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Tag Archives: Marinè Le Pen

Macron – Le Pen, una sfida per nulla scontata

All’indomani del dibattito televisivo tra i candidati alla guida dell’Eliseo Macron e Le Pen, gli esiti del ballottaggio sembrano essere sempre più un’incognita.  Se da una parte i sondaggisti danno per spacciata la Le Pen con una percentuale del 41% contro il 59% dell’avversario Macron, esiste una grande porzione del Paese che ancora non si è espressa a favore di nessuno dei due. Infatti seppure il candidato Repubblicano insieme a tutti gli altri candidati, abbia indicato al suo elettorato di votare Macron, il popolo francese non sembra essere così convinto.

Il dibattito televisivo ha visto inizialmente avvantaggiata la leader del Front National, che viene da una legislatura in opposizione, mentre Macron, attuale ex Ministro dell’Economia francese, ha dovuto subire gli attacchi al suo operato. Il duello tv non ha avuto un vero filo conduttore e le tematiche sono sembrate sostanzialmente confusionarie. La strategia di entrambi i candidati era quella di attaccare l’avversario. Macron è risultato un po’ pedante, ma ha retto bene a Marine Le Pen che lo ha definito il “candidato della globalizzazione selvaggia”, e “candidato dei poteri forti”. Macron appare freddo, meno appassionato, ma risponde bene agli attacchi sui temi economici dimostrandosi più preparato su cifre e numeri. Marine Le Pen è più vicina ai problemi reali dei francesi, più “politica”, meno “tecnica”.

 

Il dibattito integrale

I temi più importanti affrontati sono stati l’immigrazione, l’euro, l’occupazione e lotta al terrorismo. I due candidati si dimostrano profondamente diversi, e con posizioni completamente opposte in tutte le tematiche di crisi più importanti da affrontare. Di positivo per i francesi c’è che almeno per una volta non si trovano a dover scegliere tra due candidati identici, figli dello stesso sistema. I francesi hanno la possibilità di tentare il cambiamento, almeno per una volta. Difficilmente accadrà anche in Italia.

Le fratture di Rokkan rivisitate alla luce dell’elezioni francesi

Elezioni Francesi 2017 – Il politologo norvegese Stein Rokkan in collaborazione con Seymour Martin Lipset individuò quattro fratture sociali (“cleavages” in inglese) della società moderna che secondo lui furono la causa della nascita dei partiti moderni. Nell’epoca della post- ideologia, non si può più accostare il partito alle fratture di Rokkan, ma un paragone con esse lo si può compiere attraverso il comportamento elettorale francese. Questa analisi vuol ricategorizzare le fratture alla luce dell’attualità. I cleavages per Rokkan e Lipset erano le fratture che mettevao in conflitto gruppi sociali. Possiamo ancora oggi catalogarli secondo il tipo di conflitto che esiste tra loro in base all’asse (territoriale o funzionale) e in base alla rivoluzione in cui sono implicati.

Ecco i quattro cleavages rivisitati su base francese e contemporanea:
Centro/Periferia (Asse territoriale e rivoluzione nazionale): questa frattura presenta un conflitto a livello territoriale in cui la periferia si oppone al tentativo del centro di omogeneizzare l’aspetto culturale, e rivendicano quindi la loro identità.

L’identità francese per secoli è stata rappresentata dall’unione nazionale e dalla Repubblica. Ma, morta la nazione con l’organizzazione pattizia sovranazionale dell’Unione Europea e assai ridotto il peso ideologico della Repubblica nel pensiero del mondo, lo scontro si è sposto tra coloro che hanno o rivendicano le loro identità (territoriali – confessionali – etniche) e chi ne professa il loro annientamento in favore di una non ancora declinata alternativa futura.

Stato/Confessioni (Asse funzionale e rivoluzione transnazionale): per quanto riguarda questa frattura, il conflitto è di natura funzionale perché vede un conflitto ideologico tra le ex elite del centro, poste in secondo piano dalla Globalizzazione. La Francia ha rivendicato negli ultimi decenni la forza dei principi della Rivoluzione del 1789 e del laicismo, ma nel far ciò, di fronte la Republique che ha difeso i principi laici con sentenze, in forma preponderante si è affacciato il voto confessionale, inimmaginabile solo quindici anni addietro. Ciò vede i cittadini di origine islamica votare in blocco i candidati della sinistra, pronti al secondo turno a sostenere Macron e il fronte cattolico sempre più vicino al FN. Le Pen che fedele al nazionalismo francese non pone alcun riconoscimento essenziale alla confessione cattolica.

L’ambito rivoluzionario risiede in questo caso nei blocchi religiosi, che dopo il secolo dei nazionalisti, hanno rilanciato le loro influenze in maniera globale, legandosi in battaglie transnazionali e in alcuni casi militari.

Città/Campagna(Asse territoriale e Globalizzazione): . Analizzando il voto francese del primo turno delle scorse presidenziali, si noterà immediatamente di come i voti per il candidato liberista Macron si siano concentrati in particolar modo nelle aree metropolitane, con la città globale Parigi protagonista. Da una parte quindi i grandi centri urbani e dall’altra i paesi e la campagna. Da una parte l’Ovest che guarda al Mediterraneo più ricco e dall’altra l’Est Mediterraneo e continentale impoverito dalla crisi. La mappa del voto al primo turno delle presidenziali francesi evidenzia con grande efficacia l’efficacia della frattura di Rokkan e Lipset.
Capitale/Lavoro(Asse funzionale e rivoluzione Finanziaria ): questa è una frattura senza patria, senza leggi e fluida. In altri termini possiamo dire che è stata presente nell’epoca post-industriale di tutti i paesi che hanno conosciuto la globalizzazione. La politicizzazione di suddetta frattura, nasce nel mondo contemporaneo con la globalizzazione, la fine di destra e sinistra e l’innalzamento a soggetti geopolitici di organizzazioni di natura finanziaria e di enti legislativi non legittimati elettoralmente. La loro genesi che parte con la fine di Bretton-Woods ha portato il mondo a concepire una nuova dialettica dove la finanza impera producendo una legittimità che fa leva sulla deregolamentazione dei mercati, la fine degli Stati nazione (a eccezione di Usa – Russia – Iran – Cina ) e una concentrazione della ricchezza mai così forte nel mondo. Da un lato la periferia della città globale a cui sono stati strappati tutti i diritti e dall’altra lo strapotere istituzionale, economico e mediatico della finanza. Così il popolo vota per partiti come il Front National mai così lontani ideologicamente, mentre la borghesia e la burocrazia sostengono un’ex banchiere che ha già promesso la fine del vecchio welfare in Francia.

Così le fratture assomigliano sempre più a voragini e quella del secondo turno sarà solamente una battaglia, poichè la guerra è ancora lunga e composta da schieramenti ancora incerti. Sintesi del Requiem per un continente. La fu Europa.

Marine Le Pen, nuova regina di Francia

I sondaggi lo avevano anticipato da più di un anno, ma, in Italia, nessuno ci aveva creduto, o perlomeno, nessuno si era immaginato un risultato di questo tipo, fino a quando, domenica sera arriva la notizia che il Front National, il partito del più famoso Jean-Marie Le Pen, ormai da qualche anno guidato dalla figlia Marine, diventa il primo partito di Francia con il 24,9% dei voti ottenendo 24 seggi al Parlamento Europeo. “Il popolo sovrano ha deciso di voler riprendere le redini del proprio destino”, queste sono le prime parole che Marine Le Pen ha pronunciato pochi minuti dopo l’annuncio del clamoroso risultato ottenuto dal partito nazionalista francese. Il partito della politica “de les français, pour les français, avec les français” che tra i punti principali del suo programma propone l’uscita dall’ Euro, una moneta che, secondo il FN ha creato solo debito, disoccupazione, esplosione dei prezzi e delocalizzazione, e di tornare al Franco, trasformando l’Euro in una moneta comune, che dovrà coesistere con le monete nazionali. E ancora il “patriottismo economico” contro la delocalizzazione delle imprese, per il rilancio dell’agricoltura e dell’industria nazionale, la liberazione dai mercati finanziari e dalla schiavitù degli interessi sul debito “de-privatizzando” il denaro, misure durissime contro l’immigrazione clandestina e criteri di preferenza nazionale per i francesi rispetto al lavoro, agli alloggi e agli aiuti statali. Infine la rinegoziazione dei trattati europei per recuperare la sovranità nazionale. E su questo punto del programma la Le Pen, guardando alle Presidenziali del 2017, ha subito dichiarato, ieri, che, una volta al potere in Francia (una previsione non troppo campata in aria vista la straordinaria crescita del partito), uno dei primi provvedimenti del FN sarà proprio l’indizione di un referendum per chiedere ai francesi di pronunciarsi su un’eventuale uscita dall’Unione Europea. Delle dichiarazioni che stanno facendo preoccupare un po’ tutti gli europeisti, considerando il consenso di cui il partito gode fra i francesi: uno su quattro ha votato il Front National e si tratta perlopiù di giovani e categorie svantaggiate.

Il quotidiano francese Le Figaro, citando l’ istituto Ispos-Steria, riporta alcune percentuali che spiegano la composizione del consenso ottenuto dal partito nazionalista: il 30% dei giovani sotto i 35 anni hanno votato il FN, e hanno fatto lo stesso il 37% dei disoccupati e il 38% degli impiegati. La percentuale raggiunge addirittura il 43% fra gli operai. Categorie con redditi inferiori ai 20.000 euro l’anno, che qualche anno fa avrebbero probabilmente votato a sinistra e che oggi invece hanno scelto di affidarsi ad un partito nazionalista, che, sebbene sia cambiato sotto la direzione di Marine, è stato sempre bollato come di estrema destra: tutti ricordano le manifestazioni di protesta contro il “fascista” le Pen, quando nel 2002 il Front National raggiunse il 16% alle Presidenziali, andando al ballottaggio con il Presidente uscente Jacques Chirac.

Ma oggi le cose sono cambiate. L’ideologia non conta più nulla ed a contare sono invece le proposte. E quelle del FN piacciono ai francesi: semplici ma non banali, incisive ma non radicali, popolari ma non populiste. La ricetta del FN infatti è quella che, con le varianti del caso, è stata premiata in tutta Europa in questa tornata elettorale: in Ungheria il partito nazionalista Jobbik, guidato da Gabor Vona, nonostante la campagna di odio e screditamento subita nell’ultimo anno, cresce inarrestabilmente garantendosi un risultato strepitoso a queste europee, che lo hanno consacrato il secondo partito del paese con il 15% dei voti. E poi c’ è Alba Dorata, un po’ in calo, ma che si conferma il terzo partito in Grecia con il 10% dei consensi, che gli permettono di guadagnare dei seggi al Parlamento Europeo, uno dei quali sarà occupato dal padre di Yorgos Fundulis, uno dei due giovani militanti uccisi a colpi di arma da fuoco, lo scorso anno, di fronte alla sede del movimento ad Atene. L’NPD, il partito nazional-popolare tedesco ottiene un seggio, e l’onda di affermazione dei partiti nazionalisti in Europa non si ferma qui: dal partito belga Vlaams Belang, al Partito del Popolo Danese, all’Fpo in Austria, fino allo UKIP in Inghilterra, passando per la Finlandia e l’Olanda, i consensi sono fortissimi ovunque. Solo in Italia questa tendenza è stata edulcorata probabilmente dal forte astensionismo, ma anche qui è un dato il buon risultato della Lega di Matteo Salvini, sicuramente sopra le aspettative.

Front National

Eppure esiste una differenza tra i partiti nazionalpopolari come per esempio Jobbik e Alba Dorata e quelli euroscettici tout-court come il Movimento 5 Stelle e lo UKIP. La differenza sta nelle idee fondanti, che nel primo caso sono chiare e precise e nel secondo sono più confuse e adatte a raccogliere la rabbia popolare, che però rischia di restare intrappolata in un limbo perpetuo e di non concretizzarsi in alcun risultato, come ha dimostrato il caso italiano. E il Front National potrebbe avere un ruolo di sintesi tra queste due differenti espressioni di un comune sentimento popolare. Ma l’illusione forse è durata troppo poco perché il fronte sembra già spaccarsi: dal nocciolo duro del suo gruppo anti-euro e anti-immigrazione infatti la Le Pen ha già escluso Alba Dorata, Jobbik ed NPD, con cui, secondo la leader “ci sono divergenze maggiori”. Ok invece per la Lega, Fpo e Vlaams Belang, che, ormai è certo, affiancheranno i 24 parlamentari del Front National nel gruppo europeo che va costituendosi.

 

Alessandra Benignetti

Europa sì, Europa no: verso le elezioni 2014

Ci stiamo pian piano avvicinando alle elezioni europee di maggio prossimo e nell’ultimo periodo, ancor prima che inizi la campagna elettorale, si sta sviluppando una discussione importante. Sempre maggiori sono le preoccupazioni dell’attuale classe dirigente dell’UE e dei partiti cosiddetti europeisti in merito alla probabile avanzata elettorale di quei partiti invece definiti come euroscettici.

Negli ultimi anni, infatti, in quasi tutte le elezioni per i parlamenti nazionali abbiamo assistito ad un notevole aumento di consensi per quei partiti – generalmente di destra, ma non solo e con programmi spesso divergenti su diverse questioni – dichiaratamente ostili all’Unione come istituzione in sé e alle sue politiche. Un successo che, in vista delle nuove elezioni europee, inquieta molti tra Bruxelles e Strasburgo.

Ciò che maggiormente preoccupa è il fatto che la retorica di questi partiti o movimenti possa attecchire e trovare riscontro fra quella parte dell’elettorato che si dichiara effettivamente deluso ed insoddisfatto dai risultati ottenuti dall’Unione, soprattutto negli ultimi anni. Stando ai numeri forniti dall’istituto di ricerca e statistica Gallup, solo un cittadino europeo su quattro ha una percezione positiva dell’UE e la stessa membership al consorzio continentale non è necessariamente ritenuta come privilegio positivo. La divisione dell’elettorato fra eurosceptics e optimists vede addirittura i primi in leggero vantaggio (43% contro 40%).

Tra le opinioni pubbliche nazionali la disaffezione verso Bruxelles e l’impopolarità del progetto di integrazione europea hanno raggiunto livelli mai visti prima. L’europeismo come ideale e progetto politico, dunque, sembrerebbe in grosse difficoltà. Tutti i leader degli attuali governi nazionali hanno espresso la loro preoccupazione in merito, ravvisando nell’“avanzata populista” una grave minaccia per il sistema. “C’è il grosso rischio di avere il Parlamento europeo più anti-europeo di sempre”, sostiene anche il nostro premier Enrico Letta.

Che poi i leader nazionali che difendono l’istituzione Europa siano gli stessi che negli ultimi anni di politiche di austerità si sono spesso giustificati sostenendo che fosse l’Unione stessa a richiederle o imporle è un fatto curioso. Ma d’altronde anche queste idee hanno diritto di esistere ed eventualmente essere rappresentate nelle istituzioni.

FrontNational in Francia, Movimento 5 Stelle e Lega Nord qui da noi, Alba Dorata in Grecia, Partito della Libertà olandese, il Partito dell’Indipendenza inglese sono solo alcune delle realtà nazionali dichiaratamente ostili e contrarie al processo di integrazione europea e all’euro. Oramai ogni singolo parlamento europeo contiene un partito di questo tipo, legittimato da un considerevole supporto elettorale.

La notizia di soli pochi giorni fa del raggiungimento di un probabile accordo tra Marine Le Pen (leader del FN francese) e l’olandese Geert Wilders (a capo del Partito della Libertà), volto a coordinare le loro campagne elettorali in vista delle elezioni europee, testimonia il fatto che il movimento si stia organizzando a livello internazionale e rende sempre meno remota la possibilità che ottenga il successo che in molti pronosticano e temono. Non suonano molto rassicuranti le parole di Wilders, che con una certa leggerezza afferma: “Il nostro obiettivo è fare tutto il possibile per trasformare le prossime elezioni europee in una frana collettiva contro Bruxelles” che definisce come “mostro”. La considerazione dell’UE come un’istituzione prevaricatrice ed ingombrante accomuna i programmi di questi due partiti che aspirano a creare un gruppo anti-Europa nel Parlamento Europeo. Per creare un gruppo parlamentare serve riunire 25 deputati da 7 Stati membri differenti e comporta notevoli vantaggi e poteri: staff, uffici, soldi e maggior tempo di parola a disposizione nei dibattiti.

Alla luce di questi fatti sorgono diversi dubbi rispetto al percorso che il processo di integrazione europea ha intrapreso negli ultimi anni. Senza dubbio la crisi economica ha complicato processi ed equilibri, esponendo le istituzioni europee e le sue politiche a forti critiche e rischi. Ma non credo che le difficoltà determinate dalla contingente situazione economica siano sufficienti a spiegare il successo di partiti portatori di istanze e ideali di questo tipo. Sarebbe riduttivo e semplicistico.

Più che meravigliarsi, la classe dirigente europea e i leader dei governi che la sostengono dovrebbero porsi alcune domande, analizzare la storia degli ultimi anni e cercare di capire dove si è sbagliato. Perché fino a qualche anno fa partiti e movimenti euroscettici viaggiavano su percentuali a cifra singola (se non con la virgola dopo lo zero) e ora invece concorrono per la vittoria delle elezioni? Perché la gente ha perso fiducia nell’idea che sia preferibile collaborare con gli altri a costo di cedere parte della propria sovranità nazionale, piuttosto che districarsi da soli tra i “pericoli” del mondo contemporaneo?

A mio parere, rilanciare, piuttosto che lasciar regredire, il processo di integrazione europea è probabilmente l’unico modo perché la gente ritorni a credere nelle possibilità e nei vantaggi che la federazione tra le nazioni europee offre. Procedere alla reale democratizzazione dei processi di legittimazione delle massime istituzioni e degli organi comunitari, così come all’implementazione dei valori fondanti dell’Unione rappresentano la via maestra attraverso la quale superare le varie crisi economiche, politiche, sociali e di fiducia.

Matteo Mancini – AltriPoli