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Il MACRO Testaccio si colora con Limoni

Il solstizio d’estate ha aperto le porte a un tripudio di colori, quelli della mostra di Giancarlo Limoni intitolate “ Il giardino del tempo / opere 1980-2017”.
Nei grandi spazi ariosi, luminosi e suggestivi de La Pelanda, il MACRO propone fino al 17 settembre l’esposizione di venticinque opere dal grande formato e dai toni affascinanti che ripercorrono la carriera di Gianfranco Limoni, uno degli esponenti della Nuova Scuola Romana degli anni Ottanta.

La natura è il fulcro della sua poetica, reinterpretata grazie agli spunti che gli vengono dalla letteratura, dagli insegnamenti dei grandi pittori impressionisti ed espressionisti, dalla sua esperienza personale e dal contatto con l’oriente.

L’intera sua produzione pittorica è evidentemente incentrata e valorizzata dal ruolo predominante del colore.
È impossibile, entrando nel padiglione della Pelanda,
  non rimanere sopraffatti dalla varietà, dalla bellezza, dalla corposità ma soprattutto dalla potenza dei colori di Limoni. Le prime opere (l’allestimento segue un ordine espositivo cronologico) sono caratterizzate da colori molto contrastanti e a volte stridenti tra loro, e in questo risiede la loro forza.
Man mano che si percorre la stanza però si viene circondati da colori sempre più densi, stratificati, caldi, talmente corposi e concreti da sembrare vivi e comunicativi. I quadri a tema floreale testimoniano una fioritura quasi reale, tridimensionale; a tratti sembra quasi di percepirne i profumi, di sentirne il fruscio.

Come spiega il comunicato stampa a proposito della crescita e maturazione artistica di Giancarlo Limoni “L’approdo di questo viaggio è stata quindi la sontuosa ricchezza delle opere realizzate dagli anni Novanta in poi, dove la visione cromatica si arricchisce di una pulsazione vitale che ricompone la vibrazione del mondo nelle sue fioriture, nei riflessi d’acqua e nel mare attraversato da tagli di luce e di vento, dove i pigmenti si immergono e si cristallizzano nelle acque della memoria. Dare forma a un nuovo giardino del tempo: tra l’esplosione dei colori che inondano la tela e la silenziosa presenza delle opere più recenti, dedicate ai Giardini di neve, dove il bianco si anima delle presenze enigmatiche e impercettibili di velature e di spessori cromatici.”

Una mostra che è un’esperienza sensoriale unica e originale, oltre che pittorica. Un’esposizione che consente di vivere e godere di tutti i colori della natura in ogni sua stagione, in ogni sua variazione, in ogni sua temperatura. E che si conclude con un’ultima opera, un Giardino d’inverno realizzato in questo 2017, che con il suo bianco senza profondità, con quei concreti e pastosi colpi di blu e di viola su un’erba fredda fa quasi dimenticare gli oltre trenta gradi che, dal solstizio in poi, accompagneranno queste tele per tutta la durata dell’esposizione, nel cuore pulsante di Testaccio.

VIDEOCRACY, la video-mostra del MACRO di via Nizza

Al Macro di Via Nizza, Videocracy una video-mostra, curata da Marco Fabiano e promossa da Roma Capitale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali.

Prima tappa di un viaggio all’interno della Collezione dei video del MACRO, dalla quale sono stati estrapolati e messi a confronto tre video dei due più grandi ed importanti video-artisti del Novecento: Bruce Nauman e Cheryl Donegan.

Particolarmente interessante è il confronto/raffronto fra generazioni: gli anni Sessanta di Nauman in cui questo tipo di arte è esplosa davanti alla tipologia degli anni Novanta di Donegan, in cui l’arte del video era ormai divenuta “prodotto”, entrato a pieno regime nei circuiti del sistema artistico internazionale.

Di Bruce Nauman è trasmesso Walking in an Exaggerated Manner Around the Perimater of a Square (1967-68, 10’ 35”) mentre di Cheryl Donegan sono trasmessi Head (1993, 5’ 56”) e Sets (1997, 3’ 16”).

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L’obiettivo di questa mostra è puntato sulle due diverse fasi della video arte, quella che potremmo definire come “archeologica”, legata ancora all’azione e al concettuale, a confronto appunto con quella degli anni Novanta dove l’azione è superata dalla tecnica.

Fino al 2 Ottobre sarà possibile visitare Videocracy al MACRO di Via Nizza dal martedì a alla domenica nell’orario 10.30-19.30.

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Dagli anni sessanta ad oggi la videoarte mette in discussione la concezione di prodotto artistico attraverso la cosiddetta “dematerializzazione” dell’oggetto d’arte, rende viva la possibilità di un’arte fondata sul tempo anziché sullo spazio.

Videocracy nello specifico, è citazione di un saggio di Rosalind Krauss riguardante appunto la videocrazia di questo tipo di arte rispetto ad altri stili. Ovviamente l’artista si riferisce ad un periodo cronologico e artistico più vicino a Nauman, ma che possiamo traslare anche a Donegan, soprattutto nel momento in cui la medialità dell’arte è realmente divenuta dominante.

URBS PICTA: William Kentridge sul Tevere

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Vi fu un tempo in cui l’ Urbe eterna prese parte alla florida stagione delle urbes pictae: un movimento rinascimentale che vide le famiglie desiderose di celebrare le proprie facoltà e poteri,  intente nel commissionare  a maestri del disegno l’opera di grandiosi fregi sulle facciate dei propri palazzi nobiliari. Così in questi giorni primaverili, nei primi venti del Cinquecento,  girando tra i vicoli del centro storico romano, era probabile  incappare nella figura di Polidoro da Caravaggio, Maturino da Firenze o Daniele da Volterra, in cima a qualche impalcato, concentrati ad istoriare racconti sui muri della città.

A sinistra Polidoro da Caravaggio
A sinistra Polidoro da Caravaggio in Palazzo Gaddi, a dx Daniele da Volterra in Palazzo Massimo

 

Tra Piazza Navona e Campo dei Fiori se ne conservano alcuni brani preziosi, consumati dal tempo: in Via della Maschera d’Oro, su Palazzo Milesi; a Palazzo Massimo in Piazza de Massimi; o a Palazzo Ricci in Piazza de’ Ricci. La tecnica ricorrente era quella di applicare su parete una colla di carbone, materia scura ed un secondo strato di intonachino chiaro: grattando via quest’ultimo usciva fuori la materia bruciata, dando vita a disegni su contrasti chiaroscurali.

Fregi d’amore per il mito e la storia, fregi bianchi e neri a far da volti agli spazi urbani.

Si è da poco conclusa la grandiosa opera di William Kentridge sui muraglioni del Tevere:  Triumphs and Laments corre a fianco del fiume da ponte Sisto a Ponte Mazzini, con un fregio di oltre cinquecento metri in ordine gigante.

L’artista sudafricano racconta attraverso il chiaro scuro, con una lunga processione di figure, glorie e sconfitte della Storia di Roma. Un’opera che si erige sul gioco dei contrasti: imponente, ma anche effimera. Durerà cinque anni o poco più il disegno sulle pareti, perché in questo site specific Kentridge ha lavorato sulla velatura del tempo, rimuovendo la patina biologica solo nelle sezioni del disegno scelte. Nero qui non è il carbone, bensì lo sporco accumulato dalla vita urbana mentre il bianco è vestito dalle porzioni ripulite con i getti d’acqua.  Ma l’amor per la materia bruciata è presente in tutta l’opera del grande disegnatore ed al Macro di Via Nizza sono esposti in mostra i vibranti bozzetti a carboncino che hanno costruito lo studio del grande fregio.

Studi dell'artista. Sulla sinistra ed al centro si notano gli oggetti della contemporaneità. Sulla destra in rosso abbozzato il profilo dell'Apollo e Dafne berniniano
Studi dell’artista in mostra al Macro. Sulla sinistra ed al centro si notano gli oggetti della contemporaneità. Sulla destra in rosso abbozzato il profilo dell’Apollo e Dafne berniniano

 

Il racconto della Città eterna è frammentato , il tempo si esprime attraverso una successione di momenti non correlati tra loro, confondendo il passato remoto con quello prossimo. Tra arcangeli e bighe, cavalieri e viaggiatori, la contemporaneità entra nell’opera attraverso l’uso di oggetti del quotidiano come caffettiere, macchine da cucire ed immagini emblematiche del dolore collettivo, quali il corpo esanime di Pasolini o la Renault dell’uccisione di Moro. Un instabile equilibrio di rimandi tra epos, realtà quotidiana e tragedia.

Abitiamo l’epoca della Postmodernità, dove sono crollate le grandi narrazioni totalizzanti. In questo smarrimento generale ognuno di noi è testimone di come sia fondamentale la ricerca di riparo e appiglio in una qualche narrazione, seppur frammentata. Si ha una soffocante esigenza di mettere in relazione le proprie esperienze ad un filo rosso che le leghi insieme e dia un senso al racconto: intenzioni, motivazioni e significati che restituiscano senso al proprio agire.

La città è specchio della società e proprio per questo ricomincia a vestirsi di graffiti e dipinti, basti pensare all’esplosione del fenomeno della Street Art. Dopo un lungo silenzio torna a prendere voce un racconto frammentato della collettività a cui non si può negare l’espressione.

Così riprende fondamentale ruolo ed importanza la narrazione ed il fregio romano di Kentridge è vita in tale senso: abbraccia la memoria collettiva. Si torna a raccordare così la propria esistenza, la praxis, ad una qualche storia, perché proprio nel logos risiede quell’impronta primordiale che ricorda come ogni vissuto trovi sincera certezza nella condivisione ed ogni uomo non sia mai solo nella sua solitudine.

Studi dell’artista in mostra al Macro

 

Per maggiori informazioni, visitare il sito www.triumphsandlaments.com

http://www.tevereterno.it/it/william-kentridge-al-macro/

Bando alle Cenci, parliamo del Caravaggio e Tor di Nona



Foto di Tor di Nona da Roma Sparita
In tempi di bianco rosso e Babbi Natali, Roma si addobba di alberi palle e lucine; e tra i giri natalizi non può mancare la visita a nonna Piazza Navona e alle sue irriverenti nipotine bancarelle.
Sicché tra un regalo e l’altro vorrei condurre qualche anima stanca a portare lo sguardo un po’ oltre i balconi della piazza. Oltre il trionfo delle luci della ribalta barocca, oltre le mani del Bernini ed il disegno del Borromini, nel quartiere del centro di Rione Ponte si nasconde una zona a lungo dimenticata, ma che tempo addietro e tutt’ora rivela una Roma fatta di storie ed intrighi, danaro e corruzione, arte e morte.

Sul Lungotevere venendo da Castel Sant’Angelo, poco prima del semaforo del Palazzaccio vi si passa accanto: la zona di Tor di Nona. La Roma storica è costellata di torri e torrette, qui nel Rione citato se ne ha da Tor Millina a Tor Sanguigna, ma Tor di Nona nasce già in gran sfavillo come antica torre degli Orsini, una delle famiglie della nobiltà nera romana.
L’attuale lungotevere omonimo è il risultato dell’intervento piemontese dei muraglioni che risolse il problema alluvionale della città ma tolse il dialogo stretto che un tempo Roma aveva col suo innamorato fiume.
L’area intorno, ai tempi, si configurava proprio come una di quelle zone di ponte tra il Tevere e la città. Tale dialogo e la prossimità con ‘i coronari’ e le altre aree di maestranze fece sì che la zona si popolasse di botteghe di artigiani, scultori, orefici, perché i marmi e i metalli provenienti dalle rotte commerciali approdavano per mezzo di barche proprio là, su quella sponda del Tevere.


Tornando all’edificio, nel quattrocento divenne un carcere, famoso per la  cruenta severità delle pene e delle torture. Tra i vari a varcare le soglie del tetro luogo spiccano figure incredibili, come il grande scultore e maestro Benvenuto Cellini ed il turbolento carattere geniale del Caravaggio. Quest’ultimo rinomato per il suo temperamento irruento fu rinchiuso più volte nelle anguste celle.
Stendhal, inoltre, ci racconta nelle sue “Cronache romane” l’episodio tragico della giovanissima Beatrice Cenci, che sconvolse a lungo gli animi della città. Condannata a morte per parricidio ed a lungo detenuta nel carcere fu infine decapitata in Piazza Sant’Angelo di fronte allo sguardo sconvolto ed impassibile della folla.
Alla decapitazione assistette lo stesso Caravaggio
insieme con il pittore Orazio Gentileschi e la figlia, la piccola Artemisia. Tre grandi maestri riuniti insieme nel lutto di una Roma controversa e cupa, che silenziosamente influenzò gran parte dell’operato dei tre. Proprio mentre la Roma di Campo Marzio e San Pietro veniva illuminata ad arte e d’arte nella luce della controriforma con palazzi, chiese, statue e grandi opere pittoriche, al contempo, nella tetraggine che la severa autorità ecclesiastica distribuiva a macchia d’olio nella città, si celava l’area di Tor di Nona, con il carcere colmo di grandi personaggi, con le discusse esecuzioni in piazza e con un artigianato locale, sapiente, ma profano.
 
Il volto fiero di Giuditta nel Giuditta ed Oloferne del Caravaggio, possibile eco di Beatrice Cenci
Nel seicento il vecchio carcere venne trasformato in un gran teatro, che s’incendiò nel settecento e venne ricostruito a nuovo successivamente.
Negli anni del dopoguerra non ci stupisce che l’area venne destinata al mercato nero, conservando quella sua vocazione artigianale e commerciale, ma al tempo stesso non abbandonando la dimensione torbida che l’aveva seguita per tutta la sua storia.
Negli anni Settanta la zona visse una stagione significativa nella lotta per il diritto alla casa e per il risanamento edilizio del centro storico. L’area era infatti caduta in un degrado fatiscente, dopo esser stata espropriata dal Comune negli anni ’50. Fin quando nel ’76 un gruppo di studenti di architettura ridipinse tutte le facciate della zona di storie e racconti fantastici, riportando in vita tramite la vernice sia le botteghe degli artigiani ormai chiuse, sia le  impalcature ed i carpentieri all’opera, sia il dialogo con il Tevere con il disegno del fiume, di barche e marinai ed infine un asino che vola a vegliare le fantasie speranzose di ogni passante rattristato. L’opera riuscì nel suo intento e negli stessi anni il critico d’arte  Giulio Carlo Argan, da sindaco, avviò per questi edifici un complesso piano di recupero che vide l’assegnazione delle cellule abitative ai ceti popolari.
 
Attualmente il Comune ha ridato luce all’area riprogettando la pavimentazione, collocando una nuova scalinata di collegamento col piano rialzato del Lungo Tevere, nonché invitando gli stessi autori del murales a riproporre parte dell’opera cancellata sul muraglione. 
[Per consultare delle foto: http://www.agf-foto.it/event/it/1/81952

L’asino che vola di Tor di Nona presa dal sito del Gruppo Foto CRAL Telecom
La vecchia strada di Tor di Nona, anche se solo nel disegno, è tornata a parlare col suo fiume. La spina di via dei Coronari che collega Piazza Navona a Castel Sant’Angelo ora è fiancheggiata da un nuovo percorso pedonale. Anche il MACROha colto le potenzialità dell’area allestendo una zona della strada per l’esposizione di opere di street artist e giovani pittori del panorama artistico romano.

Questi interventi, anche se piccoli e puntuali, sono ciò che migliora la città. Una pianificazione attenta alle logiche di vita urbana può portare risultati molto più efficaci rispetto alle grandi opere fanfarone e dai costi esosi.
Che Caravaggio ce ne dia il coraggio!

Isabella Zaccagnini – PoliLinea