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Il ritorno della Swedish House Mafia

La scorsa notte a sorpresa ha fatto ritorno a sorpresa la Swedish House Mafia durante l’Ultra Festival di Miami.

IT WAS TIME

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Il ritorno della Swedish House Mafia, gruppo simbolo del genere musicale EDM, era nell’aria da lungo tempo. Già nel 2016 Axwell aveva mostrato la sua disponibilità a ricostituire il gruppo. Miami per settimane è stata al centro di un’azione di street marketing che ha visto le strade della città simbolo della Florida riempirsi di stencil con il logo del trio svedese. Il gruppo di dj è composto da Axwell, Sebastian Ingrosso e Steve Angello.

La scelta dell’Ultra Festival non è stata casuale. Fu il 23 giugno 2012 quando il gruppo annunciò il proprio scioglimento, con un comunicato sul loro sito ufficiale che sarebbe avvenuto nel 2013 giunto al termine l’ultimo tour chiamato One Last Tour. Tour entrato nella storia della musica elettronica con 50 concerti in 26 Paesi che riuscì a vendere più di un milione di biglietti in una sola settimana.

Si sciolsero in occasione dell’ultima giornata dell’Ultra Music Festival, il 24 marzo 2013. Per tornare ad esibirsi hanno scelto il giorno successivo del calendario, ossia il 25 marzo 2018.

Un ritorno di cui l’EDM aveva un disperato bisogno, proprio quando sembrava esser destinata al tramonto.

Buon Compleanno America

Miami, Florida. Pochi rintocchi d’orologio dalla chiusura dei festeggiamenti del 4 Luglio, spettacolari fireworks a far da padrone sui cieli notturni statunitensi, dalle volte celesti delle grandi metropoli illuminate a giorno ai remoti angoli di cielo del Midwest. Un giorno colorato di stelle e strisce in tutte le forme, dalla mamma che prepara cupcakes a tema, alle National flags usate come telo da picnic a Central Park, ai grappoli di palloncini blu-rosso-bianchi liberati in volo libero lungo gli skylines delle spiagge californiane.

Un’America che nonostante le critiche all’azione inefficace del governo rieletto lo scorso 6 Novembre nel combattere la crisi del debito, gli scontri politici tra Repubblicani conservatori in crociata contro un dispendioso investimento dei fondi pubblici finalizzati al sociale (il temutissimo ObamaCare) e democratici nettamente meno convinti che la politica di tutela ambientale e dello sviluppo del mercato del lavoro porterà inevitabilmente alla distorsione del mercato e all’erosione del settore privato, festeggia all’unisono i suoi 337 anni. Bianchi, neri, ispanici, figli del benessere ed emigranti in cerca di fortuna nella terra delle possibilità. Questa forse la grandezza di questa terra multi-etnica, la capacita’ di assorbire al suo interno un contesto socio culturale cosi incredibilmente variegato e distribuire i diversi assets umani su una scala di efficienza in grado di accontentare, seppure in misura diversa, tutti gli elementi del grande puzzle di democrazia.

Un quadro perfetto, se non fosse per qualche ingranaggio arrugginito del sistema, primo fra tutti quello del controllo doganale degli aeroporti USA (e’ fisiologico, dopotutto, un dato anagrafico non aggiornato o un caso di omonimia in un quando i soli Citizens schedati nel sistema centrale – escludendo quindi i residenti a vario titolo – superano la quota dei 313 milioni).

Caso sfortunato ha voluto che un errore di lettura digitale del mio documento in dogana, rientrando nella metropoli piu’ latina degli States dopo un breve soggiorno nella mia Roma, mi presentasse al cospetto dell’insensata dimensione del dipartimento di controllo immigrazione, alias una piccola aula bunker costantemente affollata da decine di passeggeri (seduti, se fortunati) ignari che luoghi di origine poco graditi (Cuba, Haiti) o bolli autorizzati dai consolati di provenienza offrano lavoro a schiere di officers aeroportuali e siano motivo di attese interminabili.

Iniziando ad interrogarmi sul quando e se del mio turno (in uno spazio senza luce solare e divieto di uso del proprio telefono personale, mentre le lancette avanzano a ritmi biblici) osservare il modus operandi di uomini e donne di taglia massiccia in divisa e sguardo da Terminator si e’ rivelato essere una conquista personale sul piano dell’analisi sociologica. Dai “criteri di priorità”, impiegati nella distribuzione dei passaporti agli addetti ai controlli, alla “interview” conclusiva una volta accertato l’errore nei confronti di un cittadino del mondo che ha regolarmente adempiuto alle rigide regole di ambasciata, la netta disparità tra pelle bianca e nera domina ingiustamente. In quell’ambiente severo, fatto di sguardi gelidi e silenzi verso chi domanda le tempistiche del controllo, le scuse conclusive per “inconveniente” verificatosi non arrivano a tutti, in particolar modo quando il paese natale risulta al di sotto la linea dell’Equatore.

Esco finalmente di li dopo qualche ora, passaporto e visto nuovamente nelle mie mani, libera ma profondamente colpita da questo manifesto di ostilita’ verso “l’ospite autorizzato” sul suolo Americano. E mentre fisso una serie di bandierine patriottiche che colorano l’ hub aeroportuale in vista della grande festa dell’Indipendenza, ripenso ad una delle massime del Fu Presidente Franklin D. Roosevelt: “The winds that blow through the wide sky in these mounts, the winds that sweep from Canada to Mexico, from the Pacific to the Atlantic – have always blown on free men”. Prima di tutto, la liberta’. Perche’ essa possa dirsi una condizione permanente dovrebbero, tra i tanti, essere disincentivati e non promossi i toni di sospetto verso i malcapitati sorteggiato dalla sorte doganale. Buon compleanno America.

Beatrice Pacifici – AltriPoli

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 Rebecca Anastagi