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Balmain per H&M: storia vera di ordinaria pazzia

L’oggetto del desiderio é la giacca con le perle. Quella che nella campagna pubblicitaria indossa Kendall Jenner. Quella che mamma Cindy Crawford ha comprato alla figlia Kaia durante il mega evento per la presentazione della capsule collection a New York. Quella che ognuna delle migliaia di ragazze che attendevano da mesi la collezione Balmain per H&M sperava di portare a casa. Quella che se non sei in coda almeno dall’alba non hai nessuna possibilità di avere.

La giacca di perle di Balmain per H&M indossata da Kendall Jenner
La giacca di perle di Balmain per H&M indossata da Kendall Jenner

Non sono una guerrafondaia. Se penso a litigarsi i vestiti mi viene in mente solo quando lui e lei afferrano lo stesso paio di guanti in Serendipity. Eppure lo spasmodico fervore che assale le appassionate di moda a ogni nuova capsule collection mi affascina sempre. C’é un qualche meccanismo mentale che spinge centinaia di ragazze a passare la notte in fila fuori dai negozi per comprare le collezioni disegnate da qualche grande stilista per uno dei colossi del low cost. I prezzi poi sono certo molto più bassi di un originale haute couture ma altissimi per un capo che alla fine ha sempre l’etichetta (e la qualità) della grande distribuzione. Si possono anche fare degli affari ma, come sempre, bisogna saper scegliere.

Quando la tua mente però é offuscata dalla furia della compratrice compulsiva, c’é poco da ragionare.

“Penserete che io sia pazza, lo so. Per Lanvin e Versace ho dormito in strada tutta la notte. Oggi non esco dal negozio senza la giacca con le perle. Ma ho puntato anche i sandali con le corde e un paio di orecchini gioiello. Poi voglio anche altro, ovviamente”. Ha detto una ragazza accampata dalle 2 del mattino davanti all’ingresso del negozio di H&M al centro commerciale Porta di Roma, uno dei 9 punti vendita selezionati in Italia che per un giorno hanno messo in vendita la capsule collection disegnata da Olivier Rousteing, stilista di Balmain.

C’é un’unica regola: il limite di acquisto. Ognuno, cioè, può comprare al massimo 5 capi della collezione Balmain per H&M (compresi gli accessori) in una sola taglia. Lo scopo é evitare che una persona possa fare razzie per l’amica o la sorella a casa.

Questo ovviamente non vale per la prova. Se tra gli stand é lotta aperta, in coda per i camerini é guerra di logoramento. Si prende qualunque cosa, indipendentemente dalla taglia o dal modello. Ho visto ragazze minute provare taglie 46 e signore distinte attaccate compulsivamente a vestiti di paillettes fucsia che sanno non indosseranno mai. “E che faccio? Mica lo posso lasciare la!”. Tanto meno lasciarlo a qualcun’altra.

Nonostante questo, in fila partono le contrattazioni: “Scusami ma la maglietta che hai preso tu che taglia é? Se la lasci me la dai? Promesso però!” Basta infatti un momento di distrazione perché i capi che qualcuna decide di non comprare vengano presi dai commessi che li rimettono sugli scaffali dove sono appostate come cavallette le ragazze. Per le ritardatarie infatti prendere i pezzi lasciati da qualcuno all’ultimo minuto, magari anche in cassa, é l’unica soluzione. L’ideale é agire in coppia: mamma e figlia o tra amiche.

Alcune sono corrette, ti lasciano il vestito e magari ti augurano anche buona fortuna, altre pur di non cedere nulla passano nel camerino ore e ore, sperando di dissuadere l’elemosinante.

Questo é quello che é successo a me: essendo arrivata alle 14, ero entrata da H&M senza alcuna pretesa o speranza. Ormai era finito quasi tutto. Come in una gabbia di leoni, le commesse avevano tirato fuori borsellini e pochette da dare in pasto alle belve nel timore che altrimenti gli si sarebbero attaccate alla giugulare. Intercetto un’ondata di vestiti riportati dai camerini. Molte taglie grandi, nessun vestito, cappotti neanche a sognarli, qualche pantalone. Uno in camoscio verde scuro, più di 300 euro, francamente eccessivo considerando che sono sempre pantaloni di H&M. Riesco a prendere dei jeans a righe verticali bianchi e neri. Taglia 38, una rarità considerando che é la più gettonata tra le giapponesi, che in fatto di vendite “mors tua vita mea” sono quasi imbattibili (ho sentito dire a una ragazza asiatica che usciva fiera con 4 enormi buste: “Ma fino a qui dovevi venire a fare shopping?!”).

Allungo una mano verso una camicia nera in simil seta con i bottoni simil d’oro. Una signora 50enne é più lesta di me. La prende, ne ha già in mano una uguale ma “vuole provare tutte e due le taglie”. L’effetto é lo stesso di quando quello prima di te in fila in pizzeria chiede tre quarti di teglia di margherita, tu speri in quell’ultimo pezzo ma alla fine dice: “Anzi, me la dia tutta!”. Ingordo.

Le chiedo se può cedermi quella che non prenderà, aspetto che faccia la fila per i camerini (20 minuti), la prova (15 minuti), alla fine esce. Mi dice: “guarda calza un po’ strano” e mi cede la taglia che sicuramente mi sarebbe stata grande. Si allontana e appena girato l’angolo lascia pure l’altra, nascondendola tra altri abiti. Io i miei jeans a righe Balmain per H&M li ho portati a casa.

Si potrebbe dire “ho visto cose che non potete immaginare”, ma basterà aspettare il prossimo anno, quando sugli scaffali del gigante del low cost apparirà la prossima etichetta couture, magari disegnata da Riccardo Tisci di Givenchy o Hedi Slimane di Saint Laurent.

..E se pensate che la foga delle ragazze di Roma, Milano o Bologna sia assurda, guardate cosa é successo a Parigi. Basta una giacca Balmain per H&M per far perdere qualsiasi dignità alle chicchissime parigine..

 

 

 

Marie Claire: è polemica sulla modella troppo magra

Il peso della bellezza si misura intorno al numero 38. Questa è infatti la taglia di Marthe Wiggers. La modella australiana di 17 anni è comparsa sulla copertina della rivista Marie Claire più magra del solito, con il viso scavato e l’espressione triste. La foto ha scatenato le critiche degli utenti di internet che hanno accusato il magazine di promuovere un ideale non sano di bellezza.

Marthe Wiggers su Marie Claire
Marthe Wiggers su Marie Claire

«Quando cominceremo a reagire sul serio e tutte insieme alla costruzione di un modello sbagliato?” ha commentato la scrittrice italiana Michela Murgia sui social network. Dopo le prime polemiche la direttrice di Marie Claire Antonella Antonelli ha giustificato la scelta del settimanale con una lettera aperta:

“La modella della cover di novembre, come potrete osservare anche all’interno del servizio moda, dove ha le gambe scoperte, è una normale taglia 38 come tante altre...Vi invito inoltre a guardare la copertina del numero di ottobre che ha come protagonista una ragazza più adulta e più formosa….Noi non abbiamo mai creduto in un solo ideale di bellezza femminile”.

La giustificazione non è però bastata a placare il dibattito sulla promozione dell’immagine della donna sui magazine di moda.

Marthe Wiggers, soprannominata “l’Angelo caduto dal cielo”, nelle immagini che la ritraggono su Google appare effettivamente più sana e sorridente, diversa dalla ragazza sotto peso sulla cover del settimanale. Colpa di un eccesso di photoshop? Non è dato saperlo. Fatto sta che con la sua taglia 38 è stata eletta modella dell’anno per Img Models.

Marthe Wiggers
Marthe Wiggers

Eppure pare che, talvolta, la 38 non basti. E’ successo a Charlie Howard, modella inglese di 23 anni: viso scavato d’ordinanza, gambe chilometriche e sopracciglia alla “Cara Delevingne”. La sua agenzia di moda le ha chiesto di perdere altri 3 centimetri sui fianchi per poter continuare a sfilare.

Charlie Howard
Charlie Howard

Invece di tornare a casa e cenare a base di sedano e finocchi la giovane ha aperto Instagram e si è sfogata.

“Mi rifiuto – ha detto – di sentirmi in colpa perché non raggiungo i vostri ridicoli e inottenibili standard di bellezza mentre voi state seduti tutto il giorno alla scrivania, divorando torte e biscotti e criticando me e le mie amiche per il nostro aspetto fisico”.

E ha poi continuato: “Più ci costringono a perdere peso e ad essere magre, più i costumisti devono fare i vestiti per adattarli alle nostre dimensioni, e più le ragazze devono dimagrire per entrarci. Non è più l’immagine che ho scelto di rappresentare. Nel caso in cui non lo aveste capito, io sono una donna. Sono un essere umano. Non riesco miracolosamente a tagliare le mie ossa dell’anca in giù”. Ha concluso così: “La mia salute mentale e fisica è più importante”.

Di taglia 38 si è parlato anche nel corso del programma televisivo “Open Space”. La trasmissione ha dedicato uno speciale alla magrezza estrema delle modelle imposta dal fashion system. Appena la conduttrice ha fatto riferimento alla legge francese che vieta di ingaggiare le ragazze che non rispettino il limite minimo di BMI, l’indice di massa corporea, una delle modelle presenti al dibattito ha abbandonato la trasmissione. “A me non interessa stare in tv, si sta parlando del nulla – ha dichiarato la ragazza – Ho di meglio da fare”.

È vero che essere qualche chilo sotto peso, così come essere un po’ sovrappeso non deve considerarsi “malattia”. È vero anche che la moda assorbe lo spirito del tempo. Se gli anni Venti prediligevano le donne minute e androgine, trent’anni dopo primeggiavano le curvy , simbolo del desiderio di riscatto dalla penuria del secondo dopoguerra. Negli anni Novanta si è imposto un corpo asciutto e atletico, scevro dal superfluo e proteso alla conquista del mondo.

Le modelle nascono come “mannequin”, ossia manichini, stampelle su cui appendere abiti. Ma oltre la teorizzazione della taglia 38, esiste la vita pratica di milioni di taglie 42.

Tutte le feste della Festa del Cinema di Roma

I Fan di Jude Law sono schierati da tempo. PAN – Viaggio sull’isola che non c’è è sold out da settimane. Ieri per Truth, il film di apertura della decima edizione della Festa del Cinema di Roma, ha rischiato di rimanere fuori anche Enrico Vanzina. La più attesa è Ellen Page, protagonista di Freeheld, la grande assente è Cate Blanchett, più volte annunciata nonostante lei non abbia mai dato alcun segno di essere in viaggio per Roma.

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Ma di tutto questo, dei 37 film in concorso, dell’incontro con Renzo Piano o con Kim Rossi Stuart, della retrospettiva dove verranno proiettati tutti i film della Pixar da Toy Story a Inside Out, ad alcuni importa poco o nulla. Il vero obiettivo del festaiolo da festival, che passa in rassegna Cannes e Toronto, Venezia e Berlino, solo per farsi un selfie con l’hashtag #VanityFairParty, sono gli eventi mondani. Pionieri nell’arte dell’imbucarsi o illustri invitati, per facilitarvi la vita ecco una piccola guida:

Martedì 20, alle ore 22, JTI Japan Tobacco International, che dal 2010 sostiene la Festa del Cinema, organizzerà un esclusivo party con dj-set all’Hotel Mood di via Palermo. Il tema della serata sarà lo “Studio 54”, il club di New York che negli anni Settanta divenne il più famoso al mondo, frequentato da celebrità come Madonna, Andy Warhol, Keith Richards, Robin Williams. Ad animare la serata, uno degli storici dj dello Studio 54, Kenny Carpenter.

Sempre il 20 ottobre, in occasione della proiezione di Swinging Roma di Andrea Bettinetti, in programma alle ore 19 presso il MAXXI, si terrà un cocktail esclusivo organizzato da Sky Arte.

Mercoledì 21, alle ore 22, Mazda, Sponsor ufficiale della Festa del Cinema, organizza un party alla Lanterna, l’opera in vetro e acciaio creata dall’architetto Massimiliano Fuksas, nell’ex palazzo dell’Unione militare di via Tomacelli a Roma. All’ingresso gli ospiti verranno accolti da un giovane ritrattista che disegnerà i loro profili, lasciando quindi agli invitati un piccolo dono personalizzato, in linea con lo stile Mazda “make it personal”. Tutta la serata sarà a tema “Pure Passion” e “Soul Red”, il colore di punta per le nuove car line. Dal drink di benvenuto “Soul Red Cocktail”, all’hashtag #MazdaPurePassion, fino al video su base musicale live sul rapporto tra MazdaPurePassion e Cinema. Durante l’evento di esibirà il quintetto “Elisabetta Antonini Quintet” con alla voce Elisabetta Antonini – prestigioso premio Top Jazz 2014 della critica come Miglior Nuovo Talento – Marco Guidolotti al sax e Massimiliano De Lucia alla batteria. La band eseguirà il progetto costruito ad hoc “The Passion For Change Goes On”, tra live music jazz e colonne sonore dei più famosi film.

Sempre mercoledì 21, alle ore 20.30, si terrà un Gala Dinner organizzato da Fondazione Telethon con la direzione artistica di Tiziana Rocca, presso l’Open Colonna, all’interno del Palazzo delle Esposizioni di Roma. La cena verrà preparata dal resident chef Antonello Colonna. A presentare la serata, che anche quest’anno vuole sensibilizzare e raccogliere fondi a sostegno della ricerca scientifica sulle malattie genetiche, sarà Francesco Facchinetti, dj, cantante e conduttore televisivo. Al Gala verrà presentato in anteprima il decimo cortometraggio di Rai Cinema per Telethon: Fattore VIII, del regista Mauro Mancini, prodotto da Movimento film con Rai Cinema. L’evento è realizzato con il patrocinio dell’Alto Patronato del Presidente della Repubblica, della Regione Lazio, da Roma Capitale in collaborazione con la Fondazione Cinema per Roma.

Giovedì 22, alle ore 20.30, Disaronno celebrerà il restauro della pellicola di Ettore Scola, La Terrazza, con un evento ad hoc presso la Terrazza Caffarelli, all’ultimo piano dell’edificio che ospita i Musei Capitolini, con vista mozzafiato sui Fori Imperiali. Il cocktail party sarà l’occasione per presentare in esclusiva la nuova bottiglia limited edition “Disaronno wears Cavalli”, disegnata dalla famosa casa di moda. Durante la serata verrà servito per la prima volta il cocktail Disaronno Wears Cavalli Sour.

Venerdì 23, alle ore 20.30 a Cinecittà, si terrà l’evento di beneficenza “Insieme per il Nepal”. Il tradizionale appuntamento che coniuga cinema e solidarietà nel mondo, nato per iniziativa di Désirée Colapietro Petrini e reso possibile grazie all’impegno di Cinecittà Studios, ha come obiettivo la raccolta fondi per l’emergenza in Nepal, il progetto è sostenuto dall’Associazione Pietro Taricone Onlus. La serata sarà presentata da Neri Marcorè e anche quest’anno le scenografie del teatro che lo ospita saranno firmate dai premi Oscar Dante Ferretti e Francesca Lo Schiavo. La raccolta fondi sarà destinata all’emergenza terremoto in Nepal dello scorso 25 aprile, che ha causato oltre 9.000 vittime e lasciato migliaia di persone senza casa.

Aeroporti e Casinò: le location più assurde della PFW

Parigi cala il sipario. Louis Vuitton e Miu Miu chiudono il mese di fashion week ma la partenza è dall’aeroporto di Chanel. Il Gate ovviamente è il numero 5. Per presentare la collezione primavera/estate 2016, Karl Lagerfeld fa sfilare le sue viaggiatrici di lusso, d’ogni razza e nazionalità, sullo sfondo di un terminal ricostruito al Grand Palais. Non parlo di un jet disegnato sullo sfondo o di qualche valigia sparsa qua e là lungo una classica pedana ma della ricostruzione di un vero e proprio aeroporto, il Paris Chambon, che comprende voli di linea, carte di imbarco con la scritta Chanel Airlines. Il trolley matelassé come bagaglio a mano. Le hostess indossano la divisa nera. Con scarpina tacco 5 naturalmente.

Vanessa Paradis all'aeroporto di Chanel
Vanessa Paradis all’aeroporto di Chanel

Il nuovo volto di Chanel Lily-Rose Depp in jeans e top con spalle scoperte è al check-in, al seguito di sua mamma Vanessa Paradis pronta per l’imbarco dei bagagli e Cara Delevigne, in tenuta da viaggio, sta seduta nella sala d’attesa con Kendall Jenner e il baby modello Hudson Kroenig.

La classica passerella per il Kaiser della moda è obsoleta, le carte di imbarco couture alla Paris Fashion Week sono solo l’ultima trovata dopo il casinò, la brasserie Gabrielle e il supermercato di Coco.

In principio fu il supermarket. Carrelli di plastica rossi e blu, scatole di latta di biscotti salati (con doppia C incrociata), sacchi di iuta di Jambon Cambon (rima baciata!) corsie a tema, cartelli con promozioni non a caso sulle “noci de Coco”, orari scritti a caratteri cubitali “Un Grand Magasine pour un Grand Palais”. Per la collezione autunno/inverno 2014-2015, le modelle di Chanel sfilarono con cestino di metallo al braccio o spingendo il carrello. A fare la spesa Rihanna e Stella Tennant. Tra le corsie potevi incontrare Cara Delevigne. Fortuna che sotto casa mia c’è il Simply e posso continuare ad andarci in tuta. In realtà, a modo loro, anche per le top fu scelto un look sportivo: sneakers ai piedi e felpe..couture.

Rihanna e Cara Delevigne al supermercato

Poi tutti al ristorante. O meglio, alla Brasserie Gabrielle, tanto l’indirizzo è sempre lo stesso: il Grand Palais. I set designer di Chanel per l’autunno/inverno 2015-2016 ha ricreato il bistrot stile La cupole per intenderci, la celebre tavola calda che ha visto seduti gli eroi e le eroine di tutta una generazione di scrittori, artisti, attori.Il pubblico si accomoda ai tavoli o al bancone, le modelle si destreggiano altrettanto finendo per accomodarsi anche loro ai tavoli per le foto di convenienza. La collezione? Poco importante ma la it-bag altro non è se non una pochette formata da un doppio piattino di ceramica siglato da cui escono gli iPhone 6 per immortalare il selfie pre-portata. In un periodo in cui l’unica star alle sfilate era Kim Kardashian, interprete massima della comunicazione su internet, Lagerfeld porta l’estetica della collezione verso un esito borghese, chic, snob e parigino. Insomma, se autoscatto deve essere, tanto vale rendere glamour anche quello.

Un selfie postato su Instagram da due modelle alla sfilata di Chanel
Un selfie postato su Instagram da due modelle alla sfilata di Chanel

Infine il Grand Palais è diventato un Casinò. A luglio, per la presentazione della collezione di Alta Moda, ormai la performance è la prassi ma lo spettacolo sorprende ogni volta. Le vere celebrità non sono più quelle seduta nel front row ma quelle inglobate nella sfilate. Sedute ai tavoli da gioco, a chiacchierare tra una puntata e l’altra, c’erano Julianne Moore, Kristen Stewart, Rita Ora, Vanessa Paradis e sua figlia Lily Rose Depp. Intorno nel frattempo sfilavano le modelle. L’evento si è concluso con l’arrivo di Kendall Jenner in abito da sposa in doppio petto, accompagnata da Karl Lagerfeld.

Julianne Moore e Kristen Stewart al tavolo da gioco durante la sfilata di Chanel
Julianne Moore e Kristen Stewart al tavolo da gioco durante la sfilata di Chanel

Chanel impone uno standard con cui ogni grande della moda che tale voglia dirsi, deve fare i conti. Ecco quindi che Moschino presenta una collezione pop ispirata al fast food con tanto di borse a forma di chips e vassoi di McDonald. All’aeroporto di Lagerfeld, Christian Dior per la primavera/estate 2015-2015 ha risposto “costruendo” una collina fiorita di fronte al museo del Louvre.

La location della sfilata di Christian Dior Primavera Estate 2016 a Parigi
La location della sfilata di Christian Dior Primavera Estate 2016 a Parigi

Riflettevo sulla domanda di una ragazza dal disarmane buonsenso: “Ma non sarebbe più facile usare una vera collina o un vero aeroporto?”. Sempre più giovani e talentuosi stilisti si affacciano sulla scena, le catene della grande distribuzione, da Top shop a H&M sono entrate nel calendario delle sfilate, da qui il bisogno dell’alta moda di spingersi oltre. Non bastano più la qualità dei materiali, le finiture impeccabili, le linee ineccepibili, l’haute couture, anche con il rischio di strafare, deve dare un messaggio. O almeno un sogno.

Prendi il banale. Rendilo eccezionale. E poi costruisci intorno un kolossal. È la formula del successo di Chanel firmata Karl Lagerfeld.

Dimmi come ti vesti e ti dirò chi sei

moda e moodSe qualcuno ti dice: “Al mattino indosso la prima cosa che trovo” non credergli. La scelta degli abiti è fortemente condizionata dal nostro stato d’animo, anche se non ne siamo consapevoli. Assioma al quale aderiscono da sempre le appassionate di moda – controbatterete – ma che oggi trova conferma in una ricerca condotta all’Università di Hertfordshire, nell’Inghilterra Orientale.
Secondo uno studio ideato da Karen Pine, Professore di Psicologia, ciò che le donne scelgono di indossare rivela l’umore che provano quel giorno: se sono tristi o felici, se sono ben disposte verso la giornata che sta per cominciare o se la affrontano con sfiducia e una stanchezza psicologica che si trascinerà fino a sera.

Al questionario su cosa indossano quando si sentono depresse, hanno risposto 100 donne, rivelando un dato soprendente: il capo indossato nei “giorni no” sono i jeans. Si proprio loro, quelli che stanno bene con tutto, quelli da “mi infilo un paio di jeans e scendo” per il 57% delle donne intervistate hanno preso il posto della tuta, il capo da casa-coda-occhiali-depressione per eccellenza. analizzato contro soltanto il 2%, che dichiara di estrarre dall’armadio jeans e maglietta quando si sente ottimista e in forma.
ALT. Quale donna?quale maglietta? e soprattutto quale jeans? Penso che quell’ultimo dato andrebbe reinterpretata così: il 2% delle donne è talmente sicuro di se stesso da sentirsi valorizzato al massimo in jeans e maglietta. Più sei bella meno ti devi addobbare. Inoltre chi porta jeans a sigaretta, tacchi e top, sicuramente non è dello stesso umore di chi esce di casa in scarpe da ginnastica carrat e magliettona. Quel 57 è allora la percentuale che abbiamo perso in autostima. Perchè i vestiti non ci cadono addosso come sui manichini, perchè le magliette a righe allargano, perchè i colori che vanno di moda ci sbattono. E allora jeans e non se ne parla più. Parliamo sempre di un tessuto nato per resistere all’usura di lavori di fatica, quindi al di là delle corone sul sedere e di qualunque tipo di ricamo, è il grado precedente alla tuta e al pigiama.

Womens-Fashion-JeansDove voglio arrivare: il nostro umore influenza la moda, ma non lasciamo che la moda influenzi il nostro umore. Vanno di moda i jeggings? E noi li compriamo e mettiamo con orgoglio anche se le nostre maniglie dell’amore straripano e il nostro lato b chiede un paio di pantaloni a vita alta e a sigaretta. Vanno di moda le magliette vestitino? E noi le indossiamo anche se il nostro vitino di vespa sparisce lì sotto e sembriamo un unico fagotto grande quanto il nostro seno prosperoso.Spesso si pensa che i vestiti ci stiano male perchè siamo grasse, o abbiamo troppo seno, o i polpacci siano troppo sottili. Si pensa che basterebbe dimagrire, o modificare il nostro corpo per far si che magicamente ogni  capo cada alla perfezione, come alle modelle.

Non è così. Bisogna scegliere i modelli che valorizzano e vanno d’accordo con il nostro corpo, non il contrario. In fondo i vestiti sono solo pezzi di stoffa cuciti insieme, se non vanno bene dovremmo poter tirare un filo e fare tutto da capo. Un tempo c’erano le sarte che cucivano gli abiti addosso alle persone, e forse anche per questo le donne avevano molti meno complessi. Adesso ci sono tante taglie standardizzate, create per andare bene su una donna media. La donna media non esiste, così dobbiamo essere noi a scegliere il modello che si adatta meglio alla nostra forma. Non cercare di entrare a tutti i costi in uno che non fa per noi.
“Vestiti bene e noteranno la donna, vestiti male e noteranno il vestito” ( Coco Chanel)

 

Ricominciamo dai fondamentali: L’orlo dei pantaloni

Questo articolo, che potrebbe essere catalogato come veramente inutile per l’umanità, tratta un argomento allo stesso tempo essenziale, che conforterà molti e aiuterà tanti, se avranno la pazienza di applicarsi.  Signori, oggi parliamo di orlo dei pantaloni.

Tendenza che solo di recente ha preoccupato il grande pubblico, come per ogni genere di emulazione, è finita nel piano quinquennale per sfuggirci di mano; tanto che spesso ci troviamo davanti individui che non riusciamo a definire se abbiano addosso un paio di pantaloni lunghi orlati per qualcuno affetto da nanismo, o dei bizzarri  pinocchietti da uomo. La battuta – Ma che hai l’acqua in casa? – Ormai è inflazionata come la Germania nel dopoguerra. Recente trovata poi è quella di aggiungere il risvoltino a dei pantaloni già abbastanza corti da mettere le caviglie in mostra. Questo abuso sartoriale è stato al centro di diverse campagne denigratorie, dai video virali che riprendevano dei militanti nel cimentarsi a togliere i risvolti eccessivi ai passanti di Milano, fino alla campagna del movimento di destra Lotta Studentesca, che per acquistare share cavalcando l’onda del niente si anche è ridotta alla campagna: “Contro il declino dell’Occidente” e l’hastagh #MaschioResisti incentrato sui risvolti dei pantaloni. Insomma il vero declino delle idee dell’Occidente.

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Che siano estivi o invernali, eleganti o sportivi, chinos 5 tasche o con la piega, non si può ignorare ne sorvolare riguardo all’orlo, che definirei a tratti fondamentale e pietra miliare del buon vestire. A mio parere (supportato da tanti) un orlo può esaltare, come allo stesso tempo vanificare qual si voglia tentativo di vestire correttamente . Ebbene scendiamo nello specifico: l’orlo deve essere leggermente corto si, ma mai eccessivamente, deve sfiorare appena la scarpa se si tratta del pantalone di un abito da sera, o di uno spezzato. Si può mostrare una parte del calcagno se si tratta di un pantalone più sportivo. La prova va fatta sempre sulle scarpe che si pensa di abbinare più spesso al tipo di pantalone, per evitare brutte sorprese, e si tenga sempre conto di fare una prova da seduti. Dovrà terminare con un diametro compreso tra i 18,5 cm e 17 cm a discrezione e a seconda del carattere di chi lo indossa. Se si posseggono dei polpacci imponenti bisogna saper desistere e contemplare anche i 19 cm di ampiezza, per non riprodurre l’effetto leggings. Come dice sempre mia Mamma- E’ sempre meglio indossare qualcosa che ti sta bene addosso piuttosto che indossare qualcosa di costoso e basta – Ecco, nel caso dei pantaloni è quanto mai vero. Scegliete sempre dei pantaloni che valorizzino la vostra figura, e abbandonate marche e griffe. Prediligete la qualità di buon cotone e un taglio regolare. Commissionate gli orli se possibile, non al negozio quando li acquistate, ma ad una sarta che impari a conoscervi e ad accontentarvi. Lasciate sempre detto, li dove possibile di riportare la cucitura dell’orlo originale alla fine. I risvoltini di cui sopra sono accettabili solo in 2 casi: da 2 cm  sugli abiti da giorno, e sui jeans solo se vi improvvisate calciatori in spiaggia d’inverno.

Se da un lato l’eccesso di orli corti ci dona divertimenti circensi ogni qual volta ci troviamo a passeggiare per la città. L’assenza di articoli come questo lascia ancora aperto il capitolo: Nessun orlo ai pantaloni. Rabbrividisco  infatti quando sfortunatamente mi imbatto in qualcuno che indossa convinto dei pantaloni talmente lunghi da poterne fare due paia, con tutte quelle spiacevoli pieghe che comporta la lunghezza eccessiva, o nel peggiori dei casi, quel vago e goffo effetto a zampa.

A tutti voi, amici, fratelli, che ogni volta siete fieri di voi stessi quando entrando in sartoria con un paio 501, o un con un panta grigio ferro in mano, disponete con tono certo – Fammeli a 18 – e intanto  immaginate già la scarpa di forgia squisitamente inglese esaltarvisi sotto, io vi dico – Non siete soli.

Tacchi e polemiche al Festival di Cannes

Ci sono tabù che non devono essere infranti. Impazza la polemica al Festival di Cannes: tacchi si o tacchi no?

Sulla croisette l’attenzione è tutta sui piedi da quando alcune signore non sono state fatte accedere alle proiezioni perché si sono presentate in ballerine invece che con i tacchi alti. Tra loro, anche la produttrice cinematografica Valeria Richter, che ora accusa di discriminazione la kermesse francese.

Secondo i bodyguard, la scarpa col tacco farebbe parte del dress code del Festival del Cinema, ma le star hanno deciso di ribellarsi, e se Emily Blunt esorta le colleghe a indossare tutte le ballerine, Benicio Del Toro rilancia con una provocazione al maschile: «Anche noi uomini ci presenteremo con i tacchi sul red carpet».

Tutto inizia quando alcune cinquantenni si presentano all’ingresso di una proiezione e i bodyguard, osservate le estremità delle donne, vietano loro l’accesso all’evento. Succede domenica sera, alla proiezione di «Carol» di Todd Hayne, e succede di nuovo alla première di «Sea of Trees», di Gus Van Sant, dove viene allontanata dal red carpet la produttrice Valeria Richter, a cui in passato hanno amputato una parte del piede e che quindi, anche a voler essere estremamente pignoli su un’eventuale dress code, sarebbe stata meritevole di una più che comprensibile eccezione.

Un precedente c’è. Qualche anno fa al L’Oreal Fashion Festival australiano una modella in passerella “osa” l’impensabile per il mondo della moda: a rischio caduta, si libera dei tacchi stratosferici e continua a sfilare a piedi nudi. Il parterre modaiolo trattiene il respiro. Anche se pare che il gesto di insofferenza fosse in realtà una mossa concordata con l’entourage della stilista Dion Lee, è scandalo. I fashionisti ortodossi si fanno il segno della croce. Modelle eteree longilinee che fluttuano su stiletti tacco 13. Il tacco piace, perché sfila la figura, allena il polpaccio, intriga la vista, dona autorità, ma il tacco ha un costo. Richiede un certo sacrificio, in termini di comodità di praticità e di equilibrio. “….Un po’ deve soffrire” dicevano le mamme alle loro bambine, e questa sofferenza non la deve vedere nessuno. Estetisti, parrucchieri, diete, scarpe strette. Non esistono o quanto meno nessuno vuole sentirtelo dire. Devi essere bella anzi, devi essere naturalmente bella. Fred Allard, direttore creativo per Nine West, uno dei maggiori produttori al mondo di scarpe da donna ha dichiarato che la ricetta per evitare di inciampare sui tacchi è “due parti di sacrificio ed un pizzico di solido acciaio”.

I tacchi a spillo sono stati inventati per spostare il baricentro della figura femminile, dandole così un portamento sessuato e cattivante. Allo stesso scopo in Cina scorciavano un tempo i piedi alle bambine, così da grandi avrebbero avuto il baricentro spostato, e l’andatura di cui si diceva sopra. Tutto questo vale purché l’incesso della donna sia lento e armonico. Se invece la donna vuole essere, oltre che sessuata, efficiente, pratica, e sui tacchi a spillo ci va di fretta, allora lo spostamento di baricentro provoca una scossa sgraziata, piu nota come “andamento a dinosauro” e un inconfondibile smorfia di dolore.

Se è vero tutto questo, se è vero che Victoria Beckam nonostante l’ ernia del disco si è rifiutata di ammettere l’ evidenza dei sui 160cm circa scendendo dalle fedeli Louboutin, hanno ragione quelli che sostengono che i tacchi a spillo non sono molto diversi dal burka? che più che l’assoluta libertà, danno l’idea di una schiavitù, più sottile di quella del velo, ma altrettanto pervasiva? Credo di no..essere schiavi vuol dire non avere possibilità di scelta. Vuol dire dover portare tacchi bassi e camminare due passi indietro a tuo marito (che ha le scarpe con il rialzo), far portare i tacchi a tua figlia di sei anni perchè Tom non li fa mettere a te, ma vuol dire anche essere costrette a issarsi sui trampoli per far si che ti guardino negli occhi e non nella scollatura.

Le scarpe come gli abiti sono una forma d’ espressione, in alcuni casi una forma d’arte e persino di architettuta (vedi Caovilla e McQueen). Si possono indossare flat shoes anche alle occasioni più formali, senza perdere di charme. In principio furono Brigitte Bardot e Audrey Hepburn, due icone di stile con i piedi ben piantati al suolo. Ai giorni nostri, The Body, al secolo Elle MacPherson, ha indossato un infradito sul red carpet come accessorio inatteso. Allo stesso modo si può essere inarrivabilmente belle su tacchi 15.

Insomma “altezza mezza bellezza”, ma ricordate, c’è anche l’altra metà.

 

Controtendenza: La riscossa del Calzino

Domanda: qual’è il primo orrore di moda che voi piccole donne 13/14enni notavate guardando Rossana, Mila e Shiro o Terry e Maggie? I CALZINI. Proprio loro, gli orridi calzini rigorosamente spessi e bianchi portati con gli zoccoli. Abominio della moda e trionfo del fetish.

Fino a qualche anno fa. Da Parigi a Milano, da Londra a New York, anche quest’ anno sulle passerelle è stato l’ elogio della mezza calza. Ragazze svolazzanti con gonne cortissime e shorts, sfilano ammiccanti nelle calze velate e -soprattutto- inguainate in calzini luccicanti portati con tacchi alti, zeppe comprese. Di lana spessa, un po’ maschile, ma anche velata con qualche lustrino qua e là. Sulla passerella va in scena l’osanna all’accessorio femminile più detestato dagli uomini.

msgm-massimo-giorgetti-fluo-1Quel gambaletto ammazza eros che li fa inorridire anche se portato sotto i pantaloni, ora si esibisce con la minigonna, infilato sui collant con la cucitura dietro e i tacchi altissimi…Quelle calzine che rimandano esplicitamente alle ragazze dall’attitudine fanciullesca che andavano tanto di moda negli anni Sessanta durante l’euforia della Swinging London, diventa un trend abbigliamento 2015. Con mini volant dai colori pastello per i look bon gin, in lurex o con applicazioni lucenti per la sera, discutibili in spugna portati con ancora più discutibili sandali alla tedesca.

Ben lontani dalle parigine, oggetto delle fantasie sexy per eccellenza per molti uomini, i calzini con le scarpe aperte sono una di quelle tendenze a cui é difficile arrendersi.

Eppure persino Armani li sdogana nell’Emporio per ragazze esuberanti che così svecchiano abiti mossi da volant e tailleur con piccole giacche a redingote, illuminate da spille. Attitudine coquette scippata alle francesi («Loro, sono più brave delle italiane a essere sexy con quattro cose») capelli lunghi e vaporosi sotto il baschetto, bocca rossa. E gambe al vento a gogò. Lambite dal calzettone sotto il ginocchio o dal pedalino a filo caviglia, difficile anche per una vatussa.
«E’ una trasgressione riservata alle giovanissime, grintose e con le gambe giuste». In questo clima anni ’80, contribuiscono al trionfo del calzino anche Kristina T , Blugirl, Prada e Trussardi.

E’ dunque davvero possibile evitare l’effetto crucco in vacanza nel sud d’Europa e trovare soluzioni che riescano a conquistare persino chi non avrebbe mai immaginato di poter guardare senza orrore l’associazione del gambaletto o del calzino maschile con un delicatissimo sandalo femminile? Secondo Armani si:

«La mia donna della prossima stagione non sono né mattane né gag, ma vestirà una moda per una ragazza grintosa e sexy alla francese!».

Ma bisogna considerare che re Giorgio dà per scontato un importante postulato: la “sua donna” , è alta circa 175cm è esile come un giunco e ha gambe da urlo..

Tendenze primavera-estate: I 10 capi must have

La moda, si sa, ha tempi tutti suoi. Le tendenze primavera-estate vengono presentate in pieno inverno e quando ancora stiamo lavorando sull’abbronzatura, le menti del fashion sono già proiettate alla stagione successiva. È chiaro però che, a meno che tu non sia Anne Wintour o Victoria Beckam, la sola idea di toglierti il montone a febbraio per provare uno spolverino fa letteralmente rabbrividire. Lo scorso luglio ho provato la famosa pelliccia di moschino di Spongebob con sotto il copricostume, sembravo una di quelle maniache del parco.

tendenze primavera estate 2015

I look per la prossima stagione calda hanno sfilato nel lontano settembre 2014 ma ora è finalmente giunto il momento di fare le pulizie di primavera nei nostri armadi. Dopo un 21 marzo con temperature proibitive, al primo sole avevamo creduto all’arrivo della bella stagione. Occhiali da sole e selfie in macchina per testimoniare il primo pranzo al mare. Bandite le calze e i fedeli stivaletti di pelle neri, ci eravamo cascati. Una Pasqua di gelo e tempesta ci ha riportato alla realtà. Ora però ci siamo, come ci vestiremo la prossima estate? Possiamo finalmente rispondere. Protagonisti assoluti gli Anni ’70, i colori accesi, il denim. Sapore dell’Occidente come dell’Oriente. Ecco quali saranno i dettagli a cui non rinunciare, gli accessori must have, le tinte da indossare.

1. Anni ’70

E’ l’ispirazione revival più forte della prossima stagione. Nell’armadio non potranno mancare: pantaloni a zampa, capi dal mood maschile, abiti a trapezio. Ritorna la zeppa.

2 . Suède

In stile squaw, ma non solo. Le pelli scamosciate diventano il tocco folk chic anche per sahariane e mise urbane. Come visto da Chloé. Le frange decorano giacche, pochettes e accessori.

tendenze primavera-estate suede

3. Denim.

Dal jeans chiaro, usato, strapazzato dei Seventies a quello moderno e urbano color blue denim. Una divisa metropolitana ispirata alle tute da meccanico o da operaio dei primi 900, ricongiungendosi così alle origini del denim stesso.

tendenze primavera-estate denim

4. Righe

In tutte le salse: orizzontali, verticali, black&white o multicolor. Per Chanel anche sugli stivali!

tendenze primavera-estate righe

5. Black&White

Non solo colori vitaminici, sotto il sole della bella stagione trionfa anche il rigore del bianco e nero.

tendenze primavera-estate bianco e nero

6. Crochet Dresses

Bianchi, romantici, sopra il ginocchio, con ricami in pizzo. Sarò il mini abito must have.

tendenze primavera-estate mini abito bianco

7. Laminato

Oro, argento e bronzo. Il medagliere della moda schiera sul podio tessuti laminati, pellami perlescenti, cascate di glitter e riflessi olografici. Per farsi notare. Senza per forza esagerare. Come dimostra lo stile elegante e understated, ma rigorosamente sparkling, di Salvatore Ferragamo.

8. Militare

Pattern camouflage o il verde nelle sue sfumature più terree. Linee marziali o semplici dettagli su giacche e caban. La moda mette in riga un esercito di soldatesse, il mood è army per donne dallo spirito battagliero e indipendente. Come quelle di Saint Laurent.

9. Fiori

La fantasia passepartout è a fiori. Le corolle e i petali che sbocciano sulla moda di primavera saranno opulenti ed extralarge. Bouquet di fiori colorati, neon e proposti in chiave pop. In tutte le sue sfumature di rosa per Victoria Beckham, Marc Jacobs e Giambattista Valli; papaveri, rose e garofani rossi si arrampicano da Dolce & Gabbana, Simone Rochas, o in versione acquarello per Chanel. Geometrie definite per i giardini botanici suggeriti da Erdem, Thakoon e Etro. Quel che non può mancare sono le versioni allucinate, flou, stridenti di pattern floreali al limite del reale.

10. Sandali alla schiava

Il must di stagione: calzari veri e propri, che avvolgono la caviglia o che addirittura arrivano sotto il ginocchio. Rigorosamente senza tacco, puoi scegliere un modello basic, magari in cuoio, oppure borchiati da vera gladiatrice. N.B. Attenzione all’effetto salsiccia.

tendenze primavera estate sandali alla schiava

Il fascino intramontabile dell’uomo in maglietta

Orange is the new black, i 40 sono i nuovi 20 e il sushi è il nuovo fast food, persino il tradizionale “Uomini” e “Donne” sulla porta delle toilettes è stato sostituito da nomi più esotici tipo “Chumba e Wamba”. In tempi moderni vale tutto e il contrario di tutto e anche senza scomodare le varie “nuove Brigitte Bardot e Audrey Hepburn” questo è sicuramente vero nel mondo della moda.

Prendete ad esempio l’involuzione neo grunge della vostra amica fashionista. Se fino a qualche anno fa di questi tempi girava solo con magliettine indossate a mo’ di vestito, mocassini, mega borsa e maga occhiali; oggi porta shorts a vita alta, lenti specchiate e Doctor Martens di vernice anche sulla spiaggia. Jenny Humprey nella prima contro quella della terza stagione per capirci. Le mode cambiano, spesso ritornano, ma non sempre coincidono con il canone classico di eleganza.

Se mi vestissi tutti i giorni come alcune delle più famose fashion blogger probabilmente otterrei una vagonata di “like” su Instagram ma da mia madre un laconico “quando esci con me sembri sempre una barbona”. Vai a spiegarlo poi che gli anelli su ogni dito della mano non sono necessariamente un tirapugni, che il maglione giallo di Spongebob è di Moschino e che il jeans con più strappi che stoffa si usa così. D’altra parte sono sicura che anche la modaiola più incallita, tirata fuori dalle strade della Vogue Fashion Night Out e catapultata a pranzo con i genitori del fidanzato, abbandona il berretto da baseball e la gonne di tulle.

Ogni occasione richiede il suo outfit, e questo si sa, ma i capi oggi si reinventano e ‘eleganza’ non è più univocamente sinonimo di “little black dress” o di camicia e pullover sulle spalle. Prendete la maglietta. Nonostante i suoi 101 anni di vita (è stata varata dalla Marina militare americana nel 1913), non si è lasciata eclissare, anzi, si conferma il capo più democratico (insieme ai jeans) e versatile della storia.

t-shirt-givenchy_784x0Le origini di questo capo sono decisamente umili. La maglietta a mezze maniche liscia e con scollo tondo nasce come indumento intimo dei soldati della marina militare USA. Semplice, igienica, piacevole e, soprattutto, di cotone, quindi leggera, fresca, sottile sulla pelle. I Marines la indossavano sotto alla divisa, ma se toglievano la divisa il bianco del cotone rischiava di luccicare troppo a favore del nemico: cominciarono così a tingerla, a sporcarla con i fondi del caffè, e divenne mimetica e, soprattutto, si capì che era versatile. I soldati se la portarono a casa, e qui diventò un indumento civile: nei campi, nelle fabbriche, nelle stalle, nel tempo libero. Così facile da indossare, entrò di slancio nel mondo dello sport, anche nella versione con colletto, poi diventata Polo. Da allora in poi le reinterpretazioni di questo capo non si sono più contate. Dagli artisti pop agli slogan politici, dai gruppi musicali ai grandi stilisti: negli ultimi decenni ne abbiamo viste di tutti i colori.

a(4)-320x220Le T-shirt hanno avuto il loro momento di massimo splendore negli anni Cinquanta, indossate al cinema da sex symbol maschili come Marlon Brando, indimenticabile in maglietta mezze maniche nel film del 1951 “Un tram chiamato desiderio”. O come James Dean in “Gioventù bruciata”, che nel 1955 trasformò la maglietta bianca in divisa dei giovani ribelli. Negli anni Sessanta le T-shirt amate dagli hippies erano scolorite in candeggina per creare macchie “psichedeliche”. Poi con la guerra del Vietnam arrivarono le scritte con gli slogan dei pacifisti.

Nei decenni seguenti diventò anche l’ossessione dei maggiori esponenti della pop art, e parecchi stilisti ne fecero largo uso sulle passerelle. La t-shirt si caratterizzò come il mezzo migliore e più incisivo per veicolare gli slogan più svariati, a partire dalle storiche scritte punk ideate da Vivienne Westwood e Malcolm MacLaren (l'”inventore” dei Sex Pistols). Trasgressione, pensieri di tutti i giorni, frasi di denunce: tutto sulla t-shirt.

Nel nuovo millennio arrivano le stampe e i nuovi materiali: neoprene e PVC. Riccardo Tisci per Givenchy, giusto per citarne uno, spinse il marcio a creare speciali magliette stampate per la collezione autunno/inverno 2011-2012. I soggetti proposti erano foulard con una versione gotica del classico carré; stelle e strisce, che rimaneggiavano il design della bandiera americana con una speciale tecnica di stampa a tre fasi; e rottweiler, con una riproduzione fotografica della testa di un minaccioso mastino.

Oltre alle grandi firme anche la new generation di stilisti si lancia sulla reinterpretazione di questo grande classico. Nella primavera-estate 2015 il brand Les Bohemiens parte con una collezione di alta maglieria: t-shirt, scuba t-shirts e sweatshirts dalle stampe eclettiche, originali ed eccentriche, impreziosite da inserti di materiali più vari e da stampe digitali che creano interessanti illusioni ottiche, i capi sono un concentrato di creatività, dai motivi onirici. Gli ideatori sono Pasquale V. D’Avino e Francesco De Falco, rispettivamente 23 e 24 anni, studenti della Luiss Guido Carli a Roma, sfuggiti al classico stereotipo del ragazzo tutto mocassino, camicia a righe e pantalone con il risvolto.

L’uomo in maglietta sostituirà dunque il classico prototipo dell’ uomo in camicia? Forse. Sicuramente oggi è un capo cult e nessuno vi bloccherà alla porta se indossate una t-shirt sotto l’abito. Anche perché il primo ad essere fermato dovrebbe essere Giorgio Armani. E questo proprio non si può fare..