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Medio Oriente e conflitto siriano

Secondo le stime delle Nazioni Unite, la guerra siriana ha causato circa 400 mila vittime ed ha costretto oltre 11 milioni di persone ad abbandonare le proprie terre. La desolazione di ciò che resta di Aleppo è, se possibile, ancor più devastante se raccontata con lo sguardo dei bambini, vittime inermi di sei anni di guerra.
La crisi in Siria, nonostante sia al centro delle cronache internazionali dal 2011, risulta ancora difficile da decifrare. Sulla complicata scacchiera della Siria, muove le sue pedine la potente comunità alauita, da sempre schierata al fianco del presidente siriano Bashar al-Assad.
In quella regione si concentrano da molto tempo diversi interessi, spesso contrastanti tra loro. Attualmente Mosca appoggia l’avanzata dell’esercito di Damasco, mentre Washington continua a sostenere i peshmerga curdo-iracheni nella lotta contro il sedicente Stato Islamico. La Siria deve voltare pagina. E per fare ciò, la strada che le famiglie alauite indicano è quella di una pacificazione attraverso la costruzione di un nuovo Stato laico e democratico.

Parlando di Medio Oriente, cercheremo di comprendere quali siano le radici culturali alla base del conflitto in questione. Iniziamo con lo spiegare chi siano gli alauiti e perché, sapere chi siano, è così importante in questo momento storico.
Gli alauiti sono un minoranza religiosa musulmana che è attualmente al potere in Siria. Sono, inoltre, l’unica minoranza musulmana rimasta al potere nel mondo arabo. La loro è una vicenda che dura da mille anni. Una vicenda che è stata per molto tempo sconosciuta, tenuta segreta perché per molti secoli questo gruppo religioso è stato costretto ai margini della storia del Medio Oriente. Gli alauiti vivevano nascosti, dissimulando le loro reali credenze perché considerate eretiche dalla maggioranza dei musulmani.
A differenza degli altri musulmani, la teologia degli alauiti è basata su differenti credenze. Questi, infatti, credono che Ali, considerato un califfo sia dai musulmani sciiti che da quelli sunniti, sia in realtà la reincarnazione di Dio in terra. Credono, inoltre, nella trasmigrazione delle anime ed ancora, seppur riconoscendoli, non praticano i cinque pilastri dell’Islam. Non praticano il Ramadan (il digiuno), e neppure si recano in Moschea per pregare. Si comprende bene perché il resto dei musulmani li considerino eretici.

Figura chiave dell’alauismo è Soleyman Effendi. Effendi fu l’iniziato alauita che nell’Ottocento, per primo, pubblicò un libro nel quale rivelava i loro segreti. Fu una figura straordinariamente complessa che sconvolse tutte le credenze religiose della sua epoca, dall’Islam al Cristianesimo fino all’Ebraismo. Improvvisamente poi, gli alauiti, da comunità emarginata, diventarono il centro del governo siriano con l’ascesa al potere di Hafiz al-Assad (padre di Bashar). Nel 1971, a seguito del colpo di Stato ba’thista, Hafiz al-Assad divenne Presidente della Repubblica siriana con una Costituzione che non prevedeva neppure che il Presidente stesso, dovesse praticare l’Islam. Questo perché gli alauiti temevano, appunto, che gli altri musulmani li accusassero di essere dei miscredenti.
Questo ci fa capire una cosa del mondo musulmano, una cosa assolutamente importante: l’Islam non è unico. L’Islam, infatti, non può essere certamente rappresentato dagli integralisti o dai fondamentalisti, i quali sono solamente una piccola percentuale di quello che è l’universo di un miliardo e trecento milioni di musulmani nel mondo. In realtà, l’Islam è formato da tante correnti che certamente ne complicano ma ne arricchiscono anche la molteplicità.

Dunque, le radici del conflitto siriano sono anzitutto da rinvenire in questa pluralità di soggetti. Ma anche in quelle alleanze politiche e geopolitiche che si sono avvicendate fino al giorno d’oggi. Gli alauiti siriani, per legittimarsi sul proprio territorio, si sono alleati con l’Iran sciita, il quale ha dato loro una sorta di protezione. Tale alleanza è il perno che ha costituito l’asse della mezza luna sciita, che da allora è in contrapposizione all’asse della mezza luna sunnita: ecco il cuore del conflitto siriano. Se non si analizza ciò, non si è in grado di comprendere cosa sta succedendo e perché.
È però anche vero che simili vicende sono anche profondamente contraddittorie. Erdogan, per esempio, che oggigiorno è in prima pagina su tutti i giornali, era colui che in un primo momento aveva sostenuto l’opposizione ad Assad. Tuttavia, resosi conto della malaparata e della guerra persa, ha dovuto allearsi con il Cremlino e con l’Iraq. E proprio il 13 marzo scorso, ad Astana, sono cominciati altri negoziati, nei quali Russia, Iran e Turchia si sono sedute allo stesso tavolo. Tutto ciò, a 6 anni esatti dall’inizio della rivolta siriana contro gli Assad.

Dal canto loro, gli USA, con la Clinton in particolare, durante la presidenza di Obama, hanno cercato di guidare da dietro questa rivolta (da qui la formula “leading from behind” cucita intorno alla dottrina estera della appena conclusa presidenza americana). Ciò, tuttavia, ha generato una grave conseguenza (forse) non prevista. In tal modo, infatti, si è dato il via libera a quei jihadisti che, scontrandosi con il regime siriano, hanno in seguito distrutto la Siria.

Al contrario la Russia e l’Iran, sono riusciti ad imporsi in tutto il quadro geopolitico mediorientale. Più precisamente, sono riusciti a sfruttare gli errori del Medio Oriente, dell’Afghanistan e soprattutto dell’Iraq. Sia Mosca sia Teheran hanno saputo sfruttare a loro vantaggio quelli che sono stati gli errori degli occidentali e dei loro alleati. Anzi, probabilmente più che Putin, il vero vincitore di questo conflitto per ora parrebbe essere l’Iran. Quell’Iran che ha dato vita ad un asse che partendo da Teheran, attraversa Baghdad (il cui governo è filo sciita), passa per Damasco ed arriva fino alle sponde del Mediterraneo con gli Hezbollah libanesi. Anche la Russia ha voluto entrare in scena da protagonista ed infatti, attualmente, in Libia, che è il paese che riguarda più da vicino l’Italia, per poter trattare con le loro autorità bisogna passare prima per il Cremlino.

A tal proposito, molti analisti ritengono che l’Italia, appoggiando in Libia il governo sponsorizzato dalle Nazioni Unite, avrebbe in qualche modo appoggiato “il cavallo perdente”.
Nella Libia di oggi, infatti, da dopo la caduta di Gheddafi, c’è una gran “voglia dell’uomo forte”. Successivamente ai bombardamenti del 2011, la Libia è stata lasciata al suo destino, ed oggi, purtroppo, si ha a che fare con uno Stato quasi “somalizzato”, vale a dire praticamente sbranato dalle varie fazioni islamiste e non. In molti ritengono che la soluzione a ciò sarebbe da ricercare nella creazione di zone adibite non soltanto al salvataggio dei profughi, ma anche alla ri-civilizzazione della Libia stessa. Zone, quindi, nelle quali tornare ad avere una vita normale.
È possibile notare un’analogia tra la Libia di oggi e la Libia in cui prese il potere Gheddafi. Il filo conduttore tra le due epoche storiche è sempre l’appetito delle potenze esterne per quel petrolio che costituisce da lunghissimo tempo il vero bottino libico. Sono, difatti, anche oggi coinvolte l’Egitto, la Russia, gli Stati Uniti e financo l’Italia, per cui la Libia rappresenta da sempre una sponda strategica nel Mediterraneo.

Secondo molti analisti in questo momento, dopo gli insuccessi della Clinton, con Trump, gli USA potrebbero avere le opportunità per ricostruire una politica estera pragmatica e realista. Gli stessi ritengono, altresì, che la Siria rappresenti proprio una di queste chances. Proprio Raqqa, in effetti, intorno alla quale gravitano sette eserciti diversi (un po’ come nella battaglia di Berlino del 1945), potrebbe essere il primo test per provare a vedere se da un mondo bipolare o unipolare si possa passare ad un mondo multipolare con esiti positivi.

Pertanto, l’Iran, insieme alla Russia, è diventato un player decisivo anche nella questione degli alauiti. L’Iran ha appoggiato l’ascesa di Assad al potere e vorrebbe che restasse al governo della Siria. In teoria, la Russia sarebbe anche disposta ad una “transizione ordinata” di tale regime, ma di fatto, il Cremlino, dopo aver messo le sue basi militari sulle sponde del Mediterraneo, di certo non vi rinuncerà facilmente.
Si può dunque sostenere che Assad incarni oggi “il nemico perfetto” per le potenze sunnite. È l’esponente di una minoranza considerata miscredente, dunque invisa a Turchia ed Arabia Saudita, che è al governo di un Paese, il quale forse era destinato ad essere smembrato per poi essere spartito tra queste. È qui opportuno ricordare, inoltre, che Erdogan, prima di allearsi con la Russia e con l’Iran, aveva intenzione di portarsi via Mossul dall’Iraq ed Aleppo dalla Siria.

Samir Kassir, giornalista, attivista e docente libanese, ucciso nel 2005, aveva descritto “l’infelicità araba”. Oggi si potrebbe dire che questa pervada ancora l’animo di chi vive in quell’area del pianeta. Simile sensazione è stata generata prima dalla presenza coloniale dell’Occidente ed in seguito dalla nascita dei regimi dittatoriali post coloniali, i quali non hanno permesso a tale regione del mondo di ambire ad un sviluppo autonomo significativo.

Nei libri di storia arabi, purtroppo, non viene mai raccontato il vissuto degli alauiti. Una parte dell’Occidente l’ha forse rimosso colpevolmente? Molti analisti ritengono di si, ma allo stesso tempo sostengono anche che l’Occidente abbia fortemente strumentalizzato tale gruppo religioso.
Secondo questi, infatti, i francesi, in quell’ottica di dividi et impera imperiale, che ha da sempre contraddistinto la civiltà occidentale, avrebbero strumentalizzato gli alauiti, facendone addirittura uno Stato (negli anni Venti del secolo scorso).

Ma, adesso c’è necessità di descrivere una storia diversa. Una storia in cui tutte le minoranze del Medio Oriente abbiano una propria dignità. Ricordiamoci degli esuli che sono stati massacrati dall’ISIS e dei cristiani che stanno scappando dal Medio Oriente. Questo, e non solo, ci dovrebbe far capire che il mondo arabo (e musulmano in particolare) non è quel monolite che spesso viene raccontato.

Colombia – Tra ferite e cicatrici

La guerra che non passa, il dolore che non riesce a scalfire la ragione. Sembra questo l’epilogo del risultato al referendum consultivo sul Trattato di Pace in Colombia con le FARC. Il popolo Colombiano, chiamato a esprimersi sul raggiungimento della pace con le FARC al 51,3% si è pronunciato per il “no”. Un “no” di sicuro pesante, di certo non banale, che lascia margini per la Pace. Qualora il risultato fosse stato inverso, esso stesso con la percentuale ottenuta, non sarebbe bastato. Infatti, come la storia insegna per creare concordia e pace serve un’ampia convergenza. In Italia non lo seppero fare i Piemontesi prima e poi i Fascisti e gli antifascisti. Così, dopo la vittoria a sorpresa del “no”, il Presidente della Repubblica Colombiana Santos si è voluto confrontare con i principali oppositori all’accordo con le Farc.

In primis con l’ex presidente Alvaro Uribe, ex alleato, ora avversario politico. Al termine dell’incontro ha espresso un prudente ottimismo, dichiarando che «tutti vogliamo la pace». L’ex presidente e ora capo del fronte avverso all’accordo Uribe ha elencato i punti dell’accordo che andrebbero rivisti. Essi sono: le modalità della cosiddetta “giustizia di transizione”, la futura rappresentazione politica delle Farc, il narcotraffico e le rivendicazioni delle vittime del terrorismo. Appare strano questo argomentare il NO, eppure da Twitter se ne evince il motivo. Infatti, il trending topic della Top5 del social media che si è imposto in occasione del referendum colombiano è stato un bizzarro “sì ma no”: #SiALaPazPeroEstaNo .

Il Governo di Santos, così come tutte le opposizioni, si sono dette favorevoli al mantenimento del cessate il fuoco bilaterale.

“La pace per la Colombia è vicina, e la raggiungeremo”, ha assicurato Santos, che si è detto impegnato nell’esplorazione di “ogni cammino possibile per arrivare all’unione e la riconciliazione dei colombiani” e ha sottolineato che le conversazioni con l’opposizione devono servire “non solo ad arrivare a una nuova intesa con le Farc, ma soprattutto a rafforzarla”.

Dal No al Referendum le Farc sono rimaste un po’ spiazzate. Se da un lato attendono nuove indicazioni di pace, dall’altro attendono di riorganizzarsi militarmente in caso di un No, tanto lontano, ma che apparirebbe definitivo.

Il leader delle Farc, Rodrigo Londono, alias Timoshenko, sul suo account Twitter ha domandato:

«Da quel momento in poi continuerà la guerra?», giorno di fine del “cessate a fuoco bilaterale”, posto nuovamente al 31 ottobre.

Come a dire che è il Governo centrale e le opposizioni rappresentate nell’assemblea parlamentare a doversi esprimere in tal senso. Ponendo con le spalle al muro e addossando ogni responsabilità di un ritorno alle armi all’assemblea parlamentare colombiana e al suo organo legislativo. Questo Santos lo sa, nonostante sia il più forte sostenitore della pace con le Farc, conosce il valore che la storia potrà dare alla sua tenacia e alla sua decisione, nel bene e nel male. A ciò ha fatto seguito un nuovo tweet delle Farc che ha chiamato il popolo colombiano ad appoggiare l’accordo finale con una grande mobilitazione lanciando l’hashtag #PazALaCalle, la pace in piazza.

Alla Colombia e al suo popolo la possibilità di chiudere una stagione di sangue, odio e di un tempo che forse passerà, portandosi dietro le sue ferite. Ferite da rimarginare, con cicatrici da mostrare con fierezza al mondo. Cicatrici che ha voluto innanzitutto l’Occidente. Quando 27 maggio 1964 l’esercito colombiano con il sostegno della CIA diede l’avvio ad una vasta offensiva (16.000 soldati schierati) contro i contadini auto organizzati di Marquetalia. Poi vennero le Farc e la loro storia di guerra e sangue, come di chi le aveva fatte nascere. Che la Colombia mostri fiera le sue cicatrici di pace e l’occidente si mostri per una volta ferito nella sua ipocrisia.

Carney – L’uomo che sfida la Brexit

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#Golpe – Tensione USA -Turchia

Ore 14.55 – Tensioni Turchia-Stati Uniti
Secondo quanto riporta la Cnn citando fonti diplomatiche, la base turca di Incirlik, usata dagli Usa per lanciare raid aerei contro l’Isis, è stata chiusa.

Ore 14.40 – Kerry: “Dateci indizi su Gulen”
Gli Stati Uniti sono pronti ad aiutare la Turchia nelle indagini sul tentato golpe. Lo ha detto il Segretario di Stato John Kerry, che ha invitato Ankara e mostrare, se esistono, indizi in grado di attribuire a Fetullah Gulen la responsabilità dell’iniziativa sovversiva.

Ankara ha chiesto più volte nel passato a Washington di espellere Gulen, predicatore, una volta alleato di Erdogan e oggi suo nemico.

 

Nel frattempo problemi ulteriori per la Commissione Europea di Juncker che starebbe intensificando i contatti con Atene per la questione degli otto golpisti che hanno richiesto asilo al paese ellenico.

 

 

Libia – L’Italia è in guerra

La guerra in Libia è ormai iniziata, anche se la maggior parte dei cittadini non se ne è accorta o intelligentemente non è stata informata. Con una tecnica al limite tra il No Decision Making e l’imposizione delle priorità dell’Agenda Setting, il Governo Renzi ha spostato l’attenzione sul tema delle Unioni Civili. D’altronde a guidare l’opposizione al provvedimento c’erano personaggi come Mario Adinolfi, legati al partito di maggioranza relativa e molti finanziatori delle fondazioni legate al Premier.

Tale tecnica è stata utile a distogliere l’attenzione da ciò che avveniva a quattrocento chilometri dalle coste italiane. La Libia, terra che è composta da tre macro aree, negli ultimi tempi è stata oggetto di un crescente dinamismo anglo francese, che già di questi tempi operano in un contesto puramente militare e in cui la diplomazia è ormai rappresentata da Esperti Strategici e capi fazione o tribù. Questo anche per via dell’appartenenza tribale delle popolazioni e degli schieramenti nel quadro libico, che rende il paese un tempo di Gheddafi simile ad altri contesti geopolitici delicati. A ciò va aggiunta la grande ricchezza di materie prime della terra nord africana, il che rende più allettante della propagandistica lotta all’Islamic State l’impiego di uomini e mezzi. Questo lo sapeva ai tempi anche Nicolas Sarkozy, che nel quadro di delegittimazione dell’ultimo governo italiano eletto, partì con bombardamenti incessanti su Tripoli allo scopo di abbattere il regime islamico aiutando i ribelli, questi ultimi ormai capi delle fazioni locali di Is e AlQaida.

A gestire la situazione per aggirare il divieto di Guerra imposto dalla Costituzione della Repubblica Italiana sarà l’Aise ossia il nostro apparato di sicurezza segreto. Il decreto adottato da Matteo Renzi – scrive il Corriere della Sera – definisce le modalità operative e la linea di comando di quanto già definito, a livello legislativo, nel decreto missioni dello scorso anno: i nostri militari di unità speciali, per missioni speciali decise e coordinate da Palazzo Chigi, avranno le garanzie funzionali degli 007 (ovviamente nella cornice della loro missione) dunque licenza di uccidere e impunità per eventuali reati commessi.

Una cinquantina di incursori del Col Moschin dovrebbero partire nelle prossime ore. Si andranno ad aggiungere alle unità speciali di altri Paesi, Francia, Inghilterra e Stati Uniti, che già da alcune settimane raccolgono informazioni e compiono azioni riservate in Libia.

I nostri militari troveranno informazioni e ausilio da parte di tre team, da 12 persone ciascuno, dei nostri servizi, che già da tempo operano a Tripoli e in altre zone del territorio libico.Il decreto adottato da Renzi disciplina i rapporti di collaborazione fra Aise e forze speciali della Difesa. Prevede che il capo del governo — si legge nella relazione illustrativa — nelle situazioni di crisi all’estero che richiedono provvedimenti eccezionali ed urgenti «può autorizzare», avvalendosi del Dis, il nostro servizio segreto per l’estero, l’Aise ad avvalersi dei corpi speciali delle nostre Forze armate.

Il Dis, il Dipartimento per le informazioni della sicurezza, diretto da Giampiero Massolo, risponde al sottosegretario che ha la delega sui servizi, Marco Minniti e al capo del governo. In sostanza sarà direttamente Palazzo Chigi a decidere, pianificare e controllare missioni delle nostre forze speciali in territorio libico.

Si legge all’articolo 2 del Dpcm del 10 febbraio: «Nelle situazioni di crisi e di emergenza che richiedono l’attuazione di provvedimenti eccezionali e urgenti il presidente del Consiglio, previa attivazione di ogni misura preliminare ritenuta opportuna, può autorizzare, avvalendosi del Dis, l’Aise, ad adottare misure di intelligence e di contrasto anche con la cooperazione tecnica operativa fornita dalle forze speciali della Difesa con i conseguenti assetti di supporto della Difesa stessa».

L’Aise risponde al presidente del Consiglio dei ministri e informa, tempestivamente e con continuità, il ministro della Difesa, il ministro degli Affari Esteri e il ministro dell’Interno per le materie di competenza. Sembra confermato, al momento, l’entità della partecipazione ad un’eventuale missione di peace enforcement con i nostri alleati, quando si formerà un governo libico e chiederà formalmente un intervento: dovrebbero essere tremila militari, come già scritto dal Corriere; ieri è filtrato che in prima linea ci saranno i reggimenti San Marco e Tuscania. In questo caso però, a differenza che per l’invio di unità speciali in base al decreto varato il 10 febbraio, ci vorrà un’autorizzazione del Parlamento. Delle missioni di unità speciali eventualmente disposte dal premier, il Parlamento verrà informato con atti scritti e secretati, tramite il Copasir, il Comitato per il controllo parlamentare sui nostri servizi segreti.
Il problema di tale soluzione tecnica non risiede nella preparazione dell’Aise, dove sono stanziati i migliori uomini di cui la Repubblica Italiana disponga, bensì nella convinzione che una volta formatosi un Governo Libico le sue milizie saranno in grado di vincere con il solo ausilio di alcune forze speciali. La Siria insegna che è impossibile vincere in contesti frastagliati senza una forte presenza di truppe di terra.
Questo perché come rilevato da Mario Lizza e dal Label del Pentagono nel 2009 si assiste sempre di più a un slumizzazione oltre che del limes nell’urbanizzione e nelle visioni economiche di esso, anche nei conflitti.

Così vedrete che l’associazione Articolo 21, posta a difesa della Costituzione non si accorgerà di nulla così come i grandi giornali italiani. D’altronde la guerra è scomoda elettoralmente e a un popolo come quello italiano, cresciuto nella retorica della pace perpetua, non potrà mai esser gradita. Ma, essa è appena cominciata e il suo epilogo di sangue e risultati è quantomai incerto.

Tregua in Siria – A chi è stato fatto scacco matto?

La guerra in Siria sembrava essere diventata,dopo l’intervento della Russia alla fine del mese di settembre,un nuovo scenario che nelle più oscure previsioni avrebbe portato ad una fase più acuta e terribile di Nuova Guerra Fredda.
Fortunatamente la tregua è arrivata ieri, 24 Febbraio 2016, facendo tirare un momentaneo sospiro di sollievo; Barack Obama e Vladimir Putin, hanno diramato il comunicato alle 21.18 italiane,rendendo ufficiale quello che era già stato diffuso da al-Jazeera.
Il cessate il fuoco dovrebbe essere accordato anche con le altre fazioni combattenti,per giungere ad un stop definito per il 27, cercando di far convergere tutte le forze contro un nemico comune, l’Isis, i qaedisti del Fronte al-Nusra e le altre organizzazioni indicate come “terroriste” dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu.
Questa “resa” da parte degli Usa deve essere letta come una pratica e acuta scelta di Real Politik, sarebbe stato da miopi non accorgersi di quanto Barack Obama stesse portando avanti una guerra che non poteva vincere o che in caso di vittoria avrebbe potuto scatenare un conflitto più grande e pericoloso.

Per chiarire meglio queste dinamiche,dovremmo far mente locale sui due schieramenti che si sono fronteggiati fino ad ora,per penetrare al meglio le ragione che fanno di questa tregua l’unica scelta attuabile ,con la minor perdita di risorse e credibilità dello stesso paese.

Seguendo uno schema proposto dal Professor Alessandro Orsini, uno dei massimi esperti di terrorismo in Italia,nel suo nuovo libro “Isis”, possiamo dividere le potenze rivali in due blocchi,inserendo nel Blocco A la Russia e l’Iran e nel Blocco B Gli Stati Uniti e gli stati del Golfo Persico.

Nell’immaginario popolare, gli Stati Uniti eseguono quotidianamente bombardamenti contro lo Stato Islamico,e la Russia fa altrettanto;in realtà possiamo affermare,dati alla mano, che in entrambi i casi,i raid sono stati utilizzati per sferrarsi colpi a vicenda,mentre l’IS continua ad espandere i propri possedimenti conquistando le città spesso in modo quasi pittoresco se non ridicolo,senza che alcuno si opponga.

L’Europa è quindi nel mirino dei terroristi islamici,tralasciando fanatismo religioso ed ideologia,anche per una guerra che viene combattuta in Siria per velleità personali e che purtroppo non serve a tenere a freno il cane rabbioso dell’Isis, ma non fa altro che sollecitarlo ad attaccare.
Anche in questo caso gli interessi economici sono la chiave di lettura di questo conflitto; Gli Usa sono ormai i padroni indiscussi del Medio Oriente, un ricco bacino di risorse,dove ogni buona relazione diplomatica vale miliardi,questo terrorizza Putin che appunto vede nell’ormai consolidato rapporto con Bashar al-Assad e con la protezione della base navale di Tartus (creata nel 1971) l’ultima spiaggia per non vanificare in toto la propria egemonia.

La Siria è una scacchiera sulla quale ognuno deve stare attento a fare la propria mossa,un gioco di strategia ed attenzione; nonostante gli Stati Uniti professino continuamente il loro ferreo impegno contro il terrorismo, possiamo logicamente intuire il perché si sia ritardato a liberare le città occupate dallo Stato Islamico.
Gli Usa avrebbe dovuto impiegare le loro risorse e i loro soldati,per poi impacchettare le suddette città e regalarle al dittatore Assad,riconosciuto a livello internazionale come governo legittimo Siriano.

Evitando di santificare la figura di Assad,che sappiamo essersi macchiato di numerosi crimini contro la propria popolazione, è necessario in questo momento , dimenticare il passato e le basi che lo stesso governo ha creato per lo sviluppo del conflitto siriano ed accettare un momentaneo compromesso con il Premier.
In cima alla lista dei “ nemici” da combattere,sventola lo stendardo nero dei combattenti dell’Isis, ciò rende necessario ed importante un impegno comune delle due super potenze e degli inerenti schieramenti e soprattutto un sincero accordo,con quello che Mieli ha indicato come un “Despota Alleato Inevitabile”.

Francia – Charlie Hebdo, quando la guerra sbarca in Europa

Il risveglio dalle vacanze natalizie per l’Europa è stato il peggiore possibile. Uno di quei risvegli che ti catapultano all’inferno. Un inferno fatto di armi, morte, che vede la guerra nella Nazione culla e ispiratrice del moderno concetto d’Europa. Non è questione di atteggiamenti allarmistici, qui non si tratta d’insurrezionalismo o black block. Qui si tratta di guerra. Guerra non più combattuta a migliaia di chilometri da noi, ma dentro le strade delle nostre capitali.

Nella giornata del 7 Gennaio un commando ha assaltato la sede del giornale satirico francese CHARLIE HEBDO, noto per le sue vignette sull’Islam, e ha aperto il fuoco al grido di “Allah akbar”. Si tratta di due fratelli franco-algerini e di un giovane senza fissa dimora. Sono Saïd Kouachi (34), Chérif Kouachi (32) – entrambi nati a Parigi – e Hamyd Mourad (18). Tutti cittadini francesi e quindi con libertà di movimento nell’Unione Europea. In Francia lo Ius Soli è legge da decenni.

Il giornale CHARLIE HEBDO è da sempre noto per la sua irriverente spregiudicatezza. Già nel 2006 il settimanale suscitò polemiche pubblicando una serie di caricature del profeta Maometto, diffuse inizialmente dal quotidiano danese Jyllands-Posten. Si ricorderà come l’esposizione nel 2011 delle vignette satiriche sul Profeta Maometto da parte del Senatore italiano della Lega Nord Calderoli sulla televisione di Stato Rai provocarono l’assalto al Consolato italiano di Bengasi. La sede del settimanale fu successivamente distrutta da un incendio provocato dal lancio di una bottiglia incendiaria nel novembre 2011. L’attentato, che non provocò vittime, avvenne nel giorno in cui era stata annunciata l’uscita di un numero speciale dedicato alla vittoria elettorale degli islamisti in Tunisia. “Maometto direttore responsabile di Charia Hebdo”, si leggeva su un comunicato stampa che annunciava il numero, con un gioco di parole sulla legge islamica.

Charlie Hebdo riuscì a conquistare nuovamente le pagine dei giornali internazionali nel 2012, quando pubblicò nuove vignette satiriche sul profeta dell’Islam. Uno di essi raffigurava Maometto nudo, steso sul letto, che ripete la battuta cult di Brigitte Bardot al regista che la inquadra nel film Il disprezzo: ”E il sedere? Ti piace il mio sedere?”. La pubblicazione avvenne nel pieno della bufera scatenata dal film sulla vita del profeta L’innocenza dei musulmani, prodotto semi-clandestinamente negli Usa, che aveva infiammato il Medio Oriente.

 

Je suis CHARLIE HEBDO
Je suis CHARLIE HEBDO

 

Vista la sua intransigenza Charb era finito nella lista nera dei most wanted di Al Qaeda, per i “crimini commessi contro l’Islam” a causa della satira pungente del settimanale contro Maometto. La foto del direttore di Charlie Hebdo, accanto a quella di altri 9 “nemici dell’Islam“, era stata pubblicata in un vero e proprio “manifesto di morte” nel marzo del 2013 su Inspire, il magazine gestito dall’Aqap. Inspire è come se fosse il bollettino ufficiale del mondo estremista islamico.

Così, mentre il mondo intero condanna la strage nella redazione di Charlie Hebdo, ad aprire un’anomala e scomoda riflessione, cosa impossibile nel desolante panorama italiano, è stato il giornale Financial Times che da oltre Manica ha posto il problema dei limiti di buonsenso alla libertà d’espressione. Libertà d’espressione che è comunque costata la vita a dodici giornalisti e due poliziotti. Ma, i britannici hanno un approccio molto più similare alla realpolitik rispetto alla ideologizzata e  sempre accesa Francia.

In un editoriale pubblicato online il Ft ha accusato il magazine, che in passato era stato già colpito per la pubblicazione delle vignette su Maometto, di aver peccato di “stupidità editoriale” attaccando l’Islam. “Anche se il magazine si ferma poco prima degli insulti veri e propri, non è comunque il più convincente campione della libertà di espressione“, si legge ancora dalle colonne del quotidiano economico britannico. Così il giornale della City, cuore economico dell’Europa, ha attaccato nelle ore di lutto e sgomento, chi ha con quelle vignette causato la reazione terroristica.

“Con questo non si vogliono minimamente giustificare gli assassini, che devono essere catturati e giudicati, è solo per dire che sarebbe utile un po’ di buon senso nelle pubblicazioni che pretendono di sostenere la libertà quando invece provocando i musulmani sono soltanto stupide”.

All’inizio dell’articolo Toby Barber, direttore per l’Europa di Ft, afferma che l’attacco “non sorprenderà chiunque abbia familiarità con le crescenti tensioni” tra gli oltre 5 milioni di cittadini musulmani di Francia e “l’eredità velenosa del colonialismo francese in Nord Africa”. Barber ricorda che;

il peggior attacco terroristico in Europa degli ultimi anni, l’omicidio di 77 persone in Norvegia nel 2011, è stato commesso non da militanti islamici ma da un fanatico di estrema destra, Anders Behring Breivik.

Insomma, un’analisi argomentata, dal carattere storico e geopolitico.

Barber definisce “l’atrocità a Charlie Hebdo”, come del resto altri attentati tra cui quelli dell’11 settembre, “spregevole e indifendibile”. Ma allo stesso tempo l’editorialista ricorda che la rivista “è un bastione della tradizione francese” della satira più incisiva. “Ha una lunga storia di irrisione e pungolo” nei confronti dei musulmani. Nell’editoriale si ricorda che poco più di due anni fa la rivista ha pubblicato un 65 pagine con le vignette su Maometto e questa settimana ha dato la copertina a Sottomissione, un nuovo romanzo di Michel Houellebecq “che raffigura la Francia nella morsa di un regime islamico guidato da un presidente musulmano”.

A oggi la risposta, come suggerito dal Ft, va cercata nell’identità libera e pluralista della tradizione Europea. La quale è però priva del consenso sulle proprie origini cristiano giudaiche, ma piena di parole e di ideologie, come a fine ottocento.

 

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Ora, ci si chiederà chi è che ha portato la guerra nelle nostre città. Ebbene, siamo stati noi stessi o meglio i nostri governanti e apparati statali. Politiche immigratorie sbagliate, false integrazioni disposte solo sulla carta e, infine, le ferite storiche mai sanate hanno portato alla tragedia di ieri. Così come, e in ciò i Francesi hanno molteplici colpe, la miopia geopolitica dell’Occidente, la cui massima manifestazione di scarsa acutezza è stata dimostrata nella ” Questione Siriana “, che ha riportato linfa vitale all’estremismo islamico. Quali e quanti saranno gli interrogativi su chi ha appoggiato e favorito con aiuti materiali i ribelli siriani poi trasformatisi in massa in combattenti dell’Islamic State? Quanto incide quella piaga decennale e sociale che si concretizza nell’architettura di Le Courbusier e della sua  Unitè , nel cui esempio paragono sono nati e cresciutii presunti attentatori? Ora che la guerra e quei combattenti tornano dai paesi arabi bisognerà affrontarli. Affrontarli senza la capacità militare americana, senza uno spirito come quello degli israeliani o dei Cristiani del Medio Oriente e senza più anima europea. Anima che accoglie e costruisce nel Mediterraneo il suo terreno d’incontro, ma che schiacciata dal materialismo storico e dal positivismo è ormai morta.  La risposta all’odio  può essere  solo il dialogo e la piena consapevolezza di ciò che si è, dei propri errori ed origini e di ciò che si  vuol diventare.

GoPro – Un fotogramma di successo e controtendenza

Ogni estate regala mode in fatto di mete di villeggiatura, abiti e cocktail. Negli anni dieci ciò accade anche per la tecnologia. Si è passati rapidamente dall’Iphone Apple al sistema Android s Samsung, con intervalli di bracciali per l’equilibrio alla spasmodica moda delle reflex. A segnare il mercato e porre sulla via tracciata da RedBull una distinzione composta nell’utilizzatore dell’oggetto o bevanda vi è la GoPro. GoPro è un marchio di proprietà della società californiana Woodman Labs che dal 2004 rappresenta videocamere/fotocamere “indossabili”  resistenti all’acqua e ad urti, considerate parte della fotografia d’avventura. Grazie al binomio avventura e sport estremi, uniti alla saggezza della programmazione tecnica, si è imposta nei mercati reali ed ha collezzionato appassionati anche tra i migliori creativi mondiali. L’azienda mantiene un elemento che l’accomuna alla maggior parte degli altri grandi che si sono imposti sul mercato mondiale nel ventunesimo secolo ossia l’essere californiana, precisamente di San Mateo.

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Fino a qualche tempo fa Nicholas Woodman era il signor nessun, ma a trentanove anni sta vedendo il frutto della sua intuizione e scommessa imprenditoriale. Laddove Apple e Kodak hanno fallito, Nicholas Woodman ha trovato la sua eldorado, poichè GoPro è figlia della tecnologia QuickTake 100, la prima fotocamera digitale di massa, sbarcata sul mercato nel 1994 la cui potenza d’incisione nei mercati è stata gettata alle ortiche da Apple e, soprattutto, Kodak. Quel che pone in rislato al momento il successo GoPro in questa analisi, non sono le sconvolgenti vendite o il dato tecnico, ma la sua entrata nel mercato azionario del Nasdaq. Nasdaq e IPO che equivalgono alla pratica di uno sport estremo.

Per IPO  (initial public offering)s’intende l’offerta al pubblico dei titoli di una società che intende quotarsi per la prima volta su un mercato regolamentato. Le offerte pubbliche iniziali sono promosse generalmente da un’impresa il cui capitale è posseduto da uno o più imprenditori, o da un ristretto gruppo di azionisti, i quali decidono di aprirsi ad un pubblico di investitori più ampio contestualmente alla quotazione in Borsa e al valore che viene dato alle singole azioni. Era dalla quotazione di Duracell nel 1991 che non si vedeva un record di adesioni all’IPO di questo tipo. Rispetto agli obiettivi iniziali la società di San Mateo sembra aver preso, parafrando il linguaggio del Surf, l’onda giusta.  Tant’è che cavalcando l’onda del mercato azionario, nell’indice tecnologico più importante al mondo, il titolo ha aperto a 28,65 dollari per azione, in rialzo superiore al 20% rispetto al prezzo di collocamento, fissato a 24 dollari per azione. Ventiquattro dollari che rappresentano il valore più alto della forchetta prevista tra 21 e 24 dollari. E non solo poichè le quotazioni sono aumentate fino a toccare il prezzo di ben 32 dollari per azione, per poi ridiscendere a quota 30. Complessivamente  la società californiana appartenuta a quel che un tempo era il signor nussuno ossia Nicholas Woodman, ha venduto 17,8 milioni di azioni GoPro, con una raccolta pari a 427 milioni di dollari ma sopratutto una valutazione iniziale della società nell’ordine dei 3 miliardi di dollari che, secondo alcuni fondi d’investimento, arriverà a 3,6 miliardi di dollari. Il tutto all’interno di un solido attivo societario, in controtendenza agli altri grandi che vedono perdite colossali.

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La borsa sarà uno sport estremo, ma il signor nessuno Nicholas Woodman pare avercela fata. D’altronde non serve seguire i trend del momento per ottenere successo e serenità. La GoPro è la storia che nel momento di massima inflessione delle telecamere digitali, con un mercato che ha accantonato una tecnologia gettata quale la QuickTake 100 che si decide di utilizzare, nella specificazione di un segmento di fotografia preciso si trova la chiave del successo. Insomma, a esser “bastiancontrari” si vince. GoPro, un fotogramma di successo e controtendenza. 

Elezioni Europee – Il successo del Pd (e di Renzi) e la rimonta degli euroscettici

Gli esiti delle appena concluse elezioni europee hanno certamente rappresentato una pietra miliare per la politica italiana. Il Partito Democratico, indiscusso vincitore con il 40,8% delle preferenze e un distacco che sfiora il 20% dal secondo partito più votato (Movimento 5 Stelle) è  l’unico partito ad aver superato il 40% dei voti alle elezioni dal 1958, quando Democrazia Cristiana ottenne il 42,3%. L’incredibile successo riscosso dal Pd riflette inevitabilmente la fiducia riposta dagli italiani in Matteo Renzi e la speranza che le ambiziose riforme economiche e costituzionali promesse dal suo governo siano attuate al più presto. Alla luce dei risultati elettorali, il Premier ha sottolineato che la schiacciante vittoria del Pd alle Europee è da interpretarsi come un voto di straordinaria speranza, piuttosto che come un referendum sul governo da lui guidato; il premier ha inoltre dichiarato che il successo del Pd alle elezioni dev’essere un ulteriore sprone per accelerare le riforme in Italia, senza prolungare futili festeggiamenti.

Decisamente meno soddisfatto è Beppe Grillo, leader del M5S, che ha più volte manifestato la certezza di poter vincere le Europee e il cui partito si è invece piazzato solamente al secondo posto, con il 21,16% delle preferenze. Nonostante le battaglie di Grillo contro la recessione, la corruzione dei politici e la disoccupazione siano condivise dalla maggior parte degli italiani, il risultato ottenuto dal M5S dimostra che il popolo italiano non ritiene opportuno fare affidamento su un partito che porta avanti le proprie idee con veemenza e rabbia, dando priorità allo spettacolo piuttosto che ai contenuti. E’ forse per la stessa ragione, l’inaffidabilità della “politica dello spettacolo”, che il partito di Silvio Berlusconi, Forza Italia, ha ottenuto soltanto il 16,82% delle preferenze. Il successo di Berlusconi, infatti, si è basato per anni sul consenso televisivo, ma le politiche portate avanti dal suo partito si sono rivelate inadeguate a promuovere lo sviluppo dell’Italia.

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Sorprendentemente alte, al contrario, le preferenze registrate da Lega Nord, al quarto posto con il 6,16% dei voti. La tendenza a votare partiti di estrema destra è ancor più evidente in Francia, dove il Front National si è affermato come prima forza politica del Paese, con il 25% delle preferenze, seguito dal conservatore e di destra UMP e dal Partito Socialista. Alla luce dei risultati, Le Pen ha dichiarato che il successo del suo partito è da considerarsi emblematico di un rifiuto nei confronti dell’Unione Europea, invitando tutti i leader euroscettici a unirsi a lei in un più ampio movimento politico. Grillo, tra i destinatari di tale invito, non sembra avere intenzione di unire le proprie forze a quelle del FN, affermando di non condividere con esso una visione comune. A “corteggiare” Grillo è anche Nigel Farage, leader dell’UKIP, che ha affermato di avere molto in comune con il fondatore del M5S. La vittoria dell’UKIP nel Regno Unito è un’ulteriore dimostrazione di quanto il sentimento euroscettico sia diffuso in Europa. La possibilità che il successo ottenuto dall’UKIP alle elezioni europee sia replicato nelle elezioni del 2015  è assai dibattuta. In caso l’UKIP confermasse la sua leadership, la discussa connotazione razzista del partito di Farage rischia di essere dannosa da un punto di vista di business per l’Inghilterra, in quanto potrebbe avere forti ripercussioni sul piano internazionale. Con pochi punti di distacco dall’UKIP, il Labour Party e il Conservative Party si sono rispettivamente classificati secondo e terzo partito del Regno Unito alle Europee, mentre i Liberal Democratici e i Greens non hanno raggiunto neppure il 10% dei voti.

In Germania, i conservatori si sono riconfermati quali forza politica principale. Tuttavia, il partito Euro-scettico (ma non Europa-scettico) AfD ha tolto ai conservatori molti voti, guadagnando il 7% delle preferenze e i Social Democratici hanno ottenuto un considerevole successo. L’AfD si oppone all’utilizzo di una moneta comune nell’UE e i suoi sostenitori non appoggiano le politiche di Angela Merkel che, al contrario, ha capito l’importanza di sostenere economicamente i Paesi più deboli, in quanto la Germania stessa può trarre beneficio da un’ Europa forte e di successo. I risultati meno soddisfacenti per gli euroscettici e per l’estrema destra si sono registrati in Austria, dove i piccoli partiti estremisti non hanno neppure ottenuto seggi nel Parlamento Europeo; il Freedom Party, il più grande partito dell’opposizione, ha tuttavia ottenuto il 19,5% dei voti. I Cristiano Democratici hanno ottenuto il primo posto con il 27,3% delle preferenze, mentre i Social Democratici si sono classificati secondi. Notevole crescita anche da parte del Green Party (15,1%). Al primo posto in Svezia i Social Democratici, seguiti dai Greens. Risultato deludente, invece, per il Moderate Party del Primo Ministro Reinfeldt, classificatosi al terzo posto con il 13,6% dei voti.

Le elezioni hanno visto l’entrata sulla scena europea di due nuovi partiti svedesi: la Feminist Initiative e gli Swedish Democrats, gruppo di estrema destra che vorrebbe unirsi all’euroscettico EFD, ma che potrebbe essere rifiutato dall’UKIP, poiché il partito di Farage non ha manifestato intenzione alcuna di accogliere il partito svedese di estrema destra.

In generale, la coalizione di centro destra EPP ha ottenuto la maggioranza dei seggi in Parlamento, seguita da S&D (centro-sinistra) e dai liberali (ALDE).

La fine del sogno di una terza via europea

E’ tempo di Elezioni Europee, tempo scandito secondo i Trattati da un lustro che assume il compito di esser tempo di bilanci. Il bilancio di quest’ultimo lustro per l’Europa Unita è quantomai pessimo. Pessimo nell’Unione economica Monetaria iniziata con il Trattato di Maastricht e concretizzatasi nel 2002 con l’entrata in vigore della moneta unica. Ugualmente questo lustro è stato pessimo a causa della crisi economica che ha visto partire essa dagli Stati Uniti d’America per poi concentrarsi ed incresparsi nelle viscere del tessuto industriale del vecchio continente.  Infine, questo sarà ricordato come il lustro che ha posto fine al “Sogno Europeo” dei popoli e delle differenze unite. A differenza da quel che sosteneva Roberto Saviano nella trasmissione “Vieni via con me” le tesi del Professore Gianfranco Miglio, allievo di Alessandro Passerin d’Entrèves ed ideologo della Lega Nord, la concretizzazione delle macroregioni all’interno dell’Unione Europea è divenuta realtà.

Dimostrazione ne è il riconoscimento normativo anche nello sfruttamento dei fondi strutturali messi a disposizione dalla Commissione Europea. Tant’è che le strategie macroregionali sono state inserite nel nuovo regolamento sulle disposizioni comuni sul Fesr (Fondo europeo di sviluppo regionale), Fse (Fondo sociale europeo), Fc (Fondo di coesione), Feasr (Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale) e Feamp (Fondo europeo per gli affari marittimi e la pesca) e disposizioni generali sui fondi della politica di coesione e nel regolamento relativo all’obiettivo di cooperazione territoriale europea.“Tale regolamento rappresenta una reale opportunità per la strategia della Macroregione adriatico ionica perché precisa che tutti i fondi strutturali possono sostenere le priorità macroregionali“.

Lo ha detto mercoledì 19 febbraio 2014 a Bruxelles il presidente della Regione Marche, Gian Mario Spacca, nel corso della riunione della Commissione Politica di coesione territoriale (Coter) del Comitato delle Regioni alla quale ha illustrato il parere sulla strategia adriatico ionica richiesto dalla Presidenza greca della Ue al CdR. Come a dire, che agli europeisti dell’ultima ora, manca il “quid” che per anni e decenni  ha fatto crescere il sogno di un’Europa unita e federale. Fondamentalmente ciò non è avvenuto, non per l’ostilità dei popoli europei, ma per l’incapacità e la sudditanza verso alcuni poteri dei legislatori di Bruxelles. Infatti, le politiche economiche e monetarie hanno visto il loro fallimento più pieno e non vi è alcun dato oggettivo disponibile che dimostri una risultante di crescita economica  e di stabilità negli ultimi dieci anni. In più occasioni si è assistiti a una politica monetaria forte nei cambi, ma totalmente dannosa per il tessuto produttivo con il  governatore Mario Draghi da anni in guerra, senza mezzi legislativi opportuni, con gli altri Governatori delle Banche Centrali. Vi è da ribadire come lo Statuto della BCE, la sua poca dipendenza dai popoli e il non essere “prestatrice d’ultima istanza”, l’abbia resa il baluardo e il simbolo di un’unione troppo amica della finanza e poco delle industrie e dei cittadini europei.

Le critiche mosse dai premi Nobel Sen e Stiglitz vanno nella loro analisi contro le politiche messe in campo, ma a differenza di quel che si può pensare, esse sono più vicine al sogno autentico europeo che a quello antieuropeista. Questo per non parlare della politica industriale ove l’Unione Europea sembra esser stata incapace, assieme ai governi nazionali, di gestire il tesoro economico e tecnologico che era presente nel vecchio continente. Questi dati non provengono da fonti esogene rispetto all’Unione Europea, bensì dal Rapporto ufficiale della Commissione intitolato Quarterly Report on the Euro Area“. In esso si afferma che l’Europa sarà ancora più povera tra dieci anni. I grafici, facilmente analizzabili, rendono chiara la visione di un crollo dell’industria fin dal 2000. Per loro stessa ammissione le politiche monetarie della BCE e della Commissione Europea, condite dall’austerity ci porteranno ( è scritto nel rapporto ) a essere il 50% meno sviluppati degli Stati Uniti d’America.

Il documento “Quarterly Report on the Euro Area, Volume 12, N. 4″, scritto nero su bianco, dalle mani dei funzionari e Commissari europei dello scorso lustro, dimostra al momento il fallimento  dell’esperimento della moneta unica, che dovrebbe avvenire, secondo alcune proiezioni degli analisti, entro e non oltre la data del 2023. Le proiezioni degli analisti vengono compiute per fini strettamente lavorativi e non per complottismi vari. Si legge nel Rapporto che nel 2023 l’Europa sarà crollata per ciò che investe lo stile e il tenore di vita dei cittadini rispetto agli USA del 40%, ovvero uno standard di vita, che comprende servizi, potere d’acquisto delle famiglie, prezzo dei beni al consumo, occupazione inferiore persino a quello che si aveva negli anni ’60, gli anni del cd. ‘boom economico’.

Altro elemento di scure sugli ultimi anni dell’ultimo lustro europeo è stata la sua politica estera. E’ un po’ come avviene spesso nelle redazioni di giornali o società ove la pariteticità dei membri e il non coordinamento rendono lo sviluppo pressochè impossibile. In tal maniera si è distrutto il sogno di tre Padri Fondatori dell’Unione Europea quali Adenauer , Schumann e Monnet. La dimostrazione lampante ne è l’Ucraina, ove la poltica estera europea vive di una schizofrenia, da un lato l’UE è consapevolmente legata economicamente ed energiticamente alla  Russia, ma dall’altro è coinvolta dalle politiche della storica alleanza NATO.

 

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In questo modo è morto il sogno di un’Europa forte capace di essere il terzo blocco nel mondo. Un’Europa morta sotto i colpi dei suopi stessi sostenitori e dell’assoluta incapacità dei popoli europei di mantenere la propria cultura e primato nel “diritto”. La fine del sogno di una terza via. Una via distinta da quella dell’alleato americano, ove poter essere non ostili a politiche di welfare. Una terza via differente da Mosca e il suo forte contcetto “Euroasiatico”.

Uan terza via che non c’è, neppur nel Mediterraneo. E questo è un male non solo per gli europei, ma per l’umanità.