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Una calda estate, o dell’ultima Scuola Romana

A Luglio non si dovrebbe scrivere. Si fa fatica. Il caldo; poi un cicaleggiare costante che si insinua dentro le stanze in penombra, suggerisce piuttosto una pennica. Al massimo una carrellata di pensieri non troppo connessi, che messi assieme potrebbero raccontare una storia, un domani. Eppure Roma d’estate scintilla, di una bellezza anestetica, che induce anestesia.
E’ una responsabilità da distribuirsi quindi: il caldo e la bellezza accecante di Roma.
A Luglio a Roma non si dovrebbe scrivere davvero.

Come si susseguono le stagioni, si susseguono le cronache.
La cronaca, con il suo discutibile senso del dovere, spinge a destarci, a rendicontare.
Da settimane oramai, non riesco a liberarmi di un pensiero.
Sta calando il sipario sull’ultima Scuola Romana.
Quella che si può intendere come l’ultima stagione di una classe di eccellenti architetti e pensatori romani, sta volgendo al termine.

Ci ha lasciato pochi mesi fa Giorgio Muratore, custode di una romanità autentica, difficilmente esportabile. Un fuoriclasse, formatosi nella primavera de La Sapienza, la cui voce ha saputo attingere da intellettuali di Serie A – spesso agli antipodi – i quali, per nascita, formazione, traiettorie professionali, si sono ritrovati, tutti contemporaneamente, sulle rive del Tevere.
Parliamo di una fucina di critici di primo ordine, da Zevi fino a Tafuri passando per Benevolo e Portoghesi, l’intellighenzia romana poteva ergersi a paradigma dell’intero scenario internazionale.
Un’ideale istantanea dei suddetti, avrebbe potuto sintetizzare pienamente il milieu di un fervente e chiassoso dibattito architettonico, ad oggi ineguagliato.

Non credo nelle coincidenze. Penso che ci sia qualcosa di straordinario e beffardo al contempo, nel registrare come alla scomparsa di Giorgio Muratore, siano seguite due iniziative riguardanti altri due alfieri della medesima Scuola. Franco Purini e Dario Passi, sono due facce della stessa medaglia.
Una medaglia incisa da un tratto geniale e da un pensiero raffinato.
Il MAXXI resuscita il Teatrino Scientifico di Via Sabotino, opera di Purini, mentre alla Fondazione Pastificio Cerere troviamo un’intima antologia su Passi, a cura di Alexandra Andresen in collaborazione con DIVISARE.

Purini e Passi, tra loro Giorgio Muratore. Nati negli anni Quaranta, sarebbe errato raccontare i tre come equidistanti, equilateri. Qui stiamo forzando la mano, per una lettura iconica, a tratti romantica.
In realtà Passi e Muratore condividono un percorso di ricerca e progettazione che li vedrà impegnati assieme per molti anni, tra la fine dei Settanta e l’inizio degli Ottanta.
Mentre è con Purini che il palleggio dialettico è rimasto sempre polemico, canzonatorio, fin troppo accurato per potersi ritenere improvvisato. Quasi a suggerire una concertata assegnazione dei ruoli, prima di salire sul palcoscenico. Le distanze erano evidenti, lo spartito il medesimo.

 

G. Muratore, D. Passi; Concorso internazionale della Biennale di Venezia per la sistemazione dell’area del Ponte dell’Accademia e di Ca’ Venier dei leoni; 1985_

 

Sarà la Storia, vicende umane e professionali divergenti, a decretare Purini un architetto compiuto, capace di confrontarsi – a modo suo – con le piaghe del fare architettura a Roma, comunque in condizione di arrivare a costruire, e non poco.

Varrà diversamente per Passi, il quale scelse, forse fin da principio, un altro corso. Riuscendo a sublimare le sue visioni ed i suoi disegni, proprio lasciandoli tali, ineffabili.

Scrive Purini di Passi:

Evoca una Roma la quale, pur non essendoci mai stata, è più vera di quella di molti suoi quartieri. E’ soprattuto una città di intensivi, nei quali si ritrovano memorie delle grandi architetture urbane di protagonisti quali Mario De Renzi, Cesare Pascoletti, Mario Marchi, Gaetano Rapisardi. Atmosfere razionaliste si mescolano a memorie del Novecento e a risonanze dechirichiane e sironiane in una ibridazione coinvolgente nella quale la dimensione poetica di Dario Passi acquista una verità nella quale la teoria incontra l’emozione.

Chi già conosce questa storia, i protagonisti di cui si sta scrivendo – oltre a rimanere vagamente stizzito per una certa fatica che muove queste poche righe – non potrà discutere il concetto di Scuola Romana, almeno per questo nucleo di professionisti, al quale potremmo aggiungere pochi altri.

La definiremmo una scuola, un movimento, un gruppo più che altro, borghese, erudito, in modo quasi compiaciuto, fanatico, ironico e beffardo, con inflessioni dialettali ricorrenti; un gruppo consapevole – del proprio valore e dei propri limiti – nostalgico, progressista anche, realista soprattutto. Perché mai lontano dalla realtà.

E come ha scritto Giorgio, che già ci manca e che ogni giorno vorremmo ancora interrogare per sapere chi ha fatto cosa, per capire i retroscena di una città palcoscenico, di un mondo, quello dell’architettura, che troppo spesso si sopravvaluta e non si considera fondale alla vita, ma vita stessa; come ha scritto Giorgio:

Certo è che tutte le architetture cui facciamo riferimento non avrebbero senso se non a Roma.
Eventi contrapposti, occasioni banali o seducenti, personaggi piccoli o grandi, mediocri o geniali sono tutti accomunati nel dar corpo a una città che non è mai la città che si spera, ma è sempre quella che si teme; eppure, finalmente è ancora l’unica vera città.

Memento effimero

“Il senso dell’effimero non riguarda la provvisorietà di un fatto, perché gli avvenimenti vengono inevitabilmente cancellati. L’avvenimento effimero è quello che lascia dei segni nella nostra memoria, nelle nostre emozioni, nelle nostre passioni. Credo sia necessario accettare il fatto che la nostra vita sia effimera, che le cose cambiano, per riuscire a mantenere il senso.” Renato Nicolini, Intervista a Chronicalibri, 2012

Il 25 Agosto romano del 1977 nella basilica di Massenzio l’assessore alla Cultura Renato Nicolini inaugura il primo evento dell’Estate romana con una rassegna cinematografica intitolata Cinema epico. L’evento lascia il segno, l’ingresso alla basilica viene decentrato rispetto all’ asse di via dei Fori Imperiali e si restituisce con un allestimento essenziale, composto di un grande schermo e numerose sedute, la corretta prospettiva interna del complesso archeologico.

[…] Entriamo nella Basilica, entriamo dalla parte giusta e qui la tribù metropolitana potrà far festa. Renato Nicolini [1]

Massenzio 1977

Massenzio inaugura nell’anno di apogeo delle insurrezioni in piazza, delle azioni di lotta studentesche e delle manifestazioni sanguinose. Il giovane assessore con “tribù metropolitana” sembra rivolgersi proprio all’ala creativa del Movimento del ’77 nata all’Università di Lettere di Roma: gli indiani metropolitani. In queste parole si riconosce quindi la volontà politica e sociale di accogliere nel suo programma culturale un pubblico trasversale, composto anche e soprattutto da quegli studenti che negli stessi anni animano le proteste. Nicolini avvia un’iniziativa sociopolitica che prende la forza di una risposta all’aria spessa di paura e tensione degli anni di piombo.

Quale altro Assessore avrebbe affidato la propria iniziativa di maggior prestigio, di punta, ad un gruppo di giovani sotto i trent’anni? [1]

Seguono gli anni del riflusso e l’onda di violenza che si era infranta sul bagnasciuga della penisola lentamente si ritira per aprire il sipario a sua evanescenza il decennio degli anni ottanta, il decennio dell’effimero e dell’apparenza, nel nome di una leggerezza d’azione individuale non più aggrappata alle forti ideologie collettive.

Si definisce come Estate romana il programma stagionale di eventi culturali compreso tra il 1977 ed il 1985.  A fare da spazio scenico a questa sequenza di manifestazioni e spettacoli si costruiscono all’interno della città eterna una serie di architetture provvisorie, che ancora oggi seppur compiute e dismesse rimangono nell’immaginario collettivo.

Una di queste è il Teatrino Scientifico di Via Sabotino, disegnato da Purini, Thermes, Colombari e De Boni e parte del progetto Parco centrale che riconnetteva idealmente un quadrilatero di Roma aldilà delle mura aureliane (Via Sabotino, l’Ex Mattatoio, il parco della Caffarella e villa Torlonia) attraverso interventi puntuali, sulla suggestione dei passages parigini descritti da Walter Benjamin. Al centro della questione v’era “la ricerca di momenti in cui l’alto e il basso si mescolavano in una rottura dei confini tradizionali tra espressioni elitarie e fruizioni di massa delle realtà comunicative che venivano definendosi nella città”. [2]

Il quadrilatero ideale di Parco centrale, 1977

Il teatrino si colloca su uno dei due isolati sgombrato dalla demolizione di case popolari: nel borghese quartiere Mazzini viene innestato un piccolo cubo 9×9 dove si ribalta il rapporto spettatore/attore, platea/palco: la scena si guarda dall’alto come fossero gli affacci delle case su una piazzetta e la vita si confonde con il teatro.

Un anno dopo seguirà il Teatro del mondo di Aldo Rossi a Venezia. Non è un caso che le opere più rappresentative dell’effimero degli anni Ottanta consistano in due teatri. Quale arte più di quella teatrale accetta ed esalta la consapevolezza che la vita si consumi nella gestualità del presente e che la realtà prenda atto solo in ciò che si manifesta.  Nikolaj  Evreinov , drammaturgo e regista del teatro russo, teorizzò come l’istinto di teatralità sia una condizione primaria della struttura psicologica dell’uomo, insieme al desiderio incessante di trasformazione.

In occasione dei quarant’anni dell’Estate romana il Maxxi, in collaborazione con lo studio Purini Thermes, ha ricostruito ed inaugurato una porzione del Teatrino Scientifico di Via Sabotino al centro di Piazza Alighiero Boetti, che farà da scenografia alla kermesse estiva del museo ricca di eventi per discutere sull’ eredità ed attualità della stagione romana, tra le quali anche la mostra  Future Architecture Platform, su progetti di giovani architetti per possibili (chissà) interventi temporanei negli spazi pubblici di Roma.

E’ decisivo notare come riproponendo nel 2017 l’opera già compiuta del 1977 si sia scelto di chiamare l’effimero in causa per rappresentare il passato, interrompendo l’unica occasione di architettura provvisoria che abitava con cadenza annuale da qualche anno la piazza del Maxxi: lo Young Architects Program.

Perché essere moderni significa arrischiarsi e cogliere l’occasione, il kairos. Significa avventurarsi […] (per questo) il moderno è partigiano dell’evento contro l’ordine monumentale, dell’effimero contro gli agenti di un’eternità marmorea; è un’apologia della fluidità contro l’onnipresenza della reificazione.[3]

Così nella piazza del Museo del XXI secolo si svela la meravigliosa onnipresenza della contraddizione romana: un monumento all’effimero.  Il teatrino scientifico risorto recita il suo atto di mezza estate, tra trionfi e lamenti acclama a voce forte la morte del presente ad un gioioso pubblico forse inconsapevole.

Per approfondire l’argomento si consiglia la recente pubblicazione di Estate Romana – Tempi e pratiche della ricerca effimera, volume scritto da Federica Fava, edizioni Quodlibet, a cui questo articolo fa riferimento. Il testo riempie un vuoto narrativo sulle stagioni di quegli anni, coniugando alle interviste dei principali attori e ad un’attenta ricerca d’archivio, un incisivo studio critico sulla complessità teorica che si radica nella dignità dell’attimo e nelle potenzialità dell’architettura provvisoria.

Sullo sfondo della città eterna, con la sua fissità stratificata e contraddittoria, il volume della Fava racconta dell’instabilità mutevole dell’architettura nel presente, che mescolata al cinema ed al teatro, attraverso la forza episodica dell’effimero, diviene anch’essa un’arte del tempo; un evento concreto non più esclusivamente spaziale.

 

[1] Renato Nicolini, Estate romana. 1976-85: un effimero lungo nove anni

[2] Intervista a Franco Purini in Federica Fava, Estate Romana – Tempi e pratiche della ricerca effimera, Quodlibet, Macerata 2017

[3] Nicolas Bourriaud, Il radicante. Per un’estetica della globalizzazione, Postmedia Books, Milano 2014

Le foto di Letizia Battaglia al Maxxi. Per Pura Passione

Ci sono modi e modi di raccontare la mafia. Intere carriere ci si sono costruite sopra la speculazione di cosa nostra. E poi c’è lei, Letizia Battaglia che la fotografa “per pura passione”.

Per pura passione è il titolo della mostra in esposizione al Maxxi di Roma inaugurata il 24 Novembre e che terminerà il 17 Aprile 2017.

Le fotografie della Battaglia spesso sono cruente “difficile da accettare” come le descrive la stessa fotografa, eppure l’allestimento della mostra “per Pura Passione” le rende quasi romantiche. La mostra è la storia di un percorso, di un’evoluzione che l’artista ha compiuto durante tutta la sua carriera. La Battaglia, nonostante tutto il successo rimane attaccata alla sua Palermo, della quale ha voluto raccontare tutto, dalla bellezza all’orrore, con l’estrema sincerità che la rappresenta. Una fotografa militante, è così che si è descritta a Paolo Falcone, Margherita Guccione e Bartolomeo Pietromarchi, curatori della sua retrospettiva. “Una persona non una fotografa”.

Paolo Falcone, descrive il rapporto di Letizia Battaglia con Palermo un rapporto ancestrale, e in quegli anni in cui la lotta alla mafia era diventata una vera e propria guerra, la Battaglia riesce a interpretare e rappresentare questa realtà in modo magistrale.

 

Non solo morti ammazzati, Letizia Battaglia ha fotografato anche il bello che circonda Palermo, ha costruito un percorso d’amore e di attenzione che parte con la foto di una prostituta scattata nel 1968.

Un’esposizione, 200 fotografie che testimoniano non solo la storia della mafia, ma anche quaranta anni di vita e società italiana, insieme a documenti inediti, riviste, film, interviste Il testo di Attilio Bolzoni è un estratto dal libro Per Pura Passione che in occasione della mostra correda il volume Anthologia edito da Drago.

 

 

Parassiti gagliardi – YAP 2016

Gli scenari proposti in partenza erano quattro. Ne sono stati realizzati tre.

Tre come il numero di architetti che compone lo studio milanese Parasite 2.0.

Nel quarto era previsto un salvifico space shuttle, in procinto di migrare altrove a seguito di una devastante esplosione. Al suo posto rimane il MAXXI, che con le sue fattezze fluide e muscolari si presta, come di consueto, a quinta scenica per la sesta edizione romana dello Young Architects Program.

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Scenari di gomma illuminati al neon. Cos’altro potrebbe meglio esprimere l’antropocene o era antropozoica, l’epoca geologica attuale, quella in cui l’uomo ha assunto il medesimo impatto delle forze telluriche nella modellazione del pianeta, tema sul quale ragiona e si sofferma il progetto vincitore.

Scenari apocalittici quindi, “alleggeriti” da un linguaggio pop assolutamente in linea – e qui emerge una felice intuizione curatoriale – con la mostra di Superstudio ospitata in contemporanea nelle sale del Museo. In linea con un modo di intendere l’architettura che in Italia ha sempre trovato terreno fertile.

Architettura polemica, architettura politica, architettura che offre spunti di riflessione, che indaga temi non facili, architettura costretta a compromettere – a volte – la sua stessa reificazione, pur di arrivare oltre la linea di meta.

Nell’antica Atene il termine parassita designava funzionarî cultuali di alcune divinità, con attribuzioni non ben chiare, che avevano come caratteristica di partecipare alla divisione della vittima sacrificata alle divinità stesse. I parassiti di Parasite smembrano il tema prescelto e lo presentano con una strategia chiarissima e allo stesso tempo sottile, quella che ha caratterizzato la migliore progettazione postmoderna: il doublecoding.

L’effimero di arcobaleni e sagome bidimensionali, di smile, meteoriti e dinosauri, concede ai bambini un battleground ideale per avventure fantastiche; egualmente, diventa un inusuale salotto per speculare, riflettere su temi affatto scontati.

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Ed e’ proprio questa la grande conquista del progetto. Il fatto di aver richiesto ed in parte ottenuto – sappiamo di una complessa gestazione riguardo la selezione degli ospiti, concordati con la dirigenza del Museo – un ciclo di interventi che animassero ed approfondissero la discussione sull’antropocene lungo tutta l’estate romana.

Ritengo che nella sua freschezza, nella sua ironia, nella sua tragicita’ a tratti, il progetto di Parasite 2.0 si distingua decisamente dai vincitori delle prime cinque edizioni. Un progetto meno calligrafico rispetto ai precedenti – qualche profano dira’ meno architettonico –  ma di certo piu’ gagliardo e meno passivo di fronte alle smorfie dell’architettura contemporanea.

A corollario dell’installazione, il progetto prevede una possibile interazione sui social mediante una app per Instagram, la quale consente di sostituire gli scenari distopici realizzati, con magnifici paesaggi/cartoline che Windows potrebbe aver predisposto come screensaver dei nostri pc. Un’altra acuta provocazione che fa il paio con il video realizzato da Bolleria Industrial, che ben presenta e descrive il progetto e che riproponiamo di seguito.

Una ballata del mare salato

Superstudio, 2000t, La prima de Le dodici città ideali, 1971
Superstudio, 2000t, La prima de Le dodici città ideali, 1971

 

Un passo della Genesi racconta che la moglie del patriarca Lot venne trasformata in una statua di sale, poiché, mentre fuggiva con la famiglia dalla distruzione delle crudeli città di Sodoma e Gomorra, disubbidì alle disposizioni divine di non voltarsi a guardare indietro.

Una struttura metallica zincata, simile a un tavolo (251 x 56 x 100 cm), sorregge cinque piccole architetture di sale in altrettante vasche di zinco.
Una seconda struttura metallica (56 x 56 x 156 cm) scorre sulla struttura principale e porta una piramide rovesciata di zinco contenente acqua. L`acqua scorre lentamente in un tubo da fleboclisi e scendendo goccia a goccia sulla prima architettura di sale la scioglie.
Poi la struttura scorrevole si sposta sulla seconda e cosi via. La prima architettura è una piramide. Quando l’acqua ha sciolto il sale, appare una struttura piramidale di fili di ferro.
La seconda è un anfiteatro e, disciolto il sale, mostra un insediamento abitativo (in refrattario).
La terza è una cattedrale e, disciolto il sale, mostra un guscio d’uovo, perfetto e vuoto.
La quarta è il Palazzo di Versailles e, disciolto il sale, mostra la brioche di Maria Antonietta.
La quinta è il Padiglione dell’Esprit Nouveau di Le Corbusier e, disciolto il sale, rivela una targa d’ottone con sopra scritto: “L’unica architettura sarà la nostra vita”. Mentre il sale precipita al fondo delle vasche, l’acqua salmastra scorrendo in appositi tubi si raccoglie in una vasca sotto la struttura principale.
Nella vasca si trova una targa d’ottone esplicativa che dice appunto:

Superstudio, Firenze/Venezia, maggio/giugno 1978
LA MOGLIE DI LOT
L’architettura sta al tempo come il sale sta all’acqua. [1]

Da questa importante conclusione teorica la produzione collettiva di Superstudio si interrompe.

4 Novembre 1966: l’alluvione di Firenze opera un ribaltamento dei rapporti tra architettura e natura, la città viene sommersa da acqua e fango ed è in questo apocalittico contesto che prende vita il gruppo. Con queste parole Piero Frassinelli ci racconta gli inizi: ascolta l’intervista

La Land Art come la Pop erano state, per noi, fonte di ispirazione ben più dell’architettura; la scoperta delle opere di Rauchenberg e Morris Luis nella Biennale di Venezia del ’64 è stata un mio evento fondante: Rauchenberg mi ha insegnato che l’espressione artistica può essere straordinaria anche se è “sporca, brutta e cattiva”, Luis che pochi segni o colori su un pannello possono creare più spazio che tonnellate di cemento e mattoni.[2]

Iris, Morris Luis, 1954 Copyright © 2014 MICA Rights administered by Artists Rights Society (ARS)
Iris, Morris Luis, 1954; Copyright © 2014 MICA

Al Maxxi fino ai primi di Settembre avrà luogo la mostra Superstudio 50. “Fino ad oggi nessuna retrospettiva completa aveva restituito il lavoro di Superstudio in tutta la sua complessità, i loro collage, sono esposti nei musei di tutto il mondo ma il loro pensiero è sempre stato filtrato dal valore iconografico delle immagini, che con la loro capacità evocative, se isolate, toglievano significato alla narrazione.”[3]

Immagini che invece sono tasselli di un racconto, di un processo di ricerca. “I disegni prodotti erano sempre l’illustrazione di un testo e pensavamo ogni volta di scrivere un manifesto attraverso i fragili segni del linguaggio”[4]. Il gruppo fiorentino concepì in questa maniera un nuovo lessico: attraverso un mondo stenografico composto di diagrammi i componenti di Superstudio parlavano di Architettura.

Così gli “Istogrammi di architettura” ed il “Monumento continuo” diventano il seme di importanti architetture dislocate in più parti del globo: Isozaki, Koolhaas, Tshumi prendono linfa iniziatica dal lavoro del gruppo fiorentino. Ma lo stesso Frassinelli definisce ricerca utopica solo quella del Monumento continuo (1969), nata da una grande ingenuità giovanile e riconosciuta comunque come utopia negativa. Le successive produzioni come “Le dodici città ideali” sono delle operazioni palesemente catastrofiche e provocatorie; ma in quegli anni il termine distopia ancora non esiste ed è viva la stagione del potere all’immaginazione, per questa ragione non stupisce trovare questa affermazione sul manifesto del 1971:

“Pubblicate su innumerevoli riviste di architettura Le dodici città hanno costituito un reattivo mentale per innumerevoli archimaniaci. Gregotti ha parlato di terrorismo religioso. C’è anche chi le ha prese sul serio (col Monumento continuo). Peggio per loro.”

Il viaggio iniziatico del gruppo verso il grado zero dell’architettura inizia con un oggetto metafisico ed anti-fenomenologico, che nega l’imperfezione della realtà e lo scorrere del tempo: il Monumento Continuo sta e si contrappone perfetto e ordinato alla natura imperfetta e spontanea. Agli opposti del Monumento invece: fragile, caduca e dissolubile la materia architettonica si scioglie e perisce nel tempo; la sua contingenza scompare e di lei sopravvivono solo i simboli. Si arriva o si torna alla Biennale del 1978 con La moglie di Lot.

La moglie di Lot, Superstudio, 1978, foto di Cristiano Toraldo di Francia
La moglie di Lot, Superstudio, 1978, foto di Cristiano Toraldo di Francia

Una fotografia di Toraldo di Francia inquadra sullo sfondo della giudecca l’opera, collocata di fronte – non a caso – ai Magazzini del Sale, vicino a quegli stessi spazi che dal 2009 accolgono il progetto di Renzo Piano d’allestimento permanente dei quadri di Emilio Vedova.

L’architettura della storia mostra nel tempo solo il suo aspetto simbolico; il tempo di erosione della fase funzionale è estremamente ridotto rispetto a quello della fase simbolica. L’architettura della storia è un’architettura di simboli e rappresentazioni, la sua funzione d’uso è contingente e deperibile. D’altra parte l’architettura può ritrovare un uso, in tempi e condizioni imprevisti al progettista, ad opera dei propri abitatori. L’architetto ha scelto di esprimere la funzione simbolica dell’architettura mentre solo gli abitanti ne possono realmente progettare la funzione abitativa. Quelli che vogliono costruire si guardano intorno e davanti: così si lasciano pur sempre alle spalle gli architetti trasformati in statue di sale. [1]

Si è arrivati al grado zero, sciolta la sovrastruttura manifesta, l’involucro bianco e salato, ipertecnologico o superformale, si è compresa l’essenza occulta, che è il comportamento, il rito, la vita. La vera scommessa, una volta scoperti i confini del mondo sta poi nel ripartire. E qui lo studio si separa, ognuno prende la propria strada. Toraldo si lascia alla sperimentazione con l’insegnamento, Frassinelli prosegue nei campi del non costruito, mentre Natalini dichiara: “Se l’architettura del primo Superstudio era un’architettura d’Avanguardia, quella che ora faccio è un’architettura di Resistenza.

Resistere alle “architetture disturbanti e disperanti” in cerca di una normalità. Perché alla fine quello che conta non è l’involucro, il sale, ma ciò che è persistito e non si è sciolto.

Il simbolo? O la vita?

Corto Maltese a Venezia, Hugo Pratt
Corto Maltese a Venezia, Hugo Pratt

Per un panorama più definito sul movimento situazionista e sull’architettura radicale internazionale di quegli anni si consiglia la breve lettura di questo articolo di Franco Raggi su Domus

 

[1] “La moglie di Lot e la coscienza di Zeno” Biennale di Venezia, 1978

[2] Gian Piero Frassinelli  per il catalogo “L’isola del giorno dopo” Biennale di Venezia, 2004)

[3] Luca Garofalo in http://www.the-booklist.com/2014/03/un-pensiero-senza-tempo.html

[4] Adolfo Natalini nella Conferenza Maxxi talk. Incontro con Superstudio, Maggio 2016

Roma effimera

Si ritorna spesso al proverbio cinese di Laozi: “Fa più rumore un albero che cade che un’intera foresta che cresce”. Soprattutto per chi si occupa di informazione. Poi se si è chiamati a parlare di architettura contemporanea a Roma la questione si complica e non di poco. In tema di foreste verrebbe da dire che nella Capitale si riscontra una sorta di disboscamento, in assenza del quale persiste qualche albero in procinto di cadere. Raccontiamo di grandi architetture che cadono, o meglio piombano, sul tessuto dell’Urbe provenienti da rinomati studi di progettazione internazionali, o ci ritroviamo a parlare del meno noto ma altrettanto tangibile sottobosco di pessimi interventi equamente distribuiti tra centro e periferia, o ancora, nel migliore dei casi, di qualche goffo tentativo di recupero di una delle tante aree monitorate dalla sovraintendenza sulle quali il sindaco di turno ha messo gli occhi per  ambiziose operazioni di speculazione.

Ma non tutto è perduto. Non ancora. In questo panorama desolante,  giovani architetti romani riscoprono le grandi possibilità che torna ad offrire la cosiddetta architettura temporanea. Quando non ci sono fondi, ed i vincoli sono maggiori dei permessi, quando già dopo qualche mese si devono levare le tende e le amministrazioni comunali non possono finanziare ma solo garantire il patrocinio, ecco allora, squillino le trombe – rullino i tamburi, che la parola passa ai progettisti under 30! Specie mai nata ma già in via d’estinzione.

Oggi insomma vi propongo uno stringatissimo focus su due episodi degni di nota, nella quale giovani architetti romani, come detto, hanno potuto esprimere le loro doti e soprattutto la loro grande voglia di emergere, confrontandosi con un tema tanto glorioso quanto delicato come quello delle architetture effimere.

Da una parte abbiamo il collettivo Orizzontale, vincitore dello Y.A.P.Young Architects Program, iniziativa promossa dal MAXXI per giovani progettisti ai quali è offerta l’opportunità di ideare e realizzare uno spazio temporaneo per gli eventi live del periodo estivo. I progetti, devono rispondere a linee guida orientate a temi ambientali, quali sostenibilità e riciclo.

Dall’altra raccontiamo dell’iniziativa MANIPHESTA ROMABRUCIANCORA e del relativo progetto per la galleria espositiva lungo il Tevere, sulla banchina di Lungotevere Ripa ai piedi del complesso del San Michele, ad opera di Giovanni Romagnoli di Anonima Architetti.

Sia per la location, sia per gli enti promotori, il primo intervento può godere di una cassa di risonanza senza eguali. Nel mezzo della piazza intitolata ad Alighiero Boetti, sotto l’aggetto più enigmatico e gratuito dell’architettura contemporanea, ha preso forma il palco di Orizzontale.

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Il titolo della struttura site-specific è , cifra che comunica l’altezza stessa dell’opera. Naturalmente il rimando immediato è a Federico Fellini, la quale citazione è oggi capace di garantire da sola il successo in un qualsiasi tipo di competizione (non a caso è animato da un sapore per così dire felliniano  anche il progetto che più mi ha colpito tra i cinque finalisti, ovvero Good News ad opera di Matilde Cassani). Nel progetto dei ragazzi romani torna subito alla mente, ed è questa la suggestione offerta più interessante, l’onirica impalcatura presente proprio nel brano finale di Otto e mezzo di Fellini. Ancor più la sera, quando le grandi lampadine fuori scala, ottenute mediante il recupero di fusti di birra, animano il grande spazio aperto prospiciente il museo.

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Mi sembra sia qui il caso di ribadire come l’appropriazione da parte della cittadinanza dello spazio antistante l’intervento di Zaha Hadid, rappresenti il più grande successo di questa colossale operazione chiamata MAXXI, per altri versi fallimentare.

Sono decisamente divergenti i sentieri percorsi dall’immaginario di Giovanni Romagnoli, architetto classe ’83. Distante dalle pratiche di co-working, che caratterizzano il collettivo sopracitato, ci troviamo in questo caso di fronte ad un architetto solitario, studioso, vicino ad una tensione progettuale tipica di una scuola romana sempre più difficile da rintracciare. Non a caso Romagnoli ha collaborato per anni, e continua a farlo, con Franco Purini Antonino Saggio, non a caso i riferimenti più o meno impliciti per la sua galleria espositiva sono Duilio Cambellotti e Luigi Moretti, non a caso la sua “spiga” ricorda i prospetti laterali della palazzina Il Girasole in Viale Bruno Buozzi. Anche in questo progetto è il legno a caratterizzare l’opera. Qui parliamo di pannelli OSB, ma ancora una volta proprio il differente trattamento del suddetto ci porta verso scenari opposti; abbiamo come la sensazione che se avesse potuto, Giovanni Romagnoli questo padiglione lo avrebbe realizzato in travertino (e forse è lui stesso ad avercelo raccontato).

Model

Come il serpente, simbolo del dio Esculapio risalendo la corrente del fiume scelse l’isola per erigere un tempio consacrato al dio, lo stesso Spaziospiga punta verso l’isola Tiberina, tradendo nel suo profondo quella sorta di carattere universale (quindi traslabile ad ogni latitudine) richiesto, oggi più che mai, ai piccoli spazi espositivi.

prospettiva light
ph. di Simon d’Exea

Un messaggio incoraggiante per chi, come chi scrive, si appresta a fare i conti con le secche economico-culturali dei nostri tempi. Due interventi profondamente diversi, di pregevole fattura, entrambi animati da un grande coraggio. Roma interrotta riparte da una Roma giovane ed effimera. Chissà che non torni presto la Roma Città eterna.

Impressioni/Riflessioni: Sou Fujimoto


12 settembre 2013

Prima lecture del programma ENERGY: Lezioni sulle Energie che muovono il mondo

Auditorium del MAXXI

17.30 

Architecture as a forest di Sou Fujimoto

Sou Fujimoto è nato a Hokkaio, Giappone, nel 1971. Dopo aver conseguito nel 2000 la laurea in architettura presso l’Università di Tokyo, apre il proprio studio nella capitale giapponese. Il Sou Fujimoto Architects ha progettato molte residenze private sia in Giappone che in Europa. Nel 2010, a Tokyo, è stato completato il Musashino Art University Museum e la rispettiva biblioteca. Sempre nel 2010 ha progettato lo spazio espositivo per la “Future Beauty” alla Barbican Gallery di Londra.

Il suo studio ha ricevuto numerosi premi e riconoscimenti, il più recente è stato l’invito alla progettazione del padiglione per la Serpentine Gallery 2013 a Londra.

Arrivo con la consapevolezza di conoscere poco e…poco… di Sou Fujimoto:

14° e più giovane progettista della Serpentine Gallery.

I suoi progetti, visti qua e là tra le riviste digitali e non, sicuramente saranno finiti sulle tavole dei riferimenti di qualche studente, probabilmente anche sulle mie.

Altrettanto sicuramente la pubblicazione del progetto Final Wooden House è rimasto impresso nella mente di molti.

Impossibile infatti non memorizzare quelle foto dove il corpo umano è un pezzo di Tetris che si incastra armoniosamente all’interno di un poroso cubo di legno, saturo solo se vissuto (non abitato!). Un’ architettura che, più di altre, è tale solo se fruita, immaginate quelle stesse foto senza la figura umana.

La sua chiave di volta, Architecture as Forest.

Come lui stesso ha spiegato, la differenza tra la foresta dove è cresciuto e la città dove vive e lavora oggi (Tokyo) è tanto grande quanto inesistente. Artificiale e naturale hanno la stessa essenza. 

Il suo interesse nell’emulare gli effetti naturali si traduce in un landscapeartificiale da un gusto inaspettatamente classico e indiscutibilmente architettonico.

La sua architettura potrebbe essere definita organica, un organico che prende forma e si materializza in soluzioni che non possono non far venire alla mente -soprattutto per gli ultimi lavori- Lewitt, Superstudio, Eisenman.

Cubi bianchi, puri, compatti esternamente ma internamente cavi, abitabili come caverne.

L’idea di landscape, di nuvola, di permeabilità visiva e fisica, di leggerezza, di natura, si concretizza in un sistema di griglie, moduli, assi e angoli retti a volte dominati dal bianco puro.

L’effimero così è struttura, è materia, che l’uomo tocca, respira, osserva, fruisce, VIVE.

In fondo anche lui, come qualsiasi altro essere umano nella storia, essendo uomo, lavora su un’ artificializzazione della natura. La sua architettura è un mix perfetto che si meriterebbe la creazione di un nuovo vocabolo “Arturale”.

Durante la lecture una slide ha colpito:

BETWEEN CITY ANDARCHITECTURE 

BETWEEN ARCHITECTURE ANDLANDSCAPE

BETWEEN FURNITURE ANDARCHITECTURE

BETWEEN INSIDE ANDOUTSIDE

BETWEEN NATURE ANDARCHITECTURE

Al termine della presentazione, durante il question time, una ragazza ha osservato l’assenza di un BETWEEN PEOPLE AND ARCHITECTURE

Strano, se immaginassimo le foto dei suoi progetti senza la presenza della figura umana, l’effetto, la percezione, l’analisi ed il giudizio sull’architettura sarebbe completamente diverso.

E se People non fosse semplicemente un altro BETWEEN…AND… 

Se People fosse il comun denominatore di tutti questi rapporti?

Se People fosse l’ IN-BETWEEN? 

La sua architettura non è organica, non è classica, non è radicale, non è giapponese, non è europea.

E’ UMANISTA.

E’ la presenza dell’uomo che trasforma un landscape artificiale, una foresta, una nuvola, un cubo, una caverna, non in un’architettura ma ne L’ Architettura, con la A maiuscola.

Senza l’uomo le sue architetture sarebbero concept, istallazioni, utopie. 

Deborah Navarra – PoliLinea
 

Maxxi-Reflex

Roma

Eleonora Lattanzi