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L’Europa è Mario Draghi

Dietro ogni scelta, ogni modo di essere e apparire risiede una storia. Per comprendere Mario Draghi e il futuro d’Europa bisogna partire dalla storia personale del banchiere. E’ nato a Roma, la quale pur essendo la Capitale d’Italia, porta intrinsecamente quell’aspetto universalistico e non racchiuso nei meandri nazionalistici, che un immenso Indro Montanelli seppe raccontare in Storia di Roma.

E’ rimasto orfano a soli quindici anni e con la sorella e il fratello ha dovuto tenere in piedi la loro famiglia. Forse, non tutti sanno che economia deriva dal greco οἶκος (oikos), “casa” inteso anche come “beni di famiglia”, e νόμος (nomos), “norma” o “legge”. I suoi studi universitari si concentreranno su di essa e non potendosi permettere troppe distrazioni ne sarà uno dei massimi interpreti. La casa ossia la sua famiglia d’altronde non poteva essere tralasciata.

Si è formato ed è cresciuto tra le mura dell’Istituto Massimo della Compagnia di Gesù. La Compagnia di Gesù, fondata da Ignazio di Loyola, non è un semplice ordine della Chiesa Cattolica di Roma. E’ l’ordine campione della Riforma, delle menti e delle strategie romane. Non è un caso che nel momento di massima debolezza per l’Europa nella storia del genere umano, la sua anima e radice culturale veda un Gesuita sul “trono di Pietro” e un loro vecchio allievo nella sua parte operativa di maggior importanza.

Mario Draghi si è laureato alla Sapienza di Roma. L’ha fatto sotto la guida del keynesiano Federico Caffè con una tesi su «Integrazione economica e variazione dei tassi di cambio». Un’analisi sul Piano Werner, il precursore della moneta unica. All’epoca nel Piano Werner il giovane economista non vedeva le precondizioni per un’unione economica monetaria. La storia gli affiderà il compito di salvarla.

Quel che colpisce di Mario Draghi è la sua eleganza nel concepire le politiche monetarie e il suo mandato come geopolitica. Nel caos generato da un nuovo mondo ormai connesso e legato a doppia mandata alla finanza e in cui qualsiasi sviluppo nazionale può avere conseguenze intercontinentali, il suo mandato assomiglia a un magistero.

Nell’epoca in cui l’Europa non possiede nessun leader riconoscibile ed europeo, l’Italia ha fornito una mente quasi teutonica e dallo sguardo proiettato su quel che conterà nel prossimo decennio. In molti potrebbero obiettarmi che vi è Angela Merkel, soprattutto quella letteratura e critica che vedono nella cancelliera tedesca una proiezione di leader europea. Indubbiamente Angela Merkel è l’unica vera leader continentale, ma lo è per il suo Paese. Per essa, nessun atto può prescindere dal bene della Germania prima e dell’Europa poi. Mario Draghi invece ha una mente e visione che com’è Roma per il Cristianesimo, rende Francoforte capitale delle sfide dell’Europa tutta e unita.

Ora, ascoltare il discorso del Banchiere Centrale Europeo non è sicuramente entusiasmante come un video di Tiziano Terzani, ma a Trento è stata da poco scritta una delle più importanti pagine della nostra storia politica.

A Trento, una volta cuore dell’Impero Europeo Asburgico, nel corso della cerimonia di ricezione magistrale di un premio intitolato a De Gasperi, Mario Draghi ha tracciato le linee guida di un europeismo non banale e soprattutto libero dalla retorica occidentalista. Mario Draghi a differenza delle centinaia di cortigiani dell’elite non demonizza la Brexit né i populismi, anche quelli meno attenti alle concezioni eastoniana d’input cui le istituzioni non hanno saputo produrre output. Come raccomandato da un qualsiasi manuale di Scienza Politica, dove si annovera alle sue radici la concezione di Easton, il governatore della Bce ha raccomandato affinché i progressi nell’integrazione politica della costruzione europea debbano produrre risultati diretti e tangibili.

Ha sollecitato a tenere conto «dei bisogni dei cittadini e dei loro timori», ha individuato nell’immigrazione, nella sicurezza e nella difesa i settori «essenziali» delle nuove iniziative europee, nel completamento del mercato unico l’imperativo fra quelle già avviate e ha ricordato ai Governi che tocca anzi tutto a loro fornire una risposta ai problemi di redistribuzione e disuguaglianza, «con politiche che rimettano in moto la crescita, riducano la disoccupazione e aumentino le opportunità individuali, offrendo nel contempo il livello di protezione essenziale dei più deboli».

” Un livello di protezione essenziale dei più deboli ” una frase che mette paura e ai circoli benestanti che in Italia trovano in Capalbio la loro sede e alla Commissione Europea debolissima in ogni azione per i suoi cittadini. Così mentre a Bratislava, i leader degli altri Paesi cercano di individuare come procedere nel post Brexit e annientano ulteriormente dalla storia un’Europa forte, a Trento essa ha già trovato l’uomo per il suo domani.

Ventotene è stata profanata. Da tre cancellieri troppo deboli nella visione, intrensicamnete appoggiati alla farsa di retoriche il cui sofismo nulla ha prodotto. Lo sostengo alla luce delle seguenti dichiarazioni rese a margine del vertice UE di Bratislava. Dove la Merkel ha affermato che l’Unione è in “condizioni critiche”. Hollande ha sostenuto che “la difesa europea non può essere solo sulle spalle della Francia” e Renzi ha chiesto che le spese per la scuola siano tenute fuori dai conteggi sulla stabilità. A Trento il banchiere centrale ha affermato:

 

“Servono politiche che rimettano in moto la crescita, riducano la disoccupazione e aumentino le opportunità individuali, offrendo nel contempo il livello di protezione essenziale dei più deboli”

 

A voi la scelta se continuare con la fotografia di chi a Ventotene o chi ha compreso che va dato una risposta ai problemi delle persone. Che ha reputato giusto non demonizzare i cosiddetti populismi, poichè dietro di essi vi sono problemi e sfide da affrontare senza l’occhio dello pseudoeuropeista borioso. A voi la scelta nel seguire una visione di azioni e che vede l’Europa attore unico, pur valorizzandone ogni differenza.

Come sostenuto da Giuliano Ferrara su Il Foglio “Sarà un euroburocrate, Draghi, ma essendo di scuola cattolica sa dove finisce l’amministrazione, dove comincia la politica, dove il popolo è sovrano anche per sradicare il populismo. Whatever it takes.”

L’occasione mancata

Il parlamento di piazza Syntagma ha votato sì al primo pacchetto di misure euroimposte oltre la mezzanotte di mercoledì ponendo così fine alla prima fase della più cruenta crisi che l’Unione abbia mai dovuto fronteggiare. Ad Alexis Tsipras la storia tributerà qualche alloro e tante gramigne.
Tra i pregi vi è quello indiscusso di aver dato una smorzata alla grigia estetica di Bruxelles e delle istituzioni europee con la nomina del mascalzone latino di Varoufakis, con il rifiuto dei protocolli, con l’uso continuo della mediterranea arte della procrastinazione, con l’audacia virtuale di aver proposto una via d’uscita solonica a proposte draconiane. Ma quello più importante è stato di aver rimesso la politica in ogni suo senso al centro della discussione storica sull’Unione europea e sui suoi meccanismi, sul suo funzionamento e sul suo stesso destino. Al netto dell’impatto scenografico, culminato con il referendum, il giovane premier di Syriza, ormai logorato da dissidi intestini, è stato autore di una interminabile partita a poker che lo sta vedendo in queste ore uscire inesorabilmente sconfitto poiché anche l’Unione è stata in grado di spostare il baricentro dialettico su temi politici – come l’opzione Grexit- e di condurre i negoziati in organismi, e con strumenti, extra Ue (eurogruppo, ESM ecc.).
La verità, che si può accettare o meno, è che dall’insediamento di febbraio ad oggi il governo greco ha attuato un decimo del suo programma e non ha cantierato nessuna della riforme strutturali di cui la Grecia ha bisogno da sessant’anni. Il premier, come si diceva, ha fatto il politico, bene, ma non lo statista, male. Il dark side della trovata referendaria è quello di aver consegnato l’illusione al proprio popolo di poter auto-determinarsi e di rinvigorire la propria capacità contrattuale nei negoziati senza consegnare un serio prospetto informativo di quali sarebbero state le conseguenze dell’una o dell’altra scelta.
Il gesto, irresponsabile quanto coraggioso, è stato subito preso in prestito da euroscettici, retori della dignità dei popoli ed ogni genere di pecorone. Ci si è messi in bocca l’antichità- Grecia antica e moderna sono come l’acqua e l’olio- lo sprezzo per i numeri e i fatti economici, il pretesto per disseminare commenti da bar per il disabile Schauble e la Kaiser culona. Gli ultras dell’ochì referendario si sono dimostrati abilissimi a paventare le terapie ma poco propensi ad impegnarsi in una diagnostica lucida dei problemi. Un po’ di chiarezza.
L’Europa così com’è è un mostro ibrido zeppo di malattie congenite che ha dimostrato oltremodo le ambiguità e la malafede sui cui si fonda. Dall’autunno del 2009, quando Papandreu disse al mondo che i greci truccavano i conti da trent’anni e il deficit superava il 15% del pil, ad oggi l’Europa ha percorso con folle convinzione la strada opposta a quella del buonsenso. Occorreva ristrutturare il debito e procedere in un concordato preventivo che permettesse tagli e dilazioni all’esposizione di allora (un terzo di quella odierna) e riportare il paese in bonis anziché condurre la nave nella tempesta di un fallimento irreversibile. Invece si è continuato a prestare danaro- in partite di giro ESM-Bce – ad un paese di 11 milioni di anime che ha l’economia siciliana, il malcostume calabrese e il welfare svedese, vessato dalla speculazione sui rendimenti dei titoli attuata dalle stesse banche tedesche e francesi, ora sole ed effettive creditrici. Lo spauracchio Troijka (l’Fmi è in ordine il quinto creditore e si sta dimostrando compiacente a un taglio netto stimolato da Washington impaurita di soluzioni eterodosse della vicenda) ha ipnotizzato l’opinione pubblica europea spostando il focus dell’attenzione dal reale quadro della situazione: la Grecia è un nonnulla economico che non ha mai avuto le credenziali per vivere in un sistema di mercato unico a moneta unica, amministrata per anni da delinquenti che la hanno depauperata offrendo il panem della spesa pubblica e del pubblico impiego ad un popolo pigro e godereccio che ha vissuto sopra le sue possibilità per decenni, successivamente attaccata dallo sciacallaggio finanziario degli speculatori, spinta per sopravvivere a ricorrere allo strozzinaggio di un’Europa/ Germania che ora, in preda ad una trance rigoristica è incapace, dolosamente, di vedere le prospettive a vent’anni e cioè di vedere pagare le colpe dei padri e degli usurai ad un’intera generazione di greci incolpevole.
Così l’Europa ha volutamente sconfessato ogni suo credo e ha riversato su un’intera nazione il gioco volumetrico della speculazione dei mercati- quantunque Mario Draghi abbia portato allo stremo le possibilità offertegli dagli angusti spazi dello statuto BCE- scoprendo le carte ed ammettendo la sua vera anima con una sentenza di condanna all’austerità perpetua.
La melassa buonista degli eurofili irriducibili deve ora interfacciarsi con una nuova e più matura forma di euro scetticismo, forte di argomentazioni inopinabili. La vera Europa, quella promessa come l’America, non si è fatta per preciso intento dei suoi architetti. Il trattato di Roma del 2004, iperbolicamente definito “Costituzione”, fu rispedito al mittente dai referendum francese e olandese, e la successiva frettolosa e inconsistente negoziazione di Lisbona ha lasciato un’Unione che null’altro è che una fabbrica di San Pietro fumosa e contraddittoria. Gli unici assetti definiti sono a totale appannaggio della macchina industriale tedesca per consolidare il ruolo del marco-dominus nella nuova veste di euro. Un’Europa colma di capetti e povera di padri nobili, accartocciata in un sistema di governance rarefatto. In ogni Stato membro si è aperta una discussione più ampia ed articolata sull’esistenza stessa dell’Unione. Si è coniato il termine Brexit per annunciare il prossimo referendum britannico sulla permanenza nell’Ue, la Finlandia è al settimo anno di recessione scalpita, la Danimarca ha virato verso destre nazionaliste, in autunno si vota in una Spagna affascinata da Podemos, la Polonia e la sua dinamica economia hanno frenato il processo di ingresso nell’eurozona. Come se non bastasse al coro anti Atene si è unito il partito dei neo-falchetti, ovvero sia quei paesi come Irlanda, Portogallo e statarelli dell’est che hanno obbedito all’austerity e ora rivendicano peso politico. Cosa avrebbero dovuto fare in questo scenario dantesco i principali attori non tedeschi?
Tsipras avrebbe dovuto avere la forza di andare oltre l’accordo con Putin, avrebbe potuto ad esempio, sfruttando anche la congiuntura del deal iraniano, corteggiare la sorniona Cina in realtà molto interessata a portare la sua ombra sul porto del Pireo. Solo così avrebbe trovato il passante vincente per strappare politicamente, oltre che economicamente, da Berlino e Bruxelles e fare andare su tutte le furie Obama, cosa parzialmente accaduta, e far diventare il caso ellenico una questione geopolitica di valenza mondiale.

 

Il premier greco ha preferito bluffare con l’intesa di Mosca e stuzzicare poco i creditori-ricattatori palesando limiti personali e ritrosie ideologiche troppo granitiche per consegnarlo alla storia. Ma i due principali falliti dell’intera vicenda sono François Hollande e Matteo Renzi, emanazione di due paesi codardi e miopi.
Il primo, con tutta probabilità il peggior capo di stato della storia francese repubblicana e non, se si votasse domani per l’Eliseo si piazzerebbe terzo dietro Marine Le Pen e il redivivo napoleonico Sarkò, ha perso l’opportunità di sferrare un colpo semi-mortale al Berliner consensus conducendo i giochi della trattativa e ha dimostrato definitivamente che l’asse franco-tedesco di matrice carolingia è solo una rubrica teorica perché tutte le decisioni fondamentali sono prese al Bundestag. Il secondo, uscito dal summit maratona con quell’aria da paninaro che racconta ai suoi amici le gesta della sera prima, ha confermato di essere il primattore di Firenze e la comparsetta di Bruxelles dopo la batosta sul caso migranti. Senso di smarrimento, inadeguatezza ed incompetenza lo hanno portato al capo chino su ogni questione rilegando ulteriormente l’Italia a quarto violino delle vicende europee. Avrebbero, i due, dovuto guidare il catamita greco e i terroni in genere contro il bullismo nordico, sfruttando pretestuosamente il caso greco per ridisegnare l’ingegneria costituzionale europea e rivedere i rapporti di forza. Entrambi, quindi, hanno ed avranno la colpa storica di non aver saputo sfruttare l’occasione di degermanizzare l’Europa, inanellando una serie di sconfitte politiche che non hanno fatto altro che rafforzare la leadership tedesca anziché indebolirla. Se si fossero fatti portavoce di proposte alternative serie per affrontare la “questione meridionale europea”, che vede protagonista anche Francia e Italia, come taglio del debito e protezione ipotecaria sulle richieste ad Atene, avrebbero potuto nel breve ritrattare il tetto al rapporto deficit-pil del 3% che è il principale motivo per cui i due paesi non possono abbattere la pressione fiscale e pianificare crescita. Si sono altresì accontentati di mostrare il fianco ancora una volta a questo progetto meschino di convivenza forzata, antropologica prima che politico-economica, invece di proporsi come guide di una nuova stagione costituente.

L’Europa, quella dei conti, ha vinto di nuovo ma inizia a vacillare.

QE: così Draghi contrasterà l’inflazione nell’eurozona

Per le decisioni assunte dalla BCE, quella del 22 gennaio è stata una giornata destinata ad entrare nella storia. Non significa che con tale manovra si risolveranno tutti i problemi e che ci lasceremola crisi alle spalle, però per i provvedimenti posti in essere dalla BCE e per il tipo di intervento non ortodosso questo costituirà senza alcun dubbio un considerevole passo avanti.

Non tutta la stampa ha compreso a fondo la portata storica del passo avanti compiuto dalla BCE. Dopo l’ingresso nell’euro, a mio avviso, questa è la decisione più importante – fino a questo momento operativa – presa nello sviluppo del SEBC.

Riepiloghiamo, dunque, cosa ha deciso la BCE e perché è importante ciò che ha deciso.

Nella conferenza stampa della scorsa settimana Mario Draghi ha annunciato l’attuazione, da parte della BCE, di una forma estrema e non convenzionale di politica monetaria: il quantitative easing.

Il quantitative easing consiste, solitamente, in un abbassamento dei tassi di interesse da parte di una banca centrale, effettuato proprio nell’intento di stimolare un’economia i cui tassi di interesse sono pari o vicini allo zero. Tuttavia, quando ciò non è possibile, la banca centrale può altresì acquistare delle attività finanziarie (per lo più a breve periodo), tra cui titoli di stato ed obbligazioni aziendali, da istituzioni finanziarie (ad esempio gli enti creditizi) utilizzando nuova moneta.

Nel caso di specie, la Banca Centrale Europea si è impegnata ad acquistare, sul mercato secondario, non solo titoli di stato, ma anche i titoli di debito impacchettati, i c.d. ABS (Asset-backedsecurities). Questa serie di acquisti massicci, che partirà a marzo di quest’anno, andrà avanticontinuativamente ogni mese fino a settembre 2016. Con sessanta miliardi di euro ogni mese di acquisti, tra titoli sovrani e titoli di credito impacchettati, la BCE incrementerà in tal modo la quantità di moneta in circolazione con l’intento di far diminuire l’inflazione.

Un ulteriore dato da sottolineare è che l’intervento nel mercato della BCE potrà continuare anche oltre marzo 2016. Come si dice in gergo tecnico questo è un open-ended program, cioè questi mille e cento miliardi di euro di acquisti sono già decisi nel momento in cui sto scrivendo, ma tali acquisti potranno altresì protrarsi nel tempo perché l’obiettivo dichiarato del Governatore Draghi è quello diavvicinarsi in maniera soddisfacente a quel tetto di inflazione del 2%, dal quale oggi siamo lontanissimi (gli ultimi dati ufficiali dell’eurozona testimoniano che siamo in deflazione, cioè abbiamo un andamento dei prezzi al consumo negativo).

Analizziamo adesso alcuni elementi degni di nota.

Innanzitutto, la grandezza dell’operazione appena descritta è superiore ad ogni previsione, poiché ci si aspettava che il Governatore ed il Consiglio della BCE sarebbero con fatica arrivati ad immetterecinquanta miliardi di euro al mese, invece hanno scelto di destinarne sessanta.

In secondo luogo, non c’è una data fissa che sancirà il termine di questa manovra, ma c’è un obiettivo (combattere l’inflazione), che difficilmente sarà conseguito in tempi brevi. Dunque, ci troviamo di fronte ad un open-ended program.

Infine, chi si aspettava che la BCE ponesse dei limiti di acquisto dei titoli di alcuni paesi rispetto ad altri, anche in questo caso deve rimanere stupito positivamente. È vero che il criterio per l’acquisto dei titoli sovrani è quello dell’investment grade, dunque chi è sotto l’IG non rientrerebbe, in teoria,nei programmi di acquisto, ma c’è una clausola aggiuntiva, che si riferisce sostanzialmente alla Grecia (con uno sguardo rivolto alle recenti elezioni politiche del 25 gennaio). Anche i titoli ellenicisaranno ammissibili agli acquisti ma ciò dipenderà da come la Grecia si comporterà nei riguardi degli impegni assunti con la troika (Commissione europea, BCE, FMI).

In sostanza, quindi, non si chiude la porta in faccia alla Grecia: ci si auspica semplicemente che il nuovo Governo di Tsipras si comporti in maniera responsabile.

Un’altra questione da prendere in esame è capire quanta parte di questi acquisti verrebbe poi mutualizzata. Cioè le eventuali perdite e l’eventuale rischio di questi acquisti, in caso di default, da chi verrebbe assunto?

Al riguardo vi è un acceso dibattito, giacchè alcuni Paesi dell’euroarea chiedevano che il totale degli acquisti finisse sul bilancio della BCE. Per intendersi, la BCE avrebbe dovuto assumersi integralmente il rischio degli acquisti. Ciò che avrebbe significato andare oltre a quanto prescritto dallo statuto della stessa. Sul punto, è tornata pochi giorni fa l’Avvocatura Generale della Corte europea di Lussemburgo, perché, come è noto, tale questione delicata è stata sollevata dal Bundesverfassungsgericht.

Mario Draghi

La Corte Costituzionale tedesca è stata, infatti, chiamata a pronunciarsi sul fatto che gli acquisti di titoli sul mercato secondario violassero o meno l’obbligo a non monetizzare i debiti pubblici dei paesi della zona euro (è pacifico infatti che la responsabilità dei debiti pubblici resta nazionale e non è federalizzata, nonostante la moneta comune).

Di fronte a questo, la Corte di Karlsruhe aveva girato l’interrogativo alla Corte Europea per saperese l’eventuale acquisto dei titoli da parte della BCE fosse in linea con il suo statuto. L’Avvocatura Generale ha risposto positivamente, ma solo ad alcune condizioni. Una di queste, era proprio che il rischio negli acquisti non fosse prevalentemente a carico della BCE.

La soluzione partorita dal Consiglio Europeo è stata quella di ripartire il rischio di questi acquisti: 20% a carico della BCE e 80% distribuito per quota secondo la percentuale di titoli acquistati di ogni singolo paese dell’eurozona da parte della banca centrale di quello stesso paese (Banca d’Italia nel nostro caso) che fa parte del SEBC.

Naturalmente bisogna capire meglio quali saranno gli effetti e come si manifesteranno. I mercati in questo periodo stanno oscillando perché il contesto mondiale è molto complesso. Le banche centrali sono ora in una deriva asimmetrica. La FED ha terminato di attuare il QE dopo anni poiché il loro obiettivo finale dichiarato era quello di ridurre la disoccupazione al 6%. La Banck of England ha a propria volta smesso, in quanto è stato raggiunto lo stesso obiettivo di riduzione della disoccupazione. Il Giappone, invece, si sta muovendo in direzione opposta riprendo in mano tale strumento perché il suo obiettivo dichiarato è quello di ridurre l’inflazione. La stessa BCE ha come obiettivo, da raggiungere col QE, la riduzione dell’inflazione. Su questo punto Draghi è stato più che fermo. La BCE quindi farà tutto ciò che le sarà possibile affinché l’inflazione attesa prima, e quella effettiva poi, torni al 2%. Per intendersi, un’inflazione al 2% sta a significare che la ripresa è in atto e si sta consolidando. Il 2% di inflazione oggi significherebbe che anche il reddito reale aumenterebbe al 2% e quindi quello nominale al 4%. Tutta l’economia così ripartirebbe.

Per inciso, con un tasso di crescita reale al 2%, in Italia sarebbe anche sostenibile la riduzione del rapporto debito/PIL verso il 60%. Risulta pertanto chiaro che il vero obiettivo perseguito dalla BCE non è il 2% di inflazione, ma il 2% di crescita reale.

Nel frattempo ci sono state anche banche centrali, come quella Svizzera, che hanno spinto alcuni paesi ad uscire traumaticamente dal rapporto fisso di cambio con l’euro, in quanto messe di fronte alla prospettiva di un ulteriore indebolimento dell’euro. Inoltre la Banca Centrale Danese ha dovuto, per la seconda volta in pochi giorni, abbassare i tassi negativi allo 0,85.

Ci troviamo in conclusione in una situazione di grande volatilità, tuttavia non è da sottovalutare la svolta storica dell’accaduto. Dalla creazione di una moneta comune, la BCE, promettendo di attuare tali interventi non ortodossi per fronteggiare la deflazione, la bassa crescita e l’asimmetria dei mercati del credito nei diversi paesi della zona euro, ha compiuto ora un ulteriore passo significativo.

 

 

 

Il Risiko! delle Banche Centrali

C’è un gioco di tattica e strategia che in molti aspetti ricalca l’economia, il Risiko!. Come spesso accade nel gioco inventato dal regista francese Albert Lamorisse i giocatori che stanno perdendo, come se vi fosse un tacito accordo, iniziano ad attaccare il concorrente che sembra più prossimo a vincere la partita. Lo stesso ragionamento lo stanno portando avanti le Banche Centrali occidentali.

Con una mossa tanto attesa quanto sperata il Governatore della Reserve Bank of Australia Glenn Stevens ha tagliato i tassi d’interesse di un quarto di punto, portandoli al 3%. Per spiegare l’importanza di questa decisione basta pensare che l’Australia non raggiungeva un livello del genere dal 1960, l’anno in cui la Commonwealth Bank venne accantonata dall’Australia per far spazio all’odierno istituto. Secondo alcuni analisti i tassi d’interesse australiani rimangono troppo alti, soprattutto se paragonati a quelli che ormai rasentano lo zero di Unione Europea, Stati Uniti d’America e Gran Bretagna. Ma, dal quartier generale della Reserve Bank of Australia (RBA) di Sidney non se ne preoccupano dato che nel solo terzo trimestre il Prodotto Interno Lordo è cresciuto del 3,1. Un risultato ottimo in tempi di congiuntura mondiale, ma minore rispetto le aspettative. Ad ogni modo i “dadi sono stati lanciati” e l’Australia la propria mossa, per ridare vigore alla propria economia, l’ha fatta.

Per tornare al “Risiko!” è come se il primo attacco fosse stato lanciato dall’Oceania in attesa delle mosse degli altri concorrenti intenzionati a contrastare il giocatore in vantaggio. Tra i concorrenti più intenzionati a invertire una partita, che al momento sembra basarsi sulla sola e mera sopravvivenza, ci sono l’Unione Europea e la Banca Centrale Europea. Come di consueto accade ogni primo giovedì del mese, l’istituto di Francoforte si riunirà per decidere quali strategie adottare per contrastare la crisi economica e finanziaria e allo stesso tempo cercare di favorire la crescita.

La mossa attesa ed al momento auspicata da molti nel “vecchio continente”, sembra voler ricalcare quella della RBA, ovvero un nuovo taglio ai tassi d’interesse. Calcolando che la stessa decisione molto probabilmente in queste ore verrà presa dalla Banca Centrale del Canada, il governatore della Banca Centrale Europea Mario Draghi si troverà nelle prossime ore di fronte ad un bivio. O persegue in nuova LTRO o taglia i tassi d’interesse. Per LTRO s’intende il piano di rifinanziamento a lungo termine, inaugurato e progettato dal Governatore Mario Draghi, che consiste in un’asta di liquidità in cui la BCE concede un prestito alle banche richiedenti, della durata di 3 anni e con un tasso d’interesse agevolato dell’1% annuo. Il cosiddetto LTRO (long term refinancing operation) si è rivelato un piano inefficace e per molti aspetti è sembrato essere l’ennesimo “regalo” della Banca Centrale Europea ai banchieri.

Secondo gli esperti di Ig “Il pessimo quadro macro e il rallentamento dell’inflazione negli ultimi mesi” dovrebbero aprire la porta ad un taglio dei tassi di interesse al nuovo minimo storico dello 0,5%” che significherebbe una riduzione di 25 punti base. Questa al momento sembra l’unica strategia e mossa adottabile da Mario Draghi. Le strade sono due. La prima porta ancora al LTRO e a dare fiducia ai banchieri, la seconda con il taglio dei tassi d’interesse dovrebbe agevolare l’industria. Di fatto per gli analisti di Ig a partire da questo giovedì ed entro il prossimo febbraio la BCE dovrebbe effettuare un nuovo taglio dei tassi.

Così come nel Risiko! Anche nel mondo reale per effettuare un attacco o cambiamento realmente radicale bisogna aspettare la mossa del giocatore situato nel Nord America. Per chiarire il concetto, subito dopo la mossa della BCE, ci si aspetta che la Federal Reserve statunitense giochi la propria partita. Quel che è certo è che, nell’ultima riunione annuale della Federal Reserve, Ben Bernanke sarà chiamato ad aggiornare la politica monetaria statunitense.

Secondo Jeffrey Lacker, presidente della Federal Reserve of Richmond, la Federal Reserve sta perdendo credibilità. Noto per aver bocciato senza esitazione le sette proposte dell’istituto guidato da Ben Bernanke nel corso del 2012, compresa quella riguardante l’attuazione del Quantitative Easing 3, egli sostiene che i cosiddetti “QE3” servano a drogare il mercato. I quali se hanno il merito di una ripresa finanziaria a breve termine, potrebbero a mio parere esser scontati e ripagati successivamente dalla classe media e dai consumatori in generale dati gli alti tassi d’inflazione.

Per dirla breve BCE, Federal Reserve e Reserve Bank Australia stanno attaccando simultaneamente il nemico chiamato “crisi”. In modo da contrastare l’espansione economica e geopolitica della Cina e dell’immortale Russia. La sensazione è che stiano mandando troppo spesso le truppe allo sbaraglio. E quelle truppe non siamo altro che noi.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli