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Siria, dall’attacco chimico alle torture nelle carceri: nuovi importanti sviluppi

L’8 dicembre scorso il giornalista statunitense Seymour Hersh ha pubblicato sul sito della London Review of Books (LRB) un lungo articolo, intitolato «Whose Sarin» (articolo tradotto in italiano e comparso su Repubblica del 10 dicembre), nel quale accusa il governo americano di non aver detto la verità per ciò che riguarda l’ormai famoso attacco chimico del 21 agosto scorso. Attacco chimico che, è bene ribadirlo, avrebbe potuto portare all’intervento militare proprio degli Stati Uniti. 76 anni, Hersh è un giornalista molto famoso: nel 1970 vinse il Pulitzer per le rivelazioni del massacro di My Lai in Vietnam e nel 2004 fece conoscere al mondo intero gli abusi ad opera dei militari statunitensi nel carcere di Abu Ghraib in Iraq. Questa volta il giornalista di Chicago mette nel mirino l’operato dei servizi segreti statunitensi e del presidente degli Stati Uniti, Barack Obama. Scrive Hersh (di cui riporto solo alcune parti dell’articolo):

Nei mesi precedenti, le agenzie di intelligence americane hanno prodotto una serie di rapporti altamente riservati contenenti prove che il Fronte Al Nusra, un gruppo jihadista affiliato ad Al Qaeda, possedeva le competenze tecniche per creare il sarin ed era in grado di fabbricarne in abbondanza. […] Un ufficiale di alto livello dell’ intelligence, in una mail spedita a un collega, ha definito le assicurazioni dell’ amministrazione Obama sulla colpevolezza di Assad una «furberia». […] Il 29 agosto, il Washington Post ha pubblicato estratti del budget annuale per tutti i programmi nazionali di intelligence, fornito da Snowden.[…]Gli estratti del Washington Post hanno fornito anche la prima indicazione di un sistema segreto di sensori all’ interno della Siria per conoscere in anticipo qualsiasi cambiamento nella situazione dell’ arsenale chimico del regime. I sensori sono monitorati dall’Nro (Ufficio nazionale di ricognizione), l’organismo che controlla tutti i satelliti dei servizi segreti americani. Secondo il riassunto del Washington Post, l’Nro ha anche il compito di «estrarre i dati provenienti dai sensori sul terreno», dislocati all’ interno della Siria. Questi sensori forniscono un monitoraggio costante dei movimenti delle testate chimiche in mano all’ esercito siriano, ma nei mesi e nei giorni prima del 21 agosto, dice sempre l’ ex funzionario, non hanno riscontrato alcun movimento. È possibile, naturalmente, che il sarin sia stato fornito all’ esercito siriano attraverso altri mezzi, ma non essendoci stato nessun preallarme le autorità americane non erano in grado di monitorare gli eventi a Ghouta Est nel momento in cui si stavano svolgendo.La Casa Bianca ha avuto bisogno di nove giorni per mettere insieme le prove contro il governo siriano. Il 30 agosto ha invitato a Washington un gruppo selezionato di giornalisti e ha distribuito loro un documento che recava scritto in bell’evidenza «Valutazione del Governo» (e non dei servizi segreti). Il documento esponeva una tesi essenzialmente politica a sostegno della posizione della Casa Bianca contro Assad: i servizi segreti Usa sapevano che la Siria aveva cominciato a «preparare munizioni chimiche» tre giorni prima dell’ attacco.[…] Il documento diffuso dalla Casa Bianca e il discorso di Obama non erano descrizioni degli eventi specifici che avevano portato all’ attacco del 21 agosto, ma un’ esposizione della procedura che l’esercito siriano avrebbe seguito per qualunque attacco chimico. «Hanno messo insieme un antefatto», dice l’ ex funzionario dei servizi, «con un mucchio di pezzi e parti differenti.» Sia in pubblico che in privato, dopo il 21 agosto l’ amministrazione Obama ha ignorato le informazioni disponibili sul potenziale accesso al Sarin di al-Nusra e ha continuato a sostenere che il Governo di Assad era l’ unico a disporre di armi chimiche […].

A corredo dell’articolo, segnalo sia l’articolo del Washington Post, sia il documento di «Valutazione del Governo» citati da Hersh nella sua inchiesta.

LE TANTE CRITICHE MOSSE A HERSH – L’articolo di Hersh ha scatenato numerose polemiche e lasciato spazio a molte critiche. Innanzitutto, il portavoce dei servizi segreti americani, Shawn Turner, ha commentato:«Qualsiasi insinuazione sul fatto che siano state taciute prove di intelligence a sostegno di presunte alternative, sono false». Il blogger Brown Moses (alias Eliot Higgins che, come abbiamo visto, non nasce come esperto di armi) sostiene che i missili impiegati sarebbero i Volcano, di cui sarebbe in possesso solo l’esercito siriano sin dal novembre 2012. Secondo Higgins, l’attacco chimico è chiaramente opera dei «compari di Assad» e l’attacco non sarebbe un’iniziativa improvvisa ma parte precisa di un’operazione militare durata più di tre mesi. La fondazione EA WorldView (dell’Università di Birmingham) ritiene invece che il Pulitzer abbia volontariamente omesso alcuni particolari. Ad esempio, Hersh non avrebbe tenuto conto del fatto che non è stato colpito un solo luogo ma molti di più (tra i 7 e i 12). Secondo la fondazione (che rivolge molte altre critiche al giornalista statunitense) solamente l’esercito regolare avrebbe avuto la forza di condurre simili operazioni. EA WorldView sospetta anche che l’articolo di Hersh sia stato in gran parte “riciclato” da una vicenda risalente al maggio scorso, quando 12 uomini di Al-Nusra furono arrestati con l’accusa di possedere il Sarin. Alle critiche ha risposto Christian Lorentzen, redattore capo della LRB, che ha dichiarato che l’articolo è stato scrupolosamente sottoposto a fact-checking (ossia alla verifica dei fatti) da parte di un ex fact checker del New Yorker (un settimanale rinomato proprio per la sua attività di controllo delle notizie che vengono pubblicate) che già in passato aveva lavorato con Hersh. Tuttavia vien da chiedersi perché l’articolo non sia comparso sul New Yorker, di cui Hersh è una delle firme più illustri, o sul Washington Post, al quale lo stesso giornalista aveva inviato una mail per proporre l’inchiesta. Interpellato sul punto, Hersh ha dichiarato che il New Yorker «ha mostrato scarso interesse per la vicenda», mentre il redattore esecutivo del Washington Post, Marty Baron, dopo aver inizialmente mostrato interesse per l’articolo ha risposto al famoso reporter dicendo che «le fonti non erano in linea con gli standard di credibilità del Post». I portavoce di entrambi i periodici hanno preferito non commentare pubblicamente la vicenda.

L’ULTIMO RAPPORTO RIMETTE IN GIOCO TUTTO? – Nel suo articolo, Hersh aveva chiesto anche il parere del professore di tecnologia e sicurezza nazionale del Massachussets Institute of Technology (MIT), Theodore Postol.

In un allegato al rapporto dell’ Onu erano riprodotte foto, prese da YouTube, di alcune munizioni recuperate, tra le quali un razzo che «corrisponde indicativamente» alle specifiche di un lanciarazzi da 330mm. Il New York Times scrisse che la presenza di quei razzi sostanzialmente era la prova che la responsabilità dell’ attacco era del governo siriano, poiché «non risultava che la guerriglia fosse in possesso delle armi in questione». Theodore Postol, professore di tecnologia e sicurezza Nazionale al Mit, ha analizzato le foto dell’ Onu insieme a un gruppo di suoi colleghi ed è giunto alla conclusione che quel razzo di grosso calibro era una munizione di fabbricazione artigianale, molto probabilmente realizzata localmente. Mi ha detto che era «qualcosa che si può produttore in un’ officina modestamente attrezzata». Il razzo delle foto, ha aggiunto, non corrisponde alle specifiche di un razzo simile, ma più piccolo, a disposizione delle forze armate siriane.

Thedore Postol non è un semplice professore di università: secondo quanto ha scritto Roberta Zunini su Il Fatto Quotidiano del 17 gennaio, stiamo parlando del «massimo esperto di balistica al mondo nonché scienziato e professore di Tecnologia e sicurezza nazionale al Mit di Boston [sic], il più accreditato istituto di tecnologia del mondo». Il 14 gennaio lo stesso Postol ha pubblicato insieme a Richard Lloyd (ex ispettore delle Nazioni Unite sugli armamenti) un interessantissimo rapporto il cui titolo dice già molto: “Possibili conseguenze delle errate interpretazioni tecniche dei servizi segreti statunitensi sull’attacco con gas nervino del 21 agosto a Damasco”. A pag.36 del rapporto si legge che I missili utilizzati nell’attacco erano a cortissimo raggio e potevano essere lanciati da una distanza massima di 2 Km: il che sembra dimostrare che l’esercito, che si trovava più lontano dai luoghi dell’attacco (come si evincerebbe anche da una cartina della Casa Bianca), non sia il responsabile.

LE “SOMIGLIANZE” SOSPETTE DEI RAPPORTI SULL’ATTACCO – Il 26 settembre scorso un ricercatore associato proprio del MIT, Subrata Ghoshroy, aveva scritto un lungo e dettagliato articolo intitolato “Seri interrogativi sull’integrità del rapporto delle Nazioni Unite”. Nel suo articolo, Ghoshroy ricostruisce bene i momenti salienti di quei giorni e dedica un passaggio proprio al ruolo del blogger Brown Moses/Elliot Higgins, “voce” sempre più ascoltata dai media internazionali. Goshroy di analisi se ne intende, visto che ha lavorato per quasi 10 anni come senior analyst al GAO – Government Accountability Office del Congresso degli Stati Uniti. A pag.4 riporta di aver visionato tanti file di foto o video utilizzati da Higgins per dimostrare la colpevolezza dell’esercito di Assad per l’attacco del 21 agosto e di averne notati alcuni che risalivano al Gennaio 2013 (ossia ben sette mesi prima degli attacchi di Ghouta). Riempire il blog di foto che si riferiscono ad eventi diversi può essere perlomeno fuorviante. Il ricercatore del MIT ricorda anche come ad inizio settembre proprio Postol e Lloyd furono sentiti dal New York Times a proposito dell’attacco di Ghouta. In quei giorni il quotidiano statunitense aveva pubblicato sul proprio sito una presentazione in PowerPoint fatta da Lloyd sugli elementi (allora) conosciuti dell’attacco; di Postol aveva invece pubblicato un’analisi preliminare sull’attacco. Due documenti molto importanti anche perché pubblicati prima del rapporto dell’ONU (questi studi furono pubblicati sul sito del NY Times il 5 settembre, mentre il rapporto dell’ONU fu reso noto ben 11 giorni dopo, il 16 settembre ndr). Tra questi 2 studi e il rapporto dell’ONU, ci fu quello di Human Rights Watch (HRW) pubblicato il 10 settembre e basato (tra gli altri) sulle foto e i video reperiti da Brown Moses. Le date di pubblicazione non sono affatto elementi secondari, soprattutto se nell’analisi del ricercatore del MIT si legge:«Precedentemente alla pubblicazione del rapporto delle Nazioni Unite, altri due importanti rapporti erano stati resi pubblici. Uno è comparso sul New York Times e l’altro è il rapporto di Human Rights Watch. Entrambi i rapporti mostravano i dettagli di una testata che avrebbe potuto contenere tra i 50 e i 60 litri di Sarin – una quantità che potrebbe spiegare l’elevato numero di vittime indicate dal governo USA. Il rapporto dell’ONU, rilasciato qualche tempo, ha ripetuto le loro conclusioni [dei 2 rapporti NDR]. Avendo studiato e analizzato attentamente tutti questi rapporti, ho trovato che quello dell’ONU ha incluso diagrammi e fotografie che si trovavano nei rapporti sopramenzionati senza citarli.[…] Credo ci siano stati contatti tra il gruppo di ispettori ONU e gli analisti esterni che hanno influenzato il rapporto.» A corredo della sua tesi, Goshroy propone numerosi esempi di “somiglianze” sospette tra i rapporti del NY Times, di HRW e quello dell’ONU.

Non ci sarebbe stato niente di male se l’ONU avesse reso noto che si era servita anche di altri rapporti. Ciò non solo non è stato fatto, ma il rapporto stesso (che sin da subito presentava elementi perlomeno poco convincenti) è stato preso e in molti casi presentato da buona parte della stampa nazionale e internazionale come un documento che metteva la parola fine a qualsiasi dubbio. Un rapporto che doveva costituire la conferma ufficiale della dinamica dell’attacco e, seppur implicitamente, la riprova che il responsabile fosse l’esercito siriano. Il fatto che alcuni commentatori come – tra gli altri – la giornalista Sharmine Narwani avessero fatto notare che questo documento non sembrava rispondere ai tanti dubbi ma piuttosto aggiungerne altri è stato (volutamente o meno) ignorato dai più. Eppure già il 4 settembre (ossia ben 12 giorni prima della pubblicazione del rapporto) il segretario di stato, John Kerry, aveva di fatto ridimensionato la rilevanza del rapporto dell’ONUdichiarando al Washington Post:«Le indagini delle Nazioni Unite non ci diranno chi ha utilizzato queste armi chimiche. Per stessa definizione del suo mandato, l’ONU non potrà dire nulla di più di quanto vi abbiamo detto noi questo pomeriggio o che già non sappiamo».

TORTURE PRESENTI E PASSATE – Il fatto che (molto probabilmente) non sia Assad il responsabile dell’attacco chimico non deve però far credere che il presidente siriano possa essere considerato una vittima. Anzi, due giorni prima dell’inizio della conferenza internazionale “Ginevra 2” il Guardian e la CNN hanno pubblicato una sintesi in anteprima di un rapporto che sembra attestare le torture del regime nelle carceri. Il rapporto nasce da 55.000 scatti fotografici di Caesar (nome finto utilizzato per motivi di sicurezza), un disertore che – si afferma nel documento – è ora un “sostenitore di coloro che si sono opposti all’attuale regime” ma che ha dichiarato al gruppo di inchiesta di aver lavorato per 13 anni nella polizia militare. Tra le sue mansioni vi era quello di fotografare i cadaveri degli ex detenuti nelle prigioni; il duplice scopo era quello, da un lato di informare le autorità che le esecuzioni erano state portate a compimento, dall’altro di assicurarsi che nessuna foto fosse fatta arrivare alle famiglie dei prigionieri morti, alle quali veniva detto che i prigionieri erano morti per “infarto” o per “problemi respiratori”. Caesar è stato ritenuto un testimone credibile perché non ha mai dato l’impressione di voler gonfiare i propri racconti: ha infatti ammesso di non aver mai assistito direttamente ad alcuna esecuzione ma di aver solo fotografato i corpi (sarebbero addirittura 11.000 i detenuti morti). Il rapporto è stato stilato da David Crane – professore di diritto ed ex procuratore capo della Corte Speciale per la Sierra Leone riuscito a far condannare l’ex presidente della Liberia Charles Taylor a 50 anni di carcere per “crimini di guerra” e “crimini contro l’umanità” – Desmond de Silva (che ha lavorato nella medesima corte) e l’avvocato Geoffrey Nice. Le foto pubblicate sono molto crude e 35 di queste – cosa non di poco conto – sono state analizzate da un esperto che ha confermato come non siano state in alcun modo alterate digitalmente. Nelle conclusioni del rapporto si legge che sono state raccolte «prove evidenti [… ] di una tortura sistematica e di uccisioni ai danni delle persone detenute da parte degli agenti del governo siriano». Se Crane ha dichiarato:«Questa è una pistola fumante. Qualsiasi procuratore vorrebbe avere questo tipo di prove – le foto e l’intera operazione. Questa è la prova diretta della macchina omicida del regime», De Silva ha paragonato le foto a quelle dell’Olocausto.

Il rapporto, come era prevedibile attendersi, ha suscitato forti polemiche, anche solo per la tempistica. Il ministro degli esteri siriano, Walid al Muallem, ha dichiarato che quelle foto sono false e che non hanno alcun legame con le carceri siriane (ma d’altronde sarebbe stato strano attendersi un’ammissione). Ha inoltre etichettato il rapporto come «politicizzato e carente in obiettività e professionalità» e lo studio legale che lo ha stilato come «noto per avere legami con paesi che sono ostili alla Repubblica Araba Siriana sin dall’inizio della crisi». Effettivamente lo studio legale Curter-Ruck (come conferma la stessa CNN) è stato finanziato dal governo del Qatar, paese che, insieme all’Arabia Saudita, ha fornito forse maggior supporto ai ribelli. La CNN, pur avendo pubblicato il rapporto, ha poi precisato di «non poter esser essere in grado di confermare in maniera indipendente l’autenticità delle fotografie, dei documenti e delle testimonianze citate nel rapporto e di affidarsi per questo alle conclusioni della commissione di inchiesta». Inoltre, seppur ritenuto credibile da questo gruppo d’inchiesta (che, va detto, non è composto da quattro pagliacci), il testimone anonimo Caesar è l’unica fonte dal quale si evince che queste foto sarebbero collegate alle carceri del regime (molti dubbi sono stati espressi dal giornalista e scrittore Francesco Santoianni). Sapere che le terribili foto non sono state ritoccate è confortante sino ad un certo punto, se il contenuto delle stesse non viene supportato da argomenti più validi di una testimonianza anonima (per quanto ritenuta affidabile).

Va inoltre ricordato come quello dello studio Curter-Ruck non è il primo rapporto che chiama in causa il regime per le torture uscito a guerra in corso. Già nel luglio del 2012 HRW ne aveva pubblicato un primo, in cui si denunciavano dettagliatamente arresti arbitrari, detenzioni illegali e torture ai danni dei manifestanti scesi in strada per opporsi al regime. C’è chi considera HRW spudoratamente di parte e a favore dei ribelli, ma la stessa organizzazione ha pubblicato lo scorso ottobre un lunghissimo resoconto dei sanguinosi avvenimenti di Latakia del 4 agosto 2013in cui incrimina non Assad e il suo esercito, ma le forze dell’opposizione armata di aver ucciso almeno 190 civili, tra cui 57 donne, 18 bambini, 14 anziani e almeno 67 persone disarmate che stavano scappando, a cui vanno aggiunte molte donne e bambini presi in ostaggio.

Del resto, gli stessi Stati Uniti (che per bocca del Segretario di Stato, John Kerry, si dicono inorriditi) sapevano da tempo che nelle carceri siriane si praticasse la tortura; e lo sapevano con certezza, perché la Siria era solo uno dei paesi in cui gli Stati Uniti spedivano i sospetti terroristi almeno sin dai tempi di Bush (figlio), come dichiarò al Senato americano il capo della CIA, John Brennan. E in qualche caso ad essere coinvolte furono persone del tutto innocenti come Maher Arar e Suleiman Abdallah, che terroristi non lo erano affatto. Maher Arar era un cittadino canadese di origine siriana che, arrestato all’aeroporto JF Kennedy di New York senza alcuna prova, fu tenuto in carcere per 2 settimane e successivamente spedito prima in Giordania, dove fu interrogato e picchiato, e poi in Siria dove fu imprigionato per 10 mesi e torturato dai servizi segreti siriani nella “Sezione Palestina”, una delle carceri tristemente note per la durezza delle torture. Arar è stato poi risarcito di 10 milioni di dollari dal governo canadese mentre gli Stati Uniti non ancora mai chiesto scusa pubblicamente ad Arar per le ingiuste sofferenze inflittegli. L’intero sistema delle extraordinary renditions (i trasferimenti dei sospetti terroristi nelle prigioni illegali sotto gli ordini degli USA) è stato descritto per filo e per segno nel dettagliatissimo rapporto intitolato “Globalizing Torture”. Ad essere coinvolti a vario titolo sono stati 54 paesi di un po’tutti i continenti, Italia compresa (vedi caso Abu Omar, di cui nel rapporto si dà conto). E chissà se nel 2009 a tavola – quando proprio Kerry (allora “solo” senatore) e Assad cenavano insieme con rispettive signore – si stesse parlando anche di questo. Kerry guidava una delegazione USA che si trovava in Siria ufficialmente per «discutere di idee e progetti per favorire la pace nella regione».

UNA REALTÁ COMPLESSA – Ovviamente ridurre il dibattito sulla Siria sulla colpevolezza o meno del regime sull’attacco chimico o sulle torture è riduttivo rispetto alla complessità del dramma che si sta consumando e del quale, purtroppo, non sembra facile trovare una soluzione. Non basterebbe un articolo e neanche due o tre per esaurire l’argomento. Né d’altronde si può ridurre tutto agli errori (non sempre involontari) o alle bufale diffuse dai media internazionali, che pure ci sono stati e che ci continuano ad essere. E se è giusto ricordare le terribili esecuzioni che le bande armate integraliste che seminano il terrore in Siria mostrano orgogliose sul web, è altrettanto giusto porsi altre domande: che fine hanno fatto i tanti attivisti scomparsi (sempre che non siano stati uccisi come Ghiyath Matar) che si sono esposti in prima linea nei primi mesi di proteste? La «lotta senza quartiere contro i terroristi» (che pure abbiamo visto effettivamente esserci) può giustificare gli arresti e le varie ingiustizie inflitte a chi voleva semplicemente far sentire la propria voce per un cambiamento? Era un terrorista anche il vignettista Ali Ferzat, a cui furono spezzate le mani durante un pestaggio? E che dire del collega di Ferzat, Akram Raslan, arrestato dai servizi segreti e mai più rilasciato (secondo alcuni sarebbe addirittura morto, notizia non confermata)? E ancora: anche ammettendo che la “parte pacifica” della protesta fosse del tutto minoritaria sin dall’inizio (come sostengono in molti), siamo sicuri che la reazione delle autorità sia stata impeccabile? Tanto per citare un esempio concreto, perché arrestare per 48 ore la dissidente moderata, Rima Dali (alauita proprio come il presidente siriano), “colpevole“di aver esposto davanti al parlamento lo striscione “Fermate la violenza. Vogliamo costruire una patria per tutti i siriani”? E perché riarrestarla successivamente, più e più volte, anche dopo che dichiarò:«Credo che sia importante lanciare un messaggio, per quanto piccolo sia, perché questo può cambiare le cose. Il mio messaggio è stato recepito anche da coloro che sostengono il regime. Perché tutti vogliamo fermare le uccisioni e costruire una patria per tutti i siriani.[…] Cerchiamo di aprire un dialogo tra persone che hanno visioni diverse.»? Terrorista anche lei?

Andrea Cartolano – AltriPoli

Ius soli: evoluzione inevitabile nella società odierna

Matteo Renzi, segretario del Partito Democratico, ha recentemente dichiarato di voler restare “Al governo con il centrodestra solo per approvare ius soli e unioni civili”. Al di la dell’attendibilità della promessa, il tema dello ius soli è tornato al centro del dibattito politico italiano negli ultimi mesi, con l’accelerazione imposta dal neo-ministro dell’integrazione Cecile Kyenge verso la modifica della normativa vigente.

Lo ius soli è il principio giuridico in base al quale colui che nasce sul territorio di uno Stato ne acquisisce automaticamente la cittadinanza. A questo si contrappone il principio dello ius sanguinis, per cui il genitore cittadino di uno Stato trasmette la cittadinanza al figlio indipendentemente dal luogo di nascita.

La differenza nell’adozione dei due sistemi trova una sua coerenza se si osserva che lo ius soli è adottato da paesi con un alto numero di immigrati come Stati Uniti d’America, Argentina, Brasile e Canada. Al contrario, lo ius sanguinis, che tutela i diritti dei discendenti degli emigrati, vige in quei paesi che hanno vissuto periodi caratterizzati da un alto tasso di emigrazione.

Nonostante l’ultimo ventennio abbia registrato significative aperture a forme di ius soli più o meno temperate in diverse nazioni, lo ius sanguinis ad oggi continua ad essere il sistema largamente più diffuso nel mondo.

Non stupisce dunque che mentre gli Stati Uniti, nazione fondata da immigrati, adottino lo ius soli per natura, lo ius sanguinis sia invece alla base di tutte le legislazioni in Europa, culla degli Stati nazionali e di una concezione della nazione come comunità legata da affinità di sangue e di cultura .

In Germania la normativa sulla cittadinanza ha riflettuto a lungo questo mito. Negli ultimi venti anni, tuttavia, una serie di riforme hanno attenuato la rigidità di questo modello, riducendo a otto gli anni di residenza necessari per richiedere la naturalizzazione e applicando il riconoscimento automatico della cittadinanza tedesca ai nati in Germania da stranieri, a patto chealmeno uno dei genitori abbia risieduto nel paese negli ultimi otto anni e disponga di un permesso di soggiorno permanente.

In Francia vige il doppio ius soli, in base al quale può ottenere la cittadinanza chi nasce in Francia da genitori stranieri a loro volta nati in Francia, mentre qualsiasi cittadino straniero maggiorenne può richiedere la cittadinanza dopo cinque anni di residenza sul territorio francese dopo gli undici anni di età.

In Italia la legislazione prevede criteri restrittivi per l’ottenimento della cittadinanza da parte dei cittadini stranieri, a meno che non vantino una qualche ascendenza italiana o non acquisiscano legami di parentela con cittadini italiani attraverso il matrimonio: un approccio che Giovanna Zincone ha definito “familismo legale” nel suo omonimo saggio.

Gli immigrati di prima generazione devono dimostrare di aver risieduto ininterrottamente nel Paese per quattro anni se originari di paesi comunitari e per dieci anni nel caso di paesi extra-UE. Alle seconde generazioni, ovvero i bambini nati in Italia da genitori stranieri, si applica una sorta di ius soli, con stringenti requisiti di residenza: il ragazzo deve aver vissuto ininterrottamente per diciotto anni in Italia (è concesso solo un vacuum di sei mesi), e ha a disposizione solo dodici mesi dal compimento della maggiore età per effettuare la richiesta.

Non c’è bisogno di spendere molte parole per giustificare come il bambino X, che è nato in Italia, frequenta le scuole italiane e parla con l’inflessione dialettale del luogo in cui vive si possa considerare italiano a tutti gli effetti, così come lo è –di fatto e di diritto- la maggioranza dei suoi compagni di classe. Eppure la legge ad oggi impedisce al bambino X di accedere a tutti i diritti connessi alla cittadinanza almeno fino alla maggiore età, e anche successivamente può essergli di ostacolo.

Si arriva dunque all’assurdo, in paesi come Italia, Spagna, Germania, che emigrati di terza o quarta generazione, nati e vissuti all’estero, senza alcun legame con gli usi e i costumi della nazione d’origine (in più di qualche caso neanche con la lingua) siano cittadini a tutti gli effetti, mentre un figlio di immigrati, parte della comunità in cui vive e di cui conosce le problematiche affrontandole tutti i giorni, sia considerato estraneo dalle leggi che regolano quella comunità. La questione ha un impatto rilevante anche dal punto di vista elettorale: l’emigrato di terza o quarta generazione può votare dall’estero, mentre immigrati di lunga residenza sul territorio italiano, che lavorano e pagano le tasse in Italia, non hanno alcun diritto politico.

E’ evidente come nella società attuale, caratterizzata dall’abbattimento delle frontiere sancito in primo luogo da Schengen e in continua espansione grazie alle nuove adesioni all’Unione Europea, il legame di sangue ceda sempre di più il passo al legame di comunità. Lo ius sanguinis trova le sue origini in logiche antiche, risalenti al periodo della costituzione degli Stati nazionali e ormai sorpassate dalla storia.

Vi sono diritti fondamentali e fondativi, come l’uguaglianza davanti alla legge, la libertà di espressione e di culto, diritti da modificare, diritti da creare. L’espansione dei diritti dell’uomo e del cittadino è una necessità storica. Ogni paese dovrebbe adeguare la carta dei diritti all’evoluzione della società, affinché le leggi massime dello Stato abbiano un’effettiva corrispondenza con ciò che avviene nel mondo reale.

Thomas Jefferson affermava che “every generation needs a new revolution”. Lo ius soli è uno di quei traguardi ineludibili, una volta raggiunti i quali non si torna indietro. E’ stato così con tutte le grandi conquiste sui diritti, sancite dalla società prima ancora che dalle leggi che la regolano: dal superamento della segregazione razziale al diritto all’aborto, fino alla legislazione sulle coppie di fatto. Chi nasce e cresce in una comunità ne è a tutti gli effetti parte integrante ed è giusto e doveroso che la legge ne riconosca i diritti e i doveri connessi alla cittadinanza.

Paolo Magnani – AltriPoli

La Questione Curda: storia e processo di pacificazione in corso

Di Turchia scrissi già ad agosto, in riferimento alle interessanti forme che allora avevano preso le ormai famose proteste di Gezi Park iniziate a fine maggio. Sicuramente i fatti dei quali si è sentito parlare queste ultime settimane meriterebbero un approfondimento, ma oggi vorrei scrivere di un altro aspetto riguardante la storia ma anche l’attualità di questo strano paese al quale sono particolarmente legato (e poi avevo già deciso di scrivere di altro prima che scoppiassero gli scandali e ciò che ne è seguito).

Molti avranno sentito parlare della cosiddetta “questione curda”, ma non so quanti siano coloro che conoscono la materia. Più volte mi è capitato di parlare di Kurdistan e dover spiegare, a gente convinta del contrario, che sia un’entità politica inesistente. Il Kurdistan non è uno stato, se non nella mente dei curdi stessi. Si può parlare di Kurdistan solo in termini geografici.

Il Kurdistan, noto anche come Anatolia (l’antica Mesopotamia), è un’area geografica, principalmente montuosa, che occupa buona parte del sud-est della Turchia, il nord dell’Iraq, parte del nord della Siria e parte del nord-ovest dell’Iran (in piccola parte si estende an che in Armenia). Quantificare la popolazione curda non è una questione di facile soluzione. Realisticamente si può parlare di almeno 25 milioni di persone che rappresentano il popolo senza stato più numeroso al mondo. La maggior parte di loro vive in Turchia, dove rappresenta quasi il 20% della popolazione nazionale. Turchi e curdi sono differenti dal punto di vista socio-culturale. Tradizioni, lingua, radici storiche e organizzazione sociale divergono sensibilmente. Le radici della questione curda affondano in uno dei periodi più importanti della storia europea del secolo scorso, in particolar modo per la Turchia moderna: la prima guerra mondiale. Nel Trattato di Sèvres del 1920, l’accordo di pace tra alleati e Impero Ottomano, per la prima volta si prevedeva la creazione di un Kurdistan indipendente (allora diviso tra l’impero ed il regno persiano). Con il seguente Trattato di Losanna del 1923, invece, le nazioni vincitrici (in barba al principio di autodeterminazione dei popoli), trattando con la nascente Repubblica di Turchia, divisero arbitrariamente l’area geografica del Kurdistan come detto precedentemente, fra cinque diversi paesi, infrangendo di fatto il sogno della nascita di uno stato curdo autonomo ed indipendente.

Da quel momento in poi, i curdi, come tutte le altre minoranze che avevano composto il variegato sistema sociale dell’impero, subirono il processo di istituzionalizzazione di una forte identità nazionale turca, unica ed indivisibile, avviato dal padre fondatore della Turchia moderna, Mustafa Kemal Atatürk. Il “nazionalismo etnico” sul quale si fondava la nuova Repubblica non lasciava spazio e libertà alle minoranze presenti sul territorio nazionale e prospettava solo l’assimilazione coatta, se non l’allontanamento, per chi non fosse turco (sempre negli anni ’20, furono quasi un milione i greci ortodossi, che risiedevano in Turchia da secoli, costretti a lasciare il paese). Fu così che lingua, tradizioni e cultura curde furono bandite.

Ogni rivolta verrà repressa nel sangue e nel corso del tempo verranno attuate diverse iniziative di deportazione o deliberato annichilimento delle resistenze nei villaggi curdi. Spesso si tratterà di azioni congiunte fra i governi dei diversi stati tra i quali popolo e territorio curdi sono distribuiti e prevederà anche l’utilizzo di armi chimiche.

Il tentativo di reprimere l’identità curda da parte della classe dirigente turca è stato molto sofisticato. La cruciale riforma linguistica del 1928 – quella che in sostanza ha determinato il passaggio dall’ arabo-ottomano ad una rivisitazione dell’alfabeto latino – proibiva l’utilizzo delle lettere “q”, “x” e “w” proprio perché presenti nella lingua curda. Con un’interessante operazione linguistica si cercò di negare addirittura l’esistenza dell’etnia curda: i curdi vennero denominati “i turchi della montagna” (vista la conformazione geofisica della regione nella quale vivono), e furono cambiati i nomi delle loro città e i loro villaggi, per renderli più turchi. Nel 1934, una legge imponeva alle famiglie curde di cambiare cognome adottandone uno che rimandasse maggiormente ad ascendenze turche e nel 1972 si vietò di dare nomi curdi ai propri figli.

Tutto questo tentativo di sistematica cancellazione delle radici culturali e linguistiche della popolazione curda era volto a proteggere e preservare “la cultura e le tradizioni della nazione”. Lingua e cultura ottenevano così un importante valore politico.

Ma i curdi in Turchia sono sempre stati tanti e hanno cercato di resistere a questo processo di integrazione forzata. Il 27 novembre 1978, Abdullah Öcalan, studente di scienze politiche ad Ankara, e suo fratello Osman fondarono il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Partîya Karkerén Kurdîstan, PKK), movimento di ispirazione marxista, con il fine di difendere gli interessi e i diritti della popolazione curda.

La situazione è peggiorata dopo il colpo di stato (l’ennesimo) del 1980. Per “salvaguardare l’unità e l’indivisibilità della nazione” le misure contro i curdi furono inasprite. Il curdo venne definitivamente bandito dai luoghi pubblici e per la Costituzione la lingua turca, da “lingua ufficiale” dello Stato, divenne “lingua madre” di tutti i cittadini turchi. In questi anni il PKK mutò atteggiamento divenendo una formazione militare con il fine di intraprendere una rivoluzione che liberasse il Kurdistan. Nella regione le violenze si intensificarono con attentati da parte dei guerriglieri seguiti da feroci rappresaglie da parte dell’esercito turco.

Solamente nel decennio successivo, vista anche la drammaticità che le tensioni stavano raggiungendo, rientrerà il divieto di esprimersi in lingua non-turca ma diverrà sempre più usuale l’assimilazione “curdo=terrorista”. È in questi anni comunque che gli scontri militari iniziano ad allentarsi grazie anche a diversi “cessate il fuoco” unilaterali dichiarati da Öcalan che però non videro Ankara cogliere l’opportunità di aprire trattative per risolvere la questione.

Gli scontri tra guerriglieri ed esercito turco hanno causato finora più di 40000 morti in quella che nel corso del tempo ha preso i tratti e le dimensioni di una prolungata guerra civile. Öcalan, leader indiscusso del PKK, dopo aver trascorso diversi anni in clandestinità tra diversi paese (tra i quali anche l’Italia sul finire del 1998), nel 1999 viene arrestato in Kenya e confinato in isolamento nel bunker di Imrali (isoletta nel mare di Marmara). Inizialmente condannato a morte, la pena è stata poi tramutata in ergastolo grazie anche ad una massiccia mobilitazione internazionale. Progressivamente le aspirazioni del PKK sono passate dalla secessione, rivendicabile anche con la lotta armata, alla richiesta di maggiori diritti civili, sociali e autonomia amministrativa del territorio per “una soluzione democratica e pacifica della questione”. La scelta di abbandonare la lotta armata però non è accettata da tutti i combattenti e non sono mancati episodi terroristici ad opera di dissidenti anche negli ultimi anni, tutti prontamente condannati dallo stesso Öcalan. Dai primi anni del nuovo millennio il PKK è stato inserito nella lista internazionale delle organizzazioni terroristiche. Tuttavia, la maggior parte dei curdi lo considera come il legittimo rappresentante delle istanze della comunità di fronte al governo di Ankara e gli riconosce anche il diritto ad utilizzare la forza per tutelarne i diritti.

Sin dagli anni ’70 i curdi hanno dovuto ricorrere per necessità all’emigrazione. Le direttrici hanno condotto verso i grandi centri urbani della Turchia occidentale (paradossalmente, la più grande concentrazione di curdi si registra a Istanbul) e oltre, verso l’Europa. Secondo il Consiglio d’Europa sono circa un milione e trecentomila i curdi che risiedono in Europa, concentrati soprattutto in Germania, Francia e Olanda.

Dai primi anni 2000, che praticamente coincidono con l’insediamento dei governi AKP di Erdoğan , il graduale disgelo dei rapporti è proseguito con un cessate il fuoco da parte di entrambe le parti, mantenuto con molte difficoltà. I rapporti hanno tratto beneficio soprattutto dal fatto che la Turchia si sia ufficialmente candidata ad entrare nell’UE, avviando di fatto politiche più democratiche e pluraliste. Tuttavia, non si sono registrati risultati e progressi straordinari.

Il Kurdistan turco, per quanto abbastanza ricco di risorse naturali, continua a soffrire per condizioni socio-economiche nettamente inferiori alla media del paese: il reddito pro-capite è pari al 40% della media nazionale, il settore industriale è particolarmente arretrato e insufficienti sono anche i servizi sanitari e di istruzione. Le differenze economiche corrispondono e si sovrappongono a quelle etniche. Inoltre, la Costituzione vieta l’esistenza di partiti di matrice curda. Ma ancor di più, il 10% della soglia di sbarramento per entrare in parlamento (la più alta nel contesto europeo) impedisce un’adeguata rappresentanza politica delle minoranze presenti nel paese.

Ancora oggi l’associazione “kurdo=terrorista” è particolarmente diffusa. Da tempo varie organizzazioni per la tutela dei diritti umani denunciano l’arbitrarietà di arresti e processi a danno di politici, attivisti, intellettuali, avvocati e giornalisti con opinioni filo-curde.

Ma la svolta per la decisiva soluzione delle tensioni fra Turchia e popolo curdo potrebbe non essere lontana. Da qualche anno sono in atto trattative tra Ankara e Öcalan (al quale sono state alleggerite le condizioni detentive). Nei primi mesi dell’anno (ormai) passato è stata ribadita la sospensione di interventi armati da ambo le parti. Ad aprile, il PKK ha annunciato che avrebbe gradualmente ritirato i suoi uomini (circa 2000 unità) dal sud est del paese verso le montagne del nord Iraq. Da parte sua il governo turco si impegnava ad approvare delle riforme per garantire maggiori diritti, inaugurando di fatto il primo vero e proprio tentativo di avviare un serio processo di pacificazione.

Dopo un’estate con qualche ritardo e alcune esternazioni di insoddisfazione da parte di ambo le parti, a settembre il governo turco ha approvato il cosiddetto “pacchetto di democratizzazione”, una serie di riforme che, tra le altre cose, amplia i diritti e le libertà delle diverse minoranze presenti tra la popolazione turca. Alcune misure rappresentano un buon passo in avanti nella concessione di quei diritti civili e sociali che i curdi richiedono da anni: vedi la possibilità di fare campagna elettorale in lingue o dialetti altri che il turco e di insegnarli nelle scuole private, la fine del divieto di utilizzare lettere non presenti nell’alfabeto turco, il riconoscimento dei nomi curdi di alcuni villaggi ai quali era stato cambiato nome.

Tutto ciò, per quanto abbia deluso le aspettative del BDP (il Partito della Pace e della Democrazia), principale partito politico esponente degli interessi dei curdi, può comunque essere interpretato come un deciso segno di apertura da parte di Ankara. La possibilità di insegnare il curdo nelle scuole private va inteso come un progresso verso il riconoscimento della cultura curda che potrebbe portare a un riconoscimento più ampio del popolo curdo in sé. Come lo stesso Erdoğan ha riconosciuto, non si tratta della definitiva soluzione al problema, ma un importante stimolo a proseguire su questa strada, che già stanno facendo apprezzare dei risultati.

Critiche sono arrivate anche da parte dei nazionalisti del CHP e dei kemalisti del MHP, secondo i quali le misure rappresentano una minaccia per l’unità nazionale. Restano comunque aperte questioni e riforme di maggiore spessore ed impatto, come per esempio il problema legato all’abbassamento della soglia di sbarramento per entrare in parlamento o il definitivo riconoscimento della minoranza a livello costituzionale.

Un anno e mezzo fa ho avuto la possibilità di viaggiare con amici, tra i quali alcuni curdi, per buona parte del Kurdistan turco. In quell’occasione ho potuto confrontarmi con rappresentanti locali del BDP. Ignaro com’ero allora delle motivazioni, delle dimensioni e delle dinamiche storiche dei problemi in questione, una sera, discutendo con alcuni di loro chiesi quando, come e perchè fossero nate tutte queste tensioni e queste difficoltà. La risposta che ricevetti mi lasciò perplesso: in maniera abbastanza retorica un anziano rispose all’incirca così: “Nessuno lo sa più”.

Questa risposta credo dia un po’ la misura dell’anacronismo che la questione ha ormai assunto. Le posizioni si sono talmente radicalizzate nel tempo che, come spesso accade, ci si è scordati del perché e quando il “litigio” sia iniziato e di conseguenza si complicano le possibilità di risolvere il problema. Sembra, però, che la Turchia abbia raggiunto la maturità necessaria per fare i conti con la sua storia e i suoi aspetti più bui e controversi. Speriamo sia giunto il momento dell’emancipazione da pregiudizi e preconcetti e dell’affermazione di valori e diritti per garantire pacifica convivenza, solidarietà e sviluppo al paese e tutti i suoi cittadini.

Matteo Mancini – AltriPoli

Nicolas Maduro: nuove riforme economiche in Venezuela, in nome del Socialismo

Lunedì scorso, quasi il 70% del Venezuela è stato colpito da un blackout. Nonostante i blackout rappresentino un fenomeno abbastanza diffuso nella patria di Chávez, l’elettricità è solita mancare nelle zone rurali, non nella capitale. L’anomala ingenza del blackout ha portato il Presidente Maduro ad accusare l’opposizione di essere artefice di un sabotaggio mirato a creare scompiglio nel Paese in vista delle ormai prossime elezioni locali. In risposta, Capriles ha attribuito la colpa dell’accaduto allo scarso livello di mantenimento e prevenzione attuato dal governo.

Al momento, la veridicità delle dichiarazioni di Maduro è ancora da provare. Nel frattempo, il Presidente sembra essere sempre più impegnato a portare avanti il progetto socialista di Hugo Chávez, il caudillo compianto dai rivoluzionari.Durante il weekend, Nicolas Maduro ha rilasciato un’intervista televisiva per spiegare le nuove riforme economiche che avranno luogo in Venezuela e che mirano allo sviluppo di un modello economico produttivo.

Maduro ha indicato come primario obiettivo del suo governo quello di ridurre il valore del “black market dollar”, alla base di notevoli distorsioni dei prezzi. Il Presidente si è lamentato di chi vende dollari nel mercato nero per trarne profitto, o importa beni per poi rivenderli a un valore notevolmente più alto. Secondo Maduro, ad approfittare dei controlli valutari e a incrementare il mercato nero sarebbe la “borghesia parassitaria” del Venezuela. Il capo del governo ha asserito di aver già stabilito una commissione speciale che si occuperà di punire con la giustizia i colpevoli. Il Centro Nacional de Comercio Exterior, inoltre, è stato recentemente istituito per sorvegliare il sistema di controllo di valuta.Infine, il successore di Chávez ha giustificato l’inflazione annuale del 54% incolpando la “guerra economica” messa in atto dall’opposizione e dalle compagnie capitaliste. Nell’arco dell’intervista, Maduro ha ribadito il suo impegno ad affrontare la condizione economica di “oil-rentier” del Venezuela. A questo riguardo, il Presidente ha dichiarato che il socialismo dev’essere costruito sul vero lavoro, sulla concreta produzione, sulla creazione di nuove fonti di ricchezza. Il socialismo si basa su un’economia che è nutrita dalle sue stesse risorse. Ergo, nessun socialismo può nascere da un’economia capitalista e speculativa.

Politiche economiche troppo restrittive o giusta attuazione di un modello socialista?Questa domanda divide i venezuelani. Una delle principali ragioni per cui il popolo ha votato Maduro, è il forte legame che lo legava a Chávez, del quale era il delfino. I venezuelani speravano di mantenere una continuità politica; tuttavia, il lavoro del nuovo Presidente, eletto lo scorso aprile, non sembra rispecchiare le loro aspettative. In particolar modo, i venezuelani sono spaventati dall’elevato indice d’inflazione. L’esito delle nuove riforme economiche di Maduro sarà in grado di dare al popolo più risposte. E, forse, l’entusiasmo (perduto?) nel progetto socialista.

Giulia Aloisio Rafaiani – AltriPoli

Europa sì, Europa no: verso le elezioni 2014

Ci stiamo pian piano avvicinando alle elezioni europee di maggio prossimo e nell’ultimo periodo, ancor prima che inizi la campagna elettorale, si sta sviluppando una discussione importante. Sempre maggiori sono le preoccupazioni dell’attuale classe dirigente dell’UE e dei partiti cosiddetti europeisti in merito alla probabile avanzata elettorale di quei partiti invece definiti come euroscettici.

Negli ultimi anni, infatti, in quasi tutte le elezioni per i parlamenti nazionali abbiamo assistito ad un notevole aumento di consensi per quei partiti – generalmente di destra, ma non solo e con programmi spesso divergenti su diverse questioni – dichiaratamente ostili all’Unione come istituzione in sé e alle sue politiche. Un successo che, in vista delle nuove elezioni europee, inquieta molti tra Bruxelles e Strasburgo.

Ciò che maggiormente preoccupa è il fatto che la retorica di questi partiti o movimenti possa attecchire e trovare riscontro fra quella parte dell’elettorato che si dichiara effettivamente deluso ed insoddisfatto dai risultati ottenuti dall’Unione, soprattutto negli ultimi anni. Stando ai numeri forniti dall’istituto di ricerca e statistica Gallup, solo un cittadino europeo su quattro ha una percezione positiva dell’UE e la stessa membership al consorzio continentale non è necessariamente ritenuta come privilegio positivo. La divisione dell’elettorato fra eurosceptics e optimists vede addirittura i primi in leggero vantaggio (43% contro 40%).

Tra le opinioni pubbliche nazionali la disaffezione verso Bruxelles e l’impopolarità del progetto di integrazione europea hanno raggiunto livelli mai visti prima. L’europeismo come ideale e progetto politico, dunque, sembrerebbe in grosse difficoltà. Tutti i leader degli attuali governi nazionali hanno espresso la loro preoccupazione in merito, ravvisando nell’“avanzata populista” una grave minaccia per il sistema. “C’è il grosso rischio di avere il Parlamento europeo più anti-europeo di sempre”, sostiene anche il nostro premier Enrico Letta.

Che poi i leader nazionali che difendono l’istituzione Europa siano gli stessi che negli ultimi anni di politiche di austerità si sono spesso giustificati sostenendo che fosse l’Unione stessa a richiederle o imporle è un fatto curioso. Ma d’altronde anche queste idee hanno diritto di esistere ed eventualmente essere rappresentate nelle istituzioni.

FrontNational in Francia, Movimento 5 Stelle e Lega Nord qui da noi, Alba Dorata in Grecia, Partito della Libertà olandese, il Partito dell’Indipendenza inglese sono solo alcune delle realtà nazionali dichiaratamente ostili e contrarie al processo di integrazione europea e all’euro. Oramai ogni singolo parlamento europeo contiene un partito di questo tipo, legittimato da un considerevole supporto elettorale.

La notizia di soli pochi giorni fa del raggiungimento di un probabile accordo tra Marine Le Pen (leader del FN francese) e l’olandese Geert Wilders (a capo del Partito della Libertà), volto a coordinare le loro campagne elettorali in vista delle elezioni europee, testimonia il fatto che il movimento si stia organizzando a livello internazionale e rende sempre meno remota la possibilità che ottenga il successo che in molti pronosticano e temono. Non suonano molto rassicuranti le parole di Wilders, che con una certa leggerezza afferma: “Il nostro obiettivo è fare tutto il possibile per trasformare le prossime elezioni europee in una frana collettiva contro Bruxelles” che definisce come “mostro”. La considerazione dell’UE come un’istituzione prevaricatrice ed ingombrante accomuna i programmi di questi due partiti che aspirano a creare un gruppo anti-Europa nel Parlamento Europeo. Per creare un gruppo parlamentare serve riunire 25 deputati da 7 Stati membri differenti e comporta notevoli vantaggi e poteri: staff, uffici, soldi e maggior tempo di parola a disposizione nei dibattiti.

Alla luce di questi fatti sorgono diversi dubbi rispetto al percorso che il processo di integrazione europea ha intrapreso negli ultimi anni. Senza dubbio la crisi economica ha complicato processi ed equilibri, esponendo le istituzioni europee e le sue politiche a forti critiche e rischi. Ma non credo che le difficoltà determinate dalla contingente situazione economica siano sufficienti a spiegare il successo di partiti portatori di istanze e ideali di questo tipo. Sarebbe riduttivo e semplicistico.

Più che meravigliarsi, la classe dirigente europea e i leader dei governi che la sostengono dovrebbero porsi alcune domande, analizzare la storia degli ultimi anni e cercare di capire dove si è sbagliato. Perché fino a qualche anno fa partiti e movimenti euroscettici viaggiavano su percentuali a cifra singola (se non con la virgola dopo lo zero) e ora invece concorrono per la vittoria delle elezioni? Perché la gente ha perso fiducia nell’idea che sia preferibile collaborare con gli altri a costo di cedere parte della propria sovranità nazionale, piuttosto che districarsi da soli tra i “pericoli” del mondo contemporaneo?

A mio parere, rilanciare, piuttosto che lasciar regredire, il processo di integrazione europea è probabilmente l’unico modo perché la gente ritorni a credere nelle possibilità e nei vantaggi che la federazione tra le nazioni europee offre. Procedere alla reale democratizzazione dei processi di legittimazione delle massime istituzioni e degli organi comunitari, così come all’implementazione dei valori fondanti dell’Unione rappresentano la via maestra attraverso la quale superare le varie crisi economiche, politiche, sociali e di fiducia.

Matteo Mancini – AltriPoli

UE: Editors vs. Google

“Gli scacchi sono uno sport. Uno sport violento che comporta connotazioni artistiche negli schemi geometrici e nelle variazioni della disposizione dei pezzi, così come nelle combinazioni, nella tattica, nella strategia e nella posizione. È un’esperienza triste, però, qualcosa di simile all’arte religiosa.” (Marcel Duchamp)

Nessuna spiegazione del gioco di strategia degli scacchi, come quella dell’artista dada Marcel Duchamp, potrebbe essere più esplicativa e congeniale all’analisi della battaglia legale che si sta combattendo fra gli editori europei e Google. Come “scacchiera” bisogna immaginarsi il mercato delle notizie e del web dell’Unione Europea. A rappresentare il bianco ed il nero vi sono gli editori europei e Google. A muovere la prima mossa, come nel vero gioco, il bianco degli editori, dipinti dai loro media (in effetti sono loro) come i salvatori dei contenuti e del diritto d’autore. Il nero e apparentemente “fuori legge” è rappresentato da Big G. La “partita” si volge attorno “Privacy Policy” e al “diritto d’autore” che vede Google Inc. sotto inchiesta da parte dell’Antitrust europea. Il 25 aprile del 2013, di fronte la Commissione Europea, il colosso informatico ha proposto il proprio piano per non inciampare in sanzioni dati i regolamenti in materia europea rispetto alle “Violazioni rispetto i dati degli utenti”.

LA MOSSA DEGLI EDITORI – Il 27 Giugno 2013 sarà ricordato nella storia dell’Europa moderna come la più grande azione legale comunitaria, composta da enti e associazioni di diversi membri dell’Unione Europea, che si ricordi. Invitate dalla Commissione Europea a presentare una relazione di analisi riguardo i cambiamenti di Policy da parte di Google. Le osservazioni, recapitate al Vice Presidente della Commissione Europea e Commissario UE per la Concorrenza Joaquin Almunia, hanno evidenziato le criticità nel mercato del web e la difficoltà ad inserirsi e al prevalere della posizione di editori ed autori nelle pagine e sui servizi offerti da Mountain View. L’accusa mossa è di incidere in modo sleale sulla condivisione di testi e opere, come a voler dar “scacco matto”. Nel testo inviato alla Commissione dell’UE risalta la seguente accusa – “Se Google non presenterà al più presto proposte sostanzialmente migliorative, gli editori europei chiedono che la Commissione utilizzi tutti i poteri legali, compreso un immediato Statement of Objections che preveda rimedi efficaci. Una ricerca equa e non discriminatoria realizzata con criteri imparziali nei confronti di tutti i siti web è prerequisito essenziale per lo sviluppo dei media e delle tecnologie a livello europeo”-.

A condurre in prima linea la partita contro Google sono le federazioni tedesche BDZV e VOV. Il Presidente di quest’ultima Helmut Heinen, nella lettera indirizzata alla Commissione Europea, ha dichiarato – “Google deve sottoporre tutti i servizi, inclusi i propri, agli stessi criteri, utilizzando gli stessi meccanismi di analisi, indicizzazione, ordinamento e gli stessi algoritmi. Senza consenso preventivo non deve usare contenuti di terze parti a meno che non sia strettamente indispensabile per la ricerca orizzontale”-.

L’INESPUGNABILE MOUNTAIN VIEW – I fondatori e proprietari della Google Inc, Larry Page e Sergej Brin, stanno da tempo cercando di condurre la partita con la strategia utilizzata di fronte la Federal Trade Commission degli Stati Uniti d’America. Sostanzialmente, come avvenuto in Europa lo scorso aprile, avevano fatto delle modifiche all’indicizzazione delle ricerche . Tra le novità proposte da Big G, oltre alla nuova Policy per i clienti a forma di Contratto telematico, sono state inserite delle “etichette”, in modo da far risaltare l’autore, assieme a riferimenti per prodotti degli stessi gruppi editoriali. Eppure, la vera questione non è tanto sui contenuti e la loro indicizzazione. Le caselle ove si svolge la partita sono quelle del mercato. Infatti, a rendere preoccupante per la Commissione Europea il ruolo di Google, è la posizione di monopolio esercitata da quest’ultimo sugli utenti europei. Se, grazie alla diffusione di Bing e Yahoo!, le ricerche negli USA vengono svolte tramite Google dal “solo” 70% degli utenti, in Europa tale percentuale corrisponde al 90%. Quel che preoccupa non è l’uso dei dati dei clienti negli algoritmi sviluppati da Mountain View, bensì la gerarchizzazione delle offerte commerciali sui prodotti di Google. Basti pensare al servizio AdSense della società di Brin e Page.

La partita fra Editori & Google è ad uno stallo, con la Commissione Europea divisa tra il voler proteggere gli editori ed il restar fedeli alla propria politica liberal-capitalista. Eppure, la società di Mountain View, tramite il documento sulla nostra stessa piattaforma, “Answer the People Want” ha ribadito la chiave della sua ragione sociale e del proprio successo ovvero. Le parole affidate al Vice Presidente della Google Kent Walker Inc. recitano “Costruiamo Google per gli utenti, non per i portali. E non vogliamo fermare l’innovazione […] Abbiamo risposto così alla Commissione europea e pensiamo di aver fatto un buon lavoro”.

Personalmente mi schiero con la Google Inc. per tre fondamentali ragioni. La prima risiede nel fatto che il progetto “Polinice” è potuto iniziare solo ed esclusivamente grazie al servizio gratuito Blogger della società di Mountain View. La seconda risiede nell’impossibilità, voluta dalla firmataria della lettera alla Commissione Europea FIEG, di rendere libero il web. Ciò costringere i blogger a dover sottostare a giornalisti di ruolo o a dipendere totalmente dagli stessi per la Registrazione della Testata. La terza è insita nella concezione dell’utente, ove Google mi lascia scegliere tra molteplici fonti, mentre gli Editori Europei vendono dispacci di ciò che fa comodo ai propri azionisti.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

Lungo la nostra breve, ma grande strada per passione ed impegno, abbiamo trovato finora numerosi ostacoli alla ricerca di un Direttore Responsabile. Tale strada, per nostra fortuna, si è incrociata con quella di Giuseppe Scaraffia. Il quale, credendo nel progetto di un gruppo di ragazzi, si è messo a disposizione per divenire Direttore Responsabile della testata “Polinice”, senza pretendere nulla in cambio. A lui va la nostra più sincera stima e gratitudine.

Brasile: qusando il calcio non basta

«…duas tantum res anxius optat panem et circenses»

Il poeta satirico romano Giovenale nella locuzione latina “panem et circenses” seppe intelligentemente sintetizzare il concetto di potere dell’elìte. Per estensione, la celebre locuzione latina, viene utilizzata per definire l’azione politica di singoli o ristretti gruppi di potere volta ad attrarre e mantenere il potere attraverso l’organizzazione di attività ludiche. Tali attività ludiche, nell’epoca postmoderna, possono esser facilmente ricondotte a Sport e Cultura.

LA RIVOLTA DELL’ACETO – Con l’avvio della “Confederations Cup”, nella terra verde oro, sarebbe dovuta scattare la festa a ritmo di samba. Eppure, l’unico slogan, che il mondo sente scandire da giorni, recita “La Turchia è qui”. Infatti, come nella “Rivolta di Gezi Park” a difesa degli spazi verdi, la ribellione è nata da un pretesto ovvero il “caro trasporti”. Pretesto, poiché il costo del trasporto pubblico di San Paolo è aumento da o da 3 a 3,20 reais a biglietto. Attorno a quella che poteva essere derubricata a semplice questione metropolitana, si è accentrato il risentimento di un’intera nazione. La rivolta si è incendiata e vede la partecipazione di centinaia di migliaia di persone, in decine di città, a causa della dilagante corruzione e delle disuguaglianze. Il momento in cui la fiamma si è accesa, è stato propenso a ottenere il massimo della visibilità mediatica. La protesta di fatto si articola al primo dei grandi eventi globali che vede il Brasile protagonista ovvero la Confederations Cup. Il presidente della Fifa (Fédération Internationale de Football Association) Joseph Blatter, da un lato ha gettato benzina sul fuoco, dichiarando che – Il calcio è più importante dell’insoddisfazione della gente – dall’altro, consapevole dell’importanza della manifestazione sportiva, ha affermato che “I manifestanti stanno usando la piattaforma del calcio e la presenza della stampa internazionale per ampliare la protesta”.

E’ facilmente intuibile, come una questione “metropolitana”, sia stata la miccia per far convergere l’indignazione nei confronti del governo che, per “Confederations Cup” e “Coppa del Mondo”, ha preventivato una spesa superiore ai 15 miliardi di Euro. Per comprendere l’importanza e l’insoddisfazione generale, basta pensare che le proteste sono rivolte da un lato contro la Presidenza di stampo di sinistra e dell’altro contro le amministrazioni locali governate dal centrodestra. Altro aspetto, che lega Turchia e Brasile sono le violenze delle forze di polizia, con Amnesty International, che nella mattinata dello scorso lunedì ha espresso preoccupazione “segnalando una radicalizzazione della repressione e gli arresti di giornalisti e manifestanti in alcuni casi inquadrati nel reato di cospirazione”. Le centinaia di “lacrimogeni”, banditi dalla Convenzione di Ginevra, hanno reso celebre in questi giorni il comune ingrediente da tavola utilizzato come rimedio al gas sparato dalla polizia brasiliana, facendo ribattezzare le proteste come la “Rivolta dell’aceto”.

LA CORRUZIONE VERDE ORO – Dilma Rousseff, soprannominata “Lady di ferro”, è alla Presidenza della Repubblica Federale del Brasile dal gennaio del 2001. Come il suo predecessore, l’amatissimo Luiz Inàcio Lula, appartiene al Partido dos Trabalhadores. Quando venne eletta, la popolarità di Lula era a livelli altissimi, soprattutto a causa dell’umiltà e tenacia con la quale l’ex Presidente ha affrontato un cancro alla gola. Eppure, la Procura di Brasilia ha recentemente coinvolto nelle indagini, sul più grande scandalo di corruzione della storia brasiliana, dell’inchiesta ribattezzata Mensalão (letteralmente rimborso mensile) l’ex Presidente Luiz Inàcio Lula. Di lì a poco le critiche hanno coinvolto tutto il Partido dos Trabalhadores, minando la popolarità del suo leader e Presidente del Brasile Dilma Rousseff.

La corruzione da anni ha travolto anche l’organizzazione della Coppa del Mondo del 2014. A dimettersi per primo fu il Ministro del Turismo della Presidenza Lula Pedro Novais Lima, ciò avvenne dopo che il suo sottosegretario Federico Costa ed altri trentacinque funzionari ministeriali vennero arrestati dalla Polizia su mandato della Procura di Brasilia. Quello che sembrava uno scandalo di proporzioni enormi non era altro che la punta dell’iceberg. Infatti, la Presidenza di Dilma Rousseff ha visto decimato il proprio governo tra Ministri e sottosegretari coinvolti in scandali per via della corruzione. Al centro delle polemiche vi è l’ex Ministro per lo Sport Orlando Silva de Jesus Júnior che, sempre secondo un’inchiesta della Procura di Brasilia, avrebbe ottenuto tangenti del valore di 23 Milioni di dollari da destinare alle casse del Partito comunista del Brasile (Pcdob) e del suo conto.

UN SETTENNATO PER L’ASCESA – Nonostante scandali, corruzione e proteste il Brasile, unico paese sudamericano appartenente ai BRICS, procede a pieno ritmo nell’organizzazione dei sette anni che presenteranno al globo la forza verde oro. Infatti, oltre alla Confederations Cup che si sta svolgendo in questi giorni, il Brasile ospiterà: la Giornata Mondiale della Gioventù, la Coppa del Mondo del 2014 e le Olimpiadi di “Rio 2016”. Quest’ultime, grazie allo sforzo per l’organizzazione della Coppa del Mondo, dovrebbero avere meno problemi nella fase organizzativa e la direzione affidata a Maria Silvia Bastos Marques (la dama di ferro dell’industria siderurgica dell’America Latina) fa ben sperare.

Della “Rivolta dell’aceto” resta centrale un punto: la disuguaglianza. Disuguaglianza formale e sostanziale che attanaglia tutti i paesi emergenti, ove le differenze si amplificano con il progredire dell’economia. Il Brasile rimane un paese ,che con la forza sposta favelas e gli “ultimi” agli occhi del mondo, perché tanto fra un anno i media parleranno di Balotelli, non del futuro negato ai bambini della “Città di Dio”. In fondo il calcio è l’oppio dei popoli, nonostante la sua brutale umanità e bellezza.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

Se Google ti redige anche il testamento

La nostra permanenza sulla terra, costellata da migliaia di differenze, ha un unico denominatore comune: la morte. Sembra funesta, ma essa rappresentata in vari modi da popoli, culture e ideologie, fin da sempre ha intrinseco in sè il problema della memoria e della rappresentanza del singolo post-mortem. Nell’era della digitalizzazione globale si pone un nuovo aspetto da risolvere della memoria di chi abbandona la vita. Esso è il lascito di dati personali online.

Si può tranquillamente affermare che se per la generazione dei nostri padri, quella che ha distrutto tutto mandandoci in una crisi valoriale ed economica senza precedenti, i cambiamenti erano scanditi dalla radiotelevisione ad oggi essi sono frutti della rete. Rete che ha un unico vero padrone incontrastato: Google. Quindi chi, se non i progettisti di Mountain View, a gestire il traffico dei nostri dati personali online dopo la morte? Da un biennio esiste un progetto di Google, denominato “Inactive Account Manager”, il cui scopo è di gestire le pratiche inattive degli utenti defunti o presunti tali.

E’ fin dai tempi dei Romani che la successione viene regolamentata da atti aventi valore effettivo. Il più classico e conosciuto è il “testamento”. L’articolo 587, comma 1 recita che – il testamento è un atto revocabile con il quale qualcuno dispone, per il tempo in cui avrà cessato di vivere, di tutte le proprie sostanze o parte di esse. E’ qui che Google vuole inserirsi, nel mantenimento dei dati e volontà cibernetiche degli utenti, divenendo di fatto un moderno notaio elettronico. Non è una mossa costituita da un senso di onnipotenza di Mountain View, questo studio e la creazione di un software capace di gestire i dati online deriva da una precisa esigenza legale. Difatti, sono state centinaia le richieste ed i casi di studio posti alle Corti statunitensi da numerosi studi legali.

In principio furono Twitter e Facebook a colmare il vuoto legislativo riguardo gli utenti non più attivi. In passato furono molte le impossibilità da parte di molti familiari a poter accedere a dati, ricordi ed immagini di vita dei cari defunti. A tal proposito il programma “Inactive Account Manager” in un primo momento avrà il compito di far recuperare e allertare dei dati riguardanti i profili degli accounts della piattaforma di BigG ovvero Gmail, Blogger, Google Drive, Google+, Picasa Web Album, Google Voice e YouTube.

In un secondo momento il piano, che spaventa alcuni, sarà quello di istituire un vero e proprio Testamento online dal pieno valore legale. Insomma, dai dati online si passerà a delle vere e proprie disposizioni legali post-mortem. Legacy Locker e SecureSafe già da lungo tempo offrono la possibilità di sottoscrivere disposizioni nel “testamento online”. Tutto ciò nell’attesa che il vuoto legislativo venga colmato. “Inactive Account Manager” è l’ennesimo frutto della politica di Mountain View orientata a far divenire ogni qualsiasi elemento della quotidianità come atto da compiere attraverso i gratuiti account di Google. Che cerchiate una via, che vogliate ascoltare una canzone oppure scrivere ad un amico o amante lontano c’è sempre Big G a controllare ed offrirvi il servizio. Anche Polinice nel bene o nel male, suo malgrado, campa del servizio offerto da uno dei vari servizi targati Google ovvero Blogger.

La vostra vita è in mano ai programmatori di Mountain View. Fantascienza? No. Basta che controlliate il vostro IPhone 5 o Galaxy 3 per capire che nel portafogli non ha più senso portare le carte di credito. Ciò significa che ogni vostra transazione o disposizione è già nella rete e che la carta avrà sempre meno valore. Tutto questo nell’attesa di chiamare a far testamento il Notaio Big G.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

La febbre dell’oro

Era il diciannovesimo secolo quando negli Stati Uniti d’America imperversava la “corsa all’oro”. Due secoli dopo e con una crisi economica e finanziaria che si è abbattuta su tutto l’occidente, quella frenesia ed isteria per il possesso e la ricerca dell’oro è ancora al centro del mercato globale. Immaginate di essere in stato febbrile: qualora la vostra temperatura corporea raggiungesse i trentanove gradi sicuramente ricorrereste alla tachipirina. L’oro è la tachipirina utilizzata dai mercati nei momenti di crisi. Vi è un duplice ricorso. Per alcuni, come le famiglie italiane, l’oro in tempi di crisi diviene l’oggetto di quell’usura, tollerata dalla legislazione e dagli Stati, dei cosiddetti “Compro oro cash”, che serve a far arrivare a fine mese il nucleo familiare o a garantire prestiti e mutui precedenti. Per altri l’oro è un mercato “sicuro”, utilizzato dagli investitori quando la fiducia nei mercati azionari, negli immobili e nelle Banche centrali è molto bassa. Tant’è che al V anno di crisi economica occidentale l’acquisto d’oro è schizzato a un livello mai raggiunto precedentemente.

Secondo il World Gold Council, ente internazionale che racchiude i le aziende minerarie aurifere e ne sviluppa dati e statistiche, la richiesta del metallo più prezioso nell’ultimo trimestre del 2012 è stata superiore alla media trimestrale registrata nell’ultimo lustro. A trainare questo trend vi è l’India, che, come nel caso del mercato energetico del carbone, ha apportato rispetto al 2011 una richiesta d’oro che ha fatto segnare un +12%. Oltre al gigante asiatico altro fattore determinante nella crescita della domanda d’oro sono le Banche Centrali di tutto il mondo. A possedere la maggior quantità di “riserve auree” sono gli Stati Uniti d’America, che però non le fanno certificare in maniera indipendente dai tempi della Presidenza Eisenhower. Segue il paese leader decisionale dell’Unione Europea, ovvero la Germania, che detiene oro per 3.395 tonnellate. L’Italia è al terzo posto della classifica mondiale sul possesso di riserve auree anche se nell’ultimo anno si è riscontrato un grande calo nella detenzione del metallo giallo, fenomeno che secondo molti ha contribuito a rendere il “Bel Paese” oggetto della speculazione finanziaria.

L’ente sopraccitato ovvero il World Gold Council ha recentemente diramato i dati sulla “top ten” dei paesi che, da gennaio a novembre 2012, hanno acquistato il maggior numero di lingotti. In questa classifica troviamo moltissime sorprese. Al primo posto vi è la Turchia di Recep Tayyip Erdoğan, il paese islamico membro NATO in collisione da un biennio con Israele, che ha posto l’oro a garanzia delle riserve delle banche commerciali. Secondo maggior acquirente di lingotti d’oro è la Russia, che a seguito del suo nuovo ruolo centrale nella geopolitica sta vivendo una crescita economica e con gli ultimi acquisti ha aumentato le proprie riserve auree, facendole passare dalle 840 tonnellate di fine 2011 alle attuali 900. Vera sorpresa – forse non per gli analisti economici – sono le Filippine, che in un anno hanno acquistato 34,5 tonnellate d’oro. Questo avviene a conferma dell’ottimo periodo di crescita economica che nell’ultimo anno ha visto crescere il Prodotto Interno Lordo filippino di oltre il 6%. A seguire vi è il Brasile, che sta cercando di porre rimedi ad una crescita economica troppo dipendente dalle proprie materie prime e dalla Cina. Altre sorprese sono rappresentate dal quinto posto del paese dell’Oro Olimpico per il ciclismo Aleksandr Vinokurov, ovvero il Kazakhstan, e, soprattutto, dall’Iraq al sesto posto. A seguire vi sono il Messico (della cui crescita vi avevamo già parlato), la Corea del Sud, il Paraguay ed infine l’Ucraina. Restano fuori i leader dell’economia mondiale: Stati Uniti d’America e Cina. Pechino, che a dispetto di un’economia protagonista del XXI secolo possiede “solo” oro per 1054,5 tonnellate.

Ad ogni modo, i dati diffusi dal World Gold Council ci portano a riflettere sull’importanza che da secoli assume il metallo giallo. Ed. infine, non ci resta che constatare come investitori e Banche Centrali di Paesi emergenti – o “Brics” – abbiano deciso di continuare ad investire sulle riserve auree. Come a dire che la fine della crisi è molto lontana e la corsa all’oro può continuare.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

L’ascesa del carbone

Superata la nascita di Gesù di Nazareth, il pensiero dei bambini europei va alla festività religiosa dell’Epifania, ove, come tradizione vuole, essi riceveranno altri regali all’interno di una calza posta sopra i camini. Scure per i bambini nella calza dell’Epifania è il carbone. Un tempo realmente preso dai depositi per il riscaldamento delle abitazioni, con il passare degli anni è divenuto dolce e con esso anche l’educazione dei genitori verso i propri figli.

La presenza del carbone nelle calze dell’Epifania dei bambini meno buoni era dovuta al fatto che questo combustibile fossile fosse associato a sporcizia ed inquinamento. Nulla di eccepibile. Infatti, negli ultimi decenni, alla luce dei Trattati di Kyoto e del crescente utilizzo del petrolio, l’utilizzo del carbone è sembrato essere un amaro ricordo. Ma, come quello dei bambini, anche il carbone combustibile sta per diventare dolce per i mercati energetici globali. Se lo scorso anno l’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE) aveva annunciato al mondo l’inizio di una “Rivoluzione Blue”, che avrebbe visto il consumo di metano aumentare del 50% entro il 2035, quest’anno ha dovuto correggere il tiro. Difatti, sorprendentemente agli occhi dei ricercatori e meno a quelli degli analisti finanziari, la vera star del mercato nel prossimo lustro sarà il carbone.

Carbone, combustibile fossile conosciuto fin dall’antichità e divenuto simbolo energetico della I Rivoluzione Industriale nella Gran Bretagna del diciottesimo secolo, all’alba della Rivoluzione Industriale Asiatica appare tornare nuovamente in voga. Secondo l’AIE, nel Rapporto Medium Term Coal Market, il carbone entro la fine di questo decennio potrebbe superare il combustibile che da oltre un secolo è leader del mercato: il petrolio. Analizzando il Medium Term Coal Market Report si può constatare come la produzione di carbone nel 2017 eguaglierà con 4,3 miliardi di tonnellate quella del petrolio. I ritmi della crescita della domanda, che nel prossimo quinquennio raggiungeranno il 2,6%, sono impressionanti. Lo stupore per questa crescita è dovuto al fatto che secondo alcuni report finanziari e scientifici entro il 2017 si consumeranno 1,4 miliardi di tonnellate in più di carbone rispetto a oggi. Ovvero il carbone che attualmente consumano gli Stati Uniti d’America e la Federazione Russa.

Ora c’è da chiedersi da dove provenga quest’ascesa nel consumo del carbone in questo decennio. Bisogna considerare due fattori principali. La prima ragione di questa crescita risiede nell’avanzamento dello shale gas (gas metano ottenuto dalla decomposizione di materiale organico contenuto nell’argilla) negli Stati Uniti d’America. Ciò ha provocato un abbassamento dei prezzi del carbone nei mercati rendendolo appetibile come fonte energetica anche al mercato europeo. Gli Stati Uniti, in controtendenza con il resto del mondo, stanno apportando una modifica al proprio fabbisogno energetico favorendo le trivellazioni petrolifere e le estrazioni di gas. D’altronde la ricchezza di idrocarburi non convenzionali glielo permette. Secondo un rapporto degli analisti di Citigroup, convalidato dalla stessa AIE, gli Usa raddoppieranno da oggi al 2020 l’attuale produzione di petrolio e gas con il conseguente sorpasso sull’Arabia Saudita nello sfruttamento di suddette risorse energetiche.

Secondo elemento e fattore di ascesa del carbone come prima fonte energetica mondiale è la grande domanda proveniente dall’Asia. La Cina, importatrice netta di carbone dal 2009, in un solo biennio, ha scansato l’altro big asiatico dell’economia, il Giappone, da maggior acquirente e sfruttatore di questo combustibile. Nel Rapporto dell’AIE sopracitato si evidenzia come l’utilizzo a questi livelli del carbone potrebbe far innalzare entro il 2050 la temperatura di ben 6 °C in tutto il globo. Ciò dovrebbe portare a riflettere poiché nel 2017 ancora non saranno state sviluppate tecniche per la cattura e lo stoccaggio dell’anidride carbonica.

La direttrice dell’AIE, Marie Van Der Hoeven, a margine della presentazione del Medium Term Coal Report, ha affermato che «In assenza di progressi nella cattura e sequestro del carbone e se non vi saranno Paesi in grado di replicare l’esperienza statunitense, il carbone rischia di provocare un grave contraccolpo alle politiche per il clima». Peccato che non tutti i paesi e continenti siano ricchi come gli Stati Uniti d’America di fonti per l’estrazione di shale gas e che al momento non si può, dopo tre secoli d’incessante industrializzazione del mondo occidentale, limitare con la morale di chi ha già tutto il progresso e la crescita dei paesi emergenti, o meglio, emersi.

Continua la Van Der Hoeven: «Il ricorso crescente alle energie rinnovabili, lo smantellamento delle centrali a carbone più vecchie e un riequilibrio con i prezzi del gas faranno diminuire il consumo di carbone quasi ovunque in Europa». Questo avverrà nella ricca Europa. La domanda resta su cosa avverrà nel resto del pianeta, dove, se le cose non cambieranno, l’unico conto da pagare, come per i bambini cattivi, sarà per le generazioni future che si ritroveranno un pianeta distrutto per via delle emissioni di CO2. Insomma, per molti decenni aspettatevi nella calza il carbone amaro.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli