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12 Anni Schiavo: le due facce della medaglia

Il margine di errore che un regista ha nel realizzare un film come 12 Anni Schiavo è molto stretto. La retorica, il melodramma, il cinismo, sono tutte derive -anche contrastanti fra loro- che si trovano dietro ogni angolo di una storia così tragica e con così tante implicazioni. Per chi si fosse perso qualche puntata la pellicola parla di Solomon Northup, un violinista afroamericano che con l’inganno viene imprigionato e deportato nei campi del sud schiavista dove resterà per più di dieci anni nonostante il suo status legalmente certificato di uomo libero.

Come dicevo, trovare un equilibrio drammatico quando si tratta di temi così sensibili è difficile, e seppure nel complesso il compromesso trovato da McQueen risulta accettabile, gli scivoloni sono tanti e tali che faccio fatica a innalzarlo ad uno status di eccellenza assoluta.

Il film si divide piuttosto nettamente in due parti: la prima, più incalzante e cruda, insistentemente e inappropriatamente commentata da una colonna sonora di Hans Zimmer che evidentemente non aveva capito che il film non prevedeva sparatorie ed esplosioni, racconta dell’imprigionamento di Solomon e del traumatico primo impatto con la sua nuova vita. É in questa prima metà che sono apprezzabili i tratti del film che mi hanno più respinto. Un po’, immagino, per uno spirito provocatore che l’ha sempre contraddistinto, un po’ per l’encomiabile volontà di non ricadere in territorio ronhowardiano, McQueen “mette le mani addosso” allo spettatore piuttosto bruscamente: la già menzionata colonna sonora rincara la dose di tutta una serie di scene di violenza fisica e psicologica che se possono probabilmente essere difese come realistiche, risultano comunque di un sensazionalismo spicciolo che fa il paio con la sottotrama che coinvolge i personaggi di Paul Dano e Benedict Cumberbatch. Trattasi fondamentalmente di un’introduzione al filone principale dell’intreccio che ci presenta un paio di personaggi stereotipati e una situazione prevedibile, aggiungendo poco al punto del film e risultando particolarmente sgradevole per l’aggiunta dose di sensazionalismo e glamour dovuta ad un casting frivolo.

Decidere chi recita cosa è una presa di posizione molto importante nell’economia di un film, e assegnare una mezza dozzina di parti minori a volti notissimi è una scelta che, per come la vedo io, semplicemente non può funzionare in un film che della crudezza e assenza di filtri fa una bandiera. Possiamo discutere quanto vogliamo del fatto che l’attore sia un mero burattino alla mercè del regista, ma è innegabile che assegnare a Brad Pitt o a Paul Giamatti dei ruoli da dieci battute che sarebbero stati perfettamente assolti da due caratteristi qualsiasi porta lo spettatore a pensare “guarda chi c’è” invece che concentrarsi sul film, e se posso capire che un film in cui compaiono volti noti è molto più in grado di attrarre finanziamenti, mi si faccia almeno il piacere di chiamare le cose col loro nome e dire che si è trattato di una mossa pubblicitaria e non di un “cast stellare”.

La seconda metà del film, ambientata nella piantagione del nuovo padrone di Solomon, interpretato da un ottimo Michael Fassbender, presenta una situazione più stabile in cui viene dato modo ai personaggi di respirare e lasciare una vera traccia sulla tela del film. Forse anche grazie agli eccessi della prima sezione il lento digradare della pellicola verso un tono più sentimentale e pacato non viene recepito come un rientro nei ranghi quanto piuttosto come uno specchio del progressivo morire della speranza e della determinazione in Solomon, e in questo senso il ritmo della narrazione risulta particolarmente azzeccato anche al lordo della metà iniziale le cui brutture abbiamo già discusso.

Questo non vuol dire che il film si ammorbidisca completamente, e anzi, la scena in assoluto più brutale ha luogo verso la fine. In generale il personaggio di Patsie è di gran lunga il più amaro e destabilizzante dell’intera vicenda, e l’Oscar che ha fruttato alla sua interprete è stato pienamente meritato.

Se nella prima parte del film l’accento è posto sulle situazioni in cui viene messo e sulla crudeltà dei bianchi con cui interagisce, nella seconda è l’esperienza stessa di Solomon ad essere messa a fuoco, e per quanto il risultato siano una narrazione e una drammaticità molto più classiche, è pur vero che la validità del McQueen analista e provocateur resta per quanto mi riguarda piuttosto dubbia, e non posso che preferire i momenti in cui il regista si lascia prendere per mano dallo sceneggiatore.

Nel complesso 12 Anni Schiavo è un film che bilancia abbastanza bene ambizione e classicità e in quanto tale non sorprende il suo successo agli Academy Awards. Non credo che ci troviamo davanti ad una pietra miliare o nulla del genere, ma il film è interessante e coinvolgente abbastanza da poterlo consigliare ad uno spettatore generico.