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I 50 anni di Kurt Cobain

50 scatti per i 50 anni che Cobain avrebbe compiuto nel 2017. Dal 13 dicembre al 31 gennaio alla Galleria Ono Arte Contemporanea di Bologna sarà allestita una mostra completamente dedicata al leader dei Nirvana.

A livello visivo e mediatico, Kurt Cobain inaugura un’era e uno stile: con i suoi jeans strappati, le pesanti camicie di flanella a cui si aggiungono i capelli lunghi è il non plus ultra dell’anti-fashion o del do-it-yourself (imperativo per la moda del periodo). Sono questi gli anni in cui nascono i primi movimenti giovanili no- global (dove il no-logo nell’abbigliamento ne rappresenta un perfetto corrispettivo) in risposta alla diffusione di multinazionali quali Starbucks o Microsoft, nate nella cerchia periferica di Seattle. I Nirvana conosciuti più o meno da tutti, furono il gruppo che maggiormente innovò la scena musicale degli anni 90. Oltre ad inventare la musica grunge infatti rivoluzionarono il rock creando una vera e propria scena alternativa.

«Il suono dei Nirvana è tipo i Black Sabbath che suonano i Knack, i Black Flag, i Led Zeppelin e gli Stooges, con un pizzico di Bay City Rollers.»  (Kurt Cobain)

Dave Grohl, Pat Smear e Krist Novoselic, i tre memebri della band sopravvissuti a Kurt Cobain, si sono ritrovati sullo stesso palcoscenico, a Eugene, nell’Oregon, durante un concerto dei Foo Fighters; insieme hanno suonato “Big me”, una canzone del primo album di studio della band.

 

 

Kurt Cobain infatti ebbe la debolezza di non reggere la rivoluzione che aveva contribuito a creare. Negli ultimi anni della sua vita Cobain lottò contro la dipendenza dall’eroina e le pressioni dei media su di lui e sulla moglie Courtney Love, da cui aveva avuto una figlia di nome Frances Bean. L’8 aprile 1994 venne trovato morto nella sua casa di Seattle, ucciso da un colpo di fucile; benché ufficialmente si trattasse di un suicidio, negli anni seguenti si è sviluppato un acceso dibattito sulle cause della sua morte. Cobain è diventato un’icona fra i giovani della sua generazione e della successiva, a tal punto da influenzare tuttora sia la musica sia la cultura giovanile.

Secondo la rivista Rolling Stone, Cobain è stato il miglior artista degli anni novanta nonostante la sua breve vita. È stato inoltre inserito al 45º posto nella lista dei 100 migliori cantanti e al 73º posto della lista dei 100 migliori chitarristi.

 

 

Sam Smith: The Thrill of It All – Recensione

Recensire Sam Smith significa bere dell’alcool possibilmente inglese, immergersi con testa e cuore nei suoi testi e poi venir a capo della sua musica e poetica. La sua parabola nasce grazie all’intuito di Jimmy Napes che per primo riconobbe il talento dell’allora diciannovenne Sam Smith, non un professionista all’epoca. I due, dopo l’introduzione di un comune amico, videro Smith scendere nello studio dell’appena conosciuto Napes per scrivere immediatamente insieme la canzone “Lay Me Down”. Il successo del singolo fu immediato tanto da far iniziare tra gli addetti ai lavori la caccia all’autore del brano ossia Napes. Fu così che il management dei Disclosure lo assunse come autore dei loro brani, e così assieme ai fratelli Lawrence, i quattro si sedettero insieme per scrivere una canzone che è diventata la più importante hit degli anni dieci ossia “Latch”.

Quel che fin da subito apparve come certo in un’interprete come Smith è la fragilità raccolta in due spalle puramente inglesi. Il suo esordio con In the Lonely Hour ha registrato la vittoria di quattro Grammy e la vendita di dodici milioni di copie. Inoltre, fedeli alla tradizione britannica di leggenda del soft-power, il giovanissimo Smith ha ricevuto la consacrazione di far parte della colonna sonora di James Bond, approdando fino gli Oscar. In pochissimo tempo il cantante londinese si è imposto ai Golden Globe 2016 vincendo il premio come migliore canzone originale e l’Oscar per Writing’s on the Wall, tratta dal film Spectre – James Bond.

Nel frattempo è arrivato il coming-out, la sofferenza per i suoi disturbi ossessivo compulsivi. In un’intervista con 4Music ha infatti rivelato delle sue lotte contro un disturbo ossessivo-compulsivo: “Io attualmente ho un DOC davvero grave e sta peggiorando per il momento” […] “Io devo controllare i rubinetti… prima di uscire da casa per assicurarmi che ho controllato tutto in caso di inondazioni”.

Dalla sofferenza provata in questi anni ne è uscito il suo nuovo album The Thrill of It All. Il nuovo album è un lavoro plumbeo come i cieli inglesi, che mette a nudo, in modo eccellente, le fragilità del cantante tra dolori e alcolismi. Alcolismi che solo l’alcool britannico sa spiegare. Ne esce un disco maturo, di eccezionale poetica per la contemporaneità. Estremamente vero, crudo e degno di essere apprezzato per una non scontata ritmica.

Too Good at Goodbyes, è l’esternazione delle sue paure. Paure che tutti hanno in questa società laddove tutti comunicano e nessuno dice nulla. Sam Smith invece comunica con il cuore e una gran musica. Baby, You Make Me Crazy è un brano ballabile, divertente, con un tocco americano.

Non troverete suoni alla Disclosure o ritmiche di Napes. Ma, Sam Smith vi porterà in un viaggio che è quasi una terapia per il dolore. Un ritorno e una conferma, in attesa che si esibisca in Italia a maggio 2018 tra Milano e l’Arena di Verona.

TRACKLIST

01. Too good at goodbyes
02. Say it first
03. One last song
04. Midnight train
05. Burning
06. Him
07. Baby, you make me crazy
08. No peace

Laurent Garnier – Sua maestà a Roma

Vi sono luoghi leggendari, unici al mondo. Se ritenete che essi siano i luoghi preposti alla funzione di capitali economiche vi sbagliate. Uno di questi luoghi, sul finire degli anni Ottanta, è stato il club l’Haçienda di Manchester, dove un allora giovane dj francese scosse il mondo dell’elettronica. Il club era frequentato anche da gruppi come gli Stone Roses e gli Happy Mondays, che rimasero affascinati dallo stile del giovane galletto già all’epoca molto aperto e ricettivo verso il nuovo. Fu così che le due formazioni iniziarono a contaminare il loro rock con ritmiche house. A mostrare le sue capacità e mostrare un nuovo corso della musica è stato: Laurent Garnier.

Ammetto di disprezzare chi ritiene Parigi una città essenzialmente romantica e rinchiusa nei fantasmi dell’Ancien Régim. La capitale francese nel mio immaginario ha un valore speciale nel novecento per il jazz degli anni venti e, soprattutto, per il French touch di metà anni novanta. E’ in quel periodo che Laurent Garnier, trasferitosi in una Parigi dei primi anni Novanta dove il fervore per la musica elettronica inizia a farsi sentire, prese subito in gestione la consolle del famoso Wake Up Club, rendendolo una cattedrale della musica. Così, in concomitanza con la sua ascesa in qualità di Dj, Garnier inizia anche la sua attività da producer.

Laurent Garnier - Polinice - Ex Dogana

Successivamente all’entrata nel roster della major FNAC, dove rilasciò nel 1993 la raccolta French connection e poi l’EP The Bout de Souffle, con Eric Morand decise di formare una nuova label: la F-Communication, etichetta specializzata nella ricerca all’interno del campo dell’elettronica d’avanguardia, con una concezione puramente crossover. Quella label sarà la chiave per poter presentare al mondo nel 1995 l’album Shot in the dark, seguito poi due anni dopo da 30 e poi nel 2000 da Unreasonable behaviour, il più apprezzato dalla critica, anche grazie alla pietra miliare The man with red face contenuta al suo interno.  Una traccia storica, da alcuni considerata il Sacro Gral della musica elettronica alla quale ogni producer dovrebbe ispirarsi.

Negli anni duemila inizieranno le collaborazioni con jazzisti del calibro di Bugge Wesseltoft e Dhafer Youssef, cui farà seguito il suo quarto album The Cloud Making Machine.

 

Torniamo alla Francia e al suo valore per la cultura mondiale. Evocando il solo suono della parola Frnacia non si può che pensare alla Rivoluzione del 1789 e all’Illuminismo. Opera cardine, decisatoria di un modo di studiare e pensare, del periodo fu l’Enciclopedia. Questo è la compilation di Laurent Garnier The Kings Of… , nella quale ha collaborato con il suo amico, già simbolo della techno, Carl Craig. All’interno di The Kings of Techno ci si ritrova in un lungo viaggio che parte dal soul di Aretha Franklin per giungere alla detroit techno di Jeff Mills.

Penserete che Garnier sia un asettico chirurgo della consolle e invece anche nei live ricerca il pieno appoggio della sua corte ossia il pubblico. Un pubblico che lo vedrà a Ex-Dogana sabato 18 novembre per Spring Attitude Waves. Un viaggio e una celebrazione alla quale, la Roma che non si annoia tra aperitivi e tristi rituali prerivoluzionari nei palazzi nobiliari, non può mancare.

Process di Sampha, l’album dell’anno

Vi sono album capaci di far successo e altri destinati a condizionare il mondo della produzione musicale a lungo. Quest’ultimo è il caso di Process composto da Sampha che ci ha regalato l’album più curioso, composito di armonie e studiato del 2017. Sebbene l’orda di rinnovamento, misto a faraonici progetti di real estate, abbia visto protagonista l’east London, il miglior talento d’Oltremanica proviene da South. A South ci si va normalmente per la nuova ambasciata statunitense, a seguire il Millwall F.C. e per i rave. E’ proprio da quella porzione di Londra a sud del Tamigi che proviene Sampha.

Sampha Sisay da qualche anno ha suscitato l’interesse della critica, e non solo, grazie alla collaborazione con artisti del calibro di Drake, Kanye West e SBTRKT. Inizialmente si è fatto conoscere per le sue doti di autore, quasi sempre a favore di star, e successivamente per aver prestato la sua delicata e distinguibile voce a hit planetarie.

Process Sample Vinyl

https://open.spotify.com/user/its_smurph_time/playlist/7jJWjSn1mLraoxeClJ48ee

Prima del rilascio del suo primo album “Process” Sampha aveva inciso due LP “Sundanza” e “Dual” capaci di impressionare tanta critica e quella porzione di mercato musicale che alla rpima occasione si riversa nei concerti e vive la musica come una religione. Ciò ha creato dunque intorno a “Process” grandi aspettative giustificate dalla bellezza dei singoli rilasciati: “Blood On Me”, “Timmy’s Prayer” e “(No One Knows Me) Like The Piano”.  Quest’ultimo singolo prova e suggerisce la comprensione per l’attesa, durata oltre tre anni nel rilasciare il suo primo album.

In questi tre anni devastanti interiormente per Sampha, che ironia della sorte lo hanno innalzato a colonna del futuro musicale, è evoluta notevolmente la musica grazie a lui. La scrittura di Process si è rivelata una pratica finemente articolata e devastante per la perdita della madre a causa di un cancro, così come lo sconvolgimento interiore che lo ha riguardato. Process il titolo dell’album si riferisce tanto al lutto quanto alla musica.

“(No One Knows Me) Like The Piano” è un’eulogia della madre, dell’aver saputo vivere un lutto e una malattia come il cancro.  Blood on me è un brano tanto forte da esser divenuto immediatamente un hit, tanto intriso di una poetica rara che lo hanno posto a esser un leitmotiv della generazione della crisi. La crisi perpetua che accompagna la modernità e, soprattutto la contemporaneità degli under 35, per intenderla come George Simmel. Un manifesto che ricorda l’imposizione di Unfinisched Melody dei Massive Attack. Blood of Me è un modo di comunicare le proprie insicurezze, creando un contrasto con quel tono di voce di Sampha tanto riflessivo quanto tranquillizzante.

Process s’impone come un album tenace, tra soul e hip-hop, con il piano protagonista e gli isterismi lontani. Un viaggio nell’intimità uggiosa di Sampha, il quale non cerca facili riscatti con la vita, ma che travolge con la sua eccellente malinconia musicale. Il miglior album del 2017.

Gabriele Dorme Poco //Live after party Resilience

Gabriele Dorme Poco è il nome d’arte di Gabriele D’Angelo, cantautore nato a Roma con origini scozzesi, tedesche e del sud d’Italia. Gabriele inizia a studiare canto a 16 anni con l’insegnante Micaela Grandi, entrando nel coro spiritual/ gospel da lei diretto e con il quale affronta le prime esperienze live. Successivamente si perfeziona al Saint Louis Col- lege of Music di Roma, dove studia canto e repertorio jazz con Elisabetta Antonini, teoria e pianoforte con Pierpaolo Principato e Franco Canfora, ed entra nel coro gospel della scuola diretto dalla jazzista Susanna Stivali.
Dopo diverse esperienze come corista sia per progetti musicali (accompagna Mario Biondi all’Auditorium Parco della Musica di Roma con il Phonema Gospel Choir) che per altri lavori in studio di registrazione (doppiaggio cantato per la serie tv Back at the Barnyard), collabora alla serie d’animazione prodotta da RaiFiction Farhat – Il principe del deserto, occupandosi del sound design dell’intera serie. Sempre come sound designer lavora per Secchi, cortome- traggio in stop motion diretto da Edoardo Natoli, selezionato e proiettato alla Mostra del cinema di Venezia durante le Giornate degli Autori.
Nel 2003 fonda insieme ad altre sei voci il settetto a cappella Anonima Armonisti, formazione con la quale gira l’Italia per oltre 10 anni, producendo 3 dischi e vincendo il Solevoci Festival del 2014. Nel 2008 prende parte alla nascita dei Quinta Giusta, finalisti del premio Pigro 2011. I primi passi da solista li muove nel 2012 e l’anno successivo è tra i finalisti di Musicultura con il brano “Inchiostro Simpatico”.
A fine novembre 2015 è uscito il suo primo EP dal titolo Dispari erano i giorni, di spari le notti. L’EP è bilingue e contiene 6 tracce. Tutti i brani hanno una forte matrice cantautorale italiana indie pop ed evidenti influenze folk e soul. Il primo singolo è la ballata sognante Nightswimming, brano accompagnato da un video girato sul lago di Bolsena da Daniele Napolitano (ilovecut.com). La sesta traccia che chiude l’EP è una cover a cappella del famoso successo di Brian Eno By This River, brano per il quale è stato diretto un videoclip dal regista – due volte vincitore del Globo d’oro – Stefano Chiodini.

Giovedì 2 novembre dalle 22:00 a 1:00

presso Contestaccio Via di Monte Testaccio n. 65b – Roma

As You Were – Liam Gallagher il ritorno da numero 1

L’inconsistenza dell’attuale indie è contraddistinta dal fatto che quando le vere Rockstar producono o ristampano i loro lavori entrano in classifica da numeri uno. Liam Gallagher è un numero uno e il suo album da solista “As you were” ne è la più limpida dimostrazione.

Questa volta l’icona del britpop è dovuto tornare da solo, dopo gli insuccessi dei Beady Eye, sui quali  le aspettative erano ampie e sul quale è gravato il peso di un fantasma leggendario e irripetibile come gli Oasis. Chi scrive questo articolo è nato nel 1988 e fu proprio in quell’anno che, dopo aver assistito a un concerto degli Stone Roses (non di Venditti, capito “indie” romani) Liam capisce che il suo destino è quello di diventare una rock star. Da lì a poco scriverà la storia incarnando insieme al fratello e alla sua band l’ultimo movimento rock degno di nota.

E’ l’8 ottobre 2009 quando Liam Gallagher dichiarò al Times che: “Gli Oasis non esistono più, penso lo abbiamo capito tutti. È finita”.

Di lì in poi passarono anni di oblio, sebbene la Gran Bretagna abbia regalato nel contempo artisti quali Kasabian e rimesso in pista, per poco, i The Verve.

Così, il sopracitato gruppo Beady Eye è stato più un revival dei tempi che furono che una band di livello. Passati gli anni qualcosa si è mosso. Nonostante Liam Gallagher e la sua posa riconoscibile in ogni dove singolarmente non volesse arrivare a un album da solista, è stato quasi costretto a tornare da numero 1.

 

As You Were è un album valido, bello, finalmente con un tratto capace di lasciare un segno nel lungo percorso del rock’n’roll. “For What It’s Worth” porta alla mente la magia di Manchester e della sua band cattiva che negli anni novanta faceva sognare l’ultima generazione felice prima della dittatura dello streaming. Un testo dolente come quelli che nell’intramezzo della nostalgia di una gioventù che sfuma portano a esser maggiormente riflessivi.

Il brano Chinatown suona come un brano che hai già ascoltato, chissà dove e quando, ma che nella realtà nasconde nuove strutture e rimandi originali. Paper Crown è un brano destinato a segnare questo periodo post Brexit. Un brano che porta con sé tutto il meglio che Liam Gallagher possa regalare a questo mondo troppo veloce e inutilmente attaccato al glamour di Hollywood anche nella musica. “As You Were” è un’esaltazione della taciuta umiltà di Liam Gallagher che è stato assistito nella stesura dell’album da Andrew Wyatt e Greg Kurstin.

As You Were“, nel contempo ha scalato le classifiche britanniche. I”As You Were“, appena uscito, è balzato subito in vetta alla classifica degli album più venduti nel Regno Unito, con una veemenza che a molti ha fatto pensare a come “÷” di Ed Sheeran aveva conquistato le classifiche qualche mese prima. In Italia è primo tra i vinili, scansato nella classifica generale solo da un’altra leggenda come Lucio Battisti.

 

Un altro dato impressionante sul successo di “As You Were” risiede nel fatto che ha anche venduto più di tutti gli altri diciannove titoli della Top 20 messi insieme.

Liam Gallagher è tornato. Da solo, con le sue visioni, la sua storia fatta di miti e pentimenti. Con la sua umiltà e i suoi contrasti. Mandando a quel paese la nuova inutile generazione Indie. 

Lucio Battisti – Più di prima. Più che mai

Ammetto di esserne un ammiratore eretico. La ragione risiede nel fatto che non appena undicenne, mentre venivo accompagnato con il redattore di Architettura Jacopo Costanzo alle feste degli amici delle medie, in auto mio padre mi faceva ascoltare Lucio Battisti con Pasquale Panella. Un Battisti nascosto, per pochi, forse il migliore interprete di un’ermeneutica incarnata successivamente solo da Battiato.

Nelle settimane in cui è al culmine la guerra intorno la liquidazione della società Edizioni Musicali Acqua Azzurra, un disco, rigorosamente non disponibile in download, conquista il primo posto in classifica italiana. Come a dire ai nuovi o presunti cantautori italiani che appena gli Dei tornano per loro di spazio ne rimane bene poco.

Il disco più venduto della settimana appena passata è stato «Masters». Una raccolta dei classici di Lucio Battisti in versione restaurata e rimasterizzata che segue il solco inaugurato dai Pink Floyd con Echoes, oltre dieci anni fa.

La particolarità di questa edizione musicale è che esso non si può scaricare (legalmente) e non è disponibile in streaming. Per una ragione tanto romantica, quanto irrazionale visti gli attuali problemi, la moglie e figlio si sono sempre opposti alla digitalizzazione del catalogo

«Masters» sembra un prodotto fuori dal tempo. Capace di mandare indietro in classifica i paladini dello streaming, quali: Fedez, la Dark Polo Gang e i The Giornalisti.

Battisti è stato sopra tutti, sia quelli che vanno forte sulle nuove piattaforme, sia quelli che vendono nei negozi, sia quelli che se la cavano su entrambi i fronti. Solamente Liam Gallagher lo supera nella vendita di vinili. Lo stesso cantante di Manchester che lo scorso anno stupì il mondo con un documentario Supersonic dedicato ai tempi precedenti all’avvento del web. Quando la musica era sporca, si inceppava per un graffio o per un difetto del supporto.

Lucio Battisti, più forte di prima. Più vivo e poetico nel suo mare nero degli effetti delle stories di hypster pariolini alla moda che nulla stanno lasciando.

Vins-t a il Cantine

Vins-t live

Giovedì 21 settembre dalle ore 22:30 presso Il Canitine, Via della Batteria Nomentana 66, Roma

Ingresso gratuito

Vint-t, gruppo emergente romano che con la sua musica narra i diversi temi giovanili della vita di tutti i giorni, dalle feste alla politica all’amore, si esibirà presso Il Cantine mercoledì 21 settembre.

L’esibizione sarà anche un releaise party del secondo singolo del gruppo, “Neetaly”, e il relativo video realizzato da Dario Inglese.

Il tutto in attesa del primo EP, in uscita per fine mese, comprendente 5 canzoni che seguono il fil rouge del gruppo attraverso generi eterogenei, con brani rappati, ed altri più vicini al punk o al reggae e lo ska e con le grafiche di Nicolò Turbesi.

Alla chitarra Cristian Tacconi, alla batteria di Alessandro Accantino  , al basso di Thomas Castagnacci.

 

 

Quando Monster of Rock unì URSS e USA

Era la fine di un mondo, di un’ideologia e di un’utopia. Stati Uniti d’America e Unione Sovietica non erano mai state amiche dalla fine del III Reich, probabilmente non lo sono neanche ora quelle terre. Ma, c’è un momento, una sola magica notte prima che il novecento terminasse assieme alle sue ideologie, in cui Mosca e Washington sono state in simbiosi.

E’ la notte del 28 settembre 1991 quando a Mosca arriva il “Monster Of Rock”. Il Festival nato nel 1980 quando Ritchie Blackmore, organizzò la prima edizione del Monsters Of Rock rivendendone poi i diritti a Paul Loadsby. Era un festival estivo inglese dedicato soprattutto alle band di genere rock e metal. I Rainbow furono i primi headliner del concerto inglese. Successivamente le prime sette edizioni il festival prese un carattere internazionale, arrivando fino alla lontana Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche nel 1991.

E’ il 28 settembre 1991 quando all’aeroporto di Tushino a nord di Mosca, si riunirono oltre 400.000 persone, senza che fosse stata possibile alcuna campagna pubblicitaria.

L’aria era elettrizzata e tesa, poiché il mese precedente l’URSS aveva visto svolgersi un tentato colpo di Stato conosciuto anche come putsch di allo scopo di deporre il presidente Michail Gorbačëv e prendere il controllo della nazione

Le guardie rosse per tal motivo erano ovunque hanno raccontato i partecipanti. Uno schieramento simile a quello che viene attualmente schierato durante i match caldi di calcio allo scopo di soffocare ogni aggregazione giovanile. In un primo momento iniziarono incidenti che presto si sedarono da soli. Come la prassi di una qualsiasi rigorosa tradizione comunista vuole, anche in quell’occasione le Guardie Rosse non diedero scampo a nessuno. Ma, dopo tutto si dissolse. E così gli stessi figli del Soviet, le armate capaci di mettere paura al mondo iniziarono a divertirsi. Alcuni militari si tolsero la divisa e non rientrarono mai più nei ranghi.

A cantare vi furono:

  • AC/DC
  • Metallica
  • Pantera
  • The Black Crowes
  • S.T.

L’intro dei Metallica caratterizzato dalla colonna sonora di Ecstacy of Gold, composta dal maestro Morricone rese il tutto ancor più mitologico e sciolse frustazioni e tensioni di un’intera generazione.

Quella sera il metal legò luoghi e culture lontane. Unite dalla sofferenza di una guerra fredda e di due utopie, capitalismo e comunismo. Utopie buone sui libri, ma fredde nelle anime delle persone. Persone i cui cuori furono riscaldati dalla notte di un magico sentimento metallico.

Quella notte la Russia ebbe fiducia in un futuro prosperoso grazie al Metal. Vennero dieci anni rovinosi, ma quella notte segnò il ritorno delle speranze nella terra degli Zar e di Lenin.

Jimmy Napes, il maestro autore di Smith e Disclousure

Dietro i grandi successi dell’ultimo triennio Made in Uk si nasconde il talento privato di Jimmy Napes. Ai più questo nome non dirà molto, ma il produttorer e autore inglese è stato recentemente premiato per  “Writing’s on the Wall” con  Sam Smith ai Golden Globe Award per l’ Academy Award for Best Original Song. Le sue tracce sono sparse in ogni successo britannico prodotto dal 2013 in poi e la sua fama è arrivata negli Stati Uniti d’America dove sono in  molti a richederlo come co-produttore.

Jimmy Napes è un ragazzo del nord di Londra, che è cresciuto negli ultimi anni del garage britannico, il quale si è formato attraverso la musica classica su impulso dei suoi genitori ( padre batterista, madre pianista). Tutto’ora idolatrizza artisti come Carole King e Burt Bacharach, i quali hanno costruito un impero scrivendo hit per gli altri e per loro, e nella sua ricerca di emulare loro ha trascorso la sua prima età artistica.

 

Vi chiederete quale sia la sua genesi e il  motivo per il quale vi si presenta questo produttore dal viso pulito come il più prolifico e talentuoso prodotto di Gran Bretagna. Ebbene, il motivo risiede nella sua capacità di aver scritto i più bei brani britannici degli ultimi anni. La sua storia di successo, come tante altre, è iniziata un po’ per caso.  Anni addietro, per primo, riconobbe il talento dell’allora diciannovenne Sam Smith, non un professionista all’epoca. I due dopo l’introduzione di un comune amico, videro Smith scendere nello studio dell’appena conosciuto Napes per scrivere immediatamente insieme la canzone “Lay Me Down”. Il successo del singolo fu immediato tanto da far iniziare tra gli addetti ai lavori la caccia all’autore. Fu così che il management dei Disclosure lo assunse come autore dei loro brani, e così assieme ai fratelli Lawrence, i quattro si sono seduti insieme per scrivere una canzone che è diventata la iù importante hit degli anni dieci ossia “Latch”. Quello successivo è stato un trionfo accecante di tre numeri britannici scritti da Napes-Naughty Boy e Sam Smith, “La La La”, “Stay With Me” di Smith e “Rather Be” di Clean Bandit Crediti di produzione sugli album di debutto di Smith e Disclosure. Successivamente è arrivato il successo con Nile Rodgers e Mary J Blige.

L’elemento di rottura e di passaggio, non solo per gli artisti sopracitati, ma per tutta la musica mondiale è stata la realizzazione di Latch. Infatti, quando i quattro si riunirono per scrivere “Latch”, Napes, Smith e i fratelli Lawrence erano tutti affamati e volenterosi di non perdere un’occasione. Jimmy Napes ha dichiarato che quando scrissero Latch all’epoca “Sam (Smith) spillava pinte di birra, io suonavo ai balli dei matrimoni, e i ragazzi del Disclosure non avevano un cesso dove pisciare”. Smith aveva le corde vocali, e i Lawrences misero quel bacio di beat e magia sul pop della loro gioventù inflessibile da garage, ma fu Napes a inserire e coniugare i giusti ingredienti della hit degli anni dieci.

Da poco più di due anni è uscito il suo The Making of Me , un  EP speciale per chi vuol oltrepassare la cornice da hit di alcuni suoi successi. Un disco personale anche se coscritto con altri che è preludio per la musica britannica, e non solo, dei prossimi dieci anni.