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I 50 anni di Kurt Cobain

50 scatti per i 50 anni che Cobain avrebbe compiuto nel 2017. Dal 13 dicembre al 31 gennaio alla Galleria Ono Arte Contemporanea di Bologna sarà allestita una mostra completamente dedicata al leader dei Nirvana.

A livello visivo e mediatico, Kurt Cobain inaugura un’era e uno stile: con i suoi jeans strappati, le pesanti camicie di flanella a cui si aggiungono i capelli lunghi è il non plus ultra dell’anti-fashion o del do-it-yourself (imperativo per la moda del periodo). Sono questi gli anni in cui nascono i primi movimenti giovanili no- global (dove il no-logo nell’abbigliamento ne rappresenta un perfetto corrispettivo) in risposta alla diffusione di multinazionali quali Starbucks o Microsoft, nate nella cerchia periferica di Seattle. I Nirvana conosciuti più o meno da tutti, furono il gruppo che maggiormente innovò la scena musicale degli anni 90. Oltre ad inventare la musica grunge infatti rivoluzionarono il rock creando una vera e propria scena alternativa.

«Il suono dei Nirvana è tipo i Black Sabbath che suonano i Knack, i Black Flag, i Led Zeppelin e gli Stooges, con un pizzico di Bay City Rollers.»  (Kurt Cobain)

Dave Grohl, Pat Smear e Krist Novoselic, i tre memebri della band sopravvissuti a Kurt Cobain, si sono ritrovati sullo stesso palcoscenico, a Eugene, nell’Oregon, durante un concerto dei Foo Fighters; insieme hanno suonato “Big me”, una canzone del primo album di studio della band.

 

 

Kurt Cobain infatti ebbe la debolezza di non reggere la rivoluzione che aveva contribuito a creare. Negli ultimi anni della sua vita Cobain lottò contro la dipendenza dall’eroina e le pressioni dei media su di lui e sulla moglie Courtney Love, da cui aveva avuto una figlia di nome Frances Bean. L’8 aprile 1994 venne trovato morto nella sua casa di Seattle, ucciso da un colpo di fucile; benché ufficialmente si trattasse di un suicidio, negli anni seguenti si è sviluppato un acceso dibattito sulle cause della sua morte. Cobain è diventato un’icona fra i giovani della sua generazione e della successiva, a tal punto da influenzare tuttora sia la musica sia la cultura giovanile.

Secondo la rivista Rolling Stone, Cobain è stato il miglior artista degli anni novanta nonostante la sua breve vita. È stato inoltre inserito al 45º posto nella lista dei 100 migliori cantanti e al 73º posto della lista dei 100 migliori chitarristi.

 

 

Sam Smith: The Thrill of It All – Recensione

Recensire Sam Smith significa bere dell’alcool possibilmente inglese, immergersi con testa e cuore nei suoi testi e poi venir a capo della sua musica e poetica. La sua parabola nasce grazie all’intuito di Jimmy Napes che per primo riconobbe il talento dell’allora diciannovenne Sam Smith, non un professionista all’epoca. I due, dopo l’introduzione di un comune amico, videro Smith scendere nello studio dell’appena conosciuto Napes per scrivere immediatamente insieme la canzone “Lay Me Down”. Il successo del singolo fu immediato tanto da far iniziare tra gli addetti ai lavori la caccia all’autore del brano ossia Napes. Fu così che il management dei Disclosure lo assunse come autore dei loro brani, e così assieme ai fratelli Lawrence, i quattro si sedettero insieme per scrivere una canzone che è diventata la più importante hit degli anni dieci ossia “Latch”.

Quel che fin da subito apparve come certo in un’interprete come Smith è la fragilità raccolta in due spalle puramente inglesi. Il suo esordio con In the Lonely Hour ha registrato la vittoria di quattro Grammy e la vendita di dodici milioni di copie. Inoltre, fedeli alla tradizione britannica di leggenda del soft-power, il giovanissimo Smith ha ricevuto la consacrazione di far parte della colonna sonora di James Bond, approdando fino gli Oscar. In pochissimo tempo il cantante londinese si è imposto ai Golden Globe 2016 vincendo il premio come migliore canzone originale e l’Oscar per Writing’s on the Wall, tratta dal film Spectre – James Bond.

Nel frattempo è arrivato il coming-out, la sofferenza per i suoi disturbi ossessivo compulsivi. In un’intervista con 4Music ha infatti rivelato delle sue lotte contro un disturbo ossessivo-compulsivo: “Io attualmente ho un DOC davvero grave e sta peggiorando per il momento” […] “Io devo controllare i rubinetti… prima di uscire da casa per assicurarmi che ho controllato tutto in caso di inondazioni”.

Dalla sofferenza provata in questi anni ne è uscito il suo nuovo album The Thrill of It All. Il nuovo album è un lavoro plumbeo come i cieli inglesi, che mette a nudo, in modo eccellente, le fragilità del cantante tra dolori e alcolismi. Alcolismi che solo l’alcool britannico sa spiegare. Ne esce un disco maturo, di eccezionale poetica per la contemporaneità. Estremamente vero, crudo e degno di essere apprezzato per una non scontata ritmica.

Too Good at Goodbyes, è l’esternazione delle sue paure. Paure che tutti hanno in questa società laddove tutti comunicano e nessuno dice nulla. Sam Smith invece comunica con il cuore e una gran musica. Baby, You Make Me Crazy è un brano ballabile, divertente, con un tocco americano.

Non troverete suoni alla Disclosure o ritmiche di Napes. Ma, Sam Smith vi porterà in un viaggio che è quasi una terapia per il dolore. Un ritorno e una conferma, in attesa che si esibisca in Italia a maggio 2018 tra Milano e l’Arena di Verona.

TRACKLIST

01. Too good at goodbyes
02. Say it first
03. One last song
04. Midnight train
05. Burning
06. Him
07. Baby, you make me crazy
08. No peace

Le nomination ai Grammy Awards 2018

Grammy Awards 2018, sono appena state svelate le nomination al premio musicale maggiormente ambito. La cerimonia della sessantesima edizione dei premi più importanti della discografia mondiale si terrà il 28 gennaio al Madison Square Garden di New York.  Originariamente chiamato Gramophone Award, è presentato dalla National Academy of Recording Arts and Sciences (detta anche Recording Academy), una associazione di artisti e tecnici statunitensi coinvolti nell’industria musicale.

Ecco l’elenco delle nomination che vede Jay-Z, Bruno Mars e Lorde tra i favoriti.

Registrazione dell’anno:

“Redbone” — Childish Gambino

“Despacito” — Luis Fonsi and Daddy Yankee featuring Justin Bieber

“The Story of O.J.” — Jay-Z

“HUMBLE.” — Kendrick Lamar

“24K Magic” — Bruno Mars

Album dell’anno:

“Awaken, My Love!” — Childish Gambino

“4:44” — Jay-Z

“DAMN.” — Kendrick Lamar

“Melodrama” — Lorde

“24K Magic” — Bruno Mars

Canzone dell’anno:

“Despacito” — Ramón Ayala, Justin Bieber, Jason “Poo Bear” Boyd, Erika Ender, Luis Fonsi and Marty James Garton (Luis Fonsi and Daddy Yankee featuring Justin Bieber)

“4:44” — Shawn Carter and Dion Wilson (Jay-Z)

“Issues” — Benny Blanco, Mikkel Storleer Eriksen, Tor Erik Hermansen, Julia Michaels and Justin Drew Tranter (Julia Michaels)

“1-800-273-8255” — Alessia Caracciolo, Sir Robert Bryson Hall II, Arjun Ivatury and Khalid Robinson (Logic featuring Alessia Cara and Khalid)

“That’s What I Like” — Christopher Brody Brown, James Fauntleroy, Philip Lawrence, Bruno Mars, Ray Charles McCullough II, Jeremy Reeves, Ray Romulus and Jonathan Yip (Bruno Mars)

Miglior artista esordiente:

Alessia Cara

Khalid

Lil Uzi Vert

Julia Michaels

SZA

Migliore Performance Pop solista:

“Love So Soft” — Kelly Clarkson

“Praying” — Kesha

“Million Reasons” — Lady Gaga

“What About Us” — Pink

“Shape of You” — Ed Sheeran

Migliore  Performance Pop gruppo:

“Something Just Like This” — The Chainsmokers and Coldplay

“Despacito” — Luis Fonsi and Daddy Yankee featuring Justin Bieber

“Thunder” — Imagine Dragons

“Feel It Still” — Portugal. The Man

“Stay” — Zedd and Alessia Cara

Miglior Album Pop

“Kaleidoscope EP” — Coldplay

“Lust for Life” — Lana Del Rey

“Evolve” — Imagine Dragons

“Rainbow” — Kesha

“Joanne” — Lady Gaga

“÷” — Ed Sheeran

Miglior album elettronica 

“Migration” — Bonobo

“3-D the Catalogue” — Kraftwerk

“Mura Masa” — Mura Masa

“A Moment Apart” — Odesza

“What Now” — Sylvan Esso

Miglior Performance Rock

“You Want It Darker” — Leonard Cohen

“The Promise” — Chris Cornell

“Run” — Foo Fighters

“No Good” — Kaleo

“Go to War” — Nothing More

Best Alternative Music Album

“Everything Now” — Arcade Fire

“Humanz” — Gorillaz

“American Dream” — LCD Soundsystem

“Pure Comedy” — Father John Misty

“Sleep Well Beast” — The National

Best Urban Contemporary Album

“Free 6lack” — 6lack

“Awaken, My Love!” — Childish Gambino

“American Teen” — Khalid

“CTRL” — SZA

“Starboy” — The Weeknd

Best Rap Performance

“Bounce Back” — Big Sean

“Bodak Yellow” — Cardi B

“4:44” — Jay-Z

“HUMBLE.” — Kendrick Lamar

“Bad and Boujee” — Migos featuring Lil Uzi Vert

Best Rap Album

“4:44” — Jay-Z

“DAMN.” — Kendrick Lamar

“Culture” — Migos

“Laila’s Wisdom” — Rapsody

“Flower Boy” — Tyler, the Creator

Best Country Solo Performance

“Body Like a Back Road” — Sam Hunt

“Losing You” — Alison Krauss

“Tin Man” — Miranda Lambert

“I Could Use a Love Song” — Maren Morris

“Either Way” — Chris Stapleton

Best Country Song

“Better Man” — Taylor Swift (Little Big Town)

“Body Like a Back Road” — Zach Crowell, Sam Hunt, Shane McAnally and Josh Osborne (Sam Hunt)

“Broken Halos” — Mike Henderson and Chris Stapleton (Chris Stapleton)

“Drinkin’ Problem” — Jess Carson, Cameron Duddy, Shane McAnally, Josh Osborne and Mark Wystrach (Midland)

“Tin Man” — Jack Ingram, Miranda Lambert and Jon Randall (Miranda Lambert)

Best Jazz Vocal Album

“The Journey” — The Baylor Project

“A Social Call” — Jazzmeia Horn

“Bad Ass and Blind” — Raul Midón

“Porter Plays Porter” — Randy Porter Trio with Nancy King

“Dreams and Daggers” — Cécile McLorin Salvant

Best Jazz Instrumental Album

“Uptown, Downtown” — Bill Charlap Trio

“Rebirth” — Billy Childs

“Project Freedom” — Joey DeFrancesco and the People

“Open Book” — Fred Hersch

“The Dreamer Is the Dream” — Chris Potter

Best Latin Pop Album

“Lo Único Constante” — Alex Cuba

“Mis Planes Son Amarte” — Juanes

“Amar y Vivir en Vivo Desde la Ciudad de México, 2017” — La Santa Cecilia

“Musas (Un Homenaje al Folclore Latinoamericano en Manos de los Macorinos)” — Natalia Lafourcade

“El Dorado” — Shakira

Best Latin Rock, Urban or Alternative Album

“Ayo” — Bomba Estéreo

“Pa’ Fuera” — C4 Trío and Desorden Público

“Salvavidas de Hielo” — Jorge Drexler

“El Paradise” — Los Amigos Invisibles

“Residente” — Residente

Producer of the Year, Non-Classical

Calvin Harris

Greg Kurstin

Blake Mills

No I.D.

The Stereotypes

XXI Giornata nazionale della colletta alimentare

Sabato 25 novembre si terrà in tutta Italia la ventunesima edizione della Giornata Nazionale della Colletta Alimentare (GNCA), promossa dalla Fondazione Banco Alimentare. 145.000 volontari in quasi 13.000 supermercati, inviteranno a donare alimenti a lunga conservazione che verranno distribuiti a 8.035 strutture caritative (mense per i poveri, comunità per minori, banchi di solidarietà, centri d’accoglienza, ecc.) che aiutano più di 1.585.000 persone bisognose in Italia, di cui quasi 135.000 bambini fino a 5 anni. Le donazioni di alimenti ricevute in quel giorno andranno a integrare quanto il Banco Alimentare recupera grazie alla sua attività quotidiana, combattendo lo spreco di cibo, oltre 66.000 tonnellate già distribuite quest’anno.

4 milioni e 742mila persone di persone in Italia soffrono di povertà alimentare, di questi 1milione e 292mila sono minori.
In questo mare di bisogno la Fondazione Banco Alimentare, nel solco dell’intenzione espressa da Papa Francesco nel Messaggio per la Giornata Mondiale dei Poveri, invita tutti ad un cambio di prospettiva. “Non pensiamo ai poveri – scrive il Santo Padre – come destinatari di una buona pratica di volontariato da fare una volta alla settimana […]. Queste esperienze, pur valide e utili […] dovrebbero introdurre ad un vero incontro con i poveri e dare luogo ad una condivisione che diventi stile di vita […] La loro mano tesa verso di noi è anche un invito […] a riconoscere il valore che la povertà in se stessa costituisce. La povertà è un atteggiamento del cuore […] e permette di vivere in modo non egoistico e possessivo i legami e gli affetti”

Da qui l’invito a partecipare alla Giornata Nazionale della Colletta Alimentare con rinnovato impeto, donando una parte della propria spesa a chi ha bisogno. In questi 20 anni questo gesto di carità è diventato quello più partecipato in Italia, nel 1996 erano 14.800 i volontari coinvolti, oggi oltre 145.000, con più di 5.500.000 donatori l’anno scorso.

Questo importante evento, che gode dell’Alto Patronato della Presidenza della Repubblica, é reso possibile grazie alla collaborazione dell’Esercito Italiano e alla partecipazione di decine di migliaia di volontari aderenti anche all’Associazione Nazionale Alpini, alla Società San Vincenzo De Paoli, alla Compagnia delle Opere Sociali.

Main sponsor: Intesa Sanpaolo e Banca Prossima (la Banca del Gruppo Intesa Sanpaolo interamente dedicata al Terzo Settore) e UnipolSai Assicurazioni. Sponsor: Eni. Sponsor tecnico: Poste Italiane.

Per informazioni: Laura Bellotti, tel. 340 2411074, mail ufficiostampa@bancoalimentare.it

Corti da legare: l’inedito progetto che unisce due mondi complementari: il teatro e la psicologia

Il 16 novembre si darà inizio al progetto “Corti da legare” al Nuovo Teatro Orione di Roma. A partire dalle ore 20.00 avrò luogo il primo appuntamento che tratterà il gioco d’azzardo patologico (GAP) un disturbo caratterizzato da “comportamento persistente, ricorrente e maladattivo di gioco che comprende gli aspetti della vita personale, familiare e lavorativa di chi ne è affetto”.

Il progetto prende vita dal felice incontro di due mondi: il teatro e la psicologia con l’obiettivo di gettar luce sul pregiudizio sul tema del disturbo mentale; mettere a nudo l’infondatezza di credenze diffuse sullo schizofrenico, sul giocatore d’azzardo, sul depresso; turbare l’abitudine di rimettersi a etichette diagnostiche di cui sappiamo poco e niente.

L’obiettivo del progetto, ideato e realizzato da giovani professionisti di entrambi i settori, è gettar luce sul pregiudizio sul disturbo mentale turbando l’abitudine di rimettersi a etichette diagnostiche di cui si sa poco e niente. Ne nasce una serie di corti teatrali di natura al contempo narrativa e didattica, al termine dei quali è previsto un approfondimento sul disturbo di volta in volta messo in scena.

I prossimi appuntamenti, calendarizzati in un evento al mese, tratteranno tematiche come: Il disturbo ossessivo compulsivo – 12 dicembre, La depressione – 22 gennaio, la dipendenza affettiva – 15 febbraio e, a concludere, il 16 marzo la schizofrenia.

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Laurent Garnier – Sua maestà a Roma

Vi sono luoghi leggendari, unici al mondo. Se ritenete che essi siano i luoghi preposti alla funzione di capitali economiche vi sbagliate. Uno di questi luoghi, sul finire degli anni Ottanta, è stato il club l’Haçienda di Manchester, dove un allora giovane dj francese scosse il mondo dell’elettronica. Il club era frequentato anche da gruppi come gli Stone Roses e gli Happy Mondays, che rimasero affascinati dallo stile del giovane galletto già all’epoca molto aperto e ricettivo verso il nuovo. Fu così che le due formazioni iniziarono a contaminare il loro rock con ritmiche house. A mostrare le sue capacità e mostrare un nuovo corso della musica è stato: Laurent Garnier.

Ammetto di disprezzare chi ritiene Parigi una città essenzialmente romantica e rinchiusa nei fantasmi dell’Ancien Régim. La capitale francese nel mio immaginario ha un valore speciale nel novecento per il jazz degli anni venti e, soprattutto, per il French touch di metà anni novanta. E’ in quel periodo che Laurent Garnier, trasferitosi in una Parigi dei primi anni Novanta dove il fervore per la musica elettronica inizia a farsi sentire, prese subito in gestione la consolle del famoso Wake Up Club, rendendolo una cattedrale della musica. Così, in concomitanza con la sua ascesa in qualità di Dj, Garnier inizia anche la sua attività da producer.

Laurent Garnier - Polinice - Ex Dogana

Successivamente all’entrata nel roster della major FNAC, dove rilasciò nel 1993 la raccolta French connection e poi l’EP The Bout de Souffle, con Eric Morand decise di formare una nuova label: la F-Communication, etichetta specializzata nella ricerca all’interno del campo dell’elettronica d’avanguardia, con una concezione puramente crossover. Quella label sarà la chiave per poter presentare al mondo nel 1995 l’album Shot in the dark, seguito poi due anni dopo da 30 e poi nel 2000 da Unreasonable behaviour, il più apprezzato dalla critica, anche grazie alla pietra miliare The man with red face contenuta al suo interno.  Una traccia storica, da alcuni considerata il Sacro Gral della musica elettronica alla quale ogni producer dovrebbe ispirarsi.

Negli anni duemila inizieranno le collaborazioni con jazzisti del calibro di Bugge Wesseltoft e Dhafer Youssef, cui farà seguito il suo quarto album The Cloud Making Machine.

 

Torniamo alla Francia e al suo valore per la cultura mondiale. Evocando il solo suono della parola Frnacia non si può che pensare alla Rivoluzione del 1789 e all’Illuminismo. Opera cardine, decisatoria di un modo di studiare e pensare, del periodo fu l’Enciclopedia. Questo è la compilation di Laurent Garnier The Kings Of… , nella quale ha collaborato con il suo amico, già simbolo della techno, Carl Craig. All’interno di The Kings of Techno ci si ritrova in un lungo viaggio che parte dal soul di Aretha Franklin per giungere alla detroit techno di Jeff Mills.

Penserete che Garnier sia un asettico chirurgo della consolle e invece anche nei live ricerca il pieno appoggio della sua corte ossia il pubblico. Un pubblico che lo vedrà a Ex-Dogana sabato 18 novembre per Spring Attitude Waves. Un viaggio e una celebrazione alla quale, la Roma che non si annoia tra aperitivi e tristi rituali prerivoluzionari nei palazzi nobiliari, non può mancare.

Centrale Montemartini – Semplicemente per un po’ di bellezza

 

Credo che una delle cose su cui rifletto di più sia la bellezza. Se è vero (come mi ha insegnato a credere Dostoevskij) che sarà lei a salvare il mondo, in che forma si presenta, sarà facile riconoscerla? Mi chiedo sempre se sia un valore assoluto o se possa essere relativizzata: un elemento di bellezza inserito in un contesto già pieno di bellezza vale tanto quanto un elemento di bellezza fuori contesto? E vale anche per la bellezza dell’arte? Quanto è più bella se portata in un contesto inusuale?

Mi rifugio nella Centrale Montemartini, probabilmente lì troverò molte risposte.

Un luogo che accosta archeologia classica e archeologia industriale ha già il merito di provare come una forma speciale di bellezza derivi dal contrasto, di dimostrare quanto la decontestualizzazione dall’ambiente tradizionale di un museo sia fonte continua di stupore e meraviglia.

La Centrale Montemartini accoglie infatti numerosi reperti archeologici e sculture antiche rivenute alla luce negli anni delle trasformazioni urbanistiche di Roma. Ospitati nei Musei Capitolini, in occasione delle ristrutturazioni che  nel 1997 hanno interessato ampie aree del complesso capitolino dovevano inizialmente essere solo temporaneamente trasferiti in questa Centrale Elettrica che era stata inaugurata nel 1912 (e che fu la prima centrale elettrica pubblica, tra le altre cose).

Probabilmente nel  destino di questa Centrale era già scritto che non sarebbe rimasta per sempre in balia del frastuono e dei fumi dei macchinari. Una Centrale Elettrica sorta in una sede dal fascino così particolare, una facciata così imponente in stile liberty che si scopre solo una volta varcato un anonimo cancello su Via Ostiense, un edificio bianco ed elegante all’ombra dei maestosi e ferrei Gazometri.

Credo proprio che la bellezza in forma di contrasto fosse fin dall’inizio nelle stelle di questo luogo;  la tentazione di subire il fascino di questa sede ha avuto la meglio sul timore di un azzardato accostamento tra  due mondi diametralmente opposti.  E sì, la bellezza ha salvato questi piccoli mondi: una collezione che rischiava altrimenti di venire parcheggiata in un magazzino e un luogo chiave della vitalità urbana della città che rischiava di finire nel dimenticatoio della collettività romana. Quel trasferimento che doveva essere solo transitorio è divenuto condizione permanente, perché le due realtà sono entrate in perfetta sintonia senza snaturarsi. Chi vaga stupefatto tra gli ambienti della Centrale può soffermarsi ora sul nero delle macchine, ora sul bianco dei marmi, ora sulla rappresentazione del genio umano e della tecnica, ora sulla raffigurazione delle antiche divinità e della forza combinata di scalpello e pietra pomice. “Le macchine e gli dei” è diventato il nome dell’esposizione.

La collezione raccoglie momenti significativi della crescita di Roma dalle più antiche fasi repubblicane fino al VI secolo d.C.; le dimensioni degli spazi che la accolgono hanno permesso di allestire elementi decorativi provenienti da alcuni siti monumentali rispettando le proporzioni originali, fornendo quindi prova eccezionale e tangibile di una realtà non solo artistica, ma anche storica, urbanistica.

La cornice di archeologia industriale è invece composta dai macchinari di quella che all’epoca era la progenitrice di ACEA.  Nelle sale del piano terra si osservano degli elementi in muratura che servivano a raccogliere i residui della combustione del carbone, mentre una serie di pilastri in cemento armato servivano a sostenere le caldaie poste al piano superiore. La sala più affascinante è proprio quella delle Caldaie.

Tutta questa bellezza può essere riassunta forse con un’immagine: la Musa Polimnia nata da un bellissimo marmo pario, bianco e prezioso, raffigurata in atteggiamento sognante e pensoso completamente avvolta nel suo mantello, il mento sulla mano, appoggiata a un pilastro roccioso.

Buona contemplazione.

Gabriele Sandri – Dieci anni dopo

Dieci anni dopo. Dieci anni dopo quell’uggiosa giornata di novembre che si trasformò in lacrime. Dieci anni dopo le vite di una famiglia, degli amici e di un’intera generazione sono cambiate.

Diverse le priorità, le faccende quotidiane, il calcio e la vita. Gabriele Sandri ha lasciato un vuoto enorme tra i suoi cari e tra i suoi amici. Quel giorno una pallottola ne ha distrutto l’esistenza. Ne ha plasmato e cambiato i giorni della sua famiglia.

Quel giorno la pallottola ha distrutto anche una generazione romana e non solo. Per parlarci chiaro: negli stadi esiste un prima e dopo Gabriele. Perché quella pallottola, come da manuale della strategia della tensione, ha messo una croce sull’intero movimento ultras.

Ultras che Gabriele era. Fieramente e senza proclami di quei social che lo hanno ricordato. Social che furono una benedizione quel maledetto giorno, difronte le fake news ( così sembro alla moda dieci anni dopo ) dell’Ansa.

Il solco quel giorno è stato tracciato. E non da folli che hanno partecipato e contribuito all’ultima utopia di libertà nell’Europa occidentale. Ma, da chi inconsapevole o meno ha soffiato su quella pallottola. Che ha strappato un ragazzo ai suoi cari. Un lavoratore che amava sostenere l’attività di famiglia e un dj che rallegrava un’intera generazione.

Una generazione che sognava appena poco prima della crisi economica.

Ora non so se dalla crisi ci siamo mai ripresi.

Sicuramente da quella pallottola no.

Perché insieme a Gabriele, quel maledetto 11 novembre, siamo morti in tanti di una generazione romana.

A Gabriele e la sua famiglia

La nuova Via della Seta e i suoi protagonisti

La seta, da sempre uno dei tessuti più preziosi, solo a pronunciarne il nome si ha la sensazione di delicatezza e leggerezza, è un attimo che ci si immagini avvolti in una stola. Lussuosa e rara, per averla in antichità era necessario recarsi fino in Cina che custodiva il segreto per la sua realizzazione, almeno fino al settimo secolo quando la sua lavorazione venne esportata in altri paesi. Per capriccio, vanità, curiosità o affari, quella stoffa così pregiata attraeva mercanti pronti a ricambiare la Cina di cavalli, pellicce o altri materiali come la giada, il vetro, l’avorio.

E così il drappo prezioso ha dato il nome a una delle più antiche e famose vie commerciali della storia: “la via della seta”. In realtà non si tratta di un’unica via, ma di un certo numero di antiche vie commerciali che collegavano la Cina con paesi centro asiatici, una vasta estensione territoriale dalla Cina alle sponde del Mediterraneo orientale. Viaggiatori, invasori e conquistatori, paesaggi esotici, profumi e spezie, il deserto. Passato e presente, perché quella via di scambi commerciali esiste ancora. Certo, non è più percorsa e attraversata da carovane e cammelli ma non ha perso di mistero, la sua rotta infatti ha attirato l’attenzione e gli interessi di un triangolo particolare: Mosca-Pechino- Teheran.

La Nuova via della seta dunque, una rete di itinerari commerciali, dalla Cina al Mediterraneo, attraversando l’Asia centrale e l’Iran.

Il polo orientale di questo flusso è da sempre costituito dalla Cina, mentre quello orientale dall’Iran, al quale si deve la diffusione nell’Impero romano prima e bizantino poi, fino a tutto il mondo cristiano, della seta cinese. Ad oggi, negli anni delle sanzioni, la Cina si è ritagliata un ruolo d’onore, prendendo in Iran il posto dell’Europa. È dal 2016 infatti, da quando Xi Jinping si è recato a Teheran per intensificare i rapporti con Pechino.

 

Il boom commerciale tra i due paesi si è realizzato tra il 2005 e il 2013, durante i due governi dell’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad, per un valore di 45 miliardi nel 2011. L’inasprimento delle sanzioni economiche verso l’Iran poi, deciso da una parte della comunità internazionale a febbraio 2012, ha indirettamente favorito, in modo particolare sul piano economico, la Cina. Infatti, nel momento in cui l’esportazione del petrolio verso i paesi occidentali ha subito un forte calo, è stata proprio la Cina a ritagliarsi una posizione di rilievo come partner commerciale dell’Iran. Gli accordi prevedevano un accesso a dir poco monopolistico al petrolio persiano in cambio di beni, servizi e investimenti, poiché a causa delle limitazioni bancarie dovute alle sanzioni contro Teheran rendevano operazioni finanziarie praticamente impossibili. Nel frattempo quei paesi europei come la Germania o l’Italia che dagli anni Ottanta ai Duemila avevano avuto un ruolo importante nell’asse commerciale con l’Iran, hanno perso diverse posizioni. La Cina poi, in quanto principale competitor economico degli Stati Uniti si è dimostrata un partner molto più appetibile data l’impostazione anti americana della Repubblica Islamica.

54 miliardi di dollari il valore dello scambio commerciale tra i due paesi al 2014, inoltre almeno un terzo delle esportazioni di Teheran era diretto verso Pechino che ha continuato ad investire anche al confine con l’Iraq dove i Pasdaran la fanno da padrone: energie, infrastrutture, porti e immobiliare, fino all’energia.

Al 2015 dunque, la Cina era il più importante cliente per l’Iran, con circa il 50% dell’export petrolifero persiano e allo stesso tempo Teheran la sesta fonte di approvvigionamento di petrolio per Pechino, dopo l’Angola e l’Arabia. L’alleanza politico- economica tra i due paesi va ad ulteriore vantaggio della Cina, permettendogli di mantenere un’influenza nell’area mediorientale e caucasica. L’Iran è diventato poi il fulcro della OBOR, ovvero la “One belt, one road” cinese, una rete di infrastrutture su scala regionale, in particolare ferrovie ad alta velocità, con lo scopo di concentrare gli investimenti cinesi in Asia centrale. Questo sviluppo era già stato previsto a Ufa nel 2015, dove si erano tenuti ben due summit, quello dei paesi emergenti BRICS e quello dell’Organizzazione per la cooperazione di Shangai. Quest’ultima avrebbe potuto inglobare nel suo marcato realtà non ex sovietiche come India, Pakistan e Iran, rilanciando così una sorta di triangolo Mosca-Pechino-Teheran. Russia e Iran infatti, per una serie di motivi, dal condiviso sentimento anti americano, alla comune volontà di tutelare gli “amici” del Levante, come il regime di Bashar Assad in Siria, si erano ritrovate in una nuova alleanza, superando le incertezze reciproche. Dal 2015 ad oggi poi la cooperazione tra Pechino e Teheran si è ulteriormente rafforzata, infatti le esportazioni Iraniane in Cina sono sensibilmente aumentate nella prima metà del 2017.

La cosa certa è che la Via della seta non vive solo in racconti millenari e memorie esotiche, ma nella quotidianità delle manovre e degli accordi geostrategici, dall’Asia al Medio Oriente, all’Europa, in un flusso di commerci ed interessi in continua evoluzione.

Se il detto dice “tieniti stretto gli amici e ancora di più i nemici”, in questo caso vale il contrario. Ali Khamenei, Guida Suprema dell’Iran aveva dato voce al suo paese dicendo che l’Iran non si sarebbe mai dimenticato dell’amico Cinese, presente e attivo nel momento di difficoltà e isolamento.

Stallo alla coreana

In Corea la Guerra Fredda non è mai finita. Anzi, per meglio dire, la guerra non è mai finita, dal momento che la conclusione delle ostilità tra la coalizione nordcoreana e la coalizione sudcoreana non è stata seguita da nessun trattato di pace regolare. Il congelamento delle posizioni statunitensi e cinesi, ai margini della cosiddetta “fascia demilitarizzata” non ha mai portato ad una normalizzazione dei rapporti diplomatici tra le due coree, e tanto meno tra Corea del Nord e Stati Uniti. Ma, per quanto strano possa sembrare, l’attuale sfida somiglia ad un braccio di ferro nel quale i due contendenti, con i gomiti poggiati sulle due coree, sono a ben vedere Stati Uniti e Cina.

L’esplosione del “problema coreano” è avvenuta in un contesto particolarissimo ed era in un certo senso perfino prevedibile.
Kim Jong Un è arrivato al potere in un momento strategicamente delicato. Il programma di test nucleari nordcoreano, iniziato nel 2006, ha provocato il riarmo del Giappone, innescando una corsa agli armamenti di cui vediamo ora le conseguenze. Questo programma è stato ampliato da Kim Jong Un sia per cercare di pareggiare lo squilibrio militare, sia come mossa di propaganda interna.

Dall’altra parte dell’Atlantico, Donald Trump è alle prese con una crisi politica molto acuta, con un congresso diviso e incapace di approvare le leggi del governo, e con un’opposizione dura da parte di una fetta consistente della società civile. Gli interventi militari di Trump, per lo più estemporanei e per lo più affidati al proprio entourage militare, sono serviti a distrarre l’opinione pubblica dai problemi interni e a creare l’immagine di un presidente forte.

Eppure, al contrario dei raid in Siria e Afghanistan, quello in Corea non è un intervento estemporaneo. Per comprenderlo appieno, bisogna considerare l’avversione di Trump per la Cina.

La Cina possiede l’unica economia globale a poter insidiare, sul lungo periodo, il primato statunitense. Per Trump, che identifica molto strettamente i problemi politici con i problemi economici, è naturale individuare nella principale competitrice economica degli Stati Uniti un rivale da combattere. Donald Trump, va ricordato, è stato eletto anche grazie ai voti degli ex operai della Rust Belt statunitense, che hanno perso il lavoro a causa delle delocalizzazioni e identificano la Cina come la causa delle proprie condizioni precarie. Ormai da un anno e mezzo Trump ci ha abituato con la sua propaganda anticinese. Il presidente statunitense sembra infatti intenzionato a combattere adesso questo avversario, temendo un sorpasso dell’economia statunitense da parte del colosso cinese. Per questo motivo Donald Trump ha deciso di colpire il tallone di Achille della Cina, ovvero la Corea del Nord.

La Corea del Nord si presta perfettamente a questo esercizio di potenza svolto dagli Stati Uniti. Si tratta di un paese governato con mezzi autocratici da un dittatore che è facile, per quanto del tutto fuorviante, definire “folle”. Si tratta di una nazione isolata, economicamente arretrata, e militarmente debole (nonostante le dichiarazioni della propaganda nordcoreana e USA, la Corea ha un esercito arretrato tecnologicamente di almeno trent’anni rispetto a quello statunitense).

Un tempo la posizione delle due coree era fondamentalmente quella di stati cuscinetto tra il blocco socialista e quello capitalista, governati da due dittature di stampo ideologico diverso. Questa posizione ha perso di importanza già a partire dalla normalizzazione dei rapporti tra Cina e USA, ed è diventata secondaria dal 1991.

In un mondo in cui le aggressioni avvengono soprattutto attraverso le vie della finanza e dell’informatica, in cui i missili balistici a lunga gittata dettano le regole della deterrenza, e in cui una superpotenza come gli Stati Uniti è in grado di dislocare enormi masse militari in quasi ogni angolo nel mondo nel giro di poche settimane (come nel caso dell’operazione Desert Shield), i confini geografici stanno perdendo sempre più di peso.

La Corea del Nord, in particolare dopo il 1991, è diventata per la Cina un’appendice arretrata e sempre più marginale. Per quanto gli aiuti cinesi alla Corea del Nord aiutino l’economia cinese a disfarsi dei propri prodotti obsoleti, si tratta comunque di un mercato troppo piccolo per avere un’influenza significativa sulla seconda economia del Mondo.
In passato la Corea del Nord è stata per la Cina il bastione contro l’infiltrazione capitalista nel Mar Giallo settentrionale. Con l’abbandono dell’economia di stato e con l’accresciuto potere navale (la Cina ha da poco varato la propria seconda portaerei), il governo cinese ha sempre meno bisogno di questo alleato scomodo.

Tuttavia, il presidente cinese Xi Jinping non ha ancora tagliato del tutto i propri aiuti economici alla Corea del Nord, e questo per un preciso calcolo politico. Gli aiuti cinesi alla Corea del Nord, è bene specificarlo, sono l’unico motivo per cui Kim Jong Un non ha ancora premuto il bottone rosso. Un’interruzione degli aiuti cinesi porterebbe la Corea del Nord ad un’immediata crisi industriale e alimentare, e il governo nordcoreano sarebbe portato a quel punto a giocarsi il tutto per tutto prima che i cittadini nordcoreani, stremati dalla fame, decidessero di ribellarsi contro il governo. Si tratterebbe di una mossa disperata, una sorta di colpo di coda con cui la Corea del Nord cercherebbe di ritrovare un’unità interna in una lotta che la vedrebbe sconfitta, ma solo dopo aver provocato ingenti distruzioni.

Sono questi i motivi che spingono Xi Jinping e il suo politburo, insieme a Putin, ad evitare un embargo totale contro la Corea del Nord, che equivarrebbe ad un atto di guerra.

Donald Trump afferma di essere disposto ad arrivare ad un conflitto aperto. Eppure, quasi sicuramente non è alla guerra che sta puntando. Quello che interessa a Trump è danneggiare l’immagine della Cina sul piano internazionale.
Probabilmente, il confronto tra Cina e USA riguarda l’enorme traffico commerciale del Mar Giallo, da cui salpano ogni giorno centinaia di navi cargo cinesi dirette verso i porti di tutto il Mondo. Questa fittissima rete di rotte commerciali verrebbe paralizzata da una recrudescenza della crisi in Corea.

È possibile che sia questo il vero scopo delle azioni di Trump, finora indirizzate ad alzare il tono contro la Corea del Nord: innescare i prodromi di una crisi militare che blocchino almeno per un certo tempo il commercio cinese sul Mar Giallo, provocando un danno economico non indifferente alla Cina, la cui economia si basa principalmente sull’import-export di prodotti industriali. Il calcolo statunitense in tal senso sembrerebbe più ponderato e realistico rispetto a quello di una guerra di annientamento che rischia facilmente di sfociare in un conflitto nucleare.

Al momento, comunque, nessuna delle parti coinvolte ha intenzione di “sparare il primo colpo”. La Corea del Nord è frenata dalla certezza di una sconfitta militare rovinosa; la Corea del Sud dalle devastazioni che dovrebbe affrontare durante il conflitto e gestire nel dopoguerra; il Giappone dall’eventualità di un attacco atomico sul proprio territorio; la Cina dalla possibilità di distruzioni collaterali sul proprio territorio e di un’interruzione dei commerci; gli Stati Uniti dalla pessima reputazione che si attirerebbero provocando un conflitto aperto nell’area.

Gli Stati Uniti sono gli unici vincitori di questo stallo, grazie alla psicosi bellica che ha aumentato le esportazioni di armi in Corea del Sud e Giappone.

Quel che sembra certo, comunque, è che la posta in gioco è molto alta e un eventuale conflitto danneggerebbe inevitabilmente tutte le parti in causa, Stati Uniti compresi.