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Il possibile e il suo uso.

La categoria del possibile racchiude tutti quegli enunciati del linguaggio che riguardano espressioni come “è possibile che…”, “…e se…” e via discorrendo. Non possiamo fare a meno nella vita di tutti i giorni e nel linguaggio ordinario che adoperiamo di parlare in termini di possibilità: cose che potrebbero accadere, succedere o viceversa, situazioni di cui non vi sono i presupposti per la propria attuazione, ma utili per spiegare qualcosa di reale e attuale. Oppure di scelte che potevano essere compiute e non lo sono più state. O di irreale, come nel caso dei mondi possibili nella logica modale di Saul Kripke. Come è evidente, il possibile come uso nel linguaggio è qualcosa di ampio e variegato, grazie alla potenza espressiva (e perché no anche della sua ambiguità) del linguaggio naturale con cui comunichiamo. Fatta questa assunzione, quel che vogliamo fare oggi è mostrarvi l’uso che invece se ne fa in filosofia. Se non è esauriente riguardo a cosa sia il possibile nelle frasi più banali e semplici del nostro uso quotidiano, quantomeno è utile per evitare di compiere errori concettuali.

Delimitando la nostra descrizione al linguaggio filosofico possiamo distinguere possibilità logica, possibilità concettuale, possibilità metafisica, possibilità epistemica e possibilità fisica.

La possibilità logica riguarda la possibilità che una proposizione di un linguaggio formale, come potrebbe essere la logica simbolica, non sia contraddittoria. Cioè che il suo stato vero funzionale sia vero e non falso. Detto in altri termini, che rispetti le regole della logica formale. Ma c’è anche la possibilità controfattuale: frasi solitamente al congiuntivo, che esprimono uno stato di cose se sono date certe condizioni; per esempio “Se riscaldassi questo pezzo di burro a 65°, allora si scioglierebbe”. Cose per definizione false, ma che potrebbero accadere posti certi assunti compatibili con il mondo che abitiamo.

A seguire vi è la possibilità concettuale. Diciamo che qualcosa è concettualmente possibile se riusciamo a immaginarcelo nella nostra testa senza particolari difficoltà. In maniera più precisa, sono in grado di concepire x concettualmente se non è automaticamente escluso dall’insieme di tutte le verità concettuali con cui affrontiamo il mondo. In poche parole, è concettualmente rappresentabile, seppur non vera, una luna di formaggio. Il caso classico è quello del dibattuto esperimento mentale degli Zombie di David Chalmers: potrei in linea di principio concepire entità uguali biologicamente agli esseri umani, che si comportano esternamente come tali, ma che sono privi di mente. Per l’autore dell’esperimento tale concetto è pensabile, ma per un altro filosofo materialista come Daniel Dennett no; se li concepissi uguali in tutto e per tutto agli esseri umani, allora sarebbero tali, non degli zombie.

Per parlare invece di possibilità metafisica dobbiamo richiamare brevemente la questione dei cosiddetti mondi possibili. La nozione fu trattata sistematicamente a partire da Gottfried Wilhem von Leibniz nel suo scritto Sull’origine radicale delle cose, dove immaginò un mondo come un insieme finito di cose che a sua volta è inserito in una collezione di mondi coesistenti e possibili, i quali tutti insieme formano il nostro universo. Tale idea è stata portata avanti nella storia della filosofia contemporanea da altri, come Saul Kripke riguardo ai nomi propri o da David Lewis come realtà parallele vere e proprie. Senza entrare nel merito se esistano o meno ontologicamente, qualcosa è metafisicamente possibile se è vero in almeno in un mondo possibile.

Dopodiché vi è anche una possibilità epistemica, ovvero che qualcosa è conoscibile e non sia esclusa a priori dal nostro insieme di conoscenze. È probabile che gli strumenti a mia disposizione in questo momento storico non siano sufficienti per scoprire nuovi materiali, ma nessuno può affermare che in un prossimo futuro non sia in grado di effettuare la scoperta di un nuovo elemento della tavola periodica.

Per ultima, la possibilità fisica, probabilmente la meno problematica. Come spiega il nome stesso, qualcosa è possibile dal punto di vista fisico se è in accordo con le leggi della fisica. Tutto qui.

Ci fermiamo a questo punto con l’elenco degli usi linguistici della possibilità, che come direbbe Wittgenstein, rappresentano il loro significato. Altro dovremmo fare, visto che la categoria del possibile rimane comunque una fonte di confusione e grattacapi per i pensatori di mestiere. Ma per quello che dobbiamo fare tutti i giorni all’università, in edicola o al bar l’uso ingenuo basta e avanza.

Bibliografia consigliata:

Massimo Mugnai, Possibile/Necessario, Il Mulino, Bologna 2013.

Gli infiniti mondi possibili di Daniel K. Lewis


C’era una volta un grosso signorotto. Un tipo eccentrico, a dir poco. Amante di treni e trenini, con una lunga barba da guru indiano, rifiutava di possedere una carta di credito – non voleva essere in debito nei confronti di chicchessia. Aveva eletto a sua dimora semi-permanente la calda Australia.

Il nostro amico è David K. Lewis. Un filosofo che, sebbene quasi sconosciuto dalle nostre parti, ebbe una rilevanza straordinaria nel campo della metafisica, della filosofia del linguaggio e della mente. Un vero purosangue. Fu allievo di Gilbert Ryle e successivamente di W.V.O Quine. Questo per introdurlo al lettore che non ne abbia mai sentito parlare.
Per chi invece lo conosce… bhé… che dire: è un nome che dà scandalo visto e considerato che, fino alla morte, credeva fermamente nell’esistenza di mondi in cui i gatti alleati con gli unicorni conquistano la galassia oppure dove gli uomini hanno quattro braccia e due antenne.


Il Nostro concordava con Leibniz riguardo all’esistenza di una molteplicità di mondi effettivamente possibili ed effettivamente coerenti nelle loro dinamiche. Concordava anche rispetto all’idea che un dio trascendente tali strutture avesse scelto il nostro come migliore dei mondi possibili.

La cosa fantastica è che, a differenza di Leibniz, Lewis credeva fermamente che questi mondi possibili esistessero davvero! Che non fossero semplici invenzioni concettuali.

Secondo il nostro amico amante dei trenini, insomma, è più semplice ed economico affermare che tutti gli enunciati inerenti i mondi possibili si riferiscano davvero a qualcosa di realmente esistente, piuttosto che trovare improbabili spiegazioni sul perché non si riferiscano a nulla.

Il  tempo del nostro mondo – affermava – è attuale in quanto noi lo viviamo. Lo stesso vale per tutti gli esseri nei vari mondi possibili che vivono il proprio tempo, la propria attualità. Né la scienza né la logica possono dimostrare che tali mondi non esistano ed il perché è semplice: proprio in quanto separati dalla nostra attualità in questo specifico mondo, è impossibile esprimere delle conoscenze scientifiche su tali mondi. Il divario, la discrepanza tra il nostro mondo e mondi altri è tale che in queste dimensioni ulteriori potrebbero valere leggi fisiche differenti da quelle che regolano i fenomeni naturali sul nostro pianeta. Di nuovo: se abbiamo un insieme di enunciati coerenti inerenti il mondo x, è più semplice ed economico dire che x esista piuttosto che negarlo.

Possiamo spiegare tutto ciò con un banale esempio: è stupido dire che non esiste il Colosseo se viviamo a Barcellona e non lo abbiamo mai visto. È più semplice ed economico ritenere che l’insieme di proposizioni inerenti il Colosseo si riferiscano a qualcosa di realmente esistente.

Tutto questo detto da un filosofo che non si definiva tale e si sarebbe descritto solamente come “un ragazzo di comune buon senso”.

Insomma, un bel trip per l’estate. Per chi fosse interessato: David K. Lewis, «Mondi Possibili», in Achille Varzi, Metafisica. Classici contemporanei, Laterza, Bari 2008.


Alessio Persichetti