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Il fallimento della Merkel e l’ascesa della Alternative für Deutschland

La politica di accoglienza voluta da Angela Merkel si è dimostrata fallimentare. Non sono più gli analisti a dirlo ma ora anche gli elettori tedeschi.

Nelle ultime tornate elettorali la CDU della Merkel ha subito una flessione lenta ma costante in termini di percentuali di voto. In occasione delle elezioni  regionali a Berlino,  la Cdu ha ottenuto il 17,6%, in calo rispetto alle precedenti consultazioni è di 5,7 punti.  Per i democristiani si tratta del peggior risultato dal dopoguerra ad oggi nelle elezioni della capitale. Cattive notizie anche per i socialdemocratici della Spd, che pur confermandosi primo partito col 21,5% , hanno perso 6,8 punti rispetto alle elezioni del 2011.

La domanda da porsi è che fine abbia fatto questo 11% totale di flessione nei partiti maggiori tedeschi; la risposta risiede nell’esplosione di consensi sempre crescente che sta ottenendo l’AFD, Alternativa per la Germania, il partito di destra euroscettico., fondato nel 2013 da un economista e professore di macroeconomia all’Università di Amburgo.

Cade quindi la grande coalizione Cdu-Spd, che governa il paese dal 2013. I due partiti non hanno più i 75 seggi necessari per governare, mentre l’AFD  con 14,2% al suo debutto nelle elezioni berlinesi e ora è rappresentata nei parlamenti di 10 dei 16 Laender tedeschi.

L’opinione pubblica sta facendo pagare amaramente alla cancelliera Merkel la decisione di aprire le frontiere per risolvere la crisi migratoria nei Balcani. Lo scorso anno sono stati 1,1 milioni i profughi “censiti” in Germania,  provocando nelle popolazione forte disagio per la mancata integrazione. D’altra parte negli ultimi giorni i media tedeschi e internazionali si sono armati contro il neonato AFD e, come tradizione vuole, ci è voluto poco per affibbiargli la targa di partito xenofobo. Addirittura la Süddeutsche Zeitung ha accusato il nuovo deputato tedesco Kay Nerstheimer di omofobia, islamofobia e filonazismo.

La tentazione è quella di credere che si stia cercando di fare con la stampa quello che la politica non è stata in grado di fare: ovvero screditare l’AFD con l’intenzione di affossarne l’ascesa. Senza dubbio le politiche adottate fino ad ora in Europa in tema di sovranità economica e immigrazione si stanno dimostrando sempre più fallimentari e lo dimostra il fatto che i partiti euroscettici, in tutte le nazioni europee, stanno ricevendo consensi sempre più ampi.  Sembra giunta l’ora di fare un passo indietro.

Il Volkswagen Gate

Ricordate il duemilaundici quando da Berlino e Parigi a colpi di spread e comunicati venne fatto cadere il Governo Italiano, con la complicità di  poteri forti interni, che segnò la fine dei governi democraticamente eletti? Oppure, la crisi greca che ha imposto ad Atene sacrifici tanto duri quanto insensati per la maggior parte dei premi Nobel per le scienze economiche? Ecco, ora un terremoto sta per toccare Berlino.

Generalmente si è abituati a sentire che ” Germania è sinonimo di affidabilità “. Eppure, in un quadro granitico si è aperta la frattura della Volkswagen. Qui di seguito i punti per capire la prossima crisi tedesca.

LO SCANDALO EMISSIONI – Per comprendere appieno le tappe dello scandalo Volkswagen bisogna premunirsi innanzitutto della dettagliata relazione di Bloomberg, la quale ricostruisce le tappe dello scandalo, che ha il suo prologo nei primi mesi del 2014. I primi sospetti sorgono a Peter Mock, responsabile per l’Europa dell’International Council on Clean Transportation. L’Icct, organizzazione indipendente che si occupa di trasporti e sostenibilità, condusse test sulle emissioni nocive delle versioni europee di tre automobili diesel: una Volkswagen Jetta e una Passat, oltre che una Bmw X5. Dalle analisi in laboratorio nessuno dei tre modelli risultò fuori norma per quanto riguarda la valutazione degli inquinanti, in particolare degli ossidi di azoto NOx. Le incongruenze riguardarono in realtà le prove su strada. E’ durante esse che i veicoli Volkswagen fornirono prestazioni diverse e decisamente peggiori rispetto a quelle effettuate nei laboratori. La discrepanza fu troppo evidente per passare inosservata, soprattutto per autoveicoli equipaggiati con un motore di ultima generazione come il diesel 2.0 Tdi ad iniezione diretta.
Il ruolo di Mock negli Stati Uniti d’America viene assunto da John German. I modelli automobilistici presentano sempre sensibili differenze tra i due continenti ed è dunque probabile che, a parità di condizioni, le versioni americane sforino i limiti consenti per legge. Per tal ragione, Mock contattatò due istituti: il California Air Resources Board, incaricato di effettuare i test sui rulli, mentre ai tecnici della Università della West Virginia spettarono i controlli su strada. Il tutto è stato svolto grazie al Pems, Portable Emission Measurement SystemIl Pems è una sorta scatola, che si inserisce nel bagagliaio, e rappresenta la tecnologia più sofisticata in circolazione per il controllo e l’omologazione di consumi ed emissioni.

Casualità vuole che la Commissione Europea, del lussemburghese Junker che tanto ostacola Draghi, voglia che questa tecnologia si inserita nei programmi europei a partire dal 2017. Dagli ormai noti risultati si evince che sulle autovetture le emissioni di NOx della Jetta superano i limiti di 15-35 volte, quelle della Passat di 5-20 volte. Nessuno sforamento per la BMW X5.

AFFARE E COMPLICITA’ DI STATO – In questo contesto, il Volkswagen gate sta diventando un caso di Stato che rischia di creare serio imbarazzo anche alla Cancelleria non certo estranea alle vicende della più grande azienda d’Europa. Secondo quanto riportato dal quotidiano Die Welt, lo stesso, avrebbe rivelato di essere in possesso di un documento provante come la cancelleria fosse al corrente del grave problema . Sarebbero stati i Verdi Tedeschi a luglio a presentare un’interrogazione sull’argomento e il ministero dei Trasporti tedesco avrebbe risposto di non essere all’oscuro del fatto che i costruttori di auto alteravano le emissioni con il software poi incriminato. Dal dossier emerge che pure le autorità di Bruxelles erano informate della vicenda.

Ora, quel che insegna il Wolksvagen Gate è che non siamo dinanzi a un errore tecnico o al tentativo colpevole di risparmiare su alcune parti meccaniche, ma davanti a una frode. Nello stesso modo in cui la Grecia ha truccato i conti pubblici per entrare nella zona euro, Volkswagen ha truccato i motori delle sue automobili per apparire meno inquinante e attirare nuovi clienti in un momento in cui l’ecologia influenza le scelte d’acquisto.

E la colpa non risiede nella semplice ricerca del surplus economico. Ma, nell’aver ridotto l’economia ad un semplice ed estenuante viaggio verso la crescita trimestrale. Nell’aver ridotto la percezione dell’affidabilità di una società a un incredibile senso della competizione internazionale per la dominazione del mercato. Ove non è la crescita tecnologica, del benessere di azienda e consumatori a farne una ” buona compagnia “, ma la quantità di autovetture prodotte. D’altronde ” quantità, non è sinonimo di qualità”. E ciò non riguarda solo Volkswagen.

Greekment: l’accordo che porterà alla morte di un paese

 

La bella favola che sembrava stesse vivendo la Grecia in questi giorni è da ieri giunta al suo termine.

Niente scarpette di cristallo o principi azzurri,solo debiti e un accordo kamikaze che sarà impossibile da rispettare.

La Grecia con la vittoria dell’Oxi si era dipinta nell’immaginario comune come l’alternativa all’Europa dell’austerity , “l’Europa delle banche” che tanto è cara ad Angela Merkel , ma che in pochi anni è diventato il cavallo di battaglia contro cui si scagliano nuovi movimenti e partiti, sia a destra che a sinistra.

Il responso del referendum aveva dato vita ad un’euforia generale, un pathos che univa magistrali intellettuali di tutto il mondo fino al più modesto popolo del web , dove impazzava virale una grecità diventata in poche ore mainstream, che ha avuto quasi più proseliti delle immaginette colorate di facebook dopo l’approvazione dei matrimoni gay in tutti gli U.S.A.

Insomma Tsipras aveva un forte appoggio popolare , nonostante le immagini toccanti di anziani che cercavano inutilmente di ritirare la propria pensione e si accasciavano mesti addosso lo sportello, o dichiarazioni incerte di chi non aveva ancora commisurato la propria scelta, dopo il responso era emersa un Grecia in piena crisi economica pronta al collasso, ma che difendeva ancora con orgoglio il proprio paese.

Gli accordi a cui si è giunti a Bruxelles, fra i leader politici dell’Eurozona, non farà che affondare la barca greca ,già da tempo imbarcante acqua.

Il “ ricatto” a cui si è giunti consiste nell’erogazione di 86 miliardi di euro a condizioni folli e durissime; prime fra le quali l’approvazione lampo di nuove riforme richieste da mamma Europa: un’altra garanzia sarà data dalla supervisione dei creditori su un fondo di beni pubblici di 50 miliardi di euro.

Quasi irriverente il commento ad accordo raggiunto del presidente del Consiglio Ue, Donald Tusk, che ha affermato: “Abbiamo raggiunto un Greekment, lo abbiamo fatto a condizioni molto severe, ma la decisione dà alla Grecia la possibilità di rimettersi in carreggiata ed evita le conseguenze economiche negative che un fallimento dei negoziati avrebbe comportato. Un accordo che consente di ripristinare la fiducia tra Atene i partner dell’Eurozona”.

Come se fosse la sua fiducia a rimpinguare le tasche dei cittadini greci,come se fosse la sua fiducia ad evitare di svendere una casa al centro di Atene a 9000 euro.

Dopo il “Greekment” nuovamente la massa virtuale si è scatenata a suon di ashtag: il più diffuso “ThisisaCoup” ( “questo è un colpo di stato”) , riferito alla spietatezza delle condizioni imposte dai creditori e accettate dalla Grecia, è stato adottato anche da autorevoli voci in campo politico ed economico.

Fra questi, ad esprimere un forte e indignato dissenso il Nobel per l’Economia,Paul Krugman che sottolinea come l’accettazione di questo compromesso porti alla completa erosione della sovranità nazionale, e alla servile sottomissione alle richieste feroci dei creditori ma soprattutto alla consumazione personale della vendetta Merkeliana.

Nel frattempo Syriza si spacca e il leader perde ogni secondo che passa fiducia,da parte dei compagni di partito ma in particolare da parte di quel popolo che aveva riposto nella sua figura tutta la speranza che li sosteneva per andare avanti.

Il quadro Europeo non è mai stato così limpido e cristallino: la Germania traina l’Eurogruppo e chi si oppone al suo cammino verrà calpestato, l’Europa tace o ha la voce flebile di Michel Sapin (ministro francese), e la Grecia si consuma, tra il fuoco appiccato dai creditori e quello stesso che stanno per scatenare gli anarchici e i neo-nazisti di Alba Dorata che Tsipras pensava di poter controllare.

Arianna Pepponi