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L’occasione mancata

Il parlamento di piazza Syntagma ha votato sì al primo pacchetto di misure euroimposte oltre la mezzanotte di mercoledì ponendo così fine alla prima fase della più cruenta crisi che l’Unione abbia mai dovuto fronteggiare. Ad Alexis Tsipras la storia tributerà qualche alloro e tante gramigne.
Tra i pregi vi è quello indiscusso di aver dato una smorzata alla grigia estetica di Bruxelles e delle istituzioni europee con la nomina del mascalzone latino di Varoufakis, con il rifiuto dei protocolli, con l’uso continuo della mediterranea arte della procrastinazione, con l’audacia virtuale di aver proposto una via d’uscita solonica a proposte draconiane. Ma quello più importante è stato di aver rimesso la politica in ogni suo senso al centro della discussione storica sull’Unione europea e sui suoi meccanismi, sul suo funzionamento e sul suo stesso destino. Al netto dell’impatto scenografico, culminato con il referendum, il giovane premier di Syriza, ormai logorato da dissidi intestini, è stato autore di una interminabile partita a poker che lo sta vedendo in queste ore uscire inesorabilmente sconfitto poiché anche l’Unione è stata in grado di spostare il baricentro dialettico su temi politici – come l’opzione Grexit- e di condurre i negoziati in organismi, e con strumenti, extra Ue (eurogruppo, ESM ecc.).
La verità, che si può accettare o meno, è che dall’insediamento di febbraio ad oggi il governo greco ha attuato un decimo del suo programma e non ha cantierato nessuna della riforme strutturali di cui la Grecia ha bisogno da sessant’anni. Il premier, come si diceva, ha fatto il politico, bene, ma non lo statista, male. Il dark side della trovata referendaria è quello di aver consegnato l’illusione al proprio popolo di poter auto-determinarsi e di rinvigorire la propria capacità contrattuale nei negoziati senza consegnare un serio prospetto informativo di quali sarebbero state le conseguenze dell’una o dell’altra scelta.
Il gesto, irresponsabile quanto coraggioso, è stato subito preso in prestito da euroscettici, retori della dignità dei popoli ed ogni genere di pecorone. Ci si è messi in bocca l’antichità- Grecia antica e moderna sono come l’acqua e l’olio- lo sprezzo per i numeri e i fatti economici, il pretesto per disseminare commenti da bar per il disabile Schauble e la Kaiser culona. Gli ultras dell’ochì referendario si sono dimostrati abilissimi a paventare le terapie ma poco propensi ad impegnarsi in una diagnostica lucida dei problemi. Un po’ di chiarezza.
L’Europa così com’è è un mostro ibrido zeppo di malattie congenite che ha dimostrato oltremodo le ambiguità e la malafede sui cui si fonda. Dall’autunno del 2009, quando Papandreu disse al mondo che i greci truccavano i conti da trent’anni e il deficit superava il 15% del pil, ad oggi l’Europa ha percorso con folle convinzione la strada opposta a quella del buonsenso. Occorreva ristrutturare il debito e procedere in un concordato preventivo che permettesse tagli e dilazioni all’esposizione di allora (un terzo di quella odierna) e riportare il paese in bonis anziché condurre la nave nella tempesta di un fallimento irreversibile. Invece si è continuato a prestare danaro- in partite di giro ESM-Bce – ad un paese di 11 milioni di anime che ha l’economia siciliana, il malcostume calabrese e il welfare svedese, vessato dalla speculazione sui rendimenti dei titoli attuata dalle stesse banche tedesche e francesi, ora sole ed effettive creditrici. Lo spauracchio Troijka (l’Fmi è in ordine il quinto creditore e si sta dimostrando compiacente a un taglio netto stimolato da Washington impaurita di soluzioni eterodosse della vicenda) ha ipnotizzato l’opinione pubblica europea spostando il focus dell’attenzione dal reale quadro della situazione: la Grecia è un nonnulla economico che non ha mai avuto le credenziali per vivere in un sistema di mercato unico a moneta unica, amministrata per anni da delinquenti che la hanno depauperata offrendo il panem della spesa pubblica e del pubblico impiego ad un popolo pigro e godereccio che ha vissuto sopra le sue possibilità per decenni, successivamente attaccata dallo sciacallaggio finanziario degli speculatori, spinta per sopravvivere a ricorrere allo strozzinaggio di un’Europa/ Germania che ora, in preda ad una trance rigoristica è incapace, dolosamente, di vedere le prospettive a vent’anni e cioè di vedere pagare le colpe dei padri e degli usurai ad un’intera generazione di greci incolpevole.
Così l’Europa ha volutamente sconfessato ogni suo credo e ha riversato su un’intera nazione il gioco volumetrico della speculazione dei mercati- quantunque Mario Draghi abbia portato allo stremo le possibilità offertegli dagli angusti spazi dello statuto BCE- scoprendo le carte ed ammettendo la sua vera anima con una sentenza di condanna all’austerità perpetua.
La melassa buonista degli eurofili irriducibili deve ora interfacciarsi con una nuova e più matura forma di euro scetticismo, forte di argomentazioni inopinabili. La vera Europa, quella promessa come l’America, non si è fatta per preciso intento dei suoi architetti. Il trattato di Roma del 2004, iperbolicamente definito “Costituzione”, fu rispedito al mittente dai referendum francese e olandese, e la successiva frettolosa e inconsistente negoziazione di Lisbona ha lasciato un’Unione che null’altro è che una fabbrica di San Pietro fumosa e contraddittoria. Gli unici assetti definiti sono a totale appannaggio della macchina industriale tedesca per consolidare il ruolo del marco-dominus nella nuova veste di euro. Un’Europa colma di capetti e povera di padri nobili, accartocciata in un sistema di governance rarefatto. In ogni Stato membro si è aperta una discussione più ampia ed articolata sull’esistenza stessa dell’Unione. Si è coniato il termine Brexit per annunciare il prossimo referendum britannico sulla permanenza nell’Ue, la Finlandia è al settimo anno di recessione scalpita, la Danimarca ha virato verso destre nazionaliste, in autunno si vota in una Spagna affascinata da Podemos, la Polonia e la sua dinamica economia hanno frenato il processo di ingresso nell’eurozona. Come se non bastasse al coro anti Atene si è unito il partito dei neo-falchetti, ovvero sia quei paesi come Irlanda, Portogallo e statarelli dell’est che hanno obbedito all’austerity e ora rivendicano peso politico. Cosa avrebbero dovuto fare in questo scenario dantesco i principali attori non tedeschi?
Tsipras avrebbe dovuto avere la forza di andare oltre l’accordo con Putin, avrebbe potuto ad esempio, sfruttando anche la congiuntura del deal iraniano, corteggiare la sorniona Cina in realtà molto interessata a portare la sua ombra sul porto del Pireo. Solo così avrebbe trovato il passante vincente per strappare politicamente, oltre che economicamente, da Berlino e Bruxelles e fare andare su tutte le furie Obama, cosa parzialmente accaduta, e far diventare il caso ellenico una questione geopolitica di valenza mondiale.

 

Il premier greco ha preferito bluffare con l’intesa di Mosca e stuzzicare poco i creditori-ricattatori palesando limiti personali e ritrosie ideologiche troppo granitiche per consegnarlo alla storia. Ma i due principali falliti dell’intera vicenda sono François Hollande e Matteo Renzi, emanazione di due paesi codardi e miopi.
Il primo, con tutta probabilità il peggior capo di stato della storia francese repubblicana e non, se si votasse domani per l’Eliseo si piazzerebbe terzo dietro Marine Le Pen e il redivivo napoleonico Sarkò, ha perso l’opportunità di sferrare un colpo semi-mortale al Berliner consensus conducendo i giochi della trattativa e ha dimostrato definitivamente che l’asse franco-tedesco di matrice carolingia è solo una rubrica teorica perché tutte le decisioni fondamentali sono prese al Bundestag. Il secondo, uscito dal summit maratona con quell’aria da paninaro che racconta ai suoi amici le gesta della sera prima, ha confermato di essere il primattore di Firenze e la comparsetta di Bruxelles dopo la batosta sul caso migranti. Senso di smarrimento, inadeguatezza ed incompetenza lo hanno portato al capo chino su ogni questione rilegando ulteriormente l’Italia a quarto violino delle vicende europee. Avrebbero, i due, dovuto guidare il catamita greco e i terroni in genere contro il bullismo nordico, sfruttando pretestuosamente il caso greco per ridisegnare l’ingegneria costituzionale europea e rivedere i rapporti di forza. Entrambi, quindi, hanno ed avranno la colpa storica di non aver saputo sfruttare l’occasione di degermanizzare l’Europa, inanellando una serie di sconfitte politiche che non hanno fatto altro che rafforzare la leadership tedesca anziché indebolirla. Se si fossero fatti portavoce di proposte alternative serie per affrontare la “questione meridionale europea”, che vede protagonista anche Francia e Italia, come taglio del debito e protezione ipotecaria sulle richieste ad Atene, avrebbero potuto nel breve ritrattare il tetto al rapporto deficit-pil del 3% che è il principale motivo per cui i due paesi non possono abbattere la pressione fiscale e pianificare crescita. Si sono altresì accontentati di mostrare il fianco ancora una volta a questo progetto meschino di convivenza forzata, antropologica prima che politico-economica, invece di proporsi come guide di una nuova stagione costituente.

L’Europa, quella dei conti, ha vinto di nuovo ma inizia a vacillare.

Expo2015, invitati e imbucati illustri nel Silos di Armani

Ci sono eventi in cui il mondo si divide in Chi c’era e Chi no. L’importante é esserci e se l’invito non arriva l’unica cosa che puoi fare é trovare un modo eclatante per farti notare. Expo 2015, Milano al centro del mondo, la moda al centro di Milano, Giorgio Armani al centro del suo regno.

Padrone di casa e special Ambassador dell’evento più glamour dei mille in programma per l’inaugurazione dell’esposizione Universale, lo stilista ha festeggiato i suoi 40 anni di carriera con l’inaugurazione del suo Silos e una sfilata della collezione di Alta Moda, Armani Privè, per la prima volta in passerella a Milano.

Il nuovo spazio espositivo al 40 di via Borgognone si chiama Armani Silos perché qui, negli Anni ’50, la Nestle aveva costruito il proprio deposito di cereali. Lo stilista ha deciso di trasformare quei 4500 metri quadri distribuiti su 4 piani, nella sede di un archivio permanente che comprende passato, presente e futuro. “Qui c’era cibo per vivere e ora ci sono vestitini con cui affrontare la vita al meglio”. “Vestitini”, curiosa definizione per 600 abiti e 200 accessori illuminati da led nascosti dietro un sistema di quinte mobili. Non c’é un ordine cronologico ma una ripartizione tematica: daywear, Giappone, Cina, India, l’amore per il Ballet Russes. Nelle sale dedicate ai cromatismi ci sono i fiori di Matisse e quel verde detto Chartreuse perché ricorda il liquore di erbe dei monaci di Certosa benedettina che lo stilista fa anche camminare in passerella.

Giorgio Armani inaugura a Milano il suo Silos e festeggia 40 anni di carriera con una sfilata della collezione Prive
Giorgio Armani inaugura a Milano il suo Silos e festeggia 40 anni di carriera con una sfilata della collezione Prive

 

Dopo l’inaugurazione si passa alla sfilata. Ottanta modelle che lui definisce “una più carina dell’altra” e che ai comuni mortali sembrano delle dee, presentano in 35 minuti gli 11 temi portanti della collezione Privè: luna, bambù, nomade, maraja, rosso lacca, metamorfosi, nudo, Cina e Giappone.

Insomma non una sfilata come le altre, per entrare non bastano gli occhialoni neri e lo status fashion blogger su linkedin. ” Vestitini per vivere meglio portati da ragazze carine”, é la moda nella sua espressione più nobile che trasuda eleganza al di la delle tendenze. Non é questione di stile o stili, di abbinamenti così assurdi da sembrare ben riusciti #lookoftheday da 200 like su Instagram, é una scienza certosina l’eleganza.

Maligni e invidiosi parlano di “Armaniadi” oltre a definire l’impressionante numero di star invitate un “allevamento di trote”. Sicuramente un laghetto invidiabile quello dove nuotano le pinnute Cate Blanchett in tailleur pantalone bianco decorato da un grande fiocco nero e Sofia Loren in abito nero con nastri di tulle.

Seguono a ruota Pierce Brosnan, Glenn Close, Tom Cruise e un Leonardo di Caprio bolso, gonfio e con codino. Decisamente più avvenente Hillary Swan, bellissima in un abito bustier con rose ricamate. Vulcanica come sempre Tina Turner, affabile il nuovo testimonial del marchio Chris Pine. Oltre alle star internazionali è arrivato anche il cinema italiano, da Paolo Sorrentino a Sergio Castellitto, da Raoul Bova a Pierfrancesco Favino, da Margherita Buy a Vittoria Puccini, da Luca Argentero ad Alba Rohrwacher. E poi Claudia Cardinale che ha ricordato di vestire Armani fin dagli esordi.

Gladiatori da red carpet, party people per eccellenza, professionisti del saluto fotogenico e della mano sul fianco. Accanto a loro, come in ogni festa, ci sono quegli invitati che chi lo sa, il biglietto arriva ma non era scontato per Stefano Pilati e Tomaso Trussardi con la moglie Michelle. “Non potevo credere all’invito del signor Armani, mi ha toccato il cuore”, confessa Pilati. Giorgio Re Democratico.

Ci sono poi quelli che il protocollo comanda, simpatici o antipatici, amici o quasi amici. Arriva il premier Renzi, cravatta e orologio Armani, con la moglie Agnese, in gonna nera lunga e camicia bianca Scervino e bimba in tutù al seguito. Letizia Moratti in smoking rosso, Pisapia e consorte in Armani d’ordinanza.

Il Silos dello stilista é a prova di proteste. Gli unici black bloc sono i completi sartoriali delle star. Per il jet set la protesta é solo un cinguettio lontano.

Bisticcio tra non invitati su Twitter. “E’ palese che la manifestazione di ieri e le violenze che stanno avvenendo in queste ore non sono minimamente paragonabili e accomunabili” ha scritto in un tweet il rapper Fedez, che ieri sempre su Twitter si era schierato a favore dei #NoExpo, scrivendo: “I danni dei #NoExpo sono poca cosa in confronto alle infiltrazioni mafiose e le speculazioni economiche di Expo. Indignati a giorni alterni!”. Una posizione che aveva scatenato le reazioni della rete, a partire da quella del leader della Lega Matteo Salvini. “Fedez – scriveva Salvini – difende quelli che oggi hanno danneggiato e imbrattato strade, vetrine, palazzi e negozi? Paga i danni di tasca tua, fenomeno!”.

È proprio Giorgio Armani a riassumere la giornata ieri 1 Maggio, inaugurazione del tanto atteso Expo 2015. “Capisco le ragioni di chi manifesta, ma sono contrario alla violenza”. E’ il commento dello stilista sui disordini di piazza. “C’era da aspettarselo – ha aggiunto lo entrando alla Scala per assistere alla Turandot – la cosa non ci ha colti di sorpresa. Peccato, quella di oggi poteva essere una buona giornata”.

 

Ius soli: evoluzione inevitabile nella società odierna

Matteo Renzi, segretario del Partito Democratico, ha recentemente dichiarato di voler restare “Al governo con il centrodestra solo per approvare ius soli e unioni civili”. Al di la dell’attendibilità della promessa, il tema dello ius soli è tornato al centro del dibattito politico italiano negli ultimi mesi, con l’accelerazione imposta dal neo-ministro dell’integrazione Cecile Kyenge verso la modifica della normativa vigente.

Lo ius soli è il principio giuridico in base al quale colui che nasce sul territorio di uno Stato ne acquisisce automaticamente la cittadinanza. A questo si contrappone il principio dello ius sanguinis, per cui il genitore cittadino di uno Stato trasmette la cittadinanza al figlio indipendentemente dal luogo di nascita.

La differenza nell’adozione dei due sistemi trova una sua coerenza se si osserva che lo ius soli è adottato da paesi con un alto numero di immigrati come Stati Uniti d’America, Argentina, Brasile e Canada. Al contrario, lo ius sanguinis, che tutela i diritti dei discendenti degli emigrati, vige in quei paesi che hanno vissuto periodi caratterizzati da un alto tasso di emigrazione.

Nonostante l’ultimo ventennio abbia registrato significative aperture a forme di ius soli più o meno temperate in diverse nazioni, lo ius sanguinis ad oggi continua ad essere il sistema largamente più diffuso nel mondo.

Non stupisce dunque che mentre gli Stati Uniti, nazione fondata da immigrati, adottino lo ius soli per natura, lo ius sanguinis sia invece alla base di tutte le legislazioni in Europa, culla degli Stati nazionali e di una concezione della nazione come comunità legata da affinità di sangue e di cultura .

In Germania la normativa sulla cittadinanza ha riflettuto a lungo questo mito. Negli ultimi venti anni, tuttavia, una serie di riforme hanno attenuato la rigidità di questo modello, riducendo a otto gli anni di residenza necessari per richiedere la naturalizzazione e applicando il riconoscimento automatico della cittadinanza tedesca ai nati in Germania da stranieri, a patto chealmeno uno dei genitori abbia risieduto nel paese negli ultimi otto anni e disponga di un permesso di soggiorno permanente.

In Francia vige il doppio ius soli, in base al quale può ottenere la cittadinanza chi nasce in Francia da genitori stranieri a loro volta nati in Francia, mentre qualsiasi cittadino straniero maggiorenne può richiedere la cittadinanza dopo cinque anni di residenza sul territorio francese dopo gli undici anni di età.

In Italia la legislazione prevede criteri restrittivi per l’ottenimento della cittadinanza da parte dei cittadini stranieri, a meno che non vantino una qualche ascendenza italiana o non acquisiscano legami di parentela con cittadini italiani attraverso il matrimonio: un approccio che Giovanna Zincone ha definito “familismo legale” nel suo omonimo saggio.

Gli immigrati di prima generazione devono dimostrare di aver risieduto ininterrottamente nel Paese per quattro anni se originari di paesi comunitari e per dieci anni nel caso di paesi extra-UE. Alle seconde generazioni, ovvero i bambini nati in Italia da genitori stranieri, si applica una sorta di ius soli, con stringenti requisiti di residenza: il ragazzo deve aver vissuto ininterrottamente per diciotto anni in Italia (è concesso solo un vacuum di sei mesi), e ha a disposizione solo dodici mesi dal compimento della maggiore età per effettuare la richiesta.

Non c’è bisogno di spendere molte parole per giustificare come il bambino X, che è nato in Italia, frequenta le scuole italiane e parla con l’inflessione dialettale del luogo in cui vive si possa considerare italiano a tutti gli effetti, così come lo è –di fatto e di diritto- la maggioranza dei suoi compagni di classe. Eppure la legge ad oggi impedisce al bambino X di accedere a tutti i diritti connessi alla cittadinanza almeno fino alla maggiore età, e anche successivamente può essergli di ostacolo.

Si arriva dunque all’assurdo, in paesi come Italia, Spagna, Germania, che emigrati di terza o quarta generazione, nati e vissuti all’estero, senza alcun legame con gli usi e i costumi della nazione d’origine (in più di qualche caso neanche con la lingua) siano cittadini a tutti gli effetti, mentre un figlio di immigrati, parte della comunità in cui vive e di cui conosce le problematiche affrontandole tutti i giorni, sia considerato estraneo dalle leggi che regolano quella comunità. La questione ha un impatto rilevante anche dal punto di vista elettorale: l’emigrato di terza o quarta generazione può votare dall’estero, mentre immigrati di lunga residenza sul territorio italiano, che lavorano e pagano le tasse in Italia, non hanno alcun diritto politico.

E’ evidente come nella società attuale, caratterizzata dall’abbattimento delle frontiere sancito in primo luogo da Schengen e in continua espansione grazie alle nuove adesioni all’Unione Europea, il legame di sangue ceda sempre di più il passo al legame di comunità. Lo ius sanguinis trova le sue origini in logiche antiche, risalenti al periodo della costituzione degli Stati nazionali e ormai sorpassate dalla storia.

Vi sono diritti fondamentali e fondativi, come l’uguaglianza davanti alla legge, la libertà di espressione e di culto, diritti da modificare, diritti da creare. L’espansione dei diritti dell’uomo e del cittadino è una necessità storica. Ogni paese dovrebbe adeguare la carta dei diritti all’evoluzione della società, affinché le leggi massime dello Stato abbiano un’effettiva corrispondenza con ciò che avviene nel mondo reale.

Thomas Jefferson affermava che “every generation needs a new revolution”. Lo ius soli è uno di quei traguardi ineludibili, una volta raggiunti i quali non si torna indietro. E’ stato così con tutte le grandi conquiste sui diritti, sancite dalla società prima ancora che dalle leggi che la regolano: dal superamento della segregazione razziale al diritto all’aborto, fino alla legislazione sulle coppie di fatto. Chi nasce e cresce in una comunità ne è a tutti gli effetti parte integrante ed è giusto e doveroso che la legge ne riconosca i diritti e i doveri connessi alla cittadinanza.

Paolo Magnani – AltriPoli