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“E pur si move” l’Architettura di Maurizio Sacripanti

Era il Marzo del 1970 e nella prefettura di Osaka si aprivano al pubblico i cantieri dell’Expo’70,  organizzata su un master plan progettato da Kenzo Tange: 33 ettari di spazi destinati a padiglioni stranieri e nazionali connessi da un’avveniristica rete infrastrutturale e con il tema espositivo comune di “Progresso e armonia per l’umanità”.

Il Padiglione italiano dell’esposizione portò la firma dello studio Valle, ma in molti avrebbero voluto vedere realizzato quel progetto prodotto per mano di Maurizio Sacripanti e dei suoi collaboratori, che dal 29 Maggio sarà possibile vedere al MAXXI in una mostra appositamente dedicata.

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Maurizio Sacripanti, Progetto per Padiglione italiano all’Expo’70 di Osaka

La ricerca insita nel progetto è complessa ed anticipa con coraggio visionario l’orizzonte architettonico contemporaneo, o forse del futuro prossimo coevo. L’idea è quella di un’architettura intesa come organismo vivente, che si muova nello spazio, e si trasformi nel tempo a seguire dei passi del fruitore. Un percorso sospeso all’interno di un guscio composto da sette lame d’acciaio per lato, di dimensioni decrescenti,  che,  incernierate a due pilastri cavi ed azionate da pistoni, si muovono nello spazio tempo e con esse il telo teso che le unisce, conferendo volume monadico ma mutevole alla struttura.

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Sezione Sacripanti Expo’70 Osaka

“Il tempo ieri era iterativo | oggi è pulsante” M.S.

Per la commissione giudicatrice però nel padiglione di Valle v’erano “maggiori affidamenti di poter essere realizzato in Giappone nei limiti di tempo e di spese previsti”.

Nel libro “Città di frontiera” scritto dallo stesso Sacripanti si trovano tutti gli elaborati grafici e le descrizioni approfondite che dimostrano come questa poetica visionaria fosse strettamente correlata ad una rigorosa ricerca tecnologica, sempre in vista di una concreta realizzabilità del progetto.

Sacripanti, Città di frontiera

“La struttura ieri era manufatto, unicum | oggi è quantitativa, ripetibile, è l’elemento” M.S.

Una tendenza ingegneristica venata di misticismo e suggestione, tipica della radice di appartenenza della scuola di Adalberto Libera e Mario De Renzi. Una formazione infatti imbevuta della scuola romana di cui diverrà poi egli stesso maestro. Ebbe come professore del primo anno Enrico Del Debbio che come lui stesso racconta, il primo giorno di università, gli mise in mano una foto di Sant’Ivo alla Sapienza chiedendogli pianta sezione ed assonometria. Continuò a disegnare per Del Debbio prospettive a tempera insieme a Mario Ridolfi. Lavorò poi a studio con De Renzi e qui probabilmente apprese ancora più intensamente la lezione del razionalismo, masticando quel lessico fino a farlo scivolare giù nell’inconscio e a recuperarne memoria attraverso di esso.

La memoria ieri si affidava alla tradizione | oggi è recuperata nell’inconscio” M.S.

Il dopoguerra ed il crollo delle ideologie, infatti, aveva investito l’ambito accademico romano portando riflessioni sempre più  contrastanti sul rapporto con l’architettura razionalista. Si attribuisce alla ricerca critica zeviana il momento di frattura della scuola romana col razionalismo, a favore e “Verso un’ architettura organica”. Lo stesso Adalberto Libera, esponente della corrente razionalista italiana nel dopoguerra segna un cambio nella sua poetica che il figlio descrive così in un’intervista:

C’è una differenza sostanziale tra l’attività svolta da mio padre prima della guerra ed il suo lavoro dopo la guerra. Due personaggi profondamente diversi hanno vissuto nello stesso corpo.

Così mentre Milano e Venezia univano il sodalizio e portavano avanti i risultati italiani, a Roma il rapporto con il passato procurava ferite e fessurava l’ambiente accademico di pulsanti ed agguerrite discussioni senza punti d’incontro, come la critica che venne mossa aspramente al palazzo della DC realizzato da Saverio Muratori, che oggi si guarda con occhi diversi, di chi, ubriaco dell’iper formalismo decostruttivista contemporaneo, trova abilità nei colti tentativi di dialogo tra calcestruzzo, casseforme e passato.

Negli stessi anni del padiglione di Osaka, Sacripanti era già divenuto professore ordinario proprio della Facoltà di Architettura di Vallegiulia. Ed insieme a lui l’università romana si popolava tra i saliscendi delle scale di grandi figure che tenevano lezione nelle aulee e revisionavano i progetti degli studenti: oltre ai noti Ludovico Quaroni e Bruno Zevi, accompagnato da un giovane Tafuri, vi erano Giuseppe Perugini con la sua poetica sperimentale, Luigi Pellegrin che aveva già realizzato la piccola perla della palazzina di Piazzale Clodio, Saverio Muratori, rappresentante dello storicismo e grande teorico del Novecento e Sergio Musmeci, allievo di Nervi e Morandi.

Nel 1968 Tafuri pubblica “Un bilancio dell’architettura italiana” dove analizza i vari progetti partecipanti al Concorso per i nuovi uffici della Camera dei Deputati. Il lotto d’interesse è nel cuore del centro storico romano, uno dei famosi buchi neri ancora non risolti, ad angolo tra Piazza del Parlamento e Via di Campo Marzio. Il titolo del testo tafuriano è dovuto alla partecipazione di tutti i grandi nomi delle scuole italiane: Quaroni, Samonà, Aymonino, Portoghesi ed anche Sacripanti.

Il nostro maestro propone un progetto che Tafuri definisce come una macchina che travolge l’uomo e lo tritura in una realtà straniante. A cui Sacripanti stesso rispose:

Beh, poi quello era anche il Parlamento no? Inventai questo luogo finto per persone finte. Però a rivederlo a posteriori questo apparente gioco di oggetti che restano come sospesi “tra il carnevale e la quaresima” non era proprio male.

Perchè la figura umana era al centro della sua poetica, egli aveva compreso che la misura dell’uomo risiede nel grado di appropriazione che permettono gli spazi e non necessariamente nella loro dimensione.

“Lo spazio ieri era fatto per essere controllato | oggi per essere convissuto”

Da buon romano nutre, inoltre, un senso rinascimentale dello spazio di lavoro, lo studio come la bottega, dove il rapporto con l’opera è fatto di mani sporche ed intimità con se stessi.

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Progetto per Grattacielo Peugeot

Ecco vedete quel quadro del grattacielo Peugeot? Quello è stato fatto in tre persone, le nuvole sono la colla di Scipione che non era il pittore ma, forse voi non ve lo ricorderete, un bidello che stava in facoltà. Era l’ultima notte, si stavano per finire le piante, la colla era quella che usavamo per il modello, io ci buttavo il whisky con una mano e con l’altra raschiavo con la lametta. Un altro di noi veniva appresso con la penna d’oca per spalmare e incidere il colore … E così è venuta fuori quella cosa lì molto rimuginata ma gagliarda. È stata fatta in appena mezzora ubriachi dopo tre notti di lavoro. Il bello veniva dopo, quando si usciva all’alba e si andava a prendere il cornetto appena caldo.

Un approccio materico che prevede però chiaramente le nuove frontiere del computer ed anticipa di anni la ricerca contemporanea sul tema del frattale.

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Maurizio Sacripanti, Studio per il Teatro di Cagliari

“La percorrenza ieri era metrica | oggi è a misura di computer”

Infine è palese in queste sue parole una genialità artistica che è solo dei Grandi, priva di avidità e che non necessita di custodire gelosamente le proprie opere:

Per esempio, quel famoso disegno di Osaka, quella prospettiva che si provava e riprovava, con sforzi incredibili su come farla o come non farla, alla fine l’ha fatta Purini … è stato lui a capire che si poteva rappresentare il progetto solo guardandolo dall’alto! L’ha disegnata piccola così, quella prospettiva! Era veramente piccola e quando la vidi non sapevo che dirgli. Io dopo l’ho un po’ lavorata, ci ho anche buttato sopra l’acqua, insomma queste solite cose che servono a stemperare il disegno, però il modo giusto per rappresentare il progetto l’ha trovato Purini. Qui a studio da me. Perché lui è stato a studio mio per parecchi anni. Era roba che si faceva insieme. Io invece ho sempre disegnato molto al momento di concepire il progetto. Perché io, più che disegnare a riga e squadra, disegno nello spazio. Dell’architettura, poi ne va disegnato solo un pezzetto. Di una trave, per esempio, ti disegni gli attacchi, fai l’assonometria, te la vedi dal di sotto.

L’architettura di questo maestro era seguace del tempo e con esso si trasformava. Così le intense parole del Bramante sembrano vestire appieno la figura del nostro Sacripante:

“Come il tempo si muta in un momento si muta il pensier mio che gli è seguace”