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Milano Fashion Week: il meglio della settimana

Ho visto un ragazzo in pigiama a quadri, cappotto e occhiali da sole nonostante la pioggia. Era fermo al semaforo aspettando che qualcuno lo fotografasse: ho capito che era iniziata la settimana della moda. D’altra parte non puoi ignorarla se vivi a Milano: impossibile prenotare un ristorante, impossibile chiamare un taxi, impossibile, se non sei vestito da soggetto, entrare in un qualunque locale. Agli addetti ai lavori non dispiace, anzi: si scoraggiano gli avventurieri che ,quest’anno, a causa anche della pioggia e del gelo, hanno dovuto scegliere se strappare la solita foto fuori dalle passerelle per i loro look stravaganti o prendere la polmonite. Anche la caccia al vip è stata più difficile: location spettacolari ma fuori da ogni linea di metro. Se volete sapere cosa è successo però, ecco il meglio della Milano Fashion Week giorno per giorno:

GIORNO 1 – Ferragni a confronto

Grande assente Chiara Ferragni, a Los Angeles per prepararsi al parto imminente, ma anche la più potente delle influencer può essere sostituita. Da chi? Dalla sorella Valentina. Stesso cognome, stessi capelli biondi, stesso posto in prima fila: ha colto l’occasione per uscire dall’ombra. Riprende le sfilate con lo smartphone, cambia outfit alla velocità della luce tra un appuntamento e l’altro e posa davanti ai fotografi con lo stesso piglio sicuro di Chiara. A suo favore: espressione meno snob e qualche chilo in più della sorella che la fa risultare più simpatica.

Valentina Ferragni

GIORNO 2 –  La sfilata in sala operatoria di Gucci

La passerella di Gucci si è trasformata in una sala operatoria. I colori sono quelli asettici dell’ospedale con le pareti in pvc (sterilizzate) e le sedie che sembrano quelle delle sale d’aspetto del Pronto Soccorso. I modelli e le modelle reggono tra le mani la propria testa (finta) o piccoli rettili. Inquietante.

La sfilata di Gucci

GIORNO 3 – Anok Yai 23 anni dopo Naomi

Ha postato una foto su Instagram ed è diventata una top model nel giro di poche ore: è la storia di Anok Yai. Di origini sudanesi, grazie agli scatti pubblicati da un fotografo sui social durante un raduno studentesco è stata notata dal mondo della moda. A Milano, Anok Yai ha fatto da opening per Prada: per la maison è la prima volta che una modella nera inaugura la passerella dal 1997, quando lo fece per prima Naomi Campbell. L’azienda ha anche collaborato con Giphy e con Instagram realizzando degli sticker da usare sul social network – rappresentano le famose scarpe della collezione primavera/estate 2010, o le banane dell’estate 2011 – e scelto come influencer Lilmiquela, una modella virtuale che non esiste nella realtà ma soltanto su Instagram, dove ha più di 600mila followers: è stata la prima a poter giocare con gli sticker e ha pubblicato video e storie della sfilata.

Anok Yai da Prada

GIORNO 4 – Top model (con cane) da Tod’s

Nella quarta giornata di sfilate sono scesi in passerella per Tod’s, accanto alle modelle, anche dei cuccoli di cane: bulldog francesi, Akita-inu, Chihuahua e Cavalier King. Ad aprire la sfilata Gigi Hadid insieme a un piccolo bulldog francese. C’era anche la sorella Bella Hadid: è stata l’unica a sfilare senza un cucciolo.

Gigi Hadid da Tod’s

 

GIORNO 6 – L’Armadio di Anna dello Russo all’asta

Direttrice di Vogue Japan, influencer prima delle influencer e star dei social: Anna dello Russo ha messo in vendita il suo armadio. Tutti i proventi dalle vendite saranno destinati a finanziare borse di studio per giovani talenti della moda, offrendo loro la possibilità di studiare alla Central Saint Martins di Londra. Trenta dei suoi look iconici sono stati battuti all’asta da Christie’s mentre il 25 febbraio mattina su Net à Porter appariranno in catalogo 150 pezzi donati da Anna. I prezzi? A partire da 50 euro. C’è un Gucci di Tom Ford, Moschino, e poi ancora Gaultier, Versace, Cavalli e Prada. Un abito di Dolce & Gabbana, suoi cari amici, e il look sfoggiato all’ultima sfilata di Alexander McQueen. Tanto lei li ha indossati una sola volta…

CHIUSURA – Tommynow

La chiusura della Milano Fashion Week è affidata a Tommy Hilfiger che porta a Milano il suo format Tommynow: in piazza Carlo Magno oltre 2 mila persone tra cantanti, stelle del cinema e influencer. Come di consueto, il brand ha adottato la filosofia see now, buy now: i fan possono acquistare tutti i capi e gli accessori visti in passerella a partire dall’inizio dello spettacolo. Sotto i riflettori all’evento la capsule realizzata con Gigi Hadid, ultimo capitolo del sodalizio con la super-influencer.

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Palme e fenicotteri a Milano

È il tormentone del momento: Philippe Daverio le ha definite le Palme della discordia e son servite a poco le sue narrazioni storiche, che illustrano come in realtà l’accusa di “Arabizzazione” di Milano sia infondata, dato che l’albero che per i prossimi 3 anni arrederà Piazza Duomo provenga in realtà dalla Cina. E nemmeno la palma in bronzo, simbolo di “sapienza e rigenerazione”, custodita nella cripta della chiesa del San Sepolcro, voluta dal cardinal Carlo Borromeo nel 1600 e che nelle mappe del Codice Atlantico Leonardo individua “il vero mezzo” di Milano, è bastata a spegnere le polemiche. L’hashtag #palme è entrato nelle tendenze di twitter, scatenando le ironie del pubblico che ha notato una strana coincidenza fra l’arrivo della specie in città e delle inedite giornate di sole, insolite nel grigiore di Milano. “Benvenuti a Los Milangeles” è stato il commento degli influencer del web Chiara Ferragni e Fedez. E l’arrivo dei banani in Piazza non ha migliorato la situazione.

Il progetto nasce dalla matita di Marco Bay, architetto Milanese, che ha partecipato al concorso lanciato dal Comune per l’allestimento di un’area verde all’interno della Piazza. E ben poco c’entra Starbucks, che si è strategicamente occupato della sponsorizzazione del giardino, in previsione della prossima apertura della prima sede in Piazza Cordusio, in collaborazione con una garanzia della ristorazione Milanese: Pinci.

Milano, Piazza Duomo

Il Vicepresidente del Municipio, Elena Grandi, ha dichiarato: «L’aiuola di piazza del Duomo è da sempre una sorta di allestimento temporaneo che, grazie agli sponsor, ogni tre anni si trasforma e si rinnova. Le nuove aiuole con palme, banani e ibiscus, potrebbero sembrare un progetto ardito ma non del tutto incoerente con la tradizione milanese. Infine lo sponsor garantirà una manutenzione impeccabile, cosa non semplice in un’aiuola che, a causa dei sottoservizi presenti, è dotata di uno strato molto sottile di terra. Per questo non sarà mai possibile mettere a dimora alberi destinati a crescere e a rimanere in loco in maniera definitiva».

Ed in effetti la specie della palma, non è del tutto insolita per Milano, anche se certamente i 131 esemplari presenti oggi in città non la rendono la specie arborea nella quale sia più facile imbattersi, così come qualche fenicottero nei giardini di Villa Invernizzi non ne fanno l’animale più diffuso nella metropoli. L’architetto Vittorio Gregotti, ha bocciato il progetto, evidenziando come banani, palme o qualsiasi essenza arborea, non possano in alcun modo armonizzarsi all’interno della piazza Ottocentesca.

Sarà anche per colpa della Fashion Week, dell’imminente Miart o forse del Salone del Mobile, ma Milano non è mai stato tanto interessante agli occhi di turisti e Piazza Duomo tanto fotografata dai suoi cittadini.

Il dibattito si è acceso e, probabilmente non appena I Milanesi si saranno abituati alla vista delle foglie pungenti delle palme, sarà già giunto il tempo di rimuoverle.

La Milano Fashion Week per outsider

Premessa: il mondo della moda ha i suoi linguaggi e le sue regole spesso inaccessibili e in gran parte incomprensibili a chi ne è al di fuori.

Esempio: Avevo un paio di pantaloni a righe bianche e nere. Per il tipo con lo shatush bianco e viola e il cappello fez (quello di Aladdin) e per il suo amico con le scarpe con zip seduti accanto a me in treno, erano gli stessi indossati da Kendall Jenner nella pubblicità di H&M per Balmain. Per il controllore quei pantaloni dovevano essere il segno che tifavo Juventus.

 

Dopo New York e Londra, ora tocca alla Milano Fashion Week. In 7 giorni saranno concentrate 73 sfilate, 98 presentazioni, 16 presentazioni fashion Hub Market, 9 presentazioni su appuntamento e 19 eventi, per un totale di 184 collezioni che attireranno in città migliaia di persone da ogni parte del mondo. C’era persino Matteo Renzi, il cui curriculum modaiolo vanta una canotta a maniche lunghe, pantaloni troppo corti e giubbotti di pelle alla Grease. Al pranzo inaugurale della settimana della moda era seduto accanto a Anne Wintour. Cosa si saranno detti (e in che lingua) rimane un mistero. Tra i commensali c’erano anche Giorgio Armani, Donatella Versace, Diego Della Valle, Tomaso Trussardi, Lavinia Biagiotti, Donatella Versace, Lapo Elkann e Franca Sozzani. L’evento si è svolto a Palazzo Reale e ovviamente era blindatissimo.

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Matteo Renzi tra Anne Wintour e Franca Sozzani

È questo il concetto chiave: nella settimana della moda c’è una netta separazione tra chi entra dentro e chi rimane fuori. L’abbigliamento è la prima scriminante per capire se “sei qualcuno”. Di fronte all’ingresso del palazzo dove stava per tenersi la sfilata di Luisa Beccaria, l’uscere inerme cercava di capire chi far passare e chi no, destreggiandosi tra le decine di persone che vantavano un invito vero o presunto. In suo aiuto è giunta un’addetta stampa che gli ha detto all’orecchio la formula magica: “Quelli vestiti normali sono giornalisti e devono essere in lista, quelli vestiti in modo assurdo falli passare”. Ecco quindi che a un tipo con cappotto bordato di pelliccia stile Hatefull Eight seguito da tre appariscenti donne orientali in abito lungo, occhiali da sole fiorati e vistosi gioielli, basta dire: “Ho portato le girls!” per aprire le folle come Mosè.

Esistono due tipi di inviti: “standing” o con posto assegnato. A loro spetta la priorità di accesso. È il gotha della moda, si conoscono e riconoscono tra di loro, per questo all’ingresso basta un “ciao caro”. Anche tra questi però ci sono differenze: it girl, personalità e celebrità occupano il front row e il successo di uno stilista si misura da chi siede in prima fila, non meno che dalla sua collezione. Eccentrici o elegantissimi, spesso indossano le creazioni del designer al cui show prendono parte. Ma se ad Anna Dello Russo o a Chiara Ferragni nessuno si sognerebbe neanche di chiederlo l’invito, non tutti riconoscerebbero immediatamente l’attrice cinese Zhang Yuqi o l’attrice e conduttrice taiwanese Dee Hsu. Ecco quindi che torna utile il consiglio dato all’uscere di cui sopra.

Zhang Yuqi
Zhang Yuqi da Gucci

Parlando di celebrità, per ora si sono visti, tra gli altri, Natasha Poli e Bianca Brandolini D’Adda da Cavalli, Elizabeth Olsen da Gucci. Emma era da Francesco Scognamiglio. Belén Rodriguez ha sfilato per Fausto Puglisi e poi è stata paparazzata a una cena con Fedez. Hopper e Dylan (rampolli della dinastia Sean Penn – Robin Wright) erano al party di Fay.

Anna Dello Russo e Belen Rodriguez da Fausto Puglisi
Anna Dello Russo e Belen Rodriguez da Fausto Puglisi

L’invito è condizione necessaria per accedere agli show, ma fuori dalle location si assiste a una passerella non meno variegata. In decine e da tutte le parti del mondo, le aspiranti blogger, fashioniste e modelle domani, si presentano davanti a ogni sfilata. Sfoggiano look altamente modaioli o iper eccentrici e, fingendo noncuranza, si fermano in pose plastiche sperando di attirare l’attenzione dei fotografi e finire in qualche gallery sullo street style. Per suscitare interesse le più attrezzate si portano dietro un fotografo. Di solito gli altri seguono a ruota.

Fuori dalla sfilata di Fendi
Fuori dalla sfilata di Fendi

Ciabatte di pelo con i calzini, tutù fosforescenti, gorgiere ottocentesche, stampe manga: infinita la varietà degli outfit completati da due immancabili accessori: cover del’I-phone e occhiali da sole. Tra le più paparazzate una ragazza orientale con scarpe da ginnastica verde acido, mini abito verde acido con le super chicche stampate sopra, cellulare e occhiali da sole verde acido, ovviamente niente calze.

È una vera e propria Milano Fashion Week parallela, con le sue modelle, i suoi giornalisti e il suo pubblico che, anche qui, può essere più o meno clemente ed è sempre armato di telefono. Comunque le foto vengono postate sui social, che sia con l’hashtag “MFW streetstyle” o con l’hashtag “guarda sti scemi”. Un po’ come i pantaloni della Juventus.

La sottile linea rossa tra ‘moda’ e ‘immondizia’

Un confine sottile da attraversare: con le babbucce da notte ad una serata di gala. Un limite labile che sempre più spesso sfocia nel derisibile quando  indossando degli accessori kitsch griffatissimi, più che completati si passa per addobbati, da una bambina delle elementari che vi odia per giunta. Una “sottile linea” che bisogna saper riconoscere prima che sia troppo tardi. La sottile linea rossa è un termine giornalistico che è stato coniato proprio il 25 ottobre di 160 anni fa, quando durante la battaglia di Balaklava un reggimento di fucilieri scozzesi con le loro tipiche gonnelle (che oggi al Pitti indossano anche i metrosessuali non scozzesi) e le raggianti giubbe rosse ( riprese e strariperese negli anni passati dalle tendenze Army style ) si disposero in una lunghissima e sottile linea per respingere una carica di cavalleria russa, era l’ultima linea che li separava dall’inevitabile fine. Ecco oggi le sorti della Moda vertono nella stessa pericolosa situazione. Oggi la moda combatte sulla stessa sottilissima linea, e spesso è in grado di difendersi a malapena dalle accuse che la apostrofano come l’immondizia ridicola della postmodernità. In equilibrio su questa linea come eterni funamboli stars e vips, che solo perché abbastanza belli, famosi e strapagati, vengono graziati (quando non esagerano) dai rotocalchi che li definiscono stravaganti ed estrosi. Cappelli con i Pon-Pon, gonne da uomo,, zainetti di peluche, calze scozzesi da anziano nostalgico e calzoni corti da boy-scout, copri iphone con paittes e pendenti effetto catalorefrangente autostradale, poncho bislacchi, blazer fantasia copri-divano anni ’70, ciabatte con le calze di spugna e occhiali vintage a profusione: provate a vestirvici voi nello stesso modo e ditemi se vi accompagnereste a prendere un caffè in un posto che non sia Brooklyn senza dire che è perché avete perso una scommessa.

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Nelle scorse settimane, sono usciti parecchi articoli esilaranti sulle varie Fashion weeks, tra quali annovererei principalmente : “Mi sono vestita come un’idiota per vedere in quanti mi avrebbero fotografata alla London Fashion Week” per Vice.com e ” Milano Fashion week: Le domande non hanno senso ma gli stylist  rispondono convintissimi”  prosa del video diffuso sul sito di Radiodjay.it. Il primo descriveva per filo e per segno come una giovane giornalista londinese abbia frugato nell’immondizia e investito 15  euro per creare gli oufits che per tutta la settimana hanno stregato gli obiettivi delle reflex dei fashion bloggers; ci sono cascati con tutte le Vans quando lei millantava stracci trovati accanto ai secchi della differenziata per capi vintage di lusso. Il secondo invece, vede come protagonisti individui che sembrano usciti da un video degli LMFO e che, intervistati fuori dalle sfilate annuiscono compiaciuti quando gli viene domandato se indosserebbero i cappelli dello stilista Qaboos bin Said ( il sultano dell’Oman) o sfoggiano perentori commenti di repertorio sulle collezioni di Carrom ( un gioco da Tavolo); Insomma roba così.  E’ stato a quel punto,  con i ricordi raccapriccianti della VogueFashionNightOut di Roma ancora nitidi nella mia mente, che mettendo a palla Thrift Shop di Macklemore su iTunes, mi sono andato a spizzare un paio di blog che hanno esibito e recensito i look sfoggiati alle varie fashion weeks e ho iniziato a rimuginare su questo: “Ma come è arrivata la moda a farci vestire come se fossimo degli ubriachi usciti da un mercato delle pulci con l’unico desiderio di farci perculare ? ”

La risposta ponderata a parer mio deriva dalle contaminazioni ( poi diventate ossessioni e travisamenti)  sempre più invasive dello Street style rispetto ai gusti degli stilisti e degli stylist.  Un circolo vizioso o virtuoso che nasce quando una FashionBlogger di discreta fama abbina qualcosa di estroso (possibilmente molto costoso per guadagnare credibilità)  con qualche trashata vintage che magari ha indossato per pura pigrizia (tanto è praticamente una modella mancata quindi gli sta bene tutto) e si fotografa a spasso per la strada, magari mentre fa finta di fermare un taxi. A quel punto, quelle che sono state generalmente etichettate come “sedicenti fashion blogger che si vestono come contadine ucraine” la prendono sul serio e la emulano alla meno peggio con risultati più o meno disastrosi. Mediaticamente la cosa prende piede, e le collezioni proposte in seguito peggiorano, aggiustando il tiro sui gusti delle masse sempre malleabili come l’argilla fresca. La cosa si fa grave quando il fenomeno di FashionBlogger abbraccia anche il sesso maschile. Li la sottile linea rossa viene calpestata avanti e indietro con una nonchalance imbarazzante: Homer Simpson che salta dall’America all’Australia davanti all’Ambasciata. E dire che è stato proprio un uomo, prima della Ferragni e compari a dare un significato e un senso allo StreetStyle; il fondatore di THESARTORIALIST.com, uno dei primi blog che bazzicavo parecchio quando volevo scoprire le mode di domani, mettendomi al sicuro dal mainstream almeno per un po’. E’ infatti Schoot Schuman nel 2005 ad unire la sua passione per la moda e per la fotografia così originalmente da riuscire ad influenzare il mondo della moda, oltre a creare uno blog tra i più seguiti che fungerà da ispirazione per tutti gli altri a seguire. Andando in giro per Manhattan, Londra, Parigi, Milano, fotografava studenti e passanti per strada, tutti coloro  che indossassero qualcosa di interessante, ben abbinato, non banale e piacevole. E’ per essere fotografati da celebrità come lui, che se ci si affaccia fuori dal Pitti o fuori dalle sfilate di una qualsiasi FashionWeek,  troviamo decine di persone vestite da sfilata intente a fare finta di leggere email importanti sui loro blackberry; cercano lo scatto che li immortali come “coolpeople“. La regressione delle tendenze, a mio parere, ha portato anche santoni del panorama della moda come il buon vecchio Scott  non saper più distinguere lucidamente cosa è realmente fruibile e passabile per moda, e quali sono scatti fotografici NoSense a persone che sembrano essere uscite per strada dopo una brutta sbronza indossando i primi vestiti che gli hanno prestato. Un punto di non ritorno, e chi prende spunto peggiora lo stato delle cose. Questo NoSense si traduce nell’immondizia che viene innalzata a  tendenza  su Instagram e consacrata in moda nelle vetrine di grandi e piccole firme. La stessa che poi si confonde tranquillamente con l’immondizia che la pungente inviata di Vice ha riciclato, e che è stata  immortalata dai FashionBlogger meno esperti, confusa come incubatrice di una nuova tendenza in ascesa  a metà tra lo spaziale e il naïf. Non è carino pensare che la moda sia l’ignoranza 2.0 e debba raschiare l’antiestetico fondo del barile. E poi insomma io non vorrei ritrovarmi a dover rovistare per una settimana nell’immondizia per essere trAndy, la parola peggiore che conosco dopo apericena, e voi?

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Schoot Schuman