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C’è una casetta piccola così

Una buona dose del mio scetticismo nasce da quella disciplina pseudoscientifica chiamata fisiognomica. 
Il suo volto non mi ha mai convinto, ho sempre pensato potesse girare a braccetto con il gatto e la volpe per mettere nel sacco qualche sprovveduto investitore (il nostro sindaco Alemanno non si è fatto scappare l’occasione … ). Il secondo passo è sancito dagli occhiali, volgari benché da vista, evidentemente scelti “per avere più carisma e sintomatico mistero”.   
Infine il disegno. Poco da fare: un architetto lo capisci da come mette su carta le proprie idee. Da come maneggia l’utensile, dalla profondità del tratto, dall’uso del colore. Nessuno si cura più di tutto il procedimento, ma di certo noi tutti possiamo osservarne i risultati. 
Ebbene, i disegni di Daniel Libeskind sono lo specchio della sua architettura, e dei suoi occhiali: volgari, grossolani, sgraziati.

Eppure la Roma che conta, lo scorso undici marzo, ha reso omaggio all’architetto polacco/statunitense affollando gli spazi della galleria “Ermanno Tedeschi” in occasione dell’inaugurazione della mostra “Never Say The Eye is rigid: Architectural Drawings of Daniel Libeskind”. Mentalità ottusa la nostra, basta il nome, la fama, e tutti in fila come formiche attorno alla carcassa di uno scarabeo. Non sono un amante delle inaugurazioni, troppa gente, poco ossigeno, spazio vitale ridotto ai limiti del sopportabile. Ma soprattutto, non puoi conoscere con la dovuta attenzione la “Ragazza”, certamente splendida, e per forza di cose istruita, che lavora come assistente in qualsiasi galleria d’arte privata che si rispetti. 
Quindi, armato di una buona dose di scetticismo nei confronti dell’artista e di ottimismo nei confronti della “Ragazza”, con un paio di settimane di ritardo mi sono diretto in uno dei quartieri più belli di Roma, il Ghetto ebraico, a pochi passi dal Portico di Ottavia e dal teatro di Marcello.   

Aspettative confermate in entrambi i casi. La ragazza, oltre ad essere molto carina, ha decisamente agevolato la ricerca di materiale sulla mostra da parte del sottoscritto, sottoponendomi la quasi totalità delle recensioni uscite sui quotidiani nostrani. Abbiamo il Corriere della Sera con il solito Pullara, Il Tempo, l’Espresso ed Il Sole 24 Ore, il quale ha incredibilmente dedicato ben due articoli all’iniziativa, di cui il primo in ordine di tempo, migliore tra tutti i pezzi scritti in merito e pubblicato sul noto inserto domenicale del giornale, è a firma di Fulvio Irace, autorevole docente di Storia dell’architettura al Politecnico di Milano.

Cotanta attenzione da parte del giornale economico per antonomasia la comprendi quando scopri che il main sponsor dell’operazione Libeskind è la Mapei S.p.A., azienda presieduta da Giorgio Squinzi, che è anche l’attuale presidente di Confindustria. Il sodalizio tra la Mapei e Libeskind nasce sul campo e riguarda il progetto realizzato a Dresda, dove la società italiana, leader nel settore, partecipò con la fornitura di prodotti per la pavimentazione del museo, e continuerà con il City Life di Milano, dove il coinvolgimento sarà ancora più importante e declinato su più voci all’interno della filiera costruttiva.  

Per quanto riguarda i disegni invece, non saprei proprio da dove partire. Se dovessi fare i nomi di alcuni architetti di riferimento nel campo del disegno in architettura, senza scomodare Yakov Chernikhov o Vincenzo Fasolo, direi Aldo Rossi, Alvaro Siza e Franco Purini. Ognuno con il suo stile personalissimo, ognuno con il suo intento ed il suo sentimento. Disegni evocatori. Capaci di raccontare architettura e non solo. 
Bene, guardando gli schizzi di Libeskind si prova una grande nostalgia per la mano di questi architetti. Tutto appare povero, inanimato, raffermo. La superficialità della griffe Libeskind nasce proprio dai suoi disegni, per poi terminare nelle isteriche trame spezzate che affliggono le facciate dei suoi edifici.

Un loop di non senso, di minaccia, di perversione da archistar che si ripete oramai inesorabilmente dal 1989, anno di inizio lavori del famoso Museo ebraico di Berlino.

Come sempre uno spiraglio di luce siamo costretti a trovarlo, lo individuo chiaramente nei primi lavori di ricerca del giovane architetto, durante quella fase successiva la laurea, ottenuta alla Cooper Union nel 1972. Nella mostra i disegni più interessanti sono i più lontani nel tempo. Mi riferisco ad una prospettiva e ad uno spaccato prospettico datati 1987 e riguardanti il City Edge, “quella che diventerà l’icona irrealizzata del Decostruttivismo” (il prezzo del disegno si aggira sui cinquantamila euro … ).
Guardo attentamente i disegni, li apprezzo sinceramente per la loro forza, per la visionarietà della proposta, accompagnata da una meticolosa cura del dettaglio, pondero, rifletto davanti all’opera. Poi capisco che il mio sguardo è colpito da altro, da una casa. Una casa come la disegnerebbe un bambino, una casa disegnata provocatoriamente dall’architetto per dimostrare la rottura tra la “nuova architettura”, prefigurata chiaramente nel City Edge, ed una vecchia casa appena accennata con il tetto a doppia falda. Quasi mi commuovo a pensare a quella casa, a quelle poche linee che compiono un’azione di resistenza pervicace di fronte all’accrocco infernale che incombe alle sue spalle.

Mi fermo, viaggio qualche istante con la mente, penso agli scritti di Tessenow e di Grassi, alle lezioni di Muratore, alla bella ragazza al desk della galleria, alle meraviglie sempiterne del cuore di Roma.

E mi convinco, ancora una volta, che preferisco l’Architettura a Daniel Libeskind.



Jacopo Costanzo