presenti molti elementi ricorrenti, come il ritratto, la propaganda e il potere politico.

Il francese WK interact è interessato al corpo in movimento, i suoi lavori sono site specific e le immagini che utilizza sono riprese direttamente dalla realtà del mondo circostante. Il suo interesse è nell’incontro con l’ambiente urbano e nelle interazioni che possono derivare da questo incontro. La sua tecnica consiste nel modificare un disegno o una foto mentre viene fotocopiata, in modo tale da rendere l’immagine dinamica. L’opera deve poi essere collocata in un luogo adatto ad essa.

JBRock invece è Romano, classe 1979 e scrive sui muri da quando ha 12 anni. Non ha mai smesso perché non c’è altro che lo possa far sentire meglio. Il suo murales è coloratissimo e ricco di dettagli, dai volti dei personaggi, ai messaggi che tramite questo vuole farci arrivare. A me ha ricordato un po’ le copertine dei Piccoli Brividi, chissà che non ne fosse un appassionato.

 

Mirko Reisser, aka DAIM è tedesco, divenuto famoso in tutto il mondo per i suoi grandi graffiti in stile 3D, in cui dipinge il suo nome da writer attraverso ripetizioni e processi di costruzione/decostruzione.

LUCAMALEONE, nato nel 1983 a Roma, dove vive e lavora è noto per le sue opere ispirate alla natura e all’arte antica. La sua costante tensione al perfezionamento della tecnica dello stencil ha fatto di lui un artista dallo stile inconfondibile, inoltre è tra i pochi al modo ad utilizzare mascherine e vernice per realizzare stencil multilivello elaborati e caratterizzati da una sovrapposizione di numerosi strati di colore. Artista e promotore della street art internazionale, dal 2004 a oggi ha collezionato oltre cinquanta mostre in tutto il mondo, tra personali e collettive. Dal Cans Festival a Londra nel 2008 organizzato da Bansky all’imponente street art group show Scala Mercalli all’Auditorium di Roma, all’esposizione itinerante Twenty Street Artist commissionato dai Green Day negli USA. La sua opera Mucchio di Fagiani è altissima e grandissima, i colori sono vivi così come vivi sembrano i soggetti del Murales, tanto che ti senti osservata da tutti quegli occhietti -ah! in uno di loro è nascosto il logo dell’artista- tanto da farti credere che quei fagiani possano uscire fuori dal muro tutti insieme da un momento all’altro.

Anche Diamond è romano ed è uno dei maggiori esponenti street artist della capitale. Lavora spesso con poster in cui rappresenta donne che evocano motivi decorativi dell’Art Nouveau e la sua opera seppur coerente con se stessa non ricalca i clichè classici della street art. Le tecniche che utilizza sono insolite e svariate, i temi spesso cupi hanno risvolti simbolico/visionari e il risultato della sua produzione artistica è stilisticamente eclettico e inquieto, quantitativamente debordante. Anche l’opera esposta ha come soggetto una donna, che io vedo un po’ strega e un po’ dea, tiene in mano un teschio e ha gli occhi bianchi come se stesse lanciando un maleficio, in effetti un po’ inquietante lo è…

Questi sono solo alcuni dei nomi presenti in mostra, che continua con opere di Ron English, Cope 2, Jeremy Fish, Sten e Lex, Invader e molti altri.

Una seconda sala propone due letture parallele del fenomeno del Writing a Roma negli anni ’80 e oppone una selezione di alcune delle prime opere di writers americani che vennero esposte in Europa alla fine degli anni ’70 alla storia di Napal, uno dei primi writers romani nonché fondatore di due crews storiche, LTA e KIDZ, che ha realizzato un intervento direttamente sui muri del museo assieme Brus, un writer a cui è legato da un sodalizio decennale. Altro spazio è dedicato a una selezione di fanzines, blackbooks, fotografie e bombolette aerosol che documentano la varietà dei materiali utilizzati.

Gli anni ’90 poi, segnano a Roma l’approdo del writing dopo i primi esperimenti compiuti sui muri, sui treni e sulle metropolitane. A partire dal 1992 circa linea A, linea B e la linea Roma-Lido che collega la capitale con la città di Ostia, sono ricoperte di graffiti dalle prime generazioni di writers romani ma il fenomeno si estende poi nel corso degli anni successivi a tutta la linea ferroviaria cittadina. I graffiti si stratificano uno sull’altro, anche perché le campagne di pulizia dei treni mancano di regolarità. Venticinque anni dopo Roma è entrata a far parte della storia del writing, non solo per l’attitudine particolare con cui i writers locali hanno dipinto e dipingono ancora oggi i treni e le metropolitane, ma anche e soprattutto perché in nessun’altra città al mondo, neanche a NY, i treni circolano ricoperti di graffiti da così tanti anni. All’alba degli anni 2000, alcuni writers che hanno scoperto i graffiti tra gli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, cominciano a sentire la necessità di un nuovo percorso di ricerca e sperimentazione artistica, alternando azioni in strada a mostre organizzate in quelle gallerie e spazi museali che si dimostrano sensibili alle loro poetiche e a un linguaggio che conserva solo in parte un legame formale con i graffiti.

È vero che le città stanno diventando, ogni giorno di più, dei veri e propri musei a cielo aperto, accessibili a tutti ma è vero anche che grazie all’interesse di gallerie e strutture slegate dal mondo della strada, il movimento della cultura underground sta confermandosi come corrente artistica, riconosciuta a tutti gli effetti.

Ho “cross the streets” immaginandole nella mia mente, io che pensavo di farmi una passeggiata a Roma e sono finita tra le strade del mondo a guardare muri che parlano, comunicano e riscattano tutti quegli altri muri che in questo momento storico ci dividono e allontanano.

 

 

 

 

 

 

 

Il MACRO Testaccio si colora con Limoni

Il solstizio d’estate ha aperto le porte a un tripudio di colori, quelli della mostra di Giancarlo Limoni intitolate “ Il giardino del tempo / opere 1980-2017”.
Nei grandi spazi ariosi, luminosi e suggestivi de La Pelanda, il MACRO propone fino al 17 settembre l’esposizione di venticinque opere dal grande formato e dai toni affascinanti che ripercorrono la carriera di Gianfranco Limoni, uno degli esponenti della Nuova Scuola Romana degli anni Ottanta.

La natura è il fulcro della sua poetica, reinterpretata grazie agli spunti che gli vengono dalla letteratura, dagli insegnamenti dei grandi pittori impressionisti ed espressionisti, dalla sua esperienza personale e dal contatto con l’oriente.

L’intera sua produzione pittorica è evidentemente incentrata e valorizzata dal ruolo predominante del colore.
È impossibile, entrando nel padiglione della Pelanda,
  non rimanere sopraffatti dalla varietà, dalla bellezza, dalla corposità ma soprattutto dalla potenza dei colori di Limoni. Le prime opere (l’allestimento segue un ordine espositivo cronologico) sono caratterizzate da colori molto contrastanti e a volte stridenti tra loro, e in questo risiede la loro forza.
Man mano che si percorre la stanza però si viene circondati da colori sempre più densi, stratificati, caldi, talmente corposi e concreti da sembrare vivi e comunicativi. I quadri a tema floreale testimoniano una fioritura quasi reale, tridimensionale; a tratti sembra quasi di percepirne i profumi, di sentirne il fruscio.

Come spiega il comunicato stampa a proposito della crescita e maturazione artistica di Giancarlo Limoni “L’approdo di questo viaggio è stata quindi la sontuosa ricchezza delle opere realizzate dagli anni Novanta in poi, dove la visione cromatica si arricchisce di una pulsazione vitale che ricompone la vibrazione del mondo nelle sue fioriture, nei riflessi d’acqua e nel mare attraversato da tagli di luce e di vento, dove i pigmenti si immergono e si cristallizzano nelle acque della memoria. Dare forma a un nuovo giardino del tempo: tra l’esplosione dei colori che inondano la tela e la silenziosa presenza delle opere più recenti, dedicate ai Giardini di neve, dove il bianco si anima delle presenze enigmatiche e impercettibili di velature e di spessori cromatici.”

Una mostra che è un’esperienza sensoriale unica e originale, oltre che pittorica. Un’esposizione che consente di vivere e godere di tutti i colori della natura in ogni sua stagione, in ogni sua variazione, in ogni sua temperatura. E che si conclude con un’ultima opera, un Giardino d’inverno realizzato in questo 2017, che con il suo bianco senza profondità, con quei concreti e pastosi colpi di blu e di viola su un’erba fredda fa quasi dimenticare gli oltre trenta gradi che, dal solstizio in poi, accompagneranno queste tele per tutta la durata dell’esposizione, nel cuore pulsante di Testaccio.

VIDEOCRACY, la video-mostra del MACRO di via Nizza

Al Macro di Via Nizza, Videocracy una video-mostra, curata da Marco Fabiano e promossa da Roma Capitale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali.

Prima tappa di un viaggio all’interno della Collezione dei video del MACRO, dalla quale sono stati estrapolati e messi a confronto tre video dei due più grandi ed importanti video-artisti del Novecento: Bruce Nauman e Cheryl Donegan.

Particolarmente interessante è il confronto/raffronto fra generazioni: gli anni Sessanta di Nauman in cui questo tipo di arte è esplosa davanti alla tipologia degli anni Novanta di Donegan, in cui l’arte del video era ormai divenuta “prodotto”, entrato a pieno regime nei circuiti del sistema artistico internazionale.

Di Bruce Nauman è trasmesso Walking in an Exaggerated Manner Around the Perimater of a Square (1967-68, 10’ 35”) mentre di Cheryl Donegan sono trasmessi Head (1993, 5’ 56”) e Sets (1997, 3’ 16”).

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L’obiettivo di questa mostra è puntato sulle due diverse fasi della video arte, quella che potremmo definire come “archeologica”, legata ancora all’azione e al concettuale, a confronto appunto con quella degli anni Novanta dove l’azione è superata dalla tecnica.

Fino al 2 Ottobre sarà possibile visitare Videocracy al MACRO di Via Nizza dal martedì a alla domenica nell’orario 10.30-19.30.

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Dagli anni sessanta ad oggi la videoarte mette in discussione la concezione di prodotto artistico attraverso la cosiddetta “dematerializzazione” dell’oggetto d’arte, rende viva la possibilità di un’arte fondata sul tempo anziché sullo spazio.

Videocracy nello specifico, è citazione di un saggio di Rosalind Krauss riguardante appunto la videocrazia di questo tipo di arte rispetto ad altri stili. Ovviamente l’artista si riferisce ad un periodo cronologico e artistico più vicino a Nauman, ma che possiamo traslare anche a Donegan, soprattutto nel momento in cui la medialità dell’arte è realmente divenuta dominante.

URBS PICTA: William Kentridge sul Tevere

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Vi fu un tempo in cui l’ Urbe eterna prese parte alla florida stagione delle urbes pictae: un movimento rinascimentale che vide le famiglie desiderose di celebrare le proprie facoltà e poteri,  intente nel commissionare  a maestri del disegno l’opera di grandiosi fregi sulle facciate dei propri palazzi nobiliari. Così in questi giorni primaverili, nei primi venti del Cinquecento,  girando tra i vicoli del centro storico romano, era probabile  incappare nella figura di Polidoro da Caravaggio, Maturino da Firenze o Daniele da Volterra, in cima a qualche impalcato, concentrati ad istoriare racconti sui muri della città.

A sinistra Polidoro da Caravaggio
A sinistra Polidoro da Caravaggio in Palazzo Gaddi, a dx Daniele da Volterra in Palazzo Massimo

 

Tra Piazza Navona e Campo dei Fiori se ne conservano alcuni brani preziosi, consumati dal tempo: in Via della Maschera d’Oro, su Palazzo Milesi; a Palazzo Massimo in Piazza de Massimi; o a Palazzo Ricci in Piazza de’ Ricci. La tecnica ricorrente era quella di applicare su parete una colla di carbone, materia scura ed un secondo strato di intonachino chiaro: grattando via quest’ultimo usciva fuori la materia bruciata, dando vita a disegni su contrasti chiaroscurali.

Fregi d’amore per il mito e la storia, fregi bianchi e neri a far da volti agli spazi urbani.

Si è da poco conclusa la grandiosa opera di William Kentridge sui muraglioni del Tevere:  Triumphs and Laments corre a fianco del fiume da ponte Sisto a Ponte Mazzini, con un fregio di oltre cinquecento metri in ordine gigante.

L’artista sudafricano racconta attraverso il chiaro scuro, con una lunga processione di figure, glorie e sconfitte della Storia di Roma. Un’opera che si erige sul gioco dei contrasti: imponente, ma anche effimera. Durerà cinque anni o poco più il disegno sulle pareti, perché in questo site specific Kentridge ha lavorato sulla velatura del tempo, rimuovendo la patina biologica solo nelle sezioni del disegno scelte. Nero qui non è il carbone, bensì lo sporco accumulato dalla vita urbana mentre il bianco è vestito dalle porzioni ripulite con i getti d’acqua.  Ma l’amor per la materia bruciata è presente in tutta l’opera del grande disegnatore ed al Macro di Via Nizza sono esposti in mostra i vibranti bozzetti a carboncino che hanno costruito lo studio del grande fregio.

Studi dell'artista. Sulla sinistra ed al centro si notano gli oggetti della contemporaneità. Sulla destra in rosso abbozzato il profilo dell'Apollo e Dafne berniniano
Studi dell’artista in mostra al Macro. Sulla sinistra ed al centro si notano gli oggetti della contemporaneità. Sulla destra in rosso abbozzato il profilo dell’Apollo e Dafne berniniano

 

Il racconto della Città eterna è frammentato , il tempo si esprime attraverso una successione di momenti non correlati tra loro, confondendo il passato remoto con quello prossimo. Tra arcangeli e bighe, cavalieri e viaggiatori, la contemporaneità entra nell’opera attraverso l’uso di oggetti del quotidiano come caffettiere, macchine da cucire ed immagini emblematiche del dolore collettivo, quali il corpo esanime di Pasolini o la Renault dell’uccisione di Moro. Un instabile equilibrio di rimandi tra epos, realtà quotidiana e tragedia.

Abitiamo l’epoca della Postmodernità, dove sono crollate le grandi narrazioni totalizzanti. In questo smarrimento generale ognuno di noi è testimone di come sia fondamentale la ricerca di riparo e appiglio in una qualche narrazione, seppur frammentata. Si ha una soffocante esigenza di mettere in relazione le proprie esperienze ad un filo rosso che le leghi insieme e dia un senso al racconto: intenzioni, motivazioni e significati che restituiscano senso al proprio agire.

La città è specchio della società e proprio per questo ricomincia a vestirsi di graffiti e dipinti, basti pensare all’esplosione del fenomeno della Street Art. Dopo un lungo silenzio torna a prendere voce un racconto frammentato della collettività a cui non si può negare l’espressione.

Così riprende fondamentale ruolo ed importanza la narrazione ed il fregio romano di Kentridge è vita in tale senso: abbraccia la memoria collettiva. Si torna a raccordare così la propria esistenza, la praxis, ad una qualche storia, perché proprio nel logos risiede quell’impronta primordiale che ricorda come ogni vissuto trovi sincera certezza nella condivisione ed ogni uomo non sia mai solo nella sua solitudine.

Studi dell’artista in mostra al Macro

 

Per maggiori informazioni, visitare il sito www.triumphsandlaments.com

http://www.tevereterno.it/it/william-kentridge-al-macro/

Bando alle Cenci, parliamo del Caravaggio e Tor di Nona



Foto di Tor di Nona da Roma Sparita
In tempi di bianco rosso e Babbi Natali, Roma si addobba di alberi palle e lucine; e tra i giri natalizi non può mancare la visita a nonna Piazza Navona e alle sue irriverenti nipotine bancarelle.
Sicché tra un regalo e l’altro vorrei condurre qualche anima stanca a portare lo sguardo un po’ oltre i balconi della piazza. Oltre il trionfo delle luci della ribalta barocca, oltre le mani del Bernini ed il disegno del Borromini, nel quartiere del centro di Rione Ponte si nasconde una zona a lungo dimenticata, ma che tempo addietro e tutt’ora rivela una Roma fatta di storie ed intrighi, danaro e corruzione, arte e morte.

Sul Lungotevere venendo da Castel Sant’Angelo, poco prima del semaforo del Palazzaccio vi si passa accanto: la zona di Tor di Nona. La Roma storica è costellata di torri e torrette, qui nel Rione citato se ne ha da Tor Millina a Tor Sanguigna, ma Tor di Nona nasce già in gran sfavillo come antica torre degli Orsini, una delle famiglie della nobiltà nera romana.
L’attuale lungotevere omonimo è il risultato dell’intervento piemontese dei muraglioni che risolse il problema alluvionale della città ma tolse il dialogo stretto che un tempo Roma aveva col suo innamorato fiume.
L’area intorno, ai tempi, si configurava proprio come una di quelle zone di ponte tra il Tevere e la città. Tale dialogo e la prossimità con ‘i coronari’ e le altre aree di maestranze fece sì che la zona si popolasse di botteghe di artigiani, scultori, orefici, perché i marmi e i metalli provenienti dalle rotte commerciali approdavano per mezzo di barche proprio là, su quella sponda del Tevere.


Tornando all’edificio, nel quattrocento divenne un carcere, famoso per la  cruenta severità delle pene e delle torture. Tra i vari a varcare le soglie del tetro luogo spiccano figure incredibili, come il grande scultore e maestro Benvenuto Cellini ed il turbolento carattere geniale del Caravaggio. Quest’ultimo rinomato per il suo temperamento irruento fu rinchiuso più volte nelle anguste celle.
Stendhal, inoltre, ci racconta nelle sue “Cronache romane” l’episodio tragico della giovanissima Beatrice Cenci, che sconvolse a lungo gli animi della città. Condannata a morte per parricidio ed a lungo detenuta nel carcere fu infine decapitata in Piazza Sant’Angelo di fronte allo sguardo sconvolto ed impassibile della folla.
Alla decapitazione assistette lo stesso Caravaggio
insieme con il pittore Orazio Gentileschi e la figlia, la piccola Artemisia. Tre grandi maestri riuniti insieme nel lutto di una Roma controversa e cupa, che silenziosamente influenzò gran parte dell’operato dei tre. Proprio mentre la Roma di Campo Marzio e San Pietro veniva illuminata ad arte e d’arte nella luce della controriforma con palazzi, chiese, statue e grandi opere pittoriche, al contempo, nella tetraggine che la severa autorità ecclesiastica distribuiva a macchia d’olio nella città, si celava l’area di Tor di Nona, con il carcere colmo di grandi personaggi, con le discusse esecuzioni in piazza e con un artigianato locale, sapiente, ma profano.
 
Il volto fiero di Giuditta nel Giuditta ed Oloferne del Caravaggio, possibile eco di Beatrice Cenci
Nel seicento il vecchio carcere venne trasformato in un gran teatro, che s’incendiò nel settecento e venne ricostruito a nuovo successivamente.
Negli anni del dopoguerra non ci stupisce che l’area venne destinata al mercato nero, conservando quella sua vocazione artigianale e commerciale, ma al tempo stesso non abbandonando la dimensione torbida che l’aveva seguita per tutta la sua storia.
Negli anni Settanta la zona visse una stagione significativa nella lotta per il diritto alla casa e per il risanamento edilizio del centro storico. L’area era infatti caduta in un degrado fatiscente, dopo esser stata espropriata dal Comune negli anni ’50. Fin quando nel ’76 un gruppo di studenti di architettura ridipinse tutte le facciate della zona di storie e racconti fantastici, riportando in vita tramite la vernice sia le botteghe degli artigiani ormai chiuse, sia le  impalcature ed i carpentieri all’opera, sia il dialogo con il Tevere con il disegno del fiume, di barche e marinai ed infine un asino che vola a vegliare le fantasie speranzose di ogni passante rattristato. L’opera riuscì nel suo intento e negli stessi anni il critico d’arte  Giulio Carlo Argan, da sindaco, avviò per questi edifici un complesso piano di recupero che vide l’assegnazione delle cellule abitative ai ceti popolari.
 
Attualmente il Comune ha ridato luce all’area riprogettando la pavimentazione, collocando una nuova scalinata di collegamento col piano rialzato del Lungo Tevere, nonché invitando gli stessi autori del murales a riproporre parte dell’opera cancellata sul muraglione. 
[Per consultare delle foto: http://www.agf-foto.it/event/it/1/81952

L’asino che vola di Tor di Nona presa dal sito del Gruppo Foto CRAL Telecom
La vecchia strada di Tor di Nona, anche se solo nel disegno, è tornata a parlare col suo fiume. La spina di via dei Coronari che collega Piazza Navona a Castel Sant’Angelo ora è fiancheggiata da un nuovo percorso pedonale. Anche il MACROha colto le potenzialità dell’area allestendo una zona della strada per l’esposizione di opere di street artist e giovani pittori del panorama artistico romano.

Questi interventi, anche se piccoli e puntuali, sono ciò che migliora la città. Una pianificazione attenta alle logiche di vita urbana può portare risultati molto più efficaci rispetto alle grandi opere fanfarone e dai costi esosi.
Che Caravaggio ce ne dia il coraggio!

Isabella Zaccagnini – PoliLinea