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Jackson Pollock. Dal dolore al sogno. Dal sogno alla tela.

Non si può mai dire di capire un artista fino in fondo. Per quanto possiamo ammirarlo, studiarlo e analizzarne un’opera in tutte le sue sfaccettature, cercando di immergerci nei più profondi abissi del suo pensiero, ci sarà sempre una sfumatura, un’ombra, un barlume di mistero che non si può cogliere. Si tratta di un intimo e personalissimo segreto che appartiene solo e soltanto all’artista, oltre a lui nessun altro può conoscerlo. Questo concetto, per Paul Jackson Pollock é più vero che mai. La sua vita è stata un’eterna avventura passata tra sofferenza e alcool, tra delusioni e straordinari trionfi, tra approfonditi studi ed intensa emotività artistica, tutto questo avvolto dal profondo amore verso la moglie Lee Krasner, donna che lo ha sempre sostenuto e aiutato ad emergere nel panorama artistico newyorkese. Pollock, passando alla storia come lartista maledetto, raggiunge il culmine della sua immortale celebrità artistica tra il 1945 e il 1950, anni in cui sarà consacrato come il vero artista innovatore dell’arte americana.

Pollock percepisce l’arte in maniera diversa. Non tollera cavalletti, supporti, o qualsiasi altra struttura che immobilizzi il quadro. L’opera deve essere libera. La tela viene adagiata a terra e l’artista dipinge muovendosi attorno ad essa e facendo gocciolare il colore in ogni direzione. Pollock non dipinge solo con le mani, ma con tutto il corpo. L’artista, dal suo punto di vista, non deve rappresentare un’idea con un quadro, deve essere lui stesso il quadro, lui stesso l’idea. Pollock é il maggiore esponente americano dell’action painting un tipo di pittura compiuta con tutto il corpo, divenedo parte dinamica dell’opera. La tecnica utilizzata é il dripping,tecnica mediante la quale il colore viene fatto sgocciolare sulla tela spontaneamente, o lanciato violentemente su di essa.

Rivela Pollock stesso: Non dipingo sul cavalletto. Preferisco fissare le tele sul muro o sul pavimento. Ho bisogno dell’opposizione che mi dà una superficie dura. Sul pavimento mi trovo più a mio agio. Mi sento più vicino al dipinto, quasi come fossi parte di lui, perché in questo modo posso camminarci attorno, lavorarci da tutti e quattro i lati ed essere letteralmente “dentro” al dipinto. Questo modo di procedere è simile a quello dei “Sand painters” Indiani dell’ovest”.

Pollock é attratto fin da giovanissimo dall’arte primitiva dei Nativi d’America. Pollock trae la propria ispirazione dal mondo dell’inconscio, così come l’arte dei Nativi tra origine dalla contemplazione del mondo degli spiriti. Pollock richiama la semplicità di un’arte primitiva nella quale le linee e i colori sfuggono alle dimensioni del tempo e dello spazio. L’artista esegue coreografici movimenti ripetuti, quasi rituali mistici, dipingendo e camminando attorno alla tela come in un cerimoniale, una danza che richiama i riti magico-spirituali dei nativi d’America.


Nell’immagine non vi é centro, né ordine di direzione, è pittura a”a tutto campo” senza confini. La sua opera viene identificata dai termini “espressionismo astratto” e “surrealismo astratto”, desiderio di esternare attraverso l’arte il proprio disagio interiore, in una dimensione surreale, mediante gli strumenti dell’astrattismo.

Molte altre sono state le influenze artistiche di Pollock. A causa dei suoi continui problemi di alcolismo e dalle sue crisi depressive, si rivolgeva alla psicanalisi, rimanendo attratto dalla filosofia medica Junghiana, così come alla complessità dei disegni psicanalitici. Le filosofie e le religioni orientali, come la religione induista, lo affascinavano enormemente, emblematiche per rappresentare lo sforzo della persona nel ricercare la pace interiore all’interno di sé e non nelle cose circostanti, o ultraterrene. Era il rapporto con l’inconscio ad attrarlo febbrilmente. La dimensione spirituale, l’immagine interiore che é già dentro l’osservatore, e che l’artista deve fare emergere a tutti i costi: il sogno. Esiste una grande contraddizione nella visione artistica di Pollock, la quale contribuisce a rendere tale artista ancora più enigmatico e affascinante. Da una parte Pollock nei suoi dipinti sembra affidarsi al caso. Non si denota una direzione o un ordine preciso, l’aspetto é irrazionale, caotico, esprime tutta la profonda angoscia della sua sofferenza. D’altra parte Pollock é estremamente preciso nella sua opera, nel senso che l’immagine ritratta deve essere fedele a quell’immagine visivo-mentale, a quell’istantanea allucinazione, che la sua mente ha bloccato per pochi secondi mentre l’artista la inseguiva chiudendo gli occhi, a quella rappresentazione che lui imprime nella mente e che vuole riprodurre. L’impetuosa violenza raffigurativa della sua visione artistica esistenzialista, rappresenta la malinconica e linquieta sofferenza che ha accompagnato tutta la sua tormentata vita. Pollock ci ha regalato la raffigurazione dei suoi sogni, esattamente per come appaiono, immagini indefinite per chiunque, eccetto che per il proprietario del sogno stesso.


Giovanni Alfonso Chiariello

Mimmo Rotella. Quando la pubblicità si trasforma in emozionante artistica euforia

Molti artisti hanno sviluppato una particolare forma artistica, molti altri hanno modificato, e alcuni migliorato, uno stile artistico già esistente. Pochi hanno davvero creato dal nulla un nuovo tipo di arte. Mimmo Rotella è tra questi.
Si potrebbero riempire chilometri di pagine descrivendo passo per passo il percorso artistico che ha portato Mimmo Rotella a lasciare la sua città, Catanzaro, e a girare il mondo fino ad esporre le sue opere al Guggenheim Museum di New York nel 1994, e in altre prestigiose cornici in tutto il mondo. Tralasciamo però la biografia e  tutte le tappe della sua sfavillante carriera. Concentriamoci su un periodo particolare che ha cambiato drasticamente la sua visione del mondo.
Nel 1952, dopo essere tornato a Roma, città amata follemente da questo grande artista, dopo un periodo di studi letterari e artistici a New York, Mimmo Rotella è colto da una profonda crisi interiore. Come egli stesso afferma, era giunto alla conclusione che tutto era già stato inventato. Gli stili rivoluzionari di Picasso, di Matisse, di Klee, di Mirò o di Pollock, avevano scritto la storia dell’arte, e, dal punto di vista di Rotella, non c’era più niente da dire, non c’era più nulla di nuovo da regalare al mondo. Rotella aveva perso la sua ispirazione fino a sprofondare in un periodo di vera e propria depressione, sfiorando persino l’idea di interrompere la sua carriera artistica. Un giorno però, a Roma, uscendo dal suo studio, si intrattiene a contemplare i muri del suo quartiere tappezzati da manifesti pubblicitari strappati, che avevano una forza e un’intensità enorme, con colori meraviglliosi di una vivacità senza pari. Mimmo Rotella a quel punto capisce che era questo il messaggio che voleva dare. Si trovava circondato da espressioni artistiche che lo colpivano e di cui si sentiva parte senza essersene mai accorto prima. Era questo il messaggio che voleva dare. Tutto il vigore artistico che era certo di aver perduto si impossessa nuovamente di lui con una nuova forza travolgente che lo porta a uscire di casa nel cuore della notte, strappare i manifesti pubblicitari, portarli nel suo studio e creare delle opere meravigliose.
La sua tecnica è il “décollage”: partendo dal collage, invece di aggiungere nuove ulteriori immagini al soggetto artistico,ne vengono staccate delle parti. Le lacerazioni appaiono come ferite attraverso cui si possono intravedere altre immagini sottostanti anch’esse lacerate, che lasciano a loro volta intravedere ulteriori immagini. E’ un viaggio introspettivo in cui l’occhio si perde in infiniti collegamenti, infinite sfaccettature, ma che riconducono infine ad una visione globale. Nelle opere di Rotella, il materialismo consumistico della pubblicità si trasforma in emozione. I colori e la dinamica frenesia delle immagini strappate, sovrapposte e ancora strappate suscitano sensazioni forti, ogni volta diverse ma sempre intense, in una tempesta di immagini rabbiosamente lacerate,  in vorticose e complesse storie raccontate dai suoi manifesti. Un’opera di Rotella sembra non avere una base. Ogni immagine ne nasconde altre in profondità. Osservando all’interno di una lacerazione, si ha la sensazione di sporgersi da un precipizio, di trovarsi improvvisamente in un labirinto di sguardi e di colori.
Quando il Professor Emilio Villa (grande esperto e punto di riferimento nell’arte contemporanea) pretende di vedere le prime opere di Rotella, ne rimane sbalordito. Il suo stupore risiede nel fatto che Rotella ha inventato un nuovo tipo di espressione, di linguaggio comunicativo. C’erano stati i tagli di Fontana, i sacchi di Burri, e, da quel momento, esistevano anche i manifesti di Rotella.
Mimmo Rotella è il vero artista moderno. L’arte è ovunque, attorno a noi, la si sperimenta ogni giorno vivendo la città in ogni momento della giornata.
Grande appassionato di cinema, Mimmo Rotella sceglie come soggetto diverse attrici, ma una in particolare è particolarmente amata dall’artista: Marilyn Monroe, immortale mito di bellezza, eleganza e capacità artistiche.
Rotella impressiona, sorprende, stupisce, cattura. La sua opera dimostra che l’arte, soprattutto contemporanea, non è solo tecnica, ma anche o soprattutto capacità di inventare, emozionare.
Giovanni Alfonso Chiariello

Storia di guerre, storia di memoriali .. la pace di Louis Khan



“It gives New York nothing less than a new spiritual heart”[1]
Martedì 15 maggio scorsoPoliLinea ha affrontato un tema che oggi più di allora torna di grande interesse. Ovvero il tema del “fuori scala alla rovescia”
E’ come se una volta ogni tanto, anche nelle metropoli più occluse e sfiatate dall’incessante traffico quotidiano, si ricominciasse da capo. Si interrompesse la serialità eclettica del costruire contemporaneo e appunto si rifiatasse un istante. 
Spesso questo tema ha fatto tesoro di occasioni progettuali celebrative e commemorative, le quali offrendo luoghi appartati dalle aree più congestionate della città, ben si prestano ad essere pensate in una chiave del tutto avulsa dalle logiche che governano il restante 99% del tessuto urbano.
La città di New York in particolar modo mi ha sempre stupito nel suo atteggiamento così elastico/drastico nell’interrompere bruscamente la fitta trama di perpendicolari e parallele, che si dirama tra un mucchio ed un altro di grattacieli, inserendo dighe architettoniche in grado di arginare questo dilagare composto. Central Park ed il Lincoln Center erano ad oggi gli esempi più lampanti e chiaramente riconoscibili di questo fenomeno così curioso. Ma vedendo questa immagine dall’alto osserviamo che da qualche settimana la Grande Mela si è scoperta abitata di un nuovo straordinario fuori scala. 
Come preannunciato avremmo avuto bisogno di qualcuno da commemorare, chi meglio, in questi tempi infami di crisi e di guerre sussurrate, di Franklin Delano Roosevelt, prima Governatore di New York, poi Presidente degli Stati Uniti per ben quattro volte, dal 1933 al 1945 (altro che Barack e Mitt). Dopo, di qualcuno che potesse progettare il memoriale. E qui ancora una volta il colpo di scena hollywoodiano non ci delude. Infatti il “Franklin D. Roosevelt Four Freedoms Park”, inaugurato lo scorso 24 ottobre, è stato progettato da Louis Kahn, morto nel 1974  all’età di settantatre anni.
Come potrete intuire il progetto era in cantiere da un bel po’ e rimane l’ultima pietra miliare lasciataci da Kahn prima di passare a miglior vita. La commissione infatti era arrivata solo un anno prima della sua morte nel 1973. 
Il progetto sorge sull’estremità sud della Roosevelt Island, prima nota come “Welfare Island”, anche conosciuta come “The Little Apple”, rinominata proprio in concomitanza con l’ideazione del memoriale. Certo si potrà obbiettare alla nostra analisi che in questo caso un atteggiamento meno impositivo, o fuori scala, fosse necessario oltre che per il tema progettuale anche perché in presenza di un panorama eccezionale. Ma in realtà l’incredibile ritardo accumulatosi nel tempo è stato causato anche da continue ingerenze mosse nel tentativo di dirottare altrove tale iniziativa,  costruendo viceversa un brano di città più in linea con le caratteristiche speculativo/metropolitane newyorkesi e con le loro grandi bagarre di danaro e di immagine. Fortunatamente così non è stato.
Kahn è ancora oggi amato e odiato, quasi alla stregua di una rock star o di un campione del mondo del calcio, proprio per la sua capacità di costruire “dighe”. I suoi progetti riportano prepotentemente in vita i temi del confine, della gravitas, dell’urgenza di manifestarsi in quanto presenti e definiti, nascono già come istituzioni, e come istituzioni vogliono seguire il loro corso nella storia[2]. Certo è che il successo di questa operazione sia dovuto anche al lavoro dello studio Mitchell/Giurgola Architects (Romaldo Giurgola ha insegnato alla University of Pennsylvania insieme a Kahn), chiamati ad una attenta vigilanza postuma, e capaci nel traghettare il progetto fino ad una fedele realizzazione.

Non posso però chiudere senza prima abbandonarmi alla tentazione di suggerire qualche spunto o comparazione sul memoriale, come già feci in Maggio con il Lincoln Center. Dobbiamo sicuramente evidenziare come la storia americana, seppur così breve, sia già ricca di esempi di memoriali di grande qualità architettonica, ebbene penso che sia il Vietnam Veterans Memorial in Washington, opera della scultrice americana M. Lin Ting e datata 1982, sia il John Fitzgerald Kennedy Memorial a Dallas, datato 1970, siano in qualche modo legati al progetto di Kahn.

E proprio quest’ultimo progetto è opera dell’onnipresente Philip Johnson, redattore tra l’altro dell’unico piano regolatore di cui si sia mai dotata Roosevelt Island. Non è detto che Kahn non abbia fatto riferimento proprio a questo illustre antecedente nell’immaginare la cosiddetta “The Room”, l’ ultimo spazio indiscutibilmente metafisico del memoriale, in punta dell’isola.
Jacopo Costanzo
 


[1] Michael Kimmelman, “Decades Later a Vision Survives”, The New York Times, 12 Settembre 2012
[2] Una di queste fan è di certo Francesca Cuppone, a cui rimando per approfondire il tema.