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Cobain: 20 anni di sciacallaggio

Kurt Cobain moriva vent’anni fa nel garage della sua casa a East Seattle. In queste ultime settimane si sono sprecati articoli e commenti sulla morte del fragile artista di Aberdeen che quasi per errore fece conoscere al mondo il rock alternativo. Fu Mark Arm dei Mudhoney a sdoganare il termine grunge, che è ancora utilizzato, benché non sia rappresentativo di alcun genere musicale.

In questi vent’anni la figura di Cobain è stata sempre più maltrattata da quella macchina del music business con cui l’artista conviveva con difficoltà, e che addirittura qualcuno pensa sia stata responsabile del progressivo aggravarsi delle condizioni emotive dell’artista (grande baggianata, ndr).

Sta di fatto che sia la Geffen che i compagni di band e l’ex moglie non sono stati particolarmente attenti nel difendere la memoria e le volontà di Cobain, brutalizzandone il ricordo, in pura tradizione rock n’ roll, con uscite postume di ogni tipo, con buona pace della cultura punk tanto cara al giovane Kurt.

Il punto più basso di feticismo da parte dei fan e di becero sciacallaggio da parte della moglie è stato la pubblicazione dei suoi diari nella celebre biografia Cobain – Heavier than Heaven; ma con la partecipazione di Novoselic e Grohl si è dato vita a un orribile teatrino, fatto di beghe pubbliche e una lunga battaglia legale per dare vita a quella che è probabilmente la peggiore uscita che porta il nome Nirvana, l’insipido omonimo best of, degno di nota solo per lo splendido inedito, che diverrà anche un singolo: You Know You’re Right.

Ma non è finita, perché se With the Lights Out – box set del 2004 contenente gli inediti della band – sembrava un’uscita quantomeno sensata, Sliver: The Best of the Box, raccolta pressoché identica dell’anno successivo, ha dimostrato di nuovo, se ce fosse stato bisogno, la malafede di queste operazioni. Forse è il Live at Reading una delle ristampe più interessanti per i fan, che poi son quelli che comprano i dischi. Purtroppo le varie edizioni Deluxe e Super Deluxe dei vecchi album hanno sempre quell’odore di feci e di carcassa tipico di queste orribili operazioni. A coronare queste splendide manifestazioni d’affetto nei confronti del loro amico scomparso, Grohl, Novoselic e Smear hanno ben pensato di esibirsi con Paul McCartney e di presentare l’inedita Cut me Some Slack, canzone piuttosto insignificante, per il documentario fatto uscire da Grohl sui Sound City Studios, gli studi chiusi di recente che hanno visto le registrazioni di Nevermind.

Vent’anni sono passati dalla morte di Cobain, venti anni in cui è stata sfruttata l’immagine e l’arte di un ragazzo che si è sparato con un fucile nel garage della sua casa di fronte al lago Washington.

Ciao Lou


Avevo preparato un altro articolo oggi. Non immaginavo che la mia pigra domenica divisa fra il campionato e il cinema potesse avere in seno particolari sussulti, e invece. Invece accendo il computer per dare di nuovo un’occhiata a quello che avevo scritto e internet con l’immediatezza che la contraddistingue mi butta in faccia la notizia del giorno: è morto Lou Reed.
La morte di Lou Reed mi sta colpendo, e la cosa un po’ mi infastidisce. Vorrei non essere una di quelle persone che esprime sui social network il cordoglio, il dolore per la perdita di una persona che non ha mai conosciuto. Un mito, un’icona, non solo per me ma per milioni di persone, le quali con altrettanta convinzione saranno persuase del fatto che il primato della tristezza appartenga a loro. E devo dire che per una volta mi sta bene così. Forse perché non ho più diciotto anni, forse perché pretendere l’esclusiva su un artista così grande sarebbe troppo presuntuoso. Sì, perché qui non stiamo salutando UN TIPO che è morto. Un presentatore televisivo, di un attore, di quello che ha inventato il DONER KEBAP. Qui stiamo parlando di una delle personalità artistiche più influenti del dopoguerra. Stiamo parlando di un uomo che ha lasciato un segno indelebile, al pari di Andy Warhol, con cui ha condiviso il primo entusiasmante capitolo della sua vita artistica. I Velvet Underground sono forse il gruppo più influente della storia del rock, ispirazione per il noise, la new wave, la psichedelia più cupa e tossica, ciò che in tempi non sospetti si avvicinò di più al concetto di musica indipendente.

La prima volta che ascoltai  (con cognizione di causa) i Velvet Underground fu circa dieci anni fa. Il ragazzo del tempo di una mia cugina più grande, in mezzo a una coltre di dischi di merda, aveva il celeberrimo Velvet Underground & Nico’, forse regalo di qualche amico d’infanzia che sperava di salvarlo da una vita di mutande strette con l’elastico Calvin Klein in vista, o magari di un vecchio zio rockettaro, o magari se l’era comprato lui attratto dall’iconica banana. Sta di fatto che il momento in cui ascoltai la doppietta iniziale “Sunday Morning” e “I’m Waiting for the Man” è uno dei ricordi più nitidi che ho. Ricordo lo schifoso stereo, ricordo io che giocavo a Scudetto, ricordo che cominciai a battermi le mani sulle gambe. Tutto il resto non lo so, ma è uno di quei dischi che non ho mai smesso di ascoltare.

Reed, insieme a John Cale, con i primi due dischi cambiò in modo indelebile la storia del rock. Poi, l’omonimo ‘The Velvet Underground’ (1969) per la prima volta, vista anche l’estromissione dell’amico Cale, mostra Reed alle prese con la forma canzone di stampo autoriale. Per certi versi si può considerare il primo lavoro solista di Reed (così come ‘The Wall’ è il primo lavoro solista di Waters, ndr). L’album, lasciati da parte gli sperimentalismi, mostra al mondo un grandissimo autore decadente, che nel successivo “Loaded” si dimostrerà anche abilissimo hit-maker.

La sua celeberrima carriera solista lascia da parte gli sperimentalismi (eccetto in alcuni capitoli chiave come “Metal Music Machine”)tornando direttamente al rock n’roll e al rythm & blues delle origini, acuendo le sue doti di scrittore bohémien, il suo cantato apatico e il suo oscuro romanticismo. Dato per finito dalla critica un numero infinito di volte, Lou Reed è stato capace di dimostrarsi artista sempre, un artista vero, vero anche nella sua discontinuità. Discontinuo ma sempre seminale nei suoi brillanti ritorni.

L’ho visto dal vivo e ora ne sono contento, nonostante la sua forma tutt’altro che entusiasmante. Lo ringrazio per quello che è stato, e per ciò che significa prima per me e poi per il resto del mondo.




Discografia essenziale.



Luigi Costanzo

Se Google ti redige anche il testamento

La nostra permanenza sulla terra, costellata da migliaia di differenze, ha un unico denominatore comune: la morte. Sembra funesta, ma essa rappresentata in vari modi da popoli, culture e ideologie, fin da sempre ha intrinseco in sè il problema della memoria e della rappresentanza del singolo post-mortem. Nell’era della digitalizzazione globale si pone un nuovo aspetto da risolvere della memoria di chi abbandona la vita. Esso è il lascito di dati personali online.

Si può tranquillamente affermare che se per la generazione dei nostri padri, quella che ha distrutto tutto mandandoci in una crisi valoriale ed economica senza precedenti, i cambiamenti erano scanditi dalla radiotelevisione ad oggi essi sono frutti della rete. Rete che ha un unico vero padrone incontrastato: Google. Quindi chi, se non i progettisti di Mountain View, a gestire il traffico dei nostri dati personali online dopo la morte? Da un biennio esiste un progetto di Google, denominato “Inactive Account Manager”, il cui scopo è di gestire le pratiche inattive degli utenti defunti o presunti tali.

E’ fin dai tempi dei Romani che la successione viene regolamentata da atti aventi valore effettivo. Il più classico e conosciuto è il “testamento”. L’articolo 587, comma 1 recita che – il testamento è un atto revocabile con il quale qualcuno dispone, per il tempo in cui avrà cessato di vivere, di tutte le proprie sostanze o parte di esse. E’ qui che Google vuole inserirsi, nel mantenimento dei dati e volontà cibernetiche degli utenti, divenendo di fatto un moderno notaio elettronico. Non è una mossa costituita da un senso di onnipotenza di Mountain View, questo studio e la creazione di un software capace di gestire i dati online deriva da una precisa esigenza legale. Difatti, sono state centinaia le richieste ed i casi di studio posti alle Corti statunitensi da numerosi studi legali.

In principio furono Twitter e Facebook a colmare il vuoto legislativo riguardo gli utenti non più attivi. In passato furono molte le impossibilità da parte di molti familiari a poter accedere a dati, ricordi ed immagini di vita dei cari defunti. A tal proposito il programma “Inactive Account Manager” in un primo momento avrà il compito di far recuperare e allertare dei dati riguardanti i profili degli accounts della piattaforma di BigG ovvero Gmail, Blogger, Google Drive, Google+, Picasa Web Album, Google Voice e YouTube.

In un secondo momento il piano, che spaventa alcuni, sarà quello di istituire un vero e proprio Testamento online dal pieno valore legale. Insomma, dai dati online si passerà a delle vere e proprie disposizioni legali post-mortem. Legacy Locker e SecureSafe già da lungo tempo offrono la possibilità di sottoscrivere disposizioni nel “testamento online”. Tutto ciò nell’attesa che il vuoto legislativo venga colmato. “Inactive Account Manager” è l’ennesimo frutto della politica di Mountain View orientata a far divenire ogni qualsiasi elemento della quotidianità come atto da compiere attraverso i gratuiti account di Google. Che cerchiate una via, che vogliate ascoltare una canzone oppure scrivere ad un amico o amante lontano c’è sempre Big G a controllare ed offrirvi il servizio. Anche Polinice nel bene o nel male, suo malgrado, campa del servizio offerto da uno dei vari servizi targati Google ovvero Blogger.

La vostra vita è in mano ai programmatori di Mountain View. Fantascienza? No. Basta che controlliate il vostro IPhone 5 o Galaxy 3 per capire che nel portafogli non ha più senso portare le carte di credito. Ciò significa che ogni vostra transazione o disposizione è già nella rete e che la carta avrà sempre meno valore. Tutto questo nell’attesa di chiamare a far testamento il Notaio Big G.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli