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Motta – La fine dei vent’anni

Sarà per il fatto che con il passare dei mesi mi ritrovo a pensare anch’io alla fine dei vent’anni, sarà che dopo tanto tempo è rinata la curiosità per la musica italiana, ma il nuovo album di Motta mi ha convinto pienamente. L’avventura di Francesco Motta, cantante, poli-strumentista e autore di testi, inizia nel 2006, a soli venti anni, con i Criminal Jokers.

Francesco Motta

Motta non è il classico personaggio venuto fuori dal mondo indie. E’ una persona autentica, che ha conosciuto e vissuto la musica in ogni dove e ricoprendo ogni ruolo. Oltre a essere un cantante, è stato autore e soprattutto tecnico e musicista. Due ruoli universalmente riconosciuti dalle produzioni di concerti e album, ma fortemente marginalizzati da pubblico e media. Però è in quegli sforzi, in quelle luci di secondo piano, che risiede la vera essenza dei live e della musica.Così, dopo anni di collaborazioni e di lungo lavoro a Marzo dello scorso anno è uscito “La Fine dei Vent’Anni”, il suo primo progetto da solista, scritto a quattro mani con Riccardo Sinigallia. Un album dall’indiscussa qualità, mai banale, che ha ottenuto il prestigioso riconoscimento dalla giuria del Premio Tenco come migliore Opera Prima del 2016.
” La fine dei vent’anni” tratta di argomenti tanto quotidiani, quanto celati nelle nostre coscienze. Un esempio è dato dalla scelta della maternità. Tratta il fluire dei pensieri narrando il rapporto con i genitori. Innalza sull’altare della musica l’elemento simbolo della generazione nata tra il 1980 e il 1990 ossia l’ansia. La stessa ansia, che nell’epoca del precariato di Stato, ti pone innumerevoli domande e sulla pausa di invecchiare senza sapere bene in che modo.
L’album di Motta è un fluire incessante d’immagini da ascoltare da soli, che è capace di evocare immagini simili all’arte cinematografica nei nostri pensieri. Dal punto di vista tecnico si percepisce il forte connubio con Riccardo Senigallia, una garanzia.

Le giornate erano piene
Di storie assurde e di silenzi
Oggi non ho tempo di pensare a cosa è cambiato
Amico mio, sono anni che ti dico andiamo via
Ma abbiamo sempre qualcuno da salvare

E così, mentre mi avvio verso la fine dei miei vent’anni il disco di Motta suona nelle mie orecchie tramite delle cuffie che riproducono un’ottima musica in un marzo uggioso e con qualche speranza.

I più bei EP italiani dal 2010 a oggi

I Quartieri – Nebulose

Io fonderei un’etichetta solo per ristampare questo EP meraviglioso, magari in vinile per i veri appassionati. Ci metterei dentro un poster bello, magari una monetina. Insomma farei una di quelle cose che andavano tanto di moda una decina di anni fa, quando la musica indipendente ci teneva a una certa esclusività per i suoi fan più malati. Questo è uno dei migliori episodi di cantautorato italiani (almeno) degli ultimi cinque anni che io abbia avuto modo di ascoltare,è altro che Dentechepalle, Colapescechepalle, Brunorichepalle, e compagnia. Il marcato aspetto dreamy/space dei pezzi è senz’altro l’aspetto che svincola l’album dalle classiche maglie del cantautorato per arrivare a un linguaggio più efficace e meno banalizzante degli artistucoli succitati. Fabio Grande è un eccellente autore, sensibile ed efficace, talento che si confermerà con una band trasformata nel primo disco ‘Zeno’, uscito alla fine del 2013. Che però è un’altra cosa. Nebulose rimarrà sempre unico, perché ha la semplicità, la bellezza dei primi lavori. Sicuramente la cosa migliore uscita per l’etichetta 42 Records.

Verme – Vai verme vai

Che vi piaccia o no Jacopo Lietti (voce dei Fine Before You Came) è una delle persone più influenti dell’underground italiano degli ultimi anni. La svolta italiana dei Fine Before You Came con ‘Sfortuna’ che ne ha decretato il meritato successo, anche grazie alla sua immensa capacità di fotografare gli stati d’animo umani con un linguaggio sì semplice ma mai imbecille, ha influnzato un’intera generazione di band italiane, toccando sia i giovanissimi che gruppi che avevano già cominciato il loro percorso artistico. Questo EP dei Verme conferma tali presupposti, stavolta appoggiato su un classico sound emo/punk pop. Fedelissimi al vero do it yourself, fieramente reazionari, i Verme hanno dato alle stampe EP magnifici che non credo superino mai i dieci minuti, ognuno meritevole di ascolto, ma questo non si batte.

Scuola Furano – Tribute

Avete presente l’house music? Ecco, questo piccolo lavoro dei sempre magnifici Scuola Furano ne ripercorre le migliori stagioni con un irresistibile lavoro che non ha manchevolezze o soste. Se lo mettete a un party farete un’ottima figura, se lo fate ascoltare a un amico che ne sa qualcosa di musica farete ancora un’ottima figura, se ve lo sentite a casa, in cuffia, o in macchine ne godrete immensamente. Poi di questi tempi in cui i paladini dell’house music si sono trasferiti tutti a fare disco, perché non riscoprire questo splendido lavoro uscito nel 2010? Vi farà muovere il sedere anche se non volete.

The Flying Madonnas – Demo_N. EP

Che aspettano questi a fare uscire un album? Questa è la prima cosa che ci si chiede ascoltando questo fantastico lavoro, di una delle migliori band romane in circolazione. Invece i Madonnas nonostante questo grandioso lavoro, quintessenza di una psichedelia moderna, sospesa fra le migliori esperienze del genere,sono tanto travolgenti quanto sonnecchianti nella loro esposizione a un possibile pubblico, nonostante il loro lavoro sia uscito già due anni fa per la magnifica New Sonic Records. Se la metà del pubblico italiano non fosse intento a far vedere la caviglia, e a nascondere la vergogna di gusti musicali di merda sotto una finta barba, curata che manco Moscardelli, questi qui sarebbero incensati come una delle cose migliori mai uscite negli ultimi cinque anni. Musicisti veri queste madonne. Aspettiamo il primo LP per l’ascensione.

Zu – Goodnight Civilization

Ciao siamo gli Zu, siamo tornati e siamo ancora il gruppo estremo italiano più fico in circolazione. Semplice no?

Altri:

Calibro 35 – Dalla Bovisa a Brooklyn: semplicemente il miglior gruppo italiano esistente
Black Rainbows – Holy Moon: dopo un disco prettamente rock, si torna alla psichedelia.
Do Nascimiento – Do Nascimiento: emo immediato, zozzo e adolescenziale.
Soviet Soviet – Summer, Jesus

Roma Rocks #11: The Fucking Shalalalas

Chi vive a Roma e segue la musica che si muove nei locali della capitale in cerca di nuove sonorità fatte da band emergenti avrà senz’altro già sentito parlare dei Fucking Shalalalas.

Perfettamente iscritti all’interno della tradizione del duo pop lo-fi che vede al confronto un’anima maschile ed una femminile, rinato grazie alla riscoperta dei fantastici Moldy Peaches di Adam Green e Kimya Dawson, e che nell’ultimo decennio ha avuto a livello internazionale manifestazioni altalenanti, i Fucking Shalalalas sembrano essere una buona via di mezzo fra questi ultimi e i più pop She & Him, della splendida Zooey Deschanel e di M Ward.

L’omonimo EP dei Fucking Shalalalas, uscito ormai quasi un anno fa, offre una perfetta prova ‘di genere’ con sei piccoli bozzetti intorno ai due minuti, graziosi e cantabili, con arrangiamenti semplici, eleganti e mai fuori posto. La voce adorabile di Sara Cecchetto, in arte Sara Reed, è senz’altro ciò che porta gli Shalalalas a fare immediatamente breccia nel cuore degli ascoltatori più inclini a farsi conquistare dagli accattivanti e delicati ‘shalalala’ che la band riesce ad offrire in tutti i pezzi del loro debutto . Sara insieme ad Alessandro Lepre, Alex ‘Boss’ Hare, è in grado di coniugare lo spensierato strumming chitarristico con arrangiamenti morbidi e colorati. E’ evidente che questi quindici minuti di musica sono necessariamente rivolti a chi è pronto ad accogliere un progetto che fa della solare immediatezza un valore. Non è roba per gente profondamente triste, che non tollera il romanticismo e la ‘solarità’. In ogni caso la musica allegra esiste e per tutti quelli a cui un ritornello senza urla strazianti non causa problemi – credo la maggioranza dell’umanità – i Fucking Shalalalas sono consigliati.

Bisogna verificare se l’approccio finemente naif di questo esordio sarà riconfermato nel formato di un full-lenght, sicuramente più ostico per la formula che la band ha intrapreso per il momento. Intanto facciamo un in bocca al lupo alla band selezionata fra le quattordici band del Lazio a partecipare alle semifinali di Arezzo Wave Love Festival.

PloF: aspettando il primo disco


Oggi ho voglia di scrivere qualcosa di diverso. Ho voglia di parlare di un gruppo che non conosce nessuno. Anzi, voglio essere uno dei primi a dire che un gruppo è veramente fico prima che esca il loro primo album, prima che ci siano miliardi di recensioni fotocopia sparse per il web, prima di vedere il loro primo videoclip virale su youtube, prima che tutti parlino di questi ragazzetti di Montalbano di Fasano, in provincia di Brindisi, che si chiamano PloF. Ne parlerò io, sì, così quando tutta la critica ne parlerà come di una nuova fantastica realtà io potrò dire di averlo fatto prima. Che poi, specifico subito, non sono certo io a scoprire il talento di questi quattro ragazzi pugliesi, che hanno sbancato praticamente ogni contest musicale a cui hanno partecipato.





Ho ascoltato solo una volta i PloF nella mia vita. Ero a San Cataldo a Lecce, e con il mio gruppo abbiamo suonato all’Indie Fest, festival di band più o meno emergenti, più o meno indipendenti. Fra queste c’era un gruppo che mi ha lasciato veramente sconvolto. Durante la loro performance sono rimasto incollato ad ascoltare il loro mix di demenzialità, libertà compositiva, aggressività sghemba. Diciamo che probabilmente è una delle cose più punk, nel senso di libertà e di attitudine, che io abbia ascoltato negli ultimi tempi (in Italia). A vederli sul palco si penserebbe a un’esperienza estremamente studiata, almeno negli intenti, a una consapevole presa di posizione artistica, che ha le radici in certe esperienze serio-demenziali con precedenti tanto in America, quanto in Inghilterra. Insomma, una proposta matura, dall’ironia sarcastica, sottile, condita da una musica volutamente assurda e talvolta naïf. Invece i PloF sono ironici e geniali più per istinto che per vocazione. Parlando con i ragazzi dopo il concerto sono rimasto sconcertato dalla loro quasi completa mancanza di cognizione del loro valore artistico. All’inizio ero un po’ spiazzato dal fatto che fra le loro influenze non avessero citato quello che mi sarei aspettato, come ad esempio Butthole Surfers, qualche gruppo free-jazz, un po’ di alternative americano anni ’80 e ’90. Invece mi hanno citato i fumetti, i cartoni animati e Frank Zappa. Che va pure bene per me, però lì per lì speravo di sentire un po’ di nomi particolari. Fatto sta che questa semplicità mi ha fatto riflettere. In quest’epoca di piccole scene cittadine, spesso chiuse ed autoreferenziali, è meraviglioso che un gruppo che viene da un paese smonti completamente ogni forma di snobismo, di questo finto indipendentismo del nuovo millennio – della serie “siamo indipendenti ma comunque prima bisogna fare l’EP, poi il video, poi ancora un video che anticipi l’album, le foto fatte bene, devi scrivere tanto su Facebook, e se arriva la Sony accetti ogni condizione”. I PloF con il loro atteggiamento e con la loro musica pisciano su tutto questo, e lo fanno proprio perché non hanno la minima idea di farlo. E’ questo ciò che amo e mi sorprende di questa band. E’ questo che rende la loro musica e il loro impatto dal vivo fantastici: una band nata per caso, per suonare in fretta in furia a un concerto rimediato presso un circolo ARCI. Sperando che il disco confermi queste premesse, seguite le vicende dei PloF!



Luigi Costanzo – PoliRitmi



Roma Rocks #6: intervista ai Boxerin Club

Formati nel 2010, i Boxerin Club sono una realtà estremamente interessante  del panorama emergente italiano.

Il loro sound riesce a coniugare intelligentemente il folk e il pop indipendente con delle ritmiche che portano a muovere le gambe e il culo, merito del gusto e del talento di Matteo Domenichelli (basso) e Francesco Aprili (batteria), che formano un’eccezionale sezione ritmica.

La formazione, che si completa con gli altrettanto bravi Matteo Iacobis (voce-chitarra) e Gabriele Jacobini (chitarra), è già una rodatissima macchina live, tanto che la band è stata selezionata per suonare quest’estate all’Arezzo Wave, celeberrimo festival italiano.

Aspettando trepidanti il loro primo LP siamo riusciti a intercettarli per un’intervista.

 

E’ passato un anno dal vostro primo EP “Tick Toc (Here It Comes), come raccontereste tutto quello che è accaduto alla band in questo arco di tempo?

Tick Tock è stato un lavoro molto istintivo e in questo anno abbiamo semplicemente focalizzato l’attenzione sulla ricerca di un “sound” personale e originale, il nostro EP lo reputiamo un prodotto buono, con delle influenze derivate dagli anni ’90, ma sono cambiate molte cose da quella registrazione, ora stiamo ricercando e sperimentando nuovi accostamenti e nuove sonorità per poi mettere nero su bianco in un vero album.

 

Mi sento di dovervi definire una ottima live band. Siete conosciuti sia per le vostre performance elettriche, che acustiche. Come è nata l’idea di muoversi su entrambi i fronti? E’ una scelta artistica o una necessità dovuta al potersi far sentire in qualsiasi cornice?

Diciamo che l’acustistico è nato per necessità, in fase di composizione dei pezzi ci siamo ritrovati spesso ad arrangiare in questa formula, anche semplicemente chitarra e voce, quindi l’acustico è la forma più “naturale” delle nostre canzoni. Poi viene da sè che con l’acustico riusciamo a ricoprire una gamma più ampia di serate dove anche il locale più piccolo, con un minimo impianto di amplificazione , è terreno fertile per il nostro live. Il nostro secondo EP infatti è una registrazione live fatta al Recordin’ Grandma nel Novembre del 2012, in una formula acustica.

 

La vostra musica mescola l’indie-pop/rock a suggestioni provenienti dalla musica folk, che si incontrano con ritmiche latino-caraibiche. Nonostante questa proposta sia estremamente originale volete indicarci qualche vostro padre putativo?

Le influenze maggiori le prendiamo dalla World Music, da Gilberto Gil, dai Talking Heads, Paul Simon per poi passare ai Grizzly Bear e Fleet Foxes. Ascoltiamo anche Notorious B.I.G., Erika Badou, MIriam Makeba, Madonna. Non è detto che ci sia necessariamente una correlazione.

 

Avete diverse date in programma, ma quelle che salta più agli occhi è quella di Arezzo Wave, ottenuta in seguito a delle lunghe selezioni. Volete parlarci di questa esperienza?

Le selezioni sono state molto dure, Roma ed il Lazio vedono un’enorme affluenza di gruppi. Infatti alla finale siamo stati tutti stupiti dal livello delle band in gara, tutte bravissime e talentuose. Noi siamo stati scelti come rappresentanti della nostra regione e tutto quello che possiamo fare ora è dare il meglio del meglio il 14 Luglio all’Arezzo Wave .

 

Il vostro nome è indissolubilmente legato a quello di Bomba Dischi, quanto è stata, ed è di supporto l’etichetta nella vostra crescita?

BOMBA è una BOMBA, aggiungere altro non servirebbe a nulla, ci supportano costantemente, quando possibile Davide (Caucci, ndr) viene sempre con noi in Tour ad aiutarci e soprattutto ad alleggerire le interminabili ore di macchina.

 

Sul vostro nuovo video ‘Clown’ avete annunciato che entrerete in studio a Luglio per registrare il vostro primo disco. Ci potete rivelare qualche indiscrezione?

 

Al momento stiamo lavorando ai pezzi che andranno a completare l’album, per ora ci sono 2 pezzi totalmente nuovi che non sono stati suonati davanti ad anima viva. Del resto non ne parleremo.

 

Grazie mille per la disponibilità, ricordateci le vostre prossime date.

26 giugno – Gubbstock Festival – Gubbio
8 luglio – Teramo – TBA
12 luglio – Roma – TBA
14 luglio – Arezzo Wave Love Festival w/Max Gazzè
19 luglio – @Live Art Festival – Artena
9 agosto – Indiefest – Lecce w/Departure ave.
11 agosto – Nuvole, chitarre e note – Carovilli (IS)
17 agosto – Messina (TBA)

 

Volete un consiglio? Andate a sentirli dal vivo!

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bandcamp
bomba dischi

 

Luigi Costanzo – PoliRitmi

 

Roma Rocks #5: intervista a Marcello e il Mio Amico Tommaso

Abbiamo intervistato Marcello Newman, voce, chitarra e testi di Marcello e Il Mio Amico Tommaso, gruppo romano fresco del nuovo singolo ‘Blues Balneare’, in attesa dell’uscita del primo LP Nudità. 

Il gruppo è composto da Marcello Newman, Tommaso Venanzi, Gianlorenzo Nardi, Adelaide Albinati, Giorgio Ruzziconi, Lorenzo Autorino.

 

Sta per uscire il vostro primo disco ‘Nudità’, anticipato dal singolo e dal video di ‘Blues Balneare’. Perché avete scelto questo brano come singolo?

Nudità uscirà a giugno per 42 Records. E’ la nostra seconda uscita con questa etichetta dopo ‘Chounette’, di circa due anni fa. Abbiamo scelto Blues Balneare perché ci sembrava un’ottima introduzione ai temi del disco, che parla quasi tutto di sesso. Blues Balneare sembrava un po’ sia il punto di partenza che il punto d’arrivo. Il personaggio del brano – che è anche il protagonista del disco, è distante dalle cose che gli sono più vicine, quindi anche dall’amore, il contatto, il sesso. Mi chiedo se alla fine del disco il protagonista-narratore sia uscito da questa impasse,  ma credo di no.

 

Chi vi segue si sarà senz’altro accorto del vostro passaggio dall’inglese (nell’EP) all’italiano. Come hai maturato questa scelta?

Secondo me questa viene troppo spesso vista come una scelta politica. Per me era importante trovare un nuovo modo di parlare delle cose di cui volevo parlare, mi trovavo in difficoltà a raccontare storie che mi erano successe. Mi sembrava un po’ stupido parlare in inglese di ragazze o posti che frequentavo. Per esempio, come diresti Bar Marani in inglese? Mi sembra di farmi capire e capirmi meglio esprimendomi in italiano.

 

La band si è progressivamente allargata. Pensi che questa sia la formazione definitiva o ti concedi la possibilità di modificarla?

Da una parte vorrei dirti che gli strumenti che stiamo usando adesso saranno quelli che useremo sempre, perché decidendo di avere una formazione fissa sarei costretto a una maggiore creatività nell’arrangiamento. D’altra parte non so dirti se sarò sempre contento di questi strumenti e di questo sound. Vorrei sicuramente mantenere la formazione a sei, però non so se ognuno continuerà a suonare gli stessi strumenti.

 

Che cosa ti piace di quel che gira adesso in Italia?

Faccio fatica a rispondere a questa domanda, sicuramente i primi due dischi dei Baustelle. I Cani, i Gazebo Penguins, i Carpacho! Posso parlare di un disco? Mi sa che il mio disco italiano preferito è Enciclopedia Popolare della Vita Quotidiana dei Distanti, che erano un gruppo di Forlì. Anche se non c’entra niente con la musica che faccio io, è il disco che avrei voluto fare, anche se poi non so neanche bene che genere è. Se adesso penso che valga la pena parlare di sesso è perché quel disco mi ha fatto capire che si poteva fare.

 

Chi vi ha registrato il disco, dove lo avete fatto?

Non ci andava di fare il disco in studio. C’è un libro che ho letto recentemente che si chiama Perfect Sound Forever, che solleva un problema: quando ascolti una canzone registrata stai ascoltando la registrazione di un evento o quell’evento non è mai avvenuto? Per esempio, con il multi-traccia, essendo registrato un musicista alla volta l’ascoltatore assiste a un evento che in realtà non è mai avvenuto. Volevo che il nostro disco desse l’impressione di essere la pura riproduzione di quello che era avvenuto in una stanza, quello che a me rievoca On the Beach di Neil Young. Abbiamo affittato gli strumenti di Matteo Portelli, il bassista dei Mamavegas, e Fabio Grande è stato fonico del disco e produttore a tutti gli effetti. Il disco è registrato a metà fra casa mia a Veiano e la chiesa del paese.

 

A volte ho l’impressione che non solo a livello nazionale, ma anche in un contesto limitato come Roma, ci siano tantissimi microcosmi che credono di fare la miglior musica possibile, e che non si rendono conto di ciò che accade fuori. Che ne pensi? (si potrebbe scrivere un articolo intero sulla risposta che Marcello ha dato a questa domanda, cercherò di riassumerla al meglio, ndr)

Ho l’impressione che quel che dici fosse vero fino a qualche anno fa: non c’erano locali dove si aveva l’impressione di essere in presenza di una vera scena musicale. Adesso penso ci sia una scena: c’è Bomba Dischi, c’è la 42 (Records) che lavora molto su Roma, ci sono locali che riescono a essere contenitori di una scena cittadina. La domanda da porsi è: ‘Qual è il pubblico di questo macrocosmo?’ Forse il pubblico della scena romana è la scena romana. Credo che Roma sia competitiva a livello nazionale, non so se lo sarebbe a livello internazionale. E’ importante confrontarsi non solo all’interno della scena romana, ma con l’intero universo musicale per avere realmente un’idea della qualità e del livello della musica che facciamo.

 

Grazie, ricordaci le date dei prossimi concerti e quando uscirà il disco.

Stiamo organizzando un tour estivo, nel frattempo suoneremo il 24 maggio a Frascati al Fahrenheit, e a inizio giugno presenteremo il disco a Roma in un locale ancora da annunciare. Speriamo di vedervi tutti.

Video Blues Balneare

 

 

Luigi Costanzo – PoliRitmi

Fine Before You Came: S f o r t u n a

Era un sacco di tempo che volevo scrivere qualcosa su questo disco. Ho pensato di farlo a quattro mani con il mio amico Stefano, mi son convinto che non l’avrei fatto mai più, e infine mi ritrovo finalmente a parlare di uno di uno dei dischi più importanti degli ultimi cinque anni di musica italiana.
Nel 2009 -a dieci anni dalla nascita – i Fine Before You Came, nati e cresciuti a Milano, escono con il loro primo disco in italiano S f o r t u n a. Senza la benché minima promozione, in free-download e con una distribuzione semi-inesistente, ma soprattutto con un passaparola a dir poco contagioso, S f o r t u n a si è imposto, abbracciando i fan dei generi più disparati, me compreso.
Spiegare cosa ha in più questo disco rispetto alle uscite di genere (qui si parla di emo-core) è veramente complesso. Sin dall’inizio con Lista, i Fine Before You Came si mettono a nudo, offrendo il fianco e riuscendo con una semplicità che definirei sconcertante a creare un inscindibile legame con l’ascoltatore. Non troverete un fan di questo disco che non abbia una storia da raccontarvi, un aneddoto, una ragione che lo leghi indissolubilmente a questo album.
S f o r t u n a tocca  sentimenti umani, senza rinchiudersi in microcosmi come spesso accade alla musica nostrana. Qui non si parla di ambienti o di sensazioni proprie a una piccola parte della popolazione umana, S f o r t u n a parla d’amore, frustazione, rabbia e ne parla in modo tanto viscerale quanto poetico. Impossibile ritrovarsi indifferenti di fronte ai testi di Jacopo Lietti quando canta: “mi concentro su un particolare e tutto mi è chiaro / vedo la nostra fine / solo una piccola parte di me risponde all’appello ma tu non la senti”, o che “oggi è una così bella giornata / e io vorrei che tu tornassi a casa per cena”. Senza parlare di Fede, forse il brano che conquista di più al primo ascolto con un ritornello che fa rabbrividire una generazione di ventenni e trentenni con  la meraviglisa scansione della frase: “io non mi sono mai vestito da adulto”, sino ad arrivare ad uno struggente addio:“quella canzone che ascoltavamo andando al mare non l’ascolto più / non mi piace più / da quando tutti hanno smesso di chiedermi di te”.
Nulla a che vedere quindi con pariolini appena maggiorenni, biblioteche comunali, e cose di cui non frega un cazzo a nessuno che abbia un cuore.
Curiosi quanto commoventi i retroscena delle sfighe (giusto per non dire un’altra volta S f o
r t u n a) avvenute durante la registrazione dell’album, ennesima prova della veridicità che viene trasmessa nelle tiratissime take di questo album, rifatto pressoché ex-novo più di una volta.
Un disco che fa di testi meravigliosi e di una musica che ora prende dagli amati padri putativi dell’emo-core, ora si impossessa del post-rock più diretto ed emozionale, una sintesi magistrale che non ha precedenti nella musica italiana.
Si potrebbero ancora dire tantissime cose, tuttavia si tratterebbe di spostarsi dal personale all’arbitrario, dal sentimentale all’accorato. L’unica cosa che mi resta da dire è che S f o r t u n a  è la rappresentazione più alta del do it your self nell’Italia del nuovo millennio. Un disco che sicuramente ricorderò e ricorderemo.

Luigi Costanzo 

Roma Rocks #4: Testaintasca



La nuova uscita targata 42 Records – etichetta romana retta da Emiliano Colasanti – si chiama Testaintasca. I Testaintasca, anche loro di Roma, arrivano alla loro prima uscita discografica con cinque brani che in un modo o in un altro già circolavano da circa due anni. Sì, perché il loro primo EP risale al 2011, e solo adesso è stato pubblicato, probabilmente come terreno di base per un prossimo lavoro.

La band già gode di una solida fan-base, come dimostra il pienone del 26 Aprile alle Mura a San Lorenzo, dove qualcuno è anche rimasto fuori vista l’eccessiva calca all’interno del locale.

Punta di diamante della produzione della band formata da Fabio, Valerio, Giorgio e Pietro è indubbiamente il video-singolo de La Musica (mi piace tanto), pezzo che racchiude in sé un incredibile potere bubble-gum pop. Un pezzo semplice, incredibilmente orecchiabile e che non lascia più il tuo cervello… alla The Monkees per capirci. Perché dico The Monkees? Proprio perché è proprio dal beat che i Testaintesca creano la loro cifra stilistica.

L’apertura dell’EP, Collaborare, non fa altro che mantenere le ottime impressioni de La Musica con un testo che potrebbe essere preso ora come modello, ora come sberleffo della moderna sinistra. Un testo che nonostante l’umore musicale ‘ottimista’, nasconde una certa rabbia inespressa; forse il pezzo più vicino ad un possibile futuro garage rock.

Purtroppo però il terzetto finale dell’EP – che conferma le evidentissime influenze beat, un po’ Merseybeat, un po’ Los Angeles – non è all’altezza con le premesse dei primi due brani. Non v’è dubbio che Fabio Conte in questi ultimi brani si confronti in modo molto più diretto con il cantautorato italiano, riuscendo spesso a fare un’ottima figura e ad essere semplice ed acuto, senza sembrare mai pretenzioso o pontificatore. Una buona novità rispetto alla media dei gruppi romani impegnati nel duro compito di scrivere in italiano. Non basta questo, tuttavia, a risollevare l’ingenuità musicale di Blù, o il songwriting acerbo di Settembre, pezzi sì buoni ma non all’altezza della solidità dei primi due brani.

Riassumendo, un EP che fa presagire un possibile futuro brillante, ma anche un futuro ben più generico e non necessariamente esaltante. Ciò non toglie la gioia di tornare ad avere in Italia un gruppo beat valido, dopo la prolificatradizione degli anni ’60. Speriamo bene!


Luigi Costanzo


Considerazioni sulla musica italiana

In Italia è prassi comune, soprattutto fra gli appassionati di musica, di sminuire e spesso demonizzare qualsiasi espressione artistica proveniente dal belpaese. Sento di essere parte di questa macrocategoria, e non nascondo che questo provochi in me numerosi conflitti interiori. Non c’è dubbio che questo possa essere in parte causato dal classico campanilismo che configura l’Italia in tutti i suoi aspetti, ma non è solo questo. L’Italia per tantissimo tempo è stata una terra interessante per gli artisti esteri che frequentemente si son confrontati con il mercato italiano traducendo canzoni,  talvolta esibendosi anche al festival di Sanremo.

Quando si riflette sulle correnti musicali italiane –ricordiamoci sempre che parliamo di musica leggera- vengono in mente soltanto i cantautori italiani, e la vivace scena progressive degli anni ’70 che tuttavia era spesso troppo legata ai modi stilistici inglesi. E’ piuttosto innegabile che gli anni della contestazione, seppur scanditi sempre dalla musica, siano stati importanti nell’influenzare (in negativo) il gusto musicale delle generazioni italiane successive. L’obbligo morale di dover necessariamente parlare di politica, e la volontà incrollabile di categorizzare ogni artista in una corrente definita hanno spesso emarginato chi si rifiutava di entrare all’interno di queste dinamiche esterne alla proprio arte. Un caso paradigmatico è quello di Piero Ciampi, cantautore geniale e sensibile, e spesso poco compreso perché distante dalle classiche canzoni di protesta.


La scarsa integrazione degli immigrati forse è un’altra causa dello scarso rinnovamento della musica italiana; che ci ha privato di quelle contaminazioni utili a creare delle inedite idee musicali.  


Dando per buoni tutti questi dati, ciò non toglie che spesso l’accanimento nei confronti dei nostri artisti è del tutto immotivato e spesso pregiudizievole. Capita non di rado di vedere band di scarsissimo livello essere acclamate ed accolte dopo acerbi album d’esordio, mentre in Italia per emergere è necessario inanellare una serie di lavori inattaccabili, oppure di sperare che la propria proposta piaccia all’estero.

In questo la scarsa attenzione degli addetti ai lavori non aiuta. Le maggiori riviste musicali spesso guardano all’Italia con la coda dell’occhio. Capita fin troppo spesso che queste parlino di un fenomeno quando questo è già esploso, o nei peggiori dei casi, anche terminato.

 Insomma si potrebbe dire che la vera crisi della produzione musicale nostrana non sia altro che la conseguenza di una diffusa miopia da parte di appassionati, e dei critici.


Luigi Costanzo

Non vedere il Festival di Sanremo


Come tutti saprete, si è recentemente concluso il 63° festival di Sanremo, celeberrima manifestazione canora che è anche uno dei maggiori eventi mediatici italiani. Quest’anno, come già lo scorso anno, non ne ho seguito neanche un minuto. La scelta non è solo ideologica ma anche pratica. Sanremo, da sempre, è una kermesse canora dominata dai poteri forti della musica: dalle grandi etichette, dai talent scount, e ora dagli odiati talent show. Tuttavia, se si volesse tracciare una storia del festival, si può tranquillamente affermare che in una sua prima fase, benché fosse comunque una manifestazione strettamente commerciale, grazie a buoni artisti – comunque spesso e volentieri non vincitori – e soprattutto ad autori di livello, è riuscita a regalare qualche sprazzo di interesse, e talvolta ha anche dato grandissimi pezzi alla canzone italiana.
Al momento però la situazione è molto diversa.  Abbiamo già parlato di X-Factor, ed è proprio da quello show che viene fuori il vincitore di questa edizione, Marco Mengoni. Non entro nei meriti (e demeriti) musicali del giovane cantante italiano – anche perché non ho ascoltato il pezzo, e credo non lo farò se non costretto – ma è quanto mai grave pensare che il meglio della canzone italiana sia rappresentata da un ragazzo che si è fatto le ossa in un programma che svilisce completamente l’idea di artista, e di artistico. Burattino delle case discografiche e assolutamente privo di un talento oltre alla sua voce. Questo è ciò che abbiamo, e ci si chiede quale è stato il ruolo di Mauro Pagani, ex PFM, nonché nume tutelare della musica italiana, che quest’anno prendeva il ruolo di direttore artistico.
Quest’anno ha anche confermato il flop delle band alternative. Gli sfortunati sono stati i Marta sui Tubi. Sarebbe interessante interrogarsi sulle motivazioni che portano le band che nascono all’interno di circuiti indipendenti all’approdo a Sanremo, ma temo che non si troverebbe una risposta univoca.  Sta di fatto che Marta Sui Tubi hanno deluso una buona parte dei fan, e dubito avranno un grande spazio fra la musica ‘ delle masse’,o sarebbe preferibile dire ‘dei mercanti’.
Ma veniamo a quella che è l’unica nota positiva di questa edizione di Sanremo (unica nota in tutti sensi): ‘La canzone mononota’, ennesima geniale manifestazione di Elio e Le Storie Tese, forse la band italiana più talentuosa degli ultimi vent’anni (e questa non si poteva non ascoltare, almeno su youtube). Sì, perché gli Elii si esaltano nel grottesco, e ancora una volta portano un pezzo assurdo, intelligente, cazzeggione, e fortemente critico. Una delle poche band italiane in grado di avere due piani di lettura… però ancora una volta ha vinto un Mengoni.
Luigi Costanzo