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Macron vuole la Libia. La guerra per il Mediterraneo con l’Italia

Macron vuole la Libia. Il Paese nordafricano rappresenta la guerra per il Mediterraneo. Vuol sostituirsi all’Italia nel contesto libico, seguendo le orme del progetto di Sarkozy. Scordatevi le frasi sull’Unione Europea premio Nobel per la Pace, sulla fratellanza dei due popoli: in Libia Italia e Francia perseguono lo stesso scopo e sono pronte a tutto per ottenerlo. Attualmente finanziano milizie opposte, intrattengono rapporti privilegiati con tribù differenti e la loro posizione in Libia ricalca geograficamente la distribuzione delle tribù tra Tripolitania e Cirenaica.

Vi è subito da evidenziare che il Presidente Macron, nonostante le sue invettive al Parlamento Europeo sui rischi della fascinazione di Putin, in Libia persegue i suoi obiettivi in sintesi con la Russia. Mentre l’Italia, che ha accettato sanzioni alla Russia economicamente devastanti per alcuni suoi settori produttivi, è rimasta fedele all’alleato statunitense.

Dopo un governo della durata di un lustro guidato da una forza politica filofrancese ossia il Partito Democratico (la crisi libica del 2011 fu uno degli elementi propedeutici alle dimissioni di Berlusconi) il Bel Paese ha perso posizioni nel difficile scacchiere libico.

 

IL VERTICE DI PARIGI –  Il vertice organizzato lo scorso martedì a Parigi da Emmanuel Macron è un’iniziativa sostanzialmente unilaterale che scalza l’Italia dal suo tradizionale ruolo di interlocutore privilegiato e sancisce il ruolo della Francia come il più influente mediatore per la Libia. L’intesa raggiunta tra i più importanti leader libici, peraltro senza una firma ufficiale e senza il consenso di 13 importanti milizie della Tripolitania, è una dichiarazione di intenti che attende la ratifica delle prossime elezioni fissate al 10 dicembre prossimo.

 

AL SARRAJ E HAFTR ALL’ELISEO – Già lo scorso 25 luglio, solo due mesi dopo essersi insediato all’Eliseo, Macron aveva colto di sorpresa il mondo invitando i due leader rivali della Libia nel castello di Celle-Saint-Cloud, alle porte di Parigi. Per la prima volta Fayez al-Sarraj, premier di quel Governo di accordo nazionale (Gnc) sostenuto dalla Comunità Internazionale, e il generale Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica, trovarono un accordo. L’esclusione dell’Italia, fino a quel momento protagonista dei negoziati insieme all’Onu, aveva provocato il disappunto di Roma. Roma che però all’epoca viveva attraverso il suo Governo una sostanziale subalternità e senso di prostrazione nei confronti francesi, per ovvi motivi politici interni.

L’invito di Haftar nel luglio 2017 rappresentò lo sdoganamento del generale ribelle e in parte secessionista alleato e uomo forte di Parigi.

Pur cercando assiduamente di portare i due rivali al tavolo dei negoziati, l’Italia ha sempre sostenuto le autorità di Tripoli. Non è peraltro irrilevante il fatto che la maggior parte dei giacimenti dove opera l’Eni si trovi proprio in Tripolitania. Parigi non stava a guardare. Sotto la presidenza di François Hollande, forze speciali francesi si erano già insediate in Cirenaica.

 

PERCHE’ MACRON VUOLE LA LIBIA . Con un abile equilibrismo diplomatico Parigi sosteneva ufficialmente il Gnc, ma al contempo, stava al fianco del suo nemico. Di nascosto. Fino al 20 luglio 2016, quando la morte di tre soldati francesi precipitati con un elicottero nei pressi di Bengasi, dove Haftar stava combattendo contro milizie islamiste, costrinse il ministero francese della Difesa a uscire allo scoperto: la Francia aveva inviato forze speciali in Libia. A fianco di chi, è facile immaginarlo. Il bottino sarebbero i pozzi petroliferi da strappare alla nostra ENI. 

Macron sembra aver rafforzato i rapporti con Haftar, e con il suo alleato, l’Egitto. Cogliendo una straordinaria occasione durante la visita a Parigi del presidente americano Donald Trump, il 13 luglio scorso. «Il presidente Trump ed io condividiamo le stesse intenzioni riguardo alla Libia», aveva ribadito.

Roma ora necessita di ritrovare il suo ruolo primario, magari contando sull’alleato e protettore americano (viste le ultime due settimane) in Libia e nel Mediterraneo. Esulando dal patto Sarkozy-Merkel che voleva in Europa a sud-ovest del Reno l’influenza francese e a nord-est quella tedesca. D’altronde il Mediterraneo o torna a essere Mare Nostrum oppure l’Italia morirà.

La Libia oggi

La riapertura dell’ambasciata italiana in Libia, per il momento la prima ed unica occidentale, è stata ritenuta dal governo di Tobruk un atto di aggressione militare. Nel paese, infatti, si respira oggi un’aria molto tesa. I miliziani del governo islamista non riconosciuto di Tripoli, ostili al legittimo Governo di accordo nazionale, guidato da Fayez al-Sarraj e sostenuto dalle Nazioni Unite, hanno assalito i ministeri della Difesa, della Giustizia e dell’Economia, prendendone il controllo. In seguito, un portavoce del governo di Serraj, ha tuttavia dichiarato che il tentativo di occupare i ministeri sarebbe in verità fallito. La situazione resta però poco limpida e mette in luce la fragilità del Governo di accordo nazionale, nonostante questi sia fortemente supportato dalla Comunità internazionale.

Il quadro della Libia, attualmente una vera e propria polveriera, è tale da poter precipitare da un momento all’altro in una guerra o comunque in gravi disordini pubblici. La Libia, dalla morte di Gheddafi in poi, sembrerebbe essere diventata ingovernabile. E l’Italia ne è probabilmente oggi la prima vittima.

In epoca coloniale, la Libia, fu definita da Salvemini “lo scatolone di sabbia”, in quanto convinto che tale conquista non avrebbe apportato alla nazione nessun beneficio. Ai giorni nostri la Libia parrebbe portare all’Italia solo preoccupazioni.

Ad allarmare Sarraj ed il suo alleato italiano è la minaccia che viene da est, vale a dire da Bengasi e da Tobruk (sede di un parlamento non riconosciuto dalla Comunità internazionale), dove un’altra Libia è saldamente governata dal generale Khalifa Haftar. È lui oggi il vero uomo forte della nazione. Haftar, che nei mesi passati aveva occupato i pozzi petroliferi dell’est, gode, infatti, del sostegno dell’Egitto, della Turchia e della Russia.

Sono di pochi giorni fa le immagini di Haftar che sale a bordo della portaerei russa, a largo delle coste libiche, in segno di ospitalità nei confronti del Cremlino, considerato amico e protettore. Tuttavia, gli analisti internazionali ritengono che Haftar, nonostante possa essere considerato un uomo influente, forse non lo sarebbe abbastanza per poter conquistare, oltre ad un pezzo di Cirenaica, tutta la Libia. È evidente dunque, nel panorama politico libico, la mancanza di un uomo forte quale era Gheddafi che, nonostante tutti i suoi limiti, aveva, per così dire, tenuto insieme la baracca.

Immaginare che il governo di Sarraj, voluto dall’ONU e appoggiato anche dall’Italia, possa stabilizzare la situazione in Libia è una scommessa azzardata. In effetti, il Governo di accordo nazionale non sembrerebbe controllare neanche Tripoli. Allo stesso tempo però non parrebbe opportuno per l’Italia opporsi a Sarraj, nonostante si renda sempre più necessario trovargli, in tempi brevi, una qualche alternativa un po’ più solida. L’Italia, anche se conscia della debolezza del governo di Sarraj, lo sostiene fermamente. Il nostro paese sta percorrendo la strada tracciata dagli USA e dalle Nazioni Unite, ovvero quella di aderire agli accordi di Skhirat, i quali hanno sancito la legittimità del governo di Tripoli. Probabilmente però, ora che Obama ha lasciato la Casa Bianca, l’Italia rischierà di rimanere isolata nel percorrere questa via.

Già l’intervento militare del 2011 segnò una significativa svolta nel destino della Libia. Diede, infatti, il via ad un processo di separazione tra Tripolitania e Cirenaica. Queste due regioni furono messe insieme, negli anni Trenta, proprio dal colonialismo italiano e, successivamente, furono unificate dagli inglesi nel mandato postcoloniale con l’instaurazione della monarchia dei Senussi. Ciononostante, tale famiglia reale, originaria della Cirenaica, a causa della poca influenza che aveva sulle altre due regioni della Libia (Tripolitania e Fezzan), ebbe grosse difficoltà ad affermare la propria autorità sull’intero territorio libico. Per comprendere a fondo quanto poco fossero connessi tra loro i popoli delle tre regioni storiche, si pensi che il re, al momento della proclamazione dell’unita della Libia, affermò pubblicamente di non aver mai intrattenuto rapporti con persone di Tripoli.

Oggi si sta di fatto assistendo alla separazione delle due grandi regioni strategiche del paese. Probabilmente, l’unico modo per interrompere un simile processo, è quello di trovare nuove strade di mediazione tra le due aree. Nondimeno, mentre la Cirenaica, pur se con grandi difficoltà, sta acquisendo una sua identità e quindi una sua affermazione sul territorio, la Tripolitania, dove l’Italia ha attualmente i suoi interessi, è ancora un territorio quasi anarchico.

La campagna militare del 2011 fu guidata dalla Francia e dall’Inghilterra con il sostegno degli USA. Diversi analisti di politica mondiale sostengono che l’Italia sbagliò allora a non opporsi a tale intervento. L’Italia, affermano, in questo momento dovrebbe cercare, attraverso la mediazione con la Russia, di conquistarsi le simpatie di Haftar, proprio per non correre il rischio di trovarsi in qualche modo spiazzata in futuro sul fronte della Cirenaica.

Il ministro dell’Interno Minniti, al fine di arrestare l’ondata migratoria che sta colpendo l’Italia, si è recentemente recato in Libia con l’intento di avviare le trattative con il presidente Sarraj per un nuovo accordo sui rimpatri. Tutto ciò servirebbe a ben poco, in quanto i traffici, avendo la loro origine a Sabrata, non sono sotto il controllo del governo di Tripoli, bensì delle milizie e delle bande militari ostili al Governo di accordo nazionale. Purtroppo tali movimenti sono sotto il giogo anche dei militari che dovrebbero essere sotto la guida di Sarraj, ma che di fatto godono di piena autonomia decisionale.  Questo presunto accordo, che parrebbe essere meramente mediatico, è a dire il vero un tentativo di fissare dei paletti giuridici come argine dell’ondata migratoria. La realtà è che l’Italia da sola non è in grado di fronteggiare un tale fenomeno. Senza l’appoggio dell’Europa l’Italia è sola. Pertanto sarebbe opportuno porre questo problema in prima istanza ai piani alti di Bruxelles.

La questione del traffico dei migranti non assume più un risvolto esclusivamente umanitario, ma anche di sicurezza nazionale ed internazionale. Si sta, di fatto, assistendo ad una guerra alle frontiere dell’Italia ed dell’Unione europea..

Molti analisti ritengono che i dittatori, nonostante non siano mai un bene per la propria nazione, a volte possano comunque rappresentare un male minore. Nel caso libico, ad esempio, Gheddafi ha certamente avuto il merito di tenere unito il paese. Paradossalmente, forse, sarebbe stato meglio mantenere in vita il regime di Gheddafi piuttosto che dare spazio a qualunque altra soluzione si sia prospettata poi successivamente alla sua caduta. L’elemento cruciale, per poter analizzare correttamente simili fenomeni, non sembrerebbe essere, infatti, far cadere o meno un dittatore, ma cosa fare una volta che questo sia caduto. Venuto giù Gheddafi, infatti, tutti si sono illusi che la Libia si sarebbe mantenuta come una singola entità statuale. Nessuno, o quasi, aveva tenuto in considerazione il fatto che la Tripolitania e la Cirenaica fossero due regioni storiche, entrambe custodi di una fortissima identità culturale e sociale. A dimostrazione di quanto detto, è opportuno citare l’ambasciatore britannico a Tripoli, Peter Millet, il quale, in un audizione alla Camera dei Lord, ad una domanda sull’esistenza o meno di un’identità nazionale in Libia, rispose che in Libia esistono quali dimensioni aggregative solamente la famiglia, la tribù ed eventualmente la città di appartenenza. Non la nazione.

Questa è la realtà della Libia e l’Italia, questa realtà, la conosce da tempo. Su questa tematica, infatti, un grande del giornalismo italiano, Igor Man, ha molto indagato ed ha molto scritto. Persino le grandi imprese italiane de localizzate in Libia (la FIAT su tutte), sapevano perfettamente quanto fosse critica al riguardo la situazione in Libia.

La creazione della Libia di Gheddafi fu un capolavoro della diplomazia italiana. Fu il genio democristiano ad escogitare questa “toppa”, che non fu mai stata digerita né dagli USA, né dalla Francia, né da molte altre potenze europee che hanno sempre considerato questo “colpo italiano” un ostacolo alla possibilità di controllare direttamente quell’area nordafricana.

Oggi, purtroppo, l’Italia è fuori dai giochi. La vox clamantis di Berlusconi, che si oppose al bombardamento del 2011, si schierò contro chi volle agire a muso duro contro il regime di Gheddafi. Ed all’epoca, il muso dure, fu tenuto soprattutto dagli USA, con una convinta Hillary Clinton in cabina di regia. Ciò lasciava presagire quale sarebbe stata la sua politica internazionale di una sua futura presidenza degli Stati Uniti d’America.

Con l’avvento di Trump alla Casa Bianca, invece, si può ipotizzare un diverso atteggiamento della politica estera degli States. La Libia gode da sempre di una minore attenzione, da parte degli USA, rispetto al quadrante mediorientale ed è perciò plausibile che il tycoon appalti a Putin la politica di stabilizzazione del Nord Africa e del Medio Oriente.

Questo, si potrà realizzare solo fino a quando la Russia manterrà vivi gli interessi in quell’area del globo. Interessi per i rapporti commerciali con la Libia e per le basi militari che potrebbe ottenere tra l’Egitto e la stessa Libia. Mosca, inoltre, da qualche anno a questa parte, di fatto controlla, assieme all’Iran, gran parte del Medio Oriente. Ciò in quanto il Cremlino ha stretto una serie di alleanze strategiche, con paesi come l’Iran, la Siria e l’Iraq, alle quali si è aggiunta quella con l’Egitto di al-Sisi. Egitto che allo stesso tempo ha a sua volta costituito un asse con la Siria.

Quanto è accaduto nell’ultimo periodo in Libia ha dimostrato che non è sufficiente bombardare quell’area geografica per unire la nazione. Senza un esercito sul terreno, non ci sarà mai una Libia unita. Lo stesso Haftar, inoltre, possiede un vero e proprio esercito. Nonostante venga comunemente chiamato esercito nazionale, non ha ancora assunto le caratteristiche per potersi definire tale. Ma allora chi potrebbe far scendere in campo le proprie truppe per dirimere questo intricato scenario? Gran parte degli opinionisti che si occupano di relazioni internazionali pensano agli egiziani. Invero, gli egiziani sono gli unici che in quell’area hanno un vero e proprio esercito.

Inoltre, l’Egitto, è fortemente interessato alle sorti della Libia. In Russia sostengono da tempo questa teoria. Al-Sisi starebbe per ottenere l’obiettivo che aveva in mente da tempo, ossia costruire per l’Egitto una profondità strategica in Libia che arrivi quasi fino a Tobruk. Insomma, il Generale egiziano, vorrebbe ottenere una fascia di sicurezza sui confini della propria nazione. Questo è ciò che più temeva Gheddafi, ovvero che il grande Egitto, paese popoloso e potente, avrebbe potuto un giorno posare gli occhi sulla Libia

Molti analisti di politica internazionale ritengono dunque che un’alleanza tra la Russia e l’Egitto potrebbe portare alla soluzione della questione libica.

Ai Weiwei – La libertà dei gommoni

Semi di girasole. Milioni, delicati come la porcellana cinese. Apparentemente tutti uguali, in realtà pezzi unici forgiati a mano.

Pezzi unici delicati come le vittime della Rivoluzione Culturale di Mao. Ma anche pezzi unici delicati come possiamo essere noi, anime dell’era globalizzata e conformista, alla ricerca del modo per distinguerci dai milioni di simili intorno. Con questi semi di girasole, migliaia fatti a mano da migliaia di artigiani cinesi, Ai Weiwei conquista la Tate Modern Gallery nel 2010. Artista contemporaneo, si occupa di scultura, installazioni, architettura, fotografia, film, sociale, politica e cultura a tutto tondo.

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Dal padre artista in contrasto con il regime eredita la passione per la libertà e il desiderio di potersi sentire in Cina come nel proprio Paese, dover poter essere e fare in libertà ciò che desidera. Perciò dopo aver passato l’infanzia in un campo di lavoro prova a partire per New York, ma poi torna in Cina. Ne vive la società e la politica, tocca le contraddizioni, le critica.  Diventa sempre più scomodo, blog chiuso e posta elettronica controllata sono misure quantomeno scontate nei suoi confronti. Ai tempi dell’esposizione alla Tate, nelle interviste dice spesso scherzando (o forse neanche tanto) che si stupisce di non essere stato ancora arrestato. Insomma Ai Weiwei! Basta chiedere! Ottantuno giorni di reclusione nel 2011, per una vaghissima accusa di “reati economici ed evasione fiscale”. Immediata la reazione e la mobilitazione internazionale, governativa e non, istituzionale e culturale. Dopo il rilascio Ai Weiwei non smette affatto di essere artista a attivista; da parte sua, il governo cinese non smette affatto di tenerlo sotto controllo.

Il passaporto gli viene finalmente restituito solo nel 2015. Solo ora che può tornare a viaggiare è finalmente libero. E “Libero” è il nome dell’esposizione che Palazzo Strozzi a Firenze gli dedica. Si tratta della prima grande retrospettiva su Ai Weiwei e comprenderà installazioni monumentali, sculture, video, fotografie. Ma dal momento che con Ai Weiwei non si può guardare solo al passato e dimenticarsi del presente, con i suoi mostri e le sue contraddizioni, questa retrospettiva dedicata all’artista è accompagnata da un’installazione realizzata dall’artista stesso per l’occasione.

“Reframe” offre a Palazzo Strozzi una nuova, preziosissima cornice di ventidue gommoni di salvataggio arancioni.Non parla alla Cina questa volta Ai Weiwei. Parla a noi e lo fa con una fila di gommoni leggeri, ci invita a una riflessione, ci mette una mano sulla coscienza.

L’attenzione oggi è tutta per quelle anime che affrontano il Mediterraneo. Per quelle che vi affondano e per quelle che resistono. Per quelle che non vengono piante da nessuno e per quelle che dovranno continuare a resistere. Non pensiate sia retorica, non pensate sia superfluo, non pensiate sia una perdita di tempo parlare a noi, che siamo occidentali e moderni.

Talmente moderni che in tanti non sanno far convivere antico e contemporaneo, arte e attualità, stando a quanto emerge dai commenti riguardo l’installazione. Scempio, orrore, vandalismo e deturpazione. Come a dire, al solito, ben venga la modernità e la bontà d’animo, purché non si cambi neanche per quattro brevissimi mesi l’aspetto del caro palazzo storico a cui sono tanto affezionato. Come a dire, in fondo, che se non siamo pronti ad accogliere dei gommoni appesi sulla facciata di un palazzo, cosa mai potremo offrire a delle anime che cercano umanità e identità.

Mi fanno pensare un po’ a quei semi di girasole: tutte simili ma in realtà uniche, tutte pregiate e fragili come la porcellana.

La forza di Ankara: tra economia, geopolitica e rapporti con Israele

Nel febbraio del 2012 il Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana decise di non firmare la candidatura del Comitato Olimpico Nazionale Italiano per Roma2020 presso il CIO. La scelta scatenò inevitabili polemiche e, scomparendo la Città Eterna, la candidatura più forte all’aggiudicazione dell’organizzazione dei Giochi Olimpici Estivi del 2020 sembra essere Istanbul. Questo non deve esser preso come un dato sportivo, l’aggiudicazione di un’Olimpiade non lo è mai. Un primo elemento alla base di queste decisioni è l’economia, il secondo l’importanza geopolitica di un paese. In ambedue i casi la Turchia è forse la stella del Mar Mediterraneo nel post Guerra Fredda. Per cinquant’anni paese strategico per l’occidente e la sua politica di contenimento sovietico, la Turchia è membro effettivo e di condivisione nucleare della NATO. Pedina cruciale dell’occidente nei rapporti con e verso il Medio Oriente, ha visto accrescere il suo ruolo di “paese chiave” nella gestione di conflitti e rivolte nel Mar Mediterraneo e nel Vicino Oriente. Nel secondo decennio del terzo millennio le “Primavere Arabe” hanno accresciuto il potere e l’influenza di Ankara.

MOTORE ECONOMICO – A Roma, nei Rioni, vi è un detto che recita così “Per far la guerra ci vogliono i soldi”. Nella geopolitica e politica internazionale nulla è più vero di questo. Infatti, a trainare la Repubblica di Turchia agli attuali standard d’influenza vi è il motore economico. Appartenente al G20 (i venti paesi più sviluppati del globo), il paese ha visto nell’ultimo decennio una crescita del Prodotto Interno Lordo pari al 3% annuo con un calo nel 2012, dovuto alla forte crisi mondiale. Il paese è passato da un economia agricola a potenza industriale. Ciò è dovuto alle politiche iniziate dall’allora Ministro dell’Economia Kemal Dervis, che dopo la crisi del 2001, impostò riforme economiche che hanno visto nel quadriennio successivo aumentare il reddito nazionale del 7,4%. Oltre alle politiche interne bisogna ricordare il ruolo strategico negli investimenti e la partnership politica con gli Stati Uniti d’America e la Germania. Inoltre, la Turchia si avvale di un’unione doganale con l’UE, firmata nel 1995, che ha aumentato la sua produzione industriale e attirato numerosi investimenti europei, che rappresentano il 56% dell’esportazioni. A tenere a freno le esaltanti statistiche di crescita economica vi è la disoccupazione che, cresciuta nel 2008 fino al 10,8%, costrinse Ankara a richiedere un prestito al Fondo Monetario Internazionale.

INFLUENZA GEOPOLITICA – L’influenza geopolitica di Ankara è indiscutibile. Le radici di tale importanza risiedono nell’alleanza con gli Stati Uniti d’America, nel controllo fondamentale esercitato sul Bosforo e nell’influenza esercitata sul Vicino Oriente e sul Caucaso. Quest’ultima regione è al centro dell’attenzione internazionale dopo la “Guerra in Ossezia del Sud” scatenata dalla Georgia nel 2008 e al centro, come descritto in un articolo precedente, dei nuovi collegamenti di gas e petrolio dalla Russia all’Europa unita. A tre anni di distanza da quelle che in molti consideravano “Primavere Arabe”, fallite in ogni dove, la Turchia gioca ancora prepotentemente il ruolo di potenza ed alleato affidabile (oltre che portatrice di un islam moderato) per l’occidente. Eppure, qualcosa sta cambiando. Il rapporto con la Siria in guerra civile dal 2011 e la questione Curda, mai definitivamente affrontata ,sono punti ancora troppo foschi per esser decifrati come punto a favore o meno di Ankara.

RAPPORTI CON ISRAELE – E’ il 31 maggio 2010 quando le Forze navali Israeliane intercettano nelle acque internazionali del Mar Mediterraneo la Freedom Flotilla pro Palestina, la quale trasportava merci ed aiuti umanitari, cercando di violare il Blocco di Gaza. Dall’assalto militare in risposta alla possibile violazione del Blocco di Gaza scaturì la morte di nove attivisti, il ferimento di altri sessanta e di dieci militari israeliani. Questo avvenimento racchiuso in poche righe può e deve essere considerato il “punto di non ritorno” delle relazioni diplomatiche tra Israele e Turchia. Se non si conosce la storia non ci si può realmente render conto di ciò che ha significato l’assalto del 31 Maggio 2010. Difatti, la Turchia è stato il primo paese islamico a riconoscere nel 1949 lo Stato d’Israele e l’unico a rimanergli alleato dopo la Rivoluzione islamica d’Iran (la più grande rivoluzione del XX secolo per lo storico De Felice) e la Guerra in Libano del 1982. Ad oggi la scelta di Erdogan è dovuta più a considerazioni di realpolitik che al nuovo fervore islamizzante nella classe dirigente turca. Da parte sua Israele negli ultimi tempi sta cercando di riallacciare i rapporti base con Ankara per non perdere l’ultimo ed importante tassello della “strategia periferica” israeliana, ideata da David Ben Gurion.

In conclusione, finita la breve analisi sui tre punti base della forza di Ankara sul Mediterraneo e nello scacchiere mondiale, resta da chiedersi quanto la cultura avrà ancora la forza di bloccare l’entrata nell’UE della Turchia potenza economica, quali saranno i rapporti con Israele e se quest’ultimo riuscirà a ripercorrere le tracce dei successi diplomatici apparentemente ora troppo lontani dalla sua recente storia. Infine, fin quando la laica e moderata Turchia salvaguarderà gli interessi occidentali e degli Stati Uniti d’America nel mondo islamico, facendogli da apripista in molti conflitti?

Antonio Maria Napoli – AltriPoli