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Marc Mimram e il sogno dei ponti abitati

Marc Mimram sviluppa la propria attività di architetto ed ingegnere in Francia ed é conosciuto soprattuto per aver realizzato diversi ponti e passerelle in tutto il mondo. Un lavoro, il suo, che combina in maniera visibile sia l’architettura che l’ingegneria: alla pura funzione strutturale necessaria a connettere due punti nello spazio si integrano altri parametri come ad esempio la questione dello spazio pubblico, lo spazio che si percorre e che condividiammo con gli altri. Questo spazio pubblico che condividiamo é lo spazio occupato dall’infrastruttura e sul quale Mimram sofferma le sue riflessioni. Come un’ infrastruttura puo’ rivitalizzare uno spazio pubblico, un centro urbano?

Pont Zhong Sheng Da Dao, Sino Singapour (Cina), 2012

A partire da queste domande nasce l’idea che l’infrastruttura possa essere abitata. Nella storia dell’architettura esistono diversi esempi di ponti abitati, basti pensare al Ponte Vecchio di Firenze, al Ponte di Rialto a Venezia ed i relativi progetti palladiani fino alla piu’ recente Casa sobre el Arroyo degli architetti argentini Amancio Williams e Delfina Galvez Bunge ma l’idea contemporanea di avere un’infrastruttura abitata viene vista quasi come una provocazione irrealizzabile. Il concetto oggigiorno rimane cristallizzato alle idee dell’urbanistica utopica, sviluppata negli anni sessanta dal movimento situazionista ed in particolare da Constant Anton Nieuwenhuys e la sua New Babylon o alla Ville Spatiale (la città spaziale) di Yona Friedman.

New Babylon, Constant Anton Nieuwenhuys

Secondo Marc Mimram, oggi, rispetto al passato abbiamo sviluppato un livello tecnologico (dal punto di vista calcoli strutturali, dei materiali, dell’esperienza ingegneristica) tale non solo da poter produrre delle infrastrutture di qualità ma anche da poterci permettere di spingerci un po’ piu’ in la e di trasformare questa utopia in concreta realtà, un po’ come fecero Piano e Rogers quarant’anni fa prendendo in prestito le idee degli Archigram e di Superstudio. E’ anche un po’ il sogno di poter contrapporre alla città verticale che tanto va di moda ai nostri tempi, ingiusta e classista, un’altra città, orizzontale e piu’ giusta dove si dia maggiore importanza alla relazione con il paesaggio, con l’intorno con il quale si costruisce un dialogo.

Passerella Solferino, Parigi, 1999