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Francia – Trionfa nuovamente Macron, muoiono i socialisti

La Francia conferma la sua fiducia verso il neo eletto presidente Emmanuel Macron. Il movimento dell’ex banchiere, fondato appena un anno addietro, “En Marche!”  esce nettamente e clamorosamente in testa alle legislative francesi con il 32,6%  con un bottino in seggi che va da 415 a 445. Una maggioranza schiacciante, visto che l’Assemblée Nationale ha in tutto 577 deputati. Una vittoria fuori da ogni aspettativa, che calcolando il poco tempo a disposizione, ma che pone ora un onere privo di scusanti.

Nella storia dell’elezioni in Europa solo il partito Forza Italia di Berlusconi ebbe un successo paragonabile in un lasso di tempo assai breve. La scelta dei Francesi fa in modo che il primo Presidente post-ideologico dovrebbe riuscire ad incassare un numero di seggi inedito nella storia politica francese, una maggioranza talmente schiacciante da aver fatto dire a qualcuno dei collaboratori che “sarebbe stato meglio vincere con una maggioranza minore per la compattezza del movimento”.

Seppur con qualche difficolta resiste la destra gollista dei Républicains che  riesce a raggiungere tra il 19 e il 21 per cento dei voti. Ciò fa sì che alla luce del sistgema elettorale francese che prevede i collegi uninominali potrebbe portare l’UMP a conquistare un centinaio seggi al parlamento. Seppur in difficoltà entrerà nell’Assemblea Francese il Front National di Marine Le Pen, che il 7 maggio era riuscita a conquistare il 33 per cento del voto contro il 66,1 di Macron. L’attuale 14% contato in un sistema maggioritario dovrebbe penalizzarla: potrebbe avere dai 3 ai 10 seggi, sempre qualcosa in più rispetto al 2012 quando vide eletta nell’Assemblea una sola parlamentare.

Vera sorpresa è invece il movimento “La France Insoumise” il partito del tribuno della sinistra radicale Jean-Luc Mélenchon con il 12% dei voti, che sì sconterà come il FN il sistema maggioritario, ma seppellisce definitivamente i socialisti francesi e qul che resta della socialdemocrazia in Europa. Corbyn è rimasto fedele ai cardini dell’ideologia, cosa che nel continente non è accaduta per i partiti della sinistra democratica. un requiem che sembra aspettare nei prossimi anni il sequael nel resto dell’Unione Europa.

Versus di Carl Craig

Quando si uniscono le parole classica ed elettronica in molti storciono il naso. La loro unione è assai sgradevole se non in casi di strema capacità tecnica e di creatività mista a virtuosismo. Versus di Carl Craig ne è uno dei connubi più riusciti. Nato a Detroit, la famosa “motor city” all’interno della quale, 15 anni dopo un effervescente movimento musicale afroamericano gettò le basi per la musica techno. L’attuale successo di Passion Fruit con sample di Moodyman ne è uno degli esempi della forza e del tenore della Seconda “gloriosa” generazione di Detroit. Di quell’America tanto povera e degradata quanto immensamente creativa ed affascinante

La seconda generazione di Detroit si è incontrata nell’album Versus con l’anticonformismo del direttore d’orchestra François-Xavier Roth.Darkness crea tensioni attraverso accordi atmosferici, “Tecnology” è un esercizio di puro minimalismo, e “Domina” è il brano che rappresenta la meglio questo “scontro” tra mondi lontani quanto superbi e affascinanti nella loro sintesi.

Sandstorms, è un brano decisamente techno utilizzabile sapientemente da qualsiasi bravo dj sul floor di una qualsiasi location.  Se Carl Craig è definito da molti il Miles Davis della techno la riprova ne è The Melody, dove sapientemente tempi e bpm trasportano l’ascoltatore.

Esemplare è l’inserimento della capacità tecnica del lussemburghese Francesco Tristano Schlimé, che con il pianoforte sposta lo sguardo in un’atmosfera cinematografica.

Uno scontro d’autore. Una sintesi tra classica e techno unico.

Mani pulite brasiliana: tra Don Bosco e Le Corbusier

E’ il 1883 quando il sacerdote ed educatore italiano Giovanni Bosco, fondatore della Congregazione dei Salesiani, ebbe un sogno profetico, in cui descrisse una città futuristica che corrispondeva più o meno all’ubicazione di Brasilia. Oggi, a Brasilia, una delle principali cattedrali porta il suo nome, così come l’ “eremida Dom Bosco”, punto panoramico dove Giovanni Bosco avrebbe affermato che sarebbe nata questa città “dai frutti giganteschi”.  Il suo sviluppo e la sua costruzione invece la si deve al presidente Juscelino Kubitschek ordinò la costruzione di Brasilia, ponendo in atto un articolo della costituzione repubblicana del paese, e vide il suo principale pianificatore urbano in Lúcio Costa. A disegnare le linee avvenire del mondo, in quella utopistica e realistica città fu Oscar Niemeyr. Brasilia fu costruita in 41 mesi, dal 1956 al 21 aprile 1960, sulla base delle teorie di Le Corbusier.

Ora accanto alla realtà di una città che ha moriane idealità, si stringono le istanze sociali e conflittuali di un intero paese sull’orlo del caos. Infatti, il paese più grande del Sud America continua a non trovare pace e serenità da oltre un anno. Se fino a meno di un triennio fa era l’esempio della crescita e ribaltata dei BRICS, ora l’instabilità politica ne fa da padrona, generando incertezze economiche e finanziarie.

Il punto di non ritorno per Brasilia e il Brasile è stato toccato quando il presidente brasiliano ha ordinato lo schieramento dell’esercito a Brasilia per proteggere i ministeri, presi d’assalto da centinaia di manifestanti. Il provvedimento si basa su una legge d’emergenza, la Law and order Assurance (GLO), varata nel 1999, rivista nel 2001 e poi firmata dalla Rousseff nel 2014 . Negli ultimi tempi al misura era stata applicata solamente in occasione dei due grandi eventi sportivi di Rio 2016 e della FIFA World Cup del 2014. Il prvvedimento poi ritirato ha dimostrato la fragilità governativa e la non tenuta di uno dei tre poteri fondamentali dello Stato, ossia l’esecutivo.

Le proteste sono cominciate dopo la pubblicazione sui giornali di alcune intercettazioni in cui si sente il presidente Michel Temer autorizzare il versamento di una somma per pagare il silenzio di Eduardo Cunha, ex presidente della camera, oggi in carcere per corruzione e riciclaggio. Apparentemente Cunha avrebbe potuto rivelare delle informazioni riguardo il coinvolgimento del presidente nello scandalo della Petrobras, la compagnia petrolifera nazionale. Lo stesso Michel Temer che un anno addietro fu protagonista dell’impeachment contro Dilma Rousseff, ponendo fine alla sponda brasiliana per il gruppo politico socialista sudamericano.  Il romanzo sudamericano appare però esser stato scritto in Italia.

L’inchiesta non si chiama “Mani Pulite” ma Lava Jato, “autolavaggio”. Ha travolto l colosso energetico Petrobras (nel 1992 era l’Edison )e il primo gruppo industriale del Paese, Odebrecht. In Brasile nell’ultimo anno ha trascinato nel fango politici di primissimo piano, sia del Pt (Partito dei lavoratori) da noi il PSI, che ha espresso gli ultimi due presidenti, Lula e Dilma Rousseff, sia gli esponenti del Pmdb, partito di centro cui appartiene l’attuale presidente Temer ( da noi la DC). In Italia non si fece sule sulla parte d’inchiesta affidata a Tiziana Parenti sul PCI, in Brasile non sembra ancora fermarsi l’indagine.

Le analogie sono molte. Dal ruolo dell’epoca dell’Italia nel Mediterraneo ( Sigonella in primis ) all’analogia con il Brasile di Lula. Dai protagonisti socialisti italiani alla nuova internazionale Sudamericana.

In Italia sembrava un rinnovamento, non lo è stato. In Brasile neppure lo sarà. L’unica cosa che resta da capire è chi trama dietro i lanci, non di monetine, ma molotov. Corsi e ricorsi della storia, questa volta di vichiana memoria e Pilotis “lecourbousiani” troppo deboli.

Il trionfo di Drake e More Life ai Billboard Music Awards

Nella notte che decide chi conta attualmente nella musica mondiale il nome che è uscito prepotentemente è quello del rapper canadese Drake che ha battuto il record dei Billboard Music Awards 2017, aggiudicandosi 13 premi. In passato il primato apparteneva ad Adele e risaliva al 2012 quando con dodici riconoscimenti (meritatissimi) s’impose con l’album 21, rivelatosi un successo commerciale e di critica, capace di vendere oltre quattro milioni di copie solo nel Regno Unito e di riportare ai vertici della classifica degli album anche il suo precedente disco, 19. MA, ala scorsa notte è stata di Drake, il quale ha trionfato portandosi a casa tredici premi che dimostrano la forza espressiva e la capacità d’imporsi oltre che sul mercato, anche tra il pubblico e la critica. Drake si e’ presentato all’appuntamento con 22 nominations ed ha vinto, tra gli altri, il premio per il miglior artista assoluto, per il miglior artista maschile e quello per il migliore di 200 album con “Views”.

Il cantante canadese ha deciso inoltre di spiazzare tutti durante la sua prevista esibizione portando sul palco dei Billboard Music Award Gyalchester invece della super hit Passionfruit. Entrambi i brani fanno parte dell’album “More Life”, pubblicato a Marzo e che ha sorpreso i più. Dopo l’annuncio del progetto, Drake ha commentato il progetto durante un’intervista a Complex, precisando la sua intenzione di “creare una playlist per darti una raccolta di canzoni che diventano la colonna sonora della tua vita”. Un proclama tanto ad effetto, quanto rischioso in caso di insuccesso. Forse, visti i ripetuti annunci dal 2016 di imminente uscita dell’album, Drake è riuscito a captare in modo originale quel che il pubblico, e per la prima volta la critica richiedevano. L’album è sostenuto dall’uscita di ben quattro singoli: “Fake Love”, “Passionfruit”, “Free Smoke” e “Portland”; cosa assai rara poiché l’industria musicale predilige solitamente portarne in promozione tre.
Pur riconoscendo da tempo a Drake la capacità di conquistare con vendite e concerti il mercato globale, prima di More Life, non nutrivo particolare stima per i suoi lavori. Infatti, l’immenso successo commerciale di “Views”,  non proponeva nulla di nuovo e in buona parte era costruito per la commercializzazione, lasciando il talento di Drake spesso volutamente inespresso.
A travolgermi e incuriosirmi è stata una “Passion Fruit”, scoperta grazie alle Instagram Stories di una giovane fotografa/avvocato che seguivo per tutto, ma non di certo per la musica. E invece il brano Passion Fruit mi ha stregato probabilmente poiché in esso si può sentire anche la voce del figlio di Lenny Kravitz, Zoe, e il campionamento di un pezzo di un live di Moodymann, musicista e produttore della seconda gloriosa generazione di Detroit, del 2010 (dal minuto 37:39).

More Life è infine capace di portare alla ribalta suoni trap, il suono della nuova frontiera musicale in Italia seguito solo sull’Adriatico, attraverso brani come “Portland”, “Sacrifices” e “Gyalchester”.

Erin Lowers su Exclaim! ha dichiarato di More Life che: “Escludendo le sue minacce, More Life cimenta un posto per i generi a lungo trascurati dai media principali: dancehall, grime, Afrobeat, House, Trap e, ovviamente, rap, e porta a Toronto un tour mondiale per celebrare la vita. La vita”.

 

Celebrazione e colonna sonora della “vita”. Termine da cui i giovani del mondo dovrebbero ripartire per sconfiggere a colpi di trap, rap e Afrobeat la generazione che volle cambiare il mondo regalandoci solo macerie. E allora: More Life e l,unga vita a Drake.

Le fratture di Rokkan rivisitate alla luce dell’elezioni francesi

Elezioni Francesi 2017 – Il politologo norvegese Stein Rokkan in collaborazione con Seymour Martin Lipset individuò quattro fratture sociali (“cleavages” in inglese) della società moderna che secondo lui furono la causa della nascita dei partiti moderni. Nell’epoca della post- ideologia, non si può più accostare il partito alle fratture di Rokkan, ma un paragone con esse lo si può compiere attraverso il comportamento elettorale francese. Questa analisi vuol ricategorizzare le fratture alla luce dell’attualità. I cleavages per Rokkan e Lipset erano le fratture che mettevao in conflitto gruppi sociali. Possiamo ancora oggi catalogarli secondo il tipo di conflitto che esiste tra loro in base all’asse (territoriale o funzionale) e in base alla rivoluzione in cui sono implicati.

Ecco i quattro cleavages rivisitati su base francese e contemporanea:
Centro/Periferia (Asse territoriale e rivoluzione nazionale): questa frattura presenta un conflitto a livello territoriale in cui la periferia si oppone al tentativo del centro di omogeneizzare l’aspetto culturale, e rivendicano quindi la loro identità.

L’identità francese per secoli è stata rappresentata dall’unione nazionale e dalla Repubblica. Ma, morta la nazione con l’organizzazione pattizia sovranazionale dell’Unione Europea e assai ridotto il peso ideologico della Repubblica nel pensiero del mondo, lo scontro si è sposto tra coloro che hanno o rivendicano le loro identità (territoriali – confessionali – etniche) e chi ne professa il loro annientamento in favore di una non ancora declinata alternativa futura.

Stato/Confessioni (Asse funzionale e rivoluzione transnazionale): per quanto riguarda questa frattura, il conflitto è di natura funzionale perché vede un conflitto ideologico tra le ex elite del centro, poste in secondo piano dalla Globalizzazione. La Francia ha rivendicato negli ultimi decenni la forza dei principi della Rivoluzione del 1789 e del laicismo, ma nel far ciò, di fronte la Republique che ha difeso i principi laici con sentenze, in forma preponderante si è affacciato il voto confessionale, inimmaginabile solo quindici anni addietro. Ciò vede i cittadini di origine islamica votare in blocco i candidati della sinistra, pronti al secondo turno a sostenere Macron e il fronte cattolico sempre più vicino al FN. Le Pen che fedele al nazionalismo francese non pone alcun riconoscimento essenziale alla confessione cattolica.

L’ambito rivoluzionario risiede in questo caso nei blocchi religiosi, che dopo il secolo dei nazionalisti, hanno rilanciato le loro influenze in maniera globale, legandosi in battaglie transnazionali e in alcuni casi militari.

Città/Campagna(Asse territoriale e Globalizzazione): . Analizzando il voto francese del primo turno delle scorse presidenziali, si noterà immediatamente di come i voti per il candidato liberista Macron si siano concentrati in particolar modo nelle aree metropolitane, con la città globale Parigi protagonista. Da una parte quindi i grandi centri urbani e dall’altra i paesi e la campagna. Da una parte l’Ovest che guarda al Mediterraneo più ricco e dall’altra l’Est Mediterraneo e continentale impoverito dalla crisi. La mappa del voto al primo turno delle presidenziali francesi evidenzia con grande efficacia l’efficacia della frattura di Rokkan e Lipset.
Capitale/Lavoro(Asse funzionale e rivoluzione Finanziaria ): questa è una frattura senza patria, senza leggi e fluida. In altri termini possiamo dire che è stata presente nell’epoca post-industriale di tutti i paesi che hanno conosciuto la globalizzazione. La politicizzazione di suddetta frattura, nasce nel mondo contemporaneo con la globalizzazione, la fine di destra e sinistra e l’innalzamento a soggetti geopolitici di organizzazioni di natura finanziaria e di enti legislativi non legittimati elettoralmente. La loro genesi che parte con la fine di Bretton-Woods ha portato il mondo a concepire una nuova dialettica dove la finanza impera producendo una legittimità che fa leva sulla deregolamentazione dei mercati, la fine degli Stati nazione (a eccezione di Usa – Russia – Iran – Cina ) e una concentrazione della ricchezza mai così forte nel mondo. Da un lato la periferia della città globale a cui sono stati strappati tutti i diritti e dall’altra lo strapotere istituzionale, economico e mediatico della finanza. Così il popolo vota per partiti come il Front National mai così lontani ideologicamente, mentre la borghesia e la burocrazia sostengono un’ex banchiere che ha già promesso la fine del vecchio welfare in Francia.

Così le fratture assomigliano sempre più a voragini e quella del secondo turno sarà solamente una battaglia, poichè la guerra è ancora lunga e composta da schieramenti ancora incerti. Sintesi del Requiem per un continente. La fu Europa.

Haussmann é ancora di attualità?

Mentre a Roma le amministrazioni comunali si succedevano dimostrando, ancora una volta, la pochezza del dibattito culturale intorno alla vita della città, a Parigi  veniva inaugurata una mostra che, stabilendo una dialettica con il passato getta un ponte sull’avvenire.

La mostra Paris Haussmann, modèle de ville che ha aperto le sue porte a fine Gennaio al padiglione dell’Arsenale e che, visto il successo, resterà aperta fino ad inizio Giugno, invita a prendere ispirazione dal tessuto urbano haussmaniano nella costruzione della città sostenibile.

Con piu’ di ventimila abitanti per km quadrato, Parigi é la città piu’ densa d’Europa e rientra nelle cinque città piu’ dense al mondo. Questa caratteristica, lontano dal rendere la città insopportabile o invivibile è sentita in maniera positiva. L’eredità del paesaggio urbano haussmaniano é ancora molto forte, considerando che il 60% del tessuto parigino é stato costruito tra il 1850 e il 1914. Attraverso cartografie, disegni, piante e modelli viene analizzata la forma urbana concepita nella seconda metà del XIX secolo dal barone Haussmann al fine di comprenderne il senso e trarne degli insegnamenti per la costruzione della città di domani.

La mostra, concepita e organizzata dal brillante studio italo-francese LAN, mette innnanzitutto in evidenza la ricchezza della maglia urbana parigina che non si riassume ai grandi boulevard. Alcuni, i grandi assi nord-sud, hanno riordinato e riorganizzato la forma stessa della città, sfruttando i tracciati originari ma questa grande maglia é completata da una rete secondaria e da una rete terziaria, fine e ramificata che permette l’accesso ai diversi isolati e alla circolazione al loro interno. Tutto questo intricarsi di strade fanno di Parigi una delle ville in Europa dove si cammina di piu’: quasi la metà degli spostamenti nella capitale franacese si effettua  a piedi.

 

Tracciato delle vie primarie, secondarie e terziarie a Parigi

I LAN, constatano inoltre che nessuna forma urbana proposta a Parigi dal 1910 ad oggi uguaglia la densità raggiunta dall’operazione effettuata da Haussmann. Nell’isolato haussmaniano, l’equilibrio tra pieni e vuoti è saggiamente pensato, gli edifici sono compatti e poco profondi. Oggi si costruisce con uno spessore che va da un minimo di dieci metri in su, mentre l’edificio haussmaniano presenta uno spessore tra i sette e i tredici metri al massimo e cio’ permette una “comoda” doppia o addirittura tripla esposizione, favorita dal fatto che l’altezza pavimento-soffitto non scende sotto i tre metri, permettendo la piena penetrazione della luce. Questi accorgimenti rendono accettabile la densità.

Un tipico isolato haussmaniano

Archetipi dell’habitat parigino, gli edifici pensati dal barone Haussmann, hanno dimostrato la capacità di adattarsi a importanti trasformazioni, senza la necessità di demolizioni o pesanti trasformazioni. La grandezza degli appartamenti é stata facilmente modificata per aumentarne la frammentazione in rapporto al crescere degli abitanti. Interi piani o addirittura interi immobili hanno cambiato l’uso: abitazioni in origine, trasformati in uffici, ridivenuti appartamenti.

Chiaramente, come tengono a precisare i due commissari della mostra, non si tratta di riprodurre il modello haussmaniano, piuttosto, questo lavoro di analisi li ha convinti che il modello haussmaniano é portatore di un insieme di caratteristiche che rendono possibili un insieme di equilibri fondamentali: la mobilità tre lunghe e corte distanze, la densità, la viabilità e la vivibilità,la flessibilità e la resilienza, l’omogeneità e la diversità.

Medio Oriente e conflitto siriano

Secondo le stime delle Nazioni Unite, la guerra siriana ha causato circa 400 mila vittime ed ha costretto oltre 11 milioni di persone ad abbandonare le proprie terre. La desolazione di ciò che resta di Aleppo è, se possibile, ancor più devastante se raccontata con lo sguardo dei bambini, vittime inermi di sei anni di guerra.
La crisi in Siria, nonostante sia al centro delle cronache internazionali dal 2011, risulta ancora difficile da decifrare. Sulla complicata scacchiera della Siria, muove le sue pedine la potente comunità alauita, da sempre schierata al fianco del presidente siriano Bashar al-Assad.
In quella regione si concentrano da molto tempo diversi interessi, spesso contrastanti tra loro. Attualmente Mosca appoggia l’avanzata dell’esercito di Damasco, mentre Washington continua a sostenere i peshmerga curdo-iracheni nella lotta contro il sedicente Stato Islamico. La Siria deve voltare pagina. E per fare ciò, la strada che le famiglie alauite indicano è quella di una pacificazione attraverso la costruzione di un nuovo Stato laico e democratico.

Parlando di Medio Oriente, cercheremo di comprendere quali siano le radici culturali alla base del conflitto in questione. Iniziamo con lo spiegare chi siano gli alauiti e perché, sapere chi siano, è così importante in questo momento storico.
Gli alauiti sono un minoranza religiosa musulmana che è attualmente al potere in Siria. Sono, inoltre, l’unica minoranza musulmana rimasta al potere nel mondo arabo. La loro è una vicenda che dura da mille anni. Una vicenda che è stata per molto tempo sconosciuta, tenuta segreta perché per molti secoli questo gruppo religioso è stato costretto ai margini della storia del Medio Oriente. Gli alauiti vivevano nascosti, dissimulando le loro reali credenze perché considerate eretiche dalla maggioranza dei musulmani.
A differenza degli altri musulmani, la teologia degli alauiti è basata su differenti credenze. Questi, infatti, credono che Ali, considerato un califfo sia dai musulmani sciiti che da quelli sunniti, sia in realtà la reincarnazione di Dio in terra. Credono, inoltre, nella trasmigrazione delle anime ed ancora, seppur riconoscendoli, non praticano i cinque pilastri dell’Islam. Non praticano il Ramadan (il digiuno), e neppure si recano in Moschea per pregare. Si comprende bene perché il resto dei musulmani li considerino eretici.

Figura chiave dell’alauismo è Soleyman Effendi. Effendi fu l’iniziato alauita che nell’Ottocento, per primo, pubblicò un libro nel quale rivelava i loro segreti. Fu una figura straordinariamente complessa che sconvolse tutte le credenze religiose della sua epoca, dall’Islam al Cristianesimo fino all’Ebraismo. Improvvisamente poi, gli alauiti, da comunità emarginata, diventarono il centro del governo siriano con l’ascesa al potere di Hafiz al-Assad (padre di Bashar). Nel 1971, a seguito del colpo di Stato ba’thista, Hafiz al-Assad divenne Presidente della Repubblica siriana con una Costituzione che non prevedeva neppure che il Presidente stesso, dovesse praticare l’Islam. Questo perché gli alauiti temevano, appunto, che gli altri musulmani li accusassero di essere dei miscredenti.
Questo ci fa capire una cosa del mondo musulmano, una cosa assolutamente importante: l’Islam non è unico. L’Islam, infatti, non può essere certamente rappresentato dagli integralisti o dai fondamentalisti, i quali sono solamente una piccola percentuale di quello che è l’universo di un miliardo e trecento milioni di musulmani nel mondo. In realtà, l’Islam è formato da tante correnti che certamente ne complicano ma ne arricchiscono anche la molteplicità.

Dunque, le radici del conflitto siriano sono anzitutto da rinvenire in questa pluralità di soggetti. Ma anche in quelle alleanze politiche e geopolitiche che si sono avvicendate fino al giorno d’oggi. Gli alauiti siriani, per legittimarsi sul proprio territorio, si sono alleati con l’Iran sciita, il quale ha dato loro una sorta di protezione. Tale alleanza è il perno che ha costituito l’asse della mezza luna sciita, che da allora è in contrapposizione all’asse della mezza luna sunnita: ecco il cuore del conflitto siriano. Se non si analizza ciò, non si è in grado di comprendere cosa sta succedendo e perché.
È però anche vero che simili vicende sono anche profondamente contraddittorie. Erdogan, per esempio, che oggigiorno è in prima pagina su tutti i giornali, era colui che in un primo momento aveva sostenuto l’opposizione ad Assad. Tuttavia, resosi conto della malaparata e della guerra persa, ha dovuto allearsi con il Cremlino e con l’Iraq. E proprio il 13 marzo scorso, ad Astana, sono cominciati altri negoziati, nei quali Russia, Iran e Turchia si sono sedute allo stesso tavolo. Tutto ciò, a 6 anni esatti dall’inizio della rivolta siriana contro gli Assad.

Dal canto loro, gli USA, con la Clinton in particolare, durante la presidenza di Obama, hanno cercato di guidare da dietro questa rivolta (da qui la formula “leading from behind” cucita intorno alla dottrina estera della appena conclusa presidenza americana). Ciò, tuttavia, ha generato una grave conseguenza (forse) non prevista. In tal modo, infatti, si è dato il via libera a quei jihadisti che, scontrandosi con il regime siriano, hanno in seguito distrutto la Siria.

Al contrario la Russia e l’Iran, sono riusciti ad imporsi in tutto il quadro geopolitico mediorientale. Più precisamente, sono riusciti a sfruttare gli errori del Medio Oriente, dell’Afghanistan e soprattutto dell’Iraq. Sia Mosca sia Teheran hanno saputo sfruttare a loro vantaggio quelli che sono stati gli errori degli occidentali e dei loro alleati. Anzi, probabilmente più che Putin, il vero vincitore di questo conflitto per ora parrebbe essere l’Iran. Quell’Iran che ha dato vita ad un asse che partendo da Teheran, attraversa Baghdad (il cui governo è filo sciita), passa per Damasco ed arriva fino alle sponde del Mediterraneo con gli Hezbollah libanesi. Anche la Russia ha voluto entrare in scena da protagonista ed infatti, attualmente, in Libia, che è il paese che riguarda più da vicino l’Italia, per poter trattare con le loro autorità bisogna passare prima per il Cremlino.

A tal proposito, molti analisti ritengono che l’Italia, appoggiando in Libia il governo sponsorizzato dalle Nazioni Unite, avrebbe in qualche modo appoggiato “il cavallo perdente”.
Nella Libia di oggi, infatti, da dopo la caduta di Gheddafi, c’è una gran “voglia dell’uomo forte”. Successivamente ai bombardamenti del 2011, la Libia è stata lasciata al suo destino, ed oggi, purtroppo, si ha a che fare con uno Stato quasi “somalizzato”, vale a dire praticamente sbranato dalle varie fazioni islamiste e non. In molti ritengono che la soluzione a ciò sarebbe da ricercare nella creazione di zone adibite non soltanto al salvataggio dei profughi, ma anche alla ri-civilizzazione della Libia stessa. Zone, quindi, nelle quali tornare ad avere una vita normale.
È possibile notare un’analogia tra la Libia di oggi e la Libia in cui prese il potere Gheddafi. Il filo conduttore tra le due epoche storiche è sempre l’appetito delle potenze esterne per quel petrolio che costituisce da lunghissimo tempo il vero bottino libico. Sono, difatti, anche oggi coinvolte l’Egitto, la Russia, gli Stati Uniti e financo l’Italia, per cui la Libia rappresenta da sempre una sponda strategica nel Mediterraneo.

Secondo molti analisti in questo momento, dopo gli insuccessi della Clinton, con Trump, gli USA potrebbero avere le opportunità per ricostruire una politica estera pragmatica e realista. Gli stessi ritengono, altresì, che la Siria rappresenti proprio una di queste chances. Proprio Raqqa, in effetti, intorno alla quale gravitano sette eserciti diversi (un po’ come nella battaglia di Berlino del 1945), potrebbe essere il primo test per provare a vedere se da un mondo bipolare o unipolare si possa passare ad un mondo multipolare con esiti positivi.

Pertanto, l’Iran, insieme alla Russia, è diventato un player decisivo anche nella questione degli alauiti. L’Iran ha appoggiato l’ascesa di Assad al potere e vorrebbe che restasse al governo della Siria. In teoria, la Russia sarebbe anche disposta ad una “transizione ordinata” di tale regime, ma di fatto, il Cremlino, dopo aver messo le sue basi militari sulle sponde del Mediterraneo, di certo non vi rinuncerà facilmente.
Si può dunque sostenere che Assad incarni oggi “il nemico perfetto” per le potenze sunnite. È l’esponente di una minoranza considerata miscredente, dunque invisa a Turchia ed Arabia Saudita, che è al governo di un Paese, il quale forse era destinato ad essere smembrato per poi essere spartito tra queste. È qui opportuno ricordare, inoltre, che Erdogan, prima di allearsi con la Russia e con l’Iran, aveva intenzione di portarsi via Mossul dall’Iraq ed Aleppo dalla Siria.

Samir Kassir, giornalista, attivista e docente libanese, ucciso nel 2005, aveva descritto “l’infelicità araba”. Oggi si potrebbe dire che questa pervada ancora l’animo di chi vive in quell’area del pianeta. Simile sensazione è stata generata prima dalla presenza coloniale dell’Occidente ed in seguito dalla nascita dei regimi dittatoriali post coloniali, i quali non hanno permesso a tale regione del mondo di ambire ad un sviluppo autonomo significativo.

Nei libri di storia arabi, purtroppo, non viene mai raccontato il vissuto degli alauiti. Una parte dell’Occidente l’ha forse rimosso colpevolmente? Molti analisti ritengono di si, ma allo stesso tempo sostengono anche che l’Occidente abbia fortemente strumentalizzato tale gruppo religioso.
Secondo questi, infatti, i francesi, in quell’ottica di dividi et impera imperiale, che ha da sempre contraddistinto la civiltà occidentale, avrebbero strumentalizzato gli alauiti, facendone addirittura uno Stato (negli anni Venti del secolo scorso).

Ma, adesso c’è necessità di descrivere una storia diversa. Una storia in cui tutte le minoranze del Medio Oriente abbiano una propria dignità. Ricordiamoci degli esuli che sono stati massacrati dall’ISIS e dei cristiani che stanno scappando dal Medio Oriente. Questo, e non solo, ci dovrebbe far capire che il mondo arabo (e musulmano in particolare) non è quel monolite che spesso viene raccontato.

Occhi che non vedono. Le tribune di Tor di Valle

Non è facile scrivere del nuovo stadio della AS Roma e dell’ippodromo di Tor di Valle in giorni in cui su qualsiasi giornale abbondano le foto e le opinioni sul progetto e sull’area destinata (forse) ad accogliere il nuovo complesso sportivo.

E infatti non è di questo che parleremo. Gli interventi polemici, le dichiarazioni politiche, le prese di posizione di detrattori e difensori del progetto sono cronaca di questi giorni, ed è giusto che siano altri ad occuparsi delle evoluzioni di questa storia.

Non volendo dunque parlare di tutto questo ed evitare di aggiungere altre voci al caos che ci soffoca, sembra importante soffermarci su una questione che sta alla base del modo di intendere la forma e l’architettura della città, ovvero i modi delle sue evoluzioni e le intenzioni che le generano.

Partendo dalla cronaca di questi giorni è possibile formulare alcune considerazioni, e nel farlo, le tribune del vecchio ippodromo di Tor di Valle, ci danno un importante momento di riflessione. Infatti è
di pochi giorni fa la comunicazione, da parte della Soprintendenza all’archeologia, belle arti e paesaggio di Roma, di essere intenzionata ad avviare un procedimento di vincolo sulle (malandate) opere dell’architetto Julio Lafuente, realizzate tra il 1958 e il 1959 con l’utilizzo di strutture resistenti per forma, ovvero manufatti in cemento armato capaci di coprire luci notevoli poggiando solo su un grande pilastro centrale. Quest’opera fu subito considerata un eccellente esempio di architettura ed ingegneria  e ancora oggi, se si sa guardare dietro i calcinacci e le superfetazioni che ne hanno profondamente cambiato l’aspetto, si riconosce l’immagine di un momento della nostra storia durante il quale i grandi progettisti sembravano impegnati in una gara per riuscire ad utilizzare il cemento armato e le sue forme nel modo più ardito ed efficiente. Gli esempi contemporanei abbondano e le realizzazioni di Pier Luigi Nervi, Silvano Zorzi e Riccardo Morandi (il cui viadotto sulla Magliana si vede dalla pista dell’ippodromo e che abbiamo già incontrato parlando del suo ponte a Catanzaro), costituiscono solo alcuni tra i nomi impegnati in quegli anni nell’esplorazione di una “nuova” tecnologia costruttiva.

Le tribune di Tor di Valle continuarono il loro lavoro per oltre mezzo secolo, seppure con difficoltà e rimaneggiamenti: si sostituirono le vetrate basculanti, si chiusero gli spalti con delle grandi e sgrammaticate superfici in vetro e alluminio e si giunse, infine, all’abbandono nel 2013 con la chiusura dell’impianto e l’oblio nei confronti di quella pagina di storia dell’architettura. Da allora, in quella parte di città, abbracciata da un’ansa del Tevere e grande 120 ettari (una volta e mezza Villa Borghese), si è atteso che qualcuno ne decidesse il destino, fino a quando non si pensò di realizzarvi il nuovo stadio di cui le cronache danno ampia argomentazione. E a (quasi) nessuno sembrò strano che delle tribune così malandate e abusate potessero essere demolite per lasciar spazio alla nuova forma della città.

Fino a quando non ci si è accorti (di nuovo) della loro presenza e si è deciso di avviare la ben nota procedura di vincolo. Il tutto tra le inevitabili polemiche aperte ad ogni livello, con chi sostiene che la qualità degli edifici sia modesta e loro inadeguatezza sismica (del resto ovvia, essendo state costruite cinquant’anni prima delle norme attualmente vigenti in tale tema) ne possano ampiamente giustificare la demolizione.

le tribune dell’ippodromo di Tor Di Valle, 21 febbraio 2017

In tutto questo rincorrersi di opinioni, non sembra ci si sia occupati veramente della questione di fondo, ovvero alla necessità da parte di architetti, storici e amministratori, di farsi carico tanto della tutela delle opere significative della nostra storia (anche recente), quanto della divulgazione di quelle qualità che non possono essere capite dalla collettività se prima non si è abituati a riconoscerle.

Ed è proprio la questione del riconoscimento e della tutela delle opere di architettura ad essere attuale, e mai come in questi giorni, chiaramente irrisolta. L’ippodromo di Tor di Valle è l’ultimo caso di una lista sempre più lunga nella quale lo stadio Flaminio di Nervi, il velodromo di Ligini all’EUR (demolito nel 2008), la casa della scherma di Luigi Moretti e il Foro Italico sono solo alcuni precedenti illustri e drammatici. I vincoli si sono spesso tradotti in abbandono, senza finanziatori privati che vogliano investire sulla riqualificazione di queste opere e senza che le amministrazioni pubbliche abbiano il coraggio di farsi carico di restauri e ripristini costosi e problematici (non meno di un qualsiasi altro edificio di cui però sia riconosciuto il valore storico).

Tale indifferenza nei confronti dell’architettura degli anni recenti comporta essenzialmente due gravi problemi: l’incuria degli edifici e la conseguente incapacità di lettura e di riconoscimento delle  loro qualità. Causa ed effetto sono in questo caso ruoli interscambiabili.

Per riuscire a superare questa grave condizione bisogna tornare a riconoscere le qualità di queste opere e contemporaneamente  difenderle considerandole non simulacri di un passato, ma oggetti vivi e significanti del nostro divenire. Il modo migliore per far vivere e “invecchiare bene” questi edifici è continuare ad utilizzarli, evitando di rinunciare a quell’utilitas che è una delle condizioni necessarie e imprenscindibili per la qualità dell’architettura e per il suo mantenimento.

 

 

Altre immagini sul progetto di Julio Lafuente sul sito http://www.studiolafuente.it/ippodromo_tor_di_valle.html

 

Colombia – Tra ferite e cicatrici

La guerra che non passa, il dolore che non riesce a scalfire la ragione. Sembra questo l’epilogo del risultato al referendum consultivo sul Trattato di Pace in Colombia con le FARC. Il popolo Colombiano, chiamato a esprimersi sul raggiungimento della pace con le FARC al 51,3% si è pronunciato per il “no”. Un “no” di sicuro pesante, di certo non banale, che lascia margini per la Pace. Qualora il risultato fosse stato inverso, esso stesso con la percentuale ottenuta, non sarebbe bastato. Infatti, come la storia insegna per creare concordia e pace serve un’ampia convergenza. In Italia non lo seppero fare i Piemontesi prima e poi i Fascisti e gli antifascisti. Così, dopo la vittoria a sorpresa del “no”, il Presidente della Repubblica Colombiana Santos si è voluto confrontare con i principali oppositori all’accordo con le Farc.

In primis con l’ex presidente Alvaro Uribe, ex alleato, ora avversario politico. Al termine dell’incontro ha espresso un prudente ottimismo, dichiarando che «tutti vogliamo la pace». L’ex presidente e ora capo del fronte avverso all’accordo Uribe ha elencato i punti dell’accordo che andrebbero rivisti. Essi sono: le modalità della cosiddetta “giustizia di transizione”, la futura rappresentazione politica delle Farc, il narcotraffico e le rivendicazioni delle vittime del terrorismo. Appare strano questo argomentare il NO, eppure da Twitter se ne evince il motivo. Infatti, il trending topic della Top5 del social media che si è imposto in occasione del referendum colombiano è stato un bizzarro “sì ma no”: #SiALaPazPeroEstaNo .

Il Governo di Santos, così come tutte le opposizioni, si sono dette favorevoli al mantenimento del cessate il fuoco bilaterale.

“La pace per la Colombia è vicina, e la raggiungeremo”, ha assicurato Santos, che si è detto impegnato nell’esplorazione di “ogni cammino possibile per arrivare all’unione e la riconciliazione dei colombiani” e ha sottolineato che le conversazioni con l’opposizione devono servire “non solo ad arrivare a una nuova intesa con le Farc, ma soprattutto a rafforzarla”.

Dal No al Referendum le Farc sono rimaste un po’ spiazzate. Se da un lato attendono nuove indicazioni di pace, dall’altro attendono di riorganizzarsi militarmente in caso di un No, tanto lontano, ma che apparirebbe definitivo.

Il leader delle Farc, Rodrigo Londono, alias Timoshenko, sul suo account Twitter ha domandato:

«Da quel momento in poi continuerà la guerra?», giorno di fine del “cessate a fuoco bilaterale”, posto nuovamente al 31 ottobre.

Come a dire che è il Governo centrale e le opposizioni rappresentate nell’assemblea parlamentare a doversi esprimere in tal senso. Ponendo con le spalle al muro e addossando ogni responsabilità di un ritorno alle armi all’assemblea parlamentare colombiana e al suo organo legislativo. Questo Santos lo sa, nonostante sia il più forte sostenitore della pace con le Farc, conosce il valore che la storia potrà dare alla sua tenacia e alla sua decisione, nel bene e nel male. A ciò ha fatto seguito un nuovo tweet delle Farc che ha chiamato il popolo colombiano ad appoggiare l’accordo finale con una grande mobilitazione lanciando l’hashtag #PazALaCalle, la pace in piazza.

Alla Colombia e al suo popolo la possibilità di chiudere una stagione di sangue, odio e di un tempo che forse passerà, portandosi dietro le sue ferite. Ferite da rimarginare, con cicatrici da mostrare con fierezza al mondo. Cicatrici che ha voluto innanzitutto l’Occidente. Quando 27 maggio 1964 l’esercito colombiano con il sostegno della CIA diede l’avvio ad una vasta offensiva (16.000 soldati schierati) contro i contadini auto organizzati di Marquetalia. Poi vennero le Farc e la loro storia di guerra e sangue, come di chi le aveva fatte nascere. Che la Colombia mostri fiera le sue cicatrici di pace e l’occidente si mostri per una volta ferito nella sua ipocrisia.

Carney – L’uomo che sfida la Brexit

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