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Approccio “coatto” alla fantascienza, Volume 1.

I film di fantascienza che hanno reso gli anni ’90 l’annata più cafona nella storia del cinema. 

Che sia una catastrofe, un conflitto mondiale o un’imminente invasione aliena il risultato è sempre lo stesso: «La terra corre un grave pericolo!». Non c’è cornetto, quadrifoglio o ferro di cavallo che tenga, per la fantascienza ogni giorno rischiamo l’estinzione (roba che Nostradamus era più ottimista)  ma come dice l’agente K in man in black: «c’è sempre un incrociatore alieno, o un raggio mortale Carilliano, o un’epidemia intergalattica che può annientare la vita su questo misero pianetucolo!».

Tuttavia, sebbene sia indubbio che le minacce siano sempre le stesse, ciò che è realmente cambiato, nella cinematografia di fantascienza, è il modo in cui il genere umano decide di rispondere ad esse. La difesa del nostro pianeta non è sempre stata infatti esclusiva fonte di lavoro per supereroi in calzamaglia. Ci sono stati momenti, nella storia del cinema,  in cui questo compito gravava unicamente sulle spalle di uomini e donne comuni. La fantascienza degli anni ’90 si concentra proprio su quest’ultimi, esaltondone la fondamentale caratteristica comune: l’infinita coattaggine. Quello che qui vi propongo è la prima di tre rassegne in cui analizzeremo le migliori icone coatte fantascientifiche.

Armageddon

E’ un giorno come un altro per l’astronauta Pete Shelby, inviato dalla Nasa nello spazio con il compito di riparare un satellite malfunzionante. Insomma, tutto nella norma, fintanto che, il Direttore Esecutivo della Nasa, decide di comunicargli la seguente frase: «tranquillo Pete, abbiamo tutto il tempo del mondo». Ecco amici lettori, già dai suoi primi 5 minuti, con Armageddon avete la possibilità di constatare il livello di  superficialità con il quale si lavora alla  Nasa. Perché puoi pure avere una laurea in astrofisica ma se non sai che una delle leggi che governa l’universo recita “Tranquillo è morto male” sei veramente uno sprovveduto.

Come da copione, nell’istante successivo si può osservare come la maledizione del “tranquillo” si abbatta, con tutta la sua violenza, sul povero Pete, il quale viene disintegrato da una pioggia di meteoriti che guarda caso passava proprio di lì e che guarda caso investirà proprio la città di New York. Ma perché deve sempre essere New York e mai una volta New Delhi? Comunque sia, questo catastrofico evento fa solo da preludio a qualcosa di ben peggiore che sta per accadere. La Nasa scopre infatti che un asteroide grande come il Texas si sta dirigendo a tutta velocità verso la Terra e se quest’ultima venisse colpita beh… come dice ad un certo punto uno degli scienziati dell’equipe della Nasa «sarebbe una bella frittata».

Si teme il peggio. Nessuno dei piani attuati dagli Stati Uniti sembra riuscire ad arrestare il meteorite. Tutto sembra essere perduto, fintantoché un altro dei capoccia della Nasa se ne esce con un idea tanto assurda quanto geniale: «piazziamo una testata nucleare nel centro del meteorite e facciamolo esplodere dal suo interno». Tutta l’equipe scientifica accoglie positivamente il nuovo piano, tuttavia, rimane un unico piccolo problema da risolvere: come si infila un bomba dentro un asteroide? Una domanda decisamente legittima a cui oggi sapremo sicuramente rispondere grazie ad un tutorial di Salvatore Aranzulla, ma per somma sfortuna della Nasa,  l’eroe dei nostri giorni non era ancora in attività nel 1998.

A questo punto, a prendere la palla al balzo ci pensa nuovamente il Direttore Generale della Nasa (per intenderci quello che ha sulla coscienza il povero Pete) il quale propone di inviare sull’asteroide un team di scienziati che, guidati dal massimo esperto in trivellazione del mondo, avrebbero posizionato la bomba. Ma si da il caso che l’esperto in questione è Harry S. Stamper alias Bruce Willis. Un attore talmente coatto che nel film il Sesto Senso si rende conto di essere un fantasma solo alla fine del film. Anche in questo caso Bruce Willis mette subito le cose in chiaro «ci penso io all’asteroide». Accompagnato da una combriccola di altrettanto coatti, Bruce lascia la Terra per dirigersi su quello che è ormai solo un enorme sasso dalle ore contate. Senza svelarvi il finale, vi lascio una piccola clip del film che vede il nostro non eroe Bruce alle prese con gli attivisti di Greenpeace.

Independence Day

Come recensire in poche parole un film cult come Independence day? Semplice: E.T. torna di sulla terra e questa volta porta con se un po’di amici, fine. Uno po’ troppo pressapochista, vero? Certo, è innegabile che Independence day sia un film sugli alieni ma c’è molto di più. Ma andiamo con ordine. La mattina del 2 luglio 1996, il SETI (il programma di Ricerca di Intelligenze Extraterrestri) avverte uno strano rumore provenire dallo spazio. Quello che all’inizio sembra essere una sorta di “rutto” cosmico viene in breve tempo codificato dagli scienziati di tutto il mondo come un segnale radio proveniente da un oggetto non identificato.

Esclusa l’ipotesi iniziale che si tratti di uno scherzo dei russi (che simpaticoni) il Generale Grey espone la sua teoria «può darsi che quello che abbiamo captato sia solo una meteora». Un’ipotesi talmente strampalata che verrebbe quasi da rispondere al Generale  “è si, mò le meteore hanno pure l’impianto stereo”. Tuttavia, non c’è tempo per prendere in giro il Generale, il cielo di tutte le capitali del mondo si è infatti riempito di navicelle spaziali.

Benché sia un fatto eccezionalmente unico, la vera fantascienza presente nel film è l’atteggiamento remissivo e diplomatico che l’esercito degli Stati Uniti decide di adottare. Persino la popolazione non dà segni del minimo allarmismo. Chi fa la spesa, chi va a lavoro, chi rimane bloccato nel traffico. Insomma, la vita continua nel più normale dei modi. L’unico che si fa due domande è David Levinson  (Jeff Goldblum) che premendo a caso i tasti del computer riesce a decriptare il segnale radio emesso dalle navi aliene. Quello che molti pensavano che fosse una semplice interferenze è in realtà un messaggio per gli abitanti della Terra. Inutile dirvi che il messaggio in questione non è “veniamo in pace”, anzi, è piuttosto un “vi sfrattiamo forte e chiaro”.

Levinson decide a quel punto di informare il Presidente degli Stati Uniti. Sapete come lo fa? Sfoderando l’arma segreta che ogni cittadino americano possiede, ovvero, recitando la frase «Passatemi il Presidente!» Comunque sia, grazie a Levinson, Trump riesce a mettersi in salvo, abbandonando Washington DC poco prima che quest’ultima venga distrutta da un attacco alieno. Quello che si evince dal film è che gli alieni in questione hanno un particolare astio nei confronti dei simboli  più rappresentativi degli Stati Uniti.

Distruggono la Statua della Libertà, la Casa Bianca, il Pentagono e l’ Empire State Building. Insomma, come si dice in Arkansas “la fanno veramente ciotta”. Eppure si sa che per questo genere di cose gli americani la prendono  abbastanza sul personale. In me che non si dica, la flotta aerea statunitense attacca le navi aliene. Tuttavia il risultato è alquanto deludente. Per fare un paragone, pensate agli F18 statunitensi come a dei moscerini che si infrangono sul vostro parabrezza. Agli alieni basta infatti una botta di tergicristalli per spazzare via gran parte delle forze americane. Solo un pilota riesce a salvarsi. È lo sapete perché? Perché quel pilota è il Capitano Steven Hiller alias Will Smith, e a Will Smith i raggi laser glie “rimbalzano”.

Comunque sia, la batosta ricevuta è istruttiva per gli Stati Uniti. Capiscono infatti che per vincere devono prima mettere fuori uso lo scudo deflettore che protegge le navi spaziali aliene. La trovata geniale per riuscire nell’impresa viene nuovamente a Levinson che smanettando sul suo computer riesce a trovare la password del Wi-fi  delle difese aliene. Tuttavia, c’è un incognita da superare. Per riuscire a disattivare lo scudo deflettore, Levinson deve infiltrarsi a bordo della nave  ammiraglia aliena e spegnere da lì il loro modem. Un bel problema. A quel punto interviene Will Smith, che senza esitazione, afferma «ce lo porto io il secchione da E.T.». I due partono quindi alla volta della nave nemica per compiere quella che da molti viene considerata una missione suicida. Senza svelarvi ulteriori dettagli, concludo questa recensione allegandovi una piccola clip del film dove potrete ammirare  il nostro beniamino Will Smith impartire lezioni di diplomazia  “made in USA” ad un grazioso alieno. Buona visione.

 

#GrammyAwards 2018: vincitori, dominio del rap e tanta ipocrisia

La scorsa notte si sono svolti i Grammy Awards. Seguirli è una dell’esperienze più mortificanti e affascinanti per coloro che seguono e lavorano nella musica. Lo show televisivo, presentato da James Corden al Madison Square Garden, prevede una lunghissima maratona pubblicitaria e un red carpet che tanto allude agli Oscar, quanto ne è lontano per fattura degli abiti.

 

L’EDIZIONE 2018 – Leggendo la lista dei vincitori dell’edizione 2018 appare certo come il rock sia ormai escluso dalla musica che incide sul mercato e nei temi di rilevanza politica.  Tant’è che è stato Kendrick Lamar, insieme a Kesha, a incidere sull’agenda setting del movimento musicale statunitense.

 

Kendrick, invece, si è presentato con un medley delle tracce più politiche di DAMN., accompagnato dagli U2 – che si sono esibiti anche da soli, suonando Get Out of Your Own Way davanti alla Statua della Libertà – e dal comico Dave Chappelle.

 

«Questo è un premio speciale perché ha a che fare con il rap», ha detto l’artista di Compton. «Il rap mi ha portato su questo palco e in giro per il mondo, e mi ha fatto capire cosa vuol dire essere un vero artista. All’inizio pensavo ai fan, alle macchine e ai vestiti, ma la cosa più importante è esprimere chi sei davvero, e farlo per la prossima generazione. Questo è quello che mi ha dato l’hip-hop».

 

E’ indubbio che il rap, r’n’b e l’urban nella musica equivalgono a Usa, Cina e Russia in geopolitica.

Ora tornando alla kermesse il sette che è il numero della perfezione, ha incoronato Bruno Mars. Il cantante è riuscito vincitore in tutte le sette categorie nelle quali era candidato. Tra i vari, il cantante dell’Atlantic Records, ha portato a casa anche il titolo per miglior album (“24K Magic”), “Record of the year” e miglior canzone (“That’s What I Like”).

 

L’IPOCRISIA DELLO SHOWBIZ – Seguendo il trend lanciato dal caso molestie e dal movimento #metoo e la polemica contro Trump, anche i Grammy hanno rispettato il copione del moralismo incoerente. Oltre a ricordare che Weinstein è stato un grande sostenitore e finanziatore delle campagne democratiche, intendo evidenziare che non una sola campagna di donazioni a favore dei più fragili del mondo è stata posta in essere dalla sessantesima edizione dei primi

Il movimento #metoo rappresenta la giusta causa di molte donne, soprattuto di quelle che non sono venute a patti con le molestie per lavorare, però, i Grammy rimangono una cerimonia dove le donne sono storicamente sottorappresentate. Basta pensare che solamente il 9,3% dei nominati degli ultimi sei anni è di sesso femminile. Quest’anno solo due donne hanno vinto un premio: Rihanna – che lo condivide con Kendrick Lamar – e Alessia Cara, premiata come Best New Artist.

I VINCITORI DEI GRAMMY 2018 – Ecco l’elenco dei vincitori dei Grammy Awards 2018:

 

Record of the Year: 24K Magic — Bruno Mars

Album of the Year: 24K Magic — Bruno Mars

Song of the Year: That’s What I Like

Best New Artist: Alessia Cara

Best Pop Solo Performance: Shape of You — Ed Sheeran

Best Pop Duo/Group Performance: Feel It Still — Portugal. The Man

Best Pop Vocal Album: ÷ — Ed Sheeran

Best Dance Recording: Tonite — LCD Soundsystem

Best Dance/Electronic Album: 3-D The Catalogue — Kraftwerk

Best Contemporary Instrumental Album: Prototype — Jeff Lorber Fusion

Best Rock Performance: You Want It Darker — Leonard Cohen

Best Metal Performance: Sultan’s Curse — Mastodon

Best Rock Song: Run — Foo Fighters, songwriters

Best Rock Album: A Deeper Understanding — The War on Drugs

Best Alternative Music Album: Sleep Well Beast — The National

Best R&B Performance: That’s What I Like — Bruno Mars

Best Traditional R&B Performance: Redbone — Childish Gambino

Best R&B Song: That’s What I Like — Bruno Mars

Best Urban Contemporary Album: Starboy — The Weeknd

Best R&B Album: 24K Magic — Bruno Mars

Best Rap Performance: HUMBLE. — Kendrick Lamar

Best Rap/Sung Performance: LOYALTY. — Kendrick Lamar featuring Rihanna

Best Rap Song: HUMBLE. — Kendrick Lamar

Best Rap Album: DAMN. — Kendrick Lamar

Best Country Solo Performance: Either Way — Chris Stapleton

Best Country Duo/Group Performance: Better Man — Little Big Town

Best Country Song: Broken Halos — Chris Stapleton

Best Country Album: From a Room: Volume 1 — Chris Stapleton

Best New Age Album: Dancing on Water — Peter Kater

Best Improvised Jazz Solo: Miles Beyond — John McLaughlin

Best Jazz Vocal Album: Dreams and Daggers — Cécile McLorin Salvant

Best Jazz Instrumental Album: Rebirth — Billy Childs

Best Large Jazz Ensemble Album: Bringin’ It — Christian McBride Big Band

Best Latin Jazz Album: Jazz Tango — Pablo Ziegler Trio

Best Gospel Performance/Song: Never Have to Be Alone — CeCe Winans; Dwan Hill & Alvin Love III

Best Contemporary Christian Music Performance/Song: What a Beautiful Name — Hillsong Worship; Ben Fielding & Brooke Ligertwood, songwriters

Best Gospel Album: Let Them Fall in Love — CeCe Winans

Best Contemporary Christian Music Album: Chain Breaker — Zach Williams

Best Roots Gospel Album: Sing It Now: Songs of Faith & Hope — Reba McEntire

Best Latin Pop Album: El Dorado — Shakira

Best Latin Rock, Urban or Alternative Album: Residente — Residente

Best Regional Mexican Music Album (Including Tejano): Arriero Somos Versiones Acústicas — Aida Cuevas

Best Tropical Latin Album: Salsa Big Band — Rubén Blades con Roberto Delgado y Orquesta

Best American Roots Performance: Killer Diller Blues — Alabama Shakes

Best American Roots Song: If We Were Vampires — Jason Isbell and the 400 Unit

 

VIA 57 West by BIG: a pretentious clearance sale of architectural theory

Approaching the building from the west side is maybe the most interesting way to take a first look at it: from here, it is possible to see the ruled surface of the roof as a whole, facing the Hudson river. The friction that its triangular shape generates with the surrounding skyline is the most aesthetically evident aspect that stands out from a distance. The nearby buildings, with their orthogonal masses, can’t do anything but helping VIA 57 West to become the protagonist of the riverfront, and this is something very unusual for a residential tower. After a while, the attention skips to a less explicit but more prominent tension: the presence of a big courtyard full of trees in the midst of a tall residential building. It is the result of a declared hybridization of the tower and the courtyard typologies, at the center of BIG design proposal, which really affected the volumetric form of the block.

VIA57WEST, credit by G. Cozzani
VIA57WEST, credit by G. Cozzani

Getting closer, it’s possible to understand how the ground floor is clearly separated by the upper floors; here the building offers nothing more than what any other Manhattan blocks would do: a continuous tape of glass filled with (still unfinished) shops and retail activities. The courtyard of the building turns out to be completely invisible, as this does not come down to the ground level, bringing light and air to the commercial area (as you would expect from a faraway look). Instead it overhangs the ground volume, serving only the residential levels, fiercely denouncing its semiprivate nature. The pivotal theme of the architectural proposal remains enclosed in an anti-public sphere, and the non-residents can hardly notice its presence, barely seeing the top of some trees appearing from the roof. The ground floor of the building, therefore, acts, both volumetrically and materially, as a separate and distinct element over which the roof and the triangular façades are suspended.
The opportunity of giving back to the city some of the precious space occupied by the new development, opening it to the light and the urban interactions, is just hinted through the transparency of the coating, but never really accomplished.

Analyzing the roof then, it is possible to see how the aluminum film covering it is diffusely drilled in order to host a huge amount of balconies and terraces. They are arranged in order to offer differently orientated views of the river for the largest number of apartments.
The glass façades overlooking the courtyard, and the external triangular ones, are fragmented, turning into pixelated surfaces of glass volumes. This particular solution, at first, may look like an escamotage useful to add some architectural dynamism to the usually boring plain glass surfaces of the New York developments. But still, is possible to feel behind these choices the pressure of the river view as a dominant topic pushed by the most obvious real-estate dynamics.
Moving in to the apartments interior, the morphology of these spaces strongly denounces an unconventional configuration. The building presents a linear floor circulation, natural result of the presence of just one main elevators core. But the façades fragmented geometry show an incompatibility with the long and straight corridors. The result of these choices is a noticeable geometric friction: the apartments, standing in the midst of this friction, are forced to mitigate it. And that’s why we can find inside of them a huge amount of bulk spaces, unresolved corners and isolated pillars generating a diffuse feeling of hesitation.
Apparently all the problems of the interior configuration are related to the formal system of the envelope of the building, and it is evident how all the volumetric and architectural choices related to this formal system are driven mostly by the obsessive need of ensuring a perfect river view to the largest amount of apartments, and all the economical benefits that it provides to the properties value.

According to the architect, the celebrated design (that recently enabled it to be named “America’s best tall building of the year” by the CTBUH) was just the spontaneous result of a series of compositional operations, perfectly represented by the popular diagrams_ that distinguish BIG proposals. These operations are justified by the need of ensuring light, air, and the (repeatedly mentioned) wonderful river view to the apartments; all promises hard to keep if you are dealing with a massive Manhattan block.
But if we analyze the south east façade of the building (the one facing the tall Manhattan skyscrapers), for instance, the architects admitted that the dramatic diagonal cut of the roof it’s mainly driven by the aim of “graciously preserving the adjacent Helena Tower’s views of the river”. The Helena Tower is a residential skyscraper, owned by the same real-estate organization, Durst, that is also behind the VIA 57 WEST development. They could not let typological or architectural choices to drastically lower the market values and prices of their own preexisting river front apartments.
At the same time, the other cut does nothing but emulating what was done years ago in the very nearby Clinton Park by Ten Arquitectos, in which the number of floors gradually reduces getting closer to the river, generating a big amount of terraces for the apartments. This didn’t only unleashed the plagiarism accusations of Enrique Norten (Ten Arquitectos), but mainly showed how that particular solution was already used in other similar river facing buildings, in which realization of a system of terraces was clearly achieved in order to raise the market value of the apartments, rather than “bringing low western sun to the block”, as it is formally declared by the architects.
Furthermore, other recently built architectures facing the Hudson river have proved how opening themselves to the river view is often just a cliché. The new Whitney Museum by Renzo Piano Building Workshop for instance, even if offering completely different programmatic contents (but still sharing with VIA 57 West the same bold intention of emerging architecturally an visually from a monotonous riverfront), has shown how turning its back on the river and opening up to the city can be an even more powerful strategy, that allowed its system of terraces to become a terrific attractive and successful space.

In conclusion it is evident how the very intriguing and interesting aspects of VIA 57 WEST remained only hinted, and not completely developed. Behind these great potentialities, that could have allowed the building to become the first opened and socially innovative residential tower in Manhattan, are concealed very different interests, that have silently reached their purposes, realizing what ultimately proves to be a very ordinary, inaccessible, and repulsing tower.

Giovanni Cozzani

La cattedrale di Santiago

Raggiungere Amsterdam con una compagnia low cost, significava dieci anni fa assicurarsi con ogni probabilità una scampagnata in Belgio. Ritardi, overbooking, guasti, garantivano un sobrio volo di rientro da uno dei tanti piccoli aeroporti che costellano la regione del Benelux.
Nel mio caso mi riferisco alla ridente cittadina di Charleroi – mai vista per altro – dal quale aeroporto ripartimmo verso l’Italia. Ogni cambio di rotta porta con sé delle sorprese, così prima di giungere a destinazione il treno fece tappa a Liegi, stazione Liège-Guillemins, opera di Santiago Calatrava.
Un’epifania a dir poco sorprendente per il giovane studente di architettura che ero.

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Questo per due motivi principali. Il primo è che dopo la noiosa gita alla Città delle Scienze di Valencia, mi ero convinto che Calatrava fosse l’ennesimo architetto dopato del ranking internazionale, giudicai il complesso stucchevole e ridondante; la seconda è che ancora non avevo elaborato la mia tesi cinematica sul disegno di Santiago Calatrava.

E’ una teoria sulla quale non spenderò molto tempo per tentare di convincervi, diciamo che le gabbie toraciche che il Nostro ha disseminato per il pianeta sono di assoluto valore nel momento in cui si attraversano. In movimento evidentemente.

A Venezia, camminare sopra il ponte dello scandalo lascia tutto sommato interdetti, eppure vivendolo nella sua natura concava e spigolosa, quando il vaporetto lo sottopassa in navigazione, si ha completamente un’altra percezione, certamente più felice.
Potremmo continuare con Lisbona o Reggio Emilia – la stazione Mediopadana per l’alta velocità non ha nulla da invidiare alle migliori intuizioni di Nervi o Morandi – ma non vorrei dilungarmi su di un punto che è solo una premessa.

 

New York, giovedì 3 marzo. Inaugura con 6 anni di ritardo e circa 2 billion di extra budget il World Trade Center Transportation Hub, sempre su progetto di SC.

La questione è spinosa, nata sotto il segno di una rinascita auspicata per l’intero quadrante abbattuto dal 9/11, la stazione viene alla luce in un momento di incertezza politica non indifferente, dove su tempi, costi ed affidabilità si sta giocando, tra le altre cose, la prossima elezione alla Casa Bianca. Ovviamente il responso della critica è compatto nell’accusa di oltraggio alla pubblica morale. In effetti i numeri ancora non tornano, considerando soprattuto che parliamo della diciottesima stazione cittadina per numero di passeggeri quotidiani – 48.000 daily rail commuters contro i 208.000 di Grand Central ed i 410.000 della Penn Station.
La connessione principale sarà con il New Jersey – il committente è la Port Authority of New York and New Jersey – le cinque piattaforme presenti si allacciano a sette stazioni oltre l’Hudson.
La struttura potrà vantare il più vasto network di sottopassaggi pedonali di tutta NY.

Se l’analisi strategica è stato il principale bersaglio delle accuse mosse dall’opinione pubblica, la critica al progetto di Calatrava non ha ricevuto sconti.

Brevemente Rosengaard su Architectural Review e Kimmelman sul NYT:

The result is a structure that looks less like a delicate bird in flight and more a thorny caterpillar.

It’s like a Pokémon. [..] Mr. Calatrava has given New York somethings for its billions. But if the takeaway lesson from this projects is that architects need a free pass, a vain, submissive client and an open checkbook to create a public spectacle, then the hub is a disaster for architecture and for cities.

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Credit Jacopo Costanzo

Sono in disaccordo. La stazione è sprovvista tutt’ora dei guardaspalle che il masterplan di Libeskind prevede – sempre se abbia senso chiamarlo ancora in causa, considerando che è stato silurato da tutto quello che riguarda il postundicisettembre. Con i grattacieli di Rogers e Big completati, l’impatto di fronte allo scrigno bianco di Calatrava sarà un’altra storia. Si può ritenere una metafora non perfettamente tradotta in acciaio, come strozzata. Eppure è capace di custodire un invaso sensazionale, già in grado di meravigliare. L’Oculus, lo spazio raccolto al di sotto delle ali che affiorano, ha un potenza spiazzante. Luminosa e dinamica, Calatrava ha realizzato una cattedrale ipogea, che si avvicina alla dinamicità tipica delle Sue opere più riuscite.
Così la galleria superiore diventa un organico claristorio, mentre le scale in aggetto, alle due estremità della grande aula, le leggiamo come il pulpito e la cantoria.

Ironia della sorte, l’unico edificio sacro distrutto nell’attentato del 2001, la chiesa greco-ortodossa di San Nicola, verrà ricostruita a pochi passi dalla stazione, ancora su progetto di Calatrava.

Una mela troppo grande

Nel 1935, in procinto di giungere per la prima volta negli Stati Uniti, Salvador Dalì decide di improvvisare un progetto surrealista. E’ intenzionato a sbarcare in territorio americano armato di un filone di pane lungo quindici metri. Coadiuvato dal panettiere di bordo, riesce a cucinarne una versione decisamente ridotta, lunga due metri e mezzo – misura condizionata dalle esigue capacità del forno della nave sulla quale navigavano – ed armata al suo interno di una struttura in legno che consentisse al filone di non spezzarsi in due una volta raffreddatosi dopo la cottura.
Sarà lo stesso artista a scrivere come questo episodio passò completamente inosservato agli occhi di una città – New York – troppo impegnata a costruire il domani per curarsi dell’oggi:

Nessun giornalista mi fece una sola domanda sul filone di pane che durante tutta l’intervista tenni ben visibile al braccio o appoggiato a terra come si fosse trattato di un grande bastone da passeggio.

A distanza di cinquant’anni – nel 1984 – il più grande progetto pop-surrealista mai pensato per la città di New York si inabissò sotto il peso della distrazione, del rumore, delle luci, dei dollari di una città, ancora una volta, troppo intenta a governare il domani per riflettere sull’oggi.
Il nodo da sciogliere è uno degli spazi meno risolti, e proprio per questo più autentici, di Manhattan. Stiamo parlando di quella che un tempo era conosciuta come Longacre Square, oggi forse la piazza più famosa al mondo, Times Square.

Nello specifico facciamo riferimento ad una bizzarra operazione, operata in salsa barbecue, da un tandem di architetti che più americani non si può. Ma ancor prima orchestrata, come sempre accade a New York, da un lesto developer: George Klein.

Seguendo indicazioni governative, provenienti dal 42DP (42nd St. Development Project), Klein e la Park Tower Realty Corporation incaricano Philip Johnson ed il socio John Burgee, di progettare quattro torri alla volta del Times Building, come nel più elementare degli schemi cantonali.

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Come da copione, Johnson, abile player dell’architettura americana, disinvolto su ogni tipo di terreno compositivo in campo architettonico, in piena postmodernità presenta un progetto sfacciatamente alla moda, in grado di risolvere il più caotico brano della città.

Ancora nessuna traccia del colpo di scena che ci attende.

Per quanto il grattacielo AT&T – edificio alfiere della tendenza postmodern, terminato proprio nel 1984 e neanche troppo distante dal progetto di cui stiamo raccontando – rappresenti l’apice professionale raggiunto da Johnson, la proposta per Times Square non gode dello stesso stato di grazia.
Il granitico basamento, le finestre seriali e le paradossali mansarde vetrate (l’intuizione più suggestiva della proposta) caratterizzano un progetto che viene accolto tiepidamente dalla critica e dai newyorkesi. Urge correre ai ripari.

Circondare uno dei figli più cari alla città con quattro bastioni in frac lasciava un grande interrogativo sul lotto più importante, quell’esile isola, generata dalla tangente Broadway, sul quale sorgeva il Times Building, oggi One Times Square.
Eccoci finalmente giunti ad un crocevia inimmaginabile. Per ridare vita e consenso ad una proposta poco convincente, viene reclutato lo studio VRSB.
I documenti di studio raccontano come a capo del lavoro ci fossero Robert Venturi e John Rauch (la R nell’acronimo). Project manager figurava Frederic Schwartz insieme a Denise Scott Brown (moglie di Venturi) ed il braccio destro di una vita intera Steven Izenour (Eric Fiss e Miles Ritter completavano il team).
La proposta fu tanto semplice quanto impattante. Una mela.
Una mela gigantesca. Evidentemente fuori scala. Una mela con un diametro di circa 30 metri poggiata su di un edificio-basamento che si accosta sul confine meridionale del lotto.

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La matrice è esplicitamente suddivisa tra la poetica surrealista di Magritte e le opere PopArt di Oldenburg.

Eppure Venturi, mai criptico nel descrivere le sue opere, troppo generoso nel disvelarsi, dichiara come a monte ritorni la sua amata Roma. La Roma dove aveva studiato e vissuto negli anni più importanti della sua formazione, gli anni che diedero vita a Complexity and contradiction in architecture. Dietro quella proposta, apparentemente sbrigativa, Venturi per analogia ritrova gli obelischi delle piazze capitoline. Chiari, iconici, ordinatori.

Contrast and ambiguities in scale along with unusual juxtapositions are traditional means of creating surprise, tension and richness in urban architecture. Some New York examples are the Statue of Liberty, the Little Church around the Corner and Trinity Church on Wall Street… .
This 90 ft.-plus diameter apple is the modern equivalent of the Baroque obelisk that identifies the center of a plaza.

La proposta di Venturi è troppo per New York e lascerà traccia solo su carta.
L’afflato pionieristico che ha da sempre animato la città non può badare a sottigliezze di difficile comprensione, il double code, il retropensiero, le sfumature rimangono concetti tipicamente nostrani che mal si sposano con chi ascolta esclusivamente il domani.

The most talked-about house in New York

Ci sono storie che meritano di essere raccontate.
Poi ci sono storie che amano farsi raccontare.

Quella che vi apprestate a leggere è valida in entrambi i casi.

Dicono, lo scrive il Time, che a cantiere ultimato, l’architetto vivente più importante d’America suonò il campanello. Era Frank Lloyd Wright. Dicono non avesse mai una parola buona per nessuno:

The old crank never has a kind word to say about anything.

Eppure lasciò i presenti a bocca aperta:

You know, Ed, we’ll have to trade details.

Ed era Edward Durell Stone, ed il giorno in cui aprì la porta al suo collega, nonché maestro, sapeva di aver di fronte un amico, oramai raggiunto per fama e prestigio.
Se non conoscete le vicende di EDS, evidentemente non avete mai approfondito la storia dell’architettura a stelle e strisce che va da prima dello scoppio del Secondo Conflitto Mondiale alla scomparsa dello Stesso nel 1978.

Copertina del Time, March 31,1958.

 

Nel mentre, l’architetto originario dell’Arkansas, ha progettato alcuni degli edifici più importanti d’America, o meglio, per gli Stati Uniti d’America. Saranno proprio le commissioni statali da realizzare all’estero a risultare, secondo la critica,  le più felici opere di Stone.
Un breve riassunto potrebbe comprendere: il celeberrimo Radio City Music Hall di NY, il MoMA sempre a NY, l’ambasciata americana a New Delhi, il padiglione americano per Expo 58 a Brussels, il J. F. Kennedy Center for the Performing Arts a Washington D.C., il Busch Memorial Stadium a St. Louis in Missouri ed infine il grattacielo della General Motors, nonché il memorabile 2 Columbus Circle, ancora una volta a New York.
Quest’ultimo, come buona parte degli edifici sopra riportati, oltre ad aver scritto un significativo “pezzo” di storia americana, risulta oggi fortemente compromesso, irriconoscibile.

Ma per tornare alle vicende che ci interessano dobbiamo fermare le lancette al 1956, anno in cui Ed Stone fissa, all’interno del più delicato ed opulento tessuto urbano newyorkese, il suo capolavoro. Siamo tra Park e Lexington, 130 East 64th Street, pieno Upper East Side.
L’edifico risale al 1878, disegnato secondo linee convenzionali da James E. Ware.
Una volta comprato per farne la propria dimora, Stone progetta delle sostanziali modifiche al volume ma soprattutto alle facciate.

Con decisione e fermezza, sensibilità ed un pizzico di ironia, l’architetto regala alla città di NY quello che diverrà un raro esempio di chirurgia modernista in territorio americano.
Subito dopo la cortina di cristallo, che dal primo piano scherma l’edificio a tutta altezza, Stone disegna un filtro.

In my opinion, the grille is the perfect solution to the problem of privacy in the lower floors of apartments and town houses.

Come realizzato su di un telaio da ricamo, il fronte in cemento chiaro si incastona lieve nel contesto neoclassico. L’attacco a terra è mediato tramite una suddivisione del fronte: l’ingresso arretrato, sulla sinistra per chi entra e sei lastre di marmo con una vasca verde che avanza verso la strada, sulla destra. Una lunga fioriera orizzontale come architrave.

Ty Cole for The New York Times
Ty Cole for The New York Times, ingresso.

 

L’impatto è potente, ancor prima di mettere a fuoco la trama circolare, cruciforme e romboidale del prospetto, si viene rapiti da un ritmo esotico, orientale, arabeggiante. I rimandi potrebbero spaziare dai fronti dei cortili interni nei riad di Marrakech, alle baghdir persiane. Più facilmente, ai dettagli osservati a New Delhi durante l’incarico per l’ambasciata. Questi merletti diventeranno ben presto la firma di Stone, il quale sarà tra i primi a recuperare un autentico gusto per la decorazione.

Non a caso, il solito Philip Johnson registrerà proprio in questo atteggiamento, uno dei codici embrionali della successiva corrente postmoderna.

Per molti anni l’abitazione di Edward Durell Stone è stata:

The most talked-about house in New York.

Dopo la morte dell’architetto, il capolavoro rischiò di essere compromesso dalla moglie di Stone (la terza), la quale decise di far rimuovere l’inconfondibile trama in cemento. L’intervento della Landmarks Commission, oltre a successivi proprietari illuminati – tra i quali Andrew Cogan, chief executive della Knoll – ci consente di ritrovare oggi il disegno compiuto ed in ottime condizioni.

Ty Cole for The New York Times, fronte secondario esposto a Sud.
Ty Cole for The New York Times, fronte secondario esposto a Sud.

 

Scriverà lucidamente Paul Goldberger:

The building is small enough and the grille light enough so that affectation does no real harm to the block, but it hardly upgrades it, either. It all comes off rather like a parody of Ed Stone done by a clever and malevolent student.

In effetti non potremo mai sapere se quella mattina Wright suonò il campanello per complimentarsi sinceramente con Ed Stone, o per ricordargli quanto l’amico fosse debitore alla propria lezione. Di certo aveva già compreso che quella sarebbe diventata ben presto una delle opere più emozionanti e controverse mai costruite a New York.

 

Playoff MLB, la fase finale dello sport più romantico al mondo

I Playoff sono il momento più bello di ogni sport americano. Una lunga stagione volge al termine e le migliori squadre sono pronte a giocarsi il tanto ambito titolo di campione nazionale o, come piace dire agli americani, del mondo. In MLB, la lega professionistica di baseball made in USA, è facile ritrovare qualche sorpresa nella fase finale ma questa stagione 2015 ha regalato particolari gioie ai romantici grazie alla presenza di un entusiasmante mix tra “eterne perdenti”, grandi conferme e franchigie sorprendenti.

Bracket

WILD CARD, BELLE E SPIETATE

Per chi è meno avvezzo a questo mondo è giusto spiegare cosa siano le Wild Card, ovvero le quattro squadre (due dell’American League e due della National League) con il miglior record tra quelle che non sono riuscite a sincere la propria division. Queste squadre si affrontano tra loro nel Wild Card Game, una gara a eliminazione diretta che riduce l’ingresso nei Playoff a una sola squadra per conference. quest’anno i Chicago Cubs hanno demolito 4-0 i Pittsburgh Pirates, mentre gli Houston Astros hanno eliminato i New York Yankees col risultato di 3-0.

Perché tutto ciò è bellissimo ma anche paurosamente spietato? Basti pensare ai Pirates. Da quando Clint Hurdle è diventato manager nel 2011, i Pirates si sono trasformati in una squadra vincente e ormai arrivano a giocarsi il Wild Card Game ormai dal 2013. Va però detto che nel 2014 hanno perso contro i San Francisco Giants, poi campioni delle World Series, e quest’anno hanno perso di nuovo vanificando due annate da 186 vittorie complessive su 324 partite.

Se per la squadra guidata dal fuoriclasse Andrew McCutchen vede ormai il Wild Card Game come un incubo, lo stesso non si può dire per Houston. Gli Astros sono una realtà meravigliosa, un magnifico esperimento che rielabora e porta all’estremo il famoso “Moneyball” degli Oakland A’s raffigurato anche nel film con Brad Pitt e Jonah Hill. Idee rivoluzionarie, cervelli con un passato alla NASA e supporti tecnologici senza precedenti hanno portato i texani ad autodistruggersi e risorgere dalle proprie ceneri in pochissimi anni. Squadra una volta vincente, alla conclusione del suo ciclo di vittorie si è ritrovata a oscillare in quel limbo di mediocrità che negli sport americani rappresenta il male più assoluto. Nel 2011 arriva la proprietà di pazzi/rivoluzionari di cui sopra che opta per la mentalità-Borlotti in “L’allenatore nel pallone”: perdere e perderemo. Questa idea ha portato a una notevole quantità di scelte di ottimo livello al Draft che hanno permesso ai giovani Astros di crearsi un roster di estremo talento, almeno in potenza. Non tutto è stato rose e fiori, tra le prime scelte di Houston infatti figurano giocatori come Carlos Correa, fenomenale interbase fermo però ai box con una caviglia rotta, il deludente lanciatore Mark Appel e il problematico lanciatore Brady Aiken, unica prima scelta assoluta al Draft in trent’anni a non essere firmata dalla squadra che l’aveva scelta, questa volta per via di un problema al gomito riscontrato successivamente. Fortunatamente (si fa per dire, nella dirigenza degli Astros non c’è nulla di casuale) per loro ben altri talenti sono esplosi rivelandosi giocatori di altissimo livello quali George Springer, Josè Altuve e Jon Singleton, un blocco solido a cui l’aggiunta di validi conoscitori della MLB quali Chris Carter e Luke Gregerson ha trasformato Houston in una squadra da Playoff o, come ha detto Sports Illustrated, nella squadra che vincerà il titolo nel 2017. Dimenticavo, Houston nel Wild Card Game ha eliminato gli Yankees che nonostante i tanti infortuni e problemi fuori dal campo resta l’organizzazione con il secondo monte ingaggi più alto in MLB con i suoi 219 milioni di dollari. Il monte salari di Houston è invece il secondo più basso nel baseball professionistico con soli 70 milioni.

Moneyball

C’ERANO UNA VOLTA I PLAYOFF DEI BLUE JAYS

I Toronto Blue Jays sono arrivati finalmente ai Playoff vincendo la American League East quasi a sorpresa. A metà stagione Toronto si ritrovava con un record addirittura in negativo ma una strepitosa fase finale di stagione ha permesso ai canadesi di arrivare finalmente alla postseason. I soliti Josè Bautista, Edwin Encarnación e Josh Donaldson hanno finalmente trovato l’aiuto che hanno sempre cercato da Troy Tulowitzki e dal lanciatore David Price, arrivati entrambi a stagione in corso tramite trade. Forti dei nuovi arrivi e di un arsenale offensivo impressionante Toronto ha finalmente raggiunto i Playoff per la prima volta dal 1993, togliendosi dal libro nero dello sport americano quale squadra con più anni di assenza dalla postseason. Per capire quanti siano lunghi ventidue anni, prendiamo in esame dieci riferimenti.
L’ultima volta che i Blue Jays hanno giocato i Playoff…

1) Il Marsiglia batte il Milan nella finale di Champions League più discussa e controversa di tutti i tempi.
2) Francesco Totti fa il suo esordio in Serie A a soli 16 anni in Brescia-Roma 0-2.
3) Durante il torneo di tennis di Amburgo lo spettatore Günther Parche pugnala la tennista Monica Seles nel corso di una partita.
4) In Finlandia viene inviato il primo SMS tra due persone viventi nella storia della telefonia.
5) Nasce l’Unione Europea con l’entrata in vigore del Trattato di Maastricht.
6) Viene arrestato Totò Riina dopo 23 anni di latitanza
7) Bill Clinton si insedia alla Casa Bianca quale 42° presidente
8) Sulla CBS Debutta il Late Show con David Letterman
9) “Unplugged” di Eric Clapton domina ai Grammy Awards e nelle classifiche di vendita
10) Jurassic Park, Schindler’s List, Nightmare Before Christmas, Philadelphia e Carlito’s Way escono in sala.

METS E CUBS, LA RIVINCITA DEI RINNEGATI

I Chicago Cubs negli ultimi anni sono stati i cugini brutti piuttosto sfigati dei Chicago White Sox. Diciamo che i White Sox hanno rappresentato la ragazza più bella e popolare della scuola (vittoria della World Series nel 2005) mentre i Cubs erano l’amica poco attraente che non veniva invitata alla feste e finiva per restare a casa a fare i compiti per la già citata amica piacente. Ecco, a con qualche anno di ritardo la ragazza bruttina si è trasformata in una modella, i Cubs infatti sono tornati ai Playoff per la prima volta dopo sette anni a seguito di una stagione da 97 vittorie, il terzo miglior record di tutta la MLB. I Cubs hanno iniziato benissimo la loro cavalcata ai Playoff vincendo il Wild Card Game contro i Pirates per 4-0 e ora si ritrova con una serie sull’1-1 contro i St. Louis Cardinals. Cubs-Cardinals è stata anche la prima vittoria stagionale e casalinga dei Cubs, partita che ha dato inizio alla strepitosa stagione del lanciatore Jake Arrieta che ha chiuso la stagione con 22 vittorie, 6 sconfitte e una ERA di soli 1.77, diventando il sesto giocatore dal 1913 a chiudere una stagione con almeno 22 vittorie, non più di 6 sconfitte e una ERA inferiore a 2.00. Questa partita giocata l’8 aprile 2015 non è stata solo la prima vittoria stagionale dei Cubs ma anche la partita che ha ospitato il sottoscritto e il mio collega di rubrica Niccolò Costanzo nell’allora gelido Wrigley Field. Un gruppo giovanissimo composto da enormi talenti quali Kyle Schwarber, Kris Bryant, Anthony Rizzo, Jorge Soler e Starlin Castro non solo rende i Cubs una squadra di temibile per chiunque ma li rende anche una franchigia da temere nelle prossime stagioni, specie se a questi si aggiungeranno altri giocatori esperti come è successo in queste ultime stagioni con l’arrivo di Jon Lester e del già citato Arrieta. Come se non bastasse, a supportare la causa dei Cubs c’è il secondo episodio della trilogia “Ritorno al Futuro”, secondo il quale i Cubs avrebbero vinto le World Series il 21 ottobre 2015. Nel caso Doc e Marty avessero avuto ragione prepariamoci a vedere una parata di festeggiamento sulle DeLorean DMC-12.

McFly

I Mets sono i newyorkesi meno famosi, d’altronde condividere la stessa stanza con gli Yankees non è per nulla facile, anche se hai vinto due titoli, l’ultimo dei quali nel 1986. Un ottimo mix di giovani talenti (Wilmer Flores e Noah Syndergaard), abili veterani (Curtis Granderson, David Wright e Bartolo Colón) e stelle consolidate (Matt Harvey e Lucas Duda) ha permesso ai Mets di conquistare il titolo della National League East, inoltre l’arrivo di Yoenis Céspedes a stagione in corso ha dato ai newyorkesi una ulteriore spinta verso il successo. Al momento i Mets sono sull’1-1 nella serie contro i favoritissimi Dodgers e sono quindi pronti a giocarsi l’accesso alle Championship Series con il ritorno di Harvey sul monte di lancio. In ogni caso la fantastica stagione dei Mets sarà ricordata per le strepitose giocate dei suoi fenomeni, una su tutte l’eliminazione eseguita dal paffuto quarantaduenne Bartolo Colón in settembre.

Bartolo Colon

WINNING IS A HABIT

La citazione del leggendario coach di football americano Vince Lombardi è particolarmente calzante per la seconda e la sesta squadra più titolata della MLB, i St. Louis Cardinals e i Los Angeles Dodgers.

I Dodgers infatti hanno una squadra impressionante, capitanata dallo strepitoso duo di lanciatori formato da Zack Greinke e Clayton Kershaw, due mostri sacri che non hanno eguali in MLB, tantomeno in una singola franchigia. I Dodgers sono la squadra che più spende in ingaggi come dimostrano gli oltre 272 milioni che staccano di parecchio i 219 milioni dei secondi classificati Yankees. Questa cifra permette alla squadra della west coast di schierare diverse stelle ed esperti giocatori da Playoff come Adrian Gonzalez, Jimmy Rollins, Chase Utley, Carl Crawford e tanti altri, a cui si aggiunge il fenomenale Yasiel Puig, il giovane campione cubano che però viene da una stagione tormentata dagli infortuni. Se i Dodgers potranno continuare la loro cavalcata nei Playoff dipenderà sì dall’attacco ma soprattutto dal monte di lancio che, come detto, è più unico che raro in MLB nonostante la sconfitta di Kershaw in Gara-1. Ora la serie con i Mets è sull’1-1 e sul monte di lancio dei Dodgers salirà Brett Anderson che è un buon pitcher ma non si avvicina nemmeno lontanamente ai due già citati compagni. Il futuro dei Dodgers passa anche da lui.

I Cardinals invece rappresentano l’arte della vittoria nella MLB. Dodici apparizioni ai Playoff negli ultimi sedici anni, quattro apparizioni alle World Series, due titoli e un’ultima stagione chiusa a cento vittorie sono il biglietto da visita di una franchigia che sa come vincere. Di solito i Cardinals hanno dato il meglio quando non erano i favoriti, cosa che invece sono quest’anno, ma la presenza di giocatori simbolo quali Jhonny Peralta, Matt Carpenter, Mark Reynolds, Yadier Molina e Matt Holliday rendono i Cardinals una squadra di enorme esperienza in postseason e per questo motivo più temibile che mai.

SEMPLICEMENTE PLAYOFF

Dopo aver snocciolato i seguenti temi, resta comunque impossibile sapere chi vincerà. Non si tratta di una frase fatta, anzi è un fatto: negli ultimi anni quasi mai hanno vinto le squadre col record migliore, anzi l’anno scorso a trionfare sono stati i San Francisco Giants, squadra che era entrata ai Playoff tramite Wild Card e che quest’anno non ha raggiunto la postseason. Vincerà Houston, la squadra basata sulla sabermetrica, o Kansas City, la franchigia che più di qualunque altra ripudia questo sistema di analisi? Forse vincerà una tra Mets e Cubs, le “seconde squadre” delle rispettive città, una delle quali farebbe avverare la profezia di “Ritorno al Futuro”. Potrebbero vincere le elitarie come Cardinals, Dodgers e Texans ma anche l’eterna assente Toronto. L’unica cosa certa è che, chiunque vinca, le belle storie non mancheranno.

The New York Times Building, il capolavoro di Renzo Piano

La critica anglosassone in campo architettonico mantiene da sempre un debole nei confronti della metafora. Pratica decisamente pericolosa ma altrettanto efficace, quando si tratta di divulgare, sintetizzandolo, il giudizio su di un’opera. Oltreoceano, sempre in ambito anglofono, gli architetti americani hanno esaltato questa figura retorica, producendo tra tante inesattezze, pochi distinti acuti.
Uno di questi, riportato dalla Guide to New York City, curata dall’American Institute of Architects, definisce cosi’ la casa del New York Times progettata da Renzo Piano:

As grey and dour as a rain-soaked copy of the Sunday Stile section.

Seppur ironico e tagliente, il capoverso elogia implicitamente uno dei più importanti grattacieli newyorkesi postundicisettembre, associandolo figurativamente ad una copia zuppa del Times domenicale – particolare da non sottovalutare in quanto e’ proprio la domenica il giorno in cui i giornali rimangono esposti piu’ a lungo alle intemperie, sull’uscio di centinaia di migliaia di buildings americani. A cosa puo’ ambire di piu’ un edifico se non ad interpretare, incarnandolo quasi, lo spirito di cio’ che andra’ a custodire?

La Gray Lady, arcinota metafora usata per descrivere la storica testata newyorkese, non appena entrata nel Nuovo Millennio si mise in cerca di una nuova dimora. Il 13 Ottobre 2000 eleggeva il Renzo Piano Building Workshop vincitore di un concorso ristrettissimo, tra i quali figuravano anche Foster, Ghery e Pelli. Gli scavi iniziarono il 23 Agosto 2004. Dopo solo tre anni, il 19 Novembre 2007, la grande apertura; primo, tra i segnali di ripresa di una citta’ ancora stordita dal disastro del WTC.

New York Times Building, Location: New York NY, Architect: Renzo Piano Building Workshop with FX Fowle Architects
New York Times Building, Location: New York NY, Architect: Renzo Piano Building Workshop with FXFOWLE. Credit David Sunberg-Esto.

 

Esterno, dettaglio dei corpi scala rossi. Piano ha voluto reinterpretare la distribuzione interna canonica del grattacielo, rendendo le scale un punto di snodo importante per l'edifico nonché un punto di sosta e di aggregazione per la redazione. Credit David Sunberg-Esto.
Esterno; incrocio tra la 8th Avenue e la W40th Street. I corpi scala rossi. Piano ha voluto reinterpretare la distribuzione interna canonica del grattacielo, rendendo le scale un punto di snodo importante per l’edifico nonché un punto di sosta e di aggregazione per la redazione. Credit David Sunberg-Esto.

E’ bene ricordare fin da subito come la progettazione di un’opera così ambiziosa oggigiorno, in particolar modo negli Stati Uniti, sia un lavoro necessariamente condiviso tra piu’ realta’, a stento immaginabili. Limitandoci al design team, il grattacielo del Times presenta una squadra affollatissima: come architetti troviamo appunto il RPBW in associazione con FXFOWLE, affermata firm newyorkese; interior architect figura il sempre presente Gensler. Nella progettazione del giardino, un’oasi nella corte al pian terreno, Piano si e’ avvalso dell’ausilio di HM White Site Architects con Oberlander. Questo senza entrare nelle specifiche ingegneristico-realizzative, che aprirebbero un capitolo interminabile.
La torre, alta 228 metri e sormontata da un’antenna di 90 metri – che inizialmente era stata pensata capace di flettersi al vento – si affaccia sulla 8th Avenue, tra la West 40th e 41st Street; dei 52 piani, solo i primi 28 sono occupati dal NYT. Questo slittamento verso l’Hudson, rispetto alla sede storica collocata nell’omonima piazza, sottolinea il grande cambiamento che ha investito la citta’ in ambito urbanistico nel corso degli ultimi 15/20 anni; una eccezionale colonizzazione del versante Ovest di Manhattan. Non saremmo imprudenti qualora individuassimo nella High Line la nuova spina dorsale della citta’ (il trasloco del Whitney a Meatpacking – sempre a firma di Piano – e la poderosa operazione denominata Hudson Yards, offrono un’ulteriore conferma di quanto scritto).

Ma perche’ il New York Times Building e’ da ritersi un LAST/MUST30?
Semplicemente perche’ rappresenta la vetta professionale del piu’ importante architetto vivente (proprio il Whitney, appena concluso da Piano nella stessa citta’, racconti già una storia diversa, su cui torneremo tra qualche tempo).
In questa opera le caratteristiche principali dell’architetto raggiungono una felicita’ compositiva invidiabile; forse mai piu’ raggiunta nella sua carriera, che già è storia. Si e’ pacato il ruggito del Beaubourg, lo ha sostituito un’esattezza altra.
Non sbaglia Luca Molinari nel definirla:

 Un’opera ottimista

Rob Gregory scrive cosi’ di Renzo Piano:

While thoroughly italian, epitomising many of the nation’s best traits (charisma, passion and finesse), Piano is a truly global architect.

20060 P NL1(AL)
Interno con vista sulla 8th Avenue. A sinistra i frangisole in ceramica che rivestono la facciata. Credit Nic Lehoux.
20060 P NL1(C)
Credit Nic Lehoux.

E questo grazie ad una poetica High Tech tanto performante quanto raffinata.
Non e’ un caso sia in porcellana l’elemento che veste la torre, dettaglio principe di questo progetto.
L’edificio e’ infatti schermato su tutti e quattro i fronti da frangisole cilindrici in ceramica bianca.
Questi elementi – 360.000 – posti a 61 centimetri dal courtain wall, a protezione del corpo di fabbrica, rendono vibranti i prospetti, mai statici grazie a sorprendenti effetti ottici, rifiutando finalmente la banale “ipocrisia delle specchiature”. Una sensibilita’ atmosferica capace di rendere l’opera sempre perfettamente calata nello skyline cittadino. Cilindri che, sebbene posti a protezione, non ostruiscono del tutto la vista sulla citta’, bensì allontanandosi – smagliando la fitta trama orizzontale – diventano su ogni piano privilegiate feritoie per chi abita la torre.
Se il New York Times ambisce a confermarsi leader tra i quotidiani americani ed internazionali, la sua nuova sede puo’ gia’ ritenersi esatta metafora della buona informazione: onesta, chiara, riconoscibile.

Met Gala 2015: non chiamatelo festa in maschera

 

Il Met Gala 2015 é l’evento a tema più glamour dell’anno. Immaginate le vostre feste in maschera e, come diceva il buon Joe Black, “moltiplicatele all’infinito portatele negli abissi dell’eternità e vedrete solo uno spiraglio di quello di cui sto parlando”. Ma da qualche parte bisogna pur partire. Ricevi un invito per una serata, dove dovrai pagare un ingresso e nella quale ti sarà richiesto di vestirti secondo un tema che in genere spazia da un intramontabile “Anni ’70”, jeans a zampa e via, a “Lucciole e Papponi” per i più trasgressivi. Ci sono quelli che la prendono sul serio, addirittura affittano un costume o hanno un’apposita sezione “travestimenti” nell’armadio, quelli che non si vestono per principio e quelli che, traumatizzati dal diario di Bridget Jones, nel dubbio vanno vestiti sempre come se il tema fosse Lucciole e Papponi.

Anche per il Met Gala devi pagare un ingresso. Conosciuto anche come Costume Institute Gala, si tratta infatti dell’ annuale raccolta fondi a favore del Metropolitan Museum of Art organizzata in collaborazione con il Costume Institute. Ogni anno, dal 1946 a oggi, l’evento è uno dei più importanti appuntamenti fashion: sul red carpet di New York le star di Hollywood sfilano “vestite a tema”. Come da tradizione la serata è legata a una esposizione temporanea, che questa edizione ha celebrato la Cina. La mostra si intitola China: Through the Looking Glass ed è curata dal regista, sceneggiatore e produttore cinematografico cinese Wong Kar Wai assieme al dipartimento di Arti Asiatiche del Met. Fil ruoge della serata e della mostra? L’impatto che l’estetica orientale ha avuto sulla moda occidentale e come la Cina sia una continua fonte d’ispirazione per tanti stilisti, da Paul Poiret a Yves Saint Laurent grazie alla bellezza e particolarità dei costumi tradizionali, delle pitture, delle porcellane e anche dei film. Una celebrazione artistica a 360° che vede esposti più di 100 pezzi tra creazioni di alta moda e ready-to-wear. Alla faccia della festa Country.

Veniamo ai look. Quello che accomuna tutte le feste in maschera é che c’é sempre qualcuno che vuole farsi notare. Queste occasioni portano a galla tutti gli stereotipi e i luoghi comuni su un certo tema. Gli indiani? Tutte con le trecce e la piuma in testa. Hollywood? Solo boa e paillettes. Ma anche Hollywood ha rischiato di cadere nella trappola, in fondo le celebrità non sono così diverse da noi. Ecco le scelte di look delle star.

1. Quelle che: massimo risultato con minimo sforzo. Del tema si enfatizza un dettaglio. Insomma, possono scendere dalla macchina – o dalla limousine – a testa alta.

Cina sinonimo di rosso per Hailee Steinfeld in Michael Kors e Reese Witherspoon con abito senza spalline dal taglio geometrico dello stilista taiwanese Jason Wu. Reese associa anche un altro must del luogo comune sulla Cina: i capelli piastrati. Scelgono invece lo chignon da bacchetta in testa Linda Evangelista in Jeremy Scott per Moschino e Amanda Seyfried che opta per un abito costruito di Givenchy in pizzo bianco con ricami tridimensionali, perle e finiture in cavallino. Bellissima Kate Hudson che sceglie un abito oro con strascico di Michael Kors in tulle stretch con ramage di paillettes.

2. Quelle che: tema a tutti i costi, anche a costo di sacrificare quello che dona sull’altare del travestimento. Se per disgrazia la macchina si ferma a più di un metro dall’ingresso, potrebbe essere molto imbarazzante.

Regina indiscussa di questa categoria Rihanna. C’é chi ha paragonato il suo abito a una pizza, chi a una frittata enorme. Di certo, la gigantesca cappa in seta gialla ricamata e profilata di pelliccia, abbinato a gioielli di diamanti e scarpe di cristallo era davvero troppo trash. Eppure l’intento era nobile: dare rilievo a un giovane stilista cinese, Guo Pei, e all’artigianalità del paese. La pop star é in buona compagnia. Sarah Jessica Parker sceglie un cappello che sembra un dragone del capodanno in Chinatown.

3. Quelle che: nel dubbio mi vesto da coniglietta. Sexy a tutti i costi in barba a qualunque tema. Dalla macchina potevano pure non scendere.

Tulle, chiffon, spacchi e cristalli piazzati strategicamente al limite (assai basso, in verità) della decenza. Una gara a colpi di vedo-non-vedo che ha visto sfidarsi Beyoncé, Jennifer Lopez e l’onnipresente Kim Kardashian.

4. Quelle che: strano ma funziona. Sicuramente il look é studiato e difficilmente potranno riutilizzare il vestito. Quando scendono dalla macchina? Pensi o va a una festa in maschera o é una matta..ma con stile.

Anne Hathaway, eterea e elegantissima, concettuale ma con brio. L’attrice ha scelto una tunica in lamé Ralph Lauren con tanto di cappuccio francescano. A darle un tocco di ironia e originalità, la clutch a forma di cabaret di pasticcini di Benedetta Bruzziches. Vince.

 

Post fata resurgo. Dai detriti del Great Crash.

“Vien dietro a me, e lascia dir le genti:
sta come torre ferma, che non  crolla
già mai la cima per soffiar di venti”.

Il  24 Ottobre del 1929 si compiva il più rovinoso crollo della Borsa di Wall street.

E se il “Giovedì Nero” apriva il sipario a quella che sarà la Grande Depressione americana, nello stesso periodo, dello stesso anno, nel centro di Manhattan ci si adoperava per un altro crollo, un’altra distruzione, questa volta volontaria, di una delle famose opere architettoniche del tempo, il Waldorf Astoria, volta a regalare la scena a qualcos’altro di ben più grande.
Sulle ceneri di un famoso Hotel, epicentro dell’alta società newyorkese, si aprirono i cantieri di quello che sarà uno degli edifici simbolo della cultura americana nella grande mela: l’Empire State Building.

L'Empire e King Kong
L’Empire e King Kong

La distruzione del Waldorf viene progettata nei dettagli come una fase della realizzazione futura: il titano di fine Ottocento così smantellato viene ucciso dal figlio, che, dopo avergli fatto sputare l’ultima pietra, lo scarica in mare a cinque miglia dalla costa. Il nostro Empire cresce inglobando tutti i suoi predecessori e raccogliendo in sé tutta la loro energia e spirito. Perché il Manhattanismo funziona così: l’architettura si autodistrugge per poi ricostruirsi, ai fini di una nuova rinascita, una reincarnazione più idonea alla Tendenza del momento.

“Per qualsiasi altra cultura la demolizione del vecchio Waldorf sarebbe stato un atto filisteo di distruzione, ma per l’ideologia del Manhattanismo si trasforma in una liberazione”   Rem Koolhaas, Delirious New York

Questo spirito tramandato non consiste in altro se non essere un puro e semplice involucro, un edificio vuoto, che gli valse l’ironico soprannome di Empty State Building negli anni successivi all’inaugurazione.  Il suo unico obiettivo fu quello di “rendere concreta un’astrazione finanziaria, ovverosia esistere” [1]. Uno tra i più splendenti aghi di Manhattan era finalmente stato realizzato.
All’opposto se New York apriva il cielo alle fenici di cemento, in Europa si viaggiava sulle code dei pavoni e sempre nel 1929 a Parigi veniva pubblicato “Il mistero delle cattedrali” dell’”anonimo” Fulcanelli. Il libro sosteneva la suggestiva tesi che le cattedrali gotiche fossero delle misteriose opere, da leggere come dei codici di pietra. Ogni bassorilievo, vetrata o nervatura strutturale divenivano agli occhi dell’osservatore espressione grafica di fondamenti alchemici  di cui si poteva arrivare a rivelazione, bastava saperle decifrare.

Il “Post fata resurgo” americano, la distruzione necessaria alla rinascita avrebbe avuto senso anche in un’ Europa dove in ogni dettaglio, modanatura o garguglia poteva nascondersi l’essenza dell’universo? Evidentemente no.

“Il Mistero delle cattedrali” è stato titolo della mostra del 2011-12 a Londra di Anselm Kiefer, uno dei più intensi artisti del panorama contemporaneo. Lo scultore, pittore tedesco ha esposto  alla White cube una rassegna di opere dedicate, come da titolo, al tema alchemico simbolico. Tutte le grandi tele impiegano il paesaggio come punto di partenza della riflessione ed alcune in particolare ritraggono una delle smisurate imprese dell’architettura nazista: l’aeroporto Tempelhof. Realizzato come parte del masterplan della ricostruzione di Berlino ad opera di Albert Speer, il noto architetto di Hitler,  il vasto complesso doveva divenire la grande porta d’ingresso in Europa, simbolo della “capitale mondiale”.  Tale grandezza ed ambizione lo resero un precursore degli aeroporti di fine Novecento. Le immense tele di Kiefer tra elementi materici,vernici e processi di ossidazione trasformano l’architettura di Speer in una sinistra cattedrale dei giorni nostri.

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Anselm Kiefer, Dat rosa miel apibus, 2010-11. Courtesy White Cube

“La scienza dell’alchimia è l’accelerazione del tempo, come nel ciclo piombo-argento-oro che ha bisogno solo del tempo per trasformare il piombo in oro. In passato l’alchimista ha accelerato questo processo con procedimenti magici. Ciò è stato chiamato magia. Come artista non faccio nulla di diverso. Accelero solo la trasformazione che è già presente nelle cose. Questa è magia, se ho capito bene. “ Anselm Kiefer

Chissà se il trasformare le cose, riconsegnarle ad un loro uso legandole al passato che le ha viste nascere, non sia, anche in architettura,  un estroso gesto alchemico, che sposta la figura dell’architetto da un terreno composto di macerie e detriti a quel territorio dorato e glorioso ai confini del magico.

[1] Rem Koolhaas, Delirious New York, curato da Biraghi M., Electa, Milano, 2001