Home / Tag Archives: mosca

Tag Archives: mosca

Quando Monster of Rock unì URSS e USA

Era la fine di un mondo, di un’ideologia e di un’utopia. Stati Uniti d’America e Unione Sovietica non erano mai state amiche dalla fine del III Reich, probabilmente non lo sono neanche ora quelle terre. Ma, c’è un momento, una sola magica notte prima che il novecento terminasse assieme alle sue ideologie, in cui Mosca e Washington sono state in simbiosi.

E’ la notte del 28 settembre 1991 quando a Mosca arriva il “Monster Of Rock”. Il Festival nato nel 1980 quando Ritchie Blackmore, organizzò la prima edizione del Monsters Of Rock rivendendone poi i diritti a Paul Loadsby. Era un festival estivo inglese dedicato soprattutto alle band di genere rock e metal. I Rainbow furono i primi headliner del concerto inglese. Successivamente le prime sette edizioni il festival prese un carattere internazionale, arrivando fino alla lontana Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche nel 1991.

E’ il 28 settembre 1991 quando all’aeroporto di Tushino a nord di Mosca, si riunirono oltre 400.000 persone, senza che fosse stata possibile alcuna campagna pubblicitaria.

L’aria era elettrizzata e tesa, poiché il mese precedente l’URSS aveva visto svolgersi un tentato colpo di Stato conosciuto anche come putsch di allo scopo di deporre il presidente Michail Gorbačëv e prendere il controllo della nazione

Le guardie rosse per tal motivo erano ovunque hanno raccontato i partecipanti. Uno schieramento simile a quello che viene attualmente schierato durante i match caldi di calcio allo scopo di soffocare ogni aggregazione giovanile. In un primo momento iniziarono incidenti che presto si sedarono da soli. Come la prassi di una qualsiasi rigorosa tradizione comunista vuole, anche in quell’occasione le Guardie Rosse non diedero scampo a nessuno. Ma, dopo tutto si dissolse. E così gli stessi figli del Soviet, le armate capaci di mettere paura al mondo iniziarono a divertirsi. Alcuni militari si tolsero la divisa e non rientrarono mai più nei ranghi.

A cantare vi furono:

  • AC/DC
  • Metallica
  • Pantera
  • The Black Crowes
  • S.T.

L’intro dei Metallica caratterizzato dalla colonna sonora di Ecstacy of Gold, composta dal maestro Morricone rese il tutto ancor più mitologico e sciolse frustazioni e tensioni di un’intera generazione.

Quella sera il metal legò luoghi e culture lontane. Unite dalla sofferenza di una guerra fredda e di due utopie, capitalismo e comunismo. Utopie buone sui libri, ma fredde nelle anime delle persone. Persone i cui cuori furono riscaldati dalla notte di un magico sentimento metallico.

Quella notte la Russia ebbe fiducia in un futuro prosperoso grazie al Metal. Vennero dieci anni rovinosi, ma quella notte segnò il ritorno delle speranze nella terra degli Zar e di Lenin.

Putin e l’alleanza con il Cristianesimo

La recente campagna di Siria promossa da Mosca ha molteplici risvolti. Questi partono dalla tutela di specifici interessi economici e strategici e giungono fino alla percezione che la Russia intende dare di sé nel mondo. In questo contesto ha assunto un’importanza strategica la difesa del porto di Tartus che rappresenta la base degli affari e dell’influenza russa nel Mar Mediterraneo e a cui si è nel recente passato legata la crisi in Crimea e nel Mar Nero.

Da quando Putin è stato eletto presidente, nel 2000, Mosca ha sempre perseguito una politica estera volta a recuperare l’influenza che l’URSS esercitava un tempo in Medio Oriente. Ridotta a un cumulo di macerie al crollo del Muro di Berlino, da inizio millennio, la Russia ha intrapreso il lungo viaggio per tornare ad essere il “ Grande Orso”. Si ricorderà la poca consistenza del “ no “ russo, presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, all’avvio della “Campagna Irachena” promossa da Bush e Blair nel 2003.

Grazie all’alleggerimento del peso degli Stati Uniti nell’area mediorientale ed i più recenti sconvolgimenti delle “Primavere Arabe” si sono creati nuovi spazi di manovra che il Cremlino sta cercando di sfruttare, in particolare nella crisi siriana. A cui recentemente ha dato manforte l’accordo sul “ Nucleare Iraniano” che ha posto Tel Aviv e Mosca in una nuova dimensione strategica.

IL PROBLEMA DI PERCEZIONE DI MOSCA – La Russia degli ultimi vent’anni ha avuto una forte difficoltà nel giustificare ideologicamente le proprie scelte di politica estera. L’influenza dei Think Tank e media russi, quali Russia Today o Euractiv, non sono ad oggi minimamente paragonabili ai grandi network occidentali. In sostanza Mosca, crollato il mito dell’internazionale comunista, ha registrato un vuoto d’ideologia e di giustificazione alle proprie scelte. Ciò ha significato non disporre di un soft power.

Negli anni gli Statunitensi hanno detto “esportiamo la democrazia” e Mosca ha ribattuto con “difendiamo la nostra sfera d’influenza”. Due categorie che anche solo a livello mediatico sono poco competitive. Fin tanto che Putin non ha posto nella sua dimensione politica l’elemento religioso.

Se la Russia è diventata una grande potenza non è per uno zar, per una guerra o per un partito politico: il merito, semmai, è del cristianesimo.

Queste sono state le parole pronunciate dal capo del Cremlino, Vladimir Putin, quando nel 2013 volò a Kiev per i 1.025 anni dalla conversione del popolo russo.

IL RITORNO DELLA CHIESA ORTODOSSA –  Con il crollo dell’Urss sono venute meno le limitazioni per il Patriarcato di Mosca e la professione dell’ateismo di Stato. La Russia, al suo interno, si percepisce ancora come un impero e nei tratti qualificanti del suo essere impero vi è l’idea che essa “non viva per se stessa”, ma per svolgere una funzione storica di carattere universale, una caratteristica costante della sua storia. Per l’impero ortodosso questa ‘missione’ era affermarsi come Terza Roma, mentre per l’Urss di imporsi come ‘patria del comunismo internazionale’. Nella Russia post-sovietica a fatica si è giunti a trovare una motivazione tale da proiettarla coerentemente a livello internazionale.

A fornirgli l’assist per una ritrovata unità sono state le recenti crisi internazionali che l’hanno toccata da vicino. Da un lato ha ritrovato nel suo ” internazionalismo post comunista “ uno dei fattori aggreganti e di lealtà per le Regioni del Donbass e della Novorossia attualmente coinvolte nella guerra a bassa intensità scoppiata dopo la “Rivolta di Piazza Maidan”. Dall’altro lato il ritorno agli antichi precetti di “difesa del Cristianesimo” per l’affermazione di sé stessa come Terza Roma sono stati essenziali per possedere la leadership internazionale nel fondamentale contesto Siriano.

L’obiettivo comune e conclamato del Cremlino e della Chiesa ortodossa appare, quello di rimodellare la percezione internazionale della Russia, mostrare Putin come leader globale e proiettare nuovamente Mosca a valida alternativa a Washington in un momento, in cui l’Occidente è in una fase decadente o in cui l’elemento storico europeo sta scomparendo.

L’ALLEANZA CON IL VATICANO – Se il Patriarca Kirill, a maggio 2013, lanciò un appello globale volto a fermare un conflitto che – si leggeva nel relativo comunicato – sta portando alla “distruzione delle chiese, al rapimento dei sacerdoti, all’espulsione violenta dei cristiani dalle loro case, persino alla loro uccisione”. Nella pratica è stato Papa Francesco a dar risalto e supplicare l’occidente affinché si evitasse un possibile intervento militare contro Damasco. In quel modo, il vescovo di Roma riconobbe che la Russia era tornata a essere un attore globale non emarginabile nella ricerca di soluzioni per sanare i conflitti e risolvere le crisi regionali.

Crisi regionali che nel Medio Oriente pongono in grande difficoltà i Cristiani. Innanzitutto, sia nelle barbarie dei ribelli legati all’Islamic State che nell’Iraq post-Saddam, si è assistiti a una forte persecuzione dei Cristiani. In secondo luogo, l’allora possibile escalation avrebbe posto in pericolo i Cristiani libanesi, ove la Chiesa di Roma ha un fortissimo radicamento grazie ai Cristiano Maroniti e da cui solo attraverso il dialogo con l’Islam Sciita è riuscita a pacificare una terra martoriata per decenni.

Le iniziative della diplomazia vaticana sul conflitto siriano – a partire dalla giornata di digiuno e preghiera del 7 settembre 2013 – avevano trovato una convergenza oggettiva con la strategia diplomatica russa.

A distanza di tempo i fronti di collisione tra la Russia e molti Paesi dell’Occidente NATO si sono moltiplicati. E’ intorno alle crisi più incandescenti che si è instaurato un canale di dialogo collaborativo tra il capo del Cremlino e il successore di Pietro. In Russia molti ha fatto apprezzamenti per le frasi usate dal Papa sul conflitto in Ucraina e sulla «terza guerra mondiale a pezzi».

In questo quadro si è trovata una convergenza tra Roma e Mosca. Con Washington, che a seguito dei ritrovati rapporti con Cuba e della visita di Francesco, sa dove bussare per trovare un canale diplomatico efficace al centro. Centro che geograficamente dovrebbe essere l’Europa e la sua istituzione, ossia l’ “Unione Europea”, ma che nella pratica è rappresentata dal Vaticano.

D’altronde il ruolo di protezione dei Cristiani è ormai nelle mani di Mosca, così come quello della democrazia è in quelle di Washington. Con l’Europa che resta a mani vuote, senza identità e ruolo. Se non per la Roma d’oltretevere.

 

 

 

 

 

1917

1917

A Zurigo si svolge la prima mostra dada (Galerie Corray, gennaio-febbraio);

in marzo, con una collettiva del gruppo Sturm si apre la Galleria Dada.

A causa della guerra, il fulcro dell’attività artistica europea si sposta a New York dove arrivano, tra gli altri, Marcel Duchamp e Francis Picabia.

Duchamp pubblica due periodici dada: The Blind Man (2 fascicoli: aprile e maggio) e Rongwrong (luglio).

La Rivoluzione d’Ottobre segna l’inizio di un grande sviluppo dell’avanguardia storica russa con la fondazione, ad esempio, del movimento Proletkult – del quale sarà membro, dal 1922 al 1925, anche Romanovič – e la nascita del gruppo Arte Organica.

Anatoly Lunacharsky – Commissario del popolo alla cultura, all’educazione e all’illuminazione – nomina molti artisti dell’avanguardia sovietica a posti amministrativi e pedagogici.

A Tiflis, in novembre Kručenych e Iliazd (Ilya Znanevič) intraprendono una serie di recite delle loro poesie in Zaum.

In dicembre il duo è raggiunto dal pittore Kirill Znanevič (fratello di Ilyazd) e da Igor Gerasimovič Terentev per formare il Gruppo 41° (forse perché un grado più forte della vodka).

Tatlin, Rodčenko e Jakùlov affrescano il ‘Caffè pittoresco’ di Mosca.

Majakovskij scrive Ode alla rivoluzione.

Anton Pevsner inizia ad insegnare a Mosca.

Sarà stato lo Zeitgeist che inebriava le menti splendide di quei giovani coraggiosi.

Saranno state le ideologie così ripide e folli che li animavano.

Sarà stata la scossa prodotta da una cultura per la prima volta partecipata.

Ancora non siamo certi di come una strepitosa generazione di artisti sia sorta in Europa tra i due conflitti mondiali, in contemporanea all’avvento dei totalitarismi più cruenti della nostra Storia Contemporanea.

Non sono un detrattore dell’oggi. Sono convinto che anche le generazioni più vicine a chi scrive stiano elaborando qualcosa di considerevole. Ma di certo, oggi più che mai, abbiamo un nemico in più da combattere: la specializzazione. Uno dei mali più insidiosi che serpeggiano nella cultura occidentale.

Questo non accadeva nel 1917 a Mosca. Precisamente su Kuzneckij Most.

Si stava pensando a qualcosa di troppo grande per perdere tempo, si stava compiendo la Rivoluzione. E come ogni disegno politico-culturale che si rispetti, vi era bisogno di un punto di ritrovo da dove farlo partire. Un luogo dove poter condividere le proprie visioni, le proprie tensioni. Dove poter far circolare in modo virale le proprie intuizioni. Oggi forse diremmo – ahimè – di una chat, di un pagina fb, di un blog! Ieri si sarebbe detto di un caffè.

Eccoci quindi alla nostra storia. Kuzneckij Most, una delle zone più vivaci di una Mosca in agitazione. Le rivolte, come già accaduto in passato, erano iniziate a San Pietro[burgo]. Ma inevitabilmente la miccia per poter dilagare ha bisogno di attecchire nella “Terza Roma”, in quella città forse meno elegante e raffinata, meno europea, spartana per vocazione, l’unica a poter tenere l’intera Russia sotto il proprio controllo.

In un piano terra ammezzato semi-ipogeo, metà bunker metà deposito, si decide di aprire un punto di ritrovo per la nuova generazione rivoluzionaria. Berlino aveva il Café des Westens, Londra il suo Café Royal, Mosca stava per inaugurare il Café Pittoresque.

 

Foto di una parete interna del Café Pittoresque

Tre i principali artefici di questo progetto: Jakulov Georgij Bogdanovič, Vladimir Evgrafovič Tatlin e Aleksandr Michajlovič Rodčenko. Per chi conosce l’arte d’avanguardia russa capirà immediatamente l’importanza di questo lavoro. Altrimenti potreste paragonarli senza indugio a Giacomo Balla, Umberto Boccioni e Fortunato Depero, per comprendere la qualità espressa da questo emergente gruppo di artisti, sia come ricerca sia come esiti progettuali.

Sappiamo che Jakulov è l’ideatore dell’intervento, Tatlin lo coadiuverà come sempre (sono decisive le influenze del primo sul secondo anche nel Monumento alla Terza Internazionale Socialista, passato alla storia come il capolavoro del Costruttivismo Sovietico), mentre Rodčenko studierà l’illuminazione nei minimi dettagli. Tra gli altri collaboratori si annovera anche Nadezhda Udaltsova.

Disegno di una lampada per il Café Pittoresque, Rodčenko, 1917

Non basterà osservare, grazie alle poche foto rimaste a disposizione, la serie di costruzioni in legno, metallo e cartone alle pareti, progettate con lo scopo di interrompere la regolarità geometrica della sala, per cogliere l’aspetto più importante di questo caffè moscovita, ovvero la vita al suo interno. Anarchici misti a borghesi incuriositi, intellettuali misti ad operai, bolscevichi esaltati al fianco di militari in congedo. Questo straordinario spaccato sociale gremiva la sala tutt’attorno al palco a forma di tamburo. Mai forma e funzione corrisposero in modo così calzante. Esattamente come tamburi, al comando di una marcia esaltante, spietata nell’incedere, dal palco pensatori come Majakovskij lanciavano i loro versi:



Foto del palco del Café Pittoresque

Battete sulle piazze il calpestio delle rivolte!
In alto, catena di teste superbe!
Con la piena del secondo diluvio
laveremo le città dei mondi.
Il toro dei giorni è screziato.
Lento è il carro degli anni.
La corsa il nostro dio.
Il cuore il nostro tamburo.
Che c’è di più divino del nostro oro?
Ci pungerà la vespa d’un proiettile?
Nostra arma sono le nostre canzoni.
Nostro oro sono le voci squillanti.
Prato, distenditi verde,
tappezza il fondo dei giorni.
Arcobaleno, dà un arco
ai veloci corsieri degli anni.
Vedete, il cielo ha noia delle stelle!
Da soli intessiamo i nostri canti.
E tu, Orsa maggiore, pretendi
che vivi ci assumano in cielo!
Canta! Bevi le gioie!
Primavera ricolma le vene.
Cuore, rulla come tamburo!
Il nostro petto è rame di timballi.
[La nostra marcia]

Jacopo Costanzo – PoliSOCHI (PoliLinea)

Giochi linguistici


Vi giuro che è l’ultima volta che parlo di Wittgenstein.
Torniamo all’esempio (lo so, non lo sopportate più) dei due scatoloni. Come vi accennavo la scorsa volta questo esempio non regge: non posso andare a determinare il significato di un enunciato andando a cercare il fatto corrispondente. Non posso, in altri termini collegare ogni singola etichetta ad un mattoncino poiché ci sono parole come «Acqua!» che non si riferiscono a stati di fatto e anatre che possono diventare lepri (!).
Come fare? Noi poveri mortali cambieremmo mestiere e apriremmo un chiosco di granite a Maccarese. Un genio come Wittgenstein, invece, si inventa la teoria dei giochi linguistici. Come dire: il linguaggio si prende gioco di noi trasformando anatre in lepri? Bene: noi giochiamo col linguaggio.
Un gioco linguistico è un contesto. Come in ogni gioco che si rispetti, ci sono delle regole. Un parlante conosce il significato di un termine se è in grado di utilizzarlo correttamente, nel rispetto delle regole. In effetti la proposta di Wittgenstein funziona: posso partecipare al gioco linguistico dei “frequentatori di eventi mondani” se e solo se, quando mi chiedono se “ho il tavolo”, non mi precipito da Ikea a comprarne uno (sì, lo so, è una vecchia battuta). Insomma, devo rispettare “le regole del branco” per potere farne parte.
È chiaro anche che il concetto di gioco linguistico consenta la costituzione di un’identità di gruppo. Avete presente un manipolo di studenti di medicina? Tendenzialmente parlano solo di medicina con un gergo che solo loro comprendono.
Ancor peggio nel caso di chi studia filosofia, ma non vorrei sparare sulla croce rossa.
Un altro lampo di genio di Wittgenstein è l’aver osservato come le regole del linguaggio debbano essere pubbliche! Non possiamo ammettere l’esistenza di un linguaggio privato poiché un simile idioletto sarebbe fine a se stesso e privo di criteri di correttezza. Un linguaggio utilizzato da un solo parlante è tanto inutile quanto uno scolapasta senza buchi. Anche quell’odioso alfabeto “farfallino”, che qualsiasi bambina di età compresa tra i sette e i dodici anni conosce, nel quale “si” diventa “sifi” e “no” diventa “nofo”, rispetta dei criteri di correttezza pubblici.
Siamo finalmente giunti alla conclusione del nostro delirio. Wittgenstein credeva che la sua proposta filosofica potesse essere una buona soluzione per aiutare noi povere mosche ad uscire dalla bottiglia nella quale il linguaggio ci ha intrappolati (l’esempio è suo). Non so voi, ma secondo me è un ottima soluzione.


Giulio Valerio Sansone

Ancora Wittgenstein


La scorsa settimana avevamo preso in considerazione alcuni tratti del cosiddetto “primo Wittgenstein”. Oggi ci dedicheremo al “secondo”, quello tornato a Cambridge dopo circa otto anni di latitanza filosofica.
Durante questi anni, il Nostro lavorò come architetto, maestro elementare e giardiniere. Ma non furono tempi facili: la granitica certezza di aver risolto “tutti i problemi filosofici” stava via via cedendo il passo ad un senso di incompletezza. Wittgenstein si rese conto della fallacia della prospettiva logicista che aveva caratterizzato il Tractatus.
In particolare, Wittgenstein nutriva delle serie perplessità nei confronti della sua originaria concezione di linguaggio. Ricordate l’esempio degli scatoloni (l’uno conteneva etichette-enunciati e veniva detto linguaggio, l’altro mattoncini-fatti e prendeva il nome di mondo)? Bene. Non funziona più.
Qual’è il problema, vi chiederete ora? Facciamo un passo indietro: lo scatolone del linguaggio contiene etichette da appiccicare sui mattoni del mondo. Le etichette sono enunciati elementari. Un enunciato elementare è la più piccola porzione del linguaggio ed ha la caratteristica di “non ammettere contraddizione”. In altri termini: se appiccico un’etichetta con su scritto “questo è un mattone verde” ad un mattone verde, non posso ammettere che tale mattone diventi all’improvviso giallo (ossia non-verde). Sembra plausibile, no? Prendiamo un’altro esempio: tiriamo fuori dallo scatolone del linguaggio un etichetta recitante “Questa è un’anatra”. Appiccichiamo l’etichetta su un’anatra (un mattone della realtà) che abbiamo appena trovato nella penombra, passeggiando nel bosco (un po’ di fantasia prego!). Bene, alzi la mano chi ritenga che quella stessa anatra possa, in realtà, essere una lepre. Nessuno vero? Ottimo.
Peccato che avrebbe ragione.
Se guardiamo l’immagine da sinistra a destra tutto bene, abbiamo attaccato l’etichetta giusta. Se però guardiamo nel verso opposto, la realtà “ci frega”! Vediamo una lepre!
Cosa vuol dire tutto ciò? Che la concezione del linguaggio del primo Wittgenstein era troppo limitata. Nel mondo esistono fatti che sfuggono al freddo e affilato linguaggio delle scienze.
Il Nostro, dando una spettacolare prova di onestà intellettuale (e, aggiungo, rendendo ancora più manifesta la sua genialità) non ebbe problemi a rendersene conto e aggiustare il tiro con una serie di scritti poi confluiti nelle Ricerche filosofiche, opera edita postuma nel 1953.
Nella Ricerche, Wittgenstein dimostra una particolare sensibilità per il cosiddetto linguaggio ordinario. Insomma, si lascia alle spalle il linguaggio delle scienze. Nel linguaggio ordinario, esistono degli enunciati che, contrariamente a quanto proposto nel Tractatus, non corrispondono a fatti. Insomma, ci sono etichette senza mattoni! È il caso di proposizioni come «Acqua!»; «Ahi!»; «Ti ordino di obbedire!»; «Ti prometto che se passi l’esame di analisi matematica con non più di 14 tentativi non ti diseredo»; «Grazie papà! Farò del mio meglio!».
Le promesse, le richieste d’aiuto, le domande, i comandi sono pezzi di mondo. Il primo Wittgenstein (da bravo ingegnere) aveva deliberatamente scelto di lasciar fuori dal suo Tractatus schiere di studenti alle prese con padri poco comprensivi. Il secondo no. Provate ad andare da un naufrago che vi chiede «Acqua!» e rispondergli «spiacente, non posso esaudire la tua richiesta perché l’enunciato col quale ti esprimi non rispetta i canoni del Tractatus logico-philosophicus». Come minimo vi manderà “a quel paese”.
In sintesi: naufraghi, studenti zappe, anatre e lepri fanno parte del mondo. Lasciarli fuori dalla filosofia è uno snobismo inaccettabile.


Giulio Valerio Sansone

Due righe su Wittgenstein

Ludwig Wittgenstein è un grande del pensiero novecentesco. Delle due fasi della sua vita accademica, oggi vorrei parlarvi della prima, quella espressa nel suo Tractatus logico-philosophicus.
Immaginate due scatoloni di cartone: l’uno pieno di etichette, l’altro pieno di mattoncini Lego (sì, etichette e mattoncini Lego: l’esempio è un po’ scemo ma funziona). Ora, chiameremo il primo scatolone linguaggio, il secondo mondo. Lo scatolone del linguaggio conterrà enunciati, il secondo fatti. Secondo Wittgenstein, ogni enunciato (ogni “etichetta”) ha il potere di “inquadrare” in maniera univoca un mattoncino, uno stato di fatto. La semantica è la disciplina che si occupa di attribuire ad ogni enunciato il suo riferimento (il suo fatto).
Tutto qui. Ma da adesso cominciano i problemi.
Anzitutto, quali sono i limiti del linguaggio? Sono i limiti del mondo: detto banalmente, non posso attaccare un etichetta ad un mattoncino che non esiste. E chi mi dice se un mattoncino esiste o meno? Semplice! La Scienza naturale. Ne consegue che se non posso parlare di un oggetto perché non esiste (un unicorno, ad esempio) devo tacerne (si capisce in tal senso la celebre proposizione numero 7 del Tractatus: «Ciò di cui non si può parlare, si deve tacere»).
Ecco il primo problema: la filosofia del linguaggio, che si occupa di definire la forma logica degli enunciati, non parla di fatti attestati scientificamente, ma degli enunciati stessi. Ma, allora, perché Wittgenstein ne parla? Non dovrebbe tacere? In effetti sì.
Secondo problema: nel sesto capitolo, il Nostro, parla del “Mistico”, delle nostre esperienze etiche, estetiche, escatologiche. Insomma, di quelle esperienze così intense, così alte da non poter essere descritte. Ma se non possono essere descritte, perché Wittgenstein ne parla? Non dovrebbe tacere? Ancora una volta, sì.
Ma allora: come diavolo è saltato in testa a Wittgenstein di scrivere il Tractatus? Non faceva prima a starsene a casa servito e riverito (era ricchissimo)? Non era meglio se si fosse messo a fare l’ingegnere (era laureato)? Perché diamine s’è n’è andato a Cambridge a studiare filosofia con quel fricchettone di Bertrand Russell?!
Banalmente perché non gliene fregava molto dei soldi (aveva rinunciato alla sua eredità), perché l’ingegneria non lo entusiasmava e, non ultimo, perché era decisamente più schiodato di Russell (già vi ho raccontato di quando minacciò Karl Popper con un attizzatoio, durante una dotta conversazione tra colleghi). E perché aveva un asso nella manica: il Tractatus era stato progettato come un testo “usa e getta”.
«Le mie proposizioni illustrano così: colui che mi comprende, infine le riconosce insensate, se è salito per esse – su esse – oltre esse. (Egli deve, per così dire, gettar via la scala dopo che v’è salito)».
Questa frase, una delle ultime che compongono l’opera, ci fa capire che Wittgenstein avesse inteso il Tractatus come uno strumento per provocare il mondo accademico, per svegliare le coscienze e chiarire una miriade di problemi filosofici accumulati nei secoli e colpevoli di bloccare il progresso. Vista la nobiltà dell’intento, una piccola licenza poetica, un po’ di contraddittorietà è giustificabile.
Dopo aver pubblicato il Tractatus, Wittgenstein si mise a fare il maestro elementare, l’architetto e il giardiniere.
Visse il nostro eroe “per sempre felice e contento”? Magari. Si rese conto che il suo capolavoro aveva sì risolto tanti dilemmi filosofici, ma che ne aveva anche sollevati tanti altri. Troppi.
Ecco così che, dopo otto anni di assenza, tornò alla carica. Rientrò a Cambridge e iniziò la marcia verso il suo secondo capolavoro: le Ricerche filosofiche. Ma questa è un’altra storia.


Giulio Valerio Sansone