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Giuro di essere normale

Ho già scritto delle mie abitudini di ascolto – non esattamente tipiche, e un po’ compulsive. E quindi ho deciso di cambiarle. Normalmente il mio rapporto con la musica è privato, isolato, attivo e stazionario. Ho cambiato ognuno di questi fattori.

La parola “radio” mi crea un certo disagio. Non è una questione di gusto per la musica – ultimamente le mie playlist sono esclusivamente pop, per una crescente insoddisfazione verso i vari mondi rock. In linea di massima, un’ora di radio mainstream avrà una selezione musicale piacevole. È proprio un problema di modalità. La radio è lì, un oggetto al centro di uno spazio, così anticamente monofunzione, accesa o spenta. Si sale in macchina e parte – con tutto me stesso non sono riuscito a inserirla nei momenti sacri della giornata, dalla colazione in poi. La radio mi dà orticaria costante. Sono abituato ad ascoltare un minuto e mezzo di ogni canzone, e ad ascoltare solo canzoni. Il blocco da 15 minuti di musica con cui RDS apre ogni ora è devastante. Le chiacchiere sul più e il meno di RTL all’inizio quasi angosciose. Ma la radio vive di ascolto passivo, e dopo poco la musica si confonde al cazzeggio degli speaker: compagnia a portata di mano.

Se prendiamo per buoni i dati di ascolto 2015, il pubblico radiofonico italiano arriva a 35 milioni – numero enorme che presumo coinvolga anche chi ascolta suo malgrado, cioè i passeggeri in un auto altrui e così via, ma che racconta un’Italia innamorata dell’oggetto e del contenuto. La musica non è un fattore: funziona come accompagnamento, ma a vendere il prodotto radio è la personalità dietro al microfono (in casi come Deejay e Radio2), o uno stile editoriale comune durante la giornata. Le canzoni sono inoffensive ma piacevoli, con un numero sorprendente di avventure negli anni ottanta – della serie, quando eravamo felici. E di Italia c’è poco. Il gracchiare del segnale disturbato a Civitavecchia è una liberazione: prossima volta chiavetta USB. Almeno dopo una canzone che mi piace (RDS e RTL ne passano molte) posso sceglierne una che segua in modo logico.

La musica quando ci si sposta a piedi è un discorso più moderno e personale. Impossibile usare lo smartphone: troppe notifiche, troppo Youtube a portata di mano – è un problema di instant gratification, venti secondi di capre che urlano come esseri umani saranno sempre meglio di cinque minuti di canzone. Rispolverando il lettore mp3 bisogna superare il terrore dell’archeologia: ma cosa ascoltavo due anni fa? Qualcosa è ancora piacevole, dài. Aggiornare la playlist e inserire di nuovo le cuffiette nella quotidianeità significa riscoprire un lato intimo dell’ascolto che cura il cervello. Tolgo spazio al pensiero creativo e lo concedo alla fantasia: buffering terapeutico, sinapsi rilassate e iperattive.

Mi ha impressionato la rapidità con cui la musica nelle orecchie mi ha fatto passare dal ragionamento all’immaginazione. È il contrario della radio: il suono al centro del mondo e la vista che processa in background, facendo scorrere semafori e marciapiedi e alberi e persone senza interferire con il mondo interiore. L’unico problema, almeno per me, è l’abitudine: la selezione prima e lo shuffle frenetico poi mi porta a sentire solo quello che conosco. Un trauma, rispetto al solito vivere di 50-100 canzoni nuove al giorno.

Mettere la musica al centro dell’esperienza rimane difficile. Alla prima di Coppelia – venerdì 30 ottobre al Teatro dell’Opera di Roma – il balletto è esistito, nella mia mente, come rappresentazione muta. L’orchestra non amplificata è un’esperienza di godimento sonoro unica, ma i ballerini raccontano sovrastandola. Esisterebbero senza lo spartito? No, ma questo non rende la musica memorabile. Anche perché Coppelia è teatro molto piacevole, ma Léo Delibes è un compositore che rende meglio nell’opera piuttosto che nel balletto.

Tornare al pc – alla scoperta frenetica, al riascolto, alla compressione rapida di informazioni – è un sollievo, la mia personalissima normalità. Però magari un mp3 nuovo lo compro, va’.

Architettura & Musica: affinità percettive, visioni creative

 “ Sono certo che v’è in ciò un’affinità. […] Tuttavia fra l’architettura e la musica v’è un’analogia  di visione creativa. Differiscono soltanto la natura e l’uso dei materiali. Le possibilità del musicista sono di gran lunga maggiori di quelle consentite all’architetto. Le manie del cliente non esistono per il grande compositore. La praticità riveste scarsa importanza nel suo sforzo creativo. […] Ma entrambi, architetto e musicista, debbono affrontare e sormontare lo stesso pregiudizio, la stessa arretratezza culturale. Le limitazioni che la stupidità umana impone alla penetrazione e alla percezione estetica sono uguali per entrambi.”

A parlare dell’ “affinità” che intercorre fra Architettura & Musica, è Frank Lloyd Wright. Nella sua autobiografia, egli racconta che da bambino soleva giacere desto ascoltando i passaggi della Patetica di Beethoven : “ […]la sonava il babbo sullo Steinway verticale al pianterreno della casa di Weymouth”. E ancora : “Quando costruisco odo spesso la sua musica e, sì, sono certo che quando Beethoven componeva, doveva vedere a volte edifici simili ai miei per il carattere, qualsiasi forma potessero assumere.” Questa è l’esperienza individuale che Wright ha avuto con la musica, in particolare quella di Beethoven, durante la sua vita. Egli non pecca di presunzione quando accosta la sua abilità architettonica a quella musicale del grande compositore. Numerose, difatti sono le analogie che si possono scorgere nella composizione architettonica del primo nei confronti del secondo.

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Chamberworks

Ma guardando a queste due “arti” in senso più generale, simbolismi e corrispondenze sono molteplici e già dibattuti in diversi periodi storici. Secondo una tradizionale classificazione, musica e architettura appartengono al novero delle arti “asemantiche”: facendo un esempio elementare, possiamo dire che un re o un fa diesis, una colonna o un timpano, non hanno alcun significato e non affermano nulla, mentre un verso come “Ei fu siccome in mobile dato il mortal sospiro stette la spoglia immemore orba di tanto spiro…” vuol dire che Napoleone è morto, come il suo corpo è immobile dopo aver esalato l’ultimo respiro. La letteratura, essendo fatta di parole, e la pittura figurativa, essendo fatta di segni iconici, sono appunto, al contrario della musica, arti “semantiche”. Questa classificazione ha senza dubbio un nucleo di verità difficilmente contestabile, ma risulta in effetti assai meno ovvia di quanto le apparenze non suggeriscano. Innanzitutto occorre distinguere il significato della funzione: è inteso che le arti, semantiche o asemantiche, a qualcosa finiscono pur sempre per servire, sia attraverso la loro destinazione intrinseca, ad esempio ammirando un’opera architettonica, sia attraverso scopi più o meno legittimi che la loro fruizione consente di soddisfare il nostro gusto di esibire come status symbol un quadro di Picasso o di abbandonarsi ascoltando Chopin, o di cercare consolazione leggendo Baudelaire. Da una parte, viene da chiedersi se l’architettura possa correttamente essere considerata un’arte: ha senso? E se sì in che misura guardare un edificio da un punto di vista “puramente estetico”? e che vuol dire “puramente estetico”? Il quid risolutivo della questione sta nel mezzo comunicativo con cui attuare la percezione estetica: essa si basa sulla “messa a fuoco” sistematica e, istituzionalmente prescritta delle proprietà esemplificate dell’opera. Ad esempio le parole di un verso esemplificano alcune delle proprietà fonologiche (sillabe, accenti) che possiedono, e che appunto il sistema metrico seleziona e organizza. In un’esecuzione musicale, al di là della correttezza tecnica, le proprietà sonore si disvelano. Gli stili, in qualsiasi arte, compresa l’architettura, altro non sono che sistemi integrati di riferimenti a qualità esemplificate dell’opera.

È quindi l’atto compositivo creativo, il quale deve dimostrarsi in un’opera architettonica e musicale che sottende le due “arti”. La storia ne ha dato atto; difatti da Pitagora ad Alberti, dal Borromini a Bach, passando da Loos e Schoemberg, e arrivando a Libeskind, nel panorama artistico che vanta oltre due millenni, densi e corposi sono esempi e parallelismi in cui o l’architettura, o la musica si invocano a vicenda come vademecum da seguire e attuare, prima di addentrarsi nella composizione. Sono quindi le percezioni ad aver mosso l’interazione fra le due arti. Ma un esempio fra tutti, a mio parere, dimostra come le affinità percettive derivate in questo caso dalla musica si siano tramutate in visioni creative in un’opera architettonica: il Museo Ebraico di Berlino.

“Un altro aspetto è Arnold Schonberg. Sono sempre stato interessato alla musica di Schonberg, ed in particolare al suo periodo berlinese. Il suo capolavoro è un’opera intitolata Moses e Aaron, che egli non ha potuto completare. Per qualche ragione la logica del testo, la relazione fra Moses e Aaron, tra, si può dire, la verità rivelata ed immaginabile e la verità parlata e “di massa”, conduceva ad un impasse nel quale la musica, il testo scritto di Schonberg, non potevano essere completati.” È l’ architetto del Museo, Libeskind, a parlare di Schoemberg, autore della composizione dodecafonica, dalla quale è partito per tradurre in linguaggio architettonico il vuoto lasciato dalle ultime parole del terzo atto dell’opera musicale incompleta : “ O wort!o Wort!”.

Il drammatico zig-zag, tagliato obliquo da fasci di luce provenienti da fessure nelle pareti perimetrali, regola la sequenza delle sezioni espositive in un ordine che rende lo spazio ricco di contraddizioni, rivelando però, l’invisibile e dando una voce al silenzio, il quale è pieno di angoscia e memoria. Allo stesso modo la musica provoca nell’uditore ansia e inquietudine.

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Museo ebraico di Berlino, vuoto

Da una parte abbiamo l’effetto figurativo di un’architettura che, come dice Libeskind,  è “ridotto ad un segno della sua assenza”, dall’altra invece l’effetto sonoro della musica cessa, facendo calare un silenzio ineluttabile.  Lo spazio fisico nel museo e il suono nell’opera sono in un rapporto reciproco, perché il secondo ha ispirato l’altro, nella creazione di vuoti non accessibili, che possono essere osservati solo dai tagli nevrotici delle finestre.

Teodora M.M.Piccinno

 

Quando la filosofia ispira l’arte

Due ambiti della filosofia sono sia quello dell’estetica, che quello della filosofia dell’arte. Il primo è la riflessione filosofica sul che cosa sia il bello e in cosa consista esattamente, indagando quali siano i criteri per predicare di un’opera d’arte (letteraria, pittorica, musicale, cinematografica, ecc.) la proprietà di essere bello. D’altronde la filosofia dell’arte cerca di capire che cosa si possa definire arte e cosa no. Ma spesso passa in secondo piano il contrario, ovvero quando la filosofia diventa ispirazione dell’arte (se non l’oggetto stesso). Molte sono le opere filosofiche che hanno dato spunto ad artisti e musicisti per produrre qualcosa di originale.

Per esempio, Gustav Mahler per il  quarto movimento della Sinfonia n°3 (Quello che l’uomo mi racconta) si ispirò a Nietzsche al suo Così Parlò Zarathustra. Infatti la voce narrante, che riecheggia in tal movimento, pronuncia alcune frasi del libro appena citato. Precisamente si tratta del “Canto di Mezzanotte”.

Un filosofo che invece è diventato un privilegiato del panorama artistico è appunto Wittgenstein. Già nel 1992 il musicista ungherese Tibor Szemző compose una suite musicale di mezz’ora nota come Tractus, in cui tentò di mettere in musica il libro più famoso del logico e filosofo viennese, il Tractatus Logico-philosophicus. In tale brano la musica è alternata da voci di varie nazionalità che nella propria lingua leggono alcune proposizioni dell’opera. Per non parlare poi del film biografico di Derek Jarman Wittgenstein (1993): un tentativo fra monologo, cinema e teatro di tradurre in immagini e simbolismi la sua vita e il suo pensiero.

Ritratto di John Rawls, filosofo politico.

O per quanto riguarda l’arte pittorica, aldilà della Scuola di Atene di Raffaello Sanzio,  sono già diventati cult e fenomeno pop i quadri di Renee Bolinger: dottoranda della University of Southern California, ha la peculiarità di rappresentare graficamente gli esponenti più importanti della storia della filosofia e della filosofia contemporanea secondo lo stile di vari artisti: imitando la pittura di Pablo Picasso per dipingere Immanuel Kant o Philippa Foot cercando di copiare le pennellate di  Toulouse Lautrec. Potrete trovare tutti i suoi lavori sul suo sito personale della facoltà: http://www-scf.usc.edu/~rbolinge/

Brevissima introduzione all’estetica

Non vi è mai capitato durante una visita al museo di soffermarvi davanti ad una statua o a un quadro, di stare in silenzio per un po’ e dopo affermare “questa statua, o quadro, è bella/o”? A me è capitato di affermare la medesima cosa, però oggi con voi vorrei riflettere proprio sul concetto di bellezza e sul modo in cui l’uomo giudica. Quando noi esclamiamo che un’opera d’arte è bella, non abbiamo fatto altro che scrutarla attentamente cercando di cogliere ogni minimo dettaglio per poter giudicare. Ma la questione è: la bellezza è soggettiva o oggettiva? appartiene all’oggetto o siamo noi ad attribuire ad esso la bellezza? Alcuni affermano che la statua è bella perché essa ha il bello, altri, come il sottoscritto, afferma che il bello è soggettivo.

Ora vediamo perché dal mio punto di vista la bellezza è soggettiva. Tutti noi siamo cresciuti in un determinato luogo, con culture differenti, anche con istruzioni differenti, ma ciò che mi preme sottolineare è che l’insieme di tutti questi fattori esterni a noi definiscono il nostro grado di sensibilità. Questo grado di sensibilità, determina il nostro giudizio della realtà che ci circonda.

In foto: “la nobile semplicità e la quieta grandezza”(J. J. Winkelmann, Geschichte der Kunst des Altertums ) della copia romana del Discobolo di Mirone, Museo Nazionale Romano.

Partiamo da un esempio: un ragazzo che è cresciuto in una famiglia che non ha mai dato importanza allo studio, che a livello educativo non ha ricevuto una buona educazione, e che non sa valorizzare le cose importanti della vita, ma pensa solo a divertirsi, non entrerà mai in un museo, a meno che non sia costretto da forze superiori.

Questo esempio ci aiuta ad affermare che esiste in ognuno di noi un grado di sensibilità, che è determinato da tutti quei fattori che abbiamo elencato sopra, e spetta alla responsabilità di ciascun individuo raffinarlo. Per spiegare meglio perché il bello non possa essere oggettivo cito ora una delle definizioni che dà l’enciclopedia on.line della Treccani al termine è oggettivo:

“Che vale per tutti i soggetti e non soltanto per uno o per alcuni individui, ed è quindi universale, non condizionato dalla particolarità o variabilità dei punti di vista: sapere o.; giungere a conclusioni oggettive.” (http://www.treccani.it/vocabolario/ oggettivo/) .

Se noi affermiamo che la bellezza è oggettiva, deve essere riconosciuta da tutti gli uomini esistenti, anche da una persona che ha il grado di sensibilità al minimo, che non ha un livello culturale di un critico d’arte, che non apprezza i musei, però nonostante tutto anche lui deve riconoscere la bellezza se si afferma che sia oggettiva. Ma a mio modo di vedere, la bellezza non è mai oggettiva bensì soggettiva, in quanto è il soggetto giudicante che determina la bellezza in base a quel grado di sensibilità che gli appartiene. Per concludere, gli oggetti che si manifestano a noi sono filtrati da tutti i fattori esterni, che contribuiscono a formare la nostra identità e, allo stesso tempo, a formare il nostro grado di sensibilità, che determina il nostro giudizio. Ecco perché esistono molti giudizi rispetto ad un solo oggetto preso in esame.

Rainbow Island – Road To Mirapuri

Pochi giorni fa è uscito, per l’etichetta NO=FI Recordings, Road to Mirapuri, il secondo album dei Rainbow Island. Con questo lavoro il gruppo di Roma, composto da quattro musicisti tra i quali Marco Caizzi, ex chitarrista degli storici Cat Claws, si conferma come una delle band più interessanti della capitale. Attivo da qualche anno, il quartetto si era già fatto vedere nel 2012 con l’album d’esordio RNBW, uscito per la Flying Kids Records, caratterizzato da una psichedelia elettronica tra i Fuck Buttons, i Black Dice e gli Animal Collective più folli, e un concept in cui il gruppo si ritrova a vagare per “Bongolandia” in una realtà da videogioco 8 bit.
In Road to Mirapuri i Rainbow Island, sempre forti di un’ottima produzione sonora, aggiungono al proprio repertorio – ottima idea – il krautrock. Guardando forse un po’ più indietro nella storia della psichedelia rispetto a quanto avesse fatto con RNBW, il gruppo romano ha prodotto due magnifiche tracce da dieci minuti ciascuna che ricordano, tra le altre cose, i Can e la discografia solista del bassista Holger Czukay, in una loro immaginaria formazione elettronica. 
Nel primo pezzo, Rainbow Road, i bassi martellanti trascinano l’ascoltatore in una cavalcata che fa sembrare i dieci minuti trenta secondi, mentre voci misteriose e suoni strani provveduti dai synth lo iniziano al bellissimo trip di questo disco.
Con Mirapuri Lagoon, invece, ci si ritrova inizialmente immersi in drone, field recording e suoni che ci si avvolgono attorno come un ambiente fisico. Attaccano poi, lente, delle percussioni tribali, iniziando un graduale crescendo che trascinerà il pezzo in uno scatenato delirio finale, con voci in lontananza, tamburi impazziti e suoni evocativi che vi catapulteranno in qualsiasi dimensione onirica vogliate.

Questo lavoro grandioso, che si presenta già come uno dei migliori album italiani del 2014, è uscito per NO=FI Recordings nel pregevole formato dell’audiocassetta, e si può ascoltare in streaming (e acquistare) su Bandcamp:

Road To Mirapuri by Rainbow Island

Protip per i romani: i Rainbow Island suoneranno il 16 Gennaio al Forte Fanfulla in apertura ai Delay Lama.

PoliRitmi – Gianlorenzo Nardi

You are the most extraordinary person, you write the most peculiar kind of tunes: 

Canzoni scritte per altri scrittori di canzoni


Chiunque si interessi di musica si trova ad avere a che fare con scene artistiche e influenze. Personalità e gruppi che ispirano altri musicisti, capolavori che ne generano altri, suoni e parole che si ritrovano a distanza di chilometri o decenni. Tutto ciò nasce ovviamente dalla passione di alcuni per l’arte dei colleghi scrittori di canzoni. Evitando pesanti discussioni musicologiche, un modo sotterraneo e personale per scoprire questi amori più o meno segreti è usare la materia prima che abbiamo: la musica stessa. Andare a scovare canzoni che frontman e musicisti hanno dedicato a colleghi e amici è un’attività divertente e illuminante che riserva conferme e sorprese. 



Ecco alcuni gioiellini che ho trovato interessanti:



Neutral Milk Hotel – Naomi. Ho conosciuto e amato questa canzone per anni, poi, nel 2012, scopro il video di Naomi Yang dei Galaxie 500, e viene fuori che nei primi anni ’90 lei e Jeff Mangum erano fidanzati, che la canzone è per lei, e che 15 anni dopo l’uscita del primo album dei Neutral Milk Hotel, lei stessa ha girato questo video di tributo: “Fifteen years ago, Damon and I were playing at a music festival. Someone from Neutral Milk Hotel came up to me, handed me a LP, and said “the song ‘Naomi’ is about you.” Fifteen years later, here is my response.”

The Microphones – After N. Young. L’influenza di Neil Young su Phil Elvrum è più che evidente in molte fasi e aspetti dei suoi lavori, dai chitarroni distorti di The Glow Pt. 2 dei Microphones, agli EP acustici dei Mount Eerie, fino alla voce stessa di Elvrum, flebile e acuta ma espressiva e potente come quella di Young. Tuttavia, questo breve frammento estratto da un live del 2003 (periodo di transizione dai Microphones ai Mount  Eerie), cover parziale di “Mr. Disappointment” di Neil Young (da “Are you Passionate?”) ci regala uno spacco intimo tra il recluso di Anacortes e il rocker di Toronto.

Gorky’s Zygotic Mynci – Kevin Ayers. Una delle tante follie della band gallese. Con questo divertente e  demenziale esercizio di stile, Euros Childs, oltre a campionare l’inizio di “Song for Insane Times”, forse il capolavoro di Kevin Ayers, dichiara ciò che era già abbastanza chiaro, ossia il suo amore e  la sua devozione al bassista-giullare di Canterbury.

Neutral Milk Hotel – Here we Are (for W. Cullen Hart). Precedentemente conosciuta con il nome di “Wood Guitar” e contenuta nella demo in cassetta “Hype City Soundtrack” del 1993, questa canzone è una delle dediche più toccanti che io conosca. Jeff Mangum la scrive per Will Cullen Hart, frontman degli Olivia Tremor Control e dei Circulatory System, pittore e guru spirituale dell’ Elephant 6 Collective. I due si conoscevano dai tempi della loro prima adolescenza, e sono sempre stati accomunati (come dice Robert Schneider degli Apples in Stereo in questo video) da simili visioni e intenti artistici, decisamente i più sperimentali nel collettivo di Athens, con forti influenze surrealiste, e da una certa tendenza alla reclusione e all’auto-relegazione in un mondo creato da loro stessi. Questi due minuti e mezzo di canzone contengono tutta questa fratellanza e incomprensione da parte del mondo esterno, concentrata ed espressa in un “final moment”.



Kevin Ayers – Oh! Wot a Dream. Questa volta è Kevin Ayers a dedicare una canzone a qualcuno, e quel qualcuno è Syd Barrett. I due geni della psichedelia inglese folle ed elegante si conoscevano e avevano collaborato, nel primo album di Ayers, a “Singing a Song in the Morning (a Religious Experience)”, in cui Barrett suona la chitarra solista. “Oh! Wot a Dream”, stilisticamente una summa dello stile eccentrico comune ai due, è una fortissima dichiarazione di apprezzamento e amicizia, proprio nel periodo (1973) in cui l’ex leader dei Pink Floyd iniziava la parte più buia del suo declino mentale, e sembrava dimenticato da tutti.

Spagetti Bolonnaise – Dedicated to Wyatt, but Wyatt wasn’t Listening. Nell’unico pezzo italiano in lista, il pregevolissimo gruppo capitanato da Oliviero Farneti offre con questo brano strumentale un tributo “inascoltato” a Robert Wyatt, ricalcando ironicamente il titolo di due suoi pezzi, uno scritto per i Soft Machine, e uno per i Matching Mole, nonché lo stile del maestro del jazz-rock inglese.

Campfires – Gone Country Dream (for Bill Doss). Fu con estremo sgomento che il 30 Luglio 2012 appresi della morte di Bill Doss. Il frontman degli Olivia Tremor Control e dei Sunshine Fix era stato per me una leggenda e una guida paterna, e la terribile notizia mi lasciò senza fiato. Gli Olivias, scioltisi nel 2000, si erano appena riuniti e, dopo qualche concerto, avevano quasi finito un nuovo album. Lo spirito comunitario dell’Elephant 6 era quasi risorto, e invece sembrava tutto finito in un anno scarso. Non era così: da subito una grossa quantità di musicisti e ammiratori si strinsero intorno al collettivo di Athens, Will Cullen Hart e i restanti Olivias si rimisero a lavorare al nuovo disco già dalla settimana successiva, e pochi mesi dopo spuntò su Spotify questo collage strumentale dei Campfires, fino ad allora band di Chicago a me sconosciuta. Il pezzo è breve ed evocativo, malinconico ma a tratti filantropicamente allegro. Mi sembra un modo più che giusto di ricordare Bill Doss, l’uomo-sole.




                                                    Ascolta.




I concerti dell’estate romana 2013: consigli per gli acquisti

Ormai tutti parlano del fatto che quest’anno Roma sarà popolata da una quantità immensa di concerti belli e interessanti, rispetto a una tradizione che ha voluto spesso la capitale ai margini della musica che conta. Facendo finta che quest’ ultima affermazione sia vera (per me non lo è, ndr) proverò a darvi qualche consiglio per gli acquisti per questa estate.

Il due concerti che meritano una prima segnalazione sono senza dubbio quello dei The National e di Antony & The Johnsons, rispettivamente il 30 Giungo ed il 1 Luglio alla Cavea dell’Auditorium. I National, benché siano molto lontani dall’essere una delle mie band preferite, sono oggettivamente una delle migliori realtà degli ultimi dieci anni. Per quanto riguarda Antony Hegarty, il discorso cambia molto. Ho avuto l’onore di ascoltarlo il 3 Ottobre 2011 nella sala Petruzzelli dell’Auditorium e rimasi “sopraffatto, intimidito, ipnotizzato da questo paffuto travestito che accompagnava la sua stessa voce con movimenti brevi, lievi, fra giochi di luce e di posizioni mentre la fedele orchestra intesseva con impeccabile precisione i preziosi arrangiamenti di Rob Moose e dello stesso Hegarty, perfetti per dare continuità ai nuovi e ai vecchi lavori. Non un singolo pezzo di quelli che sono stati suonati mi ha fatto rimpiangere la versione studio, quello che si vive vedendo uno spettacolo del genere dal vivo non è paragonabile neanche vagamente a nessun supporto, neanche al più fedele”.

Per palati un po’ più nostalgico-reazionari, che in Italia son quelli che vanno per la maggiore, in particolare per il pubblico dai quarant’anni in su, la scelta è vastissima (soprattutto se si ha una discreta disponibilità economica): dagli assoluti oligarchi del garage, i mitici Stooges, guidati dal sempreverde Iggy Pop (il 4 Luglio all’Ippodromo di Capannelle), a Leonard Cohen, supremo poeta della musica , profondamente meditativo e con uno stile che riesce, talvolta sfiorando il colloquiale, a raggiungere le profondità dell’animo umano (qualsiasi esse siano). Ovviamente non mi sto scordando né dei Neil Young con i grandiosi Crazy Horse, né tantomeno di Roger Waters, che – ricordiamolo solo per chi è appena tornato da un viaggio intergalattico – risuonerà interamente il bestseller ‘The Wall’. Lo stesso giorno del leader dei Floyd saranno sul palco di Capannelle i magnifici Sigur Rós.

Sperando che non vi interessino Rammstein e Muse – fanno cagare, e se pensate che io debba motivare questa affermazione vuol dire che non leggete abbastanza polinice.org – mi permetto di dire che non spenderei mai i soldi per gli Arctic Monkeys, che in mancanza di un barlume di originalità hanno rubato il sound di chirarra ai Queens of The Stone Age (gli piacerebbe!!).
Tornando alla musica seria potremmo parlare di Cat Power, che sarà in scena all’Auditorium l’8 Luglio. Il progetto della talentuosa Chan Marshall meriterebbe un ascolto dal vivo quantomeno per meravigliosi episodi discografici della sua altalenante carriera artistica.
Se la doppietta Smashing Pumpkins – Mark Lanegan non può passare inosservata agli appassionati del rock anni ’90 (e della buona musica in generale), non lo saranno neanche gli Atoms for Peace per i fan di Thom Yorke.

Per chi è avvezzo a sonorità un po’ meno morbide non si possono non consigliare i Pelican, una delle band più importanti del post/sludge, ricordati per essere stati oggetto, proprio a Roma, del furto di tutti i loro strumenti.














La stagione romana probabilmente si chiuderà con i Blur, riuniti nel 2008 e capaci di live incendiari benché non impeccabili. Ma se avete bisogno di certezze potete sempre andare a vedere il Boss.
Buon divertimento!

Luigi Costanzo

Lester Bangs


Il 30 Aprile 1982 a New York un uomo moriva per un’overdose causata dall’assunzione massiccia di Darvon e Valium mentre ascoltava Dare! degli Human League. Quell’uomo rispondeva al nome di Leslie Conway Bangs – per il mondo Lester Bangs.

Lester – lo diciamo senza mezzi termini – è il più grande giornalista musicale della storia del rock. Ma prima di questo è un autentico appassionato di musica, onesto cronista delle proprie passioni musicali. Libero da filtri e capace di utilizzare uno stile imbevuto di Kerouac e beat generation, Lester Bangs, perennemente adolescente, aveva una visione del rock n’ roll tutta sua: infatti preferiva la purezza e l’aggressività a qualsiasi altra caratteristica categoria di giudizio.Questo lo portò ad amare immensamente quel genere che noi chiamiamo garage e che lui chiamava ‘punk’.

Convinto che l’idea che esistesse un criterio oggettivo di giudizio fosse ormai completamente sorpassato, la sua scrittura fu una delle espressioni più riuscite del cosiddetto gonzo journalism. E’ proprio nel solco del gonzo che nascono le acerbe critiche ad artisti di primissimo piano come Rolling Stones, Mc5; Bangs arrivò anche a definire Jim Morrison “un buffone alcolizzato”, dichiarazione che insieme a molte altre gli causò l’allontanamento dalla rivista Rolling Stone, per cui aveva scritto dal 1969 al 1973.

Il punto è che Bangs odiava ferocemente ciò che il rock stava lentamente e inevitabilmente diventando. Predisse che l’ “industria del più fico” avrebbe distrutto ciò che noi amiamo del rock. Non amava le rockstar e non amava chi si allontanava progressivamente dal suo pubblico, perché il rock è innanzitutto il suo pubblico, la gente.Le sue feroci critiche allo star system lo portarono ad un progressivo allontanamento – in parte scelto, in parte imposto – dalle riviste di grido, a favore prima del magazine più piccolo ma ben più libero Creem, poi anche di minuscole fanzine indipendenti.

Bangs aveva il coraggio e la capacità di idolatrare artisti come Velvet Underground, Captain Beefheart e Albert Ayer senza aver paura di dirsi innamorato di band decisamente meno fondamentali. Andatevi a vedere cosa dice sui Count Five (band garage che sviluppa in maniera piuttosto ovvia benché fresca e rabbiosa i riff degli Yardbirds): una vera chicca di schizofrenia giornalistico-letteraria.

La musica che circolava al CBGB’s di New York intorno al 1974 diede una nuova speranza a un Bangs che ormai vedeva il vero rock come morto e sepolto (come registra perfettamente anche il film Almost Famous). Nel 1977 Bangs fu uno dei primi ad esaltare l’ antidivismo di band come Clash e Ramones, oltre che lo spirito immediato e ribelle di cui il punk si era riappropriato.

Il suo testamento musicale è il libro ‘Psychotic Reactions and Carburetor Dung’, raccolta di suoi pezzi sul rock già editi nelle riviste per cui aveva scritto. È un vero e proprio documento di riferimento per chi vuole fare un giornalismo musicale onesto, diretto ed indipendente, o almeno provarci.


Come perfettamente espresso da Wu-Ming nella prefazione italiana del libro:


Lester ha/incarna un’idea del rock’n’roll comunitaria, democratica, solidaristica. Nemico d’ogni pretenziosità e solipsismo, fa a pugni con lo zeitgeist degli anni Settanta, negli Usa (e nel rock) periodo di Restaurazione come dopo il Congresso di Vienna: parrucconi incipriati, verticismo, culto della celebrità, virtuosismo “progressivo” fine a se stesso…”

Semplicemente IL rock.

Luigi Costanzo

Riflessioni sulla crisi dell’editoria musicale

Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma. E’ con questa appropriazione indebita che vorrei cominciare a riflettere su una delle tante crisi che hanno investito la musica nell’ultimo decennio: la crisi editoriale. Sì, perché se il peer-to-peer ha ridimensionato le maggiori etichette discografiche e ridisegnato per sempre il mercato musicale, non c’è dubbio che il mondo del web abbia assestato un duro colpo anche alle riviste musicali, costringendole a cambiare o, nel peggiore dei casi, a chiudere.

Grazie a internet i fan possono procurarsi in tempo reale informazioni sulla loro band preferita, e possono quindi tranquillamente fare a meno delle recensioni, analisi e monografie offerte dalle riviste, trovandole senza dover spendere un euro su blog e siti specializzati. Il proliferare di siti come Rateyourmusic e Lastfm, in cui gli utenti confrontano i loro ascolti catalogandoli e registrandone la frequenza, ha reso piuttosto inutile la figura del critico musicale, poiché ognuno è libero di scegliere il ‘proprio’ esperto, in genere una persona comune appassionata del genere che si vuole approfondire.

In questo l’Italia, grazie allo scandaloso e iniquo ordine dei giornalisti presenta (stranamente!) un’anomalia ancora più netta, poiché possibili influencer – volendo usare un termine moderno – sono spesso relegati ai margini dell’informazione musicale, mentre incompetenti, venduti e impreparati, figli di un giornalismo desueto e corporativo, che non provano alcun interesse per le nuove uscite, occupano tuttora le maggiori riviste di informazione musicale.

Tuttavia, nonostante io festeggi il proliferare di blog e nuovi siti molto validi, è innegabile che spesso i giovani siti siano altrettanto vittime della corsa al numero e all’audience tanto quanto l’editoria ufficiale, sperperando così l’enorme occasione che il web concede.

Spesso anche le realtà più piccole e quindi meno legate ad interessi economici dimenticano che la prima qualità necessaria, soprattutto se si prova a inserirsi in un contesto artistico-culturale, è la CREDIBILITA’.

In questo contesto di miseria culturale bisogna essere rigidi e intransigenti sperando che prima o poi, anche nel nostro paese, ci sia qualche illuminato che provi a puntare sulla creatività invece che sulla merda facilmente smerciabile. E noi, il pubblico, i piccoli aspiranti giornalisti, critici, portavoce, quelchevolete dobbiamo essere i primi a opporci rigidamente al mercato forte, a dire con violenza che certa musica alla radio non la vogliamo fare più, che i concerti costano troppo, che a Roma i locali in cui si suona decentemente si contano sulle dita di una mano (mutilata), che la musica bella c’è ed esiste e che va fatta ascoltare. Che siamo stanchi di prodotti che scadono in un anno, e che a noi piacciono gli artisti veri.

Solo così il mercato musicale (e non solo) può salvarsi, puntando sugli appassionati, con una prospettiva non miope ma di lungo termine. Putroppo temo che questo non succederà mai.


Luigi Costanzo

Syd Barrett


Anche se amava le canzoni semplici, Syd Barrett aveva un modo esplosivo di missare i pezzi – abbassava e alzava i cursori della consolle a tutta velocità e apparentemente a caso, ma sta di fatto che il risultato era sempre fenomenale… Syd era un pittore, e non faceva mai nulla se non in modo artistico. Era un creatore al cento per cento, e sempre molto esigente, in particolare con se stesso”. (Andrew King)

Moderna rappresentazione dello stereotipo dell’artista folle e geniale, Syd Barrett si colloca all’interno della storia della musica come motore propulsivo di quella psichedelia inglese che riuscirà, grazie agli stessi Pink Floyd, a reinventarsi fino ad avere esiti commerciali del tutto inaspettati. Non è un caso che parte della critica veda i lavori dei Pink Floyd post-Barrett come delle opere spurie che coincidono con un lento ma costante declino, portando la band dalla folle genialità degli esordi a un pop elegante, onirico ma mai di rottura. Pur non concordando con questa valutazione, è indubitabile che i Pink Floyd non sono mai riusciti ad eguagliare la brillantezza artistica di Syd, di pareggiare quella capacità di essere straniante pur suonando tre accordi, volti ad accompagnare una strana filastrocca.

Barrett nel 1966 era un giovane artista stralunato e iperattivo, capace  di  trascinare un’intera band nei suoi deliri psichedelici che sembrano influenzati da qualsiasi cosa, ma che non sono simili a nulla uscito fino a quel momento. Il passaggio da band di culto all’interno dei locali underground londinesi a grande rock band avviene grazie ai due singoli: Arnold Layne e See Emily Play, prima prova della sorprendente capacità pop di Barrett.

The Piper At the Gates Of Dawn è uno dei dischi più grandi della storia del rock – bizzarramente uscito in quel 1967 che vede anche l’uscita di altri dischi imprescindibili come ‘The Velvet Underground & Nico’, ‘Sgt. Pepper’s’, ‘The Doors’ e ‘Are You Experienced’ – ed è impregnato della figura di Syd Barrett. Il disco si divide fra favole lisergiche, di impianto quasi favolistico, e improvvisazioni strumentali e dissonanti. Ma non è solo questo; il disco riesce a rimescolare con un fascino impressionante vaudeville, folk music, rumorismo, fantascienza, free-form, trovando conforto in una forma che, pur smantellata, viene da rock music e r ‘n’ b. Eccentrico, libero, affascinante: the Piper At the Gates of Dawn a più di 45 anni dalla sua uscita è ancora un disco irraggiungibile. Difficile trovare un opera così imponente fatta con la stessa fanciullesca naturalezza.

 

All’uscita di The Piper At the Gates Of Dawn i problemi mentali di Syd Barrett cominciarono a essere sempre più evidenti per la band, soprattutto in seguito a un pessimo tour americano. La sua dipendenza dagli acidi non fece che acuire la sua schizofrenia e  allontanarlo sempre di più dal mondo. Barrett divenne sempre meno utile agli scopi del gruppo e, come tutti sanno, fu prima affiancato poi sostituito da David Gilmour. Il managment dei Pink Floyd pensava che Barrett potesse essere il Brian Wilson della situazione, un grande compositore drogato, utile per i dischi ma inadatto per i tour. Ovviamente questo non fu possibile. Nel successivo A Sarceful of Secrets, Syd Barrett contribuì solo con la magnifica ‘Jugband Blues’, uno stupendo pezzo di commiato, un capolavoro, ironico anche verso gli stessi membri della sua (ex)band.

Nel 1970, grazie all’aiuto di David Gilmour, Barrett diede alle stampe due album solisti: The Madcap Laughs e Barrett. Questi due dischi rappresentano appieno l’animo geniale ma sempre più alienato e paranoico di un ragazzo di appena venticinque anni. The Madcap Laughs è un disco folk scarno che vive proprio dell’inquietudine di Barrett. Ogni pezzo è frutto di una rocambolesca live session, ennesima dimostrazione della sua fulgida ma fragile genialità.

Barrett prende le mosse sempre dallo stesso sentimento: anche questo disco è appeso, sembra che Barrett possa crollare da un momento all’altro, ma lui rimane là, fra stonature e scordature, a concludere le sue gemme. Questa volta però il reale, presente in modo così drammatico in The Madcap Laughs – tuttora motivo di dibattito critico – viene parzialmente celato anche attraverso arrangiamenti più completi.

Questi due fragili dischi furono precursori di quello che sarà il folk psichedelico. Barrett si ritirerà in casa affidato alle cure materne, e la sua leggenda si alimenterà di aneddoti fino alla sua prematura morte nel 2006.

Luigi Costanzo