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Tag Archives: neutral milk hotel

Curiosi incontri tra musicisti di cui non sospettavate



– Iggy Pop e Florian Schneider dei Kraftwek andavano a comprare gli asparagi insieme

Non c’è bisogno di ulteriori spiegazioni:

– Patti Smith era follemente innamorata di William S. Burroughs

La musicista e lo scrittore uscivano insieme (come amici, Burroughs era gay) e lei gli cantava delle canzoncine a tarda notte. William Burroughs incoraggiò Patti Smith a cantare in pubblico per la prima volta. (video da 11:14)

– John Cale dei Velvet Underground sorprese Kevin Ayers a letto con sua moglie prima di un concerto insieme

E il concerto venne registrato in un famoso album live con anche Nico e Brian Eno. Cale appare comprensibilmente turbato durante l’esecuzione. L’anno successivo (1975) pubblicò la canzone “Guts” contro Kevin Ayers.

– Jeff Mangum dei Neutral Milk Hotel e Naomi Yang dei Galaxie 500 stavano insieme

E “Naomi” dei Neutral Milk Hotel, tratta da “On Avery Island” (1996) parla proprio di lei. Nel 2011, Naomi Yang ha girato un video per la canzone che Jeff Mangum le aveva dedicato 15 anni prima.

-Nel ’94,  Guided by Voices massacrarono i Beastie Boys e Billy Corgan a basket mentre Kim e Kelley Deal facevano da cheerleader e i Flaming Lips scorrazzavano in bicicletta

Questo insieme di immagini meravigliose viene fuori da questa intervista con Robert Pollard dei Guided by Voices (che era un ottimo atleta: qui si illustra come fosse anche un asso del baseball).
Inoltre, su questo blog c’è scritto di come Pollard fosse innamorato di Kim Deal (Pixies, Breeders) e di come lei fosse una vera dura. Non sono riuscito a verificare le fonti, ma ci credo perchè è bellissimo; ancora più bello se si pensa che hanno registrato insieme questo pezzo:

Gianlorenzo Nardi  -PoliRitmi

Gavin Bryars – Jesus’ Blood Never Failed Me Yet


Gavin Bryars è un compositore e contrabassista classico e jazz inglese. Di scuola minimalista, ha studiato con John Cage e collaborato con Brian Eno. Non ne avevo mai sentito parlare quando, l’anno scorso, mi imbattei in un bellissimo video dei Music Tapes (side-project dei Neutral Milk Hotel) che eseguivano, tra un discorso folle e l’altro, un intensissimo brano suonato sulla registrazione di una voce misteriosa che usciva da un nastro magnetico. Colpito, ricercai nei meandri dell’internet la provenienza di quel pezzo, e quello che scoprii mi è tutt’ora molto caro.


Nel 1971 Gavin Bryars stava lavorando a un film nella stazione di Waterloo, e lì gli capitò di registrare un barbone che cantava da solo una melodia sconosciuta, col testo che faceva:


Jesus’ blood never failed me yet
Never failed me yet
This one thing I know
For He loves me so

Tornando a casa, mise la registrazione in loop con l’intenzione di comporre e incidere un’orchestrazione per la melodia.
Dice Bryars: “Portai il loop a Leicester, dove lavoravo al Dipartimento di Belle Arti, e lo copiai su un’unica bobina di nastro, considerando l’idea di aggiungervi un accompagnamento per orchestra. La porta della stanza di registrazione dava su dei grandi laboratori di pittura, e lasciai il nastro a copiare, con la porta aperta, mentre andavo a prendermi una tazza di caffè. Quando tornai, trovai la stanza, solitamente vivace, in uno stato di sospensione innaturale. Le persone si stavano muovendo molto più lentamente del solito, e alcuni sedevano da soli a piangere in silenzio. Ero confuso, fino a quando mi accorsi che il nastro stava ancora suonando, e che tutti era stati sopraffatti dal canto dell’anziano vagabondo. Questo mi convinse della potenza emotiva della musica e delle possibilità offerte dall’aggiungere una semplice ma crescente orchestrazione che rappresentasse la nobiltà e la fede semplice del barbone. Nonostante lui morì prima di poter sentire cosa avevo fatto con la sua voce, il pezzo rimane come un eloquente testimonianza del suo spirito e del suo ottimismo”.


Registrata l’orchestrazione, Bryars la sovrappose al loop su nastro magnetico e la fece uscire insieme all’altra sua composizione più famosa, “The Sinking of the Titanic“.



Ventidue anni dopo, nel 1993, Bryars registrò un’altra, lunga versione di “Jesus’ Blood Never Failed Me Yet“. In questa edizione, le sezioni orchestrali si sovrappongono a ogni traccia in un lento e maestoso crescendo. Alla traccia 5 di 6, il compositore inglese fa accadere una di quelle cose che devono succedere per forza, perchè sono troppo giuste per non esistere: Tom Waits in persona canta insieme alla registrazione del barbone. Forse non c’è nessun artista più adatto a un tale ruolo, date la storia e la produzione musicale del cantautore americano. A questo punto il brano, che di per sè è già un mantra spirituale, acquista una potenza ancora maggiore, ed è un momento davvero degno di essere ascoltato.


“I don’t know if the hobo was singing a song about wine; I don’t know if the hobo was singing a song that he knew when he was a little boy; and I don’t know if the hobo was singing a song about faith. But I believe that he believed that they found a way to take the human voice and turn it into electricity; and that they found a way to take that electricity and turn it into magnetism; and that they found a way to take that magnetism and turn it back into electricity, and then turn it back into human voice. So that we could be alive here right now, all together right now in this moment, forever. […] And I don’t believe that he would ever have believed that 30 years after he died, he’d be here in this room, together with all of us, singing you a Christmas song. But here he is”

Julian Koster, The Music Tapes/Neutral Milk Hotel



Jesus’ Blood Never Failed Me Yet può essere ascoltato su Youtube:




Grooveshark

Il concerto in cui i Music Tapes eseguono “Jesus’ Blood Never Failed Me Yet” (da 8:35):




PoliRitmi – Gianlorenzo Nardi

POP JET! Stupore e movimento in meno di un minuto

Il canone generico della musica pop prevede, a grandi linee, una composizione abbastanza breve, diciamo tra i due e i cinque minuti, che catturi l’attenzione dell’ascoltatore, la mantenga durante le strofe e la porti al suo culmine durante i ritornelli. Ora, cosa succede quando i punti cardinali di questo modello vengono estremizzati? I risultati sono i più disparati, come dimostra questa playlist da 25 pezzi da meno di un minuto
Ecco alcuni momenti notabili brevemente analizzati:

Alcuni di questi pezzi sono vere e proprie canzoni, più o meno compiute in tutte le loro parti, magistralmente compresse in poche decine di secondi in cui la composizione si sviluppa completamente. Maestri di questo sono Robert Pollard (Guided by Voices, Circus Devils) e Will Cullen Hart (The Olivia Tremor Control, Circulatory System), che ci regalano meravigliosi pezzi pop con melodie espressive, potenti o misteriose, che non hanno nulla da invidiare ai loro fratelli più lunghi, e che anzi, in aggiunta, ci lasciano lo stupore di aver ascoltanto tanto in così poco tempo.

Stephin Merritt (The Magnetic Fields) ha pochissimi pezzi sotto il minuto, eppure, da alchimista del pop quale è, riesce a elaborare una composizione di grande raffinatezza.

Alcuni, come Kevin Barnes (of Montreal) o Ettore Pistolesi (bassista degli Shout) usano i pochi secondi per scatenare della pura follia demenziale. Barnes trova anche il tempo per ironizzare sulla lunghezza della canzone: “the song will never end because it’s ¾ kosher ham” -e poi finisce.

Certi pezzi, come Tea Time dei Neutral Milk Hotel, sono talmente corti (8 secondi) da poter essere considerati solo frammenti. Eppure, nel tempo di un battito di ciglia, Jeff Mangum e la misteriosa voce famminile comunicano qualcosa che lascia traccia per molto tempo. “…And I will take all of the pain that I can(‘t?) stand…” 

Altri esempi, come i pezzi di Frank Ocean e Paul McCartney, forse colpiscono meno rispetto a  Tea Time, ma sono degli intermezzi placidi che dànno la sensazione (anche grazie ad alcune sagge registrazioni d’ambiente  di sottofondo, nel caso di Ocean) di aprire una finestra su un qualche momento della vita dell’artista.

Infine, Euros Childs (Gorky’s Zygotic Mynci) trasforma 38 secondi di musica in una vera e propria fanfara singalong come chiusura all’album Tatay (e alla playlist). Bravo!


Tea Time Neutral Milk Hotel
Demons Are Real Guided By Voices
The Preacher (Excerpt) Rock City
Boa Constrictor The Magnetic Fields
Maple Licorice of Montreal
End of the Swell Circus Devils
Shake! Shake! Shake! Cat Claws
News From The Heavenly Loom Circulatory System
Sono Molto Nervoso Babalot
Ho Bisogno di Pensare Shout
Green Typewriters 3 The Olivia Tremor Control
Did It Play? Robert Pollard
Yawn Parade of Stings The Clever Square
She Just Won’t Believe Me Tame Impala
The Lovely Linda Paul McCartney
Fertilizer Frank Ocean
Painted Raven Elyse Weinberg
Hey Aardvark Guided By Voices
Pound My Skinny Head Sebadoh
Bow Tie Daddy Frank Zappa
My Pretend The Apples In Stereo
Laurel Canyon Blvd. Van Dyke Parks
Good Riddence, Euridice The Capstan Shafts
Muddy Mouse (b) Robert Wyatt
Backward Dog Gorky’s Zygotic Mynci
PoliRitmi-Gianlorenzo Nardi

Nesey Gallons: folk da un’epoca sfocata


Tra tutti i luminari, i maghi e gli eremiti di quell’oscura e luminosa entità che è il collettivo Elephant 6, Nesey Gallons costituisce un caso a sé stante. Prima di tutto per via della sua età: classe 1984, Nesey è 10-15 anni più giovane della maggior parte degli Elephant 6er. Inoltre, ha sempre avuto col collettivo artistico un rapporto incostante, altalenando lunghi periodi di convivenza e collaborazione con alcuni dei membri principali a momenti di allontanamento (in uno dei quali si trova ora), in parte a causa della lontananza della sua terra natìa, il Maine, da Athens, Georgia, patria dell’Elephant 6. 


Affascinato dall’idea di manipolare il suono al fine di esprimere qualcosa che le parole non possono dire, Nesey comincia a registrare all’età di 6-7 anni. Imparando a suonare sempre più strumenti e influenzato dai gusti eccentrici dello zio, durante la sua prima adolescenza colleziona una grande quantità di cassette autoprodotte fino a quando, stregato dalla capacità degli Olivia Tremor Control di “creare un ponte tra suono come linguaggio segreto e musica”(*), si avvicina all’Elephant 6, fino a cominciare a collaborarci ufficialmente nel 2002. Infatti Julian Koster, ex membro dei Neutral Milk Hotel e poi suo coinquilino, chiede a Nesey di aiutarlo nella registrazione del suo secondo album con i Music Tapes.

A partire da questo periodo Nesey inizia a far uscire i suoi lavori, in modo del tutto inusuale, dato che si trattava di materiale che copriva l’arco di tempo di vari anni. I primi album sono divisi tra folk lo-fi scarno che Nesey stesso definirà poi “imbarazzante e giovanile” (“When we Were Clouds”, “Now Gargling”, 2002-3), lunghissimi collage di field recording e rumore (“The Silhouette Museum”), o drone e suoni manipolati (“Somewhere we Both Walk”). Già da questi primi dischi si può definire lo stile che continua a caratterizzare Nesey Gallons tutt’ora: la voce sognante e morbida cavalca un lo-fi nostalgico, privato e intimo che sembra uscire da un vinile seppellito per centinaia di anni. Anche i collage sonori, grazie ad esempio ai tappeti drone di archi di “Somewhere we Both Walk” si adeguano a questo canone, che è vivo tanto nel bel “Two Bicycles” (2006), quanto nel disco più famoso di Nesey, “Eyes & Eyes & Eyes Ago”, del 2009. Questo piccolo capolavoro meriterebbe ben più fama di quanta ne abbia (nessuna): la collaborazione col polistrumentista Julian Koster sfocia in arrangiamenti densi di armonium, organi e fiati, che insieme alle melodie aperte ma nascoste cullano l’ascoltatore attraverso quell’immaginario che ci aveva già mostrato nel 1998 In The Aeroplane Over the Sea dei Neutral Milk Hotel: un’inizio ‘900 mitizzato e sfocato, tra cartoline in stile Art Nouveau e guerre incombenti, un passato-infanzia in cui i ricordi di un bambino diventano i suoni di fantasmi provenienti da un antico grammofono. Questa particolarità la si può osservare facilmente anche nei testi, dato che i riferimenti temporali sono frequentissimi: “when”, “once”, “old echo”, “so long” e molti altri. Questi, uniti a una misteriosa collettività malinconica ottenuta grazie a vaghi pronomi e riferimenti (i numerosi “we”, titoli come “Sweet Sweet Friend”, “Jupiter an I”,” Forestlit Dinners”) creano una sorta di “psichedelia temporale”, ossia straniamento e fuga dalla realtà non attraverso allucinazioni o distorsioni visive e percettive (tema molto caro all’Elephant 6), ma grazie a questo viaggio immaginario nel passato e nella fanciullezza.

Dopo “Eyes & Eyes & Eyes Ago” Nesey continua a far uscire materiale registrato tra uno e dieci  anni prima della pubblicazione. Decide di cambiare pseudonimo per alcuni dischi: “Southern Winter” (2010) e “Blackout Era” (2013, nel quale spicca la bellissima e oscura “Blue Brunswick”) sono sotto il nome di Smouldering Porches. Un altro collage, “Swan Phase” (2011), questa volta pesantemente influenzato dalle collaborazioni con Will Cullen Hart (Nesey Gallons ha fatto parte dei Circulatory System per alcuni anni) e accompagnato, come le uscite giovanili, a dei racconti, è seguito da quello che forse è il suo album più interessante subito sotto il picco raggiunto nel 2009: “When I was an Ice Skater” (2012), aggiunge alle belle melodie di “Eyes & Eyes & Eyes Ago” grande complessità e maturità nella scrittura, negli arrangiamenti e nella struttura nel disco stesso. Infatti i brani folk e pop, arricchiti da cori evocativi e dalla partecipazione di un gran numero di musicisti dell’Elephant 6 Collective, si alternano a registrazioni d’ambiente che accentuano l’effetto-viaggio nel tempo e nell’infanzia. Un lavoro coerente, ragionato e profondo. Riguardo al particolare carattere nostalgico della sua musica e del suo disco del 2012, Nesey ha detto: “Dipende dal progetto. Quando cominciai a lavorare su “When I was an Ice Skater” ero scoraggiato da quanto sentimentalmente vuote suonassero le registazioni. […] Le tracce erano tecnicamente superbe, e molto ben suonate, ma le odiavo. Ho cancellato i nastri e ho ricominciato. A un certo punto ho iniziato a usare un metodo molto rozzo simile alla roba che facevo da adolescente. Più indisciplinato e caotico, confuso ma colorito. E ho cominciato ad avere risultati di cui ero soddisfatto. È nostalgico della vita. Quasi tutto l’album è registrato da una prospettiva di morte, guardando indietro alla vita”(*).



 

di Gianlorenzo Nardi

(*) Fonte: questa intervista di Ray Baltimore

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