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Germania: un voto per la stabilità

Il prossimo 24 settembre si terranno in Germania le elezioni per il Bundenstag. La campagna elettorale si sta svolgendo ormai da molti mesi, ma entrerà nel vivo ad Agosto. È un confronto politico lontanissimo, nei toni e nelle modalità, da quello che ha contraddistinto le elezioni francesi e britanniche, ed estremamente diversa dal dibattito cui siamo abituati in Italia.

Angela Merkel, presidente dell’Unione Cristiano-Democratica (CDU) e cancelliera della Repubblica Federale dal lontano 2005, compete per la quinta volta per questa carica e, sondaggi alla mano, ha buone probabilità di essere riconfermata.
Angela Merkel, va detto, non ha mai governato con la sola CDU. Oltre all’alleato storico della bavarese Unione Cristiano-Sociale (CSU), la Merkel ha dovuto governare con una Grosse-Koalition insieme ai socialdemocratici (SPD) dal 2005 al 2009 e poi dal 2013 ad oggi. Nel secondo governo del 2009-2013, si è appoggiata al partito liberale (FDP), e proprio questa alleanza, detta giallo-nera dai colori dei partiti, è stata la principale causa della durezza (e, si potrebbe dire, dell’egoismo) con cui Angela Merkel trattò la crisi economica e il caso dei cosiddetti PIIGS.
Angela Merkel ha condotto sapientemente la propria campagna elettorale, evitando di toccare un argomento controverso come quello della lotta al terrorismo, e puntando invece sui successi ottenuti in campo economico e diplomatico. Alcune recenti affermazioni del suo ministro degli interni potrebbero però alterare questo quadro e attrarre critiche alla CDU.
Ci sono buone probabilità che un simile scenario si ripeta, e ciò potrebbe portare ad un nuovo inasprimento della politica economica tedesca e, di riflesso, comunitaria.

Il principale sfidante di Angela Merkel è Martin Schulz, presidente dell’SPD. Quello socialdemocratico è un partito che attraversa un periodo di crisi ideologica. Il carattere blairiano che il partito ha assunto dopo la presidenza Schröder ha consentito ai socialdemocratici di governare due volte insieme ai democristiani, ma sempre come “soci di minoranza”. L’unico importante risultato ottenuto dai socialdemocratici, l’adozione di un salario minimo a livello federale, non è servito ad attirare le simpatie della classe popolare colpita dalla crisi economica, che sembra preferire il programma più radicale della Sinistra (die Linke), dei Verdi (Bündnis 90/die Grüne) o il populismo degli antieuropeisti del partito Alternativ für Deutschalnd.

Proprio Alternativ für Deutschalnd costituisce in un certo senso lo spauracchio per i partiti “tradizionali”. È un partito la cui retorica sull’immigrazione e la sicurezza richiama soggetti politici come il Front National, l’UKIP o la Lega Nord. Ma si tratta di tematiche non centrali in questa tornata elettorale. La bravura di Angela Merkel e di Martin Schulz è stata quella di non spostare il confronto su questi argomenti.

Sui media nazionali relativamente poco peso è stato dato al tema della sicurezza dagli attentati terroristici, pur avendo subito la Germania diversi attentati di lupi solitari affiliati all’ISIS.
Le principali tematiche trattate sono di carattere economico e di politica estera. La crisi economica è stata ampiamente superata in Germania già nel 2011-2012 grazie ad un sistematico sostegno statale ed europeo alle banche, ad una struttura industriale solida e ad un solido sistema di welfare capace, tra l’altro, di attirare un numero significativo di immigrati, in buona parte altamente specializzati.
La Germania ha beneficato del processo di immigrazione verso i centri “ricchi” caratteristico delle crisi economiche e facilitato, nel caso europeo, dal sistema di Schengen.
Tuttavia, nonostante la solidità del sistema, in Germania sono proliferati i lavori precari come i mini-job, ovvero i lavori part-time, tra i giovani. Il tasso di disoccupazione giovanile è tra i più bassi d’Europa, ma solo grazie a questi contratti poco remunerativi.
Tutti i candidati alla cancelleria hanno elaborato un piano specifico per cercare di superare i mini-job ed estendere le garanzie di welfare per i giovani.

Un altro tema importante è costituito dalla politica estera. Dalla crisi dei migranti, della quale i media nazionali non cessano di riconoscere il ruolo cruciale dell’Italia, alla recente crisi diplomatica con la Turchia e al raffreddamento dei rapporti con la Russia e con Israele, l’opinione pubblica tedesca diventa sempre più cosciente del proprio ruolo centrale nella diplomazia europea ed euro-asiatica. I partiti di opposizione non risparmiamo critiche ad Angela Merkel, e l’argomento della diplomazia è il cavallo di battaglia di Martin Schulz, che ha utilizzato toni molto duri accusando la Merkel di voler “germanizzare l’Europa” più che di voler “europeizzare la Germania”.
Schulz vanta una più vasta esperienza in materia, e le posizioni reazionarie dell’Unione Cristiano-Sociale in materia di immigrazione mostrano tutte le contraddizioni presenti nella coalizione elettorale di Angela Merkel.
Ma la stabilità economica è un dogma per i tedeschi, e Angela Merkel ne è il volto. Unita alla proiezione della Germania come superpotenza europea e globale (quasi impensabile solo vent’anni fa), la sicurezza economica e lo stato sociale garantiti da Angela Merkel sono il miglior manifesto elettorale per vincere anche questa tornata.

Verso un esercito europeo?

Angela Merkel lo ha detto chiaramente: l’Unione Europea non può più fidarsi degli alleati tradizionali. Era il 28 maggio, e le sue parole hanno fatto scalpore rimbalzando sulle testate di tutto il mondo. Eppure, non sono state altro che la conferma di un percorso politico intrapreso dall’insediamento di Trump alla Casa Bianca.
Lo sganciamento, per ora ancora parziale, dalla crisi in Est Europa, la richiesta ai membri NATO di aumentare la propria spesa militare, l’escalation in Siria erano le avvisaglie di una crisi politica coronata dal ritiro dagli accordi di Parigi.
A dieci giorni dalla dichiarazione della cancelliera tedesca, la Commissione Europea ha varato un fondo di 5,5 miliardi di euro destinato alle forze armate comunitarie. Lo scopo del fondo, reso noto da un comunicato firmato da Federica Mogherini e Jyrki Katainen, è esplicito: indirizzarsi verso un esercito federale europeo.
Sorprendentemente, la notizia non ha ricevuto l’attenzione mediatica che avrebbe meritato.
Il documento pubblicato dalla Commissione Europea evidenzia come le forze armate dei paesi membri utilizzino una varietà enorme di sistemi d’arma a volte addirittura incompatibili tra loro. Una forza armata unitaria, i cui fondi possano essere gestiti dagli organi europei, porterebbe ad una standardizzazione degli armamenti, ad una semplificazione della catena di comando, ad una razionalizzazione delle risorse investite. Consentirebbe dunque risparmi consistenti oppure, a parità di risorse investite, porterebbe ad un netto aumento dell’efficienza delle forze armate.

Gran parte dei fondi di questo primo finanziamento verrà resa disponibile solo a partire dal 2020. Circa 600 milioni di euro verranno destinati alla ricerca di tecnologie militari a livello europeo, superando lo stadio di collaborazione tra singoli stati che aveva caratterizzato lo sviluppo di nuovi armamenti dalla seconda metà della Guerra Fredda.
1,5 miliardi di euro saranno invece indirizzati all’acquisizione e alla produzione di sistemi d’arma a livello europeo.
Il resto dei fondi copriranno operazioni ed esercitazioni militari congiunte.

Il fatto che la proposta sia arrivata subito dopo le dichiarazioni di Angela Merkel dimostra che il progetto fosse nell’aria già da tempo (il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Junker lo aveva ventilato nel settembre 2016), e che la recente crisi dei rapporti USA-UE sia stata colta al balzo come pretesto per iniziare a lavorare su quell’autonomia militare che sembra ormai indispensabile perché l’Europa possa acquisire una reale compattezza diplomatica.

Il processo di unificazione degli eserciti non sarà certo rapido. Esso dovrà coinvolgere gli apparati industriali dei paesi membri non meno delle loro ambasciate. Verranno probabilmente stabilite delle quote di investimento per ogni paese, alle quali c’è da aspettarsi un’opposizione da parte dei paesi europei che al momento investono meno nel settore militare. Ma la riforma è già iniziata e difficilmente potrà arrestarsi, nonostante le pretese di autonomia militare dei più bellicosi tra i paesi membri.

 

Numerosi paesi europei combattono in conflitti aperti. La Francia è ampiamente coinvolta nella crisi siriana e nelle guerre civili del Mali e della Repubblica Centraficana, l’Italia sembra venire lentamente ma inesorabilmente trascinata nel conflitto in Libia, la Gran Bretagna è intervenuta in Libia nel 2011 al fianco della Francia. Molti paesi rimangono schierati in Afghanistan.
La crisi in Ucraina ha risvegliato l’antica paranoia di Germania e Polonia nei confronti della Russia, riaprendo il contrasto sul Mar Baltico, dove proprio nel corso di giugno si sono succedute provocazioni reciproche.

Proprio la crisi politica ucraina ha messo in luce l’inconsistenza della politica estera europea, con il blocco est europeo (assecondato dalla Germania) propugnatore di una linea dura, fino forse all’invio di forze di interposizione, e paesi come l’Italia schierati su posizioni più accomodanti. Alla fine solo l’intervento degli USA, con il varo delle sanzioni, ha riportato i paesi europei sulla stessa linea diplomatica.
In Donbass la crisi è lontana dall’essere risolta, anche perché se da un lato la Russia è sempre più occupata a risolvere a proprio favore la crisi siriano-irachena, dall’altro Donald Trump ha mostrato scarso interesse nel risolvere il conflitto. Lo scandalo del Russia-Gate si mescola alla volontà di non voler favorire in alcun modo l’Unione Europea.

Il messaggio di Trump è stato recepito da Angela Merkel, che proprio per questo ha parlato di mancanza di fiducia nei confronti degli “alleati tradizionali”. La Germania è ad oggi la principale promotrice del processo di integrazione delle forze armate europee, paradossalmente incoraggiata proprio dalle richieste di Trump di un innalzamento delle spese per la difesa.
Non è un caso se il 25 giugno Martin Schulz ha accusato la cancelliera di voler “germanizzare l’Europa” anziché “europeizzare la Germania”. L’innalzamento della spesa militare tedesca potrebbe inserirsi nell’obiettivo di guidare, e non solo di sostenere, la creazione di un esercito europeo comunitario.
Le prospettive politiche e geopolitiche per una simile eventualità sono del tutto aperte.