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È solo un inizio. 1968

È solo un inizio. 1968 – Salone Centrale, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea
viale delle Belle Arti, 131 – Roma

orari d’apertura e prezzi:

dal 03.10.2017 al 14.01.2018

da martedì a domenica 8.30 — 19.30 (ultimo ingresso ore 18.45)
lunedì chiuso

biglietto: 10 € (intero), 5 € (ridotto)

info: 06 3229 8221

È il preludio. Così comincia il 50° anniversario del ’68, nella ripresa del gesto di rottura radicale che si è abbattuto sulle società occidentali e che non ha lasciato indenne il mondo dell’arte. Comincia con la mostra È solo un inizio. 1968 (3 ottobre 2017 – 14 gennaio 2018) alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, la prima in Italia dedicata al ’68 e ai suoi intrecci con i movimenti e i fermenti artistici che lo annunciano, gli corrono paralleli e lo prolungano.

È solo un inizio. 1968, non è solo il titolo della mostra a cura di Ester Coen o lo slogan dell’insurrezione del Maggio francese, ma un invito a guardare ai processi, al divenire, all’apertura di quanto inizia e mai più smetterà di iniziare, sempre di nuovo, dal ’68 in poi. L’arte, la democrazia, la vita, niente sarà più uguale dopo di allora, eppure niente sarà mai una conquista sicura. Del ’68 non ci restano la sua storia, le sue sconfitte, le sue vittorie, ma un monito che diventa elogio dell’incompiuto: Ce n’est qu’un début.

Di questo inizio, che ignora volutamente gli esiti e tiene sotto traccia la frase di Gilles Deleuze «Lo abbiamo sempre saputo che sarebbe finita male», la mostra della Galleria Nazionale racconta il cortocircuito tra arte, politica, creatività. Non solo e non tanto perché lo spirito di rivolta del ’68 si estende anche al mondo dell’arte, ma perché l’arte ha un modo suo di creare quello stesso desiderio di inizio che col ’68 si trova a condividere: col minimalismo, il concettuale, l’arte povera, la land art, le numerose correnti che in quegli anni emergono fulminee e si propagano, pur nella diversità di metodi e progettualità. Insieme a un rinnovamento radicale del pensiero e delle arti della vita espresse con il design e la moda.

Le correnti artistiche finiranno riordinate nella storia dell’arte. I movimenti politici nella storia degli sconfitti. La mostra È solo un inizio. 1968 non giudica i fini e non si esprime sull’adeguatezza dei mezzi. Racconta “ciò che comincia” con le opere di:

Vito Acconci, Carl Andre, Franco Angeli, Giovanni Anselmo, Diane Arbus, Alighiero Boetti, Pier Paolo Calzolari, Carla Cerati, Merce Cunningham, Gino De Dominicis, Walter De Maria, Valie Export, Luciano Fabro, Rose Finn-Kelcey, Dan Flavin, Hans Haacke, Michael Heizer, Eva Hesse, Nancy Holt, Joan Jonas, Donald Judd, Allan Kaprow, Joseph Kosuth, Jannis Kounellis, Yayoi Kusama, Sol LeWitt, Richard Long, Toshio Matsumoto, Gordon Matta-Clark, Mario Merz, Marisa Merz, Maurizio Mochetti, Richard Moore, Bruce Nauman, Luigi Ontani, Giulio Paolini, Michelangelo Pistoletto, Emilio Prini, Mario Schifano, Carolee Schneemann, Gerry Schum, Robert Smithson, Bernar Venet, Lawrence Wiener, Gilberto Zorio.

dalla collezione della Galleria Nazionale con le opere di:

Gianfranco Baruchello, Daniel Buren, Mario Ceroli, Christo, Tano Festa, Giosetta Fioroni, Eliseo Mattiacci, Pino Pascali, Andy Warhol.

E sarà un inizio indelebile.

Accompagna la mostra il Giornale-Catalogo È solo un inizio. 1968 con il testo di Ester Coen e interventi, tra gli altri, di: Franco Berardi Bifo, Achille Bonito Oliva, Luciana Castellina, Germano Celant, Goffredo Fofi, Franco Piperno, Rossana Rossanda, Lea Vergine, a cura di Ilaria Bussoni e Nicolas Martino.

 

 

 

Hokusai. Sulle orme del maestro all’Ara Pacis

Dal 12 ottobre 2017 al 14 gennaio 2018 al Museo dell’Ara Pacis di Roma sarà esposta “Hokusai. Sulle orme del Maestro” che intende dar conto dell’opera e dell’eredità del grande maestro.

Attraverso circa 200 opere (100 per ogni rotazione della mostra per motivi conservativi legati alla fragilità delle silografie policrome) la mostra racconta e confronta la produzione del Maestro con quella di alcuni tra gli artisti che hanno seguito le sue orme dando vita a nuove linee, forme ed equilibri di colore all’interno dei classici filoni dell’ukiyoe.

La mostra si compone di cinque sezioni che toccheranno i temi più alla moda e maggiormente richiesti dal mercato dell’epoca:
1- MEISHŌ: mete da non perdere
2- Beltà alla moda
3- Fortuna e buon augurio
4- Catturare l’essenza della natura
5- Manga e manuali per imparare

 

Ulteriori Info sul sito della mostra ➤ http://bit.ly/HokusaiRoma

BIMBA LANDMANN Cultura visiva e immaginario fantastico

Bimba Landmann “Cultura visiva e immaginario fantastico”, a cura di  Emanuela Mastria.

dal 21 aprile al 4 giugno 2017 al Museo Carlo Bilotti di Roma – Aranciera di Villa Borghese.

Ingresso gratuito con numerosi laboratori d’arte ed incontri  gratuiti per bambini con l’artista

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“Illustrare un libro è come aprire una porta ed entrare dentro un mondo. Devo immaginare tutto di questo mondo: i personaggi, il clima, i colori, l’atmosfera.” Con queste parole Bimba Landmann descrive il suo lavoro.

 

All’artista illustratrice il Museo Carlo Bilotti dedica, dal 21 aprile al 4 giugno 2017, la mostra Bimba Landmann. Cultura visiva e immaginario fantastico, promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, a cura di Emanuela Mastria, servizi museali di Zètema Progetto Cultura.

La magia delle immagini dipinte dall’artista invita a viaggiare sulle ali della fantasia, ad immergerci nel suo immaginario fantastico e visionario, ricco di importanti riferimenti visivi che spaziano fino ai grandi capolavori della storia dell’arte.

L’illustrazione è un mezzo per mostrare luoghi lontani, sconosciuti e fantastici creati dalla fervida immaginazione dell’artista, affiancata da una profonda cultura visiva.

Tra le opere esposte, anche le illustrazioni di libri come Un bambino di nome Giotto, Quel genio di Leonardo, Come sono diventato Marc Chagall. Oltre alle tavole originali sono esposti i libri stampati e alcuni schizzi, a suggerire la complessità che la progettazione di un libro illustrato richiede. Il percorso espositivo non segue un criterio cronologico, ma mette in relazione i diversi linguaggi utilizzati dall’artista attraverso tre aree tematiche: l’immaginario fantastico, il mondo epico e mitologico, la storia dell’arte.

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Durante l’inaugurazione, uno spazio sarà dedicato alla performance in cui Bimba Landmann, ispirandosi alla musica, dipinge e anima, in tempo reale, le immagini proiettate su uno schermo. Tra il materiale audiovisivo fruibile dedicato agli spettacoli musicali: Viaggio nella notte blu, realizzato con Elisabetta Garilli al Teatro Ristori di Verona nel novembre 2013.

Attraverso le immagini di grande fascino dipinte dall’artista, il progetto espositivo mira a coinvolgere un pubblico molto vasto, con un’attenzione particolare ai più piccoli.

 

Sito dell’artista: www.bimbalandmann.com

 

Museo Carlo Bilotti – Aranciera di Villa Borghese

Viale Fiorello La Guardia, Roma

21 Aprile – 4 Giugno 2017

INGRESSO GRATUITO

 

Presentazione alla stampa 20 Aprile 2017 ore 11.00-13.00

Inaugurazione 20 Aprile 2017 ore 18.30

Performance dell’artista: Ad occhi chiusi, 20 Aprile 2017 ore 20.15

Durante il periodo della mostra, sono previsti dei laboratori d’arte con Bimba Landmann ed altre iniziative rivolte al pubblico.

 

Aprile – Maggio
Da martedì a venerdì ore 10.00 – 16.00
Sabato e domenica ore 10.00 – 19.00

Giugno
Da martedì a venerdì ore 13.00 – 19.00
Sabato e domenica ore 10.00 – 19.00

Ingresso consentito fino a mezz’ora prima dell’orario di chiusura

 

Info 060608 (tutti i giorni ore 9.00 – 19.00)

www.museocarlobilotti.it, www.museiincomune.it, www.zetema.it

Promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali.

 

 

Spartaco. Schiavi e padroni a Roma. La mostra al museo dell’Ara Pacis

Primo secolo a.C., la Repubblica romana è nel periodo di maggiore espansione della sua storia e Spartaco è uno dei suoi protagonisti. Originario della Tracia, soldato dell’esercito romano in Macedonia, poi ridotto in schiavitù perché disertore, fuggì nel 73 a.C. e nell’arco di pochissimo tempo riuscì a raccogliere attorno a sé migliaia di schiavi fuggitivi. Nello stesso anno fu a capo della rivolta contro Roma diventata il simbolo della lotta degli oppressi contro gli oppressori.

La mostra allestita al Museo dell’Ara Pacis dal 31 marzo al 17 settembre, porta il nome del condottiero e il racconto si articola partendo proprio dalla grande rivolta da lui guidata tra il 73 e il 71 a.C.

Spartaco. Schiavi e padroni a Roma realizzata da un team di archeologi, scenografi, registi e architetti, con la curatela scientifica di Claudio Parise Presicce, Orietta Rossini e Lucia Spagnuolo e la regia visiva e sonora di Roberto Andò, è un vero e proprio viaggio, reperto dopo reperto, circa 250, più una selezione di fotografie e installazioni audio e video, in cui lo spettatore viene accompagnato, alla riscoperta del più grande sistema schiavistico della storia. Le opere sono inserite in un racconto che si snoda attraverso 11 sezioni che riportano, una dopo l’altra, in vita suoni, voci e ambientazioni del contesto storico. Un’intera economia quella della Roma antica basata sullo sfruttamento di una “merce” cara e redditizia quanto deperibile: l’essere umano. La società, l’economia e l’organizzazione dell’antica Roma non avrebbero potuto raggiungere traguardi tanto avanzati senza lo sfruttamento pianificato delle capacità e della forza lavoro di milioni di individui privi di libertà, diritti e proprietà. Basti pensare che stime recenti hanno calcolato la presenza tra i 6 e i 10 milioni di schiavi su una popolazione di 50/60 milioni di individui.

Il percorso si chiude con il contributo fornito dalla ILO, International Labour Organization, Agenzia Specializzata delle Nazioni Unite nei temi del lavoro e della politica sociale, impegnata nell’eliminazione del lavoro forzato e altre forme di schiavitù legate al mondo del lavoro.

Le sezioni

– Vincitori e vinti, in cui si racconta l’età delle conquiste e la riduzione in schiavitù di decine di migliaia di vinti in ogni campagna militare;

Il sangue di Spartaco, ossia la sconfitta a opera delle legioni di Crasso dei circa 70.000 ribelli guidati, appunto, da Spartaco;

Mercato degli schiavi, fiorente in tutto il Mediterraneo e presente nella stessa Roma;

Schiavi domestici evidenzia il privilegio, rispetto agli addetti ai lavori pesanti, di chi condivideva quotidianamente la vita negli spazi domestici;

Schiavi nei campi, si tratta dell’agricoltura, contesto sicuramente più svantaggiato, per la fatica quotidiana, la presenza di un sorvegliante plenipotenziario e a volte per l’uso delle catene nei campi;

Schiavitù femminile e sfruttamento sessuale, per le quali la prostituzione era così frequente da renderne necessaria la proibizione per legge;

Mestieri da schiavi  alcuni dei quali conferivano ulteriore marchio di infamia, come le prostitute, i gladiatori, gli aurighi e gli attori;

Schiavi bambini, del cui impiego nell’economia domestica padronale restano molte testimonianze archeologiche;

– Schiavi nelle cave e miniere, descrive la condizione di lavoro e di vita cui erano costretti coloro che rifornivano di marmi e metalli preziosi la capitale e gli altri centri dell’impero;

Una strada verso la libertà, dedicata alla manumissio, vera e propria occasione offerta dal diritto romano agli schiavi più meritevoli e a quelli che erano riusciti, arricchendosi, a comprare la propria libertà;

Schiavitù e religione, esplora il rapporto della schiavitù con alcuni aspetti del culto ufficiale romano.

Curatore/i

Claudio Parisi Presicce, Orietta Rossini con Lucia Spagnuolo

Catalogo

De Luca Editore

Tipologia

Archeologia

 

INFO

Spartaco. Schiavi e padroni a Roma

Museo dell’Ara Pacis. Lungotevere in Augusta, Roma

31 marzo – 17 settembre 2017

Tutti i giorni dalle ore 9.30 – 19.30 (la biglietteria chiude un’ora prima)

Info 060608 (tutti i giorni ore 9.00 – 19.00)

www.arapacis.it, www.museiincomuneroma.it

Twitter: @museiincomune

Biglietto “solo mostra”: intero € 11, ridotto € 9; speciale scuola ad alunno € 4 (ingresso gratuito a un docente accompagnatore ogni 10 alunni); speciale Famiglie € 22 (2 adulti più figli al di sotto dei 18 anni)

Biglietto integrato Museo dell’Ara Pacis + Mostra per non residenti a Roma: intero € 17, ridotto € 13

Biglietto integrato Museo dell’Ara Pacis + Mostra per residenti a Roma: intero € 16, ridotto € 12

 

“L’importante è reinventare con fantasia”. A Bologna la mostra Luzzati e gli autori: Calvino e Rodari

Pulcinella, Biancaneve, il pifferaio magico, Raperonzolo, il Visconte dimezzato, Ali Babà, re e regine, Astrifiammante, il Barone rampante, Chichibio e Arlecchino. I personaggi di Lele Luzzati nascevano dalle sue mani, dai suoi mille colori, dalle sue mille carte, stipate nei cassetti straboccanti che riempivano il suo studio. Era una stanza nella sua casa di Genova dove con sorprendente rapidità riusciva a dare vita a ciò che la sua mente concepiva, inseguendo con la sensibilità e la purezza di un bambino, il filo di una narrazione che lo ha accompagnato per tutta la vita. Illustratore, scenografo, pittore e animatore cinematografico, in sessant’anni di carriera Luzzati ha lasciato, colore su bianco, l’impronta della sua arte sull’arte di tanti scrittori. A dieci anni dalla sua scomparsa, la città di Bologna rende omaggio a Emanuele Luzzati con la mostra Luzzati e gli autori: Calvino e Rodari che dal 2 al 30 aprile sarà allestita a Palazzo D’Accursio.

Sono cresciuta circondata dalle sue opere che ritrovavo alle pareti di casa e nei libri, a teatro, nei Vhs, al balletto e quando ho saputo che l’intero 2017 sarebbe stato dedicato alle sue opere non ho avuto dubbi, avrei scritto di lui. Lo ricordo muoversi nel suo studio, prendere un foglio A4 e disegnare quasi sul margine un personaggio piccolo che mi avrebbe dedicato e poi ritagliare con gesto sicuro quelle carte da regalo, d’oro, d’argento, quei merletti che si usano per ricoprire i piatti dei dolci; nelle sue mani prendevano forma e materia dei suoi sogni. Il mondo di Lele era il collage, il mettere insieme materie diverse, mondi diversi. Il teatro, la letteratura, la scultura, la danza, la lirica, l’arte sacra. Luzzati abbracciava tutto. Gli occhiali spessi, lo sguardo pacato, la voce bassa e il sorriso sulla bocca.

Il percorso espositivo della mostra di Bologna è dedicato a grandi e bambini che verranno guidati in un vero e proprio viaggio, destinazione: creatività e immaginazione di uno degli artisti italiani più importanti del Novecento. Quelle di Luzzati sono figure originali, nuove, alle quali ha dato vita partendo proprio dalla produzione letteraria di Italo Calvino e Gianni Rodari, protagonisti anche loro dell’esposizione. I visitatori potranno godere delle tante storie e soggetti pensati dai due scrittori e riconoscibili grazie al linguaggio pittorico di Lele, sempre in sospensione tra astrazione, cromatismi e invenzioni materiche: da Luccel belvedere e altre fiabe a Il visconte dimezzato di Calvino, passando per Il libro dei perché e per Le fiabe lunghe un sorriso di Rodari.

La mostra è curata dal Museo Luzzati di Genova e realizzato in collaborazione con la Fiera del Libro per Bambini e con la Porto Antico, rientra tra le iniziative organizzate per celebrare il decennale della sua scomparsa Lele Luzzati, un ricordo lungo un anno.

Gli spazi espositivi saranno visitabili dal martedì alla domenica, dalle 10 alle 18.30, con chiusure previste tutti i lunedì e i venerdì mattina.

 

L’ARTISTA

Emanuele Luzzati, nato a Genova il 3 giugno 1921 da una famiglia di origini ebraiche, rappresenta un raro esempio di artista, maestro in ogni capo dell’arte applicata. Nel 1940 è costretto, a causa delle leggi razziali, a trasferirsi a Losanna dove studia e si diploma all’École des Beaux-Arts de Lausanne. Dal punto di vista biografico e culturale presenta una complessa traccia di formazione, tipica di quegli intellettuali nati negli anni dell’avvento del fascismo e forzati ad una faticosa presa di coscienza che coincide con gli anni del culmine prima e della tragedia poi del Regime. Rientra in Italia a guerra conclusa e nel 1947 firma la sua prima scenografia Lea Lebowitz da un testo di Alessandro Fersen, lo spettacolo ottiene ampi riconoscimenti e gli si aprono le porte del teatro ufficiale. Nella Genova di allora, fra una chiesa guidata da posizioni reazionarie e un movimento operaio lontano dalla possibilità di porsi come alternativa di governo, Luzzati fu con pochi altri intellettuali ed esponenti della borghesia illuminata tra i fondatori e animatori di una vita teatrale che portava in città testi ed esperienze figurative ricollegate alle avanguardie europee. Nel 1960, dopo aver lavorato per Vittorio Gassman, per il Teatro La Fenice di Venezia, La Scala di Milano, il Teatro Stabile di Genova, fonda, con Aldo Trionfo, La Borsa di Arlecchino e pubblica il suo primo libro illustrato, I Paladini di Francia, edito da Mursia. L’anno dopo è tra i fondatori, insieme a Franco Enriquez, Glauco Mauri e Valeria Moriconi de La Compagnia dei Quattro. Nel 1964, insieme a Giulio Gianini produce un cortometraggio, La gazza ladra che riceve numerosi premi, tra cui la nomination all’Oscar. Nel 1968 inizia un lungo sodalizio con Tonino Conte e nello stesso anno comincia un fervido periodo di pubblicazioni per la Emme Edizioni Milano con Alì Babà.


Agli anni Settanta risale l’inizio della collaborazione tra Calvino e Luzzati. Luccel belverde pubblicato nel 1972 e ristampato altre cinque volte, Il Principe granchio e altre fiabe italiane, pubblicato nel 1974 e ristampato nel 1989, Il visconte dimezzato, pubblicato nel 1975 e ristampato nel 1979 e nel 1981.

Nel 1972 espone alla Biennale di Venezia nella sezione Grafica Sperimentale. L’anno dopo, il 1973 è quello della seconda nomination all’Oscar per il cortometraggio Pulcinella e vale alla coppia Gianini- Luzzati l’assunzione a membri dell’Academy. Nel 1975, assieme a Aldo Trionfo e Tonino Conte, è fondatore del Teatro della Tosse per il quale realizzerà scene e costumi di moltissimi spettacoli. Nel 1981 illustra per Editori Riuniti Le filastrocche lunghe e corte, primo dei numerosi libri illustrati di Gianni Rodari. Il sodalizio tra di loro risaliva al 1962 in occasione del film d’animazione Castello di carte, rafforzatosi durante la lavorazione dello spettacolo teatrale La storia di tutte le storie, andato in scena nel 1977. Sono più di una decina i testi di Rodari interpretati da Luzzati, attività che ha sempre portato avanti, anche dopo la prematura morte dello scrittore negli anni Ottanta. Illustra nel 1988 le Fiabe del focolare dei fratelli Grimm per le Edizioni Olivetti, e in seguito, per le Edizioni Nuages, Candido di Voltaire, Pinocchio di Collodi, Alice nel paese delle meraviglie di Carroll, il Decameron di Boccaccio, Peter Pan di James Barrie e Il Milione.

Nel marzo del 1990 una grande mostra Le mille e una scena, realizzata dalla Provincia di Reggio Emilia e allestita da Gianni Polidori, fa il punto sull’opera di Luzzati nell’ambito del teatro, cinema e illustrazione.

Ottenute due nomination all’Oscar per i suoi film d’animazione, realizzati con Giulio Gianini, La gazza ladra e Pulcinella viene chiamato a far parte dell’Alliance Graphique Internationale. Nel 1992 gli viene conferita dall’Università di Genova, sua città natale, la laurea honoris causa in Architettura. L’anno dopo viene allestita la mostra Emanuele Luzzati Scenographe, presso il Centre Georges Pompidou di Parigi a cura dell’Unione dei Teatri d’Europa. L’evento verrà ripreso poi a Roma, Firenze, Bellinzona, Milano, Genova, dove la mostra viene arricchita con un’ampia sezione dedicata all’illustrazione, e Salonicco.

Nel 1995 riceve il Premio Ubu per la scenografia del Pinocchio prodotto dal Teatro della Tosse di Genova. Nel 1997 allestisce per il Comune di Torino, in Piazza Carlo Felice (Piazza della Stazione), un grande presepio, mescolando ai personaggi tradizionali le figure delle favole più conosciute. Nel 1998 progetta un parco giochi per bambini per il Comune di Santa Margherita Ligure, ispirato al Flauto Magico di Mozart.

Nel 2000 moltissime sono le mostre dedicate al lavoro di Luzzati e viene inaugurato a Genova il suo museo permanente, 1º giugno dell’anno dopo, il Presidente Ciampi lo nomina “Grande Ufficiale della Repubblica”. In questi anni la sua produzione è molto intensa. Crea le scene per il Teatro dell’Opera Carlo Felice di Genova e il teatro Trianon di Napoli, nel 2004 disegna il drappellone per il Palio di Siena del 2 luglio, con un arazzo ispirato al bestiario del Flauto Magico e realizza per il Corriere della Sera, le illustrazioni delle cantiche della Divina Commedia di Dante Alighieri. A seguire i costumi del Don Chisciotte, le scene per il balletto Lo Schiaccianoci di Čajkovskij e realizza nel 2006 la scenografia di Hänsel e Gretel di Humperdinck per l’Opera Theatre di Saint Louis.

Il 26 gennaio 2007 muore a Genova nella casa dove ha sempre abitato. Voglio pensarlo però dietro le quinte di una delle sue scene a godersi lo spettacolo.

 

JEAN-MICHEL BASQUIAT. New York City

Una grande mostra al Chiostro del Bramante di Roma rende omaggio a Jean-Michel Basquiat (New York, 22 dicembre 1960 – 12 agosto 1988), figura iconica e controversa della cultura newyorkese degli Anni ’80.  Una corona per celebrare un genio immortale.

a cura di Gianni Mercurio in collaborazione con Mirella Panepinto

Dal 24 marzo al 2 luglio 2017 continua il percorso di ricerca e indagine da parte di DART Chiostro del Bramante sulle personalità più influenti dell’arte, con una esposizione che indaga le origini e l’importanza della street art e dei graffiti, dopo il grande successo di “LOVE. L’arte contemporanea incontra l’amore” che ha registrato un afflusso di oltre 150 mila visitatori.

Circa 100 i lavori esposti, tra olii, acrilici, disegni, alcune importanti collaborazioni con Andy Warhol, serigrafie e ceramiche, opere realizzate tra il 1981 e il 1987 tra le più rappresentative della sua produzione, tutte provenienti dalla Mugrabi Collection, una delle raccolte di arte contemporanea più vaste al mondo. Un arco di tempo in cui si dipana quasi tutta la turbolenta e sofferta parabola artistica ed esistenziale del pittore americano, diventando presto uno degli artisti più popolari dei nostri tempi. A quasi trent’anni dalla morte avvenuta nell’agosto del 1988, i suoi lavori e il suo linguaggio continuano ancora oggi ad affascinare il pubblico di tutto il mondo.

“Papà un giorno diventerò molto, molto famoso”. Jean-Michel Basquiat aveva questa urgenza, l’urgenza del segno, del gesto, del colore, l’insopprimibile necessità di disegnare, di essere artista.  E proprio i muri di New York saranno, all’inizio della sua carriera, le tele su cui inciderà i tratti distintivi e indelebili della sua arte, pareti sapientemente scelte in prossimità delle gallerie più rinomate.

Apparso con lo pseudonimo di SAMO, Basquiat comincia proprio con il graffitismo che abbandonerà ben presto diventando, a soli 20 anni, una delle stelle nascenti più celebri e celebrate nel mondo dell’arte.

Le sue opere attingono alle più disparate fonti, i suoi mezzi espressivi creano un linguaggio artistico originale e incisivo, che punta ad una critica durissima alle strutture del potere e al razzismo. Orgoglioso delle sue origini afro-americane, Basquiat infonde nelle sue opere quel carattere drammatico, quell’energia e quella determinazione di denuncia sociale, che aprirà una strada alle future generazioni di artisti neri.

La sua produzione sintetizza astrattismo e figurativismo neoespressionista, la sua febbrile e incessante ricerca produce opere dal tratto talvolta viscerale, materico, tribale. Utilizza la pittura, ma soprattutto la scrittura, una presenza costante nelle sue opere, che spesso ne costituisce il tessuto. Basquiat ha usato e trasformato la parole in contesto come segni grafici e significanti – come versi che risuonano al ritmo del suo battito interiore.

Sue muse ispiratrici erano la musica – che non abbandonerà mai e che sarà sempre presente nei suoi dipinti – e ancora l’arte greca, romana, africana. Tra i suoi amici vi erano Andy Warhol con cui aveva una straordinaria e particolare intesa intellettuale, John Lurie,Arto Lindsay, Keith Haring e Madonna.

Basquiat muore di overdose a soli 27 anni, una fine apparentemente inevitabile per una vita divisa tra genio e sregolatezza.

Anche se l’attività artistica di Jean-Michel Basquiat prende forma nell’arco di una sola decade, in questo breve periodo la sua febbrile attività lo ha portato a produrre un vasto corpus di opere caratterizzate da un segno e uno spirito che lo hanno reso uno dei grandi testimoni della sua epoca.

Promossa dall’Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, la mostra è prodotta e organizzata da DART Chiostro del Bramante e Gruppo Arthemisia in collaborazione con la Mugrabi Collection ed è curata da Gianni Mercurio in collaborazione con Mirella Panepinto.

Vivian Maier: La fotografa della realtà in bianco e nero

Il Museo di Roma in Trastevere ospiterà dal 17 marzo al 18 giugno una mostra dedicata a Vivian Maier, la grande fotografa statunitense, il cui talento artistico rimase  all’oscuro fino alla sua morte.

La mostra, una sequenza di 120 foto in bianco e nero unite ad alcuni scatti a colori e a una serie di filmati in super8,  propone lo sguardo curioso e attento dell’artista rivolto ad una società in piena trasformazione, quella degli anni ’50 e ’60,  con New York a Chicago a fare da sfondo.

Vivian Maier, newyorchese di nascita, si guadagnava da vivere prendendosi cura dei piccoli rampolli della New York bene, in pratica faceva la “Tata”, proprio come Mary Poppins.

La Maier viveva le sue giornate dividendosi tra la cura dei bambini e la ricerca, quasi ossessiva, dei particolari da fotografare.  Le  bastava avere tra le mani la sua Rolleiflex   per compiere il miracolo.

 

 

Era la vita reale che prendeva forma … dettagli semplici,  istanti di quotidianità narrati con  sensibilità ed eleganza. La Maier era in grado di entrare in sinergia con i suoi soggetti riuscendo a coglierne la profondità, che fosse in uno sguardo, in una mano, in un sorriso, in una lacrima.

Una straordinaria sequenza di immagini di coppie giovani e anziane rappresentate nella loro massima spontaneità; la mutazione dell’infanzia in tutte le sue sfumature.

 

 

Pecursora dei moderni selfie, amava gli autoscatti. Lo specchio del bagno, quello della camera, la vetrina per la strada, lo specchietto da trucco, e perché no, anche la sua stessa ombra. In qualsiasi momento, in qualunque luogo, niente e nessuno le impedivano di scattare.

Capelli corti, sguardo languido, portamento severo……  questa donna così normale celava un grandissimo talento, alimentato da una passione estrema che la vedrà, dopo la sua morte, tra i più grandi street-photography degli anni ’90.

Fatto curioso è che se oggi le sue foto stanno facendo il giro del mondo è per una mera, e aggiungerei straordinaria, coincidenza.

 

Era il 2007 quando John Maloof, un giovane scrittore e giornalista americano, alla ricerca di materiale fotografico per la stesura di un libro su Chicago si ritrovò a partecipare ad un’asta, una di quelle in cui si mettono in vendita gli oggetti pignorati dal fisco. Per meno di 400 dollari si aggiudicò uno dei più grandi tesori artistici del novecento, confiscato alla Maier per il mancato pagamento dell’affitto del piccolo appartamento dove viveva.

Tata Maier morì per un banale incidente a Chicago, nel 2009, senza veder riconosciuto il suo straordinario talento.

 

INFORMAZIONI UTILI

Dove : Museo di Roma in Trastevere – Piazza Sant’Egidio, 1/B Roma

Orari : da martedì a domenica ore 10-20, chiuso lunedì e 1 maggio La biglietteria chiude alle ore 19.00 Promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale, Realizzata da Fondazione FORMA per la Fotografia in collaborazione con Zètema Progetto Cultura

Biglietti : Tariffe non residenti: Intero € 9,50 – Ridotto € 8,50 gratuito per le categorie previste dalla tariffazione vigente

Edil Rama, la mostra del premier d’Albania a Firenze

 

Presso La Galleria Eduardo Secci, nella sede espositiva di Piazza Goldoni di Firenze,fino al 8.04.2017 verrà esposta la mostra personale di Edi Rama (Tirana, 1964), artista e Primo Ministro albanese. Una personalità politica sui generis che si è occupata non solo del risanamento economico del suo paese, dopo anni di crisi a seguito della caduta del comunismo, ma anche di farlo grazie a una spiccata sensibilità artistica ed ecologica che l’ha visto impegnato in numerosi processi di riquali cazione sociale, urbanistica ed etica.

La mostra si compone di disegni, sculture e wallpaper che si susseguono negli spazi della galleria senza soluzione di continuità, trasferendo a Firenze l’atmosfera del proprio uf cio a Tirana e termina con la proiezione del video che Anri Sala ha prodotto nel 2000 testimoniando il grande progetto di riquali cazione della città di Tirana promosso dal fraterno amico Edi Rama. In questi lavori si avver- te come Rama combini i suoi aspetti di artista e politico, dilatando la sua arte alla realtà politica, al punto che questi due ambiti sono diventati indistinguibili per lui. Infatti, lui stesso afferma come continui a dipingere durante le riunioni o durante le telefonate di lavoro come metodo di concen- trazione e astrazione allo stesso tempo.

In quest’ottica, sicuramente la serie “Doodles”, prodotta fra il 2000 e il 2012, rappresenta il lone più ampio della sua produzione. Disegni a pennarello abbozzati su semplici fogli della sua agenda in cui sono elencati tutti gli appuntamenti, scarabocchi che ri ettono una sorta di agitazione interiore nella routine quotidiana di un uomo politico. Questi disegni esistono come frammenti di tempo, tro- vato lungo una giornata lavorativa, e possono essere visti come spartiti musicali. Disegni apparen- temente inconsci, che sembrano emergere dalla tradizione surrealista della scrittura automatica, e che si manifestano all’interno del suo tempo di lavoro, come qualcosa che dentro di lui cerca di fuggire dal posto di lavoro. Nello stesso modo le sculture diventano rendering improvvisati dei rifugi reali, caverne e grotte all’interno del subconscio di Rama. Sebbene il suo impegno politico lo assorba nell’ambito del quotidiano e proprio a causa della sua concentrazione in esso, egli trova l’esigenza di sentirsi libero e di fare altre cose contemporaneamente, una necessità che si rivela at- traverso questi disegni. Entrambe le attività hanno una propria temporalità e, a sua volta, portano con sé una propria intenzionalità.

Uno degli aspetti più interessanti di questi lavori è lo spazio sico sospeso tra l’agenda di lavoro e il disegno, quello spazio di astrazione e di attesa. Una dimensione intermedia, in una complessa stratigra a, che rivela lo spazio compresso e sottostante tra gli scarabocchi e i documenti di natura politica. Una zona di pensiero che rivela un’urgenza occulta e in cui Rama diventa un piani catore di realtà, come l’ha de nito l’artista Anri Sala.

Edi Rama (Tirana, 1964) vive e lavora a Tirana. E’ stato professore di pittura presso l’Accademia di Belle Arti e autore di diversi libri, le sue opere sono state esposte in numerose mostre personali e collettive tra cui Biennale di San Paolo (1994), Haus der Kunst a Monaco di Baviera (2004), Centre Pompidou di Parigi (2010), Musée d’Art Contemporain de Montréal (2011), e il Tophane-i Amire Cultura e Art Center di Istanbul (2015).

Date della Mostra: 24.02.2017 – 8.04.2017
Orari d’apertura: Lunedì – Sabato 10.00/13.30 – 14.30/19.00 e su appuntamento Sede: Piazza Carlo Goldoni, 2 / Firenze

 

LE CONTAMINAZIONI DI KEITH

Le opere di Haring in mostra a Milano

Per gli sfortunati che nel 1981 non si trovarono a passare nella metro di New York mentre un ragazzetto con gli occhiali tondi, disegnava su dei pannelli neri che coprivano vecchi manifesti pubblicitari, no panic! A Milano, il Palazzo Reale ospiterà fino al 18 giugno 2017 la mostra Keith Haring. About art. Un filo rosso, anzi, un gessetto bianco, quello con cui Haring disegnava nella metro della Grande Mela, unisce Jackson Pollock, Jean Dubuffet, Paul Klee e indietro fino alla Colonna Traiana, poi le maschere del Pacifico  e i dipinti del Rinascimento italiano. L’obiettivo della mostra che presenta più di cento opere, alcune inedite o mai arrivate in Italia è quello di rileggere il lavoro di uno degli artisti-attivisti più importanti e impattanti della seconda metà del Novecento alla luce di quelle che furono le arti che lo hanno nutrito, ispirato, tanto da diventare centrali nella sua produzione.

Uno stile unico quello dell’artista americano che ha sintetizzato e reinterpretato gli stili artistici della tradizione classica, dell’arte etnografica e del cartoonism, espressione di una controcultura impegnata su temi sociali e politici del suo tempo, lungimirante e di sperimentazione grazie all’impiego del computer in alcune delle sue ultime produzioni. La mostra milanese mette al centro del tributo al pittore e street artist, la complessità e la profondità della ricerca artistica di Haring, l’importanza delle opere che hanno influenzato il suo lavoro e il rapporto che lui ha avuto con queste. Un viaggio nella carriera dell’artista, lungo 110 opere, provenienti da collezioni private e pubbliche non solo americane ma anche europee e asiatiche.

Primogenito di quattro figli, Keith nasce il 4 maggio 1958 in Pennsylvania da Allen e Joan Haring. Già piccolissimo dimostrò di avere una forte inclinazione per il disegno, cosa che non poteva passare inosservata agli occhi del padre, fumettista. Fin da piccolo infatti Keith si interessa della grafica paterna e alla comunicazione tramite le arti figurative. Crescendo emerse il suo temperamento scottante e ribelle, provocatorio e refrattario alle regole, comincia presto a fare uso di droghe ma questo non intacca il suo talento artistico e continua a coltivare la sua passione per il disegno, alimentata e motivata dalla produzione grafica di Andy Warhol, suo modello.

Nel 1976 si iscrive all’Ivy School of Professional Art di Pittsburgh e frequenta lezioni di grafica pubblicitaria, lezioni che abbandona presto nonostante il suo coinvolgimento nel progetto “Pittsburgh Art” e nel “Craft Center” che gli aveva permesso di tenere la sua prima Mostra Personale di disegni astratti al Pittsburgh Center for the Arts. Non ha nemmeno vent’anni quando capisce che la Commercial- Art non fa per lui e influenzato dalla retrospettiva dei dipinti di Pierre Alechinsky, artista che gli suscitava grande emozione e con il quale entrerà poi in contatto, al Carnegie Museum, decide di trasferirsi a New York dove si iscrive alla School of Visual Arts. Nel suo studio sulla Ventiduesima, Keith dipinge su carta e consolida la propria concezione di grafica stilizzata. In questo periodo  conosce diversi artisti con idee e interessi affini ai suoi, alla ricerca di nuove sfide, scambia opinioni con i passanti che lo guardano dipingere e prende consapevolezza della sua omosessualità, poi apertamente dichiarata. Diviso tra un’intensa attività di studio e gli svaghi sempre al limite dell’eccesso, assiduo frequentatore del Club 57, il più popolare locale tra gli artisti, attori e musicisti di Manhattan, accolto sotto l’ala protettiva di Andy Warhol, guru della pop art, Haring è introdotto nel mondo delle superstar, si lega in amicizia al “collega” Jean-Michel Basquiat e realizza diverse opere in cui sono chiare le influenze di Holzer, Burroughs e Gysin. Presto si rivela un artista a trecentosessanta gradi, elaborando una propria filosofia dell’arte, la “Popular art” e capace di mescolare, sperimentare, rielaborare e spaziare da elementi propri della cultura dei fumetti, di quella Maya, giapponese o di Picasso e i corsi alla School of Visual Art, per quanto formativi cominciano a stargli stretti. La “Popular art” deve essere per tutti e insofferente ai sistemi di diffusione artistica tradizionali, disegna con il gesso bianco sulla carta nera che copre i vecchi manifesti pubblicitari nelle stazioni della metropolitana di New York che dal 1981 al 1986 diventa il suo atelier. Keith elabora così il suo linguaggio personale e geroglifico che trova le proprie radici artistiche nel surrealismo europeo, ora sempre più affine al graffitismo, ispirato all’immagine elettronica e al fumetto, privilegiandone l’immediatezza della comunicazione. Quello che fa Keith è offrire finestre sull’immaginario, personaggi e paesaggi venuti dal sogno. Tra i suoi simboli dischi volanti, bambini carponi e radioattivi, cani stilizzati a sei zampe, simboli fallici, la faccia di topolino.

L’intreccio tra sessualità e macchine evidenzia un aspetto delle tematiche di Haring, la televisione e il computer si intrecciano agli esseri umani quasi fossero diventati un prolungamento della vita quotidiana, è una visione apocalittica che vede l’individuo come vittima delle macchine.

Al mezzo grafico Haring affianca quello pittorico, utilizzando supporti eterogenei, tele vinilica, oggetti trovati o pelli animali, quello plastico, il video e la performance. Registra su videocassetta l’esecuzione dei suoi dipinti e crea un’animazione di trenta secondi, andata in onda per un mese senza interruzione sul mega schermo di Times Square. Nel 1983 tiene la sua seconda personale dal gallerista armeno Tony Shafrazi, qui intraprende un viaggio nella scultura, costruisce totem che ricordano i rituali indio americani ma rivendicando sempre il diritto al disordine e al caos. Ricopre le copie in gesso del David di Michelangelo di arabeschi e colori sgargianti, tipici dei graffiti underground.

Trasporta i suoi disegni su vasi di terracotta, coprendoli con le sue storie quasi fossero urne egizie o greco-romane. Sempre nel 1983 partecipa a esposizioni in Brasile, a Londra e a Tokyo. Nel 1984 realizza murales in giro per il mondo, da New York all’Australia, in Germania e in Svizzera. Nella seconda metà degli anni Ottanta si impegna in una pittura a soggetti politici e religiosi, denuncia la seduzione del male e l’arroganza del potere, dipinge un grande muro contro il crack, la nuova droga che uccide e riempie una sezione del Muro di Berlino.

Parallela alla realizzazione dei murales viaggia anche quella di grandi tele dove sesso e visionarietà ricordano i dipinti di Bosh. Keith elabora anche manifesti pubblicitari, si occupa di comunicazione sociale, enti pubblici gli commissionano campagne in difesa dei diritti umani e dell’infanzia. Incoraggiato da Warhol e Basquiat espone contemporaneamente i dipinti alla Tony Shafrazi Gallery, tiene una personale a Bordeaux, partecipa alla Biennale di Parigi, stampa e distribuisce 20.000 manifesti Free South Africa e disegna quattro orologi per Swatch USA. Nel 1986 apre a New York il primo Pop Shop, che vende progetti da lui realizzati, riproduzioni delle sue opere, magliette e gadget di ogni tipo con l’intento di rendere la sua arte ancora più accessibile. Negli ultimi anni il suo impegno è per campagne decisive di quel periodo,contro la discriminazione razziale, delle minoranze e verso gli omosessuali, sull’antinucleare, contro l’apartheid in Sudafrica, attivista per sensibilizzare i giovani contro l’AIDS, diagnosticatogli nel 1988. Anche se affetto dal virus, Haring continua a disegnare e ne sono la riprova gli ultimi lavori dove l’idea di morte è ben presente. Nel 1989 istituisce la Keith Haring Foundation con lo scopo di fornire finanziamenti e immagini per le organizzazioni contro l’AIDS e per opere che si occupano di bambini. Muore nel 1990, a soli 31 anni. Dodici gli anni di carriera esplosiva ed emozionante che hanno consacrato Keith Haring uno degli artisti più importanti, influenti e discussi del secolo scorso, in cui si è saputo imporre non solo come fenomeno artistico ma anche mediatico e politico, vivissimo, oggi più che mai.

Fluid Journey al Pastificio Cerere

Giovedì 2 marzo 2017 alle ore 19 inaugura Fluid Journey, progetto a cura di Silvia Litardi, che si articolerà in una mostra collettiva e in un convegno. Il tema affrontato è quello dello spazio come luogo semantico di negoziazione di senso dove l’artista assume i tratti dello straniero rispetto a una cultura autoctona, stimolando così uno sguardo trans-locale. La mostra sarà aperta al pubblico presso la Fondazione Pastificio Cerere dal 3 marzo al 13 maggio 2017.

Il Symposium, promosso dall’Università La Sapienza di Roma, si terrà il 5 aprile 2017 presso il MLAC – Museo Laboratorio di Arte Contemporanea. Interverranno ricercatori e curatori con l’obiettivo di aprire un dialogo con gli artisti coinvolti e gli studenti sui temi del progetto.

Fluid Journey è il tentativo di racchiudere in una cornice concettuale il lavoro di artisti che con il loro operato si comportano come spazio-analisti (“socio-spatial theory” di H. Lefebvre) dando “priorità allo spazio come un punto di vista interpretativo sul mondo” in quanto campo di forze in cui tutte le componenti agiscono e partecipano a determinare i caratteri peculiari di un’identità locale. Interesse della curatrice, Silvia Litardi, è dare rilevanza a questo particolare approccio dell’artista di fronte ad una realtà contingente che può assomigliare a quello dello straniero, capace di cogliere un’urgenza che si riflette sullo spazio e a rinnovare l’uso di quei luoghi poiché portatori di nuovi modi di abitare. I luoghi attraversati assumono così le caratteristiche di “ethnoscapes” (A. Appadurai, 1996) dove la località influenza e ridefinisce le supposte matrici originarie di una composizione culturale o, più semplicemente, il dato paesaggistico non può che fondersi con il panorama umano che lo abita in maniera più o meno stabile.

La mostra stessa, come suggerito dal titolo, è un viaggio fluido tra opere che disegnano una possibile cartografia incompleta e in continuo divenire. Indicativamente è stato scelto un progetto per artista, spesso un video o una documentazione di progetti site specific o context specific.

Uno sguardo schizofrenico, quello proposto da Fluid Journey, che tocca l’utopia mussoliniana della “Terza Roma”: l’EUR – Esposizione Universale di Roma viene attraversato seguendo le storie  dalla comunità filippina nell’opera “We will meet in the blind spot” dell’artista danese Maj Hasager (Danimarca); presenti in mostra anche i collage della serie “Notes on futurism, migration and a lost utopia”.

Julian D’Angiolillo (Repubblica Argentina) conduce lo spettatore a Buenos Aires durante la costruzione di “Antropolis”, un parco temporaneo parassita di “Tecnopolis” (il parco tecnologico voluto per i festeggiamenti del Bicentenario della Repubblica Argentina, 2011) frutto di un’indagine umanistica e una riflessione sulla rigenerazione urbana in occasione di Grandi Eventi.

Alterazioni Video (Italia/Germania) presentano “Ambaradan”, l’ultimo Turbo film prodotto dal collettivo: è la visione esteticamente pop, e al contempo lucidissima, che restituisce il non-detto su una tragedia geopolitica che si consuma in Ethiopia ai danni delle comunità locali.

Sulla costa occidentale del continente africano, Ibrahim Mahama (Ghana) vive e lavora producendo imponenti installazioni fatte di sacchi di juta su edifici dismessi a Kumasi o Accra, simbolo delle economie post-coloniali: in mostra il video “Self Occupation”, una sorta di ricognizione aerea dei grandi interventi dell’artista, e un assemblage di sacchi di juta e materiali vari.

“Pulizia” è il progetto principale con cui Younes Baba-Ali (Marocco/Francia/Belgio) è presente in mostra: una fittizia impresa di pulizia il cui logo ricalca quello della polizia italiana, è stato stampato su divise bianche indossate da migranti con sede in Italia che l’artista invita a delle session di pulizia di spazi pubblici; la visione invertita di chi controlla chi, di chi cura chi, è una messa in discussione delle politiche migratorie italiane.

Goccia dopo goccia un bicchiere si riempie fino a traboccare, mentre la voce di Anna Raimondo (Italia/Belgio) ripete, come un mantra: Mediterraneo, Mediterraneo, Mediterraneo… Nel tempo dell’azione e nel con-fondersi con l’acqua, la voce degrada e la parola diviene inintelligibile. Con il video “Mediterraneo” l’artista, apolide per vocazione, si offre come metafora dell’ubiquità, testimone delle travelling cultures, di un’antropologia incentrata sull’esperienza del viaggio esistenziale senza posa, alla ricerca dell’apertura e del mutamento che ha guidato altresì la costruzione del progetto di ricerca alla base di Fluid Journey.

Tutte le opere sono presentate per la prima volta in Italia in un contesto espositivo.

PROGRAMMA
Mostra: 2 Marzo – 13 Maggio 2017, Fondazione Pastificio Cerere

Symposium: 5 Aprile 2017, MLAC – Museo Laboratorio di Arte Contemporanea – Sapienza

ORARI
lunedì – venerdì 15.00-19.00, sabato 16.00-20.00

INGRESSO LIBERO

CONTATTI
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segreteria organizzativa: Claudia Cavalieri e Emanuela Pigliacelli
+39 06 45422960
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