Home / Tag Archives: massimo cacciari

Tag Archives: massimo cacciari

I monumenti della città contemporanea

Parlando di città contemporanea si corre facilmente il rischio di imbattersi in discorsi superficiali, in quanto le condizioni specifiche di ciascuna città sono differenti per loro natura. Ciascuna di esse rappresenta infatti una stratificazione storica e culturale talmente complessa da rendere inevitabile la creazione di sottocategorie che rendano ogni caso quanto più completo e significativo. Il loro carattere può essere sociale, politico, religioso o geografico, ma ogni parte di questa classificazione non può essere scissa dalle altre e dalle molte ancora che si potrebbero identificare.

La città resta però luogo ed espressione della cultura che l’ha voluta e che continua ad abitarla e, ovviamente, anche scenario della propria architettura. Esistono allora dei fattori generali, dei denominatori comuni che permettono di fare ragionamenti validi anche nel confronto tra casi differenti. Uno di essi è il problema del mantenimento della propria memoria, ossia di quell’insieme di dati storici e culturali necessari per legittimare il senso stesso della città oltre che per creare, in chi la abita, simboli e sentimenti condivisi nei quali riconoscersi.

Il mezzo attraverso cui esprimere queste condizioni è stato da sempre il monumento, ovvero “…un’opera della mano dell’uomo creata con lo specifico scopo di conservare sempre presenti e vivi singoli atti o destini umani nella coscienza delle generazioni a venire.” Questa definizione è alla base del pensiero di Alois Riegl che nel 1903, attraverso “Il culto moderno dei monumenti” ne definisce l’essenza e ne teorizza il riconoscimento.

Ma la città contemporanea non è più incline a costruire monumenti, considerandoli forse un mezzo espressivo ormai anacronistico, oppure non riuscendo a restituire alle arti figurative dei nostri tempi la capacità di sintetizzare un racconto. Eppure essi sono sempre stati fondamentali nel mantenere la memoria di fatti storici ritenuti importanti. Ma allora possiamo ipotizzare che sia proprio il luogo della memoria ad essersi modificato, identificandosi con ormai maggiore disinvoltura nell’immagine complessiva della città stessa. Si capirebbe così come la crisi dell’architettura della città contemporanea sia effettiva, soprattutto nella sua impossibilità di creare elementi tangibili della propria coscienza storica attraverso linguaggi attuali e comprensibili.

Un esempio di questa condizione ci viene dato da la vicenda che sta riguardando il recente lavoro che l’artista William Kentridge ha realizzato per Roma e di cui anche Polilinea ha parlato poche settimane fa: di fronte al murales troveranno (forse) sistemazione degli stand temporanei che lo copriranno parzialmente. Grande dibattito è seguito a questa decisione, ma cosa si è chiesto di salvaguardare? L’opera in quanto tale o la narrazione che contiene? Perché “Triumphs & Laments” ha proprio la pretesa di essere un monumento, sebbene con la grande differenza rispetto al passato di non puntare alla durata illimitata, bensì ai pochi anni nei quali sarà visibile.

t&l

Il problema non risiede allora nella pretesa (imprescindibile a volte) di salvaguardare un’opera d’arte a discapito delle funzioni della città, ma bensì nel saper riconoscere come elemento espressivo un segno che ha bisogno di narrare le vicende della città per legittimare la propria ragione d’essere.

“Mentre la città si articola ormai in base alla presenza dominante e centrale delle [presenze] produttive e di scambio, la memoria diventa museo e cessa così di essere memoria, perché la memoria ha senso quando è immaginativa, ricreativa, se no diventa appunto una clinica in cui mettiamo i nostri ricordi. Abbiamo “ospedalizzato” la nostra memoria, così come le nostre città storiche, facendone musei.” (1)

Non volendo scadere nell’invocazione di una cristallizzazione della città a salvaguardia di una ipotetica condizione ottimale della sua immagine (altro argomento su cui regna una grande confusione), può essere più utile riflettere sul modo in cui essa non sappia più riconoscere le proprie evoluzioni estetiche, sebbene gli stimoli siano presenti e ben visibili. È allora emblematico come in un solo episodio si racchiuda la dimostrazione di quanta fatica facciano oggi l’arte e l’architettura nel contribuire alla definizione della memoria della città; probabilmente perché siamo disabituati a giudicare le relazioni, siano esse colloquiali o polemiche, degli elementi che la costituiscono. O forse perché la città ha bisogno di essere (ri)educata alla consapevolezza di se stessa anche in chiave estetica, soprattutto se attraverso essa cerchiamo di sopperire alla mancanza di monumenti.

 

(1) M. Cacciari, La città, Pazzini editore, Villa Verucchio, 2004

 

Contro i pensatori prêt-à-porter

Da misero studente di filosofia, quello che ho imparato in questi anni è che i veri pensatori non appaiono sui giornali o nelle trasmissioni televisive (o perlomeno non così spesso). Insegnano, scrivono libri e vengono probabilmente mal pagati. Il filosofo, nel bene e nel male, ha sempre attratto in un modo o nell’altro la folla: pensiamo ai Sofisti e a Socrate nell’Atene dell’antichità, Heidegger e Schmitt sull’immaginario nazionalsocialista e Sartre sui giovani francesi del sessantotto.

Oggi li vediamo invitati nei programmi di approfondimento o di politica per parlare dell’argomento dell’istante; se riescono a parlare con perizia della questione, senza risultare goffi, probabilmente non si interessano più di filosofia (in primis Cacciari).

Finendo infine con il punto più basso della lunga catena discendente della volgarizzazione filosofica: Slavoj Žižek da Fabio Fazio, il primo Dicembre a Che tempo che fa. Avrei potuto benissimo scegliere qualcun’altro, ma è l’esempio indicato il più rappresentativo della categoria. Sicuramente verrà fatta pubblicità gratuita ai suoi libri da rivoluzionario in poltrona, ma almeno si avrà anche lo sfizio di dire come stanno le cose.

Slavoj Žižek, come molti “filosofi” alla moda, presenta un sistema (se così possiamo chiamarlo) facile da digerire, pronto all’uso da parte degli hipsters ben pensanti. Non ha complessità. È un semplice urlare al capitalista, ben comprensibile da tutti e assimilabile senza la fatica di ragionare troppo, alimentando quello stereotipo molto comodo del borghese e del sottomesso, riproponendo dunque una versione pop da applausi della dialettica servo-padrone (che fa immancabilmente share). Se poi nascondiamo tutta questa riproposizione, piuttosto forzata (e per certi versi anti-storica) del pensiero hegeliano e marxista, dietro a un linguaggio appositamente allucinato per dimostrare un retrogusto avantgarde e mascherare la povertà di pensiero, ecco allora prospettarsi l’archetipo del Borat della filosofia che infesta i talk show serali (come scherzò Decca Aitkenhead sul Guardian qualche anno fa).

Basta spararla più grossa possibile con saccenza (“L’umanità è OK, ma il 99% delle persone sono idioti noiosi”) e vanità, mischiando un po’ di cinematografia se necessario, per andare da Fazio o alla Columbia University ed essere considerati pensatori seri, senza l’obbligo di passare anni d’inferno per un Ph.D.

La figura del filosofo prêt-à-porter ha successo perché solo di nome le sue idee appaiono eleganti, facilmente indossabili come una borsa di Prada, facendo così bella figura nei salotti e agli aperitivi al bar. Poco importa che siano i vaneggiamenti di Žižek o la solita solfa sulla crisi etica contemporanea: riflettere seriamente su concetti come la laicità, il che cosa sia la verità o la giustizia è eccessivamente faticoso per lo spettatore medio; preferisce farselo dire dal pensatore alla moda di turno, il cui aprir bocca è legittimato dal semplice fatto che è stato invitato da un certo conduttore a una certa trasmissione.

La televisione non ha bisogno di persone che pensano, quanto di faziosi e di Elvis da studio. Il problema è che confondiamo Elvis con qualcos’altro, senza fermarci a riflettere su cosa stia dicendo.

Poi ci sorprendiamo se non c’è più progresso in filosofia (sempre se di progresso possiamo parlare).