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Rigenerazione urbana e beni comuni – SIBEC a Milano

“Rigenerazione urbana e beni comuni” è un workshop di due giorni organizzato da SIBEC – Scuola Italiana Beni Comuni che si terrà il 14 e il 15 giugno 2018 presso il Politecnico di Milano, entrambi i giorni dalle 9:00 alle 19:00.

SIBEC è dedicata a tutti coloro che sono interessati alla gestione sostenibile e condivisa dei beni comuni.

Gli obiettivi della scuola:
• Analizzare gli elementi teorici e definitori dei beni comuni e dell’amministrazione condivisa;
•Studiare casi studio e buone prassi di gestione di beni comuni locali;
•Visitare realtà sul campo;
• Proporre strumenti concreti, condividere soluzioni efficaci e replicabili sui territori locali, disegnare insieme nuovi scenari di sviluppo.

Il programma

Giovedì 14 Giugno dalle 9.30 alle 18.00 presso il Politecnico di Milano

Beni Comuni e principi dell’amministrazione condivisa – Fabio Giglioni (Labsus)

Potenzialità imprenditoriali dei Beni Comuni – Gianluca Salvatori (Euricse)

Venerdì 15 Giugno dalle 9.00 alle 17.30

I beni comuni in pratica – Gabriele Pasqui (Politecnico di Milano)

Visita sul campo: Mercato Lorenteggio con Francesca Santaniello (InPatto Locale) in collaborazione con Dynamoscopio

I docenti

Fabio Giglioni è professore di Diritto Amministrativo dell’Università La Sapienza, è tra i fondatori di Labsus, di cui, oltre ad essere caporedattore della sezione diritto, è stato anche vicepresidente negli ultimi 4 anni. Si occupa di amministrazione condivisa da tempo, è uno dei più autorevoli esperti in tema di regolamento per l’amministrazione condivisa e di applicazione dei patti di collaborazione, di cui segue l’evoluzione giurisprudenziale.
Gianluca Salvatori è amministratore delegato di Euricse dal 2009. Esperto del sistema delle cooperative, negli ultimi venti anni ha operato nel campo dell’innovazione sociale da diversi fronti e con vari approcci, accumulando una discreta esperienza pratica e teorica.
Gabriele Pasqui è Direttore del Dipartimento di Architettura e Studi Urbani del Politecnico di Milano, Professore Ordinario nell’area disciplinare di Tecnica e Pianificazione Urbanistica, si occupa da sempre di urbanistica e sostenibilità sociale, temi di cui ha scritto in numerosi libri e articoli.
Francesca Santaniello è specializzata in politiche urbane, ha lavorato nel campo della ricerca e della consulenza strategica in progetti di rigenerazione di territori fragili, con attenzione ai temi dell’abitare e del coinvolgimento di soggetti di natura diversa. Ha esperienze sul territorio sia in Italia che negli USA ed è fondatrice di InPatto Locale, una giovane impresa che promuove un approccio inedito e sperimentale alla progettazione del territorio.

Termine per le iscrizioni: 8 giugno.
Tutte le informazioni su costo, modalità e facilitazioni su: http://sibec.eu/milano/

AllDaYeZers – Alla scoperta di Yezers

Questa settimana Mila no avrà la possibilità di andare a conoscere “Yezers – la Startup di Due Generazioni”! Per molti l’incontro con dei giovani ragazzi potrebbe essere una scoperta.

Yezers è la prima startup (al mondo, dicono i fondatori) che entra in politica. Mette insieme due generazioni, la Y e la Z (cioè Millennial e diciottenni) per avvicinarli alla res publica e dar loro voce. E in effetti è composta da persone con un’età media che va dai 23 ai 26 anni.

Una realtà che segue in parte i precedenti italiani di attivazione e partecipazione della cittadinanza dal basso, ma con la forte attenzione alla competenza dei suoi membri e alla creazione di policy universali e accademicamente valide. Un progetto teso a richiamare le generazioni cancellate, dalla burocrazia e politica europea e italiana, al suo ruolo di protagonista del dibattito e dei mutamenti.

Per questo sabato 19 maggio, dalle 9.00 alle 18.00 presso il Starhotels Business Palace di Milano si metterà in gioco l’intera squadra di Yezers un dinamico progetto italiano, nato dall’idea di cambiamento attivo della società. Un cambiamento consapevole e figlio di una rinnovata partecipazione giovanile alla vita pubblica e agli ambiti decisionali.

Nel corso della giornata verranno presentati i risulta dei Team di Ricerca. Durante la giornata verranno presentati ospiti appartenenti a istituzioni, think tank e delle Generazioni Y e Z.

Da anni, le future Generazioni sono scomparse dal dibattito pubblico. A “Yezers – la Startup di Due Generazioni”, vogliamo impegnarci per riportare gli Y e gli Z al centro della politica.

A.Profiles al Salone Satellite

Cinque giovani architetti in mostra al Salone Satellite, l’evento dedicato ai giovani under 35, che accompagna il Salone Del Mobile di Milano, in partenza il prossimo 17 aprile.

In mostra al Salone Satellite 2018, troveremo la linea di living room furniture ideata da A.Profiles, il cui concept è il recupero dei profilati metallici provenienti da strutture dismesse e applicati al design, accostati a materiali di pregio come l’ottone, la noce nazionale e tessuti con elevati livelli di resistenza all’usura. Il risultato è una linea di prodotti dal forte rigore geometrico, con un attento accostamento di materiali. Tutti i prodotti realizzati dal Team testimoniano come la ricerca tecnica e la sperimentazione possano produrre risultati estetici esclusivi.

a.profiles salone del Mobile

Il team di A.Profiles è stato selezionato, tra migliaia di giovani aspiranti designer, per esporre al Salone Satellite, l’evento dedicato gli under 35, che accompagna il Salone del Mobile di Milano. Tra i giovani selezionati a prendere parte a questa importante manifestazione, A. Profiles si distingue per essere l’unico Team composto esclusivamente da architetti. Ciò che li caratterizza è ideare oggetti unici e personalizzabili, grazie a una produzione artigianale interamente made in Italy.

La mission principale dei cinque giovani architetti, Luca Caprioli, Ludovica Ferrari, Domizia Picalarga, Teresa Rossini, Eleonora Vitellozzi, è l’innovazione: “il desing – dicono – si adatterà alla tecnologia circostante semplificando le forme in modo tale da essere attento sia alla funzione che all’estetica. Nel futuro speriamo che l’artigianato possa trovare spazio per nuove produzioni su piccola scala: la conoscenza del passato custodita dagli artigiani può entrare nel futuro in modo democratico”.

Viaggio noir fra i monumenti e l’arte cimiteriale di Milano

La guida turistica Valeria Celsi organizza tour fra i luoghi meno conosciuti del Capoluogo lombardo

C’è un angolo di Milano sconosciuto ai più, dove è possibile scoprire storie noir e paesaggi misteriosi, un viaggio insolito fra l’arte cimiteriale e i luoghi dove riposano i defunti. Per la verità tanti sono i cimiteri in giro per l’Italia, ognuno con le sue vicende e i suoi aneddoti, ma non tutti sanno che essi raccolgono opere artistiche di sopraffina qualità. Dal Monumentale di Milano, al Verano di Roma, da quello di Sassari a quello di Vigevano (l’unico senza una facciata, dove la parte antica è stata inglobata da quelle successive). Tutti luoghi dove poter respirare storie di vite vissute, stranezze e curiosità, con un tocco di ironia per nulla cupa. A fare da tramite – o meglio da guida – è Valeria Celsi, titolare del blog ‘Percorsi d’arte funeraria’. “Sono visite abbastanza diverse – racconta – vanno dalle storie sui fantasmi alla cronaca nera, dalla peste ai templari. Il Monumentale è un cimitero che conosco bene perché è lì che ho svolto il servizio civile. Sono visite generiche per chi non lo ha mai visto. O più specifiche, basate su tematiche che riguardano la moda. Ci sono infatti tombe con immagini di uomini o donne dell’800”. È grazie a questi monumenti che possiamo vedere il vestiario dell’epoca, capire l’importanza di una famiglia dalla maestosità della tomba, o anche il peso artistico dei monumenti anonimi, circondati da un alone di mistero.

 

 

“Mi piace scoprire la storia di qualsiasi persona dalla tomba”, aggiunge Celsi. “Spesso riesco a capire chi erano, facendo anche delle ricerche dall’anno di morte di una persona. Per me i cimiteri sono come un libro”. Le famiglie ricche infatti amavamo mostrare il loro status sociale non soltanto in vita, ma anche da morti tanto da ingaggiare artisti – anche famosi – per costruire imponenti tombe. Monumenti spesso usati come vetrina, dove gli artisti apponevano la propria sigla sulla lapide. Una netta differenza rispetto a oggi, dove le tombe sono anonime e tutte uguali e le grandi città si fanno concorrenza nel gioco “dimentica” il morto. Una partita di sicuro a cui non partecipano i piccoli centri, ancorati alle vecchie tradizioni e ai ricordi dei cari scomparsi. Purtroppo, come sottolinea la Celsi, a partire dalla II Guerra Mondiale l’arte funeraria è considerata molto meno, quasi non esiste più. “Se all’inizio c’era stato un avvicinamento verso la morte, oggi ci siamo staccati”, dice la guida turistica. “Si va meno al cimitero per pregare, si portano meno fiori. Nei paesi è diverso, a Milano, parlo per esperienza personale, questa abitudine è meno sentita. Al cimitero si va giusto nel periodo dei morti. Ma, ad esempio, questo a Vigevano è più sentito. Pensiamo che ci sono alcune famiglie che pagano i fioristi esterni per mantenere i fiori delle tombe e pulire le lapidi, poi magari loro vengono 1 volta ogni 3 anni a trovare i propri cari morti”. Dunque, per un itinerario insolito, ma dal volto affascinante, è possibile seguire Valeria Celsi fra i suoi innumerevoli tour, a cominciare da quello al Monumentale di Milano ‘casa eterna’ di personaggi famosi come Alessandro Manzoni, Dario Fò, Filippo Tommaso Marinetti, Arturo Toscanini, Alda Merini solo per citare alcuni. Non resta che mettersi in cammino.

Commodore 64 Day. Intervista a Diego K. Pierini

Il Commodore 64 è un oggetto mitico, la console di ieri ma soprattutto di domani. Abbiamo intervistato Diego K. Pierini che insieme a Emanuele Martorelli ha ideato, concepito e diretto l’evento che celebra questo oggetto meravigliosamente nerd, il C64Day- Previsioni sull’oggi da un computer di ieri.

Apparso sul mercato nel 1982, il Commodore 64 ha segnato l’immaginario collettivo di diverse generazioni. Su questa macchina è stata concepita una moderna idea di musica, software e videogioco, per non parlare delle esperienze cinematografiche e letterarie. Un home computer dove sperimentare un’idea diversa di presente. Una scatola a prezzi modici su cui si è immaginato qualche tipo di futuro, con una spinta in prospettiva tanto forte da vantare una scena ancora attiva.

Abbiamo intervistato Diego K. Pierini che insieme ad Emanuele Martorelli ha deciso di celebrare il Commodore 64 organizzando il Commodore 64 Day. Al Santeria Social Club di Milano, scrittori, giornalisti e musicisti interverranno per raccontare come questo computer abbia segnato l’approccio con il proprio lavoro attraverso incontri, performance e proiezioni, in un evento tra live set e narrazione. Il c64 day è un ponte tra passato e presente, una riflessione sull’oggi attraverso una macchina di ieri. Che ha insegnato a superare in maniera creativa i propri limiti, nell’alt(R)a qualità degli 8bit.

-Il tuo primo approccio al Commodore 64 e il ricordo più caro che leghi a questo oggetto?

Giunto chiaramente alla fase declinante dell’esistenza, le mie memorie sono confuse – e piuttosto spixellate – si sovrappongono, però, alcuni flash: cene da amici di famiglia i cui figli mi facevano sbavare mostrandomi cubettosi giochi di calcio cui non avrei giocato perché il joystick era puntualmente rotto, scatole di scarpe piene di nastri copiati e afrore residuo di calzino adolescenziale. Una parabola piuttosto esemplare della vita: grandi aspettative, legge di Murphy, un bel po’ di cattivi odori.

-In che modo il Commodore 64 ha segnato il tuo lavoro/la tua creatività?

La weltanschauung a 8 bit, fatta di contenuti grezzi e un po’ naif da completare con un ponderoso sforzo immaginativo, ha segnato inesorabilmente il mio percorso, sia nella sfera creativa – che è un ticchettante crogiolo pop e melanconico in cui mi perdo come un’allodola dietro lucine e colori fluo – sia in quella più strettamente lavorativa, dato che sono finito a tradurre videogiochi e masticare linguaggi digitali e affini. Ma soprattutto nella sfera erotica, che è rimasta inchiodata a un rapporto diadico col joystick.

-Come hai scoperto di avere questa passione in comune con Emanuele Martorelli ideatore dell’evento e insieme a te direttore artistico del C64Day?

Ci siamo conosciuti alla presentazione del mio ultimo libro, “Vite infinite”, testo pop semiserio sulla parabola di giochi e giocatori, dove Emanuele, che il Commodore l’ha vissuto in modo più artisticamente produttivo rispetto a me, aveva l’ingrato compito trasformare una conversazione potenzialmente dedicata solo a Bionic Commando e alla semiotica della spada laser in qualcosa di più interessante. C’è riuscito, ricorrendo anche a tecniche di comunicazione evolute quali lo spegnimento del microfono.

-Come è stato organizzare questa giornata, come è nata l’idea?

 Un giorno Emanuele mi invita a pranzo e mi dice di aver avuto una visione: un evento che parli della contemporaneità, ma dedicato al Commodore 64. L’idea pare bislacca, ma c’è del genio: mi lascio coinvolgere con entusiasmo. Dopo un paio d’ore di brainstorming, ci è esploso tutto in mano: temi, nomi, spunti, scintille. Ci siamo guardati pensando che forse stavamo esagerando e… no, non è vero: non l’abbiamo pensato neanche per un minuto. Va da sé, le settimane seguenti sono state un complicatissimo andirivieni di telefonate, bozze di scaletta, qualche porta chiusa in faccia. Ma noi ci siamo fatti le ossa aspettando i caricamenti del Commodore, quindi altro che zen.

-Come penseremo al C64 Day nel futuro?

In quelle tecnologie passate c’è in primis una visione della realtà creativa, un flusso di pensiero, tecniche di espressione inesplorate: non vogliamo solo analizzare, tantomeno ricordare. Vogliamo lanciare una sfida: recuperarne lo stupore, l’amore per il superamento degli argini, per l’invenzione dove pare non essercene. Quindi la speranza è che questo evento metta in moto nuove esperienze creative che riscrivano lo spazio di cui parlare in una manifestazione futura. Forse non sarà più C64. E forse neanche Day.

 

INFO EVENTO

La giornata:

 Il C64Day è un evento che tenta di ricollegare passato e presente interrogandosi sul futuro. Dalle ore 15.00 autori, musicisti, giornalisti e addetti ai lavori si alterneranno offrendo testimonianze dirette sul proprio lavoro con incontri, performance e proiezioni. Una lente di ingrandimento su un’invenzione che ha stimolato per anni la creatività del pubblico, e ancora non del tutto esaurita. A celebrare una spinta dal basso durata quattro decadi che ha visto coinvolti milioni di utenti nella creazione appassionata di una qualche idea.

Dove:

Santeria Social Club.  Una grande piazza indoor, una factory creativa, lo spazio di viale Toscana 31 si inserisce nel piano di rilancio delle aree di interesse culturale e sociale voluto dal Comune di Milano. SSC è un modello unico di intrattenimento, impresa e lavoro, con altissime finalità produttive, culturali e ricreative, per tutta la città.

Intervengono:

Rocco Tanica –tastierista, scrittore, conduttore televisivo
Makkox – fumettista, autore (Propaganda Live, La7),
Kenobit – alias Fabio Bortolotti, musicista chiptune e organizzatore eventi tra Italia ed estero

Matteo Bittanti – scrittore, docente, giornalista (Rolling Stone, Wired, curatore della collana Ludologica)
Emilio Cozzi – giornalista e autore (Wired, Rolling Stone, Il Sole 24 Ore)
Federico Ercole – “il Manifesto”, curatore “Alias”
Andrea Minini Saldini – direttore IGN Italia, ex direttore “Giochi per il Mio Computer”
Lorenzo Fantoni – Fondatore di “N3rdcore”, collaboratore de “La Stampa” e “Wired”
Carlo Santagostino – Fondatore di Retrocampus, ex redattore di Zzap! e The Games Machine
Bonaventura Di Bello – blogger, programmatore, ex direttore Zzap! e The Games Machine
Paolo Tortiglione – compositore informatico, docente di Film Composing al Cons. Giuseppe Verdi di Milano
Diego K. Pierini – Scrittore e autore televisivo
Emanuele Martorelli – scrittore, musicista, giornalista (starmale.net, Fatto Quotidiano, Vice Italia)
Retroedicola Videoludica – associazione di divulgazione della cultura del videogioco

Durante l’evento sarà possibile utilizzare il THEC64® Mini sviluppato da Retro Games Ltd e distribuito da Koch Media, la console in miniatura che segna il ritorno di un’icona.

C64 DAY

Idea&Concept: Emanuele Martorelli

Direz. Artistica: Emanuele Martorelli e Diego K. Pierini

 

 

 

 

Gli Arctic Monkeys annunciano due concerti in Italia

Sono passati ben quattro anni dall’ultima apparizione in pubblico per la band più seguita d’oltremanica. Gli Arctic Monkeys hanno annunciato il loto ritorno in Italia. Nome di spicco del post punk revival si esibiranno il 26 maggio al Roma Summer Fest, il nuovo Festival dell’Auditorium Parco della Musica, nella Cavea che per la prima volta avrà un parterre con soli posti in piedi, e il 4 giugno a Milano, al Mediolanum Forum.

Parliamoci chiaro, esulando dal valore tecnico, gli Arctic Monkeys sono i 5 Stelle della musica. Infatti, il gruppo è spesso citato come esempio di band emersa dal web, una delle primissime emerse in questo modo, in questo senso essi hanno plasmato la possibilità di un cambiamento nel modo in cui i gruppi ottengono attenzioni e promuovono la loro musica. Il grosso del lavoro su internet è stato fatto dai loro amici e fan, mentre il gruppo si è limitato a dare gratuitamente dei demo ai loro concerti. Una mossa che li ha resi celebri e li ha portati nell’olimpo della sfera musicale indie rock, anche se successivamente ha cambiato nettamente stile ad ogni album, un tratto distintivo della band.

AM, l’ultimo album della band, è uscito nel 2013, è stato l’album che ha emancipato la formazione dai perenni e nostalgici accostamenti con il Brit Pop.  L’ultima volta che li vidi dal vivo fecero saltare per ore ed ore Rock in Roma a Capannelle.

La notizia del nuovo tour, e conseguente album, è arrivata da una fonte inaspettata, il magazine di moto For the Ride, che ha scattato alcune foto al bassista Nick O’Malley “il giorno prima dell’inizio delle registrazioni del sesto disco, iniziate in una location segreta a settembre”.

Special guest di Arctic Monkeys sarà l’australiano Cameron Avery, l’ultima volta erano stati i The Vaccines ad accompagnarli. Ma, ne varrà comunque la pena. A produrre sarà Live Nation Italia.

Ricordiamo che sia i biglietti per il concerto di Roma che quelli per il concerto di Milano saranno in vendita dalle ore 10 di venerdì 9 marzo: quelli per la data romana potranno essere acquistati su Ticketone, quelli per la data milanese su Ticketone e Ticketmaster. Sempre dalle ore 10 di venerdì 9 i biglietti saranno disponibili anche presso tutti i punti vendita autorizzati.

10 Cities 10 Views, European showcase of social innovation policies a Milano

10 Cities 10 Views – European showcase of social innovation policies

presso Milano Luiss Hub Via Massimo D’Azeglio, 3,

Evento in lingua inglese. Partecipazione solo tramite registrazione al link in fondo all’articolo.
Evento inserito nell’ambito dell’attività dell’attività di promozione di innovazione sociale BoostInno, una rete URBACT di 10 città dell’UE e 1 osservatore non UE (Lviv dall’Ucraina) che lavora per migliorare o creare gli ecosistemi, che stimola, promuove e sviluppa l’innovazione sociale. La rete sta consentendo alle Amministrazioni di svolgere un nuovo ruolo di richiamo pubblico e broker / facilitatori di attività / progetti / politiche di innovazione sociale, guidando l’innovazione sociale all’interno, all’esterno e all’esterno del settore pubblico. 

In che modo le città stimolano l’innovazione sociale? Quali sono le strategie e le politiche emergenti?
Le città stanno sviluppando strategie che possono trarre ispirazione da altri contesti, ma sono uniche e specifiche come la città stessa.
L’obiettivo del progetto europeo BoostInno è di collegare le città in modo che ciascuno possa sviluppare un piano d’azione integrato per l’innovazione sociale.
Questo evento è un’occasione rara per conoscere 10 diversi approcci. Durante la serata, ogni città presenterà a breve la sua strategia per consentire una panoramica europea. I rappresentanti delle città saranno quindi disponibili per lo scambio di informazioni e la rete con gli altri membri e il pubblico in generale.

PROGRAMMA DELL’EVENTO 10 Cities 10 Views:
17:30 Benvenuto da Cristina Tajani
17:40 Panoramica della rete BoostInno – Peter Wolkowinski
18:00 Brevi presentazioni da 10 città
Danzica – Polonia
Wroclaw – Polonia
Baia mare – Romania
Milano – Italia
Torino – Italia
Barcellona, Spagna
Braga – Portogallo
Parigi – Francia
Strasburgo – Francia
Länsstyrelsen Skane – Svezia
18.40 Zoe Romano presenta wemake.cc / digitalsocial.eu
18:45 Ezio Manzini sull’innovazione sociale e il fare città
19:20 Cena a buffet interattiva con le città partner di BoostInno

Link all’evento:

https://www.facebook.com/events/167316153998316/

Link per la registrazione all’evento:

https://www.eventbrite.it/e/biglietti-10-cities-10-views-european-showcase-of-social-innovation-policies-41419091618

Il Fuorisalone, tutto quello che succede fuori da salone del mobile

 

“Il Design è uno Stato a sé. E Milano è la sua capitale”, ecco il motto dell’edizione 2017 del Salone del Mobile di Milano.

La fiera di Rho si trasforma nel più grande palcoscenico di design al mondo e la città di Milano la accompagna con performance, mostre ed eventi creati ad hoc per tutte le persone che giungono da ogni dove.

Decine e decine di eventi d’arte e design nel Fuorisalone http://fuorisalone.it/2017/ che

non va inteso come un evento fieristico, non ha un’organizzazione centrale e non è gestito da un singolo organo istituzionale: è nato spontaneamente nei primi anni ’80 dalla volontà di aziende attive nel settore dell’arredamento e del design industriale. Attualmente vede un’espansione a molti settori affini, tra cui automotive, tecnologia, telecomunicazioni, arte, moda e food. . Il design approcciandosi ad altri settori, uscendo dai suoi spazi ufficiali, diventa accessibile a tutti grazie all’utilizzo di strumenti e servizi studiati su misura.

Per Fuorisalone si intende l’insieme degli eventi distribuiti in diverse zone di Milano che avvengono in corrispondenza del Salone Internazionale del Mobile.

Oggi è l’ultimo giorno di una sei giorni che ha visto organizzarsi e prender vita 1498 iniziative divise su 13 percorsi distribuiti in diversi settori, dal design all’arte.

Tra gli altri eventi da non perdere c’è l’ Isola Design District. All’ombra del vosco verticale è la novità assoluta del FuoriSalone 2017, un progetto di marketing territoriale dove sono coinvolte oltre ai designer le attività commerciali, gli artigiani e i ristoranti della zona. The Essential Taste of Design è invece l’evento, che si svolge nel Castello Ovest di piazza Venezia, sviluppato intorno al tema del cibo in collaborazione con Matteo Ragni Studio ed Essent’ial. In mostra progetti legati al pane, taglieri d’autore e posate per la tavola. Il circuito propone anche un percorso food&wine e un tour gratuito dei aplazzi liberty dell’area.

Il Moleskine Movin Ideas è l’iniziativa che vede la presentazione di uno zaino concepito da Bradley Theodore insieme a Moleskine. Bradley Theodore è uno street artist di origini caraibiche basato a New York. E’ attratto e ispirato dal mondo della moda, famoso per il suo progetto di street art dedicato a due icone della moda: Anna Wintour e Karl Lagerfeld. I volti dei suoi personaggi, trasformati in amabili e cortesi teschi, scheletrici e variopinti, sono ritratti con pennellate rapide che disegnano linee apparentemente imprecise, di sapore vagamente espressionista, dove a predominare sono i colori e le combinazioni di tinte pastello.

Bradley Theodore

Claudio Luti, Ceo di Kartell definisce il Fuorisalone “un evento che abbraccia l’intera città, trasformandola in una vetrina dove la condivisione con la realtà metropolitana permette anche la contaminazione con altri mondi”. Dunque Arte, Moda e Food accompagnano i percorsi della cultura milanese nel Fuorisalone, l’evento nell’evento più atteso del design.

 

LE CONTAMINAZIONI DI KEITH

Le opere di Haring in mostra a Milano

Per gli sfortunati che nel 1981 non si trovarono a passare nella metro di New York mentre un ragazzetto con gli occhiali tondi, disegnava su dei pannelli neri che coprivano vecchi manifesti pubblicitari, no panic! A Milano, il Palazzo Reale ospiterà fino al 18 giugno 2017 la mostra Keith Haring. About art. Un filo rosso, anzi, un gessetto bianco, quello con cui Haring disegnava nella metro della Grande Mela, unisce Jackson Pollock, Jean Dubuffet, Paul Klee e indietro fino alla Colonna Traiana, poi le maschere del Pacifico  e i dipinti del Rinascimento italiano. L’obiettivo della mostra che presenta più di cento opere, alcune inedite o mai arrivate in Italia è quello di rileggere il lavoro di uno degli artisti-attivisti più importanti e impattanti della seconda metà del Novecento alla luce di quelle che furono le arti che lo hanno nutrito, ispirato, tanto da diventare centrali nella sua produzione.

Uno stile unico quello dell’artista americano che ha sintetizzato e reinterpretato gli stili artistici della tradizione classica, dell’arte etnografica e del cartoonism, espressione di una controcultura impegnata su temi sociali e politici del suo tempo, lungimirante e di sperimentazione grazie all’impiego del computer in alcune delle sue ultime produzioni. La mostra milanese mette al centro del tributo al pittore e street artist, la complessità e la profondità della ricerca artistica di Haring, l’importanza delle opere che hanno influenzato il suo lavoro e il rapporto che lui ha avuto con queste. Un viaggio nella carriera dell’artista, lungo 110 opere, provenienti da collezioni private e pubbliche non solo americane ma anche europee e asiatiche.

Primogenito di quattro figli, Keith nasce il 4 maggio 1958 in Pennsylvania da Allen e Joan Haring. Già piccolissimo dimostrò di avere una forte inclinazione per il disegno, cosa che non poteva passare inosservata agli occhi del padre, fumettista. Fin da piccolo infatti Keith si interessa della grafica paterna e alla comunicazione tramite le arti figurative. Crescendo emerse il suo temperamento scottante e ribelle, provocatorio e refrattario alle regole, comincia presto a fare uso di droghe ma questo non intacca il suo talento artistico e continua a coltivare la sua passione per il disegno, alimentata e motivata dalla produzione grafica di Andy Warhol, suo modello.

Nel 1976 si iscrive all’Ivy School of Professional Art di Pittsburgh e frequenta lezioni di grafica pubblicitaria, lezioni che abbandona presto nonostante il suo coinvolgimento nel progetto “Pittsburgh Art” e nel “Craft Center” che gli aveva permesso di tenere la sua prima Mostra Personale di disegni astratti al Pittsburgh Center for the Arts. Non ha nemmeno vent’anni quando capisce che la Commercial- Art non fa per lui e influenzato dalla retrospettiva dei dipinti di Pierre Alechinsky, artista che gli suscitava grande emozione e con il quale entrerà poi in contatto, al Carnegie Museum, decide di trasferirsi a New York dove si iscrive alla School of Visual Arts. Nel suo studio sulla Ventiduesima, Keith dipinge su carta e consolida la propria concezione di grafica stilizzata. In questo periodo  conosce diversi artisti con idee e interessi affini ai suoi, alla ricerca di nuove sfide, scambia opinioni con i passanti che lo guardano dipingere e prende consapevolezza della sua omosessualità, poi apertamente dichiarata. Diviso tra un’intensa attività di studio e gli svaghi sempre al limite dell’eccesso, assiduo frequentatore del Club 57, il più popolare locale tra gli artisti, attori e musicisti di Manhattan, accolto sotto l’ala protettiva di Andy Warhol, guru della pop art, Haring è introdotto nel mondo delle superstar, si lega in amicizia al “collega” Jean-Michel Basquiat e realizza diverse opere in cui sono chiare le influenze di Holzer, Burroughs e Gysin. Presto si rivela un artista a trecentosessanta gradi, elaborando una propria filosofia dell’arte, la “Popular art” e capace di mescolare, sperimentare, rielaborare e spaziare da elementi propri della cultura dei fumetti, di quella Maya, giapponese o di Picasso e i corsi alla School of Visual Art, per quanto formativi cominciano a stargli stretti. La “Popular art” deve essere per tutti e insofferente ai sistemi di diffusione artistica tradizionali, disegna con il gesso bianco sulla carta nera che copre i vecchi manifesti pubblicitari nelle stazioni della metropolitana di New York che dal 1981 al 1986 diventa il suo atelier. Keith elabora così il suo linguaggio personale e geroglifico che trova le proprie radici artistiche nel surrealismo europeo, ora sempre più affine al graffitismo, ispirato all’immagine elettronica e al fumetto, privilegiandone l’immediatezza della comunicazione. Quello che fa Keith è offrire finestre sull’immaginario, personaggi e paesaggi venuti dal sogno. Tra i suoi simboli dischi volanti, bambini carponi e radioattivi, cani stilizzati a sei zampe, simboli fallici, la faccia di topolino.

L’intreccio tra sessualità e macchine evidenzia un aspetto delle tematiche di Haring, la televisione e il computer si intrecciano agli esseri umani quasi fossero diventati un prolungamento della vita quotidiana, è una visione apocalittica che vede l’individuo come vittima delle macchine.

Al mezzo grafico Haring affianca quello pittorico, utilizzando supporti eterogenei, tele vinilica, oggetti trovati o pelli animali, quello plastico, il video e la performance. Registra su videocassetta l’esecuzione dei suoi dipinti e crea un’animazione di trenta secondi, andata in onda per un mese senza interruzione sul mega schermo di Times Square. Nel 1983 tiene la sua seconda personale dal gallerista armeno Tony Shafrazi, qui intraprende un viaggio nella scultura, costruisce totem che ricordano i rituali indio americani ma rivendicando sempre il diritto al disordine e al caos. Ricopre le copie in gesso del David di Michelangelo di arabeschi e colori sgargianti, tipici dei graffiti underground.

Trasporta i suoi disegni su vasi di terracotta, coprendoli con le sue storie quasi fossero urne egizie o greco-romane. Sempre nel 1983 partecipa a esposizioni in Brasile, a Londra e a Tokyo. Nel 1984 realizza murales in giro per il mondo, da New York all’Australia, in Germania e in Svizzera. Nella seconda metà degli anni Ottanta si impegna in una pittura a soggetti politici e religiosi, denuncia la seduzione del male e l’arroganza del potere, dipinge un grande muro contro il crack, la nuova droga che uccide e riempie una sezione del Muro di Berlino.

Parallela alla realizzazione dei murales viaggia anche quella di grandi tele dove sesso e visionarietà ricordano i dipinti di Bosh. Keith elabora anche manifesti pubblicitari, si occupa di comunicazione sociale, enti pubblici gli commissionano campagne in difesa dei diritti umani e dell’infanzia. Incoraggiato da Warhol e Basquiat espone contemporaneamente i dipinti alla Tony Shafrazi Gallery, tiene una personale a Bordeaux, partecipa alla Biennale di Parigi, stampa e distribuisce 20.000 manifesti Free South Africa e disegna quattro orologi per Swatch USA. Nel 1986 apre a New York il primo Pop Shop, che vende progetti da lui realizzati, riproduzioni delle sue opere, magliette e gadget di ogni tipo con l’intento di rendere la sua arte ancora più accessibile. Negli ultimi anni il suo impegno è per campagne decisive di quel periodo,contro la discriminazione razziale, delle minoranze e verso gli omosessuali, sull’antinucleare, contro l’apartheid in Sudafrica, attivista per sensibilizzare i giovani contro l’AIDS, diagnosticatogli nel 1988. Anche se affetto dal virus, Haring continua a disegnare e ne sono la riprova gli ultimi lavori dove l’idea di morte è ben presente. Nel 1989 istituisce la Keith Haring Foundation con lo scopo di fornire finanziamenti e immagini per le organizzazioni contro l’AIDS e per opere che si occupano di bambini. Muore nel 1990, a soli 31 anni. Dodici gli anni di carriera esplosiva ed emozionante che hanno consacrato Keith Haring uno degli artisti più importanti, influenti e discussi del secolo scorso, in cui si è saputo imporre non solo come fenomeno artistico ma anche mediatico e politico, vivissimo, oggi più che mai.

Palme e fenicotteri a Milano

È il tormentone del momento: Philippe Daverio le ha definite le Palme della discordia e son servite a poco le sue narrazioni storiche, che illustrano come in realtà l’accusa di “Arabizzazione” di Milano sia infondata, dato che l’albero che per i prossimi 3 anni arrederà Piazza Duomo provenga in realtà dalla Cina. E nemmeno la palma in bronzo, simbolo di “sapienza e rigenerazione”, custodita nella cripta della chiesa del San Sepolcro, voluta dal cardinal Carlo Borromeo nel 1600 e che nelle mappe del Codice Atlantico Leonardo individua “il vero mezzo” di Milano, è bastata a spegnere le polemiche. L’hashtag #palme è entrato nelle tendenze di twitter, scatenando le ironie del pubblico che ha notato una strana coincidenza fra l’arrivo della specie in città e delle inedite giornate di sole, insolite nel grigiore di Milano. “Benvenuti a Los Milangeles” è stato il commento degli influencer del web Chiara Ferragni e Fedez. E l’arrivo dei banani in Piazza non ha migliorato la situazione.

Il progetto nasce dalla matita di Marco Bay, architetto Milanese, che ha partecipato al concorso lanciato dal Comune per l’allestimento di un’area verde all’interno della Piazza. E ben poco c’entra Starbucks, che si è strategicamente occupato della sponsorizzazione del giardino, in previsione della prossima apertura della prima sede in Piazza Cordusio, in collaborazione con una garanzia della ristorazione Milanese: Pinci.

Milano, Piazza Duomo

Il Vicepresidente del Municipio, Elena Grandi, ha dichiarato: «L’aiuola di piazza del Duomo è da sempre una sorta di allestimento temporaneo che, grazie agli sponsor, ogni tre anni si trasforma e si rinnova. Le nuove aiuole con palme, banani e ibiscus, potrebbero sembrare un progetto ardito ma non del tutto incoerente con la tradizione milanese. Infine lo sponsor garantirà una manutenzione impeccabile, cosa non semplice in un’aiuola che, a causa dei sottoservizi presenti, è dotata di uno strato molto sottile di terra. Per questo non sarà mai possibile mettere a dimora alberi destinati a crescere e a rimanere in loco in maniera definitiva».

Ed in effetti la specie della palma, non è del tutto insolita per Milano, anche se certamente i 131 esemplari presenti oggi in città non la rendono la specie arborea nella quale sia più facile imbattersi, così come qualche fenicottero nei giardini di Villa Invernizzi non ne fanno l’animale più diffuso nella metropoli. L’architetto Vittorio Gregotti, ha bocciato il progetto, evidenziando come banani, palme o qualsiasi essenza arborea, non possano in alcun modo armonizzarsi all’interno della piazza Ottocentesca.

Sarà anche per colpa della Fashion Week, dell’imminente Miart o forse del Salone del Mobile, ma Milano non è mai stato tanto interessante agli occhi di turisti e Piazza Duomo tanto fotografata dai suoi cittadini.

Il dibattito si è acceso e, probabilmente non appena I Milanesi si saranno abituati alla vista delle foglie pungenti delle palme, sarà già giunto il tempo di rimuoverle.