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Dio Lodato…per Joe Cassano

E’ l’Italia degli anni novanta e mentre spopola la dance in tutta Europa, nel mondo del Rap qualcosa si fa serio. Certo siamo lontani dalla scena statunitense piena di sangue e vitalità. Nel Bel Paese non ci sono la West e l’East Coast, ma nello splendore della Costa Adriatica il rap italiano scrive alcune delle migliori righe che lo abbiano mai riguardato. Vi è una particolarità tutta italiana del Mar Adriatico ossia la sua interconnessione con la città di Bologna. E’ da qui che parte la nostra storia. Forse, la storia del migliore MC che l’Italia abbia mai avuto. E’, infatti, nell’interconnessione tra Adriatico e città felsinea che si svolgono i migliori jam come Zona Dopa a Pescara o il Mic Check nel capoluogo emiliano. All’interno di queste manifestazioni spontanee dell’allora movimento hip-hop italiano si inserisce la parabola di Giovanni Cassano, in arte Joe Cassano. Giovanni Cassano nasce da una famiglia italo-americana a Bologna nel 1973 Dopo aver vissuto alcuni periodi dell’adolescenza a New York, durante il periodo universitario impone il suo nome nella scena italiana.

Così, mentre in Italia si sente il tintinnio delle manette milanesi, che abbatte un’intera classe dirigente, a Bologna si forma la Porzione Massiccia Crew nel 1992 per iniziativa di Inoki, Pazo e Gianni KG. Inizialmente la crew felsinea si occupava di writing: Inoki si firmava come Enok e Pazo si firmava come Paniko. Erano gli anni in cui la scena Hip-Hop italiana non era il simbolo lampante della globalizzazione capitalista, ma una sottocultura intrisa di arte visiva, musicale e letteratura sociologica. Il 1998 è l’anno del grande debutto sulle scene musicali della Porzione Massiccia Crew con il mixtape Demolizione 1, che vede la preziosa e unica presenza di Joe Cassano, di Rischio, Word, DJ Locca e DJ Iena in qualità di componenti della PMC. A collaborare vi furono quali: Shezan il Ragio, Fabri Fibra, Chime Nadir, Deda e DJ Lugi. Nello stesso anno rappa nel brano degli Uomini di mare Teste mobili Pt. 1, presente in Sindrome di fine millennio. Sindrome di fine millennio ha acquisito un notevole successo di critica e oggi è considerato un disco culto ed un album storico nell’ambito del rap italiano, questo soprattutto dopo l’imposizione di Fabri Fibra sulle scene nazionali. Ne resta un manifesto stilistico cui le generazioni successive si sono riposte.

Sembravano le migliori premesse per costruire una scena nazionale che con il nuovo millennio si sarebbe potuta imporre nel mondo, ma la primavera del 1999 strappa dalla vita Joe Cassano che muore a venticinque anni a causa di un arresto cardiaco. Sembra la fine di tutto per il Rap italiano, ,ma grazie al ad Alberto Cassano la Portafoglio Lainz decide di completare l’album Dio lodato .

Dio lodato è un album composto da dodici tracce, in cui alla numero undici spunta la versione acappella “Dio Lodato…per sta chance”. Un testo unico, condito da una voce rara, racchiusa in un talento cristallino. Non un testo semplice, vista la grande mole di temi trattati. Quel che spero ora è che leggendo questo articolo qualcuno riprenda quella dozzina di tracce e le faccia ascoltare alle nuove generazioni.

L’Italia ora balla e fa rap con Rovazzi. Io guardo indietro, aspetto la nuova generazione e dico: “DIO LODATO…PER JOE CASSANO”

Londra fa chiudere il Fabric, la sua anima

Quando il punk, superstite del rock, cessò di avere una vena alternativa e si proclamò a megafono delle major e di ogni argomento alla moda, non rimase che il mondo dei rave per i giovani inglesi. Rave veri, non come quei raduni nostrani per soli tossici o per figli di papà, che in realtà per ogni cognome assumono una pasticca. Così come accaduto per le terrace e il movimento delle firm calcistiche, anche gli adepti Rave però dovettero trovare nuovi spazi di espressione, laddove il Governo Britannico li osteggiava a colpi di leggi e divieti.

In quel contesto nacque uno dei luoghi simbolo di Londra e della scena mondiale ossia il Fabric. Non nacque sotto gli auspici migliori. Infatti, nello stesso periodo a Londra aprì nel West End, un club che si chiamava Home, il quale per farsi conoscere mise immediatamente a suonare Paul Oakenfold e Danny Rampling. Nomi leggendari, già in voga all’epoca a cui il Fabric rispose con Terry Francis e Craig Richards. Oggi anch’essi colonne portanti e storiche della scena, ma che all’epoca null’altro erano se non gli amici dei fondatori del club.

Il club Fabric nacque in un clima di persecuzione per ogni forma di aggregazione da parte dell’allora governo Blair. All’incirca come quel che sta avvenendo in Italia negli ultimi cinque anni, il Cocoricò è il caso più emblematico. Innanzitutto come saprà chiunque ci abbia ballato almeno una volta nella sua vita, la caratteristica migliore dell’impianto del Fabric è sempre stata la dedizione e maniacale attenzione affinché la musica ne fosse protagonista. Questo nei club avviene solamente allorché ci si concentra nell’impianto audio. Infatti, il Fabric possiede, oltre all’impianto standard, 400 trasduttori per i bassi piazzati sotto il pavimento. La sensazione è di di legare il proprio ritmo cardiaco a quello dei bassi.

La qualità della programmazione del Fabric è qualcosa di unico nella scena londinese. L’attenzione per i dettagli e non per i soli nomi è stato qualcosa di irripetuto in Europa. Al Fabric anche i grandi nomi sono stati chiamati per quello che sapevano trasmettere e non per il brand che ormai definiscono alcuni dj’s. Ciò ha fatto in modo che John Peel accettasse di suonare all’interno del club, rimanendone per una volta estasiato. John Peel al pubblico neofita è sconosciuto, ma nella realtà internazionale e specialmente britannica rappresenta quel che Hegel ha rappresentato nella filosofia tedesca per secoli. John Pee, è stato un giornalista, conduttore radiofonico e disc jockey britannico.

È stato una delle voci storiche della BBC dal 1967 fino alla sua morte, avvenuta per infarto del miocardio mentre si trovava in vacanza lavorativa in Perù. La sua influenza nella musica contemporane è testimoniata dagli onori dedicatigli dopo la sua morte da artisti di livello mondiale (Blur, Oasis, The Cure, New Order) e dalla fama raggiunta dal suo programma principale, le “John Peel Sessions”, in cui ospitava una band per un’esibizione esclusiva di quattro canzoni del loro repertorio. Molti artisti ritengono il loro passaggio da John Peel come un’importante punto di svolta della loro carriera. Tra questi si ricordano Peter Hammill, T. Rex, David Bowie, The Faces, Sex Pistols, The Slits, Siouxsie and the Banshees, Pink Floyd, The Clash, Napalm Death, Carcass, Buzzcocks, Gary Numan, The Cure, Joy Division, Nirvana, The Wedding Present, Def Leppard, Pulp, Ash, Orbital, The Smiths, The White Stripes, PJ Harvey Misty in Roots e Uzeda.

Altra caratteristica del Fabric è stata quella del rifiuto di seguire le mode. Qunado il mondo guardava a Berlino, il che a Roma faceva abbastanza ridere vista l’assenza di fabbriche, Londra restava se stessa. E i tempi e modi di essere li batteva il Fabric. Una dimostrazione palese ne è il fatto che riescano a sostenere ancora un’etichetta discografica di successo basata soltanto sui CD , venduti in scatole da sigari.

Ciò nonostante è arrivata nella capitale mondiale della cocaina la scelta di far chiudere il Fabric. Il consiglio municipale di Islington, una delle municipalità di Londra dove risiede il club, ha sancito la chiusura del leggendario locale che secondo quanto deliberato non potrà continuare ad avere la licenza. Nel documento si fa riferimento, in particolare, a due episodi avvenuti tra il 25 giugno al 6 agosto scorso, quando due 18enni sono morti dopo aver acquistato e assunto MDMA e altre droghe all’interno del Fabric. Tra i motivi che hanno portato alla revoca della licenza anche quelli secondo il quale il personale del locale, oltre a essere a conoscenza delle grandi quantità di sostanze illegali che circolavano nel locale, non sarebbero intervenutioin maniera adeguata durante i soccorsi. Dopo questi due decessi, la proprietà e la gestione del Fabric aveva deciso di chiudere per un weekend in modo da agevolare le indagini degli inquirenti. Il Fabric ha sempre tenuto una politica di controllo degli ingressi molto severa, addirittura con metal detector e perquisizoni anti-terrorismo negli ultimi mesi. Il che, se si pensa alla sicurezza negli altri club europei da molto da pensare.

Quanto detto sopra non significa che l’ecstasy sia ormai una piaga. In questi anni i casi di morte per ecstasy (o MDMA) nel Regno Unito sono aumentati e la riprova ne è che nel 2010 i morti dopo aver assunto ecstasy erano stati otto, mentre nel 2014 si sono registrati cinquanta decessi. Ad agosto, per esempio, la rivista Mixmag ha iniziato una campagna per il consumo ridotto di MDMA con lo slogan “Don’t be daft, start with a half“, che significa “Non essere sciocco, inizia con mezza”. Ma, contrariamente all’opinione della polizia, per cui la discoteca è un «rifugio per il rifornimento e il consumo di droga», per i gestori il Fabric è sempre stato un esempio per quanto riguarda la sicurezza, le persone sospettate di spaccio sono sempre state consegnate alla polizia e la droga trovata sempre confiscata.

Ora sarà importante mantenere in piedi lo spirito del fabriclondon, il quale venne aperto come risposta alla scena club di fine anni Novanta. Esso ha rappresentato un modo di essere e vivere la musica ai tempi infausti di Skrillex, Steve Aoki e Afrojack. Un modo di essere e vivere la musica, il cui testimone farà del bene se preso da chi non vuol fare rave o club alla moda, ma vivere per lo stesso spirito di fine anni novanta. Quando il rock era ormai morto. Anche se ora a rischiare di morire è la club culture.

Top 5 dell’indie rock mainstream italiano

L’Indie Rock in Italia dalla seconda metà degli anni 2000 è diventata una moda. Non me ne vogliano i fans, ma si tratta della triste verità.

Ad ogni modo prima di cominciare ad eliminare le playlist di spotify in preda ad una crisi isterica, è bene che sappiate che non tutto ciò che diventa “mainstream”  è meritevole di essere cestinato, anzi: tra artisti, cantautori e strimpellatori universitari sopravvalutati esiste una top 5 delle Indie Rock band italiane che è giusto continuare ad ascoltare anche se i loro brani hanno smesso di essere ascoltati solo da persone con la barba molto lunga con indosso camice a quadretti di flanella (per inciso, il 2009 è finito da un po’, tagliate la barba e buttate quella camicia).

1)  Baustelle

Forse perché sono i padri del nuovo indie rock, forse perché sono i più bravi, ma Charlie fa surf è sempre piacevole da ascoltare.

2)  Le luci della centrale elettrica

Sono stati per qualche settimana, forse qualche mese un’epidemia, quasi il manifesto di una generazione di ragazzini che si credevano alternativi. Poi Brondi ha preso il volo. Però Cara Catastrofe è davvero una bella canzone, anche ad epidemia passata.

3)  The Giornalisti

Sono gli ultimi arrivati, i più freschi del panorama indie rock mainstream “Fine dell’Estate” il settembre scorso è sembrato un pezzo diverso da ascoltare alla radio e adesso dopo un’estate di “andiamo a comandare” manca terribilmente.

4)  I cani

La band non band campione di leggerezza, mai di banalità, prima non li ascoltava nessuno ora fanno sold out in tutta Italia. Corso Trieste prova a raccontare le sensazioni del tipico adolescente romano.

5)  Calcutta

La scoperta del 2016, la sua Oroscopo ha fatto due milioni di visualizzazioni su Youtube, acclamato da folle di ragazzini e non. Frosinone però, è più bella.

L’arsenale del nerd musicale

Pensate di aver trovato la stazione radio ideale, che vi accompagna mattina e sera e illumina le giornate? Non fermatevi. Avete il telefono pieno di musica raccolta negli anni, e ogni volta che premete play vi brillano gli occhi? Avete appena cominciato. Le vostre playlist per la palestra, per lo studio, per il lavoro, per la macchina il sabato sera sono solo degli embrioni. Nerdizzatevi. Ci sono universi di conoscenza a un passo. Ed è tutto gratis. Ok, ce ne sono un paio in cui si ascolta a pagamento.
Cominciamo dalle basi? Spotify. Non è perfetto (vi risparmio il trattato sull’usabilità dell’interfaccia) e non è completo, ma nessun’altra piattaforma di streaming è gratis. Non usatelo come collezione (mancano troppi dischi meravigliosi, tra cui quelli dei King Crimson), ma come prima opzione per ascoltare un musicista. In alternativa, a dieci euro al mese Google Play offre una serie di bonus che lo distinguono – ad esempio, la possibilità di caricare i propri file e ascoltarli in streaming (mentre Spotify Premium permette di ascoltare i file locali, senza possibilità di accesso da un altro dispositivo). YouTube è tramontato come player musicale, inseguendo con successo uno status di piattaforma per contenuti originali.
Andate dove vanno i musicisti: Bandcamp e Soundcloud sono scelte formidabili per tutto ciò che non è major, con un paio di caveat. Bandcamp, di base, non offre necessariamente streaming gratuito: è un mercato, in cui l’ascolto è una cortesia spesso fornita. In compenso comprando da Bandcamp si sostengono direttamente i musicisti. Soundcloud sta attraversando momenti difficili ma rimane un punto di riferimento per tutto ciò che è hip hop e elettronica originale. Poi c’è Mixcloud, che ha portato i dj via dai rischi di Soundcloud con una piattaforma dedicata ai mix. Interfaccia un po’ ruvida, ma l’ascolto è di altissimo livello e vi risparmia tanto lavoro per le vostre feste a casa: perché attaccare una playlist fatta in casa da un telefono alle casse quando si può avere Deadmau5? Se volete party memorabili senza delegare ad estranei, mollate iTunes e passate a Beatport: la musica che viene suonata nei club di tutto il mondo passa da qui.
Passo indietro, torniamo a Spotify. La parola chiave ora è big data, e la direzione si chiama everynoise.com, che nasce come mappa dei generi musicali ancora prima della partnership con la piattaforma svedese. Ora con Every Noise at Once si possono visualizzare i 1371 generi musicali identificati sia in una pratica mappa che in una lista ordinabile, partendo dal proprio genere preferito, per somiglianza. Ad ogni genere è abbinata una playlist di oltre duecento brani, per trovare la propria nicchia. Il consiglio è sceglierne uno a caso e tuffarsi. E non è finita qui: c’è il Sorting Hat, che segnala tutte le uscite dell’ultima settimana dividendole per genere e ordinandole per fama del musicista, in modo da poter seguire le proprie scene preferite. Ci sono le playlist di cosa si ascolta nelle città del mondo, e la possibilità di ordinare le città per somiglianza (lo sapevate che Roma assomiglia alla Scandinavia molto più che a Milano?).
Ma qualsiasi database musicale impallidisce di fronte a discogs. Tutta la musica mai pubblicata viene catalogata per fini commerciali, con shopping incluso. Facilissimo disorientarsi nell’interfaccia ostica, e l’utente medio si chiederà “ma cosa ci faccio con questa roba?” Semplice: si seguono le case discografiche di riferimento dei mondi più underground dell’underground, da tutto il mondo. Se siete metallari è più semplice l’Encyclopaedia Metallum, che raccoglie informazioni complete su oltre centomila band metal.
E, in aggiunta al vostro player musicale (ormai tutti uguali, tranne iTunes e Windows Media Player che sono immensamente inferiore: a me piace MusicBee, ma se rimanete con WinAmp va benissimo), prendete le canzoni in mano e vivetele con Mixxx, che – sembrerà assurdo – è praticamente un software professionale per dj, ed è gratis. Estremamente facile da usare grazie ad un’interfaccia molto visiva, permette di sporcarsi le mani senza troppe complicazioni.
Ma fare tutto questo da soli è un lavoro, non un piacere. Diffidate dei blog “istituzionali” (Pitchfork e Vice su tutti, ma anche spazi come FACT che offrono contenuti extra come mix e segnalazioni di uscite su cassetta), la recensione come consiglio per gli acquisti è morta e sepolta. Cercatevi uno spazio più “intimo” (in Italia Deer Waves è un’ottima guida all’indie), scambiatevi consigli con gli amici, o – visto che essere online è una certezza – entrate in una comunità, sui social più mainstream o su quelli che in Italia arrivano con più lentezza, come reddit.

Rame, Joe Victor e Jonny Blitz per Bring Back Those Colours

Nella cornice dell’Atelier Montez la musica d’autore romana incontra l’arte fotografica di Jacopo Brogioni per sostenere il progetto “ Bring Back Those Colours” a favore di Unicef Italia, prodotto da CultRise.

Ad aprire la serata sarà il cantautorato elettronica di RAME. Il gruppo nato dall’incontro con Fabio Grande e Matteo Portelli, RAME è il primo progetto ufficiale del cantautore romano Mattia Brescia a cui nel tempo si è unito Aron Carlocchia, pianista, produttore di musica elettronica e tastierista dei Mary in June e di AndyTrema. Quello di RAME rappresenta una commistione d’autore che dall’elettronica riesce a dar vita ad una voce del tutto originale e potente, che risuona, grazie ai testi di Brescia, tra le liriche dell’Arcadia e la poesia di Majakovsky. Un suono fuori dagli schemi per un pubblico colto e aperto al contemporaneo

A seguire per Bbtc si esibiranno i “Jonny Blizt”. Formatosi ormai sette anni addietro hanno riscosso sin da subito il plauso di critica e pubblico. La loro affiatata complicità diverte e convince il pubblico, sempre numeroso che già nel 2010 li ha visti vincere la seconda edizione del ROMA ROCK Giovani, vincendo il premio del pubblico e il premio della giuria. Colpa del sole è il loro secondo disco ufficiale ed il primo sotto l’egida di Maciste Dischi. Un album, maturo e non annoiato per una formazione che ha già fatto conoscere sé stessa oltre l’ambito romano.

A chiudere il concerto live ci penseranno i “Joe Victor”. I Joe Victor sono uno dei gruppi più luminosi e talentuosi di Roma. Se la trasmissione Gazebo li ha presentati alla nazione, è solo grazie alla tenacia e bravura che ha ottenuto il meritato successo. Le passioni comuni dei membri della band sono il Rock & Roll e il folk americano in tutte le sue forme, il Calypso e il Pop degli anni ’80. Questo mix di suoni viene sintetizzato in un suono mai noioso, capace di riscoprire sonorità del passato, portando un proposta fresca e non banale all’ascoltatore. Premiati dall’uscita del loro nuovo album “Blue Call Pink Riot” hanno risposto fin da subito all’appello per contribuire al futuro dell’infanizia in Nepal. Loro sono: Gabriele Mencacci Amalfitano, chitarra e voce; Valerio Almeida Roscioni, tastiere e voce; Michele Amoruso, basso; Mattia Bocchi, batteria e percussioni.

Una serata all’insegna della musica, del divertimento, ma soprattutto di partecipazione presso l’Atelier Montez che ospita dal 6 febbraio la mostra fotografica “Bring Back Those Colours”.

“Ridateci quei colori” è il progetto fotografico realizzato in Nepal da Jacopo Brogioni prima e dopo i devastanti terremoti che hanno colpito il paese nel 2015. Grazie al giovane team dell’Associazione CutlRise, “Bring Back Those Colours” dopo essere stato ospitato a Roma presso il MAXXI, a Milano durante l’Expo negli spazi del padiglione Nepal e Russia e al CRAC di Lamezia Terme arriva alla sua quarta tappa ed espone per un mese intero all’interno degli spazi dell’Atelier romano Montez, ponendosi come obiettivo non solo di sensibilizzare ma anche contribuire concretamente alla ripresa di un paese bisognoso di aiuto. Infatti il ricavato netto della mostra fotografica, della vendita delle opere e delle altre donazioni ricevute spontaneamente sarà interamente devoluto a UNICEF Italia.

Polinice ne è media partner con la consapevolezza di contribuire a una causa di solidarietà mettendo in relazione i talenti romani che vanno dalla fotografia alla scrittura, passando per la musica.

 

SABATO 20 FEBBRAIO

APERTURA AL PUBBLICO: ORE 21.30

MUSIC 4 NEPAL

Presso l’Atelier Montez |via di Pietralata, 147/A, Roma
Ingresso consentito fino ad esaurimento posti con una donazione minima di 5 Euro

 

Giuro di essere normale

Ho già scritto delle mie abitudini di ascolto – non esattamente tipiche, e un po’ compulsive. E quindi ho deciso di cambiarle. Normalmente il mio rapporto con la musica è privato, isolato, attivo e stazionario. Ho cambiato ognuno di questi fattori.

La parola “radio” mi crea un certo disagio. Non è una questione di gusto per la musica – ultimamente le mie playlist sono esclusivamente pop, per una crescente insoddisfazione verso i vari mondi rock. In linea di massima, un’ora di radio mainstream avrà una selezione musicale piacevole. È proprio un problema di modalità. La radio è lì, un oggetto al centro di uno spazio, così anticamente monofunzione, accesa o spenta. Si sale in macchina e parte – con tutto me stesso non sono riuscito a inserirla nei momenti sacri della giornata, dalla colazione in poi. La radio mi dà orticaria costante. Sono abituato ad ascoltare un minuto e mezzo di ogni canzone, e ad ascoltare solo canzoni. Il blocco da 15 minuti di musica con cui RDS apre ogni ora è devastante. Le chiacchiere sul più e il meno di RTL all’inizio quasi angosciose. Ma la radio vive di ascolto passivo, e dopo poco la musica si confonde al cazzeggio degli speaker: compagnia a portata di mano.

Se prendiamo per buoni i dati di ascolto 2015, il pubblico radiofonico italiano arriva a 35 milioni – numero enorme che presumo coinvolga anche chi ascolta suo malgrado, cioè i passeggeri in un auto altrui e così via, ma che racconta un’Italia innamorata dell’oggetto e del contenuto. La musica non è un fattore: funziona come accompagnamento, ma a vendere il prodotto radio è la personalità dietro al microfono (in casi come Deejay e Radio2), o uno stile editoriale comune durante la giornata. Le canzoni sono inoffensive ma piacevoli, con un numero sorprendente di avventure negli anni ottanta – della serie, quando eravamo felici. E di Italia c’è poco. Il gracchiare del segnale disturbato a Civitavecchia è una liberazione: prossima volta chiavetta USB. Almeno dopo una canzone che mi piace (RDS e RTL ne passano molte) posso sceglierne una che segua in modo logico.

La musica quando ci si sposta a piedi è un discorso più moderno e personale. Impossibile usare lo smartphone: troppe notifiche, troppo Youtube a portata di mano – è un problema di instant gratification, venti secondi di capre che urlano come esseri umani saranno sempre meglio di cinque minuti di canzone. Rispolverando il lettore mp3 bisogna superare il terrore dell’archeologia: ma cosa ascoltavo due anni fa? Qualcosa è ancora piacevole, dài. Aggiornare la playlist e inserire di nuovo le cuffiette nella quotidianeità significa riscoprire un lato intimo dell’ascolto che cura il cervello. Tolgo spazio al pensiero creativo e lo concedo alla fantasia: buffering terapeutico, sinapsi rilassate e iperattive.

Mi ha impressionato la rapidità con cui la musica nelle orecchie mi ha fatto passare dal ragionamento all’immaginazione. È il contrario della radio: il suono al centro del mondo e la vista che processa in background, facendo scorrere semafori e marciapiedi e alberi e persone senza interferire con il mondo interiore. L’unico problema, almeno per me, è l’abitudine: la selezione prima e lo shuffle frenetico poi mi porta a sentire solo quello che conosco. Un trauma, rispetto al solito vivere di 50-100 canzoni nuove al giorno.

Mettere la musica al centro dell’esperienza rimane difficile. Alla prima di Coppelia – venerdì 30 ottobre al Teatro dell’Opera di Roma – il balletto è esistito, nella mia mente, come rappresentazione muta. L’orchestra non amplificata è un’esperienza di godimento sonoro unica, ma i ballerini raccontano sovrastandola. Esisterebbero senza lo spartito? No, ma questo non rende la musica memorabile. Anche perché Coppelia è teatro molto piacevole, ma Léo Delibes è un compositore che rende meglio nell’opera piuttosto che nel balletto.

Tornare al pc – alla scoperta frenetica, al riascolto, alla compressione rapida di informazioni – è un sollievo, la mia personalissima normalità. Però magari un mp3 nuovo lo compro, va’.

Architettura & Musica: affinità percettive, visioni creative

 “ Sono certo che v’è in ciò un’affinità. […] Tuttavia fra l’architettura e la musica v’è un’analogia  di visione creativa. Differiscono soltanto la natura e l’uso dei materiali. Le possibilità del musicista sono di gran lunga maggiori di quelle consentite all’architetto. Le manie del cliente non esistono per il grande compositore. La praticità riveste scarsa importanza nel suo sforzo creativo. […] Ma entrambi, architetto e musicista, debbono affrontare e sormontare lo stesso pregiudizio, la stessa arretratezza culturale. Le limitazioni che la stupidità umana impone alla penetrazione e alla percezione estetica sono uguali per entrambi.”

A parlare dell’ “affinità” che intercorre fra Architettura & Musica, è Frank Lloyd Wright. Nella sua autobiografia, egli racconta che da bambino soleva giacere desto ascoltando i passaggi della Patetica di Beethoven : “ […]la sonava il babbo sullo Steinway verticale al pianterreno della casa di Weymouth”. E ancora : “Quando costruisco odo spesso la sua musica e, sì, sono certo che quando Beethoven componeva, doveva vedere a volte edifici simili ai miei per il carattere, qualsiasi forma potessero assumere.” Questa è l’esperienza individuale che Wright ha avuto con la musica, in particolare quella di Beethoven, durante la sua vita. Egli non pecca di presunzione quando accosta la sua abilità architettonica a quella musicale del grande compositore. Numerose, difatti sono le analogie che si possono scorgere nella composizione architettonica del primo nei confronti del secondo.

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Chamberworks

Ma guardando a queste due “arti” in senso più generale, simbolismi e corrispondenze sono molteplici e già dibattuti in diversi periodi storici. Secondo una tradizionale classificazione, musica e architettura appartengono al novero delle arti “asemantiche”: facendo un esempio elementare, possiamo dire che un re o un fa diesis, una colonna o un timpano, non hanno alcun significato e non affermano nulla, mentre un verso come “Ei fu siccome in mobile dato il mortal sospiro stette la spoglia immemore orba di tanto spiro…” vuol dire che Napoleone è morto, come il suo corpo è immobile dopo aver esalato l’ultimo respiro. La letteratura, essendo fatta di parole, e la pittura figurativa, essendo fatta di segni iconici, sono appunto, al contrario della musica, arti “semantiche”. Questa classificazione ha senza dubbio un nucleo di verità difficilmente contestabile, ma risulta in effetti assai meno ovvia di quanto le apparenze non suggeriscano. Innanzitutto occorre distinguere il significato della funzione: è inteso che le arti, semantiche o asemantiche, a qualcosa finiscono pur sempre per servire, sia attraverso la loro destinazione intrinseca, ad esempio ammirando un’opera architettonica, sia attraverso scopi più o meno legittimi che la loro fruizione consente di soddisfare il nostro gusto di esibire come status symbol un quadro di Picasso o di abbandonarsi ascoltando Chopin, o di cercare consolazione leggendo Baudelaire. Da una parte, viene da chiedersi se l’architettura possa correttamente essere considerata un’arte: ha senso? E se sì in che misura guardare un edificio da un punto di vista “puramente estetico”? e che vuol dire “puramente estetico”? Il quid risolutivo della questione sta nel mezzo comunicativo con cui attuare la percezione estetica: essa si basa sulla “messa a fuoco” sistematica e, istituzionalmente prescritta delle proprietà esemplificate dell’opera. Ad esempio le parole di un verso esemplificano alcune delle proprietà fonologiche (sillabe, accenti) che possiedono, e che appunto il sistema metrico seleziona e organizza. In un’esecuzione musicale, al di là della correttezza tecnica, le proprietà sonore si disvelano. Gli stili, in qualsiasi arte, compresa l’architettura, altro non sono che sistemi integrati di riferimenti a qualità esemplificate dell’opera.

È quindi l’atto compositivo creativo, il quale deve dimostrarsi in un’opera architettonica e musicale che sottende le due “arti”. La storia ne ha dato atto; difatti da Pitagora ad Alberti, dal Borromini a Bach, passando da Loos e Schoemberg, e arrivando a Libeskind, nel panorama artistico che vanta oltre due millenni, densi e corposi sono esempi e parallelismi in cui o l’architettura, o la musica si invocano a vicenda come vademecum da seguire e attuare, prima di addentrarsi nella composizione. Sono quindi le percezioni ad aver mosso l’interazione fra le due arti. Ma un esempio fra tutti, a mio parere, dimostra come le affinità percettive derivate in questo caso dalla musica si siano tramutate in visioni creative in un’opera architettonica: il Museo Ebraico di Berlino.

“Un altro aspetto è Arnold Schonberg. Sono sempre stato interessato alla musica di Schonberg, ed in particolare al suo periodo berlinese. Il suo capolavoro è un’opera intitolata Moses e Aaron, che egli non ha potuto completare. Per qualche ragione la logica del testo, la relazione fra Moses e Aaron, tra, si può dire, la verità rivelata ed immaginabile e la verità parlata e “di massa”, conduceva ad un impasse nel quale la musica, il testo scritto di Schonberg, non potevano essere completati.” È l’ architetto del Museo, Libeskind, a parlare di Schoemberg, autore della composizione dodecafonica, dalla quale è partito per tradurre in linguaggio architettonico il vuoto lasciato dalle ultime parole del terzo atto dell’opera musicale incompleta : “ O wort!o Wort!”.

Il drammatico zig-zag, tagliato obliquo da fasci di luce provenienti da fessure nelle pareti perimetrali, regola la sequenza delle sezioni espositive in un ordine che rende lo spazio ricco di contraddizioni, rivelando però, l’invisibile e dando una voce al silenzio, il quale è pieno di angoscia e memoria. Allo stesso modo la musica provoca nell’uditore ansia e inquietudine.

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Museo ebraico di Berlino, vuoto

Da una parte abbiamo l’effetto figurativo di un’architettura che, come dice Libeskind,  è “ridotto ad un segno della sua assenza”, dall’altra invece l’effetto sonoro della musica cessa, facendo calare un silenzio ineluttabile.  Lo spazio fisico nel museo e il suono nell’opera sono in un rapporto reciproco, perché il secondo ha ispirato l’altro, nella creazione di vuoti non accessibili, che possono essere osservati solo dai tagli nevrotici delle finestre.

Teodora M.M.Piccinno

 

Quando la filosofia ispira l’arte

Due ambiti della filosofia sono sia quello dell’estetica, che quello della filosofia dell’arte. Il primo è la riflessione filosofica sul che cosa sia il bello e in cosa consista esattamente, indagando quali siano i criteri per predicare di un’opera d’arte (letteraria, pittorica, musicale, cinematografica, ecc.) la proprietà di essere bello. D’altronde la filosofia dell’arte cerca di capire che cosa si possa definire arte e cosa no. Ma spesso passa in secondo piano il contrario, ovvero quando la filosofia diventa ispirazione dell’arte (se non l’oggetto stesso). Molte sono le opere filosofiche che hanno dato spunto ad artisti e musicisti per produrre qualcosa di originale.

Per esempio, Gustav Mahler per il  quarto movimento della Sinfonia n°3 (Quello che l’uomo mi racconta) si ispirò a Nietzsche al suo Così Parlò Zarathustra. Infatti la voce narrante, che riecheggia in tal movimento, pronuncia alcune frasi del libro appena citato. Precisamente si tratta del “Canto di Mezzanotte”.

Un filosofo che invece è diventato un privilegiato del panorama artistico è appunto Wittgenstein. Già nel 1992 il musicista ungherese Tibor Szemző compose una suite musicale di mezz’ora nota come Tractus, in cui tentò di mettere in musica il libro più famoso del logico e filosofo viennese, il Tractatus Logico-philosophicus. In tale brano la musica è alternata da voci di varie nazionalità che nella propria lingua leggono alcune proposizioni dell’opera. Per non parlare poi del film biografico di Derek Jarman Wittgenstein (1993): un tentativo fra monologo, cinema e teatro di tradurre in immagini e simbolismi la sua vita e il suo pensiero.

Ritratto di John Rawls, filosofo politico.

O per quanto riguarda l’arte pittorica, aldilà della Scuola di Atene di Raffaello Sanzio,  sono già diventati cult e fenomeno pop i quadri di Renee Bolinger: dottoranda della University of Southern California, ha la peculiarità di rappresentare graficamente gli esponenti più importanti della storia della filosofia e della filosofia contemporanea secondo lo stile di vari artisti: imitando la pittura di Pablo Picasso per dipingere Immanuel Kant o Philippa Foot cercando di copiare le pennellate di  Toulouse Lautrec. Potrete trovare tutti i suoi lavori sul suo sito personale della facoltà: http://www-scf.usc.edu/~rbolinge/

Brevissima introduzione all’estetica

Non vi è mai capitato durante una visita al museo di soffermarvi davanti ad una statua o a un quadro, di stare in silenzio per un po’ e dopo affermare “questa statua, o quadro, è bella/o”? A me è capitato di affermare la medesima cosa, però oggi con voi vorrei riflettere proprio sul concetto di bellezza e sul modo in cui l’uomo giudica. Quando noi esclamiamo che un’opera d’arte è bella, non abbiamo fatto altro che scrutarla attentamente cercando di cogliere ogni minimo dettaglio per poter giudicare. Ma la questione è: la bellezza è soggettiva o oggettiva? appartiene all’oggetto o siamo noi ad attribuire ad esso la bellezza? Alcuni affermano che la statua è bella perché essa ha il bello, altri, come il sottoscritto, afferma che il bello è soggettivo.

Ora vediamo perché dal mio punto di vista la bellezza è soggettiva. Tutti noi siamo cresciuti in un determinato luogo, con culture differenti, anche con istruzioni differenti, ma ciò che mi preme sottolineare è che l’insieme di tutti questi fattori esterni a noi definiscono il nostro grado di sensibilità. Questo grado di sensibilità, determina il nostro giudizio della realtà che ci circonda.

In foto: “la nobile semplicità e la quieta grandezza”(J. J. Winkelmann, Geschichte der Kunst des Altertums ) della copia romana del Discobolo di Mirone, Museo Nazionale Romano.

Partiamo da un esempio: un ragazzo che è cresciuto in una famiglia che non ha mai dato importanza allo studio, che a livello educativo non ha ricevuto una buona educazione, e che non sa valorizzare le cose importanti della vita, ma pensa solo a divertirsi, non entrerà mai in un museo, a meno che non sia costretto da forze superiori.

Questo esempio ci aiuta ad affermare che esiste in ognuno di noi un grado di sensibilità, che è determinato da tutti quei fattori che abbiamo elencato sopra, e spetta alla responsabilità di ciascun individuo raffinarlo. Per spiegare meglio perché il bello non possa essere oggettivo cito ora una delle definizioni che dà l’enciclopedia on.line della Treccani al termine è oggettivo:

“Che vale per tutti i soggetti e non soltanto per uno o per alcuni individui, ed è quindi universale, non condizionato dalla particolarità o variabilità dei punti di vista: sapere o.; giungere a conclusioni oggettive.” (http://www.treccani.it/vocabolario/ oggettivo/) .

Se noi affermiamo che la bellezza è oggettiva, deve essere riconosciuta da tutti gli uomini esistenti, anche da una persona che ha il grado di sensibilità al minimo, che non ha un livello culturale di un critico d’arte, che non apprezza i musei, però nonostante tutto anche lui deve riconoscere la bellezza se si afferma che sia oggettiva. Ma a mio modo di vedere, la bellezza non è mai oggettiva bensì soggettiva, in quanto è il soggetto giudicante che determina la bellezza in base a quel grado di sensibilità che gli appartiene. Per concludere, gli oggetti che si manifestano a noi sono filtrati da tutti i fattori esterni, che contribuiscono a formare la nostra identità e, allo stesso tempo, a formare il nostro grado di sensibilità, che determina il nostro giudizio. Ecco perché esistono molti giudizi rispetto ad un solo oggetto preso in esame.

Rainbow Island – Road To Mirapuri

Pochi giorni fa è uscito, per l’etichetta NO=FI Recordings, Road to Mirapuri, il secondo album dei Rainbow Island. Con questo lavoro il gruppo di Roma, composto da quattro musicisti tra i quali Marco Caizzi, ex chitarrista degli storici Cat Claws, si conferma come una delle band più interessanti della capitale. Attivo da qualche anno, il quartetto si era già fatto vedere nel 2012 con l’album d’esordio RNBW, uscito per la Flying Kids Records, caratterizzato da una psichedelia elettronica tra i Fuck Buttons, i Black Dice e gli Animal Collective più folli, e un concept in cui il gruppo si ritrova a vagare per “Bongolandia” in una realtà da videogioco 8 bit.
In Road to Mirapuri i Rainbow Island, sempre forti di un’ottima produzione sonora, aggiungono al proprio repertorio – ottima idea – il krautrock. Guardando forse un po’ più indietro nella storia della psichedelia rispetto a quanto avesse fatto con RNBW, il gruppo romano ha prodotto due magnifiche tracce da dieci minuti ciascuna che ricordano, tra le altre cose, i Can e la discografia solista del bassista Holger Czukay, in una loro immaginaria formazione elettronica. 
Nel primo pezzo, Rainbow Road, i bassi martellanti trascinano l’ascoltatore in una cavalcata che fa sembrare i dieci minuti trenta secondi, mentre voci misteriose e suoni strani provveduti dai synth lo iniziano al bellissimo trip di questo disco.
Con Mirapuri Lagoon, invece, ci si ritrova inizialmente immersi in drone, field recording e suoni che ci si avvolgono attorno come un ambiente fisico. Attaccano poi, lente, delle percussioni tribali, iniziando un graduale crescendo che trascinerà il pezzo in uno scatenato delirio finale, con voci in lontananza, tamburi impazziti e suoni evocativi che vi catapulteranno in qualsiasi dimensione onirica vogliate.

Questo lavoro grandioso, che si presenta già come uno dei migliori album italiani del 2014, è uscito per NO=FI Recordings nel pregevole formato dell’audiocassetta, e si può ascoltare in streaming (e acquistare) su Bandcamp:

Road To Mirapuri by Rainbow Island

Protip per i romani: i Rainbow Island suoneranno il 16 Gennaio al Forte Fanfulla in apertura ai Delay Lama.

PoliRitmi – Gianlorenzo Nardi