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FLUME – Una nuova strada per la musica

Harley Edward Streten, in arte Flume, dalla lontana Australia sta rivoluzionando i termini e le classificazioni musicali. Poco conosciuto in Italia, si è fatto conoscere con il remix di You & Me dei Disclousure. Nelle ultime settimane il suo nome è rimbalzato ovunque grazie alla vittoria di 8 ARIA Awards, l’equivalente dei Grammy in Australia. Brani come  “Drop the game” e “Say It”, nata dalla collaborazione con la cantante svedese Tove Lo, lo hanno reso protagonista della nuova generazione capace di sperimentare. Ciò ha fatto sì che il suo nome e soprattutto il suo stile uscissero fuori dal mondo della musica elettronica. Il suo brano più conosciuto al momento ossia “Never be like you” è stato recentemente incluso nei brani della colonna della serie televisiva di Sorrentino ” The Young Pope “, la quale se cinematograficamente  ha diviso il pubblico, di sicuro ha unito la critica musicale. Nel suo repertorio vi sono, inoltre, remix di artisti come Sam Smith, Disclosure, Arcade Fire e Lorde. Artisti la cui musica verrà ricordata anche nella prossima decade e che nel caso dei remix di Flume saranno scambiati o conosciuti maggiormente della traccia originale. Un po’ come avvenuto per il remix di Davide Morales del brano Space Cowboy composto dai Jamiroquai.

Sebbene ultimamente in molti lo abbiano posto nel mondo dell’EDM, il produttore australiano non ama esserne accostato a essa, tanto da aver dichiarato che per lui le folle che ascoltano l’EDM altro non sono che “stupidi ragazzini a cui non interessa nulla della buona musica” e che “pretendono di sentire dagli artisti le solite due o tre tracce per tornarsene poi a casa felici“. Un leitmotiv non scontato e sicuramente da apprezzare, soprattutto in tempi in cui la tracklist è scelta dal pubblico tramite sondaggi. Se lo scorso anno ha avuto un senso in campo musicale è stato grazie al suo attesissimo “Skin”, quest’anno stiamo assistendo alla pubblicazione di “Skin Companion”. A cui pochi giorni fa si è aggiunto  Skin Companion II, con la partecipazione di Pusha T, Dave Bayley (Glass Animals) e Moses Sumney.

Se l’album Skin è corso lungo un binario alle volte prevedibile, sicuramente capace di essere ricollegato subito a Flume, i due capitoli Skin Campanion stanno procedendo lungo una strada nuova  e non scontata. Una strada che sembra voler educare le nuove e passate generazioni a suoni provenienti dal mondo underground e trap che si fondono in una nuova melodia.

Se e come Flume resterà nella storia della recente musica è difficile da prevedere, quel che è certo è che è dai tempi di fine anni ottanta a Bristol che non si armonizzava tanta diversità per renderla ricchezza.

 

 

Jekesa al In Vino Veritas

Martedì 21 febbraio dalle 22:30 alle 0:30 presso In Vino Veritas a Via garibaldi 2a – Roma si esibirà Jekesa, artista reggae/dancehall che ha fatto il suo debutto nel 2007 nel gruppo 1up sound, con cui si esibito in alcune delle maggiori realtà underground romane con varie collaborazioni con i più famosi esponenti del settore tra cui lo stesso Brusco.
Dopo diversi anni di serate e un paio di dischi prettamente reggae/dancehall, Jake si avvicina all’Hip Hop, folgorato dalla complessità delle liriche e dai profondi contenuti che offre la cultura. Ma il vero cambio di marcia è dovuto all’incontro con Rubber Soul e tutto il Do Your Thang. Quest’ulteriore spinta creativa sfocia nel 2015 con il primo disco da solista, “Jake Blues”, prodotto e curato dallo stesso Rubber e registrato da Alan Beez (Porno Pride Pisana Crew)

L’amore e la violenza, l’ultimo disco dei Baustelle

Questo album continua a confermare l’incredibile evoluzione artistica dei Baustelle. Incensato e criticato, come sempre il gruppo guidato da Bianconi, divide il pubblico.  La band di Montepulciano, si forma nel 1997 ma vede pubblicato il suo album di esordio Sussidiario illustrato della giovinezza solo nel 2000. A 17 anni dal loro debutto, questo è il loro settimo album in studio; il disco ha esordito alla seconda posizione nella classifica degli album più venduti in Italia stilata dalla FIMI, mentre ha esordito direttamente in vetta nella classifica relativa ai vinili.

baustelle 2

Dopo il capolavoro orchestrale di Fantasma (2013), L’amore e la violenza vuole essere decisamente più “leggero” e “fresco”. Con l’ultimo disco i Baustelle tornano alle origini nello stile, ma rimangono attualissimi nelle tematiche, donando nonostante la piacevolezza pop dell’album, uno spessore musicale degno del loro livello. È evidente che in questo caso non propongono nulla di nuovo, ma è nella semplicità del ritorno alle origini la vera sorpresa del disco che volutamente contrasta con il precedente. I riferimenti a Battiato permangono come in ogni loro lavoro e nel brano Il vangelo di Giovanni si nota in maggior modo. Amanda Lear, il singolo di lancio dell’album racconta le difficoltà del lasciarsi e ha già ottenuto un successo strepitoso

Ma la traccia migliore dell’album è senza dubbio Betty, sia per la musica che per i testi:

Betty è bravissima a giocare

Con l’amore e la violenza

Si fa prendere e lasciare

Che cos’è la vita senza

Una dose di qualcosa

Una dipendenza

L’amore e la violenza è un album piacevolmente giovane, adolescenziale. I testi parlano di amore, decadenza, amori precari, la maestria di Bianconi nello scrivere i testi si incontra anche nella citazione de La Pioggia nel Pineto poesia di D’Annunzio, abbinata a Facebook: “piove su immondizia, tamerici, sui suoi cinquemila amici”. È un disco “oscenamente pop” come lo definiscono gli stessi Baustelle, per il quale si rifanno a Battiato De André, Dalla, Alan Sorrenti fino a Matia Bazar riuscendo a cogliere tutta la magia della musica pop rendendola interessante e mai banale.

 

 

L’AMORE E LA VIOLENZA (2017, Warner Music Italia)

Love – 0:53

Il vangelo di Giovanni – 4:00

Amanda Lear – 4:24

Betty – 3:44

Eurofestival – 3:48

Basso e batteria – 3:31

La musica sinfonica – 3:43

Lepidoptera – 3:30

La vita – 4:48

Continental stomp – 0:52

L’era dell’acquario – 3:06

Ragazzina – 4:12

 

L’album, una specie in via d’estinzione?

Una delle differenze più ovvie tra gli appassionati di musica casual e i nerd più incalliti è la generale tendenza di questi ultimi a considerare l’album come unità di misura basilare del prodotto musica, laddove il pubblico generalista spesso si concentra più che altro sulle singole tracce.

Negli ultimi anni si è sviluppata una tendenza in certa stampa musicale che vuole, se non ribaltare questa tradizione, quantomeno ridimensionarla e annacquarla. Pitchfork è stata una testa di ponte in questo senso (almeno per il sottoscritto), e non posso negare che l’approccio mi abbia portato ad avere una mentalità più liberale, soprattutto per quanto riguarda il pop da classifica, ma in questi ultimi mesi, e dopo anni, sono riuscito a riportare il mio livello di attenzione in fatto di musica a livelli accettabili, e devo dire che non posso fare a meno di pensare che la perdita del LP come alimento base della mia dieta musicale sarebbe devastante.

A livello di industria il vecchio 45 giri non sta ancora andando da nessuna parte: nonostante tutto il parlare che si fa dei nuovi mezzi di diffusione, la carriera della stragrande maggioranza degli artisti in qualsiasi genere è scandita dall’uscita dei full-length. Ipotizzando che i dirigenti delle etichette non siano in sincro con le abitudini dei loro clienti però, non sarebbe poi troppo sorprendente se la situazione cambiasse nel lungo periodo.

Questa sarebbe una perdita in più di un senso: darebbe la botta definitiva alla produzione di supporti fisici per la musica, incoraggerebbe una creatività sregolata e impulsiva, e penalizzerebbe qualsiasi genere in cui la traccia da 2-6 minuti non sia il formato principe.

Ci sono forse buone ragioni per accogliere il cambiamento, ed è certamente vero che quella di cui mi preoccupo è in primis la sopravvivenza delle mie abitudini (che, diciamolo, non sono davvero minacciate); ma per quanto in altri ambiti tendo a screditare gli al lupo, al lupo dei vegliardi inadatti a fronteggiare la fluidità della società e dei media moderni, in questo segmento, così importante per la mia educazione e la mia identità, non posso fare a meno di guardare con una certa apprensione alla venuta dei barbari. É ancora presto per tirare le somme degli effetti di questi processi, ma per una volta mi sento di spezzare una lancia in favore dell’ancien régime.

Dio Lodato…per Joe Cassano

E’ l’Italia degli anni novanta e mentre spopola la dance in tutta Europa, nel mondo del Rap qualcosa si fa serio. Certo siamo lontani dalla scena statunitense piena di sangue e vitalità. Nel Bel Paese non ci sono la West e l’East Coast, ma nello splendore della Costa Adriatica il rap italiano scrive alcune delle migliori righe che lo abbiano mai riguardato. Vi è una particolarità tutta italiana del Mar Adriatico ossia la sua interconnessione con la città di Bologna. E’ da qui che parte la nostra storia. Forse, la storia del migliore MC che l’Italia abbia mai avuto. E’, infatti, nell’interconnessione tra Adriatico e città felsinea che si svolgono i migliori jam come Zona Dopa a Pescara o il Mic Check nel capoluogo emiliano. All’interno di queste manifestazioni spontanee dell’allora movimento hip-hop italiano si inserisce la parabola di Giovanni Cassano, in arte Joe Cassano. Giovanni Cassano nasce da una famiglia italo-americana a Bologna nel 1973 Dopo aver vissuto alcuni periodi dell’adolescenza a New York, durante il periodo universitario impone il suo nome nella scena italiana.

Così, mentre in Italia si sente il tintinnio delle manette milanesi, che abbatte un’intera classe dirigente, a Bologna si forma la Porzione Massiccia Crew nel 1992 per iniziativa di Inoki, Pazo e Gianni KG. Inizialmente la crew felsinea si occupava di writing: Inoki si firmava come Enok e Pazo si firmava come Paniko. Erano gli anni in cui la scena Hip-Hop italiana non era il simbolo lampante della globalizzazione capitalista, ma una sottocultura intrisa di arte visiva, musicale e letteratura sociologica. Il 1998 è l’anno del grande debutto sulle scene musicali della Porzione Massiccia Crew con il mixtape Demolizione 1, che vede la preziosa e unica presenza di Joe Cassano, di Rischio, Word, DJ Locca e DJ Iena in qualità di componenti della PMC. A collaborare vi furono quali: Shezan il Ragio, Fabri Fibra, Chime Nadir, Deda e DJ Lugi. Nello stesso anno rappa nel brano degli Uomini di mare Teste mobili Pt. 1, presente in Sindrome di fine millennio. Sindrome di fine millennio ha acquisito un notevole successo di critica e oggi è considerato un disco culto ed un album storico nell’ambito del rap italiano, questo soprattutto dopo l’imposizione di Fabri Fibra sulle scene nazionali. Ne resta un manifesto stilistico cui le generazioni successive si sono riposte.

Sembravano le migliori premesse per costruire una scena nazionale che con il nuovo millennio si sarebbe potuta imporre nel mondo, ma la primavera del 1999 strappa dalla vita Joe Cassano che muore a venticinque anni a causa di un arresto cardiaco. Sembra la fine di tutto per il Rap italiano, ,ma grazie al ad Alberto Cassano la Portafoglio Lainz decide di completare l’album Dio lodato .

Dio lodato è un album composto da dodici tracce, in cui alla numero undici spunta la versione acappella “Dio Lodato…per sta chance”. Un testo unico, condito da una voce rara, racchiusa in un talento cristallino. Non un testo semplice, vista la grande mole di temi trattati. Quel che spero ora è che leggendo questo articolo qualcuno riprenda quella dozzina di tracce e le faccia ascoltare alle nuove generazioni.

L’Italia ora balla e fa rap con Rovazzi. Io guardo indietro, aspetto la nuova generazione e dico: “DIO LODATO…PER JOE CASSANO”

Londra fa chiudere il Fabric, la sua anima

Quando il punk, superstite del rock, cessò di avere una vena alternativa e si proclamò a megafono delle major e di ogni argomento alla moda, non rimase che il mondo dei rave per i giovani inglesi. Rave veri, non come quei raduni nostrani per soli tossici o per figli di papà, che in realtà per ogni cognome assumono una pasticca. Così come accaduto per le terrace e il movimento delle firm calcistiche, anche gli adepti Rave però dovettero trovare nuovi spazi di espressione, laddove il Governo Britannico li osteggiava a colpi di leggi e divieti.

In quel contesto nacque uno dei luoghi simbolo di Londra e della scena mondiale ossia il Fabric. Non nacque sotto gli auspici migliori. Infatti, nello stesso periodo a Londra aprì nel West End, un club che si chiamava Home, il quale per farsi conoscere mise immediatamente a suonare Paul Oakenfold e Danny Rampling. Nomi leggendari, già in voga all’epoca a cui il Fabric rispose con Terry Francis e Craig Richards. Oggi anch’essi colonne portanti e storiche della scena, ma che all’epoca null’altro erano se non gli amici dei fondatori del club.

Il club Fabric nacque in un clima di persecuzione per ogni forma di aggregazione da parte dell’allora governo Blair. All’incirca come quel che sta avvenendo in Italia negli ultimi cinque anni, il Cocoricò è il caso più emblematico. Innanzitutto come saprà chiunque ci abbia ballato almeno una volta nella sua vita, la caratteristica migliore dell’impianto del Fabric è sempre stata la dedizione e maniacale attenzione affinché la musica ne fosse protagonista. Questo nei club avviene solamente allorché ci si concentra nell’impianto audio. Infatti, il Fabric possiede, oltre all’impianto standard, 400 trasduttori per i bassi piazzati sotto il pavimento. La sensazione è di di legare il proprio ritmo cardiaco a quello dei bassi.

La qualità della programmazione del Fabric è qualcosa di unico nella scena londinese. L’attenzione per i dettagli e non per i soli nomi è stato qualcosa di irripetuto in Europa. Al Fabric anche i grandi nomi sono stati chiamati per quello che sapevano trasmettere e non per il brand che ormai definiscono alcuni dj’s. Ciò ha fatto in modo che John Peel accettasse di suonare all’interno del club, rimanendone per una volta estasiato. John Peel al pubblico neofita è sconosciuto, ma nella realtà internazionale e specialmente britannica rappresenta quel che Hegel ha rappresentato nella filosofia tedesca per secoli. John Pee, è stato un giornalista, conduttore radiofonico e disc jockey britannico.

È stato una delle voci storiche della BBC dal 1967 fino alla sua morte, avvenuta per infarto del miocardio mentre si trovava in vacanza lavorativa in Perù. La sua influenza nella musica contemporane è testimoniata dagli onori dedicatigli dopo la sua morte da artisti di livello mondiale (Blur, Oasis, The Cure, New Order) e dalla fama raggiunta dal suo programma principale, le “John Peel Sessions”, in cui ospitava una band per un’esibizione esclusiva di quattro canzoni del loro repertorio. Molti artisti ritengono il loro passaggio da John Peel come un’importante punto di svolta della loro carriera. Tra questi si ricordano Peter Hammill, T. Rex, David Bowie, The Faces, Sex Pistols, The Slits, Siouxsie and the Banshees, Pink Floyd, The Clash, Napalm Death, Carcass, Buzzcocks, Gary Numan, The Cure, Joy Division, Nirvana, The Wedding Present, Def Leppard, Pulp, Ash, Orbital, The Smiths, The White Stripes, PJ Harvey Misty in Roots e Uzeda.

Altra caratteristica del Fabric è stata quella del rifiuto di seguire le mode. Qunado il mondo guardava a Berlino, il che a Roma faceva abbastanza ridere vista l’assenza di fabbriche, Londra restava se stessa. E i tempi e modi di essere li batteva il Fabric. Una dimostrazione palese ne è il fatto che riescano a sostenere ancora un’etichetta discografica di successo basata soltanto sui CD , venduti in scatole da sigari.

Ciò nonostante è arrivata nella capitale mondiale della cocaina la scelta di far chiudere il Fabric. Il consiglio municipale di Islington, una delle municipalità di Londra dove risiede il club, ha sancito la chiusura del leggendario locale che secondo quanto deliberato non potrà continuare ad avere la licenza. Nel documento si fa riferimento, in particolare, a due episodi avvenuti tra il 25 giugno al 6 agosto scorso, quando due 18enni sono morti dopo aver acquistato e assunto MDMA e altre droghe all’interno del Fabric. Tra i motivi che hanno portato alla revoca della licenza anche quelli secondo il quale il personale del locale, oltre a essere a conoscenza delle grandi quantità di sostanze illegali che circolavano nel locale, non sarebbero intervenutioin maniera adeguata durante i soccorsi. Dopo questi due decessi, la proprietà e la gestione del Fabric aveva deciso di chiudere per un weekend in modo da agevolare le indagini degli inquirenti. Il Fabric ha sempre tenuto una politica di controllo degli ingressi molto severa, addirittura con metal detector e perquisizoni anti-terrorismo negli ultimi mesi. Il che, se si pensa alla sicurezza negli altri club europei da molto da pensare.

Quanto detto sopra non significa che l’ecstasy sia ormai una piaga. In questi anni i casi di morte per ecstasy (o MDMA) nel Regno Unito sono aumentati e la riprova ne è che nel 2010 i morti dopo aver assunto ecstasy erano stati otto, mentre nel 2014 si sono registrati cinquanta decessi. Ad agosto, per esempio, la rivista Mixmag ha iniziato una campagna per il consumo ridotto di MDMA con lo slogan “Don’t be daft, start with a half“, che significa “Non essere sciocco, inizia con mezza”. Ma, contrariamente all’opinione della polizia, per cui la discoteca è un «rifugio per il rifornimento e il consumo di droga», per i gestori il Fabric è sempre stato un esempio per quanto riguarda la sicurezza, le persone sospettate di spaccio sono sempre state consegnate alla polizia e la droga trovata sempre confiscata.

Ora sarà importante mantenere in piedi lo spirito del fabriclondon, il quale venne aperto come risposta alla scena club di fine anni Novanta. Esso ha rappresentato un modo di essere e vivere la musica ai tempi infausti di Skrillex, Steve Aoki e Afrojack. Un modo di essere e vivere la musica, il cui testimone farà del bene se preso da chi non vuol fare rave o club alla moda, ma vivere per lo stesso spirito di fine anni novanta. Quando il rock era ormai morto. Anche se ora a rischiare di morire è la club culture.

Top 5 dell’indie rock mainstream italiano

L’Indie Rock in Italia dalla seconda metà degli anni 2000 è diventata una moda. Non me ne vogliano i fans, ma si tratta della triste verità.

Ad ogni modo prima di cominciare ad eliminare le playlist di spotify in preda ad una crisi isterica, è bene che sappiate che non tutto ciò che diventa “mainstream”  è meritevole di essere cestinato, anzi: tra artisti, cantautori e strimpellatori universitari sopravvalutati esiste una top 5 delle Indie Rock band italiane che è giusto continuare ad ascoltare anche se i loro brani hanno smesso di essere ascoltati solo da persone con la barba molto lunga con indosso camice a quadretti di flanella (per inciso, il 2009 è finito da un po’, tagliate la barba e buttate quella camicia).

1)  Baustelle

Forse perché sono i padri del nuovo indie rock, forse perché sono i più bravi, ma Charlie fa surf è sempre piacevole da ascoltare.

2)  Le luci della centrale elettrica

Sono stati per qualche settimana, forse qualche mese un’epidemia, quasi il manifesto di una generazione di ragazzini che si credevano alternativi. Poi Brondi ha preso il volo. Però Cara Catastrofe è davvero una bella canzone, anche ad epidemia passata.

3)  The Giornalisti

Sono gli ultimi arrivati, i più freschi del panorama indie rock mainstream “Fine dell’Estate” il settembre scorso è sembrato un pezzo diverso da ascoltare alla radio e adesso dopo un’estate di “andiamo a comandare” manca terribilmente.

4)  I cani

La band non band campione di leggerezza, mai di banalità, prima non li ascoltava nessuno ora fanno sold out in tutta Italia. Corso Trieste prova a raccontare le sensazioni del tipico adolescente romano.

5)  Calcutta

La scoperta del 2016, la sua Oroscopo ha fatto due milioni di visualizzazioni su Youtube, acclamato da folle di ragazzini e non. Frosinone però, è più bella.

L’arsenale del nerd musicale

Pensate di aver trovato la stazione radio ideale, che vi accompagna mattina e sera e illumina le giornate? Non fermatevi. Avete il telefono pieno di musica raccolta negli anni, e ogni volta che premete play vi brillano gli occhi? Avete appena cominciato. Le vostre playlist per la palestra, per lo studio, per il lavoro, per la macchina il sabato sera sono solo degli embrioni. Nerdizzatevi. Ci sono universi di conoscenza a un passo. Ed è tutto gratis. Ok, ce ne sono un paio in cui si ascolta a pagamento.
Cominciamo dalle basi? Spotify. Non è perfetto (vi risparmio il trattato sull’usabilità dell’interfaccia) e non è completo, ma nessun’altra piattaforma di streaming è gratis. Non usatelo come collezione (mancano troppi dischi meravigliosi, tra cui quelli dei King Crimson), ma come prima opzione per ascoltare un musicista. In alternativa, a dieci euro al mese Google Play offre una serie di bonus che lo distinguono – ad esempio, la possibilità di caricare i propri file e ascoltarli in streaming (mentre Spotify Premium permette di ascoltare i file locali, senza possibilità di accesso da un altro dispositivo). YouTube è tramontato come player musicale, inseguendo con successo uno status di piattaforma per contenuti originali.
Andate dove vanno i musicisti: Bandcamp e Soundcloud sono scelte formidabili per tutto ciò che non è major, con un paio di caveat. Bandcamp, di base, non offre necessariamente streaming gratuito: è un mercato, in cui l’ascolto è una cortesia spesso fornita. In compenso comprando da Bandcamp si sostengono direttamente i musicisti. Soundcloud sta attraversando momenti difficili ma rimane un punto di riferimento per tutto ciò che è hip hop e elettronica originale. Poi c’è Mixcloud, che ha portato i dj via dai rischi di Soundcloud con una piattaforma dedicata ai mix. Interfaccia un po’ ruvida, ma l’ascolto è di altissimo livello e vi risparmia tanto lavoro per le vostre feste a casa: perché attaccare una playlist fatta in casa da un telefono alle casse quando si può avere Deadmau5? Se volete party memorabili senza delegare ad estranei, mollate iTunes e passate a Beatport: la musica che viene suonata nei club di tutto il mondo passa da qui.
Passo indietro, torniamo a Spotify. La parola chiave ora è big data, e la direzione si chiama everynoise.com, che nasce come mappa dei generi musicali ancora prima della partnership con la piattaforma svedese. Ora con Every Noise at Once si possono visualizzare i 1371 generi musicali identificati sia in una pratica mappa che in una lista ordinabile, partendo dal proprio genere preferito, per somiglianza. Ad ogni genere è abbinata una playlist di oltre duecento brani, per trovare la propria nicchia. Il consiglio è sceglierne uno a caso e tuffarsi. E non è finita qui: c’è il Sorting Hat, che segnala tutte le uscite dell’ultima settimana dividendole per genere e ordinandole per fama del musicista, in modo da poter seguire le proprie scene preferite. Ci sono le playlist di cosa si ascolta nelle città del mondo, e la possibilità di ordinare le città per somiglianza (lo sapevate che Roma assomiglia alla Scandinavia molto più che a Milano?).
Ma qualsiasi database musicale impallidisce di fronte a discogs. Tutta la musica mai pubblicata viene catalogata per fini commerciali, con shopping incluso. Facilissimo disorientarsi nell’interfaccia ostica, e l’utente medio si chiederà “ma cosa ci faccio con questa roba?” Semplice: si seguono le case discografiche di riferimento dei mondi più underground dell’underground, da tutto il mondo. Se siete metallari è più semplice l’Encyclopaedia Metallum, che raccoglie informazioni complete su oltre centomila band metal.
E, in aggiunta al vostro player musicale (ormai tutti uguali, tranne iTunes e Windows Media Player che sono immensamente inferiore: a me piace MusicBee, ma se rimanete con WinAmp va benissimo), prendete le canzoni in mano e vivetele con Mixxx, che – sembrerà assurdo – è praticamente un software professionale per dj, ed è gratis. Estremamente facile da usare grazie ad un’interfaccia molto visiva, permette di sporcarsi le mani senza troppe complicazioni.
Ma fare tutto questo da soli è un lavoro, non un piacere. Diffidate dei blog “istituzionali” (Pitchfork e Vice su tutti, ma anche spazi come FACT che offrono contenuti extra come mix e segnalazioni di uscite su cassetta), la recensione come consiglio per gli acquisti è morta e sepolta. Cercatevi uno spazio più “intimo” (in Italia Deer Waves è un’ottima guida all’indie), scambiatevi consigli con gli amici, o – visto che essere online è una certezza – entrate in una comunità, sui social più mainstream o su quelli che in Italia arrivano con più lentezza, come reddit.

Rame, Joe Victor e Jonny Blitz per Bring Back Those Colours

Nella cornice dell’Atelier Montez la musica d’autore romana incontra l’arte fotografica di Jacopo Brogioni per sostenere il progetto “ Bring Back Those Colours” a favore di Unicef Italia, prodotto da CultRise.

Ad aprire la serata sarà il cantautorato elettronica di RAME. Il gruppo nato dall’incontro con Fabio Grande e Matteo Portelli, RAME è il primo progetto ufficiale del cantautore romano Mattia Brescia a cui nel tempo si è unito Aron Carlocchia, pianista, produttore di musica elettronica e tastierista dei Mary in June e di AndyTrema. Quello di RAME rappresenta una commistione d’autore che dall’elettronica riesce a dar vita ad una voce del tutto originale e potente, che risuona, grazie ai testi di Brescia, tra le liriche dell’Arcadia e la poesia di Majakovsky. Un suono fuori dagli schemi per un pubblico colto e aperto al contemporaneo

A seguire per Bbtc si esibiranno i “Jonny Blizt”. Formatosi ormai sette anni addietro hanno riscosso sin da subito il plauso di critica e pubblico. La loro affiatata complicità diverte e convince il pubblico, sempre numeroso che già nel 2010 li ha visti vincere la seconda edizione del ROMA ROCK Giovani, vincendo il premio del pubblico e il premio della giuria. Colpa del sole è il loro secondo disco ufficiale ed il primo sotto l’egida di Maciste Dischi. Un album, maturo e non annoiato per una formazione che ha già fatto conoscere sé stessa oltre l’ambito romano.

A chiudere il concerto live ci penseranno i “Joe Victor”. I Joe Victor sono uno dei gruppi più luminosi e talentuosi di Roma. Se la trasmissione Gazebo li ha presentati alla nazione, è solo grazie alla tenacia e bravura che ha ottenuto il meritato successo. Le passioni comuni dei membri della band sono il Rock & Roll e il folk americano in tutte le sue forme, il Calypso e il Pop degli anni ’80. Questo mix di suoni viene sintetizzato in un suono mai noioso, capace di riscoprire sonorità del passato, portando un proposta fresca e non banale all’ascoltatore. Premiati dall’uscita del loro nuovo album “Blue Call Pink Riot” hanno risposto fin da subito all’appello per contribuire al futuro dell’infanizia in Nepal. Loro sono: Gabriele Mencacci Amalfitano, chitarra e voce; Valerio Almeida Roscioni, tastiere e voce; Michele Amoruso, basso; Mattia Bocchi, batteria e percussioni.

Una serata all’insegna della musica, del divertimento, ma soprattutto di partecipazione presso l’Atelier Montez che ospita dal 6 febbraio la mostra fotografica “Bring Back Those Colours”.

“Ridateci quei colori” è il progetto fotografico realizzato in Nepal da Jacopo Brogioni prima e dopo i devastanti terremoti che hanno colpito il paese nel 2015. Grazie al giovane team dell’Associazione CutlRise, “Bring Back Those Colours” dopo essere stato ospitato a Roma presso il MAXXI, a Milano durante l’Expo negli spazi del padiglione Nepal e Russia e al CRAC di Lamezia Terme arriva alla sua quarta tappa ed espone per un mese intero all’interno degli spazi dell’Atelier romano Montez, ponendosi come obiettivo non solo di sensibilizzare ma anche contribuire concretamente alla ripresa di un paese bisognoso di aiuto. Infatti il ricavato netto della mostra fotografica, della vendita delle opere e delle altre donazioni ricevute spontaneamente sarà interamente devoluto a UNICEF Italia.

Polinice ne è media partner con la consapevolezza di contribuire a una causa di solidarietà mettendo in relazione i talenti romani che vanno dalla fotografia alla scrittura, passando per la musica.

 

SABATO 20 FEBBRAIO

APERTURA AL PUBBLICO: ORE 21.30

MUSIC 4 NEPAL

Presso l’Atelier Montez |via di Pietralata, 147/A, Roma
Ingresso consentito fino ad esaurimento posti con una donazione minima di 5 Euro

 

Giuro di essere normale

Ho già scritto delle mie abitudini di ascolto – non esattamente tipiche, e un po’ compulsive. E quindi ho deciso di cambiarle. Normalmente il mio rapporto con la musica è privato, isolato, attivo e stazionario. Ho cambiato ognuno di questi fattori.

La parola “radio” mi crea un certo disagio. Non è una questione di gusto per la musica – ultimamente le mie playlist sono esclusivamente pop, per una crescente insoddisfazione verso i vari mondi rock. In linea di massima, un’ora di radio mainstream avrà una selezione musicale piacevole. È proprio un problema di modalità. La radio è lì, un oggetto al centro di uno spazio, così anticamente monofunzione, accesa o spenta. Si sale in macchina e parte – con tutto me stesso non sono riuscito a inserirla nei momenti sacri della giornata, dalla colazione in poi. La radio mi dà orticaria costante. Sono abituato ad ascoltare un minuto e mezzo di ogni canzone, e ad ascoltare solo canzoni. Il blocco da 15 minuti di musica con cui RDS apre ogni ora è devastante. Le chiacchiere sul più e il meno di RTL all’inizio quasi angosciose. Ma la radio vive di ascolto passivo, e dopo poco la musica si confonde al cazzeggio degli speaker: compagnia a portata di mano.

Se prendiamo per buoni i dati di ascolto 2015, il pubblico radiofonico italiano arriva a 35 milioni – numero enorme che presumo coinvolga anche chi ascolta suo malgrado, cioè i passeggeri in un auto altrui e così via, ma che racconta un’Italia innamorata dell’oggetto e del contenuto. La musica non è un fattore: funziona come accompagnamento, ma a vendere il prodotto radio è la personalità dietro al microfono (in casi come Deejay e Radio2), o uno stile editoriale comune durante la giornata. Le canzoni sono inoffensive ma piacevoli, con un numero sorprendente di avventure negli anni ottanta – della serie, quando eravamo felici. E di Italia c’è poco. Il gracchiare del segnale disturbato a Civitavecchia è una liberazione: prossima volta chiavetta USB. Almeno dopo una canzone che mi piace (RDS e RTL ne passano molte) posso sceglierne una che segua in modo logico.

La musica quando ci si sposta a piedi è un discorso più moderno e personale. Impossibile usare lo smartphone: troppe notifiche, troppo Youtube a portata di mano – è un problema di instant gratification, venti secondi di capre che urlano come esseri umani saranno sempre meglio di cinque minuti di canzone. Rispolverando il lettore mp3 bisogna superare il terrore dell’archeologia: ma cosa ascoltavo due anni fa? Qualcosa è ancora piacevole, dài. Aggiornare la playlist e inserire di nuovo le cuffiette nella quotidianeità significa riscoprire un lato intimo dell’ascolto che cura il cervello. Tolgo spazio al pensiero creativo e lo concedo alla fantasia: buffering terapeutico, sinapsi rilassate e iperattive.

Mi ha impressionato la rapidità con cui la musica nelle orecchie mi ha fatto passare dal ragionamento all’immaginazione. È il contrario della radio: il suono al centro del mondo e la vista che processa in background, facendo scorrere semafori e marciapiedi e alberi e persone senza interferire con il mondo interiore. L’unico problema, almeno per me, è l’abitudine: la selezione prima e lo shuffle frenetico poi mi porta a sentire solo quello che conosco. Un trauma, rispetto al solito vivere di 50-100 canzoni nuove al giorno.

Mettere la musica al centro dell’esperienza rimane difficile. Alla prima di Coppelia – venerdì 30 ottobre al Teatro dell’Opera di Roma – il balletto è esistito, nella mia mente, come rappresentazione muta. L’orchestra non amplificata è un’esperienza di godimento sonoro unica, ma i ballerini raccontano sovrastandola. Esisterebbero senza lo spartito? No, ma questo non rende la musica memorabile. Anche perché Coppelia è teatro molto piacevole, ma Léo Delibes è un compositore che rende meglio nell’opera piuttosto che nel balletto.

Tornare al pc – alla scoperta frenetica, al riascolto, alla compressione rapida di informazioni – è un sollievo, la mia personalissima normalità. Però magari un mp3 nuovo lo compro, va’.