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Il mondo d’oggi e il crepuscolo valoriale

Tanti di voi sentono e, allo stesso tempo, parlano di valori come la giustizia, l’amore, l’amicizia, la pace e tanti altri che non è mio fine elencare in questa sede. Il quesito che occorre porsi quando sentiamo parlare o pensiamo a questi valori è se essi siano concetti reali. Se siamo più affini alle idee platoniche accettiamo l’idea di amore, l’idea di amicizia, l’idea di giustizia, etc., ma se invece la pensiamo un po’ più come Aristotele non possiamo accettare la concezione di idea in quanto per Aristotele non può esistere un valore senza una persone che lo vive e lo mette in atto. Ora mi spiego meglio: secondo Platone esiste il mondo delle idee e le idee sussistono indipendentemente da noi, stanno là in attesa di essere contemplate dagli uomini, quindi esiste l’Amicizia anche se non esiste una persona amica, esiste l’Amore senza una persona che prova questo sentimento; per Aristotele non può sussistere invece un valore senza che una persona lo viva,  cioè l’amante vede l’amato, non vedo l’Amore in sé. La grande differenza che esiste tra questi due filosofi che hanno segnato il corso della Filosofia occidentale è proprio il fatto di come si veda e percepisca un determinato valore. Credo che esista l’idea di amicizia? Se si, come posso spiegarla senza poter utilizzare una persona amica?

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E’ molto difficile da spiegare, senza far riferimento ad una persona che attui quel determinato valore. Anche perché dobbiamo dire che in questo mondo privo di valori è sempre di più la “gentucola” che non crede e non accetta i valori, mettendo in dubbio che un valore costituisca di necessità un universale; di conseguenza al giorno d’oggi sarà sempre più un’impresa ardua la discussione che in breve ci si è proposti di affrontare. Occorre avere memoria delle parole che Aristotele pone alla fine dell’Etica, per mezzo delle quali egli affronta il tema dell’amicizia, come valore necessario per ogni uomo che sceglie di vivere. Per lui, che definisce l’uomo non solo animale razionale, ma anche animale sociale, è importante far vedere come non si possa vivere senza questo valore, in quanto il relazionarsi con gli altri è intrinseco nella sua natura. Importante è vedere anche come classifica l’amicizia, affermando che esistano tre tipi di amicizia:

– quella fondata sul piacere
– quella fondata sull’utile reciproco
– quella fondata sul disinteressamento 

Per Aristotele la vera amicizia è la terza, ma quello che importante è che in ciascuno di questi tre tipi esiste un agire sociale di un individuo, che sia giusto o sbagliato, che io sia amico di una determinata persona solo per interesse non conta, non siamo qui a giudicare l’agire, ma quello che preme è che quella persona pur sempre agisce. È così che vediamo che il senso del valore è nel suo stesso essere vissuto.

Dopo aver brevemente espresso questi concetti complessi è obbligatorio concludere sottolineando che il mondo d’oggi è abitato da persone che “parlano bene e razzolano male”, cioè si mostrano sostenitori di valori, come possono essere la Libertà, la Giustizia, l’uguaglianza tra i popoli,etc., senza mai attuarli nel proprio vissuto. Tale modo di fare (anzi, di non fare!) appare chiaramente inutile: comprendere e predicare un valore significa innanzitutto darne testimonianza attraverso il proprio vissuto, prima ancora che con le parole. Un solo atto compiuto secondo valore vale più di mille parole!

Un demone in noi

Negli ultimi anni abbiamo assistito ad una presa di centralità, nel panorama della filosofia contemporanea, di tematiche etiche. Questo a fronte tanto di una erosione dei tipici valori morali propri dell’occidente, quanto della violenza con cui la crisi economica mondiale è entrata nel nostro quotidiano.
In tale dibattito vediamo apparire continuamente la parola “coscienza”. Sia che si parli di eutanasia, che di un ragazzo colto a copiare un compito in classe, il tema della coscienza sembra essere costante.
Nella modernità, tale concetto è andato a definire un guscio in cui la soggettività umana possa rinchiudersi, isolata dal mondo circostante e impegnata a definire in maniera autonoma, egocentrica, i proprio criteri di bene e male. Conseguenza di questo fatto è la cosiddetta etica della situazione: non esistono valori morali assoluti, ma meramente delle circostanze in cui un’azione viene ritenuta corretta o errata a seconda del caso specifico.
Il punto nevralgico della questione sembra essere quello del rapporto tra autonomia ed eteronomia dell’agire morale. Contrariamente a quanto Immanuel Kant sembra proporre, la coscienza non va intesa come capace di dedurre da sé la propria ragion d’essere e le proprie norme: uccidere un uomo è sbagliato in qualunque circostanza e tempo.
Prendiamo in considerazione due autori a me cari: Socrate e Tommaso D’Aquino. Il primo, per quanto non abbia mai formulato una teoria della coscienza, è stato capace di sintetizzare le proprie convinzioni morali (ambito speculativo), con una condotta di vita conforme a tali convinzioni (ambito pratico), fino all’atto estremo dell’accettazione della morte . È un testimone, un martire pagano della verità.
Nel caso di Socrate, quella che noi chiamiamo coscienza prende il nome di daimon, un demone – appunto – che dirige il nostro agire, le nostre scelte, le nostre volizioni. Quando l’amico Critone gli offre la possibilità di evadere dal carcere, sfuggendo così a morte certa, rifiuta. Perché? Per incapacità di ignorare il valore normativo dei comandi del daimon. Socrate non è spinto da un impulso da un’intuizione, ma dalla precisa volontà di aprire la propria soggettività ad una chiamata venuta dall’esterno. Una chiamata a perseguire la verità rilanciata dalla voce del daimon.
Qui ci aiuta la nozione di sinderesi propria della filosofia di Tommaso.
Il daimon, metaforicamente, è il luogo della nostra interiorità dove la nostra coscienza scopre una legge che non si è data autonomamente, ma che viene dall’esterno. Oggettiva, dunque. Tale legge recita: «fai il bene, evita il male». 
Bonaventura da Bagnoregio, chiama questo luogo dell’interiortà dove la legge abita con un bel termine, “scintilla coscientiae”.
La sinderesi, dicevamo, è l’atto col quale la soggettività vede la scintilla. Il linguaggio neoplatonico, più in voga oggi, parlerebbe di anamnesi o reminiscenza: una sorta di ricordo di un qualcosa da sempre iscritto nell’animo umano. 
Alcuni potrebbero controbattere, ed è idea comune, che questo “qualcosa” (la legge morale citata sopra), sia in realtà entrato nell’interiorità del soggetto a seguito dell’educazione ricevuta fin da piccolo. Così tale norma morale che ci spinge a ricercare il bene sarebbe acquisita, non innata. Non nego che non ci siano ragioni per sostenere la legittimità di questa posizione, d’altra parte domando: se fosse acquisita con l’educazione, la spinta verso il bene sarebbe così totalizzante?

Alessio Persichetti

Buoni e cattivi


Dove nasce la morale? Secondo il noto filosofo che dà il nome a questa questa rubrica (sì, Nietzsche, proprio lui), dal risentimento.

Un passo indietro: perché chiedersi in che modo sia nata la morale? Non ha forse più senso domandarsi cosa sia la morale, quali siano i suoi assunti, i suoi fondamenti? No, almeno secondo Nietzsche. La risposta a questi interrogativi sarà chiara una volta definite le circostanze all’interno delle quali la qualifica di “morale” ha assunto per la prima volta rilevanza.

Immaginiamoci il contesto sociale di una polis greca del VIII secolo a.C.
La comunità presenterebbe una cesura netta tra nobili e servi.

Nobile è colui che è ghennaios, ben nato. Colui che non ha di che preoccuparsi, che può vivere la propria esistenza con spensieratezza. Non ha bisogno di curarsi del suo sostentamento e può aprirsi a esperienze di crescita intellettuale. È sicuro di sé, ma non perché arrogante, bensì perché consapevole di essere ben-voluto, in quanto ben-nato. Il concetto di buono è per lui meramente descrittivo. La bontà non è nulla più che una proprietà, una caratteristica.

Il servo è invece colui che ha avuto la sfortuna di nascere in una famiglia povera. Deve barcamenarsi tra mille difficoltà, deve “arrivare a fine mese” (scusate la metafora da tempi di crisi). Il servo deve lavorare, non ha tempo per la cultura e la conversazione. Non può permettersi di essere “aperto” nei confronti dei suoi simili: vive nel timore di essere derubato, di subire violenza. Il servo è chiuso, ha paura dell’altro.
È xeno-fobo.
Dal suo punto di vista, la parola “buono” non è una descrizione di qualcosa, ma la prescrizione del comportamento che deve assumere qualora voglia sopravvivere. Le condanne a morte per i servi si sprecano, basta un furtarello o una parola di troppo.

Il servo vorrebbe vivere come un nobile, vorrebbe essere creatore dei propri valori, ma non può. Vorrebbe una vita spensierata, ma la durezza della sua quotidianità gliela nega. Insomma, finisce per invidiare il nobile, per sentirsi risentito nei suoi confronti.

Ma il servo, al contrario del viziato nobile, è un bel dritto. Anni di vita di strada lo hanno reso furbo e agile. Gli viene così un’idea: imporre al nobile il valore prescrittivo della bontà. Ingabbiare il ben nato nella trama delle regole della morale. Questi, tontolone com’è, ci casca con tutte le scarpe e accetta. Nasce così la società dei pari, in cui i doveri degli individui sono uguali per tutti.

È questa la genealogia della morale, titolo – peraltro – di una celeberrima opera del filosofo tedesco, nella quale queste tematiche vengono trattate nella loro interezza.

Vi convince?

Personalmente mi piace considerare “La genealogia della morale” come una provocazione geniale, uno spettacolare vaccino contro eccessi di buonismo e politically correct (drammatici portatori della peggiore ipocrisia e del più bieco razzismo intellettuale). Ma non di più. Rimango convinto che l’agire morale sia intriso di eroicità.


Giulio Valerio Sansone