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Loro 2: il riscatto passa per il peccato… e che peccato.

Meno fuffa e più contenuti. Con «Loro 2», Sorrentino aggiusta il tiro, spingendosi parecchio oltre la banalità.

Sono passate poco più di due settimane da quel funesto 27 aprile. Una data che difficilmente potrò dimenticare, visto che quel giorno, preso da un’inspiegabile senso d’ottimismo, decisi di dar fiducia a Paolo Sorrentino, andando ad assistere alla proiezione pomeridiana del suo ultimo film, Loro 1 (Per chi volesse vivere o rivivere quei momenti, questo è il link ). Ebbene, solo chi almeno una volta nella vita ha subito una delusione d’amore, sa che nelle settimane successive a tale evento difficilmente si metabolizza e quasi mai si dimentica. Figuriamoci poi, se ci troviamo nella condizione di dovere incontrare per forza chi ci ha fatto del male.

Immaginatevi, quindi, lo stato emotivo con il quale, ieri, mi sono recato al cinema per vedere Loro 2. Per darvi un’idea, durante tutto il tragitto in auto, il mio cervello continuava a ripetermi, “Ahó, non t’è bastata la sola dell’urtima volta, stai pè butta artri 8 euro”. Eccome dargli torto. Tuttavia, tempo di rendermi conto di dove fossi, che già ero seduto in ottava fila, posto H-10. Grazie a Dio, almeno questa volta mi ero ricordato di portare con me un pacchetto di M&M’s. Si sa che nei momenti difficili il cioccolato tira sempre su e infatti, dopo aver ingerito una decina di quei fantastici “confetti” colorati (sì, mi hanno pagato per la sponsorizzazione) il sentimento di frustrazione aveva lasciato il posto ad un sano senso di rassegnazione. Tant’e vero che anche il cervello aveva cambiato atteggiamento, da “Ahó, hai buttato arti 8 euro” a “Ahó, alle brutte puoi sempre dormì”.

Un’idea non del tutto da scartare… soprattutto dopo 20 minuti di pubblicità gentilmente offerta dal cinema The Space. Ad ogni modo, Loro 2, alla stregua di un secondo tempo di un unico film, riparte puntualmente da dove si era interrotto il primo capitolo. Siamo di nuovo in Sardegna, più precisamente dalla parti di Porto Cervo, esattamente in quella lingua di mar Tirreno che separa la villa dell’arrivista Sergio Morra (Riccardo Scamarcio) da quella di Silvio Berlusconi (Toni Servillo). Già dai suoi primi istanti, la pellicola sembra riproporre il solito e melenso copione (già visto nel primo capitolo) fatto per lo più di tette e fondoschiena scelti a caso. Tuttavia, passati i primi minuti, accade qualcosa di nuovo e totalmente inaspettato. La dinamica dell’opera di Sorrentino subisce una profonda metamorfosi. Finalmente viene dato spazio alla  trama. Non più solo sequenze fotografiche messe a caso, ma veri e propri dialoghi studiati nei minimi particolari, in cui il Silvo di Sorrentino racconta e si racconta.

Nel primo di questi, vediamo il Cavaliere seduto ad un tavolo alla cui estremità opposta siede Ennio Doris (per intenderci, il tizio di Banca Mediolanum che è una vita che ci ripete che è tutto intorno a noi). I due chiacchierano, affrontando vari nodi dolenti, il più importante dei quali riguarda proprio il futuro di Silvio. Uscito sconfitto alle ultime elezioni, il Cavaliere rivela ad Ennio parte delle proprie perplessità per ciò che sarà di Lui nell’avvenire, manifestando un certo grado di arrendevolezza e titubanza. Insomma, un atteggiamento ben lontano da quello a cui siamo stati abituati da più di vent’anni a questa parte. Ed infatti, quella del perdente è una maschera che poco si adatta al volto del Berlusca e questo Ennio lo sa bene.

“Silvio, tu sei quello che ha creato un impero dal niente. Partendo come semplice immobiliarista sei riuscito a creare una nuova città. Hai comprato una fallimentare emittente televisiva di provincia e l’hai resa il  conglomerato mediatico privato più grande d’Europa. Non solo possiedi tutto ma sei riuscito in ogni ambito in  cui hai deciso di cimentarti, e lo sai perché? Perché sei il migliore venditore che esista. Tu sei in grado di vendere sogni alle gente, ed un uomo che è in grado di fare questo, cosa non riuscirebbe a fare?”

Da questa semplice chiacchierata fra amici, in parte fedele, in buona sostanza rielaborata dal sottoscritto (ho perso il taccuino dove annotavo le battute), il Cavaliere non solo formula quella che sarà la sua nuova strategia politica per tornare alla guida del paese ma riconferma ciò che egli sa da sempre: Lui può tutto perché egli, al pari di Dio, è il solo che conta. Può creare ed infrangere regole, può dire e fare come vuole, può tradire ed amare come meglio crede. In sostanza, Loro 2 mostra allo spettatore come le manie di onnipotenza abbiano in qualche modo contraddistinto l’esistenza di Silvio Berlusconi e di come queste si siano scontrate contro il peggiore dei suoi avversari, ovvero, l’inesorabilità del tempo. Si ha quindi l’impressione di assistere ad un pietoso quanto grottesco siparietto di stampo Settecentesco, in cui un re, ormai arrivato alla fine dei suoi giorni, si rifiuta categoricamente di abdicare al trono.

Se nel primo capitolo al centro della trama c’erano fondamentalmente Loro, ovvero quelli che non contano, nel secondo esiste solo Lui, Silvio. In tutta la sua opulenza e decadenza. Non è un caso che in questa pellicola le figure interpretare da Scamarcio, Kasia Smutniack e Euridice Axen, scompaiono quasi completamente. In conclusione, Loro 2 riesce dove Loro 1 aveva miseramente fallito: catturare il pubblico proponendo qualcosa di autentico. A questo punto resta però da chiedersi se fosse realmente necessario fare un film diviso in due parti. Sarebbe bastato riassumere il primo capitolo in non più di 20 minuti ed inserirli nel secondo. Così, per come stanno le cose è un vero peccato.

Il giovane Karl Marx: quando la politica era scienza.

Il prezzo di un biglietto che vale una lezione. Con il «Giovane Karl Marx», il regista Raul Peck utilizza il cinema nella sua forma più matura e utile: quella didattica.

“I filosofi hanno solo interpretato il mondo. Il punto ora è cambiarlo”.

È un’ Europa in fermento quella degli anni ‘40 del Diciannovesimo secolo. Per le vie di Berlino, nelle piazze di Parigi e nelle fabbriche di Londra, alberga un unico sentimento: quello rivoluzionario. Spinto da esigenze economiche e sociali, il proletariato europeo si ribella alla logica dello sfruttamento di stampo capitalistico. A guidarlo in questa impresa vi è il mondo degli intellettuali, la cui adesione alle rimostranze operaie passa per il comune riconoscimento dell’inumanità della vita all’interno delle fabbriche. Filosofi, attivisti ed economisti danno quindi voce al diffuso malcontento cittadino, oggetto di un’industrializzazione serrata. Tra di essi, spicca per arroganza ed intelletto, un giovane pensatore tedesco che risponde al nome di Karl Marx (August Diehl).

Sullo sfondo degli anni che precedettero i moti popolari del ’48, il film di Raoul Peck racconta con perizia, ed accuratezza, la vita e l’evoluzione del pensiero del giovane Marx a partire dalla pubblicazione degli articoli sulla Gazzetta Renana fino alla stesura del Manifesto del Partito Comunista. Un cammino fatto da successi e fallimenti, da fughe ed esili e da scontri ed incontri, il più importante dei quali avverrà nella Parigi del ‘43 con un altrettanto giovane e brillante economista dell’epoca, Friedrich Engels (Stefan Konrske). Superata la diffidenza iniziale, tra i due nascerà un sodalizio filosofico e fraterno che negli anni delle turbolenze politiche e sociali europee avrà il compito di fornire ai proletari di tutto il mondo una nuova alternativa di vita. Un’alternativa fatta di libertà.

Tuttavia, la libertà passa per la rivoluzione, la rivoluzione passa per la presa di coscienza e la presa di coscienza passa per una solidarietà non astratta ma per una fratellanza reale tra le persone che vivono le stesse condizioni. È inutile – sosterranno Marx ed Engels nell’acceso dibattito con i socialisti utopisti – parlare di diritti astratti se poi nella condizione reale e materiale, la classe dominante perpetra lo sfruttamento attraverso la guerra, attraverso l’espropriazione delle risorse, attraverso le condizioni durissime della fabbrica. Appare quindi evidente come al centro della pellicola di Raoul Peck ci sia un’intellettualità giovane e ribelle che vuole cambiare il mondo.

Eppure, non è l’unico aspetto che emerge. Il film dà allo spettatore soprattutto la rara possibilità di conoscere il lato più umano dei due filosofi tedeschi. Le loro fragilità, le loro aspirazioni, i loro affetti e i loro amori. In modo particolare il rapporto che lega Marx a sua moglie Jenny von Westphalen (Vicky Krieps). Un amore autentico e viscerale fatto allo stesso tempo di stenti e patimenti. Jenny, figlia del barone Freiherr Westphalen avrebbe avuto una vita agiata in Prussia e invece sceglie per amore di scappare con Karl preferendo ad una vita aristocratica una vita di esilio, una vita ribelle, una vita vera. Questo film piacerà non solo a tutti coloro che sono affamati di conoscenza politica e filosofica ma anche a tutti quelli che sentono dentro di sé la necessità di lottare per qualcosa o che anzi hanno già iniziato a farlo.

Ps: se potete, guardatelo in lingua originale con i sottotitoli perché il doppiaggio italiano è realmente scadente.

Approccio “coatto” alla fantascienza, Volume 1.

I film di fantascienza che hanno reso gli anni ’90 l’annata più cafona nella storia del cinema. 

Che sia una catastrofe, un conflitto mondiale o un’imminente invasione aliena il risultato è sempre lo stesso: «La terra corre un grave pericolo!». Non c’è cornetto, quadrifoglio o ferro di cavallo che tenga, per la fantascienza ogni giorno rischiamo l’estinzione (roba che Nostradamus era più ottimista)  ma come dice l’agente K in man in black: «c’è sempre un incrociatore alieno, o un raggio mortale Carilliano, o un’epidemia intergalattica che può annientare la vita su questo misero pianetucolo!».

Tuttavia, sebbene sia indubbio che le minacce siano sempre le stesse, ciò che è realmente cambiato, nella cinematografia di fantascienza, è il modo in cui il genere umano decide di rispondere ad esse. La difesa del nostro pianeta non è sempre stata infatti esclusiva fonte di lavoro per supereroi in calzamaglia. Ci sono stati momenti, nella storia del cinema,  in cui questo compito gravava unicamente sulle spalle di uomini e donne comuni. La fantascienza degli anni ’90 si concentra proprio su quest’ultimi, esaltondone la fondamentale caratteristica comune: l’infinita coattaggine. Quello che qui vi propongo è la prima di tre rassegne in cui analizzeremo le migliori icone coatte fantascientifiche.

Armageddon

E’ un giorno come un altro per l’astronauta Pete Shelby, inviato dalla Nasa nello spazio con il compito di riparare un satellite malfunzionante. Insomma, tutto nella norma, fintanto che, il Direttore Esecutivo della Nasa, decide di comunicargli la seguente frase: «tranquillo Pete, abbiamo tutto il tempo del mondo». Ecco amici lettori, già dai suoi primi 5 minuti, con Armageddon avete la possibilità di constatare il livello di  superficialità con il quale si lavora alla  Nasa. Perché puoi pure avere una laurea in astrofisica ma se non sai che una delle leggi che governa l’universo recita “Tranquillo è morto male” sei veramente uno sprovveduto.

Come da copione, nell’istante successivo si può osservare come la maledizione del “tranquillo” si abbatta, con tutta la sua violenza, sul povero Pete, il quale viene disintegrato da una pioggia di meteoriti che guarda caso passava proprio di lì e che guarda caso investirà proprio la città di New York. Ma perché deve sempre essere New York e mai una volta New Delhi? Comunque sia, questo catastrofico evento fa solo da preludio a qualcosa di ben peggiore che sta per accadere. La Nasa scopre infatti che un asteroide grande come il Texas si sta dirigendo a tutta velocità verso la Terra e se quest’ultima venisse colpita beh… come dice ad un certo punto uno degli scienziati dell’equipe della Nasa «sarebbe una bella frittata».

Si teme il peggio. Nessuno dei piani attuati dagli Stati Uniti sembra riuscire ad arrestare il meteorite. Tutto sembra essere perduto, fintantoché un altro dei capoccia della Nasa se ne esce con un idea tanto assurda quanto geniale: «piazziamo una testata nucleare nel centro del meteorite e facciamolo esplodere dal suo interno». Tutta l’equipe scientifica accoglie positivamente il nuovo piano, tuttavia, rimane un unico piccolo problema da risolvere: come si infila un bomba dentro un asteroide? Una domanda decisamente legittima a cui oggi sapremo sicuramente rispondere grazie ad un tutorial di Salvatore Aranzulla, ma per somma sfortuna della Nasa,  l’eroe dei nostri giorni non era ancora in attività nel 1998.

A questo punto, a prendere la palla al balzo ci pensa nuovamente il Direttore Generale della Nasa (per intenderci quello che ha sulla coscienza il povero Pete) il quale propone di inviare sull’asteroide un team di scienziati che, guidati dal massimo esperto in trivellazione del mondo, avrebbero posizionato la bomba. Ma si da il caso che l’esperto in questione è Harry S. Stamper alias Bruce Willis. Un attore talmente coatto che nel film il Sesto Senso si rende conto di essere un fantasma solo alla fine del film. Anche in questo caso Bruce Willis mette subito le cose in chiaro «ci penso io all’asteroide». Accompagnato da una combriccola di altrettanto coatti, Bruce lascia la Terra per dirigersi su quello che è ormai solo un enorme sasso dalle ore contate. Senza svelarvi il finale, vi lascio una piccola clip del film che vede il nostro non eroe Bruce alle prese con gli attivisti di Greenpeace.

Independence Day

Come recensire in poche parole un film cult come Independence day? Semplice: E.T. torna di sulla terra e questa volta porta con se un po’di amici, fine. Uno po’ troppo pressapochista, vero? Certo, è innegabile che Independence day sia un film sugli alieni ma c’è molto di più. Ma andiamo con ordine. La mattina del 2 luglio 1996, il SETI (il programma di Ricerca di Intelligenze Extraterrestri) avverte uno strano rumore provenire dallo spazio. Quello che all’inizio sembra essere una sorta di “rutto” cosmico viene in breve tempo codificato dagli scienziati di tutto il mondo come un segnale radio proveniente da un oggetto non identificato.

Esclusa l’ipotesi iniziale che si tratti di uno scherzo dei russi (che simpaticoni) il Generale Grey espone la sua teoria «può darsi che quello che abbiamo captato sia solo una meteora». Un’ipotesi talmente strampalata che verrebbe quasi da rispondere al Generale  “è si, mò le meteore hanno pure l’impianto stereo”. Tuttavia, non c’è tempo per prendere in giro il Generale, il cielo di tutte le capitali del mondo si è infatti riempito di navicelle spaziali.

Benché sia un fatto eccezionalmente unico, la vera fantascienza presente nel film è l’atteggiamento remissivo e diplomatico che l’esercito degli Stati Uniti decide di adottare. Persino la popolazione non dà segni del minimo allarmismo. Chi fa la spesa, chi va a lavoro, chi rimane bloccato nel traffico. Insomma, la vita continua nel più normale dei modi. L’unico che si fa due domande è David Levinson  (Jeff Goldblum) che premendo a caso i tasti del computer riesce a decriptare il segnale radio emesso dalle navi aliene. Quello che molti pensavano che fosse una semplice interferenze è in realtà un messaggio per gli abitanti della Terra. Inutile dirvi che il messaggio in questione non è “veniamo in pace”, anzi, è piuttosto un “vi sfrattiamo forte e chiaro”.

Levinson decide a quel punto di informare il Presidente degli Stati Uniti. Sapete come lo fa? Sfoderando l’arma segreta che ogni cittadino americano possiede, ovvero, recitando la frase «Passatemi il Presidente!» Comunque sia, grazie a Levinson, Trump riesce a mettersi in salvo, abbandonando Washington DC poco prima che quest’ultima venga distrutta da un attacco alieno. Quello che si evince dal film è che gli alieni in questione hanno un particolare astio nei confronti dei simboli  più rappresentativi degli Stati Uniti.

Distruggono la Statua della Libertà, la Casa Bianca, il Pentagono e l’ Empire State Building. Insomma, come si dice in Arkansas “la fanno veramente ciotta”. Eppure si sa che per questo genere di cose gli americani la prendono  abbastanza sul personale. In me che non si dica, la flotta aerea statunitense attacca le navi aliene. Tuttavia il risultato è alquanto deludente. Per fare un paragone, pensate agli F18 statunitensi come a dei moscerini che si infrangono sul vostro parabrezza. Agli alieni basta infatti una botta di tergicristalli per spazzare via gran parte delle forze americane. Solo un pilota riesce a salvarsi. È lo sapete perché? Perché quel pilota è il Capitano Steven Hiller alias Will Smith, e a Will Smith i raggi laser glie “rimbalzano”.

Comunque sia, la batosta ricevuta è istruttiva per gli Stati Uniti. Capiscono infatti che per vincere devono prima mettere fuori uso lo scudo deflettore che protegge le navi spaziali aliene. La trovata geniale per riuscire nell’impresa viene nuovamente a Levinson che smanettando sul suo computer riesce a trovare la password del Wi-fi  delle difese aliene. Tuttavia, c’è un incognita da superare. Per riuscire a disattivare lo scudo deflettore, Levinson deve infiltrarsi a bordo della nave  ammiraglia aliena e spegnere da lì il loro modem. Un bel problema. A quel punto interviene Will Smith, che senza esitazione, afferma «ce lo porto io il secchione da E.T.». I due partono quindi alla volta della nave nemica per compiere quella che da molti viene considerata una missione suicida. Senza svelarvi ulteriori dettagli, concludo questa recensione allegandovi una piccola clip del film dove potrete ammirare  il nostro beniamino Will Smith impartire lezioni di diplomazia  “made in USA” ad un grazioso alieno. Buona visione.

 

The Disaster Artist: Un iconico trash d’autore

Divertente e dissacrante. Con «The Disaster Artist»,  James Franco ci mostra l’altra faccia del sogno americano.

Prendete la bacchetta magica e recitate con fermezza “Audentes fortuna iuvat!”. Fatto? Bene. Immagino che ora penserete che io sia impazzito del tutto. Sebbene quest’ipotesi non sia totalmente remota, mi duole comunicarvi che sono ancora sano di mente (almeno per il momento). L’espressione da me utilizzata, o meglio, il modo con il quale ho deciso di enunciarla, non è altro che l’esatta rappresentazione di ciò che avviene puntualmente nella mia testa quando incappo nei proverbi latini (tranquilli, mi è capitato solo un paio di volte in tutto l’arco della mia vita).

Comunque, accantonando le mie speranze di ricevere la letterina da Hogwarts, il detto “Audentes fortuna iuvat”, noto ai più come “la fortuna aiuta gli audaci” è, a mio avviso, una tra le migliori chiavi di lettura di cui potremmo disporre se volessimo comprendere a pieno il significato che si cela dietro l’espressione “The American Dream”.

Immagino che ora stiate pensando “ma come? Sei partito da un detto latino per arrivare a parlare del mito americano? Ma non si doveva parlare di cinema in questo articolo?”. Se questo è quello che avete pensato, per quanto il mio compito consista nel levarvi ogni dubbio, devo perlomeno convenire con voi che il volo pindarico da me creato è considerevole. Tuttavia, per quanto contorto vi possa sembrare, abbiate la pazienza di seguirmi nel seguente ragionamento.

Ebbene, se nell’immaginario collettivo gli Stati Uniti rappresentato ancora il paese dove tutto è possibile, dove l’impegno e la determinazione vengono sempre ripagati, è altrettanto vero che essi sono anche il paese in cui solo chi è disposto a correre qualche rischio può sperare di farcela. Perché in America puoi anche essere l’Einstein della situazione ma se decidi di rimanere tutto il giorno spaparanzato sul divano, puoi anche scordarti la gloria. Lì la strada del successo appartiene solo a coloro che (oltre che di un bel conto in banca) dispongono di una certa dose di coraggio.

Insomma, se si vuole realmente “sfondare” nel nuovo continente bisogna dimostrare di possedere gli attributi. Soprattutto se si sceglie di farlo nel mondo dello show-business. E di questo ne sa qualcosa James Franco che con il suo The Disaster Artist (già vincitore di un Golden Globes e di un nomination ai prossimi Oscar) è riuscito a  trasformare un’idea folle in una trovata geniale. Tanto che potremmo dire che a Hollywood il motto vincente più che essere “la fortuna aiuta gli audaci” sia “la fortuna aiuta i folli”. Ma andiamo con ordine. Che cos’è e come nasce The Disaster Artist?

The Disaster Artist, uscito nelle sale italiane il 21 febbraio del 2018, è un film tratto dall’omonimo romanzo «The Disaster Artist: my life inside the Room, the Greatest Bad Movie Ever Made» il quale ripercorre le tappe che hanno portato alla realizzazione di quel lungometraggio che risponde  al nome di: The Room. Se non ne avete mai sentito parlare state pure tranquilli, nessuno ve ne farà una colpa, anzi ritenetevi più che fortunati. Questo perché The Room senza ombra di dubbio è il film più brutto che sia mai stato realizzato. Non è un caso che la critica l’abbia definito come “Il Quarto Potere dei film brutti”.

Scritto, diretto ed interpretato dal quanto mai eccentrico Tommy Wiseau, la pellicola ruota attorno ad un tormentato triangolo amoroso tra il protagonista Johnny, la sua futura sposa Lisa e il suo migliore amico Mark. Se a questo punto vi state chiedendo se ciò che ha indignato il mondo della critica sia stato semplicemente la realizzazione dell’ennesimo film dalla trama stucchevole quanto banale, fidatevi di me quando vi dico che non sapete ancora di cosa sto parlando. Questo perché nei cento minuti di visioni offerti da The Room, lo spettatore più che vivere un dramma sentimentale, assiste ad uno spettacolo senza precedenti, che potremmo definire  “Fantozzianamente” come una «cagatapazzesca!» Se pensate che sia un giudizio troppo lapidario, il video che vi propongo qui sotto (dalla durata di poco più di 40 secondi) saprà levarvi ogni dubbio.

Come avrete avuto modo di constatare, ciò che è totalmente assente in The Room è il benché minimo talento recitativo. E credetemi, quel senso di smarrimento che avete provato dopo aver premuto play, non è causato dalla totale decontestualizzazione del video rispetto al resto della pellicola. Se non volete credermi, godetevi pure quest’altro piccolo estratto tratto dal film.

The Room è semplicemente questo. Un susseguirsi interminabile di dialoghi privi di qualsiasi logica, di battute banali e di scene al limite del grottesco. Non a caso è considerato per antonomasia come la massima espressione del cinema nonsense. Ciononostante, o forse proprio per questo, WiseauThe Room godono oggi di una popolarità incredibile. Una fama tanto inspiegabile quanto radicata, capace di spingere, nel 2015, il regista/attore James Franco a realizzare un film che raccontasse la genesi di questo “fallimentare successo mondiale”.

The Disaster Artist ripercorre quindi la vita di Tommy Wiseau alle prese con la sua opera più ambiziosa: realizzare, con l’aiuto del suo amico attore Greg Sestero, un film che mostri al mondo le proprie qualità artistiche. Insomma, quello proposto da James Franco è un esilarante spaccato di vita due uomini che sfidano la sorte per tentare di inseguire i propri sogni, andando contro tutto e tutti, perfino contro se stessi. Tuttavia è importante capire che The Disaster Artist non è né la presa in giro di The Room né tanto meno del suo creatore, tutt’altro. Si tratta di un omaggio al folle coraggio di quei due uomini che, stanchi e delusi di un Hollywood incapace di percepirli, decidono di rischiare tutto e di puntare solo su se stessi. “The American dream is still alive”.

A mio modesto parere la scelta di James Franco è vincente. Prendere il miglior film trash che esista e renderlo un prodotto unico. Ma ora basta con le chiacchiere inutili, fate largo a The Disaster Artist!

Loving Vincent: il genio oltre la follia

Non è né un romanzo né una mostra. Loving Vincent è un omaggio cinematografico alla bellezza.

Anche l’occhio meno esperto sa riconoscere un van Gogh. Le tele del pittore olandese godono di fama mondiale. I paesaggi di campagna, le notti stellate, le composizioni floreali, i ritratti e gli autoritratti fanno tutti parte dell’immaginario collettivo. Insomma, si può dire che chiunque conosce van Gogh. Ma è veramente così?

Già il fatto che sbagliamo la pronuncia del suo nome dovrebbe essere un dato indicativo. Eh si, signore e signori, Vincent van Gogh si pronuncia Vincent fan Hoock. Il trucco per non sbagliare sta nel ricordarsi che la “G” di Gogh è muta e nel saper emettere un suono gutturale quando si  pronuncia Hoock. Il video qui sotto potrebbe esservi d’aiuto.

Bene, se siete stati in grado, come me, di superare la sfida lanciata dalla fonetica olandese è giusto ammettere a noi stessi  (per una volta) che abbiamo raggiunto un traguardo importante nella nostra vita. Malgrado ciò,  la domanda che ci siamo posti all’inizio attende ancora una risposta. Conosciamo veramente van Gogh? ( questa volta sono sicuro che l’avete pronunciato bene)

È ormai assodato che chiunque sa della storia legata all’orecchio e delle turbe psichiche ed emotive che hanno reso celebre Vincent come il pittore più folle d’Olanda, ma oltre a questo? Certo, è anche vero che abbiamo un’eredità artistica notevole. Più di 800 quadri, esposti per lo più al Van Gogh Museum di Amsterdam, che proprio per il loro valore simbolico e culturale diventano spesso merci itineranti nelle varie mostre in giro per il mondo. E poi che altro? Insomma, siamo veramente sicuri che sia possibile comprendere l’essenza di un’artista esclusivamente guardando le sue opere?

Fortunatamente nell’ottobre del 2017, il film Loving Vincent è venuto in nostro soccorso. Proponendoci un viaggio unico nel suo genere, Loving Vincent ripercorre l’esistenza di Van Gogh attraverso gli occhi di chi lo ha amato, odiato e pianto. Non è di certo la prima volta che un film tenta di far luce sulla tormentata quanto misteriosa vita del pittore, tuttavia Loving Vincent è senza alcun dubbio una delle trasposizioni cinematografiche più originali mai realizzate. Definirlo semplicemente come un film d’animazione sarebbe quanto mai riduttivo o, più propriamente, è impossibile considerarlo come un pellicola d’animazione qualsiasi. Questo perché per la prima volta nella storia del cinema gli attori fatti di carne ed ossa lasciano il posto ai dipinti su tela.

La tecnica utilizzata si chiama Rotoscope, e consiste nel prendere le scene girate con attori veri e usarle come riferimento per ricrearle a mano successivamente. In pratica, in un primo momento il film è stato  girato in modo tradizionale e poi, in fase di post-produzione, ogni singolo fotogramma realizzato è stato trasformato in un dipinto. Per ottenere questo straordinario risultato Loving Vincent ha richiesto 6 anni di lavoro e uno staff composto da 125 pittori che, tenendo sempre fede allo stile di Van Gogh,  hanno rielaborato all’incirca 65.000 fotogrammi. E’ il caso di dirlo, siamo di fronte ad una vera e propria impresa titanica.

Ma si sa, la pazienza è la virtù dei forti e si può dire che quella dei registi Dorota Kobiela e Hugh Welchman è stata ampiamente ripagata. Loving Vincent oltre ad ottenere una nomination sia ai Golden Globes che agli Oscar ha  incassato 30 milioni di euro a fronte di un modesto budget di 5.5 milioni. Un risultato davvero notevole se si considera che in molti paesi europei la pellicola è stata proiettata solo per un week-end. A tal proposito fa piacere ricordare che l’Italia nel suo piccolo ha giocato un ruolo rilevante nel raggiungimento di questo successo.

In soli 3 giorni di programmazione, dal 16 al 18 ottobre dello scorso anno, Loving Vincent ha attirato 130 mila spettatori  arrivando ad incassare più di 1.2 milioni di euro, divenendo così il film evento più visto di sempre in Italia. Un successo tanto eclatante quanto inaspettato, infatti, sebbene la pellicola fosse stata distribuita in ben 283 sale, gli innumerevoli sold-out hanno costretto gli esercenti ad  aggiungere una data extra fissata per il 20 novembre 2017. Ma come si spiega questo trionfo?

Semplice, è bastato unire due ingredienti fondamentali: un’esecuzione impeccabile ed una trama originale. Appena si spengono le luci, dopo i primi minuti di spaesamento iniziale, Loving Vincent trascina lo spettatore nel turbine delle meraviglie create dal massimo rappresentante dell’arte post-impressionista, facendo sentire il pubblico parte attiva di un processo creativo. Come se non bastasse ad “animare” il tutto vi è una trama coinvolgente, in bilico tra una lezione di storia ed un’indagine poliziesca. Ma non vi darò altri elementi a riguardo. Come ho già avuto modo di dire precedentemente, Loving Vincent deve essere vissuto come un viaggio e come tale nessuno ha il diritto di rovinarvelo anticipandovi le tappe che percorrerete.  Il mio compito è stato solo quello di farvi salire la voglia di partire, quindi non mi resta che augurarvi, Buon Viaggio!

30 for 30: Sfide a stelle e strisce

Tra anticicloni ed appelli d’esame l’estate non è il periodo dell’anno in cui riesco a guardare più film. La dedizione alla causa scema e il sonno aumenta, per cui tendo a buttarmi su visioni che richiedano poca concentrazione e che restituiscano più di quanto chiedono, e un filone abbastanza fertile sotto questo punto di vista è la serie di documentari 30 for 30 prodotta dalla ESPN, il più grosso canale di informazione sportiva d’America.
Sono sempre stato abbastanza affascinato dagli sport a stelle e strisce, ma, con la parziale eccezione della NBA, la mia conoscenza in merito lascia alquanto a desiderare. A tutt’oggi non credo che sarei in grado di seguire una partita di football, e per quanto a forza di manga penso di aver afferrato abbastanza bene le regole del baseball, non mi è ancora mai capitato di sedermi a guardare un’intera partita. Credo che la mia situazione sia piuttosto comune, e se dopo l’overdose di calcio del mondiale vi può stuzzicare l’idea di cambiare un po’ musica (magari ispirati dagli affascinanti sviluppi della free agency NBA) non credo ci siano approcci migliori che la suddetta serie di documentari, nella vena del nostrano Sfide.
Il titolo 30 for 30 è dovuto al fatto che doveva trattarsi di una serie di 30 documentari per celebrare i 30 anni di attività dell’emittente, ma sulle ali di un buon successo l’operazione è stata estesa a una seconda serie, più una terza, ancora in corso, dedicata invece al football nostrano.
I documentari affrontano una varietà di argomenti: alcuni ricostruiscono particolari imprese sul campo, altri tracciano il profilo di alcune personalità, e altri ancora hanno un approccio più ampio e usano lo sport come trampolino di lancio per trattare anche altre questioni.
Mi restano ancora molti episodi da guardare, e mi sono concentrato principalmente su quelli che hanno a che fare col basket, ma per ora mi sento di consigliare in particolar modo questi tre:

The Fab Five
In America, oltre agli sport professionistici hanno un ampio seguito anche i campionati universitari della NCAA, in particolar modo quelli di basket e football. Fab Five era il soprannome dato ai Wolverines, la squadra di basket dell’università del Michigan dei primi anni ’90, squadra che perse due finali consecutive del torneo NCAA ma che rimase nella storia per una serie di motivi sia sportivi, sia extra.
Il documentario ricostruisce molto bene sia i loro exploit sul campo che l’impatto culturale che la squadra (in cui militavano future stelle dell’NBA come Chris Webber e Jalen Rose) ebbe sul mondo della pallacanestro universitaria, e al contrario della maggior parte delle altre puntate dura più o meno come un film “da sala”, per cui ha la possibilità di diffondersi meglio sui vari aspetti della vicenda.

Guru of Go
Sempre rimanendo nell’ambito del basket universitario, Guru of Go racconta la storia di Paul Westhead, una specie di Zeman americano, che negli anni ’80 riuscì a portare a buoni risultati la squadra della Loyola Marymount University con uno stile di gioco esasperatamente offensivista. L’esaltante storia dei successi della squadra è intrecciata con quella della tragica morte in campo di Hank Gathers, il giocatore più rappresentativo della formazione e quello il cui futuro tra I professionisti sembrava promettere meglio.

Straight Outta L.A.
Passando per par condicio a un altro sport, Straight Outta L.A. racconta del rapporto tra la squadra di football dei Raiders e la cultura hip-hop underground e delle gang del relativamente breve periodo in cui la franchigia ha risieduto nella città degli angeli. Il documentario è girato da nientepopodimeno che O’Shea “Ice Cube” Jackson, che come narratore quindi racconta anche il ruolo che lo stile e l’immagine dei Raiders hanno giocato nella sua “educazione” e nella formazione dei NWA, oltre che più in generale nella partita dell’integrazione delle minoranze. Da quando i Raiders hanno lasciato L.A. per tornare a Oakland la città non ha più avuto una squadra di football, il che a quanto pare è uno dei problemi più annosi per la NFL tutta.

Questi sono solo alcuni esempi e ci sono episodi dedicati a hockey, atletica leggera, baseball è quant’altro, per cui, e di nuovo, chiunque fosse più affascinato da che aggiornato su, gli sport americani, farebbe senz’altro bene a dare un’occhiata a quest’ottima serie.