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Artico: l’affare del secolo

Una canzone di Lorenzo Cherubini, dal titolo “L’ombelico del mondo”, potrebbe essere la colonna sonora degli ultimi due decenni dell’Artico. Se si ritiene opportuno guardare al futuro con un occhio all’Asia si sbaglia. Non perchè l'”Est” non crescerà più, bensì per il fatto che esso rallenterà la sua corsa per far spazio al Polo Nord. Infatti, nel 1996 la Dichiarazione di Ottawa, portò alla formazione del Consiglio Artico. Tale ente è composto da membri titolari ovvero gli stati litoranei (Canada, Russia, Stati Uniti, Norvegia, Finlandia, Svezia, Islanda e Danimarca) e, unico caso al mondo, dai sei gruppi indigeni del Nord. Esso rappresenta un unicum, ove Comunità Indigene e Stati, hanno la medesima importanza e parimenti voto decisionale. Dallo scorso 15 Maggio, sei paesi (Italia, Cina, India, Singapore, Giappone e Corea del Sud), da “osservatori ad hoc” sono passati allo status di Membri Osservatori Permanenti. Ciò ha scatenato un effetto domino sui listini delle compagnie energetiche ed un punto di non ritorno per la geo-economia del ventunesimo secolo.

L’ARTICO E LA CINA – Il successo negli affari non avviene mai per caso. Questa è la prima regola dell’economia all’interno del sistema capitalista. La lungimiranza del Congresso del Partito Comunista Cinese, dagli anni ottanta ad oggi, ha permesso a Pechino di entrare nel business del secolo ovvero l’Artico. Secondo la United States Geological Survey, nel Polo Nord si troverebbe il 15% delle riserve mondiali di petrolio ed il 30% di gas. Pechino questo lo ha sempre saputo e dal 1995 con una missione di Ricerca sul clima e l’ambiente è uno dei paesi di riferimento nel Mar Glaciale Artico. Certo, 1600 chilometri di distanza appaiono troppi per poter influire come Membro Permanente. Eppure, la forza geopolitica e degli investimenti della compagnia Cnooc (Chinese National Oil Overseas Corporation) hanno fatto divenire semplici ed importanti ricerche scientifiche il punto geo-economico più importante.

LA RICERCA E L’ENI CI CONSEGNANO UN POSTO NELL’ARTICO – Nell’oblio dei media nostrani, ormai assuefatti dalle breaking news di britannica ispirazione, l’Italia ha conquistato un posto nel Polo Nord e nell’affare energetico del secolo. Ciò non è dovuto alle tragiche misure adottate come ESM o all’Unione Europea (la quale svolge un ruolo di Osservatore non membro). Il tutto è dipeso da due cause. La lungimiranza degli investimenti dell’Eni ne è una prima causa. La società ormai passata a mani straniere, per la gioia dell’ignoranza dei gianniniani, ha da decenni apportato strategie mirate al consolidamento delle nostre riserve energetiche e della ricerca scientifica. Ciò avviene anche per Enel (altra società con golden share pubblica), la quale, secondo le parole del Direttore della Divisione internazionale Carlo Tamburi, entro il 2015 raggiungerà nel Polo Nord russo i 900 milioni di euro d’investimenti. La seconda e più importante causa del raggiungimento dello status di “Membro Osservatore Permanente” , risiede nel mantenimento nelle isole Svalbard, da parte del governo italiano, della Base Artica Dirigibile Italia e della Amundsen-Nobile Climate Change Tower.

IL POLO COME NUOVO RISIKO – Si può facilmente affermare, che dove vi sono soldi vi è anche guerra. Nel Mar Glaciale Artico non vi sono guerre in atto, se non sul clima. Eppure, il crescente interesse di potenze geopolitiche ha portato ad una militarizzazione del Polo Nord. Non è un caso, che tra i Membri Osservatori Permanenti, vi sia la Corea del Sud e che gli Stati Uniti d’America stiano preparando in Alaska decine di stazioni missilistiche a protezione di essa. La Russia e la Cina, con il nuovo corso del Congresso del Partito Comunista Cinese, hanno ritrovato un feeling che mancava da settantanni. Tant’è, che Xi Jinping appena visto Putin, ha dichiarato che “Le nostre anime sono aperte gli uni agli altri” riferendosi ai rispettivi paesi. Tale nuova alleanza preoccupa molto Washington ormai impegnata su “troppi” fronti. Perdere l’influenza ed il ruolo di leader nell’Artico è un lusso che Obama non si può permettere.

Il riscaldamento globale, l’oro nero ed il gas stanno, come previsto da molti negli anni ottanta, per cambiare il corso della storia. Una storia glaciale, non perchè si parla di Mar Artico nel Polo Nord, bensì perchè fatta e modellata sullo sfruttamento di un nuovo Eldorado solo ed esclusivamente per profitto.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

La Russia, il gas e la rotta artica

Il mondo cambia da sempre i suoi assetti ed equilibri attraverso le rotte commerciali. L’esempio maggiore di ciò lo diede il navigatore genovese Cristoforo Colombo nel 1492, quando alla ricerca della rotta ad ovest per le Indie segnò il punto di non ritorno per l’intera umanità. Mentre in Italia continuano ad andare di moda i nostalgici del mondo diviso in due blocchi con gli occhi puntati solo agli Stati Uniti d’America, nella Federazione Russa si è trovato guadagno dal “fatidico” passaggio a nordest.

Al centro degli interessi della rotta marittima che collega le coste settentrionali della Federazione Russa al Pacifico attraverso il Mar glaciale Artico vi è il gas. Ed è il gas la novità e l’obiettivo, da sempre dichiarato dalla Gazprom e dei governi del Nord Europa, al centro delle analisi geopolitiche ed economiche dell’ultimo mese. Infatti, lo scorso dicembre, la prima nave adibita al trasporto di gas naturale liquido, partendo dal porto di Hammerfest in Norvegia, è riuscita ad attraccare regolarmente lungo le coste giapponesi. Il nome della nave che ha solcato le acque artiche e pacifiche è Ob River. Sicuramente non verrà ricordata per via della rotta solcata – lo scorso anno più di quaranta navi hanno solcato il Mar Artico – ma per essere stata la nuova via di rifornimento d’energia per l’Asia. Analizzando la rotta si potrà notare come dal Nord Europa si sia diretta verso l’Asia, senza coinvolgere gli Stati Uniti d’America. Partendo da tale considerazione, è utile concentrarsi su tre punti strategici.

Il primo risiede nella volontà russa e nordeuropea di puntare all’affamato mercato energetico asiatico basandosi su rotte meno soggette a crisi geopolitiche. Il secondo aspetto da tenere in considerazione è l’immensa quantità di gas prodotta e custodita dalla Federazione Russa che, con l’Europa in declino postindustriale, ha l’esigenza di trovare nuovi mercati dipendenti dalle sue materie prime. Terzo punto cruciale è l’ormai vicina indipendenza energetica degli Stati Uniti d’America. Se vi è un aspetto per il quale verrà ricordata l’Amministrazione Obama nei prossimi decenni, è quello dell’indipendenza energetica degli Usa, capace di risollevare la produzione industriale dei prossimi cinquant’anni nel paese stelle e strisce. Altro aspetto cruciale della rotta solcata nel trasporto di gas naturale liquido attraverso l’artico è di carattere logistico. Infatti, il cargo della Gazprom che ha attraversato la rotta artica ha visto un risparmio di tempo pari al 40% e aperto rotte più sicure rispetto a quelle tradizionali, che vedono il rifornimento energetico da ovest verso est passare attraverso lo Stretto di Suez o di Panama. In questa novità risiede il vero dato geopolitico, ove all’instabilità dei paesi del Medio Oriente si contrappone una rotta “sicura” per i Russi ed i paesi del Nord Europa. Se i Romani prima ed i nazionalisti risorgimentali Italiani poi appellavano il Mar Mediterraneo “Mare Nostrum”, la stessa idea è trasparita dal discorso del Premier russo Medvedev riguardo al “Mar Artico”. Tant’è che la Federazione Russa ed il Cremlino hanno deciso il potenziamento delle basi navali ed aeree nel Mar Artico, a cominciare da quella di Rogacjovo.

Ulteriore passo per rendere l’Artico il nuovo centro d’interesse economico russo da qui a cinquant’anni (da noi in piena campagna elettorale si parla al massimo di cinque) è la costruzione di una nuova rete di trasporti merci che colleghi i giacimenti di gas e petrolio alle coste artiche. Nel piano redatto e presentato dal Ministero dei Trasporti della Federazione Russa si prevede da qui al 2030 un potenziamento della rotta transiberiana ed in particolar modo della tratta ferroviaria Bajkal – Amur. In questo scenario, con il placet di alcuni paesi dell’Unione Europea come la Norvegia, i russi stanno in ogni modo cercando di dar fondamento alle pretese rispetto al Mar Artico ed al grande bacino economico che ne deriva, pur dovendo mantenere una conformità alle norme imposte dal Diritto Internazionale.

Sicuramente gli Stati Uniti attraverso l’Alaska ed i pozzi petroliferi già presenti nel Mar Artico faranno sentire il loro peso in questa partita, in contrasto al nuovo protagonismo su scala economica e geopolitica di Mosca. Eppure, di fronte all’impegno russo, statunitense e asiatico nella ricerca di nuove rotte commerciali è lampante un’assenza: quella dell’Unione Europea, che lascia ai singoli stati una partita strategica senza occuparsi direttamente dello sviluppo dell’intera Comunità Economica. Come a dire che non ci interessa il fronte del nord-est.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli