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Tag Archives: Marina Abramović

A misura d’uomo

E’ tempo di rientri e ritorni. Ognuno a casa con le tasche piene di quei vari momenti che ha collezionato sotto al sole estivo, ognuno a respirare nelle proprie stanze i cieli diversi di cui è stato fiato.

I viaggi permettono di riprendere cognizione di quello che è il proprio quotidiano, distaccandosene o portandolo nei nuovi luoghi dove si è deciso di depositare momentaneamente la propria esistenza. Così sia al mare, che in montagna ci si adatta ai ritmi vacanzieri diversi e si percepisce il contrasto con la vita produttiva cittadina e l’alienazione dai ritmi biologici che essa consegue. In vacanza l’assenza di un fine redditizio rallenta e dilata i tempi, così, pure senza ore di sonno, torna la voglia ed il privilegio di star lì ad osservare il sole che albeggia o tramonta. La ritualità del pranzo o della cena, dell’aperitivo o della colazione tornano ad avere il loro senso conviviale all’interno della giornata, così il camminare, il gioco ed il bivacco. In vacanza si vive come si vorrebbe, si vive rallentati o accelerati ma in ogni caso a misura d’uomo.

“A misura d’uomo”: spesso accade che espressioni troppo usate o abusate perdano di significato.

In arte il confine umano è parametro di ogni riflessione, tenda essa a superarlo o delinearlo. Marina Abramović dalla seconda metà degli anni settanta svolge performance artistiche di notevole spettacolarità: attraverso l’annullamento delle sovrastrutture sociali, al centro delle sue esibizioni vi è un’essenza primordiale fatta di energia e comunicazione che pone sotto i riflettori i limiti e le contraddizioni della condizione umana. In Rhythm 0 il pubblico è invitato a fare ciò che vuole con strumenti di piacere e dolore ad un’artista immobile e completamente priva di volontà. Così gli importanti lavori fatti con l’ex compagno Ulay, dalle ore di schiaffi ininterrotti, alle urla fino a perder voce. Stessa ricerca nella performance durata tre mesi al MoMa di The artist is present: per sette ore seduta di fronte ad un tavolo l’Abramović ha interagito in silenzio con gli spettatori che uno ad uno decidevano di sedersi di fronte a lei. Un gioco destrutturante dove lo stesso spettatore entra a far parte del palcoscenico divenendo oggetto d’arte insieme all’artista e smaterializzando l’opera artistica nella sola comunicazione.

The artist is present, MoMA

E se nell’arte ed in particolare nell’Abramović la misura dell’uomo viene indagata spingendo oltre i suoi limiti e confini per arrivare così a delinearli, nell’architettura tale metodo non può parimenti funzionare, perché la vita che l’uomo abita non è una performance e finito l’orario di esibizione l’individuo deve scendere dal palco e camminare sulla strada.

I Romani utilizzavano palmi e piedi per dimensionare case, confini, ponti, acquedotti e di conseguenza città. Il piede romano, il palmo umbro, il braccio fiorentino e così via fondavano gli edifici di località in località lungo tutta la penisola fino all’introduzione a fine Ottocento del Metro. Si può considerare dunque questa la caratteristica per definire un’architettura a dimensione umana? Sicuramente si può convenire sul fatto che un’architettura proporzionata su colui che la abita è a misura d’uomo, ma non può essere solo un problema di unità di misura. Quello che permette di distinguere dunque un’architettura umana da una disumanizzata è sicuramente un fattore legato al rapporto proporzionale.

Viene alla mente un esempio nostrano: il quartiere Rinascimento di Paolo Portoghesi. Il Professore stesso asserì in una delle sue lezioni che tale intervento dichiarava apertamente l’idea di voler riproporre nella periferia romana un modello quale quello di Piazza Sant’Ignazio a Roma, trionfo scenografico sapientemente realizzato nella Roma papale della prima metà del Settecento. Non convince il risultato. Tale modello, seppur calibrato secondo direzioni, curvature e ricerca di assialità prospettiche dedicate all’osservatore, manca completamente nel suo obiettivo ottenendo un complesso goffo ed esagerato: una confusione di scala. Pensando però al fatto che la monumentalità non per forza coincida con l’iperdimensione, viene da chiedersi al contrario se sia possibile conferire umanità anche alla grande scala.

piazzaa Sant'ignazio
Piazza Sant’Ignazio, Roma

Altro esempio confuso può essere il progetto di Leon Krier del nuovo quartiere di Tor Bella Monaca, che la giunta Alemanno aveva “ben” pensato di spalmare al posto dell’attuale abitato dispersivo e privo di organizzazione urbana. I dettami di Krier sono semplici, tutti in cerca di una dimensione umana dell’architettura: “la proposta dell’ iperscala e dell’ iperdensità anche se a dirsi sostenibile non è umanamente vivibile. E’ evidente che si debba tornare al locale, piuttosto che all’ipermobilità. Dobbiamo prevederlo anche se non è necessità ancora. Perché è la nostra scala”. Il progetto del quartiere, però, è una strana imitazione di Amburgo con una spolverata di stilemi romani. Nel tentativo di non far diventare tale intervento nella scala del dettaglio architettonico una semplice speculazione edilizia di palazze banali, il gran teorico si è perso un po’ nel nostalgico.

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Leon Krier, disegno

Eppure quello che ci dice Krier è essenziale: la misura dell’uomo deve essere criterio dimensionante ad ogni scala architettonica. Passare dal prodotto di design, agli studi del Modulor di Le Corbusier e finire alle riflessioni sulla città di Quaroni. Egli affermava che così come ogni edificio, anche ogni nucleo urbano ha bisogno di essere organizzato secondo rapporti umani e se la soluzione appare semplice per un piccolo nucleo cittadino, conseguente dovrà essere la suddivisione di una grande area urbana in sottoinsiemi di minore entità, che permettano di riorganizzare le infrastrutture ed i servizi secondo le necessità di chi vi abita. D’altronde lo stesso Augusto divise la Roma dei tempi in regiones, gli attuali rioni del centro storico.

Così, se l’ Abramović si è amaramente consegnata a Lady Gaga ed ai grandi marchi globali finendo nella ricerca del danaro e non più dell’uomo, noi dobbiamo sperare che le pecorelle smarrite dell’architettura prima o poi si ribellino al pastore e decidano di tornare a pascolare nel verde, in grandi parchi, pieni di alberi e sotto cieli senza ombra di Nuvole…