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Mostra fotografica Gas-o-metro

Gas-o-metro – mostra fotografia del Circolo Fotografico PhotoUP

Dal 24 febbraio al 7 marzo 2018 presso la Biblioteca del Comune di Roma “Guglielmo Marconi” – Via Gerolamo Cardano, 135 (Zona Portuense) 

Ingresso gratuito

Nella mostra collettiva dei fotografi del Circolo Fotografico PhotoUP, dal titolo Gas-o-metro, le foto ritraggono scorci del quartiere Ostiense nella complessità delle sue geometrie urbane e cromie, in un’alternanza d’immagini da cui traspare lo stile personale di ogni fotografo. La mostra offre così una partitura visiva poliedrica del quartiere e lascia al visitatore la sensazione di averlo attraversato in tutte le sue dimensioni fisiche ed umane. In occasione dell’inaugurazione della mostra, sabato 24 febbraio alle ore 10.00, ci sarà uno spettacolo di musica, teatro e immagini, dal titolo La fabbrica dell’Ostiense, realizzato dall’Associazione Culturale Controchiave, dedicato al quartiere.

Orari mostra Gas-o-metro:
Lunedì 15.00 – 19.00
Martedì / Venerdì 9.00 – 19.00
Sabato 9.00 – 13.00

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https://circolophotoup.com/

Contatti della Luogo espositivo:

San Lorenzo – Giovanni de Cataldo

San Lorenzo di Giovanni de Cataldo

Presso la Z2o Sara Zanin Gallery – Via della Vetrina, 21

Opening: Sabato 10 febbraio 2018 | 6 – 9 pm

Periodo di esposizione: dal 10 febbraio al 17 Marzo 2018

Descrizione della mostra di Cecilia Canziani

Qualche giorno fa, sull’autostrada che percorro quasi una volta a settimana, mi sono soffermata a guardare delle grandi impalcature sospese nel vuoto che da qualche mese punteggiano un viadotto. Nella nebbia della mattina, illuminate da luci pallide, sembravano trabucchi protesi sul mare, o torri merlate, comunque: strutture autosufficienti, e abitate. Magiche.

La stessa strada, immagino, è quella che percorre anche Giovanni de Cataldo quando va a prelevare i guardrail che adopera per le sue sculture in un circuito dove vengono testati i dispositivi di sicurezza delle automobili. Questo circuito si trova in una località remota, immersa nella natura, e mi ha colpito, ­nel racconto che me ne ha fatto Giovanni de Cataldo mentre eravamo nel suo studio di San Lorenzo la descrizione di un silenzio quasi antico, rotto dall’impatto delle automobili lanciate contro i guardrail. Una suggestione forse amplificata dall’apparente contrasto dei materiali nello studio di Giovanni: lamiere, pezzi di acciaio, e poi stoffe, un ferro da stiro, e l’evidente fatto che gran parte del suo lavoro è un silenzioso rammendo.

Se devo individuare una cornice di riferimento per il lavoro di Giovanni de Cataldo, penso a Robert Smithson ai suoi prelievi reali o evocati dal paesaggio urbano – a Monuments of Passaic, ai Non Sites (a qualcosa in altre parole di simile alla visione sub specie aeternitatis delle impalcature sull’autostrada, che per una volta, e una soltanto, ho visto liberate dalla loro funzione e ricomposte come oggetto di apprensione estetica). O alle ricerche condotte attraverso l’impiego di materiali instabili come l’asfalto –con cui ha lavorato anche Giovanni de Cataldo – o la colla, e volte a sfidare la verticalità e autonomia dell’opera modernista con la seduzione del basso, dell’informe, della forza di gravità. La pulsione per la caduta, il collasso.

Ma a ben guardare, nel lavoro di Giovanni de Cataldo si gioca un gioco diverso, e meno ironico – o decisamente post monumental. Non c’è la dimensione monumentale, e non c’è nemmeno la critica al capitalismo avanzato, ma un appello alla capacità di saper vedere forme e materiali che sovrascrivono la città, e di trovare bellezza dove non la aspettiamo, una forma nel disordine.

I suoi Crash Test sono prelievi dal tessuto urbano risemantizzati non solo attraverso un’operazione di appropriazione, ma anche attraverso la trasformazione dell’oggetto la cui superficie viene cromata, smaltata o zincata, o ancora foderata, rendendone leggibili valori plastici e pittorici. Dunque non prelievi di realtà ricontestualizzati in una cornice istituzionale – o per effetto di una cornice istituzionale – ma brani di un paesaggio urbano, più che industriale, che vengono scelti e interpretati in ultima analisi per il loro potenziale estetico, e su cui l’artista interviene per evidenziare una piega o una curva – in sostanza per evidenziarne le qualità scultoree.

Un paesaggio, peraltro, del tutto situato: la città di Roma, il quartiere San Lorenzo, che dà il titolo alla mostra e che ospita dagli anni settanta studi di artisti, ma che è anche, tutt’ora, un quartiere popolare e laboratorio autonomo di politiche di comunità. Un quartiere che di Roma possiede il vero genius loci: una bellezza selvatica.

Proseguendo una ricerca che parte dall’analisi delle proprietà scultoree di materiali edili come asfalto e cemento già esplorata in Cerae (2015) o nei Carottage (2015-2016); dalla ricognizione del contesto urbano nei suoi elementi funzionali – strade, guardrail, recinzioni temporanee (come nei Crash Test, 2017); dall’indagine delle tracce inscritte nel paesaggio – graffiti, segni, forme come testimonianza di un continuum della storia (Prisco vive, 2017) – i lavori in mostra indagano in maniera più precisa la relazione tra oggetto e sguardo. Allora nelle superfici cromate e riflettenti in mostra sembra possibile rintracciare qualcosa di simile ai Mirror Cubes di Robert Morris, che negli anni settanta attraverso la superficie specchiante riconfigurano e complicano la relazione tra oggetto, spazio e spettatore, proiettando il centro all’esterno della scultura e moltiplicando i punti di vista.

Ma anche qui occorre dire che Giovanni de Cataldo non usa lo specchio, ma la cromatura, la zincatura, gli smalti da carrozzeria (il rosso Ferrari, il verde Kawasaki il crema della Vespa), chiamando in causa un immaginario che ha a che fare con la cultura di massa – con Jeff Koons, più che con il Minimalismo, per capirci.

La relazione tra corpo dell’oggetto e corpo dello spettatore si precisa però non solo attraverso il gioco di rifrazione da e verso la superficie delle sculture: i guardrail, i coperchi delle fontanelle pubbliche (oggetto di furto e commercio illegale, e copiati con cura dall’artista in marmo, metallo e cera: originale e copia), vengono in questa mostra ruotati. Collocandoli su un altro asse rispetto alla posizione in cui siamo abituati a vederli, questi oggetti cambiano anche di senso e perdono ogni relazione con la loro funzione d’uso.

In maniera simile l’artista interviene sulle griglie in PVC, applicate su stoffa catarifrangente tirata su telaio e allestite in forma di paravento – un oggetto che fa spazio più che occuparlo – o restituite in forma di quadro appese alle pareti, o riprodotta in alluminio e resa autoportante. Se la superficie catarifrangente assorbe e rifrange la luce, e la cancella se la scultura viene fotografata con il flash, restituendone una sua versione in negativo, la griglia evoca la composizione modernista per eccellenza chiamando in causa la specificità mediale della pittura. Così la griglia in questa mostra è presente come quadro, come spazio, come scultura, e in tutti i casi allo stesso tempo finestra e cornice, centripeta e centrifuga.

La superficie delle opere in mostra sia che evochi la bidimensionalità della pittura, sia che insista nella piega come punto generativo della scultura, è il luogo dialettico dove lo sguardo si appunta e viene riflesso, moltiplicato o negato, ed è bello che in un momento storico in cui le mostre hanno imparato ad essere fotogeniche, questa mostra non si lasci fotografare senza far resistenza all’obiettivo, ma si debba vedere con il corpo: altrimenti le pallide tinte proiettate dal retro delle sculture che colorano il muro, il proprio volto deformato da una curva zincata, il leggero riflesso che cambia temporaneamente la temperatura di una tela, non si percepirebbero.

Allora si chiarisce il fatto che al centro di questi prelievi e rammendi, della cura estrema con cui un materiale ordinario, opaco, ottuso, viene restituito allo sguardo, c’è la figura dello spettatore a cui è affidato in fondo il compito di continuare a guardare e a interrogare lo spazio – così che, pur non somigliando a una scultura di Giovanni, un ponteggio una mattina di nebbia sembri una cattedrale.


 

English version

Text by Cecilia Canziani

A few days ago along a highway I drive nearly once a week, I took closer notice of the enormous scaffolding that has been propping up a viaduct for months now, suspended there in the void. Dimly lit  in the morning fog, I thought of fishnets hung out over the sea, crenellated towers, freestanding structures busy with road workers. Magical.

I thought this might be the same stretch of road Giovanni de Cataldo takes when he goes to get the guardrails he uses in his sculptures from a test track where automobile safety devices are developed. Giovanni described the place to me one day in his San Lorenzo studio: the testing is done on a circuit lost in the countryside, and what struck me most was his description of this vaguely ancient silence and how it was shattered regularly by the sound of cars sent crashing into guardrails at high speed. My  impression was perhaps deepened by the motley assortment of materials Giovanni has assembled  in his studio: metal rails, chunks of steel, fabrics, even an iron. It’s clear that a large part of his work consists in silently mending.

If I had to indicate a reference framework for Giovanni’s work, it would be Robert Smithson and what he extracts physically or figuratively from urban environments – Monuments of Passaic or Non Sites (in other words, something similar to my sub specie aeternitatis vision of scaffolding along the highway which, just this once I’d perceived as released from its intended purpose and recomposed as object of aesthetic appreciation). Or Smithson’s investigations into instable materials like asphalt  – which also Giovanni has worked  – or glue, for example, that challenge the verticality and autonomy of Modernist work with seduction from below, the inchoate, the force of gravity. The impulse towards falling, collapsing.

Upon closer examination, Giovanni de Cataldo’s work has a different, less ironic – or decidedly post monumental – intention. The monumental dimension is absent, as is any critique of  turbo-capitalism, and replaced by a call to really see the shapes and materials with which our cities are overwritten, to find beauty where it may be least expected, discern form from disorder.

His Crash Tests  are swathes cut from our urban tissue, re-semanticized not only through an operation of  appropriation but also by the transformation of the object whose surfaces are subjected to chrome-plating, zinc-coating, glazing or even upholstery,  in this way expressing plastic and pictorial values. Not excerpts of reality recontextualized in institutional settings  – or by institutional settings – but instead samplings of urban, rather than industrial, landscape ultimately selected and interpreted for their aesthetic potential on which the artist intervenes to highlight one particular fold or curve that expresses some sculptural quality

The landscape, however, is firmly rooted: the city of Rome, and its San Lorenzo district, which gives the show its name and has hosted artists’ ateliers since the Seventies, and which remains a working class neighborhood today, an unlicensed laboratory of community policies and politics, one of Rome’s quarters in full possession of the real genius loci of unruly beauty.

In continuation of a practice based on analyzing the sculptural properties of construction materials such as asphalt and concrete previously explored in Cerae (2015) and Carottage (2015-2016), recognizing the urban context in its functional elements – roads, guardrails, provisory fencing (as in Crash Test, 2017), and investigating traces inscribed in the landscape – graffiti, marks,  and shapes that testify to a historical continuum (Prisco vive, 2017) – the works chosen for the show investigate the relationship between the object and the viewer more closely. Hence the chromed, reflecting surfaces on display seem to allude to something similar to Mirror Cubes by Robert Morris that during the Seventies reconfigured and complicated the relationships between objects, space and spectators with their mirroring, turning the sculpture’s center inside out and multiplying points of view.

It should be noted that Giovanni de Cataldo uses not mirrors but chrome-plating, zinc-coating, and the colors of iconic motor vehicles instead  (Ferrari red, Kawasaki green, and Vespa cream-white), and addresses a collective unconscious that evokes media culture – more Jeff Koons than Minimalism, to put it plainly.

The relationship between the object’s body and the viewer’s body is developed not only through the play of refraction from and to the surfaces of the sculptures: the guardrails, the post-caps of public drinking fountains (objects regularly stolen and illegally trafficked carefully reproduced by the artist in marble, metal, and wax, shifting from original to copy and back) are subjected to rotation at the show. Positioned along another axis than the position in which we usually observe them, the meanings of these objects change; every association with their previous practical purpose is lost.

The artist handles PVC netting in similar fashion, applied on reflecting fabric stretched over a frame and set up in the form of a screen (TITOLO) – an object that instead of merely occupying space creates it – or is restituted in the form of  “paintings” hung to the walls or reproduced in aluminum and made freestanding. If reflecting surfaces absorb and refract light, and even cancel it,  if a sculpture is photographed with the flash in order to provide us with its negative, this netting evokes the epitome of  Modernist composition by invoking the specific nature of painting as medium. Therefore netting appears in this show as painting, as space, as sculpture, while everywhere at the same time serving as frame and window, both centripetal and centrifugal.

Whether it evokes painting’s bi-dimensionality or insists on the fold as sculpture’s point of generation, the surface of the works in the show is the dialectical setting in which the gaze focuses and is then reflected, multiplied or denied, and it is noteworthy that in these times when shows have learned how to become photogenic, this one resists selling its soul to the objective lens and demands to be seen with the viewer’s entire body, without which the  faint colors projected from behind the sculptures that tinge the wall, the beholder’s face distorted in reflection from a curved zinc-plated surface, and the shimmer that seems to temporarily alter the canvas’s temperature would not be perceivable.

This explains why the central point in this extraction of materials, patches, and painstaking care lavished on materials considered ordinary, opaque, and dull prior to their return to our gaze has been reserved to the spectator, who has essentially been assigned the task of continuing to consider and query the space in front – so that without any resemblance to any of Giovanni de Cataldo’s sculptures, scaffolding seen along a highway one misty morning may be taken for a cathedral.

Dell’abitare incerto: inaugura il KunstRaum Goethe

Il 15 febbraio apre il  Kunstraum Goethe, il nuovo spazio interdisciplinare del Goethe-Institut di Roma. Qui, attraverso mostre e installazioni, ma anche performance, dibattiti e laboratori, ci si interroga sui temi più sentiti della nostra attualità con lo scopo di stimolare la ricerca e il confronto tra artisti, ricercatori e cittadini.

La #mostra inaugurale, “Dell’abitare incerto”, affronta il tema dell’abitare indagando il concetto da una prospettiva ampia, che va da una riflessione generale sull’esistenza all’incertezza materiale e psichica delle immigrazioni contemporanee. Riflessioni che costituiscono il leitmotiv delle attività culturali del Goethe-Institut Italia, centrate su temi quali la vita, gli arrivi, la crisi e la famiglia in Europa.

“Dell’abitare incerto” offre un confronto tra tre noti artisti, due tedeschi e un italiano: Ulf Aminde racconta la precarietà come condizione ambita tramite persone come gli street punk, che volutamente vivono la marginalità come stato di felicità; Andreas Lutz con un’installazione coglie il crollo (“messa a nudo”) delle certezze della società medio borghese tedesca; Vittorio Messina, infine, con le sue “celle” indaga la precaria condizione esistenziale della società industriale.

Per tutto il 2018 KunstraumGoethe sarà curato da Valentino Catricalà, con cui sono stati individuati tre temi di ricerca che connoteranno le mostre e le attività dello spazio: incertezza, equilibrio e tecnologia.

INFO:

Goethe-Institut Rom di Via Savoia n. 15 – Roma

Il 15 Inaugurazione del nuovo spazio “KunstRaum Goethe” con la mostra “Dell’abitare incerto” // Opening talk ore 18:00 alla presenza degli artisti.


Orari di visita della mostra fino al 29 aprile 2018:
lun 14–19 | mar mer gio ven 9–19 | sab 9–13.
Chiusa dal 30 marzo al 2 aprile e il 25 aprile 2018.

Tutte le info sul nostro sito web:
www.goethe.de/roma/kunstraum #abitareincerto

Marina Bolmini: Hardcore for Dummies

Marina Bolmini – Hardcore for Dummies

mostra personale a cura di Marta Bandini e Elettra Bottazzi

dal 19 gennaio al 11 febbraio 2018 presso la galleria Parione9, Via del Parione n. 9 | www.parione9.com | Roma

inaugurazione 19 gennaio ore 18.30

Hardcore for Dummies è la mostra personale dell’artista italiana Marina Bolmini a cura di Marta Bandini e Elettra Bottazzi, in programma alla Parione9 Gallery dal 19 gennaio all’11 febbraio 2018.

Sono esposte più di trenta opere su tela che reinterpretano la cultura figurativa delle copertine dei dischi dei gruppi punk e rock degli anni Ottanta. La Bolmini, con un atteggiamento pop, si riappropria dei personaggi di cartoni animati e fumetti della pop culture per re-illustrare queste copertine, lavorando così sullo slittamento di significati collegati ad immagini fortemente iconiche, non solo della musica ma di un’epoca intera.
Sin dagli anni Sessanta la musica rappresenta una fonte di ispirazione per gli artisti visivi, ma è anche vista come un ulteriore veicolo per espandere la propria ricerca e trovare un pubblico più vasto e generico (come non dimenticare la banana di Warhol della copertina del primo album dei The Velvet Underground). I gruppi rock si rivolgono al mondo delle arti visive per confezionare le proprie opere. Musicisti, cantanti e band vedono l’arte come fonte di ispirazione e comprendono che può permettergli di approfondire la portata intellettuale della propria produzione. E’ per questo che le immagini, che danno vita alle copertine e ai poster, assumono così un ruolo fondamentale, ovvero quello di diventare il mezzo visivo di espressione e comunicazione di questa cultura musicale.
In Hardcore for Dummies la cultura visiva e la musica di una generazione, che esprimeva la sua rabbia ed il suo senso di ribellione con il rock, la new wave italiana, la free jazz, il punk inglese e l’hardcore americano, è riletta dall’artista attraverso la creazione di immagini che producono cortocircuiti visivi e nuove interpretazioni.

Marina Bolmini (Vasto, 1970) è un’artista visiva italiana.
Dopo aver conseguito la maturità artistica in oreficeria presso l’Istituto Statale d’Arte di Vasto si sposta a Bologna per approfondire gli studi artistici presso l’Accademia delle Belle Arti alla scuola di pittura di Concetto Pozzati, dove si laurea nel 1996. Usando media e tecniche eterogenee, dalla pittura al rucamo, l artista lavora sullo slittamento di significati collegati a immagini fortemente iconiche. Attualmente collabora con la galleria romana Parione9.

Parione9 Art Gallery è una giovane galleria d’arte nel centro storico di Roma. Nata nel 2014 dall’esigenza di Marta Bandini ed Elettra Bottazzi di creare uno spazio innovativo, dove promuovere e condividere l’arte e la cultura allargando i confini ai nuovi linguaggi dell’illustrazione e del tatuaggio.

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Hardcore for Dummies is the Italian artist Marina Bolmini’s solo show curated by Marta Bandini and Elettra Bottazzi. The exhibition is planned from 19th January until 11th February at Parione9 Gallery in Rome.
More than 30 artworks on canvas re-create the figurative culture of the punk and rock bands album covers from the 80’s.
Marina Bolmini, through a pop approach, uses pop culture cartoons and comics to re-illustrate these covers working on the shifting of meanings linked to strongly iconic images of an entire period.
Since the 1960s, music has been a source of inspiration for visual artists but it was also seen as an additional vehicle for expanding research and finding a wider audience (how can we forget the Warhol’s banana on the cover of the first The Velvet Underground’s album). Rock bands often asked visual artists to represent their own works. Musicians, singers and bands have considered art a source of inspiration and they have understood how it can give a more intellectual meaning to their production. It’s for this reason that the images, employed for covers and posters, assume a fundamental role, turning to be a visual mean of expression and communication of this musical culture.
In Hardcore for Dummies the visual culture and the music of this generation, which expressed its anger and sense of rebellion thorough rock, Italian new wave, free jazz, English punk and American hardcore, is reinterpreted by the artist with the creation of images that can produce visual short circuits and new interpretations.

Marina Bolmini (born in 1970) is an italian visual artist.
She achieved her maturity in jewellery at the Vasto State Institute of Art. She moved to Bologna to deepen her artistic studies at the Academy of Fine Arts at Concetto Pozzati’s school of painting, where she graduated in 1996.
The artist uses media and heterogeneous techniques, from painting to embroidery, working on the shift of meanings linked to strongly iconic images. She collaborate with Parione9 gallery of Rome.

Parione9 Art Gallery is a young art gallery in the heart of Rome. It was founded in 2014 by Marta Bandini and Elettra Bottazzi, with the aim to create an innovative space to promote art with an innovative approach to the world of Illustration and Tattoo Art. 

 

Parione9
via di Parione 9, 00186 Roma (piazza Navona)
+390645615644
parione9@gmail.com
www.parione9.com
instagram:parione9

Paper Gardens. La personale di Giorgio Coen

Paper Gardens

Mostra personale di Giorgio Coen Cagli, a cura di Giorgia Noto

Dal 15 dicembre 2017 al 13 gennaio 2018

Presso Studio Co-Co

 

Nell’ambito della tre giorni dedicata interamente alla fotografia – Passeggiate Fotografiche Romane – organizzata dal Ministero dei Beni Culturali, lo studio di progettazione grafica Co-Co è lieto di ospitare nel suo spazio la personale del fotografo emergente Giorgio Coen Cagli, Paper Gardens, a cura di Giorgia Noto.

Passeggiate Fotografiche Romane avrà luogo il 15, 16 e 17 dicembre e si snoderà all’interno della  città attraverso una serie di percorsi tematici per quartieri in un susseguirsi di attività legate alla fotografia: mostre, incontri, visite guidate, archivi aperti, laboratori, performance, proiezioni e progetti inediti.

Lo Studio Co-Co partecipa a questo ricco calendario che coinvolge il quartiere Pigneto con la personale Paper Gardens articolando la sua proposta con il seguente calendario: il 15 dicembre con l’inaugurazione della mostra, il 16 dicembre con un incontro con l’autore Giorgio Coen Cagli in occasione del tour Passeggiate Fotografiche Romane per il quartiere Pigneto e il 17 dicembre con una conversazione a più voci con Fabio Donalisio, Giulio Ciccarese, Giorgia Noto e Giorgio Coen Cagli.

La mostra proseguirà poi fino al 13 gennaio 2018 e sarà visitabile nei giorni di apertura dedicati e su previo appuntamento, consultare la pagina Facebook dello studio per tutti gli aggiornamenti. (https://www.facebook.com/cocostudioroma/?fref=ts)

 

Paper Gardens è il titolo della mostra che mette insieme una serie inedita di Giorgio Coen Cagli, un progetto fotografico in continuo ampliamento che l’autore porta avanti con costanza da circa un anno. Gli scatti appartengono a luoghi diversi – Roma e alcune delle sue rovine industriali, porzioni aride della Puglia fino all’esplosione di un verde incontrollato in luoghi remoti dell’Asia – e sono volutamente non dichiarati. In questo caso la geografia, intesa come coordinate e punti cardinali, cede il posto ad una riflessione macroscopica che può, per questa ragione, contenere diverse morfologie.

Paper Gardens affronta il rapporto a volte conflittuale e talvolta frammentario tra gli spazi naturali spontanei o solo inizialmente progettati e gli insediamenti umani. Con ironia e quasi con una “pedissequa” curiosità documenta la rivendicazione della natura a ottenere un suo spazio. Ad esserci. Ogni scatto è una voce importante del coro che rimarca un forte senso e gusto per la rovina e l’abbandono come termini dialettici/visivi al fine di restituirne la seduzione, l’immaginario e le sue potenzialità senza affiancarsi a nessun dibattito o leitmotiv ambientalista.

La mostra sarà composta da una serie di 10 scatti stampati su carta washi – una carta resistente con una trama peculiare e ben visibile – e montati su light box di cartone create per l’occasione. Ad accompagnare l’esposizione, ci sarà un’edizione limitata a cura dello Studio Co-Co contenente tre foto del progetto, (anche non esposte), assegnate ad una chiave di lettura specifica – Human, Ruins e Sunblind – e ad un testo scritto da tre autori diversi, rispettivamente nell’ordine Fabio Donalisio, Giulio Ciccarese e Giorgia Noto.

 

A proposito dell’artista (Pag. Fb)

Giorgio Coen Cagli (Roma, 1988).

Formatosi inizialmente presso il CSF Adams, Giorgio approfondisce teoria e pratica fotografiche indipendentemente e attraverso workshop, in particolare con Magnum Photos a Barcellona, 2009. Dal 2008 si dedica al reportage sociale, esponendo lavori in diverse rassegne fotografiche come Occhi Rossi-Roma (2008), Trafic-Barcellona (2009), Cascina Farsetti-Roma (2009), Cineporto-Roma (2010).

Parallelamente continua gli studi presso il dipartimento di Storia dell’Arte de La Sapienza e dal 2011 segue la scena artistica internazionale, pubblicando immagini su diverse riviste di settore tra le quali ArteDossier, Città Magazine e FAMO. Tra il 2014 e il 2016 segue gli interventi di street artists internazionali per conto di Wunderkammern, pubblicando immagini su riviste e magazine online dedicati. In occasione della mostra dall’Oggi al Domani, 24 ore nell’arte contemporanea – ospitata dal MACRO di Roma (Aprile 2016) – espone il libro “Tre giornate di lavoro” realizzato con l’artista Giuseppe Caccavale.

 

 

 

Informazioni

Inaugurazione: 15 dicembre 2017 ore 18

Tour per il quartiere: 16 dicembre 2017 dalle ore 16

Incontro con gli autori: 17 dicembre 2017 ore 17

Dal 15 dicembre 2017 al 13 gennaio 2018

Presso lo Studio Co-Co

Via Ruggero d’Altavilla, 10

Roma

info@co-co.it

Polinice & Lab174 presentano: BABEL di Edoardo Cozzani

L’inaugurazione della mostra fotografica BABEL a Roma

 

Il 14 dicembre presso Lab174 si terrà l’inaugurazione della mostra fotografica “BABEL” (pag. Fb) di Edoardo Cozzani.

(Apertura alla Stampa: giovedì 14 dicembre 2017 – ore 17:30- Apertura al Pubblico: giovedì 14 dicembre 2017 ore 18:30)

BABEL si propone di analizzare l’impatto del processo di urbanizzazione aggressiva della metropoli sulla qualità di vita dei suoi abitati. Destabilizzando l’ordine apparente del panorama cittadino moderno, questo progetto critica una società ossessionata dalla elevazione di monumenti che celebrano l’esaltazione per il progresso e per la civilizzazione, ma al contempo celano le più profonde imperfezioni.

“… noi sicuri della radiosa magnificenza del futuro…” così, circa un secolo fa, la scuola futurista celebrava venti di cambiamento, dichiarando cieca fiducia nel progresso e nelle sue implicazioni. Oggi Babel vuole mettere in luce una reinterpretazione in chiave moderna della metropoli. In un futuro ormai diventato presente, le aspettative del passato si scontrano con la realtà in una visione viscerale e demistificata. Questa serie di immagini, scattata su macchina medio formato, viene fissata su pellicola a colori attraverso l’uso controllato di lunghi tempi di scatto ed esposizioni multiple. La destrutturazione del negativo ha lo scopo di trasportare lo spettatore in un delirio onirico, attraverso la presentazione di una serie di vedute decadenti e scomposte di vari tipi di architetture.

Le impressioni su pellicola sono ottenute in diversi Continenti, la cui distanza e diversità si annullano, di fronte all’universalità del rapporto tra individuo e metropoli, in una città senza nome. Il mondo distopico ritratto in questo progetto mostra come la struttura urbana sia pensata in modo tale da intrappolare il cittadino al suo interno, incentivando consumo e produzione al solo fine di alimentare una continua crescita verticale del complesso cittadino. Accecato dalle luci della grande metropoli si risveglia nel riflesso dello specchio in negativo di un’utopia ormai superata.

Babel, sfidando le nostre illusioni di stabilità, si propone di ridurre i paesaggi urbani in una serie di forme oscure svelando le angosce ramificate nella caotica vita della metropoli.”

BABEL segue il primo progetto del fotografo romano, che attualmente lavora a New York, ANAMORPHOSIS.

Nello specifico, sia “Anamorphosis” che “Babel” mettono in mostra due questioni di carattere sociale: La prima serie ha affrontato il rapporto conflittuale tra il singolo e la collettività, con lo scopo di mettere in dubbio tutte le costruzioni che portano l’uomo moderno a vivere in un costante stato di incertezza, generato dall’ordine apparante di cui si trova a far parte.

La seconda serie è incentrata sull’aspetto e sulle forme del paesaggio urbano moderno, e sugli effetti che essi hanno sulla qualità di vita della persona. Entrambe hanno lo scopo di denunciare una società decadente, mettendo in luce una visione del mondo estremamente reale, che, tuttavia, viene raffigurato con delle sembianze che sembrano sfuggire alle leggi della fisica tradizionale.

Parte del processo creativo di Edoardo Cozzani comprende l’uso di lunghi tempi di apertura del diaframma ed esposizioni multiple, nonché un intenso uso delle ombre e di luci con densi toni di colorazione.

La destrutturazione delle forme segue lo scopo di mettere in mostra il vero aspetto di una realtà governata dal disordine e dalla casualità, di una società che si proclama perfetta e che trova nell’ordine l’unica soluzione per terminare le ansie che assalgono le nuove generazioni.

I lavori di Edoardo Cozzani subiscono una forte influenza del decadentismo della prima meta’ del ‘900, anche allora l’uomo moderno veniva ritratto come in preda a dubbi, riflessioni e tormenti, disorientato in un mondo che accelerava verso grandi cambiamenti. Oggi, l’uomo moderno e’ ancora più fragile, non si è mai adattato ai cambiamenti dello scorso secolo, e viene costantemente bombardato dagli sconvolgimenti di questa epoca.

L’individuo è sempre più parte di un sistema nel quale il singolo perde di valore e di conseguenza la sua volontà si dissolve in quella dei grandi numeri. L’incapacità di identificare la ragione del suo malessere lo allontana da sistemi di pensiero indipendente, e lo avvicina ad un pensiero guidato, fatto di decisioni infelici. Sacrificando il pensiero consapevole l’uomo moderno trova conforto all’interno di un soffocante rifugio fatto di inesplicabili angosce ed inquietudini.

Il progetto fotografico Babel, è stato recentemente nominato tra i progetti vincitori della competizione di fotografia Life Framer, subito dopo essere stato esposto a New York nella mostra di gruppo Hidden Narratives, la cui immagine di copertina riportava una veduta dispotica di Hong Kong, immortalata agli inizi della produzione del progetto. Più recentemente Babel è stato esposto nella splendida cornice dell’abbazia di San Vito a Poliranno a Mare in Puglia.

 

A proposito dell’autore

EDOARDO COZZANI (Website)

Nato a Roma, dopo aver completato gli studi di diritto presso la LUISS Guido Carli, si trasferisce a New York nel 2016 per frequentare l’International Center of Photography. Durante la prima meta’ dell’anno di studi di fotografia artistica, produce “Anamorphosis”, progetto che affronta il tema della disgregazione dell’individuo nella società contemporanea. “Anamorphosis” viene esposto a Roma nel dicembre 2016 con l’aiuto organizzativo dell’associazione culturale Cultrise.

Nel 2017 Edoardo inizia a lavorare sulla serie “Babel” che, nel mese di giugno dello stesso anno, viene esposta in una mostra di gruppo a New York, “Hidden Narratives” presso L’International Center of Photography. Una delle foto della serie viene selezionata come copertina della mostra. Babel, viene in seguito nominato tra i progetti vincitori della competizione di fotografia Life Framer, in tema di civilizzazione. Poco dopo, Musée magazine decide di pubblicare un’intervista su Babel e Anamorphosis. Il 28 ottobre dello stesso anno Babel viene esposta in una mostra personale presso l’Abbazia di San Vito a Polignano a Mare, in Puglia.

 

ETEOCLE

Nell’ultimo biennio Eteocle ha editato il magazine Polinice. E’ stato il soggetto promotore della riproposizione della storica Corsa dei Camerieri per la Festa de’ Noantri di Trastevere. Ha organizzato la serie di conferenze e presentazioni di libri per la stampa indipendente nel mese di luglio 2017 presso la manifestazione “Lungo il Tevere Roma”. Ha contribuito ad editare la guida per la Fondazione Carispaq “Tracce d’Abruzzo” con The Trip Magazine.

 

BABEL

14 – 21 dicembre 2017

dalle ore 16 alle ore 21

Presso LAB174, Via Pietro Borsieri 14, Roma. Per informazioni scrivere a: info@lab174.com

 

Thanks to:

LAB 174 | DIREZIONE

Marta Battista

Casale del Giglio

 

Roma nun fa la stupida Vol.1 – Mostra realtà culturali romane a rischio

Zalib & I Ragazzi di Via della Gatta organizzano per il 7 dicembre negli spazi della galleria d’arte Lab174 (Via Pietro Borsieri 14) ROMA NUN FA LA STUPIDA – Mostra fotografica collettiva delle realtà culturali romane in pericolo.

Una mostra collettiva che ospiti e promuova l’incontro tra le varie realtà culturali romane che, per un motivo o per un altro, vivono l’incertezza di non poter continuare ad esistere.

Un “Salon des refusés” che accolga chi, come noi, vede la propria idea cultura rifiutata da una città che muore; che ospiti chi come noi vuole una Roma libera, aperta, viva e bella, come merita.

È per questo che giovedì sera insieme a Leggi Scomodo, OZ Officine Zero, CSOA Sans Papiers, Casa Internazionale delle Donne, Teatro Tordinona, Libreria Fahrenheit 451, Nemo – Festival e Teatro Valle Occupato chiederemo alla nostra città bella e dannata di non fare la stupida e di farsi casa per i giovani, per chi crede nella collettività, per chi viene da lontano e per chi sa accoglierlo, per chi crede nella partecipazione, nell’arte e nell’uguaglianza.

L’evento del 7 dicembre, un’esposizione grafica e fotografica accompagnata dallo storytelling delle varie realtà presenti, sarà valorizzata da una performance artistica live di ADR, giovane street artist romano, che realizzerà un’opera che rappresenti al meglio lo scopo comune di tutti noi: non arrenderci e lottare giorno dopo giorno per la città che vogliamo.

Essendo desiderio di Zalib & I Ragazzi di Via della Gatta stimolare l’accesso alla cultura creata dai giovani e per i giovani, questo primo volume vuole essere un invito a partecipare rivolto a tutti i giovani artisti e studenti d’arte e romani ma soprattutto un momento preparatorio al secondo volume previsto per il mese di gennaio: per questa occasione a ogni realtà saranno associati uno o più artisti che lavorando con queste avranno il compito di raccontarle attraverso un’opera d’arte. Il risultato di queste collaborazioni, siano statue, quadri, disegni, arte performativa, arte materica, visiva o altro verranno esposte durante il secondo volume del nostro Salon.

Nel corso di ROMA NUN FA LA STUPIDA Vol. 1 si potrà aderire all’iniziativa in quanto artisti (lasciando la propria email a cui seguirà richiesta di portfolio), proponendosi come protagonisti attivi della genesi del Vol. 2.

 

Oltre ai Ragazzi di Via della Gatta esporranno:
– Libreria Fahrenheit 451
– Casa Internazionale delle Donne
– CSOA Sans Papiers
– Leggi Scomodo
– Nemo Festival
– OZ Officine Zero
– Teatro Tordinona
– Teatro Valle Occupato

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Performance live painting ADR

DJ Set Gabriele Fossataro

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7 dicembre 2017 dalle ore 19 presso Lab.174 – Via Pietro Borsiesi n. 14 – Roma

Frammentazioni

Frammentazioni – dal 1 dicembre – 20 dicembre 2017 presso Villa Blanc – Via Nomentana, 216, Roma

Ingresso gratuito – da lunedì a sabato dalle 15 alle 20 con ultimo ingresso alle 19.15 L’8 dicembre la mostra rimarrà chiusa

A cura del Collettivo Curatoriale LUISS Master of Art

INAUGURAZIONE 1 dicembre – ore 18

“Il tempo, nella sua modernità, ha scardinato ogni narrazione unitaria costringendoci ad una visione frammentaria e precaria. Insomma, come diceva Shakespeare nell’Amleto, il tempo è uscito dai suo cardini”. Achille Bonito Oliva

Gli artisti: Marco Bagnoli, Nanni Balestrini, Marcella Campagnano, Aron Demetz, Baldo Diodato, Giovanni Ferrario, Sidival Fila, Andrea Galvani, Silvia Giambrone, Francesco Irnem, Francesca Leone, Felice Levini, Giulio Paolini, Francesca Piovesan, Michelangelo Pistoletto, Fiorella Rizzo, Anna Scalfi Eghenter.

Il Collettivo Curatoriale composto dagli studenti della VII edizione del LUISS Master of Art – Master Universitario di I Livello, sotto la guida di Achille Bonito Oliva (Responsabile scientifico del Master), presenta la mostra FRAMMENTAZIONI. L’esposizione, organizzata e sostenuta dal LUISS Creative Business Center, si svolge dall’1 al 20 dicembre, nella suggestiva cornice di Villa Blanc.

Il progetto si propone di offrire un’ampia panoramica sulla tematica della frammentazione come fenomeno dell’attualità artistica, culturale e sociale e allo stesso tempo di restituire l’idea di frammento come parte della realtà contemporanea, invitando ad una riflessione estetica, teorica e filosofica.
Le opere e gli artisti scelti, tramite un personale percorso poetico, hanno dato un’immagine all’idea di frammentazione, attraverso una ricerca trasversale composta da molteplici linguaggi in un confronto tra diverse generazioni. Saranno presenti produzioni originali, fra cui l’omaggio dell’artista concettuale Giulio Paolini Senza titolo – Studio per la mostra “LUISS Master of Art”, creato appositamente per “Frammentazioni” e l’opera Porzione di Villa Blanc 2017 di Baldo Diodato, realizzata nel giardino della villa durante il vernissage in una performance insieme al musicista Antonio Caggiano.

In mostra anche le opere di Alessio Barchitta, Elena Mazzi e Leonardo Petrucci finalisti della seconda edizione del Premio Internazionale Generazione Contemporanea, istituito da LUISS Creative Business Center per promuovere l’arte contemporanea, sostenere gli artisti under 35 e dare vita alla collezione permanente dell’Università LUISS Guido Carli.

La mostra si svolge a Villa Blanc, prestigioso edificio storico di fine ‘800 e nuova sede della LUISS Business School. Il sito è composto dal corpo della villa, da sei edifici minori, dalle serre e da un parco. Il percorso espositivo, a sua volta “frammentato” si articola nei diversi spazi interni ed esterni.
Gli studenti del LUISS Master of Art hanno curato tutti i processi progettuali e organizzativi della mostra, dal concept alla scelta degli artisti, gli allestimenti, la comunicazione e il catalogo.

“Frammentazione fa riferimento alla libertà artistica, alla creatività, all’espressività e alle sue tante forme di linguaggio. È questo che vogliamo dire con Frammentazioni, una collettiva con un fil rouge aperto, che rappresenta l’autonomia dell’arte, l’espressione creativa senza schemi predefiniti”.

Il Collettivo Curatoriale è composto da: Silvia Amato, Giulia Maria Belli, Riccardo Brunetti, Benedetta Celsa, Floriana D’Agostino, Lavinia Della Bruna, Maria Immacolata Dunia, Silvia Federici, Federica Fiorino, Francesco Gambatesa, Ginevra Isolabella Della Croce, Anna Kessler, Valentina La Serra, Chiara Martra, Giulia Olivetti, Simona Pace, Rachele Paradiso, Maria Anna Perri, Valentina Poli, Cecilia Sacerdoni, Anna Sigot, Alessia Simonetti, Claudia Staccioli, Silvia Tranchina, Isabella Vallelunga, Veronica Vasta.

ACCREDITI INAUGURAZIONE
Per accedere all’inaugurazione della mostra “Frammentazioni” il 1 dicembre alle ore 18 inviare una mail all’indirizzo accrediti.mostraluiss@gmail.com. Le liste di accredito saranno presenti all’ingresso di Villa Blanc.

INFO FRAMMENTAZIONI

masterofart.luiss@gmail.com

Contatti stampa:
Floriana D’Agostino tel. 327 0083833 Lavinia Della Bruna tel. 338 3261829 Francesco Gambatesa tel. 393 1356431 Rachele Paradiso tel. 349 2559363 Maria Anna Perri tel. 329 9662409

 

Facebook https://www.facebook.com/frammentazioni2017/ Instagram @frammentazioni

È solo un inizio. 1968

È solo un inizio. 1968 – Salone Centrale, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea
viale delle Belle Arti, 131 – Roma

orari d’apertura e prezzi:

dal 03.10.2017 al 14.01.2018

da martedì a domenica 8.30 — 19.30 (ultimo ingresso ore 18.45)
lunedì chiuso

biglietto: 10 € (intero), 5 € (ridotto)

info: 06 3229 8221

È il preludio. Così comincia il 50° anniversario del ’68, nella ripresa del gesto di rottura radicale che si è abbattuto sulle società occidentali e che non ha lasciato indenne il mondo dell’arte. Comincia con la mostra È solo un inizio. 1968 (3 ottobre 2017 – 14 gennaio 2018) alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, la prima in Italia dedicata al ’68 e ai suoi intrecci con i movimenti e i fermenti artistici che lo annunciano, gli corrono paralleli e lo prolungano.

È solo un inizio. 1968, non è solo il titolo della mostra a cura di Ester Coen o lo slogan dell’insurrezione del Maggio francese, ma un invito a guardare ai processi, al divenire, all’apertura di quanto inizia e mai più smetterà di iniziare, sempre di nuovo, dal ’68 in poi. L’arte, la democrazia, la vita, niente sarà più uguale dopo di allora, eppure niente sarà mai una conquista sicura. Del ’68 non ci restano la sua storia, le sue sconfitte, le sue vittorie, ma un monito che diventa elogio dell’incompiuto: Ce n’est qu’un début.

Di questo inizio, che ignora volutamente gli esiti e tiene sotto traccia la frase di Gilles Deleuze «Lo abbiamo sempre saputo che sarebbe finita male», la mostra della Galleria Nazionale racconta il cortocircuito tra arte, politica, creatività. Non solo e non tanto perché lo spirito di rivolta del ’68 si estende anche al mondo dell’arte, ma perché l’arte ha un modo suo di creare quello stesso desiderio di inizio che col ’68 si trova a condividere: col minimalismo, il concettuale, l’arte povera, la land art, le numerose correnti che in quegli anni emergono fulminee e si propagano, pur nella diversità di metodi e progettualità. Insieme a un rinnovamento radicale del pensiero e delle arti della vita espresse con il design e la moda.

Le correnti artistiche finiranno riordinate nella storia dell’arte. I movimenti politici nella storia degli sconfitti. La mostra È solo un inizio. 1968 non giudica i fini e non si esprime sull’adeguatezza dei mezzi. Racconta “ciò che comincia” con le opere di:

Vito Acconci, Carl Andre, Franco Angeli, Giovanni Anselmo, Diane Arbus, Alighiero Boetti, Pier Paolo Calzolari, Carla Cerati, Merce Cunningham, Gino De Dominicis, Walter De Maria, Valie Export, Luciano Fabro, Rose Finn-Kelcey, Dan Flavin, Hans Haacke, Michael Heizer, Eva Hesse, Nancy Holt, Joan Jonas, Donald Judd, Allan Kaprow, Joseph Kosuth, Jannis Kounellis, Yayoi Kusama, Sol LeWitt, Richard Long, Toshio Matsumoto, Gordon Matta-Clark, Mario Merz, Marisa Merz, Maurizio Mochetti, Richard Moore, Bruce Nauman, Luigi Ontani, Giulio Paolini, Michelangelo Pistoletto, Emilio Prini, Mario Schifano, Carolee Schneemann, Gerry Schum, Robert Smithson, Bernar Venet, Lawrence Wiener, Gilberto Zorio.

dalla collezione della Galleria Nazionale con le opere di:

Gianfranco Baruchello, Daniel Buren, Mario Ceroli, Christo, Tano Festa, Giosetta Fioroni, Eliseo Mattiacci, Pino Pascali, Andy Warhol.

E sarà un inizio indelebile.

Accompagna la mostra il Giornale-Catalogo È solo un inizio. 1968 con il testo di Ester Coen e interventi, tra gli altri, di: Franco Berardi Bifo, Achille Bonito Oliva, Luciana Castellina, Germano Celant, Goffredo Fofi, Franco Piperno, Rossana Rossanda, Lea Vergine, a cura di Ilaria Bussoni e Nicolas Martino.

 

 

 

Hokusai. Sulle orme del maestro all’Ara Pacis

Dal 12 ottobre 2017 al 14 gennaio 2018 al Museo dell’Ara Pacis di Roma sarà esposta “Hokusai. Sulle orme del Maestro” che intende dar conto dell’opera e dell’eredità del grande maestro.

Attraverso circa 200 opere (100 per ogni rotazione della mostra per motivi conservativi legati alla fragilità delle silografie policrome) la mostra racconta e confronta la produzione del Maestro con quella di alcuni tra gli artisti che hanno seguito le sue orme dando vita a nuove linee, forme ed equilibri di colore all’interno dei classici filoni dell’ukiyoe.

La mostra si compone di cinque sezioni che toccheranno i temi più alla moda e maggiormente richiesti dal mercato dell’epoca:
1- MEISHŌ: mete da non perdere
2- Beltà alla moda
3- Fortuna e buon augurio
4- Catturare l’essenza della natura
5- Manga e manuali per imparare

 

Ulteriori Info sul sito della mostra ➤ http://bit.ly/HokusaiRoma