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You are the most extraordinary person, you write the most peculiar kind of tunes: 

Canzoni scritte per altri scrittori di canzoni


Chiunque si interessi di musica si trova ad avere a che fare con scene artistiche e influenze. Personalità e gruppi che ispirano altri musicisti, capolavori che ne generano altri, suoni e parole che si ritrovano a distanza di chilometri o decenni. Tutto ciò nasce ovviamente dalla passione di alcuni per l’arte dei colleghi scrittori di canzoni. Evitando pesanti discussioni musicologiche, un modo sotterraneo e personale per scoprire questi amori più o meno segreti è usare la materia prima che abbiamo: la musica stessa. Andare a scovare canzoni che frontman e musicisti hanno dedicato a colleghi e amici è un’attività divertente e illuminante che riserva conferme e sorprese. 



Ecco alcuni gioiellini che ho trovato interessanti:



Neutral Milk Hotel – Naomi. Ho conosciuto e amato questa canzone per anni, poi, nel 2012, scopro il video di Naomi Yang dei Galaxie 500, e viene fuori che nei primi anni ’90 lei e Jeff Mangum erano fidanzati, che la canzone è per lei, e che 15 anni dopo l’uscita del primo album dei Neutral Milk Hotel, lei stessa ha girato questo video di tributo: “Fifteen years ago, Damon and I were playing at a music festival. Someone from Neutral Milk Hotel came up to me, handed me a LP, and said “the song ‘Naomi’ is about you.” Fifteen years later, here is my response.”

The Microphones – After N. Young. L’influenza di Neil Young su Phil Elvrum è più che evidente in molte fasi e aspetti dei suoi lavori, dai chitarroni distorti di The Glow Pt. 2 dei Microphones, agli EP acustici dei Mount Eerie, fino alla voce stessa di Elvrum, flebile e acuta ma espressiva e potente come quella di Young. Tuttavia, questo breve frammento estratto da un live del 2003 (periodo di transizione dai Microphones ai Mount  Eerie), cover parziale di “Mr. Disappointment” di Neil Young (da “Are you Passionate?”) ci regala uno spacco intimo tra il recluso di Anacortes e il rocker di Toronto.

Gorky’s Zygotic Mynci – Kevin Ayers. Una delle tante follie della band gallese. Con questo divertente e  demenziale esercizio di stile, Euros Childs, oltre a campionare l’inizio di “Song for Insane Times”, forse il capolavoro di Kevin Ayers, dichiara ciò che era già abbastanza chiaro, ossia il suo amore e  la sua devozione al bassista-giullare di Canterbury.

Neutral Milk Hotel – Here we Are (for W. Cullen Hart). Precedentemente conosciuta con il nome di “Wood Guitar” e contenuta nella demo in cassetta “Hype City Soundtrack” del 1993, questa canzone è una delle dediche più toccanti che io conosca. Jeff Mangum la scrive per Will Cullen Hart, frontman degli Olivia Tremor Control e dei Circulatory System, pittore e guru spirituale dell’ Elephant 6 Collective. I due si conoscevano dai tempi della loro prima adolescenza, e sono sempre stati accomunati (come dice Robert Schneider degli Apples in Stereo in questo video) da simili visioni e intenti artistici, decisamente i più sperimentali nel collettivo di Athens, con forti influenze surrealiste, e da una certa tendenza alla reclusione e all’auto-relegazione in un mondo creato da loro stessi. Questi due minuti e mezzo di canzone contengono tutta questa fratellanza e incomprensione da parte del mondo esterno, concentrata ed espressa in un “final moment”.



Kevin Ayers – Oh! Wot a Dream. Questa volta è Kevin Ayers a dedicare una canzone a qualcuno, e quel qualcuno è Syd Barrett. I due geni della psichedelia inglese folle ed elegante si conoscevano e avevano collaborato, nel primo album di Ayers, a “Singing a Song in the Morning (a Religious Experience)”, in cui Barrett suona la chitarra solista. “Oh! Wot a Dream”, stilisticamente una summa dello stile eccentrico comune ai due, è una fortissima dichiarazione di apprezzamento e amicizia, proprio nel periodo (1973) in cui l’ex leader dei Pink Floyd iniziava la parte più buia del suo declino mentale, e sembrava dimenticato da tutti.

Spagetti Bolonnaise – Dedicated to Wyatt, but Wyatt wasn’t Listening. Nell’unico pezzo italiano in lista, il pregevolissimo gruppo capitanato da Oliviero Farneti offre con questo brano strumentale un tributo “inascoltato” a Robert Wyatt, ricalcando ironicamente il titolo di due suoi pezzi, uno scritto per i Soft Machine, e uno per i Matching Mole, nonché lo stile del maestro del jazz-rock inglese.

Campfires – Gone Country Dream (for Bill Doss). Fu con estremo sgomento che il 30 Luglio 2012 appresi della morte di Bill Doss. Il frontman degli Olivia Tremor Control e dei Sunshine Fix era stato per me una leggenda e una guida paterna, e la terribile notizia mi lasciò senza fiato. Gli Olivias, scioltisi nel 2000, si erano appena riuniti e, dopo qualche concerto, avevano quasi finito un nuovo album. Lo spirito comunitario dell’Elephant 6 era quasi risorto, e invece sembrava tutto finito in un anno scarso. Non era così: da subito una grossa quantità di musicisti e ammiratori si strinsero intorno al collettivo di Athens, Will Cullen Hart e i restanti Olivias si rimisero a lavorare al nuovo disco già dalla settimana successiva, e pochi mesi dopo spuntò su Spotify questo collage strumentale dei Campfires, fino ad allora band di Chicago a me sconosciuta. Il pezzo è breve ed evocativo, malinconico ma a tratti filantropicamente allegro. Mi sembra un modo più che giusto di ricordare Bill Doss, l’uomo-sole.




                                                    Ascolta.




I concerti dell’estate romana 2013: consigli per gli acquisti

Ormai tutti parlano del fatto che quest’anno Roma sarà popolata da una quantità immensa di concerti belli e interessanti, rispetto a una tradizione che ha voluto spesso la capitale ai margini della musica che conta. Facendo finta che quest’ ultima affermazione sia vera (per me non lo è, ndr) proverò a darvi qualche consiglio per gli acquisti per questa estate.

Il due concerti che meritano una prima segnalazione sono senza dubbio quello dei The National e di Antony & The Johnsons, rispettivamente il 30 Giungo ed il 1 Luglio alla Cavea dell’Auditorium. I National, benché siano molto lontani dall’essere una delle mie band preferite, sono oggettivamente una delle migliori realtà degli ultimi dieci anni. Per quanto riguarda Antony Hegarty, il discorso cambia molto. Ho avuto l’onore di ascoltarlo il 3 Ottobre 2011 nella sala Petruzzelli dell’Auditorium e rimasi “sopraffatto, intimidito, ipnotizzato da questo paffuto travestito che accompagnava la sua stessa voce con movimenti brevi, lievi, fra giochi di luce e di posizioni mentre la fedele orchestra intesseva con impeccabile precisione i preziosi arrangiamenti di Rob Moose e dello stesso Hegarty, perfetti per dare continuità ai nuovi e ai vecchi lavori. Non un singolo pezzo di quelli che sono stati suonati mi ha fatto rimpiangere la versione studio, quello che si vive vedendo uno spettacolo del genere dal vivo non è paragonabile neanche vagamente a nessun supporto, neanche al più fedele”.

Per palati un po’ più nostalgico-reazionari, che in Italia son quelli che vanno per la maggiore, in particolare per il pubblico dai quarant’anni in su, la scelta è vastissima (soprattutto se si ha una discreta disponibilità economica): dagli assoluti oligarchi del garage, i mitici Stooges, guidati dal sempreverde Iggy Pop (il 4 Luglio all’Ippodromo di Capannelle), a Leonard Cohen, supremo poeta della musica , profondamente meditativo e con uno stile che riesce, talvolta sfiorando il colloquiale, a raggiungere le profondità dell’animo umano (qualsiasi esse siano). Ovviamente non mi sto scordando né dei Neil Young con i grandiosi Crazy Horse, né tantomeno di Roger Waters, che – ricordiamolo solo per chi è appena tornato da un viaggio intergalattico – risuonerà interamente il bestseller ‘The Wall’. Lo stesso giorno del leader dei Floyd saranno sul palco di Capannelle i magnifici Sigur Rós.

Sperando che non vi interessino Rammstein e Muse – fanno cagare, e se pensate che io debba motivare questa affermazione vuol dire che non leggete abbastanza polinice.org – mi permetto di dire che non spenderei mai i soldi per gli Arctic Monkeys, che in mancanza di un barlume di originalità hanno rubato il sound di chirarra ai Queens of The Stone Age (gli piacerebbe!!).
Tornando alla musica seria potremmo parlare di Cat Power, che sarà in scena all’Auditorium l’8 Luglio. Il progetto della talentuosa Chan Marshall meriterebbe un ascolto dal vivo quantomeno per meravigliosi episodi discografici della sua altalenante carriera artistica.
Se la doppietta Smashing Pumpkins – Mark Lanegan non può passare inosservata agli appassionati del rock anni ’90 (e della buona musica in generale), non lo saranno neanche gli Atoms for Peace per i fan di Thom Yorke.

Per chi è avvezzo a sonorità un po’ meno morbide non si possono non consigliare i Pelican, una delle band più importanti del post/sludge, ricordati per essere stati oggetto, proprio a Roma, del furto di tutti i loro strumenti.














La stagione romana probabilmente si chiuderà con i Blur, riuniti nel 2008 e capaci di live incendiari benché non impeccabili. Ma se avete bisogno di certezze potete sempre andare a vedere il Boss.
Buon divertimento!

Luigi Costanzo

Lester Bangs


Il 30 Aprile 1982 a New York un uomo moriva per un’overdose causata dall’assunzione massiccia di Darvon e Valium mentre ascoltava Dare! degli Human League. Quell’uomo rispondeva al nome di Leslie Conway Bangs – per il mondo Lester Bangs.

Lester – lo diciamo senza mezzi termini – è il più grande giornalista musicale della storia del rock. Ma prima di questo è un autentico appassionato di musica, onesto cronista delle proprie passioni musicali. Libero da filtri e capace di utilizzare uno stile imbevuto di Kerouac e beat generation, Lester Bangs, perennemente adolescente, aveva una visione del rock n’ roll tutta sua: infatti preferiva la purezza e l’aggressività a qualsiasi altra caratteristica categoria di giudizio.Questo lo portò ad amare immensamente quel genere che noi chiamiamo garage e che lui chiamava ‘punk’.

Convinto che l’idea che esistesse un criterio oggettivo di giudizio fosse ormai completamente sorpassato, la sua scrittura fu una delle espressioni più riuscite del cosiddetto gonzo journalism. E’ proprio nel solco del gonzo che nascono le acerbe critiche ad artisti di primissimo piano come Rolling Stones, Mc5; Bangs arrivò anche a definire Jim Morrison “un buffone alcolizzato”, dichiarazione che insieme a molte altre gli causò l’allontanamento dalla rivista Rolling Stone, per cui aveva scritto dal 1969 al 1973.

Il punto è che Bangs odiava ferocemente ciò che il rock stava lentamente e inevitabilmente diventando. Predisse che l’ “industria del più fico” avrebbe distrutto ciò che noi amiamo del rock. Non amava le rockstar e non amava chi si allontanava progressivamente dal suo pubblico, perché il rock è innanzitutto il suo pubblico, la gente.Le sue feroci critiche allo star system lo portarono ad un progressivo allontanamento – in parte scelto, in parte imposto – dalle riviste di grido, a favore prima del magazine più piccolo ma ben più libero Creem, poi anche di minuscole fanzine indipendenti.

Bangs aveva il coraggio e la capacità di idolatrare artisti come Velvet Underground, Captain Beefheart e Albert Ayer senza aver paura di dirsi innamorato di band decisamente meno fondamentali. Andatevi a vedere cosa dice sui Count Five (band garage che sviluppa in maniera piuttosto ovvia benché fresca e rabbiosa i riff degli Yardbirds): una vera chicca di schizofrenia giornalistico-letteraria.

La musica che circolava al CBGB’s di New York intorno al 1974 diede una nuova speranza a un Bangs che ormai vedeva il vero rock come morto e sepolto (come registra perfettamente anche il film Almost Famous). Nel 1977 Bangs fu uno dei primi ad esaltare l’ antidivismo di band come Clash e Ramones, oltre che lo spirito immediato e ribelle di cui il punk si era riappropriato.

Il suo testamento musicale è il libro ‘Psychotic Reactions and Carburetor Dung’, raccolta di suoi pezzi sul rock già editi nelle riviste per cui aveva scritto. È un vero e proprio documento di riferimento per chi vuole fare un giornalismo musicale onesto, diretto ed indipendente, o almeno provarci.


Come perfettamente espresso da Wu-Ming nella prefazione italiana del libro:


Lester ha/incarna un’idea del rock’n’roll comunitaria, democratica, solidaristica. Nemico d’ogni pretenziosità e solipsismo, fa a pugni con lo zeitgeist degli anni Settanta, negli Usa (e nel rock) periodo di Restaurazione come dopo il Congresso di Vienna: parrucconi incipriati, verticismo, culto della celebrità, virtuosismo “progressivo” fine a se stesso…”

Semplicemente IL rock.

Luigi Costanzo

Riflessioni sulla crisi dell’editoria musicale

Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma. E’ con questa appropriazione indebita che vorrei cominciare a riflettere su una delle tante crisi che hanno investito la musica nell’ultimo decennio: la crisi editoriale. Sì, perché se il peer-to-peer ha ridimensionato le maggiori etichette discografiche e ridisegnato per sempre il mercato musicale, non c’è dubbio che il mondo del web abbia assestato un duro colpo anche alle riviste musicali, costringendole a cambiare o, nel peggiore dei casi, a chiudere.

Grazie a internet i fan possono procurarsi in tempo reale informazioni sulla loro band preferita, e possono quindi tranquillamente fare a meno delle recensioni, analisi e monografie offerte dalle riviste, trovandole senza dover spendere un euro su blog e siti specializzati. Il proliferare di siti come Rateyourmusic e Lastfm, in cui gli utenti confrontano i loro ascolti catalogandoli e registrandone la frequenza, ha reso piuttosto inutile la figura del critico musicale, poiché ognuno è libero di scegliere il ‘proprio’ esperto, in genere una persona comune appassionata del genere che si vuole approfondire.

In questo l’Italia, grazie allo scandaloso e iniquo ordine dei giornalisti presenta (stranamente!) un’anomalia ancora più netta, poiché possibili influencer – volendo usare un termine moderno – sono spesso relegati ai margini dell’informazione musicale, mentre incompetenti, venduti e impreparati, figli di un giornalismo desueto e corporativo, che non provano alcun interesse per le nuove uscite, occupano tuttora le maggiori riviste di informazione musicale.

Tuttavia, nonostante io festeggi il proliferare di blog e nuovi siti molto validi, è innegabile che spesso i giovani siti siano altrettanto vittime della corsa al numero e all’audience tanto quanto l’editoria ufficiale, sperperando così l’enorme occasione che il web concede.

Spesso anche le realtà più piccole e quindi meno legate ad interessi economici dimenticano che la prima qualità necessaria, soprattutto se si prova a inserirsi in un contesto artistico-culturale, è la CREDIBILITA’.

In questo contesto di miseria culturale bisogna essere rigidi e intransigenti sperando che prima o poi, anche nel nostro paese, ci sia qualche illuminato che provi a puntare sulla creatività invece che sulla merda facilmente smerciabile. E noi, il pubblico, i piccoli aspiranti giornalisti, critici, portavoce, quelchevolete dobbiamo essere i primi a opporci rigidamente al mercato forte, a dire con violenza che certa musica alla radio non la vogliamo fare più, che i concerti costano troppo, che a Roma i locali in cui si suona decentemente si contano sulle dita di una mano (mutilata), che la musica bella c’è ed esiste e che va fatta ascoltare. Che siamo stanchi di prodotti che scadono in un anno, e che a noi piacciono gli artisti veri.

Solo così il mercato musicale (e non solo) può salvarsi, puntando sugli appassionati, con una prospettiva non miope ma di lungo termine. Putroppo temo che questo non succederà mai.


Luigi Costanzo

Syd Barrett


Anche se amava le canzoni semplici, Syd Barrett aveva un modo esplosivo di missare i pezzi – abbassava e alzava i cursori della consolle a tutta velocità e apparentemente a caso, ma sta di fatto che il risultato era sempre fenomenale… Syd era un pittore, e non faceva mai nulla se non in modo artistico. Era un creatore al cento per cento, e sempre molto esigente, in particolare con se stesso”. (Andrew King)

Moderna rappresentazione dello stereotipo dell’artista folle e geniale, Syd Barrett si colloca all’interno della storia della musica come motore propulsivo di quella psichedelia inglese che riuscirà, grazie agli stessi Pink Floyd, a reinventarsi fino ad avere esiti commerciali del tutto inaspettati. Non è un caso che parte della critica veda i lavori dei Pink Floyd post-Barrett come delle opere spurie che coincidono con un lento ma costante declino, portando la band dalla folle genialità degli esordi a un pop elegante, onirico ma mai di rottura. Pur non concordando con questa valutazione, è indubitabile che i Pink Floyd non sono mai riusciti ad eguagliare la brillantezza artistica di Syd, di pareggiare quella capacità di essere straniante pur suonando tre accordi, volti ad accompagnare una strana filastrocca.

Barrett nel 1966 era un giovane artista stralunato e iperattivo, capace  di  trascinare un’intera band nei suoi deliri psichedelici che sembrano influenzati da qualsiasi cosa, ma che non sono simili a nulla uscito fino a quel momento. Il passaggio da band di culto all’interno dei locali underground londinesi a grande rock band avviene grazie ai due singoli: Arnold Layne e See Emily Play, prima prova della sorprendente capacità pop di Barrett.

The Piper At the Gates Of Dawn è uno dei dischi più grandi della storia del rock – bizzarramente uscito in quel 1967 che vede anche l’uscita di altri dischi imprescindibili come ‘The Velvet Underground & Nico’, ‘Sgt. Pepper’s’, ‘The Doors’ e ‘Are You Experienced’ – ed è impregnato della figura di Syd Barrett. Il disco si divide fra favole lisergiche, di impianto quasi favolistico, e improvvisazioni strumentali e dissonanti. Ma non è solo questo; il disco riesce a rimescolare con un fascino impressionante vaudeville, folk music, rumorismo, fantascienza, free-form, trovando conforto in una forma che, pur smantellata, viene da rock music e r ‘n’ b. Eccentrico, libero, affascinante: the Piper At the Gates of Dawn a più di 45 anni dalla sua uscita è ancora un disco irraggiungibile. Difficile trovare un opera così imponente fatta con la stessa fanciullesca naturalezza.

 

All’uscita di The Piper At the Gates Of Dawn i problemi mentali di Syd Barrett cominciarono a essere sempre più evidenti per la band, soprattutto in seguito a un pessimo tour americano. La sua dipendenza dagli acidi non fece che acuire la sua schizofrenia e  allontanarlo sempre di più dal mondo. Barrett divenne sempre meno utile agli scopi del gruppo e, come tutti sanno, fu prima affiancato poi sostituito da David Gilmour. Il managment dei Pink Floyd pensava che Barrett potesse essere il Brian Wilson della situazione, un grande compositore drogato, utile per i dischi ma inadatto per i tour. Ovviamente questo non fu possibile. Nel successivo A Sarceful of Secrets, Syd Barrett contribuì solo con la magnifica ‘Jugband Blues’, uno stupendo pezzo di commiato, un capolavoro, ironico anche verso gli stessi membri della sua (ex)band.

Nel 1970, grazie all’aiuto di David Gilmour, Barrett diede alle stampe due album solisti: The Madcap Laughs e Barrett. Questi due dischi rappresentano appieno l’animo geniale ma sempre più alienato e paranoico di un ragazzo di appena venticinque anni. The Madcap Laughs è un disco folk scarno che vive proprio dell’inquietudine di Barrett. Ogni pezzo è frutto di una rocambolesca live session, ennesima dimostrazione della sua fulgida ma fragile genialità.

Barrett prende le mosse sempre dallo stesso sentimento: anche questo disco è appeso, sembra che Barrett possa crollare da un momento all’altro, ma lui rimane là, fra stonature e scordature, a concludere le sue gemme. Questa volta però il reale, presente in modo così drammatico in The Madcap Laughs – tuttora motivo di dibattito critico – viene parzialmente celato anche attraverso arrangiamenti più completi.

Questi due fragili dischi furono precursori di quello che sarà il folk psichedelico. Barrett si ritirerà in casa affidato alle cure materne, e la sua leggenda si alimenterà di aneddoti fino alla sua prematura morte nel 2006.

Luigi Costanzo

Gemme nascoste: Alexander ‘Skip’ Spence


C’è qualcosa di più bello di amare in segreto, di avere un tesoro custodito in fondo al cuore, ed avere la presunzione che sia lì solo per te? Nel caso di un disco o di un artista questa sensazione di possessione porta a provare una profonda gelosia nei confronti di chiunque possa intaccare questo magia che si viene a creare fra l’opera e il fruitore.
Uno dei dischi che può raggiungere questo speciale risultato è ‘Oar’ di Alexander ‘Skip’ Spence.

Alexander Spence, anche se in molti non lo sanno, è dentro le storie di gruppi assolutamente centrali nel panorama musicale americano degli anni ’60. Inizialmente chitarrista dei Quicksilver Messanger Service in una delle loro forme più embrionali, Alexander detto ‘Skip’, venne ingaggiato poco tempo dopo dai Jefferson Airplane per il loro esordio ‘Jefferson Airplane Take Off’, ma a causa delle sue continue intemperanze fu allontanato abbastanza presto. Skip tornò immediatamente alle sei corde per fondare i Moby Grape, band che nel 1967 fece uscire il suo omonimo esordio, considerato ancora da alcuni critici come una delle migliori opere prime della storia della musica rock. Certo è che, considerate le opere uscite prima del 1967, l’affermazione di questi critici suona piuttosto eccessiva (pensiamo a The Piper At The Gates of Dawn e The Velvet Underground & Nico). Ciò non toglie che Moby Grape, pur non offrendo gli sperimentalismi che andavano per la maggiore in quegli anni, è un album di primissimo piano.

Durante le registazioni di ‘Wow’, secondo album dei Moby Grape, Skip aumentò a dismisura il suo uso di droghe, tanto da distruggere la porta della camera dell’hotel dell’amico Jerry Miller con un’ascia, e rischiando di ferire seriamente molte delle persone presenti nell’albergo. L’uscita dal gruppo, come il ricovero in un ospedale psichiatrico furono a quel punto inevitabili.

Durante il periodo di tossicodipendenza e schizofrenia Spence scrisse il suo unico lavoro solista: ‘Oar’, un fantastico bozzetto di ballate psichedeliche, uno dei primi dischi acid folk che finirà per inaugurare, più o meno consapevolmente, un fortunatissimo filone della musica leggera. ‘Oar’, registrato in una giornata, è interamente suonato da Skip. Il disco dà delle sensazioni analoghe quelle che possono donare i dischi solisti di Syd Barrett: un insieme di canzoni così fragili che sembrano poter perdere di significato da un momento all’altro; e forse è proprio questo il fascino segreto di questi artisti.

‘Oar’ è l’ultima (e unica) gemma di un drogato, alcolista, schizofrenico; ovviamente questo stato di salute rendeva quest’uomo impossibilitato dal poter intraprendere una normale carriera nel music business. A differenza di tanti suoi colleghi. Skip non riuscì neanche a trovare il conforto della morte in età giovanile, che avvenne solo nel 1999 per un cancro ai polmoni.

Oar è uno dei dischi meno venduti della storia della Columbia Records, ma è in realtà una delle gemme più preziose della psichedelia anni ’60.   



Luigi Costanzo

Talking Heads: Once In a Lifetime


Prima che i nerd diventassero sexy, quando fare musica imponeva la scelta fra fare partiture complesse per intellettuali, o musica volgare e aggressiva per le masse, ma soprattutto mentre l’impatto del punk stava per cambiare per sempre la musica mondiale nascevano a New York i Talking Heads.
I Talking Heads, riconosciuti non a torto come una delle band più importanti della cosiddetta ‘new wave’, sono uno di quei pochi gruppi che possono essere considerati grandissimi su un doppio livello. Il primo, quello più ovvio, ma non per questo meno importante, è la proposta di una musica che si avvale con meravigliosa intelligenza degli aspetti più groovydel funk, senza mai rinunciare alle evidenti radici rock n’roll, riuscendo a scegliere la semplicità e come soluzione espressiva, ma suonando con garbo, senza l’irruenza tipica del garage e del punk. Il secondo piano, ben più epocale e profondo, è il sottotesto nascosto in questa apparente musica allegra e festosa. David Byrne, Chris Frantz, Tina Waymouth, Jerry Harrison furono appunto forieri di un’esperienza musicale che riuscì a coniugare all’immediato aspetto musicale un intellettualismo non sempre così evidente. I testi cinici e ironici del geniale Byrne, cantati allo stesso tempo con angoscia ed eleganza, si poggiano su un sound che dietro le immediate piacevolezze ritmiche che frequentemente sfiorano la disco-music offre finezze tuttora insuperate, che si muovono fra citazioni rimescolate di beat, soul, world-music, complessi incastri ritmici con rimandi tribali, sino ad arrivare a sperimentazioni elettroniche a cui il gruppo approdò anche grazie all’intervento di Brian Eno, produttore (e spesso coautore) della band dal 1978 al 1980.
Tutte queste contaminazioni musicali subiscono sfumature ora ossessive, ora inquiete grazie allo strabiliante talento del camaleontico David Byrne, forse uno dei pochi artisti da avere una personalità tale da riuscire a non farsi soffocare da Brian Eno produttore. Byrne in pochissimo tempo passa da essere una delle attrazioni principali dal CBGB’s a essere un’icona post-moderna, portavoce delle inquietudini e delle nervosi dei suoi tempi con un atteggiamento talvolta ironico, talvolta beffardamente messianico. 
Evitando di fare classifiche su dischi che sono indubitabilmente pietre miliari nel mondo della musica leggera – e qui non si ammettono repliche – i Talking Heads dal loro esordio Talking Heads: 77, sino all’acclamato Remain in Light hanno avuto una crescita che difficilmente ha eguali nella storia della musica leggera. Il lento declino, causato anche dalle esperienze parallele dei membri della band (l’inizio della carriera solista di Byrne e i Tom Tom Club)  arriva non prima di regalarci la loro gemma pop Speaking in Tongues e lo spettacolare film-concerto Stop Making Sense del quale già abbiamo parlato qua, il quale fotografa alla perfezione quanto Byrne e compagni fossero un’immensa macchina live (tra l’altro durante i concerti i Talking Heads si avvalevano della presenza dei membri degli immensi Funkadelic), riuscendo a essere allo stesso tempo divertenti, eleganti e cerebrali.
Il deludente Naked (1988), che tenta in qualche modo di ritornare al funk sperimentale di Remain in Light, mette in luce tutto il blocco compositivo della band che era parzialmente celato nei precedenti episodi discografici, e lo scioglimento sembra inevitabile anche alla luce delle ambizioni di David Byrne che potrà dedicarsi a tempo pieno alla sua complessa carriera solista. Ma questa è un’altra (bella) storia…
Luigi Costanzo 

10 gruppi da non ascoltare


Il mondo del web è intasato da elenchi, classifiche, liste di Dos & Don’ts di qualsiasi genere. Questa formula particolarmente fortunata è uno dei cavalli di battaglia dell’amato/odiato Vice Magazine.

Dedichiamo questa nostra lista a tutti i creatori delle top 10 già esistenti.

DIECI GRUPPI DA NON ASCOLTARE PER NESSUN MOTIVO AL MONDO
883 Gli 883 mi piacevano tanto. Poi sono finite le elementari. La loro presenza in questa classifica è un’eccezione. Gruppi di questo tenore non saranno parte di questo post. In primis, perché non ci piace sparare sulla croce rossa, ma anche perché è piuttosto futile criticare chi fa già schifo in modo piuttosto lapalissiano. Il motivo per cui sembrava importante includerli è la assurda rivalutazione di cui sono oggetto ultimamente. Ricordiamo a tutti che Max Pezzali, oltre ad essere uno dei parolieri più coatti della storia della musica leggera, musicalmente è anche uno dei meno ‘talentuosi’ fra i suoi colleghi italiani di successo. Ammettendo anche che le prime cose potessero avere un senso le ultime sono musica brutta per quarantenni arrapati.

The Killers Ecco l’esempio di un gruppo che avrebbe dovuto smettere dopo i primi due singoli o al limite, volendo essere estremamente generosi, al primo album. Se ‘Hot Fuss’ aveva il pregio di contenere qualche buon pezzo e, tutto sommato manteneva un tenore medio accettabile, dal secondo disco in poi il gruppo di Los Angeles guidato dal fastidioso Brendan Flowers ha comincato a fare arrangiamenti pomposi, cercando di riproporre il synth pop anni ’80 da classifica. Un disastro. ‘Human’ è una delle canzoni più brutte degli ultimi anni. Testo insulso, musica pacchina. Un’oscenità.

Muse I Muse sin dal primo disco sono stati una versione di serie Z dei Radiohead. Nel loro evolversi durante il tempo hanno provato a rinnovare il loro sound e a colpire nel segno con gli arpeggi pianistici e la voce drammatica di Matt Bellamy (che palle!) . Oltre al fatto di ripetere qualsiasi mezza idea fino alla morte, i Muse hanno il difetto di scegliere arrangiamenti esageratamente barocchi accoppiati a suoni scandalosamente dozzinali.

Madonna nemesi totale della musica vera, Madonna è considerata – talvolta anche da persone con gusti musicali discreti – la regina del pop. Facendo leva sulla promiscuità sessuale, produzioni multimiliardarie, una vita privata turbolenta, Madonna è stata l’emblema della cultura pop degli anni ottanta. Pur pubblicando anche un disco bello,(Ray of Light, 1998) la Ciccone è stata continuamente costretta a reinventarsi per continuare ad alimentare il suo mito. Lei è la rappresentazione dell’intrusione massiccia delle regole di mercato nella musica, la paladina della musica di consumo, prodotto delle major e niente più. Ah sì, ha anche fatto film orribili.

Linkin Park Ecco forse i Linkin Park sono la band con il sound più obbrobrioso degli ultimi vent’anni; sono arrivati a fare nu-metal o come si chiama con circa vent’anni di ritardo, uccidendo ufficialmente un genere musicale che aveva dato comunque molto poco al mondo della musica. L’equivalente musicale di un fast food: dischi brutti ben impacchettati.

Incubus Embelma del rock alternativo innocuo di fine anni 90 – inizi 2000, gli Incubus hanno cavalcato l’onda crossover provando a disfarsi delle soluzioni più (finto) rockettare, mescolando un’evidente anima pop con funk, grunge e hip hop. Purtroppo non sono mai riusciti a fare nulla che non fosse annacquato, noioso, e che alla fine dei conti fosse solo materiale proponibile a ragazzine che guardano MTV.

Ska P Inutili. Se non fosse per i testi politici non avrebbero neanche un fan, e infatti fuori dai banchi di scuola nessuno osa ascoltarli.

Vasco Rossi Vasco è uno degli artisti più infidi che esistano. Quando pensi di avere degli amici con cui poter parlare di musica serenamente capita che una persona insospettabile ti dica: ‘Però il primo Vasco non era male, anzi!’. Il suo terrificante aspetto è lo specchio del suo modo di fare musica. Con il passare degli anni è diventato sempre più viscido, aspetto abbastanza evidente dagli improponibili testi che scrive. La sua totale mancanza di talento è direttamente proporzionale al suo inspiegabile successo.

System of a Down Una volta su Radio Rock un Dj disse che non c’erano gruppi nuovi all’altezza dei grandi classici. A parte la frase in sé, inutile, banale, trita e ritrita, il conduttore, rispondendo ai messaggi degli ascoltatori che citavano gruppi validi come Radiohead, Sigur Ros, Explosions in the Sky, ecc. disse, minimizzando questi ultimi, che il gruppo migliore di questi anni, il più originale è senza dubbio quello di Tankian e soci. Ecco da quel momento Radio Rock non è più fra i sei canali radiofonici programmati nella mia macchina. Non so se è la voce fastidiosissima di Tankian, i dozzinali riff pseudo-metallari, o le pacchiane contaminazioni armene, ma i celebri SOAD sono fra i gruppi più inascoltabili del pianeta.

Placebo Questo trio è l’esempio perfetto di come si possa fare musica orribile pur avendo bei gusti musicali. La miscela fra glam-rock, brit pop, e chitarre distorte ed atonali non è abbastanza per dare uno sprint ad una band che casca sempre nei soliti cliché, lo stesso Molko non sembra mai autentico e i suoi lamenti all’apparenza rientrano solo in una posa del gruppo, non in un’ autentica urgenza espressiva. Per fortuna con il passare del tempo di sono suicidati con dischi sempre più brutti.

L.C.