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Il conflitto in Sud Sudan e la senilità mediatica. La logica del Trendy colpisce il mercato mediatico.

 

I media rispondono al mercato, alla domanda e all’offerta”. Questo è quello che mi è stato spiattellato più volte quando ho iniziato ad attaccare i miei sproloqui lagnosi sulla vergogna dei media internazionali ma soprattutto italiani che dimenticano del tutto numerosi conflitti, si pensi allo Yemen, al Sud Sudan ma si pensi anche alla Siria i primi anni 2011/2012.

La verità è che anche questa è in parte una grandissima super cazzola. Una boiata. Attingendo la domanda la sua fonte propulsiva dall’offerta (l’informazione contenuta dai media)va da sé che la determinazione dell’offerta determina la domanda.  È un circolo autoalimentante in quanto se tutti i giornali fornissero informazioni costanti su alcuni conflitti dimenticati, sono ancora abbastanza fiduciosa nell’intelligenza delle persone, che potrei scommettere che ne chiederebbero ancora. Quello sì sarebbe un circolo virtuoso, il circolo della conoscenza. Non è più possibile attribuire alla legge del mercato tutte le colpe. La colpa dell’attenzione spasmodica a determinati conflitti è la totale senilità occidentale rispetto ad altri, un’offerta che spesso -non sempre!- risponde alle leggi del buco nero della moda del Dio Trendy. Chi determina cosa è Trendy e cosa no sono a)l’opinione pubblica b)generalmente determinate testate giornalistiche internazionali, spesso considerate le più Trendy per l’appunto. Ma qualcuno ha mi messo in discussione il deus ex machina del Trendy? Voglio dire, se la BBC, Il New York Times, Reuters o Al-jazeera non parla, se non in modo sparuto, della guerra del Sud Sudan, significa che non c’è guerra? Che non è abbastanza cruenta? Ma soprattutto se l’opinione pubblica non ne parla perché non farla parlare?

Fate una prova fatevi un giretto per la strada e chiedete alle persone quali conflitti conoscono e vi risponderanno: Siria. Punto. E Yemen? E Sud Sudan?

Visto che potere gli dei del Trendy?

Bene per quanto io ritenga che il conflitto siriano stia producendo un calderone incommensurabile di conseguenze tragiche che dobbiamo non solo comprendere ma anche apprendere nel tentativo di risolvere il risolvibile e di fare tesoro di queste tragiche memorie per evitare di ripeterle, ritengo che ci siano guerre considerate meno Trendy in questa primavera estate 2017 che meriterebbero tutta la nostra comprensione, tutta la nostra apprensione tutta l’attenzione dell’uomo che ascolta per imparare davvero.

Se Cicerone definì la storia, magistra vitae, testimone dei tempi e luce della verità e Tucidide affermò che conoscere la storia del presente permette di guardare oltre e riconoscere alcuni punti fermi ciclici nell’imprevedibilità del futuro, la senilità del trendy ci sta davvero facendo fare un gran casotto.

 

SUD SUDAN E CAUSE DEL CONFLITTO

 

Il Sud Sudan è uno paese giovanissimo che, dopo un regolare referendum ad altissima affluenza, nel 2011 ha proclamato la sua indipendenza provocando l’ufficiale secessione dal Sudan. Le ingenti risorse petrolifere che sono presenti sul territorio hanno dato grande entusiasmo al neonato paese, speranzoso di mettersi sulle sue gambe per iniziare una storia nuova.

Purtroppo lo start point della storia del Sud Sudan è stato tutt’altro che roseo e le tensioni si sono dimostrate fin da subito non solo numerose ma anche profonde ed estremamente violente.

Ben presto le tensioni sono diventate una guerra di potere tra etnie espresse dai due principali leader del paese: il presidente Salva Kiir e il vicepresidente Riek Machar.

Nel 2013 alcuni militari di etnia dinka fedeli a Kiir hanno iniziato gli scontri con altri soldati vicini a Machar di etnia nuer, accusandoli di aver preparato un colpo di stato.

I due leader da molto tempo si contendono il controllo del loro partito Movimento per la liberazione del popolo sudanese (Splm) e del governo fino a che Machar nel luglio del 2013 è stato costretto a fuggire dal presidente Kiir. La guerra civile è esplosa in modo ancora più cruenta causando migliaia di morti. Questa prima fase di guerra è durata all’incirca 30 mesi causando decine di migliaia di morti. Grazie alle pressioni internazionali immobili durante questo periodo è stato stipulato un accordo di pace che ha portato ad un governo di transizione.

Esattamente un anno fa Machar e i suoi uomini sono tornati a Juba e Machar ha riottenuto la sua carica. Le pressioni regionali sono state molte ma la nuova connivenza delle due fazioni non è durata molto, la guerriglia sparuta non ha mai smesso di combattere provocando numerosi morti tra i civili e i bambini. Sotto l’etichetta dell’accordo di pace è cambiato qualcosa ma non abbastanza e le ragioni sono molto più complesse di semplici tribù che si fanno le scaramucce. Il conflitto ha assunto le caratteristiche più devastanti che si possano immaginare ovvero di una lotta tra identità che cercano l’omogeneità culturale e religiosa, all’interno di un paese caratterizzato dalla diversità culturale, etnica e religiosa è predominante.  A cosa può portare questo aspetto se non a l’ombra nera di una pulizia etnica. L’ennesima. Non abbastanza trendy però per i MEDIA.

 

IL DISASTRO UMANITARIO. COSTRETTI A FUGGIRE DALLA GUERRA E DALLA FAME

Nel corso dell’ultimo anno, la crisi umanitaria in Sud Sudan si è approfondita e diffusa, colpisce aree precedentemente considerate stabili.

A tre anni dallo scoppio del conflitto, nel dicembre del 2013, quasi 7,5 milioni di persone hanno bisogno di assistenza umanitaria e protezione a causa dei conflitti armati, violenze tra comunità, crisi economica, epidemie e cambiamenti climatici. Più di tre milioni di persone, uno su quattro, sono stati costretti ad abbandonare le loro case dall’inizio del conflitto iniziato nel dicembre 2013, tra cui quasi 1,9 milioni cosiddetti IDP, sfollati interni. Uno su due sono bambini. Più di 1,2 milioni sono fuggiti in paesi vicini, portando il numero totale di rifugiati sudanesi del Sud nella regione a più di 1,3 milioni.

Per favore in questo momento pensate alle urla di tutti quelle personcine in TV e dei vostri amici, sì anche io ne ho, che gridano all’invasione in Italia con 180 mila arrivi in Italia, un paese sviluppato. Le violenze che sono state testimoniate sono numerose soprattutto torture e violenze sessuali ad adulti e bambini.

La stime delle morti è decine di migliaia di persone, purtroppo ancora non è stato possibile avere una stime realistica perché le morti sono repentine e perché non c’è tempo di contarle. Forse perché 8il numero non interessa a nessuno?

La mortalità oltre che per violenze si è aggravata anche a causa della profonda carestia, le malattie e la malnutrizione infantile.
La fame e la malnutrizione hanno raggiunto livelli storici, circa 4,8 milioni di persone – più di uno su ogni tre persone in Sud Sudan – sono a rischio di malnutrizione secondo le stime del 2016. L’anno nuovo non è iniziato meglio, a febbraio 2017 il Governo ha dichiarato lo stato di carestia (la prima nel mondo da sei anni a questa parte) nelle contee di Leer e Mayendit, nello Unity State, dichiarando che circa il 42% della popolazione si trova in gravissime difficoltà. La situazione della sicurezza alimentare si è acuita dalla combinazione di conflitti, crisi economica e la mancanza di adeguati livelli di produzione agricola hanno eroso le famiglie vulnerabili capacità di far fronte.

QUEI BAMBINI. I BAMBINI DELLA PAURA

 

 

I bambini, appunto. I figli della nazione più giovane del mondo sono a rischio. A rischio il loro futuro, il futuro del Sud Sudan, della regione e del mondo tutto con loro. Nel 2016 più di un milione di bambini sotto i 5 anni sono stimati essere affetti da malnutrizione acuta, tra cui più di 273.600 che sono gravemente malnutriti.

Più di 1,17 milioni di bambini di età compresa tra 3 e 18 anni non vanno più a scuola, non copiano, non scherzano con gli amici e non prendono 4 a inglese a causa di conflitti e migrazioni dal dicembre 2013. Circa il 31 per cento delle scuole aperte hanno sofferto di almeno uno o più attacchi da parte di gruppi armati. Secondo le stime dell’UNICEF oltre 17.000 i bambini reclutati come soldati, più di 2.00 uccisi o mutilati, più di mille violati sessualmente. Dalle informazioni disponibili emerge che il matrimonio infantile è in aumento a causa di conflitti e pressioni economiche.

Tante volte mi è stato detto che nello scrivere dovrei esprimere meno trasporto. “E’ giornalismo, non un romanzo, devi essere più oggettiva”. Io però ci credo poco nell’oggettività e sì, mentre scrivevo questo articolo ho pensato ai miei nipoti Sara e Massimo, 3 anni e 1 un mese e mezzo. Li ho pensati lì in Sud Sudan in balìa delle violenze, del rumore degli spari e degli abusi lontano da Peppa Pig, Dottoressa Peluche, ciucci e pappette biologiche e mi è venuto da piangere.

Scusate, ma questo vorrei succedesse anche voi.

 

SIRIA: bufale, contro-bufale e contraddizioni

Come si era già visto nel precedente articolo sulla Siria, la BBC aveva dato spazio al rapporto dell’ISTEAMS (International Support Team for Mussalaha) di Madre Agnès De la Croix. In questo servizio era stato sentito il direttore delle indagini di Human Rights Watch (HRW), Peter Bouckaert, che si era affrettato a dire che la madre superiora non fosse una scienziata forense professionista. Si potrebbe quindi pensare che HRW si affida solamente ai professionisti. Peccato che HRW non applichi sempre con coerenza questo criterio. Nel rapporto pubblicato il 10 settembre (antecedente, quindi, a quello dell’ONU) in cui l’organizzazione accusa Assad di essere il responsabile della attacco chimico a Ghouta del 21 agosto scorso, HRW cita più volte Brown Moses.

Chiariamo subito che non si tratta di una canzone di Frank Zappa, ma di un blog sul traffico di armi in Siria. Nonostante Andrea Milluzzi dell’Huffington Post lo descrive come “una sorta di bibbia per conoscere quali armi circolano in Siria”, è importante sottolineare come il Guardian già a marzo avesse spiegato che il blog (che è comunque tenuto molto bene, va detto) non è curato da un esperto nel traffico d’armi. Si tratta di un ex impiegato di Leicester, ora disoccupato, che per hobby ha cominciato a curare un blog sulla delicata questione degli armamenti in Siria. Il blogger si chiama Elliot Higgins e lui stesso sembra divertito dall’essere considerato un esperto in materia: «I giornalisti pensano che io abbia lavorato nel commercio di armi. Prima delle primavere arabe, però, ne sapevo quanto un appassionato di videogiochi o un patito dei film di Rambo e Schwarzenegger». Eppure lo stesso direttore delle indagini di HRW che tanto tiepido si mostrava sul rapporto di Madre Agnès perché “non professionista di scienza forense” non sembra molto turbato dal fatto che Higgins non sia un esperto d’armi. Ciò non è un dettaglio di poco conto. Non sappiamo perché Higgins debba avere più autorevolezza di Madre Agnès secondo il responsabile di HRW: forse perché Bouckaert e il blogger inglese avevano già collaborato insieme nel preparare il rapporto sull’utilizzo di bombe a grappolo da parte dell’esercito siriano nelle zone abitate di Deir Jamal e Talbiseh; o forse perché il giornalista del New York Times, Cristopher Chivers, ha affermato che molti giornalisti si affidano all’enorme lavoro di Higgins che monitora in continuazione moltissimi video postati su YouTube. Ma se i video fossero manipolati (cosa tutt’altro che improbabile in una guerra come questa)? Come facciamo a sapere che Higgins non sbagli mai? Se non fosse per il dramma della guerra che continua a mietere vittime, farebbe piuttosto sorridere pensare che una delle poche fonti considerate attendibili dagli stessi giornalisti sia un blogger di Leicester che analizza con dovizia tutti i video postati su youtube dai vari gruppi.

Probabilmente però (anche se Bouckaert non lo dice) le remore a fidarsi di Madre Agnès sono dovute alle tante critiche e illazioni che sono piovute addosso alla suora che non solo è stata definita da più parti come una “negazionista”o come la “migliore amica di Assad” ma che viene accusata di essere lo strumento di propaganda principale utilizzato da Assad in persona. Tuttavia queste accuse danno un’immagine piuttosto distorta della suora: è vero, Madre Agnès ha effettivamente dichiarato più volte che all’interno della rivoluzione vi erano anche gruppi integralisti che non mirano ad una Siria democratica (cosa, peraltro, rivelatasi fondata) e che la rivoluzione non era sostenuta da tutto il popolo siriano sin dall’inizio. Ma perché non si ricorda anche che lei stessa ha etichettato il regime di Assad come “stalinista, socialista e totalitario” (non male per essere la migliore amica del regime!)?. E perché non si ricorda anche di ciò che aveva dichiarato un anno fa:«L’opposizione ha tenuto la sua prima riunione nel nostro monastero e vi fece la prima chiamata per il dialogo nazionale. Purtroppo questo appello e molti altri sono stati ignorati dall’opposizione che opera dal di fuori e non ha alcun radicamento reale all’interno del Paese.»? Siamo quindi proprio sicuri che ci troviamo di fronte ad una suora al soldo del regime?

LA FALSA SPY STORY DEL DAILY MAIL – A fine gennaio di quest’anno il Daily Mail aveva pubblicato una notizia bomba: gli USA erano pronti a lanciare un attacco chimico in Siria per poi far ricadere la colpa su Assad. La notizia si basava su delle mail rubate da un hacker malese e pubblicate sul sito infowars.com che documentava una corrispondenza elettronica tra il direttore dell’area di sviluppo degli affari della Britam (contractor della difesa britannica), David Goulding, e il presidente della società, Philip Doughty. Nella mail di Goulding si leggeva:«Phil… abbiamo una nuova offerta. Si tratta di nuovo della Siria. I Qatarioti propongono un affare interessante e giuro che l’idea è approvata da Washington. Dovremmo consegnare dell’armamento chimico (CW nell’originale, NdT) a Homs, una g-shell (bomba a gas, Ndt) di origine sovietica proveniente dalla Libia simile a quelle che Assad dovrebbe avere. Vogliono farci dispiegare il nostro personale ucraino che dovrebbe parlare russo e realizzare una registrazione video. Francamente, non credo che sia una buona idea, ma le somme proposte sono enormi. Qual è la tua opinione? Cordiali saluti, David.»

La notizia, che dopo poche ore era stata cancellata dal sito del quotidiano britannico, è ancora possibile leggerla come copia cache su webarchive.org. Ma perché la notizia era stata cancellata? Certo, non per una sorta di “censura” come in molti sostengono. Lo spiega il Guardian: le mail rubate sono state contraffatte dallo stesso hacker e Britam aveva subito citato in giudizio per diffamazione il quotidiano britannico. Resosi conto dell’errore, il Daily Mail non solo non si è difeso ma ha presentato le proprie scuse alla società contractor della difesa britannica e ha pagato 110.000 sterline per i danni causati. Tutto molto semplice e lineare. Eppure ancora oggi se si inserisce il titolo dell’articolo nel motore di ricerca di Google non è difficile trovare pagine e pagine che insistono sul “mistero” del perché il Daily Mail abbia cancellato la notizia. Inutile dire che dopo l’attacco chimico a Ghouta, alla notizia “misteriosamente cancellata” è stato dato ancor più risalto, senza che, peraltro, si tenessero in debito conto le scuse presentate del Daily Mail per l’errore.

I CECCHINI DI ASSAD SPARANO AI FETI? – Una delle notizie che negli ultimi mesi ha maggiormente impressionato per la sua crudeltà è stata quella che riportava che i cecchini di Assad avrebbero sparato alle pance delle donne in cinta per avere come ricompensa dei pacchetti di sigarette. Ad averlo dichiarato al Times è stato David Nott, uno dei più rinomati chirurghi inglesi, recatosi come volontario in Siria per 5 settimane per formare i medici del posto nei trattamenti d’emergenza. Col passare dei giorni, però, qualche dubbio viene. Innanzitutto Nott, intervistato dalla BBC, sembra non essere totalmente sicuro che i cecchini siano del regime: quando gli viene chiesto di quale parte fossero i cecchini il chirurgo risponde: «Onestamente non lo so, ma mi è stato detto più volte che erano cecchini del regime, perciò presumibilmente sono cecchini di Assad». Ora, non si hanno prove certe per controbattere alcunché al chirurgo inglese. È però giusto ricordare che alla vigilia della partenza per la Siria de “l’Indiana Jones dei chirurghi” (così come viene descritto dalla stampa d’oltremanica) l’Independent aveva riportato che Nott avrebbe lavorato in una zona controllata dai ribelli. Nott, infatti, non rivela la zona esatta in cui ha lavorato in Siria per «motivi di sicurezza» ma dalla descrizione che fa sembra proprio riferirsi ad Aleppo («Ho lavorato per 5 settimane in una città del nord della Siria, una delle più grandi»). Aleppo è soprannominata “la capitale del nord” e prima della guerra aveva quasi due milioni di abitanti, risultando la città più popolosa della Siria (anche più di Damasco). Non si hanno prove certe ma l’identikit fa supporre che Nott abbia lavorato nella zona di Bustan Al-Qasr ad Aleppo. Un’area che la reporter della BBC Hannah Smith aveva descritto come contesa tra varie brigate criminali e gruppi ribelli con ben 72 cecchini. Con ogni probabilità, comunque, Nott avrà parlato con persone non filogovernative su chi fossero i responsabili. Un altro elemento poco chiaro della vicenda riguarda la radiografia pubblicata da Syria Relief (un’organizzazione benefica con sede nel Regno Unito) e ripresa da numerosi quotidiani britannici: come fa notare il Telegraph (che si interroga sull’autenticità della radiografia), il cranio appare intatto così come il proiettile che invece avrebbe dovuto essere danneggiato.

Questo fa dell’intera notizia una bufala? Non lo si può affermare con certezza e, in assenza di elementi certi, è comunque giusto tenere in considerazione la testimonianza del chirurgo che in quelle zone ci è stato: è però anche doveroso chiedersi se in uno scenario così difficile e in un’area controllata dai ribelli ci si potesse aspettare che gli stessi non avrebbero accusato i cecchini di Assad; o quantomeno interrogarsi sull’autenticità di alcune informazioni e su quella della radiografia. Che interesse avrebbe poi Assad ad ordinare degli omicidi così efferati inimicandosi ulteriormente gran parte dell’opinione pubblica mondiale? La domanda sorge spontanea, soprattutto in un momento in cui non solo è sempre più vicina la conferenza internazionale Ginevra 2 (inizialmente prevista per il 23 novembre e poi molto probabilmente spostata al 12 dicembre), ma in cui gli occhi del mondo erano già puntati sullo smantellamento dell’arsenale chimico siriano che, secondo quanto annunciato dall’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche (OPAC), è stato portato a termine. Proprio all’OPAC è stato assegnato quest’anno il Premio Nobel per la Pace per il lavoro di negoziazione volto alla distruzione dell’arsenale chimico di Assad. Un premio “fortemente politico”, come fa (giustamente) notare Lorenzo Biondi di Europa Quotidiano.

LA BBC E IL NAPALM – A fine agosto (poco dopo l’attacco chimico di Ghouta) la BBC riporta un’altra notizia sconvolgente: l’esercito siriano avrebbe usato il napalm contro una scuola, causando la morte di almeno 10 bambini più molti altri feriti. Un nuovo cruento episodio che arriva proprio mentre il parlamento inglese si sta per riunire per decidere se sostenere il piano di entrata in guerra di David Cameron. La notizia suscita subito grandi polemiche. Per Francesco Santoianni, giornalista e attivista del Movimento Cinque Stelle, ci sono molti indizi che fanno credere che la notizia sia montata: innanzitutto il Napalm è « una sostanza gelatinosa che sviluppa un calore altissimo (fino a 1.200 gradi) e che si appiccica alla cute bruciando (anche irrorandola con acqua) per 10-15 minuti. Non a caso, tranne qualche rarissima eccezione, non sono mai state trovate vive persone colpite direttamente da napalm (che tra l’altro, determina bruciature assolutamente caratteristiche) ma solo quelle colpite da fogliame e altri oggetti arsi da questa sostanza». Nel video della BBC si vede, invece, un bambino coperto da una sostanza bianca che non sembra (al di là delle apparenze) in punto di morte. Il luogo dell’attacco non sembra essere neanche una scuola ma più probabilmente una villa. Non si può dire che tutto il video sia costruito: alcuni ustionati sicuramente ci sono. Il punto che Santoianni contesta è che non sia stato usato il Napalm.

Craig Murray, attivista per i diritti umani, fa notare che vi è una differenza notevole nelle due versioni del video pubblicate dalla BBC: in questa la dottoressa Rola (di Hand in Hand for Syria) parla di armi chimiche, in quest’altra parla di Napalm. Ciò che colpisce, secondo Murray, è che i due video sono montati alla stessa maniera: la dottoressa Rola ha il viso coperto da una maschera e non è possibile stabilire davvero cosa abbia detto. In una lunga lettera di lamentele inviata alla BBC dopo i servizi sul Napalm, Robert Stuart del Media Lenses Board, elenca una serie di punti non convincenti o contraddittori. Stuart attacca la BBC anche perché non ha detto in nessuno dei servizi che Hand in Hand for Syria, è chiaramente vicina all’opposizione (in effetti, sul sito si vede la bandiera utilizzata dal Consiglio Nazionale Siriano e dall’opposizione). Per quanto riguarda l’altra dottoressa di Hand in Hand for Syria che compare nel servizio della BBC, Saleyha Ahsan sembrerebbe avere precedenti come regista di servizi di guerra. Ovvio, non è quest’ultimo elemento di per sé che getta discredito sulla notizia; ma unito agli altri, induce a delle riflessioni.

Ora, chiaramente qualcosa deve essere successo ma perché citare armi chimiche o Napalm (probabilmente) a sproposito? Perché parlare di una scuola? Il sospetto che si sia voluto “gonfiare” l’ennesimo bombardamento che ha visto coinvolta la popolazione civile per mobilitare l’opinione pubblica inglese e il parlamento in primis a sostenere la linea tenuta dal primo ministro, David Cameron: intervenire militarmente.

IL MISTERO DI MINT PRESS NEWS – Nel precedente articolo sulla Siria scritto per Polinice, avevo scritto: «Il 21 agosto giunge la notizia di un attacco chimico sferrato contro gli abitanti di Ghouta. La maggior parte dell’opinione pubblica mondiale accusa Assad, mentre viene “trascurata” una notizia pubblicata su Mint Press News: secondo questa ricostruzione ad usare il gas nervino sarebbero stati ribelli che perlopiù ignoravano di star maneggiando armi chimiche. Dietro di loro ci sarebbe la responsabilità dell’Arabia Saudita.» È doveroso ritornare su questa notizia che ha subito suscitato grandi polemiche in rete. L’articolo era a firma di Dale Gavlak, una reporter freelance dell’Associated Press, e di un giornalista giordano, Yahya Ababneh. Brown Moses (che ora conosciamo bene) però posta il 21 settembre un breve resoconto della corrispondenza con Gavlak in cui la reporter afferma che ha solamente aiutato nello scrivere l’articolo ma che l’intera paternità deve esserne attribuita al giornalista giordano e che per questo ha chiesto, invano, che la sua firma venga tolta dall’articolo. Poche ore dopo il direttore di Mint Press News, Mnar Muhawesh, risponde al blogger inglese con una dichiarazione ufficiale; Dale Gavlak si è occupata per intero dell’articolo ma sta cercando di ritirarsi perché terze parti (non meglio precisate) avrebbero minacciato di porre fine alla sua carriera a causa di quell’articolo. Queste stesse terze parti avrebbero chiesto esplicitamente a Gavlak di dissociarsi. Tutto chiarito? Nemmeno per sogno. Brian Whitaker, ex redattore per il Medio Oriente del Guardian, nel suo blog albab.com pone seri dubbi sia sull’attendibilità del giornalista giordano sia sulla sua reale identità. Ababneh si fa chiamare anche Yan Barakat e la sua esclusiva potrebbe essere frutto di una ricostruzione di fonti russe. Con questo nome, il giornalista giordano ha commentato il blog di Peter Hitchens del Mail on Sunday il 28 agosto alle 9:31 scrivendo:«Alcuni uomini sono arrivati dalla Russia e uno di loro è diventato mio amico. Mi ha detto che hanno le prove che sono stati i ribelli ad aver usato le armi chimiche.» Il commento è più ampio e riporta gran parte del contenuto della notizia di Mint Press News, che però non era ancora stata trasmessa a Mint Press News (Gavlak dichiara di averla mandata il 29 agosto, data in cui è stata effettivamente pubblicata). Insomma, dietro una notizia così importante vi sono due autori che, nel caso di Gavlak, negano il loro coinvolgimento nell’articolo (salvo poi essere smentiti); nel caso del giornalista giordano non hanno un’identità chiara. È da notare come né Mint Press News né Yahya Ababneh/Barakat abbiano smentito Whitaker che fa anche notare come Barakat abbia scritto un articolo sul Jerusalem Post.

Questo vuol dire che l’intero contenuto della notizia di Mint Press News sia falso? O che è stato sicuramente l’esercito regolare ad utilizzare le armi chimiche? Malgrado tutto, è difficile dirlo con totale sicurezza, anche se bisogna ammettere che questi retroscena dietro la scrittura dell’articolo sembrano minare alla base la credibilità dell’agenzia di stampa americana. Tuttavia vi sono molte voci che si sono sollevate che contestano o quantomeno si interrogano sulla reale responsabilità di Assad e sulla dinamica dell’attacco stesso. Guy Adams del Daily Mail sembra essere piuttosto scettico: perché in molti video le vittime dicono di aver respirato una nuvola di gas arancione/marrognola dall’odore nauseante quando il Sarin è, infatti, sia inodore che invisibile? Inoltre, al contrario di quanti dicono che le armi chimiche erano solo in possesso di Assad, Adams ricorda come nel maggio scorso le forze di sicurezza turche avevano scoperto che le munizioni di armi chimiche erano in possesso anche del gruppo terroristico di Al Nusra.

Samaan Daoud portavoce per l’Europa del gruppo della parlamentare cristiana indipendente Maria Saadeh, esprime altri dubbi sulla colpevolezza di Assad in una lettera pubblicata da Il Giornale: « Noi abbiamo sentito molte testimonianze secondo cui sarebbero stati i «ribelli siriani» ad utilizzare le armi chimiche e non le forze del regime.» Daoud sembra essere una voce equilibrata, anche se di certo non sostenitrice dei ribelli. Intervistato dalla trasmissione radiofonica Radio3mondo, non nega che all’inizio vi siano state delle manifestazioni di protesta che chiedevano maggiori libertà politiche e sociali: anzi, ammette anche di aver preso parte lui stesso alle primissime manifestazioni ma di essersene allontanato quasi da subito, quando si rese conto della componente integralista di parte dei manifestanti e dell’evidente intervento esterno (di Qatar e Arabia Saudita su tutti).

Tra le critiche che sono piovute addosso al rapporto dell’Onu sull’attacco a Ghouta si è levata anche la voce di Robert Fisk. Fisk, uno dei più rinominati inviati di guerra per il Medio Oriente, fa notare come nel rapporto dell’Onu (a pag. 22) si legge che il luogo dell’attacco fosse stato manipolato “da alcuni individui” prima che arrivassero gli osservatori delle Nazioni Unite.

GLI ULTIMI SVILUPPI – Il punto più interessante dell’articolo di Fisk è però un altro: un incontro che si sarebbe tenuto tra due rappresentanti dell’Esercito Libero Siriano (ELS) e un alto ufficiale dell’esercito di Assad. Secondo la ricostruzione dell’inviato de l’Independent, la delegazione dei due rappresentanti non avrebbe chiesto l’abbandono del presidente siriano (almeno in una prima fase) ma si sarebbe invece concentrata su altri quattro punti: 1) Trattative da portare avanti esclusivamente da forze siriane 2) L’impegno a mantenere in buone condizioni le proprietà pubbliche e private (probabilmente ci si riferisce a quelle non ancora distrutte) 3) La cessazione del conflitto 4) Un lavoro condiviso e inclusivo in cui tutti possano trovare spazio per una Siria realmente democratica. In cambio vi sarebbe stato un cessate il fuoco da parte dell’ELS e una garanzia da parte di Assad che nessun elemento dell’esercito oppositore sarebbe stato punito: prova ne sarebbe il ritorno al lavoro di molti impiegati e la riapertura delle scuole nelle città precedentemente controllate dall’ELS. La sempre maggiore influenza delle milizie islamiste all’interno della guerra avrebbe definitivamente disilluso i membri dell’ELS che si erano scissi dall’Esercito Regolare proprio perché convinti delle ragioni della rivoluzione. Un’alleanza (almeno parziale) tra l’ELS e l’esercito siriano? O un impegno a non intervenire da parte dell’ELS? Non lo si può affermare con certezza ma questo spiegherebbe perché Moussa Al Omar, giornalista siriano di Al Ghad TV, abbia dichiarato che ormai l’Esercito Libero Siriano non esiste più e che sul campo a combattere Assad siano rimaste praticamente solo brigate islamiste. L’affermazione colpisce soprattutto perché viene pronunciata da un giornalista non filogovernativo che ha avuto diversi problemi con il regime sin dall’inizio della sua carriera quando nel 2006 si era visto chiudere dalle autorità siriane Sham TV, il canale televisivo che lo vedeva tra i fondatori, oltre che come conduttore. Una volta scoppiato il conflitto, la sua casa di Idlib fu distrutta dell’esercito siriano nell’aprile del 2012 dopo che quella della sua famiglia a Damasco era già stata attaccata dalle forze di sicurezza nell’agosto del 2011.

La denuncia di Al Omar sembra confermare anche quanto riportato dall’articolo del Washington Times, che ha rivelato come la presenza di jihadisti stranieri in Siria sia sempre maggiore e stia crescendo ad un tasso incredibilmente veloce. Ciò conferma la capacità delle formazioni islamiche di riuscire ad attrarre un gran numero di persone; emblematico, il caso di due ragazze norvegesi, andate in Siria per combattere contro Assad e poi subito pentitesi. Secondo l’Espresso dopo la morte di Osama Bin Laden, Al Qaeda non solo non si è indebolita ma si sta espandendo sempre di più, arrivando ad avere un ruolo sempre più decisivo nelle sorti del conflitto siriano in corso (e non solo). Tuttavia Lorenzo Declich, studioso di mondo islamico e movimenti estremisti, fa notare come il leader di Al Qaeda, Ayman Zawahiri, abbia annunciato che l’ISIL (acronimo di Stato Islamico dell’Iraq e del Levante) tornerà a combattere in Iraq mentre l’altra formazione di Al Nusra, legata ad Al Qaeda, rimarrà competente in territorio siriano. Il comandante dell’ISIL, Abu Bakr Al Baghdadi, in aprile scorso aveva clamorosamente disobbedito agli ordini di Zawahiri, ponendosi a capo dell’ISIL: un’azione che proprio Zawahiri ha definito come un errore. Se Al Baghdadi dovesse nuovamente disobbedire a Zawahiri sarebbe allora chiaro che l’ISIL non è più da annoverare come forza controllata da Al Qaeda. Una spaccatura in vista? Ciò avverrebbe mentre i cristiani sembrano essersi muniti delle proprie milizie.

E in tutto questo i siriani? C’è chi muore sotto le bombe e i colpi di mortaio o a causa dello scoppio di terribili epidemie. C’è chi prova a continuare la sua vita malgrado tutto. C’è chi si trova costretto a mangiare cani e gatti per sopravvivere alla fame o a mangiare l’erba e a bere acqua piovana come fosse un animale. C’è anche chi tenta di scappare dalla morte e, fuggendo dalla guerra, viene lasciato affogare nella semi-indifferenza generale. E poi ci siamo noi. Che da un lato inorridiamo di fronte a queste notizie; dall’altro ci mettiamo del nostro per peggiorare ulteriormente la situazione, come le dure sanzioni economiche alla Siria imposte (tra gli altri) dall’Unione Europea che, secondo quanto riporta un rapporto dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione, hanno avuto il prevedibile effetto di andare a martoriare ulteriormente una popolazione già alla fame e di privare gli ospedali di medicinali fondamentali in uno scenario di guerra. Ma come? La stessa Unione Europea insignita del Premio Nobel per la Pace l’anno scorso? Sì, proprio quella. E ci facciamo chiamare gli “Amici della Siria”.

Andrea Cartolano – AltriPoli