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Borromini audace caddista


“Prima del 22 maggio 1622 tal mastro Alberto viene spedito a San Paolo fuori le Mura, dove Giacomo Della Porta aveva fatto incidere sul pavimento della chiesa il profilo al vero della cupola di San Pietro, evidentemente come modello per le centine, non disponendo di altra superficie piana di dimensioni sufficienti”. 

Di tal mastro Alberto non sappiamo altro se non il nome e di questa sua gita fuori porta. O meglio, sappiamo inoltre che Egli stesse lavorando dentro uno dei cantieri più importanti di Roma per l’epoca: Sant’Andrea della Valle.

La chiesa, casa romana dei teatini, rimane oggi uno dei manufatti straordinari della Roma barocca.

Vi hanno lavorato in molti: Grimaldi, Della Porta, Maderno e Borromini. Proprio di quest’ultimo viene sconosciuto spesso l’apporto decisivo in fase di progettazione e di realizzazione, della cupola soprattutto. 

Ma facciamo ordine. Perché tal mastro Alberto sta andando a sbirciare un modello ligneo della cupola di San Pietro, sito per giunta, sul pavimento della chiesa di San Paolo fuori le Mura? Innanzitutto perché il nostro Alberto è un tipo assai curioso. Lo immaginiamo ben coperto, munito di provviste per le merende da consumare lungo la strada, magari anche in compagnia di un paio di amici, che stavano a studio con lui, carico di taccuini ed astucci, pronto per il rilievo della sua vita: doveva rientrare in cantiere a Sant’Andrea con un documento ben fatto. Poi perché la cupola di San Pietro costituirà per gli addetti ai lavori un modello imprescindibile con cui fare i conti. Chi per ragioni stilistiche, chi per ragioni statiche, “secondo un ragionamento fondato non sull’astrazione scientifica, ma sulla comparazione analogica della scientia premoderna”, tutti saranno costretti ad indagare il progetto ed il cantiere più importante mai concepito nella Roma dei papi. 

“Incidere sul pavimento delle cattedrali degli elementi architettonici era prassi dei cantieri medievali”. Si noterà come in tal caso il pavimento distasse mezza giornata di viaggio con l’opera da compiere (il San Pietro appunto). Non il massimo della comodità, ma, come accennato precedentemente, non si disponeva  di altre superfici piane adeguate per poter studiare in 2D al vero un’opera tanto imponente.

Quindi l’amico Alberto venne incaricato di andare a reperire informazioni sul cantiere dellaportiano da Carlo Maderno, il quale nel 1608 era stato a sua volta incaricato di portare avanti i lavori per Sant’Andrea della Valle, ironia della sorte, proprio dopo l’impronta iniziale data al progetto da Grimaldi e Della Porta, l’architetto che sta cercando di concretizzare la cupola del San Pietro che Alberto sta andando a disegnare. Il Maderno, infatti, dopo essere subentrato a Della Porta e prima di inviare tal mastro Alberto a San Paolo, completerà la navata di S.A.d.V. nel 1613 ed il transetto nel 1620

Insomma, come insegna l’amico Benincampi nei suoi articoli precedenti sulla Roma moderna, già abbiamo gli elementi per poter sceneggiare un paio di centinaia di fiction americane piene di sangue, scene erotiche e strafalcioni storici (perché altrimenti chi se le guarderebbe!). Ma ancora manca la ragione per cui mi ritrovo a scrivere questo breve documento: il ruolo di Francesco Castelli, ai più noto come Borromini, nella realizzazione della cupola di Sant’Andrea della Valle. 

Borromini apparirà, come d’altronde ci saremmo potuti immaginare dalla sua futura storia di architetto, per collaborare alla cupola. Inizialmente in qualità di “scarpellino”: il 13 marzo 1621 riceverà il primo acconto per quattro capitelli delle paraste interne del tamburo e dal 21 agosto al 25 settembre dello stesso anno riceverà mandati per altri due capitelli, questa volta per le semicolonne esterne del tamburo stesso.

Poi il suo ruolo si inizia a distinguere faticosamente rispetto a quello dell’architetto realmente a capo del progetto, Carlo Maderno come già detto. Infatti nel 1622 gli viene affidato un disegno che tracci i profili della cupola, anche questo dovette essere realizzato in uno spazio sufficientemente grande, un cortile presumibilmente, e più avanti verrà anche incaricato di disegnare il lanternino, dove risiede ad oggi l’autografo del Maestro ticinese nell’opera

Si perché effettivamente, il fatto che al Borromini fossero stati affidati tali disegni, non sta proprio ad indicare che li abbia progettati lui stesso. Lo potremmo immaginare come una sorta di “caddista” o “renderista” ante litteram. Direte voi: “Porca vacca che caddista!”. Ma le tracce del fervore borrominiano, nel lanternino in particolar modo, sono prove inconfutabili della sua esatta progettazione di tali elementi. 
Ed è qui che risulta ricca d’interesse l’analisi storico-critico-progettuale, poiché come ci racconta bene Federico Bellini nella sua pubblicazione dedicata esclusivamente alle cupole del Maestro:   
ritroviamo oggi negli interventi sopracitati “modifiche che possono certo essere riferite allo stesso Maderno, ma nelle quali è legittimo sospettare che il giovane ticinese abbia avuto parte, non fosse che per il suo ruolo progettuale nel lanternino, dimostrato con tutta evidenza dai celebri capitelli angeliformi delle colonne binate e dallo stesso fastigio, concepito quale un sogno araldico che è difficilmente attribuibile al torpore immaginativo di Maderno”.

Insomma, uno spiraglio di luce per tutti i giovani caddisti e renderisti sottopagati d’Italia: se avete la stoffa del Borromini non esitate a riporla in qualche piccolo dettaglio del file a cui state lavorando .. la storiografia lo scoverà e ve ne riconoscerà il merito! 
Jacopo Costanzo – PoliLinea