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Gemme nascoste: Alexander ‘Skip’ Spence


C’è qualcosa di più bello di amare in segreto, di avere un tesoro custodito in fondo al cuore, ed avere la presunzione che sia lì solo per te? Nel caso di un disco o di un artista questa sensazione di possessione porta a provare una profonda gelosia nei confronti di chiunque possa intaccare questo magia che si viene a creare fra l’opera e il fruitore.
Uno dei dischi che può raggiungere questo speciale risultato è ‘Oar’ di Alexander ‘Skip’ Spence.

Alexander Spence, anche se in molti non lo sanno, è dentro le storie di gruppi assolutamente centrali nel panorama musicale americano degli anni ’60. Inizialmente chitarrista dei Quicksilver Messanger Service in una delle loro forme più embrionali, Alexander detto ‘Skip’, venne ingaggiato poco tempo dopo dai Jefferson Airplane per il loro esordio ‘Jefferson Airplane Take Off’, ma a causa delle sue continue intemperanze fu allontanato abbastanza presto. Skip tornò immediatamente alle sei corde per fondare i Moby Grape, band che nel 1967 fece uscire il suo omonimo esordio, considerato ancora da alcuni critici come una delle migliori opere prime della storia della musica rock. Certo è che, considerate le opere uscite prima del 1967, l’affermazione di questi critici suona piuttosto eccessiva (pensiamo a The Piper At The Gates of Dawn e The Velvet Underground & Nico). Ciò non toglie che Moby Grape, pur non offrendo gli sperimentalismi che andavano per la maggiore in quegli anni, è un album di primissimo piano.

Durante le registazioni di ‘Wow’, secondo album dei Moby Grape, Skip aumentò a dismisura il suo uso di droghe, tanto da distruggere la porta della camera dell’hotel dell’amico Jerry Miller con un’ascia, e rischiando di ferire seriamente molte delle persone presenti nell’albergo. L’uscita dal gruppo, come il ricovero in un ospedale psichiatrico furono a quel punto inevitabili.

Durante il periodo di tossicodipendenza e schizofrenia Spence scrisse il suo unico lavoro solista: ‘Oar’, un fantastico bozzetto di ballate psichedeliche, uno dei primi dischi acid folk che finirà per inaugurare, più o meno consapevolmente, un fortunatissimo filone della musica leggera. ‘Oar’, registrato in una giornata, è interamente suonato da Skip. Il disco dà delle sensazioni analoghe quelle che possono donare i dischi solisti di Syd Barrett: un insieme di canzoni così fragili che sembrano poter perdere di significato da un momento all’altro; e forse è proprio questo il fascino segreto di questi artisti.

‘Oar’ è l’ultima (e unica) gemma di un drogato, alcolista, schizofrenico; ovviamente questo stato di salute rendeva quest’uomo impossibilitato dal poter intraprendere una normale carriera nel music business. A differenza di tanti suoi colleghi. Skip non riuscì neanche a trovare il conforto della morte in età giovanile, che avvenne solo nel 1999 per un cancro ai polmoni.

Oar è uno dei dischi meno venduti della storia della Columbia Records, ma è in realtà una delle gemme più preziose della psichedelia anni ’60.   



Luigi Costanzo

Talking Heads: Once In a Lifetime


Prima che i nerd diventassero sexy, quando fare musica imponeva la scelta fra fare partiture complesse per intellettuali, o musica volgare e aggressiva per le masse, ma soprattutto mentre l’impatto del punk stava per cambiare per sempre la musica mondiale nascevano a New York i Talking Heads.
I Talking Heads, riconosciuti non a torto come una delle band più importanti della cosiddetta ‘new wave’, sono uno di quei pochi gruppi che possono essere considerati grandissimi su un doppio livello. Il primo, quello più ovvio, ma non per questo meno importante, è la proposta di una musica che si avvale con meravigliosa intelligenza degli aspetti più groovydel funk, senza mai rinunciare alle evidenti radici rock n’roll, riuscendo a scegliere la semplicità e come soluzione espressiva, ma suonando con garbo, senza l’irruenza tipica del garage e del punk. Il secondo piano, ben più epocale e profondo, è il sottotesto nascosto in questa apparente musica allegra e festosa. David Byrne, Chris Frantz, Tina Waymouth, Jerry Harrison furono appunto forieri di un’esperienza musicale che riuscì a coniugare all’immediato aspetto musicale un intellettualismo non sempre così evidente. I testi cinici e ironici del geniale Byrne, cantati allo stesso tempo con angoscia ed eleganza, si poggiano su un sound che dietro le immediate piacevolezze ritmiche che frequentemente sfiorano la disco-music offre finezze tuttora insuperate, che si muovono fra citazioni rimescolate di beat, soul, world-music, complessi incastri ritmici con rimandi tribali, sino ad arrivare a sperimentazioni elettroniche a cui il gruppo approdò anche grazie all’intervento di Brian Eno, produttore (e spesso coautore) della band dal 1978 al 1980.
Tutte queste contaminazioni musicali subiscono sfumature ora ossessive, ora inquiete grazie allo strabiliante talento del camaleontico David Byrne, forse uno dei pochi artisti da avere una personalità tale da riuscire a non farsi soffocare da Brian Eno produttore. Byrne in pochissimo tempo passa da essere una delle attrazioni principali dal CBGB’s a essere un’icona post-moderna, portavoce delle inquietudini e delle nervosi dei suoi tempi con un atteggiamento talvolta ironico, talvolta beffardamente messianico. 
Evitando di fare classifiche su dischi che sono indubitabilmente pietre miliari nel mondo della musica leggera – e qui non si ammettono repliche – i Talking Heads dal loro esordio Talking Heads: 77, sino all’acclamato Remain in Light hanno avuto una crescita che difficilmente ha eguali nella storia della musica leggera. Il lento declino, causato anche dalle esperienze parallele dei membri della band (l’inizio della carriera solista di Byrne e i Tom Tom Club)  arriva non prima di regalarci la loro gemma pop Speaking in Tongues e lo spettacolare film-concerto Stop Making Sense del quale già abbiamo parlato qua, il quale fotografa alla perfezione quanto Byrne e compagni fossero un’immensa macchina live (tra l’altro durante i concerti i Talking Heads si avvalevano della presenza dei membri degli immensi Funkadelic), riuscendo a essere allo stesso tempo divertenti, eleganti e cerebrali.
Il deludente Naked (1988), che tenta in qualche modo di ritornare al funk sperimentale di Remain in Light, mette in luce tutto il blocco compositivo della band che era parzialmente celato nei precedenti episodi discografici, e lo scioglimento sembra inevitabile anche alla luce delle ambizioni di David Byrne che potrà dedicarsi a tempo pieno alla sua complessa carriera solista. Ma questa è un’altra (bella) storia…
Luigi Costanzo 

10 gruppi da non ascoltare


Il mondo del web è intasato da elenchi, classifiche, liste di Dos & Don’ts di qualsiasi genere. Questa formula particolarmente fortunata è uno dei cavalli di battaglia dell’amato/odiato Vice Magazine.

Dedichiamo questa nostra lista a tutti i creatori delle top 10 già esistenti.

DIECI GRUPPI DA NON ASCOLTARE PER NESSUN MOTIVO AL MONDO
883 Gli 883 mi piacevano tanto. Poi sono finite le elementari. La loro presenza in questa classifica è un’eccezione. Gruppi di questo tenore non saranno parte di questo post. In primis, perché non ci piace sparare sulla croce rossa, ma anche perché è piuttosto futile criticare chi fa già schifo in modo piuttosto lapalissiano. Il motivo per cui sembrava importante includerli è la assurda rivalutazione di cui sono oggetto ultimamente. Ricordiamo a tutti che Max Pezzali, oltre ad essere uno dei parolieri più coatti della storia della musica leggera, musicalmente è anche uno dei meno ‘talentuosi’ fra i suoi colleghi italiani di successo. Ammettendo anche che le prime cose potessero avere un senso le ultime sono musica brutta per quarantenni arrapati.

The Killers Ecco l’esempio di un gruppo che avrebbe dovuto smettere dopo i primi due singoli o al limite, volendo essere estremamente generosi, al primo album. Se ‘Hot Fuss’ aveva il pregio di contenere qualche buon pezzo e, tutto sommato manteneva un tenore medio accettabile, dal secondo disco in poi il gruppo di Los Angeles guidato dal fastidioso Brendan Flowers ha comincato a fare arrangiamenti pomposi, cercando di riproporre il synth pop anni ’80 da classifica. Un disastro. ‘Human’ è una delle canzoni più brutte degli ultimi anni. Testo insulso, musica pacchina. Un’oscenità.

Muse I Muse sin dal primo disco sono stati una versione di serie Z dei Radiohead. Nel loro evolversi durante il tempo hanno provato a rinnovare il loro sound e a colpire nel segno con gli arpeggi pianistici e la voce drammatica di Matt Bellamy (che palle!) . Oltre al fatto di ripetere qualsiasi mezza idea fino alla morte, i Muse hanno il difetto di scegliere arrangiamenti esageratamente barocchi accoppiati a suoni scandalosamente dozzinali.

Madonna nemesi totale della musica vera, Madonna è considerata – talvolta anche da persone con gusti musicali discreti – la regina del pop. Facendo leva sulla promiscuità sessuale, produzioni multimiliardarie, una vita privata turbolenta, Madonna è stata l’emblema della cultura pop degli anni ottanta. Pur pubblicando anche un disco bello,(Ray of Light, 1998) la Ciccone è stata continuamente costretta a reinventarsi per continuare ad alimentare il suo mito. Lei è la rappresentazione dell’intrusione massiccia delle regole di mercato nella musica, la paladina della musica di consumo, prodotto delle major e niente più. Ah sì, ha anche fatto film orribili.

Linkin Park Ecco forse i Linkin Park sono la band con il sound più obbrobrioso degli ultimi vent’anni; sono arrivati a fare nu-metal o come si chiama con circa vent’anni di ritardo, uccidendo ufficialmente un genere musicale che aveva dato comunque molto poco al mondo della musica. L’equivalente musicale di un fast food: dischi brutti ben impacchettati.

Incubus Embelma del rock alternativo innocuo di fine anni 90 – inizi 2000, gli Incubus hanno cavalcato l’onda crossover provando a disfarsi delle soluzioni più (finto) rockettare, mescolando un’evidente anima pop con funk, grunge e hip hop. Purtroppo non sono mai riusciti a fare nulla che non fosse annacquato, noioso, e che alla fine dei conti fosse solo materiale proponibile a ragazzine che guardano MTV.

Ska P Inutili. Se non fosse per i testi politici non avrebbero neanche un fan, e infatti fuori dai banchi di scuola nessuno osa ascoltarli.

Vasco Rossi Vasco è uno degli artisti più infidi che esistano. Quando pensi di avere degli amici con cui poter parlare di musica serenamente capita che una persona insospettabile ti dica: ‘Però il primo Vasco non era male, anzi!’. Il suo terrificante aspetto è lo specchio del suo modo di fare musica. Con il passare degli anni è diventato sempre più viscido, aspetto abbastanza evidente dagli improponibili testi che scrive. La sua totale mancanza di talento è direttamente proporzionale al suo inspiegabile successo.

System of a Down Una volta su Radio Rock un Dj disse che non c’erano gruppi nuovi all’altezza dei grandi classici. A parte la frase in sé, inutile, banale, trita e ritrita, il conduttore, rispondendo ai messaggi degli ascoltatori che citavano gruppi validi come Radiohead, Sigur Ros, Explosions in the Sky, ecc. disse, minimizzando questi ultimi, che il gruppo migliore di questi anni, il più originale è senza dubbio quello di Tankian e soci. Ecco da quel momento Radio Rock non è più fra i sei canali radiofonici programmati nella mia macchina. Non so se è la voce fastidiosissima di Tankian, i dozzinali riff pseudo-metallari, o le pacchiane contaminazioni armene, ma i celebri SOAD sono fra i gruppi più inascoltabili del pianeta.

Placebo Questo trio è l’esempio perfetto di come si possa fare musica orribile pur avendo bei gusti musicali. La miscela fra glam-rock, brit pop, e chitarre distorte ed atonali non è abbastanza per dare uno sprint ad una band che casca sempre nei soliti cliché, lo stesso Molko non sembra mai autentico e i suoi lamenti all’apparenza rientrano solo in una posa del gruppo, non in un’ autentica urgenza espressiva. Per fortuna con il passare del tempo di sono suicidati con dischi sempre più brutti.

L.C.