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LE CONTAMINAZIONI DI KEITH

Le opere di Haring in mostra a Milano

Per gli sfortunati che nel 1981 non si trovarono a passare nella metro di New York mentre un ragazzetto con gli occhiali tondi, disegnava su dei pannelli neri che coprivano vecchi manifesti pubblicitari, no panic! A Milano, il Palazzo Reale ospiterà fino al 18 giugno 2017 la mostra Keith Haring. About art. Un filo rosso, anzi, un gessetto bianco, quello con cui Haring disegnava nella metro della Grande Mela, unisce Jackson Pollock, Jean Dubuffet, Paul Klee e indietro fino alla Colonna Traiana, poi le maschere del Pacifico  e i dipinti del Rinascimento italiano. L’obiettivo della mostra che presenta più di cento opere, alcune inedite o mai arrivate in Italia è quello di rileggere il lavoro di uno degli artisti-attivisti più importanti e impattanti della seconda metà del Novecento alla luce di quelle che furono le arti che lo hanno nutrito, ispirato, tanto da diventare centrali nella sua produzione.

Uno stile unico quello dell’artista americano che ha sintetizzato e reinterpretato gli stili artistici della tradizione classica, dell’arte etnografica e del cartoonism, espressione di una controcultura impegnata su temi sociali e politici del suo tempo, lungimirante e di sperimentazione grazie all’impiego del computer in alcune delle sue ultime produzioni. La mostra milanese mette al centro del tributo al pittore e street artist, la complessità e la profondità della ricerca artistica di Haring, l’importanza delle opere che hanno influenzato il suo lavoro e il rapporto che lui ha avuto con queste. Un viaggio nella carriera dell’artista, lungo 110 opere, provenienti da collezioni private e pubbliche non solo americane ma anche europee e asiatiche.

Primogenito di quattro figli, Keith nasce il 4 maggio 1958 in Pennsylvania da Allen e Joan Haring. Già piccolissimo dimostrò di avere una forte inclinazione per il disegno, cosa che non poteva passare inosservata agli occhi del padre, fumettista. Fin da piccolo infatti Keith si interessa della grafica paterna e alla comunicazione tramite le arti figurative. Crescendo emerse il suo temperamento scottante e ribelle, provocatorio e refrattario alle regole, comincia presto a fare uso di droghe ma questo non intacca il suo talento artistico e continua a coltivare la sua passione per il disegno, alimentata e motivata dalla produzione grafica di Andy Warhol, suo modello.

Nel 1976 si iscrive all’Ivy School of Professional Art di Pittsburgh e frequenta lezioni di grafica pubblicitaria, lezioni che abbandona presto nonostante il suo coinvolgimento nel progetto “Pittsburgh Art” e nel “Craft Center” che gli aveva permesso di tenere la sua prima Mostra Personale di disegni astratti al Pittsburgh Center for the Arts. Non ha nemmeno vent’anni quando capisce che la Commercial- Art non fa per lui e influenzato dalla retrospettiva dei dipinti di Pierre Alechinsky, artista che gli suscitava grande emozione e con il quale entrerà poi in contatto, al Carnegie Museum, decide di trasferirsi a New York dove si iscrive alla School of Visual Arts. Nel suo studio sulla Ventiduesima, Keith dipinge su carta e consolida la propria concezione di grafica stilizzata. In questo periodo  conosce diversi artisti con idee e interessi affini ai suoi, alla ricerca di nuove sfide, scambia opinioni con i passanti che lo guardano dipingere e prende consapevolezza della sua omosessualità, poi apertamente dichiarata. Diviso tra un’intensa attività di studio e gli svaghi sempre al limite dell’eccesso, assiduo frequentatore del Club 57, il più popolare locale tra gli artisti, attori e musicisti di Manhattan, accolto sotto l’ala protettiva di Andy Warhol, guru della pop art, Haring è introdotto nel mondo delle superstar, si lega in amicizia al “collega” Jean-Michel Basquiat e realizza diverse opere in cui sono chiare le influenze di Holzer, Burroughs e Gysin. Presto si rivela un artista a trecentosessanta gradi, elaborando una propria filosofia dell’arte, la “Popular art” e capace di mescolare, sperimentare, rielaborare e spaziare da elementi propri della cultura dei fumetti, di quella Maya, giapponese o di Picasso e i corsi alla School of Visual Art, per quanto formativi cominciano a stargli stretti. La “Popular art” deve essere per tutti e insofferente ai sistemi di diffusione artistica tradizionali, disegna con il gesso bianco sulla carta nera che copre i vecchi manifesti pubblicitari nelle stazioni della metropolitana di New York che dal 1981 al 1986 diventa il suo atelier. Keith elabora così il suo linguaggio personale e geroglifico che trova le proprie radici artistiche nel surrealismo europeo, ora sempre più affine al graffitismo, ispirato all’immagine elettronica e al fumetto, privilegiandone l’immediatezza della comunicazione. Quello che fa Keith è offrire finestre sull’immaginario, personaggi e paesaggi venuti dal sogno. Tra i suoi simboli dischi volanti, bambini carponi e radioattivi, cani stilizzati a sei zampe, simboli fallici, la faccia di topolino.

L’intreccio tra sessualità e macchine evidenzia un aspetto delle tematiche di Haring, la televisione e il computer si intrecciano agli esseri umani quasi fossero diventati un prolungamento della vita quotidiana, è una visione apocalittica che vede l’individuo come vittima delle macchine.

Al mezzo grafico Haring affianca quello pittorico, utilizzando supporti eterogenei, tele vinilica, oggetti trovati o pelli animali, quello plastico, il video e la performance. Registra su videocassetta l’esecuzione dei suoi dipinti e crea un’animazione di trenta secondi, andata in onda per un mese senza interruzione sul mega schermo di Times Square. Nel 1983 tiene la sua seconda personale dal gallerista armeno Tony Shafrazi, qui intraprende un viaggio nella scultura, costruisce totem che ricordano i rituali indio americani ma rivendicando sempre il diritto al disordine e al caos. Ricopre le copie in gesso del David di Michelangelo di arabeschi e colori sgargianti, tipici dei graffiti underground.

Trasporta i suoi disegni su vasi di terracotta, coprendoli con le sue storie quasi fossero urne egizie o greco-romane. Sempre nel 1983 partecipa a esposizioni in Brasile, a Londra e a Tokyo. Nel 1984 realizza murales in giro per il mondo, da New York all’Australia, in Germania e in Svizzera. Nella seconda metà degli anni Ottanta si impegna in una pittura a soggetti politici e religiosi, denuncia la seduzione del male e l’arroganza del potere, dipinge un grande muro contro il crack, la nuova droga che uccide e riempie una sezione del Muro di Berlino.

Parallela alla realizzazione dei murales viaggia anche quella di grandi tele dove sesso e visionarietà ricordano i dipinti di Bosh. Keith elabora anche manifesti pubblicitari, si occupa di comunicazione sociale, enti pubblici gli commissionano campagne in difesa dei diritti umani e dell’infanzia. Incoraggiato da Warhol e Basquiat espone contemporaneamente i dipinti alla Tony Shafrazi Gallery, tiene una personale a Bordeaux, partecipa alla Biennale di Parigi, stampa e distribuisce 20.000 manifesti Free South Africa e disegna quattro orologi per Swatch USA. Nel 1986 apre a New York il primo Pop Shop, che vende progetti da lui realizzati, riproduzioni delle sue opere, magliette e gadget di ogni tipo con l’intento di rendere la sua arte ancora più accessibile. Negli ultimi anni il suo impegno è per campagne decisive di quel periodo,contro la discriminazione razziale, delle minoranze e verso gli omosessuali, sull’antinucleare, contro l’apartheid in Sudafrica, attivista per sensibilizzare i giovani contro l’AIDS, diagnosticatogli nel 1988. Anche se affetto dal virus, Haring continua a disegnare e ne sono la riprova gli ultimi lavori dove l’idea di morte è ben presente. Nel 1989 istituisce la Keith Haring Foundation con lo scopo di fornire finanziamenti e immagini per le organizzazioni contro l’AIDS e per opere che si occupano di bambini. Muore nel 1990, a soli 31 anni. Dodici gli anni di carriera esplosiva ed emozionante che hanno consacrato Keith Haring uno degli artisti più importanti, influenti e discussi del secolo scorso, in cui si è saputo imporre non solo come fenomeno artistico ma anche mediatico e politico, vivissimo, oggi più che mai.

Palme e fenicotteri a Milano

È il tormentone del momento: Philippe Daverio le ha definite le Palme della discordia e son servite a poco le sue narrazioni storiche, che illustrano come in realtà l’accusa di “Arabizzazione” di Milano sia infondata, dato che l’albero che per i prossimi 3 anni arrederà Piazza Duomo provenga in realtà dalla Cina. E nemmeno la palma in bronzo, simbolo di “sapienza e rigenerazione”, custodita nella cripta della chiesa del San Sepolcro, voluta dal cardinal Carlo Borromeo nel 1600 e che nelle mappe del Codice Atlantico Leonardo individua “il vero mezzo” di Milano, è bastata a spegnere le polemiche. L’hashtag #palme è entrato nelle tendenze di twitter, scatenando le ironie del pubblico che ha notato una strana coincidenza fra l’arrivo della specie in città e delle inedite giornate di sole, insolite nel grigiore di Milano. “Benvenuti a Los Milangeles” è stato il commento degli influencer del web Chiara Ferragni e Fedez. E l’arrivo dei banani in Piazza non ha migliorato la situazione.

Il progetto nasce dalla matita di Marco Bay, architetto Milanese, che ha partecipato al concorso lanciato dal Comune per l’allestimento di un’area verde all’interno della Piazza. E ben poco c’entra Starbucks, che si è strategicamente occupato della sponsorizzazione del giardino, in previsione della prossima apertura della prima sede in Piazza Cordusio, in collaborazione con una garanzia della ristorazione Milanese: Pinci.

Milano, Piazza Duomo

Il Vicepresidente del Municipio, Elena Grandi, ha dichiarato: «L’aiuola di piazza del Duomo è da sempre una sorta di allestimento temporaneo che, grazie agli sponsor, ogni tre anni si trasforma e si rinnova. Le nuove aiuole con palme, banani e ibiscus, potrebbero sembrare un progetto ardito ma non del tutto incoerente con la tradizione milanese. Infine lo sponsor garantirà una manutenzione impeccabile, cosa non semplice in un’aiuola che, a causa dei sottoservizi presenti, è dotata di uno strato molto sottile di terra. Per questo non sarà mai possibile mettere a dimora alberi destinati a crescere e a rimanere in loco in maniera definitiva».

Ed in effetti la specie della palma, non è del tutto insolita per Milano, anche se certamente i 131 esemplari presenti oggi in città non la rendono la specie arborea nella quale sia più facile imbattersi, così come qualche fenicottero nei giardini di Villa Invernizzi non ne fanno l’animale più diffuso nella metropoli. L’architetto Vittorio Gregotti, ha bocciato il progetto, evidenziando come banani, palme o qualsiasi essenza arborea, non possano in alcun modo armonizzarsi all’interno della piazza Ottocentesca.

Sarà anche per colpa della Fashion Week, dell’imminente Miart o forse del Salone del Mobile, ma Milano non è mai stato tanto interessante agli occhi di turisti e Piazza Duomo tanto fotografata dai suoi cittadini.

Il dibattito si è acceso e, probabilmente non appena I Milanesi si saranno abituati alla vista delle foglie pungenti delle palme, sarà già giunto il tempo di rimuoverle.

Fuga d’Arte a Milano

Immagine copertina

Ancora per una settimana si può, andando a Milano, vivere una combinazione di esperienze artistiche molto lontane tra loro, originali e in qualche modo complementari.

Dedicare una giornata a due mostre che non hanno nessun legame, nessun punto di contatto ma che possono arricchire e soddisfare due aspetti opposti del proprio appetito artistico.

Fino al 29 gennaio il Palazzo Reale di Milano ospita una vastissima esposizione delle silografie di Hokusai, Hiroshige e Utamaro, mentre il MUDEC dedica un allestimento al genio di Jean-Michael Basquiat ancora per un mese, fino al 26 febbraio.

Da una parte, la società giapponese del diciannovesimo secolo rappresentata grazie all’eccellenza della tecnica di stampa, nel rispetto dei più tradizionali canoni estetici e culturali, con l’utilizzo di colori eccezionali e commoventi per la loro delicatezza e, al contempo, impareggiabile espressività. Una mostra che trasporta in un mondo lontano di bellezza paesaggistica, armonia della natura, società antica e donne affascinanti avvolte in preziosi tessuti orientali.
Impossibile non sognare l’Oriente alla vista di opere iconiche come la Grande Onda di Hokusai o come la serie di vedute del Monte Fuji realizzate in anni diversi sia da Hokusai sia da Hiroshige. Si tratta di mondi e paesaggi che in qualche modo sono arrivati nel nostro immaginario collettivo anche grazie alla produzione fumettistica giapponese, quei famosi manga che proprio da questi grandi maestri della pittura traggono origine.

fuji

Dall’altra parte, l’esplosione violenta di una delle più grandi e originali genialità dei tempi moderni, quella del giovane Jean Michael Basquiat che in soli sette anni, dal 1980 al 1987, è riuscito a lasciare una traccia indelebile del suo talento e della sua espressione artistica, prima di morire a soli 27 anni. Una mostra che trasporta in un mondo lontano di malessere interiore, di dolore, di emarginazione sociale e razziale, di abuso di sostanze ma più di tutto, di creatività di genio di originalità e di ribellione.
La parabola dell’artista maledetto che inizia la sua carriera artistica realizzando graffiti in giro per Manhattan con firma SAMO (same old shit) insieme all’amico Al Diaz e che in pochi anni viene scoperto dai più grandi galleristi internazionali dell’epoca non può non affascinare e allo stesso tempo atterrire; intuire, grazie all’intensità comunicativa delle sue opere, come aver conquistato un altro genio del calibro di Andy Warhol e aver lavorato con lui non basti a sanare quei malesseri tutti interiori che lo accompagnavano dall’infanzia, quei fantasmi radicati nei conflitti familiari e sociali, quei mostri ingigantiti dall’abuso di eroina.

1986, New York, New York, USA --- Jean-Michel Basquiat --- Image by © William Coupon/CORBIS
1986, New York, New York, USA — Jean-Michel Basquiat — Image by © William Coupon/CORBIS

Indubbiamente è un accostamento di artisti alquanto insolito e azzardato, eppure una visione di entrambe queste mostre può andare a toccare corde diverse della propria sensibilità e soddisfare contemporaneamente il proprio senso del bello e del piacere estetico e il proprio lato più oscuro ed emotivo, la compartecipazione spirituale alle vicende e all’espressione dell’interiorità di un artista.

Due mostre che insieme possono dare un’idea completa di cosa sia l’Arte, bellezza estetica e affermazione della creatività. Esteriorità e interiorità. Oriente e occidente. Vari aspetti di noi stessi, eclettismi che possono e anzi devono convivere ed essere alimentati insieme.

PanamaPapers – Il futuro rubato all’Africa

L’Africa è tanto ricca da rendere poveri materialmente tutti i suoi figli, poiché della sua ricchezza ne mangiano i frutti a occidente. Nonostante ciò, la classe dirigente nazionale e occidentale si presta a campagne per aiutare la lotta alla fame e alle malattie nel continente nero. In tal modo, dietro a ONG, comunità religiose e giornalisti spesso si cela la longa manus degli sfruttatori dell’Africa. A delineare e chiarificare il quadro della situazione è da poco arrivato il Rapporto dell’International Consortium of Investive Journalist.

Tutto è nato dall’ingente mole di file segreti decriptati e ribattezzati Panama Papers. Panama Papers è il nome di un fascicolo riservato digitalizzato composto da 11,5 milioni di documenti confidenziali creato dalla Mossack Fonseca, uno studio legale panamense, che fornisce informazioni dettagliate su oltre 214.000 società offshore, includendo le identità degli azionisti e dei manager. I documenti mostrano come individui ricchi, compresi funzionari pubblici, abbiano nascondano i loro soldi dal controllo statale. L’International Consortium of Investive Journalist ha identificato oltre millequattrocento società offshore collegate direttamente alle ricchezze dell’Africa.

I DIAMANTI – Una famosa pubblicità recita che “un diamante è per sempre”. Quel che unisce le vetrine di Via Monte Napoleone alla Sierra Leone è molto probabilmente una delle pietre che vengono elegantemente confezionate sugli anelli e collane di quasi tutte le donne occidentali. E’ dalla città di Koidu, dove ha sede la Koidu Limited, uno dei clienti di spicco dello studio legale Fonseca, protagonista dei Panama Papers che parte la nostra storia. Analizzando un vortice di collegamenti delle offshore si è arrivati a comprendere come senza tassazioni aggiunte e con molteplici stratagemmi tributari quel che è venduto a caro prezzo in Europa al lavoratore africano frutta meno di un dollaro al giorno. La zona di produzione nella Sierra Leone è stata oggetto di sanguinose proteste del 2007 e del 2012, ma su queste è sempre calato il velo della censura.

GLI AFFARI DEGLI ITALIANI – Andando su GoogleMaps si scopre che dalle vetrine di Via Monte Napoleone al Bulgari Hotel ci sono 550 metri da percorrere. Ora la società italofrancese Bulgari non c’entra in alcun modo nulla con lo scandalo Panama Papers, ma suo malgrado il suo Hotel è al centro di una serie di inchieste internazionali che vedono al centro tangenti per l’ottenimento di pozzi di petrolio. Nello specifico, le Procure d’Italia Gran Bretagna e Algeria stanno indagando sui 198 milioni di euro di tangenti di cui Farid Bedjaoui discuteva con i rappresentanti del governo algerino e i manager di Saipem. Il caso Saipem-Sonatrach, come modello, è emblematico in Africa e in altre regioni in via di sviluppo, dove i paesi maggiormente dotati di ricchezze naturali spesso ne vengono spogliati, per lo più per colpa del sistema offshore. Tra il 2004 e il 2013 l’Algeria, il secondo paese con le più grosse riserve di petrolio in Africa, ha perso in media un miliardo e mezzo di dollari ogni anno, a causa di evasione fiscale, corruzione e criminalità finanziaria, secondo quanto ha denunciato uno studio del gruppo di ricerca Global Financial Integrity. Secondo una stima dell’Onu, in tutto il continente almeno 50 miliardi all’anno vengono inghiottiti da flussi finanziari illeciti.

NIGERIA, NON DOVEVAMO VEDERCI PIU’? – Che sia per la presenza dell’organizzazione terroristica e alleata dell’Islamic State Boko Haram o per il petrolio, purtroppo la terra di Ken Saro-Wiwa è sempre al centro di malaffare e sangue. Anche in in questo scandalo spicca la Nigeria che vede coinvolti tre ex ministri del petrolio clienti di Mossack Fonseca. Secondo le indagini, i tre ex ministri hanno usato le società offshore per comprare imbarcazioni e ville a Londra. Tra i primi nomi coinvolti nell’inchiesta c’è quello di Kolawole Aluko, proprietario di un gigantesco yacht, il Galactica Star, affittato anche alla popstar Beyoncé e suo marito Jay-Z a 900mila dollari per una settimana al largo di Capri. Aluko, imprenditore del petrolio e dell’aviazione, è accusato, insieme ad altre quattro persone, di aver sottratto alla Nigeria quasi un miliardo e 800 milioni di dollari, dovuti al governo per vendite di petrolio. Si tratta del 12% de Pil nigeriano, che ogni anno è perduto in flussi finanziari illeciti.

QUALE FUTURO RUBATO? – «Quest’ultimo filone dello scandalo si concentra sulle risorse economiche che l’Africa perde ogni anno per il massiccio ricorso a società di comodo e a pratiche di abuso fiscale, come reso noto dal grande lavoro svolto dall’ICIJ», spiega Winnie Byanyima, direttrice esecutiva di Oxfam International, «I paradisi fiscali, cui fanno ricorso privati e aziende, procurano danni enormi alle comunità più povere del mondo. È un saccheggio che deve finire perché sottrae risorse essenziali per istruzione, sanità e lavoro. In Africa 1 bambino su 12 muore prima dei 5 anni di età, 34 milioni non vanno a scuola e 40 milioni di giovani sono senza lavoro».

Una situazione che sta ampliando sempre di più la forbice tra ricchi e poveri in Africa, privando i governi di risorse essenziali per garantire i servizi di base alla popolazione. Secondo le stime di Gabriel Zucman circa un terzo del patrimonio degli africani più ricchi, ossia 500 miliardi di dollari sono depositati in paradisi fiscali. Nel frattempo il numero dei miliardari è pressoché raddoppiato dal 2010, fino al punto in cui le 10 persone più ricche del continente hanno accumulato una ricchezza personale equivalente al Pil di un paese come il Kenya. Una situazione che genera una perdita di 14 miliardi di tasse l’anno in mancate entrate fiscali (da singoli individui): quanto sufficiente a salvare la vita di 4 milioni di bambini e 200 mila madri, permettendo ad ogni ragazzo africano di andare a scuola.

Ora sia chiaro non tutte le persone coinvolte, anche ingenuamente, nei Panama Papers hanno sfruttato l’Africa e rubato il futuro e un’esistenza dignitosa ai suoi figli. Però il tema dei Paradisi Fiscali dovrebbe essere al centro dell’agenda-setting dei leader mondiali affinchè non si parli di tutto il sistema come di un immenso circo. Un circo che vede condannate persone a vendere immobili per una multa non pagata a Equitalia ed evasori milionari riaccolti con presunti scudi dal Paese. Gli stessi che quando passeranno accanto a voi un ” vu cumpra” prima gli daranno 5 euro e poi vi giudicheranno con il loro sguardo al vostro diniego. Con la differenza che il loro sguardo riflesso nello specchio non riuscirebbero mai a sostenerlo.

Arch and Art alla Triennale

Nel parco della Triennale di Milano sono sorti in occasione della XXI edizione dell’Esposizione Internazionale Triennale cinque padiglioni; cinque costruzioni che sono insieme oggetto e campo d’azione di una delle mostre organizzate per questi sei mesi di riscoperta di una tradizione tutta milanese, la Triennale appunto.

Arch and Art, il titolo della mostra – e ringraziamo che almeno la congiunzione sia scritta per intero, con buona pace degli amanti della “e” commerciale.

Cinque coppie di architetti-artisti, #architettiartisti, di fama (“maestri” nella definizione del programma dell’esposizione), hanno collaborato per il disegno e la realizzazione di altrettante piccole architetture per ospitare opere d’arte.

L’Architettura e l’Arte che si mostrano insieme agli occhi curiosi del visitatore-ospite e il luogo in cui lo fanno è il più adatto: il Palazzo dell’Arte nasce in occasione della V Triennale del 1933, quando dalle Biennali di Monza si decide di portare a Milano l’Esposizione Internazionale delle Arti e dell’Industria moderna. Giovanni Muzio concepisce l’edificio come un moderno contenitore per le arti, versatile nel suo uso e nelle possibilità che offre all’installazione, capace di relazionarsi con il parco, monumentale, ma con grazia e all’avanguardia – per l’epoca – nelle scelte tecniche e costruttive (viene ad esempio sperimentato per la prima volta il klinker in maniera massiccia per i rivestimenti).

L’edificio è uno degli emblemi, a Milano, di quanto la cultura architettonica e quella artistica possano lavorare insieme, farsi parti di un processo comune.


2 - Sironi VTriennale

I padiglioni, che sono disposti nel parco (forse a memoria di quanto avveniva soprattutto nelle prime edizioni dell’Esposizione storica) sembrano di buona fattura, divertenti, a tratti intriganti, decisamente ludici – in senso buono, visto che si prestano al gioco dei molti bambini che usufruiscono del parco.

David Chipperfield, Hans Kollhoff, Francesco Venezia, Eduardo Souto de Moura, Michele de Lucchi per la squadra degli Architetti; Michelangelo Pistoletto, Enzo Cucchi, Mimmo Paladino, Jannis Kounellis e Ettore Spalletti con la maglia opposta.

Però si gioca insieme: architettura per l’arte; l’architettura e l’arte si plasmano e formano l’un l’altra; architettura che accoglie l’arte, arte che ispira la forma architettonica.

I cinque padiglioni offrono uno spettro interessante di cosa possa voler dire lavorare con due strumenti che nell’immaginario collettivo ormai appaiono lontani, ma che provengono – e ne siamo intimamente convinti – da una stessa matrice. Arte e architettura sono due modi di intendere il reale e in questo senso sono due modi di vivere e di affrontare le questioni del quotidiano. Non si richiede né si pretende che il tutto sia comprensibile, perché l’arte non è da giudicarsi nei soli termini della comprensione istantanea nè l’architettura risponde solo alle ragioni del giudizio estetico soggettivo.

Le proposte sono tra loro incredibilmente diverse tanto nell’approccio al lavoro, quanto nelle soluzioni artistiche ed architettoniche. La lingua che parlano è quella dei loro artefici, ma il mostrarsi l’una accanto all’altra permette di affrontarle con quel distacco che è poi quello di una passeggiata al museo. “La verità è che la gente viene qui (alla National Gallery, ndr) per le ragioni più varie: per rilassarsi un po’, per ripararsi dalla pioggia, o per guardare i quadri, o magari per guardare le persone che guardano i quadri.” (1)

Si guarda dentro da fuori, fuori da dentro, ci si sporge e si passa avanti. La spiegazione dell’opera e della biografia degli autori, su di una targa a lato, disturba un po’ quella che si vorrebbe fosse una composizione di teatro, ma con puntiglio ci ricorda di stare al nostro posto.

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Alcuni temi ricorrenti: il percorso, la misura, il gioco degli spazi che si compenetrano, quindi la luce, la matericità e il colore del materiale, i bambini.

Ci sono l’intimo domestico, la riflessione sull’involucro, il gioco visuale interno-esterno, l’architettura come atmosfera, il sacrosanto richiamo al classico e il milanesissimo mattone.

La ricerca dell’introspezione, la memoria soggettiva passata, l’attesa e la sorpresa, lo slancio collettivo verso il futuro.

Manca il racconto d’insieme; che sarebbe l’uomo, forse, ma che qui è trattato come attore transitorio di una installazione a tempo più che essere la chiave di volta per far funzionare un’idea.

Dalla presentazione della mostra: “Nel nostro recente passato invece, le due discipline si sono sempre più allontanate tra loro: oscillando tra autonomia e sconfinamento dei loro domini, hanno di fatto rinunciato a lavorare fianco a fianco, e a regalarci così quei magnifici capolavori a cui ci avevano abituati.”

L’imput c’è: l’architettura deve essere in grado di riprendersi quello spazio che ebbe nel passato nell’essere tassello per la costruzione di una identità collettiva; l’arte, dal canto suo, deve proporsi come motore positivo e non andare per se’.

Un sacello, un tempio, una casa, una cassa, un’astronave: ognuna di queste cinque azioni artistiche riflette in un modo personalissimo su alcuni degli aspetti che più caratterizzano la persona. Riconoscibili nelle forme, ma con quell’elemento in più che in un primo momento destabilizza le aspettative, per poi indurre alla riflessione.

E allora all’interno della casa se ne trova una seconda, simile ma dissonante – perché sono due le vite che l’hanno concepita; la cassa si rivela per essere in realtà uno scrigno e l’astronave un camino che conduce all’ascensione; il tempio in mattoni accompagna il fedele a ricongiungersi più che con l’icona che lo osserva dal fondo dell’abside con il cielo che vi filtra, mentre lo scrigno in travertino dell’ultima cappella racchiude un punto di luce immerso nel blu, osservatore che si fa guardare.

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ARCHITETTURA (Architecture-Baukunst, Architektur). Questa parola, nel significato più semplice e più generalmente ricevuto, esprime arte di edificare. La prima però di queste parole, cioè arte, riceve dall’uso due significazioni, secondo la natura degli oggetti o delle materie cui viene applicata, o secondo le varie attribuzioni che comporta ognuna di queste materie. Essa infatti viene adoperata tanto nelle cose meccaniche e ne’ più volgari lavori, quanto in ciò che hanno di più sublime i concepimenti del genio, e quindi dicesi ugualmente l’arte del vasaio e l’arte del poeta. (2)

E non serve il drink che si può sorseggiare mentre si passeggia dentro e fuori questi mondi a fuggire una domanda che sorge spontanea: ma è arte o architettura?

A pochi metri dai padiglioni è l’installazione di Sironi Bagni misteriosi, costruita per la XV Triennale del 1973 nell’ambito del progetto “Contatto Arte/Città”.

Il fine di una esposizione non è forse sollevare un problema più che risolverlo? Nella suggestione di questi esercizi di mestiere si offre una chiave, uno spunto da cui far procedere un ragionamento, perché l’arte non ha solo il ruolo di smuovere le menti e pungolarle e l’architettura non basta sia costruita per definirla tale.

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È una tappa di un percorso tortuoso e importante, nel nostro paese, nel contemporaneo, non tanto teso alla dimostrazione che Architettura e Arte possano o debbano stare insieme, quanto piuttosto all’affermare che entrambe servono per progredire e per questo servono insieme.

Entrambe, ognuna con gli strumenti che le sono più propri, seguendo i percorsi che ne indirizzano l’evoluzione, perseguono una ricerca che non può che essere autonoma. I “fini” dell’architettura e dell’arte non coincidono, soprattutto nel mondo contemporaneo; ma si compenetrano, più o meno sottilmente definiscono i margini l’una dell’altra, a costruire un progresso composito, organico.

Delle costruzioni si fruisce in un duplice modo: attraverso l’uso e attraverso la percezione. O, in termini più precisi: in modo tattico e in modo ottico. Non è possibile definire il concetto di una simile ricezione se essa viene immaginata sul tipo di quelle raccolte per esempio dai viaggiatori di fronte a costruzioni famose. Non c’è nulla, dal lato tattico che faccia da contropartita di ciò che, dal lato ottico, è costituito dalla contemplazione. La fruizione tattica non avviene tanto sul piano dell’attenzione quanto su quello dell’abitudine. Nei confronti dell’architettura, anzi, quest’ultima determina ampiamente perfino la ricezione ottica. (3)

… abitudine in senso attivo, dell’abituare, bene.

5 - Foto 16-07-16, 12 32 38

Arch and Art si conclude all’interno del museo, in un angolo di passaggio dove sono esposti cinque modelli, uno per ogni progetto, di studenti dell’Accademia di Architettura di Mendrisio ai quali è stato chiesto di scegliere, leggere, reinterpretare il lavoro delle star che espongono nel giardino, traendone un personalissimo, e davvero interessante, risultato (vedi Domus 1004). Forse l’elemento più interessante della mostra, se la si considera come un pezzo di un ingranaggio; questi lavori sono un passo avanti di cui parlare.

E che sono riusciti a riabilitare anche un cestino della spazzatura a oggetto della composizione.

 

Riccardo Petrella

 

 

(1) Alan Bennett, Una visita guidata, Adelphi 2008

(2) Quatremère de Quincy, Dizionario storico di architettura, Marsilio 1985

(3) Walter Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Einaudi 2000

Foto di copertina di Donata Basile, domusweb.it

Arch and Art, foto dell’autore 2016

Installazione di Mario Sironi nel giardino della Triennale, V Triennale di Milano, 1933

Bosco Verticale: il miglior grattacielo del mondo è italiano!

Ogni anno il Council on Tall Buildings and Urban Habitats, promosso dall’Illinois Institute of Technology di Chicago, nomina il miglior grattacielo del mondo. Per il 2015 è risultato vincitore l’ormai celebre grattacielo entrato a far parte dello skyline di Milano: Il Bosco Verticale di Boeri Studio.

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Milano, Bosco Verticale. Vista delle torri dal Giardino de Castillia (foto dell’autore).

L’edificio, riconosciuto come il più bello e innovativo del mondo, ha concorso e vinto contro progetti di spessore internazionale come il “Burj Mohammed Bin Rashid Tower” di Abu Dhabi, il “One World Trade Center” di New York o il “Capita Green” di Singapore, solo per citarne alcuni.

Già lo scorso anno il Bosco Verticale aveva ricevuto un altro premio l’International Highrise Award 2014, competendo con il “Renaissance Barcelona Fiera Hotel” di Jean Nouvel, lo “Slice Porosity Block” di Steven Holl e il “De Rotterdam” di Rem Koohlaas.

«Il premio al Bosco Verticale- dice Stefano Boeri- è un premio al coraggio e al lavoro collettivo di un gruppo di creativi, tecnici, esperti, imprenditori e operai edili, che hanno realizzato a Milano un’architettura pionieristica e unica al mondo».

Il progetto del Bosco Verticale curato da Boeri Studio (Stefano Boeri, Gianandrea Barreca, Giovanni La Varra) ha visto la collaborazione di diversi professionisti tra cui: lo studio Emanuela Borio e Laura Gatti per il progetto del verde, Dolce Vita Homes per la progettazione delle aree comuni e degli interni e Land Milano per la progettazione degli spazi verdi del “Giardino de Castillia”.

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Milano, Bosco Verticale. Vista delle torri da Via Gaetano de Castillia (foto dell’autore).

Il grattacielo sorge nell’area di Porta Nuova, nel cuore di Milano, non lontano dalla stazione ferroviaria Porta Garibaldi e raggiungibile tramite la linea metro, questo quartiere è frutto di un vasto intervento di riqualificazione architettonica ed urbana in atto, che prevede  un ampio spazio verde, i Giardini di Porta Nuova, e diversi edifici destinati al terziario, al commerciale, alberghi e residenze. Tra questi vi sono alcuni dei grattacieli più importanti di Italia come la Torre dell’Unicredit, la Torre Solaria, la Torre Diamante. All’interno del parco ed in netto contrasto con le forme rigide e verticali di questi edifici si trova l’Unicredit Pavilion progettato dall’architetto Michele De Lucchi. Un padiglione in legno, vetro e acciaio dalle forme curve simile ad un seme, che ospita un piccolo auditorium con spazi espostivi, un nido e una greenhouse all’ultimo piano.

In questo contesto e adiacente ad un altro spazio verde, il Giardino de Castillia, si ergono i due edifici progettati da Boeri: due torri residenziali alte rispettivamente 110 metri la prima (27 piani) e 80 metri la seconda (18 piani).

Il piano terra, accessibile dalla zona dei giardini, è caratterizzato da grandi vetrate e ospita gli spazi comuni e l’accesso ai collegamenti verticali che servono i diversi piani. Le torri ospitano diversi tagli di alloggio, permettendo agli utenti una vasta scelta in base alle proprie esigenze e preferenze. Ogni alloggio è dotato di terrazze di diverse dimensioni, utilizzabili come aree per il relax e la lettura o come spazi più ampi pensati come estensione della zona pranzo.

La peculiarità dei due edifici è data dalla presenza di questi “giardini sospesi” che ospitano all’incirca 1000 esemplari di specie arboree diverse, tra cui il Faggio, il Pero Corvino, la Magnolia stellata, il Gelsomino, il Melograno e tante altre ancora. Le facciate sono pertanto caratterizzate da un gioco di volumi aggettanti in cui la vegetazione fa da padrone. Ed è qui che risiede la grande innovazione del Bosco Verticale: è un nuovo modo di concepire l’abitazione e il rapporto tra architettura e città, in cui l’integrazione del verde in facciata porta una serie di vantaggi sia estetici che sostenibili.  L’utilizzo di diverse alberature ed essenze permette all’edificio di cambiare aspetto e colore al passare delle stagioni, conferendogli un’immagine mutevole e viva nell’arco dell’anno, mentre all’interno contribuirà a creare un ambiente più rilassante ed intimo. Inoltre è evidente il vantaggio bioclimatico non solo per il comfort termoigrometrico degli alloggi, ma per l’intero quartiere: le piante permettono di produrre ossigeno e di ridurre la quantità di smog e polveri sottili nell’aria. La manutenzione è ovviamente un aspetto importante ed è garantita dal condominio avvalendosi di specialisti.

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Milano, Bosco verticale. Vista delle torri dal Giardino de Castillia (foto dell’autore)

Il modello del Bosco verticale è stato molto apprezzato all’estero tanto che lo studio Boeri è stato chiamato a realizzare un nuovo grattacielo verde a Chavannes-Près-Renens, vicino Losanna in Svizzera. La Torre dei Cedri, sullo stesso modello del grattacielo milanese, ospiterà oltre 24000 piante di cui la maggior parte sempreverdi, il Cedro, che dà il nome all’edificio, è il vero protagonista in quanto capace di adattarsi ai diversi climi e agli sbalzi termici. La torre ospiterà residenze, uffici, servizi e all’ultimo piano un ristorante panoramico.

Un concetto di grattacielo del tutto innovativo, che si discosta dalle grandi facciate vetrate lasciando spazio alla natura e alla vegetazione, cercando di ridurre l’impatto ambientale e di migliorare la qualità della vita sia per gli utenti dell’edificio che per la città.

Francesca Latini

Expo2015, invitati e imbucati illustri nel Silos di Armani

Ci sono eventi in cui il mondo si divide in Chi c’era e Chi no. L’importante é esserci e se l’invito non arriva l’unica cosa che puoi fare é trovare un modo eclatante per farti notare. Expo 2015, Milano al centro del mondo, la moda al centro di Milano, Giorgio Armani al centro del suo regno.

Padrone di casa e special Ambassador dell’evento più glamour dei mille in programma per l’inaugurazione dell’esposizione Universale, lo stilista ha festeggiato i suoi 40 anni di carriera con l’inaugurazione del suo Silos e una sfilata della collezione di Alta Moda, Armani Privè, per la prima volta in passerella a Milano.

Il nuovo spazio espositivo al 40 di via Borgognone si chiama Armani Silos perché qui, negli Anni ’50, la Nestle aveva costruito il proprio deposito di cereali. Lo stilista ha deciso di trasformare quei 4500 metri quadri distribuiti su 4 piani, nella sede di un archivio permanente che comprende passato, presente e futuro. “Qui c’era cibo per vivere e ora ci sono vestitini con cui affrontare la vita al meglio”. “Vestitini”, curiosa definizione per 600 abiti e 200 accessori illuminati da led nascosti dietro un sistema di quinte mobili. Non c’é un ordine cronologico ma una ripartizione tematica: daywear, Giappone, Cina, India, l’amore per il Ballet Russes. Nelle sale dedicate ai cromatismi ci sono i fiori di Matisse e quel verde detto Chartreuse perché ricorda il liquore di erbe dei monaci di Certosa benedettina che lo stilista fa anche camminare in passerella.

Giorgio Armani inaugura a Milano il suo Silos e festeggia 40 anni di carriera con una sfilata della collezione Prive
Giorgio Armani inaugura a Milano il suo Silos e festeggia 40 anni di carriera con una sfilata della collezione Prive

 

Dopo l’inaugurazione si passa alla sfilata. Ottanta modelle che lui definisce “una più carina dell’altra” e che ai comuni mortali sembrano delle dee, presentano in 35 minuti gli 11 temi portanti della collezione Privè: luna, bambù, nomade, maraja, rosso lacca, metamorfosi, nudo, Cina e Giappone.

Insomma non una sfilata come le altre, per entrare non bastano gli occhialoni neri e lo status fashion blogger su linkedin. ” Vestitini per vivere meglio portati da ragazze carine”, é la moda nella sua espressione più nobile che trasuda eleganza al di la delle tendenze. Non é questione di stile o stili, di abbinamenti così assurdi da sembrare ben riusciti #lookoftheday da 200 like su Instagram, é una scienza certosina l’eleganza.

Maligni e invidiosi parlano di “Armaniadi” oltre a definire l’impressionante numero di star invitate un “allevamento di trote”. Sicuramente un laghetto invidiabile quello dove nuotano le pinnute Cate Blanchett in tailleur pantalone bianco decorato da un grande fiocco nero e Sofia Loren in abito nero con nastri di tulle.

Seguono a ruota Pierce Brosnan, Glenn Close, Tom Cruise e un Leonardo di Caprio bolso, gonfio e con codino. Decisamente più avvenente Hillary Swan, bellissima in un abito bustier con rose ricamate. Vulcanica come sempre Tina Turner, affabile il nuovo testimonial del marchio Chris Pine. Oltre alle star internazionali è arrivato anche il cinema italiano, da Paolo Sorrentino a Sergio Castellitto, da Raoul Bova a Pierfrancesco Favino, da Margherita Buy a Vittoria Puccini, da Luca Argentero ad Alba Rohrwacher. E poi Claudia Cardinale che ha ricordato di vestire Armani fin dagli esordi.

Gladiatori da red carpet, party people per eccellenza, professionisti del saluto fotogenico e della mano sul fianco. Accanto a loro, come in ogni festa, ci sono quegli invitati che chi lo sa, il biglietto arriva ma non era scontato per Stefano Pilati e Tomaso Trussardi con la moglie Michelle. “Non potevo credere all’invito del signor Armani, mi ha toccato il cuore”, confessa Pilati. Giorgio Re Democratico.

Ci sono poi quelli che il protocollo comanda, simpatici o antipatici, amici o quasi amici. Arriva il premier Renzi, cravatta e orologio Armani, con la moglie Agnese, in gonna nera lunga e camicia bianca Scervino e bimba in tutù al seguito. Letizia Moratti in smoking rosso, Pisapia e consorte in Armani d’ordinanza.

Il Silos dello stilista é a prova di proteste. Gli unici black bloc sono i completi sartoriali delle star. Per il jet set la protesta é solo un cinguettio lontano.

Bisticcio tra non invitati su Twitter. “E’ palese che la manifestazione di ieri e le violenze che stanno avvenendo in queste ore non sono minimamente paragonabili e accomunabili” ha scritto in un tweet il rapper Fedez, che ieri sempre su Twitter si era schierato a favore dei #NoExpo, scrivendo: “I danni dei #NoExpo sono poca cosa in confronto alle infiltrazioni mafiose e le speculazioni economiche di Expo. Indignati a giorni alterni!”. Una posizione che aveva scatenato le reazioni della rete, a partire da quella del leader della Lega Matteo Salvini. “Fedez – scriveva Salvini – difende quelli che oggi hanno danneggiato e imbrattato strade, vetrine, palazzi e negozi? Paga i danni di tasca tua, fenomeno!”.

È proprio Giorgio Armani a riassumere la giornata ieri 1 Maggio, inaugurazione del tanto atteso Expo 2015. “Capisco le ragioni di chi manifesta, ma sono contrario alla violenza”. E’ il commento dello stilista sui disordini di piazza. “C’era da aspettarselo – ha aggiunto lo entrando alla Scala per assistere alla Turandot – la cosa non ci ha colti di sorpresa. Peccato, quella di oggi poteva essere una buona giornata”.

 

Il grande mito o sull’inutilità dell’architettura

Guardare il mondo con gli occhi da architetto è molto difficile. Lo è ancor di più per chi lo guarda da studioso, da appassionato della materia, senza poter incidere su di essa in maniera concreta. Il compito dello storico di architettura ha inevitabilmente dei risvolti critici e guarda sempre al presente, a ciò che si sta facendo al momento, ma con la mente rivolta agli esempi del passato.

Visione di Milano negli anni Sessanta: torre Galfa in primo piano e grattacielo Pirelli sullo sfondo

Fin dai primi studi l’architetto è immerso in un mondo di possibilità, in una piacevole dimensione in cui si diventa consapevoli della propria forza creativa. Questo avviene tramite la formazione di una prassi progettuale, la ricerca di un metodo formale, di una base teorica sufficientemente convincente e – per fortuna – lo sviluppo una competenza tecnica. Eppure l’architettura non riesce a privarsi del tutto dell’illusione di trasformare la realtà, di poter cambiare le sorti del paesaggio ambientale ed urbano: il premio infatti è troppo ghiotto per lasciassero sfuggire e, in verità, non si riesce ad immaginare un mondo che possa evolversi senza lo spirito creativo proprio degli architetti. Non è qui la sede per esprimere un commento di quanto poco i progettisti oggi incidano sulla trasformazione della realtà: questo perché il concetto è ampiamente dibattuto da numerosi esperti che possono vantare una competenza maggiore della mia, e perché in fondo si è già capito, all’interno della cultura architettonica contemporanea, che il progetto non basta per trasformare un territorio, o addirittura una società, ma deve agire in sinergia con cambiamenti di tipo economico, culturale e sociale.

Ciò che mi preme dire è rivolto proprio ai progettisti della mia generazione, l’ultima possibile. È necessario ripartire dalla società e dai suoi bisogni reali: un pensiero non certo nuovo ma a mio avviso non ancora compreso del tutto. E, nella mia brevissima esperienza, sono valsi due episodi significativi per ricordarmi di questa mancanza.

Per prima cosa sono rimasto molto colpito dai movimenti per la casa in grandi città come Roma e Milano: al di là dell’alto numero di persone che chiedono con forza una casa popolare e al di là della gestione che gli enti pubblici hanno avuto delle abitazioni pubbliche in tutti questi decenni, mi chiedo come sia possibile che la questione politica debba essere solo intesa a livello gestionale (intendo cura degli immobili) e non (più) a livello architettonico. Detto in altre parole: per quale motivo la cultura architettonica non si occupa del problema delle periferie? A parte l’interessante lavoro dell’architetto senatore Renzo Piano sulle periferie di Milano, Torino e Catania, non vedo i “giovani talenti” occuparsi di questo tema, la progettazione nelle periferie appunto, che mi sembra cruciale per il destino delle nostre città. L’interesse, a parte qualche puntuale intervento come Cherubino Gambardella ad Ancona o MAB Architettura al Gallaratese di Milano, è ancora troppo poco: eppure l’attenzione verso queste realtà è sempre alta, sia in termini sociali che politici.  A tal proposito basti pensare al dibattito elettorale a Milano nel 2011 e a Roma nel 2013, oppure alla rivolta nel quartiere di Tor Sapienza a Roma, avvenuta pochi mesi fa. Ciò che sarebbe auspicabile è il ritorno di una sinergia tra architetti ed enti pubblici per la costruzione di nuovi modelli abitativi tradotti in una realtà territoriale divenuta multiculturale: un ritorno al passato, quando architetti illustri come Giovannoni, Albini, Gardella, Ridolfi, Bottoni costruivano alloggi sociali, ma con forze e conoscenze nuove, in grado di ripensare la vita delle persone seguendo criteri di sostenibilità ambientale ed economica.

Eppure progettare con e per le persone, intese non come committenti di eccezione, ma come massa sociale, non basta. Bisogna avere l’umiltà di (ri)mettersi al loro servizio, ovvero avere la capacità di ridurre lo spirito creativo dell’architetto e far emergere il suo ruolo di trasformatore sociale, quale credo che esso sia, ancora. E qui viene il secondo esempio che illustra bene l’esaltante sensazione che pervade un giovane laureato in architettura una volta uscito dall’università e lo scontro con la realtà, ovvero l’inutilità dell’architettura intesa come unica forza di cambiamento nei confronti di ciò che ci circonda.

Per un mio lavoro ho studiato un intervento progettuale dell’architetto Guido Canella (1931-2009) nella cittadina periferica di Pieve Emanuele, a Sud di Milano. Nel 1968 il comune ha chiamato Canella per progettare i servizi per un insediamento di ottomila persone costruite sei anni prima dall’INCIS (Istituto Nazionale Case per gli Impiegati Statali). La commessa prevedeva quindi di costruire la chiesa, le scuole e negozi per fare in modo che una comunità trapiantata nel nulla potesse vivere in un ambiente dotato di una precisa identità e non più in un quartiere dormitorio. L’architetto ha organizzato i numerosi edifici intorno ad una grande piazza ed ha immaginato un sistema di connessione tra spazi aperti e funzioni sociali: la scuola elementare prevedeva una grande gradinata rivolta verso la piazza, una passerella in cemento correva sospesa per tutti gli edifici unificando il luogo pubblico al suo interno, la chiesa stessa è stata ideata come luogo di riunioni per l’intera comunità tramite l’uso di pannelli che nascondessero all’occorrenza l’altare.

Piazza di Pieve Emanuele con scuola elementare (a sinistra) e chiesa (a destra)
Piazza di Pieve Emanuele con scuola elementare (a sinistra) e chiesa (a destra)

Durante la mia visita mi sono reso conto di quale sia stato il destino di questo intervento: la passerella non esiste più, le gradinate sono state riempite con aiuole verdi e alcuni edifici sono stati abbattuti. Quel che resta è una serie di costruzioni in cemento armato a vista, consumate dal tempo (solo trent’anni!) con forme geometriche davvero poco gradevoli e una serie di spazi così articolati da risultare incomprensibili. E in tutto questo, parlando con le persone, non son mancati giudizi negativi su queste architetture non solo calate dall’alto ma, aggiungo io, troppo colte per essere capite: il progetto, ad esempio è ricco di riferimenti alle prime avanguardie del Novecento (ad esempio le forme pure del Costruttivismo russo).

Il risultato di questo grande sogno però è un’architettura che non viene riconosciuta dalla comunità perché “brutta” e tanto lavoro teorico – le riflessioni di Canella sono state fondamentali per lo studio della città contemporanea – risulta davvero sprecato. E allora mi chiedo se non sia il caso ascoltare di più le esigenze della comunità di riferimento, dando risposte per un’edilizia di qualità piuttosto che per un’architettura raffinata ma, in definitiva, estranea. Nel frattempo che questo accada in maniera sistematica, potrebbe rivelarsi utile portare gli studenti in questi luoghi, a Pieve Emanuele come al Corviale di Roma, per far toccare con mano quanto un grande mito possa rivelarsi fallimentare se non ha la forza di comprendere a fondo le esigenze sociali della realtà che pretende di trasformare.

Alberto Coppo

La Scala

Milano

Edoardo Castelli

Little Black Jacket

Cosa mi metto? fissare un armadio con aria interrogativa sperando che da li dentro venga una risposta. Puoi rimanere anche ore a guardare i tuoi vestiti ammucchiati più o meno ordinatamente senza che l’illuminazione arrivi e a meno che tu non abbia qualche completino nuovo nuovo che non vedi l’ora di sfoggiare, sai che finirai con il mettere sempre la stessa cosa..Pezzi passpartout che da soli danno un senso a una mise, delle vere ancore di salvezza pronte a tirarci fuori dall’arcano dubbio che spesso ci attanaglia davanti all’armadio aperto.. Ognuno di noi ha la sua coperta di Linus, può essere una borsa, un paio di scarpe, una giacca…

Dopo un tour che ha toccato Parigi e New York arriva in Italia la mostra fotografica firmata Karl Lagerfeld decicata al capo must have universale, The little black jacket dedicata alla celebre giacca nera Chanel. Un omaggio al capo, inventato negli Anni ’50 da mademoiselle Chanel. 113 scatti che ritraggono attori e attrici, cantanti, modelle, stilisti e superstar, amici della Maison. Ognuno ha interpretato la giacca secondo il proprio stile e la propria personalità, esaltando i valori della storica griffe parigina:creatività , modernità ed eccellenza.

La prova che lo stile nell’abbigliamento non si misura dalla metratura dell’armadio. Guardatelo il vostro armadio..camicette e vestiti di Zara o Hem perfetti per una sola stagione ma che al terzo lavaggio ti abbandonano e quindi via nel dimenticatoio l’anno successivo, e poi ci sono quei due o tre capi che rimangono saldamente sulla loro stampella..resistono alle mode perchè sono il pezzo indispensabile per completare qualunque look estroso..un paio di ballerine, una giacca nera, un tubino e un paio di jeans perfetti…Bastano poche cose di qualità per fare la differenza. La perfezione non è più di moda, anzi se c’è l’errore diventa subito di ultima tendenza: dettagli rock con capi ultra bon ton, fantasie mixate per creare nuovi abbinamenti: qui la caccia all’errore è più una ricerca a un nuovo equilibrio. Righe più pois, colori puri e fantasie shock. Un tutù da ballerina e un blazer. Osare si può si deve, è il classico rivisitato di una little black jacket che se potesse ne avrebbe di cose da raccontare..