Home / Tag Archives: news (page 3)

Tag Archives: news

Il Risiko! delle Banche Centrali

C’è un gioco di tattica e strategia che in molti aspetti ricalca l’economia, il Risiko!. Come spesso accade nel gioco inventato dal regista francese Albert Lamorisse i giocatori che stanno perdendo, come se vi fosse un tacito accordo, iniziano ad attaccare il concorrente che sembra più prossimo a vincere la partita. Lo stesso ragionamento lo stanno portando avanti le Banche Centrali occidentali.

Con una mossa tanto attesa quanto sperata il Governatore della Reserve Bank of Australia Glenn Stevens ha tagliato i tassi d’interesse di un quarto di punto, portandoli al 3%. Per spiegare l’importanza di questa decisione basta pensare che l’Australia non raggiungeva un livello del genere dal 1960, l’anno in cui la Commonwealth Bank venne accantonata dall’Australia per far spazio all’odierno istituto. Secondo alcuni analisti i tassi d’interesse australiani rimangono troppo alti, soprattutto se paragonati a quelli che ormai rasentano lo zero di Unione Europea, Stati Uniti d’America e Gran Bretagna. Ma, dal quartier generale della Reserve Bank of Australia (RBA) di Sidney non se ne preoccupano dato che nel solo terzo trimestre il Prodotto Interno Lordo è cresciuto del 3,1. Un risultato ottimo in tempi di congiuntura mondiale, ma minore rispetto le aspettative. Ad ogni modo i “dadi sono stati lanciati” e l’Australia la propria mossa, per ridare vigore alla propria economia, l’ha fatta.

Per tornare al “Risiko!” è come se il primo attacco fosse stato lanciato dall’Oceania in attesa delle mosse degli altri concorrenti intenzionati a contrastare il giocatore in vantaggio. Tra i concorrenti più intenzionati a invertire una partita, che al momento sembra basarsi sulla sola e mera sopravvivenza, ci sono l’Unione Europea e la Banca Centrale Europea. Come di consueto accade ogni primo giovedì del mese, l’istituto di Francoforte si riunirà per decidere quali strategie adottare per contrastare la crisi economica e finanziaria e allo stesso tempo cercare di favorire la crescita.

La mossa attesa ed al momento auspicata da molti nel “vecchio continente”, sembra voler ricalcare quella della RBA, ovvero un nuovo taglio ai tassi d’interesse. Calcolando che la stessa decisione molto probabilmente in queste ore verrà presa dalla Banca Centrale del Canada, il governatore della Banca Centrale Europea Mario Draghi si troverà nelle prossime ore di fronte ad un bivio. O persegue in nuova LTRO o taglia i tassi d’interesse. Per LTRO s’intende il piano di rifinanziamento a lungo termine, inaugurato e progettato dal Governatore Mario Draghi, che consiste in un’asta di liquidità in cui la BCE concede un prestito alle banche richiedenti, della durata di 3 anni e con un tasso d’interesse agevolato dell’1% annuo. Il cosiddetto LTRO (long term refinancing operation) si è rivelato un piano inefficace e per molti aspetti è sembrato essere l’ennesimo “regalo” della Banca Centrale Europea ai banchieri.

Secondo gli esperti di Ig “Il pessimo quadro macro e il rallentamento dell’inflazione negli ultimi mesi” dovrebbero aprire la porta ad un taglio dei tassi di interesse al nuovo minimo storico dello 0,5%” che significherebbe una riduzione di 25 punti base. Questa al momento sembra l’unica strategia e mossa adottabile da Mario Draghi. Le strade sono due. La prima porta ancora al LTRO e a dare fiducia ai banchieri, la seconda con il taglio dei tassi d’interesse dovrebbe agevolare l’industria. Di fatto per gli analisti di Ig a partire da questo giovedì ed entro il prossimo febbraio la BCE dovrebbe effettuare un nuovo taglio dei tassi.

Così come nel Risiko! Anche nel mondo reale per effettuare un attacco o cambiamento realmente radicale bisogna aspettare la mossa del giocatore situato nel Nord America. Per chiarire il concetto, subito dopo la mossa della BCE, ci si aspetta che la Federal Reserve statunitense giochi la propria partita. Quel che è certo è che, nell’ultima riunione annuale della Federal Reserve, Ben Bernanke sarà chiamato ad aggiornare la politica monetaria statunitense.

Secondo Jeffrey Lacker, presidente della Federal Reserve of Richmond, la Federal Reserve sta perdendo credibilità. Noto per aver bocciato senza esitazione le sette proposte dell’istituto guidato da Ben Bernanke nel corso del 2012, compresa quella riguardante l’attuazione del Quantitative Easing 3, egli sostiene che i cosiddetti “QE3” servano a drogare il mercato. I quali se hanno il merito di una ripresa finanziaria a breve termine, potrebbero a mio parere esser scontati e ripagati successivamente dalla classe media e dai consumatori in generale dati gli alti tassi d’inflazione.

Per dirla breve BCE, Federal Reserve e Reserve Bank Australia stanno attaccando simultaneamente il nemico chiamato “crisi”. In modo da contrastare l’espansione economica e geopolitica della Cina e dell’immortale Russia. La sensazione è che stiano mandando troppo spesso le truppe allo sbaraglio. E quelle truppe non siamo altro che noi.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

Luxottica a difesa dell’Italia

Tempo fa, sempre da questo blog, raccontai la meravigliosa storia di un imprenditore che partendo da un istituto per bambini orfani riuscì in soli tre decenni ad essere il simbolo del “miracolo italiano”. Nella trattazione della sua storia e nell’analisi della società Luxottica, evidenziai come ci fosse qualcuno che nell’epoca della globalizzazione, era riuscito con successo a rimarcare l’italianità nel produrre. Quell’italianità che si nota nella maniacale cura del particolare, nella straordinaria forza lavoro e in quel lavorare con passione che nel Veneto è divenuto uno dei valori cardini della società civile. Il lavoro non è solo il fondamento della fonte gerarchica per eccellenza, ovvero la Costituzione, ma in esso è possibile evincere la grandezza del nostro artigianato e l’eccellenza delle conoscenze tecnologiche industriali di quel che un tempo costituiva il “bel paese”.

A distanza di pochi mesi dall’articolo a cui rimandavo nelle precedenti righe, trovo conferma di quel che affermavo nell’operazione che per l’ennesima volta ha visto Leonardo Del Vecchio e Luxottica a difesa dell’Italia. E’ di martedì il comunicato di Salmoiraghi & Viganò che annuncia il signing con il quale Luxottica, a fronte di un investimento esclusivo di 45 milioni di euro per l’aumento di capitale, acquisterà il 36% della società. Il tutto in un’alleanza di fatto con la Famiglia Tabacchi sotto forma di patto parasociale. All’interno del patto parasociale siglato dalla Famiglia Tabacchi ed il gruppo di Agordo è presente una call che tra quattro anni potrà far acquistare, ad entrambi i soci vincolati dal patto parasociale, l’intero pacchetto della catena di occhialeria.

La Salmoiraghi & Viganò è il maggior gruppo per la vendita di occhiali al pubblico, con una quota che si avvicina al 10% dell’intero mercato nazionale. Negli ultimi anni però l’acutizzarsi della crisi del settore ha portato in rosso i bilanci del gruppo. In special modo i report finanziari dell’ultimo biennio hanno evidenziato ricavi inferiori ai 300 milioni di euro, molto al di sotto della quota mercato base per mantenere in salute la catena di occhialeria.

Da qui è nata l’esigenza di trovare nuovi soci per la Famiglia Tabacchi, con il pericolo che la catena di cinquecento negozi potesse passare a gruppi stranieri. Infatti, nell’italica penisola, negli ultimi due decenni (dal dopo Tangentopoli) si sta sempre più consolidando la prassi di vendere allo straniero pur di non vedere la crescita di qualche competitor nazionale. Ne sono esempi lampanti: la multinazionale Parmalat, il gruppo energetico Edison e la Banca Nazionale del Lavoro.

Salmoiraghi & Viganò fino ad inizio autunno sembrava destinata allo stesso percorso delle sopracitate società vendute all’estero. Eppure, tra smentite del patron Leonardo Del Vecchio ed ammissioni dello chief executive officer Andrea Guerra, Luxottica è riuscita nell’acquisizione della quota capace di mantenere il gruppo di occhialeria italiano. Per Luxottica l’acquisizione di un occhialeria in Europa segna un cambio di passo e di strategia nel vecchio continente, sinora il gruppo di Leonardo Del Vecchio aveva effettuato acquisizioni in questo campo, esclusivamente nel mercato statunitense (LensCrafters e Pearl Vision) e nell’America Latina con Gmo. Sarà che in quella zona del Veneto si è combattuta la I Guerra Mondiale, ma il motto sembra esser rimasto – Non passa lo straniero! -. Sì, ora verrà da chiedersi perché i media nostrani parlano sempre del gruppo Fiat, che dopo decenni di aiuti statali minaccia perennemente di andarsene dall’Italia, ma la forza di Luxottica è da sempre nell’essere la più internazionale delle aziende italiane e la più italiana delle aziende che operano sul mercato internazionale. Le parole dell’Amministratore Delegato di Luxottica Andrea Guerra ne sono la conferma “Salvaguardare un’azienda che ha una storia tutta italiana e fermare l’espansione degli stranieri: è una responsabilità che sentiamo di avere nei confronti del nostro paese ”.

Quindi sebbene oggi a Roma il cielo sia plumbeo indossate i vostri Ray-Ban che sicuramente avrete nel cassetto e che da tredici anni Luxottica produce ed ha reso italiani. Perché come dice lo spot di una birra italiana ormai in mano sudafricana “A essere italiani c’è più gusto”. Andrea Guerra e Leonardo Del Vecchio questo lo sanno e lo dimostrano giorno dopo giorno, occhiale dopo occhiale.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

A "Mali" estremi

Da un biennio il Nord Africa è il fulcro dei cambiamenti geopolitici e dei conflitti militari di maggior interesse su scala mondiale. La crescita nel continente nero di potenze geopolitiche come la Cina, il ritrovato ruolo della Russia e il cambio di passo nelle cancellerie occidentali sono alcune delle cause di questi cambiamenti. Indubbiamente con l’ondata di semi-rivoluzioni della cosiddetta “Primavera Araba” alcune problematicità del Nord Africa si sono acuite.

Prima fra tutte quella legata al fondamentalismo islamico e al suo perpetuo coinvolgimento in tutte le rivolte ed agitazioni che riguardano i paesi islamici. La maggior parte delle problematicità del quadrante nordafricano dipendono dagli errori di analisi commessi dalle cancellerie europee nell’affrontare la guerra in Libia. Il risultato dell’intervento militare sotto egida NATO, oltre alla caduta e morte di Mu’ammar Gheddafi, è stato quello di rendere la regione ancora più instabile rispetto al periodo antecedente. Dall’intervento militare promosso dall’Eliseo e dall’ex Presidente Nicolas Sarkozy ne è scaturita, come effetto collaterale più evidente, la “Rivolta Tuareg” che ad oggi è l’antefatto della maggior preoccupazione per l’occidente ovvero la proliferazione nell’area di gruppi jihadisti.

L’escalation prende il via nella prima metà della scorsa estate quando il gruppo Ansar Dine ed altre organizzazioni legate ad al-Qa’ida dichiarano di aver preso possesso del Mali del Nord (Azawad). La “Battaglia di Goa” e la disfatta del Movimento di Liberazione dei Tuareg è il punto di non ritorno per il destino dell’intera area. Ad oggi il Mali del Nord potrebbe esser facilmente paragonato per due motivi all’Afghanistan di metà anni novanta. Il primo motivo risiede nella prolificazione di campi d’addestramento per le truppe ed i seguaci della Jihad islamica e nella costituzione di una base operativa internazionale. Il secondo motivo è nella superficialità con il quale i media occidentali affrontano il tema “Nord Africa”.

I paesi maggiormente coinvolti nell’area sono la Mauritania e l’Algeria. Ora se il primo è disposto a supportare un intervento militare, il secondo impegnato in un conflitto interno con le mai sradicate cellule islamiche opterebbe per una serie di negoziati. Sono di questa settimana le parole del portavoce del Ministero degli Esteri algerino Omar Balani, il quale nella conferenza stampa con i giornalisti stranieri, ha spiegato che l’attacco al Mali metterebbe a repentaglio la sicurezza interna dell’Algeria.

Vera protagonista della partita, come sempre quando si parla di Africa dall’inizio del nuovo millennio, è Parigi. Difatti con l’Amministrazione Obama a guida della Casa Bianca dedita alla prudenza nell’affrontare questioni internazionali non legate al Medio Oriente e con Russia e Cina impegnate nel mantenere ed accrescere interessi economici nell’area a tessere le trame di un probabile intervento militare è la Francia. Permane un problema per l’Eliseo nell’affrontare un intervento militare diretto che risiede nella volontà da parte del neo eletto Presidente della Repubblica Francese Hollande di non esser accusato di neocolonialismo. Al momento l’ordine a Parigi è quello di lavorare sottotraccia ad una risoluzione, in modo d’allontanarsi dal concetto imperialista di Françafrique e mantenere in vita i negoziati per la liberazione dei molti cittadini e cooperanti francesi ostaggio nell’area delle formazione jihadiste. Da questa scelta nasce la volontà di Parigi di affidarsi alla Comunità Economica degli Stati dell’Africa occidentale (Ecowas) per il supporto logistico e alle truppe dell’Unione Africana.

Tant’è che il Ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian ha dichiarato martedì che -La Francia non manderà ”truppe di terra” nel nord del Mali, ne’ effettuerà ”bombardamenti aerei” sull’area per aiutare i Paesi africani nella missione contro i gruppi islamisti che la occupano -. Si è detto invece disponibile alla probabilità che la Francia offra un contributo di ”intelligence” all’operazione militare africana, approvata domenica scorsa ad un vertice della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Ecowas).

Non mancano gli scambi d’informazioni e richieste da parte di Parigi ai maggiori alleati europei. Se vi starete domandando se tra essi compaia l’Italia la risposta è sì. Difatti il Ministro per gli Esteri Terzi di Sant’Agata, lo stesso che da mesi non riesce a riportare sulle basi del Diritto Internazionale i Marò impegnati in un’operazione internazionale antipirateria nell’Oceano Indiano, si è reso disponibile ad un coinvolgimento dell’intelligence e delle truppe italiane. Ora mentre Washington è disponibile a sostenere solo ed esclusivamente operazioni di peacekeeping e di contro-terrorismo, sulla base del modulo con il quale l’attuale e riconfermata Amministrazione Obama ha dato il via all’Africom e alle operazioni d’intelligence nel continente nero, la questione rimane all’Europa.

Sì perché l’Europa per storia e posizione geografica è l’entità maggiormente coinvolta ed interessata dalla destabilizzazione nordafricana. Nel Mali, nella mancata assistenza ai profughi e rifugiati libici e nelle bombe che ogni settimana le formazioni legate ad al-Qa’ida fanno esplodere in Nigeria.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

Messico: tra boom economico e calcio

Le elezioni per la Presidenza degli Stati Uniti d’America del 2008 suggellarono l’importanza della comunità afroamericana all’interno del tessuto sociale stelle e strisce. Le elezioni presidenziali della scorsa settimana hanno dimostrato come da ora in poi, Democratici e Repubblicani, dovranno sempre di più tener conto della comunità ispanica. Questo non solo per la perennemente in bilico Florida.

Per dirla in parole povere da adesso in poi, oltre al Congresso, a guardare sotto una nuova luce i “Greaser” dovrà esser anche il mercato. Sì, perché la comunità ispanica maggiormente rappresentativa, sta per vivere il proprio boom. Il paese su cui verte questa analisi è il Messico. Secondo il Fondo Monetario Internazionale la nazione devota a “Nostra Signora di Guadalupe” chiuderà il corrente anno con il Prodotto Interno Lordo che segnerà un rialzo attorno al 4%. Come per dire, che se fine ad un anno fa all’acronimo BRIC andava aggiunta la “s” del Sudafrica, adesso bisognerà trovare posto per la “m”. Il tutto accade nel mentre il paese è attraversato da una lunghissima ed apparentemente implacabile guerra tra i narcos per il controllo del mercato della droga. Mercato dei narcos che guarda, così come quello ufficiale, agli Stati Uniti d’America.

“Messico batte Brasile 4 – 2”. Ora a dispetto dell’avversione per il gioco più bello del mondo da parte del Premier italiano Mario Monti, la rivista gotha dell’economia mondiale ovvero The Economist, ha usato una metafora calcistica per indicare come il paese verde-bianco-rosso abbia recentemente superato la macropotenza brasiliana. Difatti, dopo l’inaspettata sconfitta della seleçao a Londra 2012, anche sul lato economico è arrivata la sorpresa messicana. Tant’è che il Brasile, dopo dieci anni d’incontrastata crescita economica al 6%, quest’anno vedrà un aumento del Prodotto Interno Lordo pari al solo 2% (il doppio della Germania ). Gli alti costi del credito, della manodopera ed il progressivo accrescimento del debito privato stanno rallentando la corsa del paese che ha segnato la crescita economica nello scorso decennio durante la Presidenza Lula. Un sorpasso, quello del Messico sul Brasile, che deve esser analizzato innanzitutto tenendo conto delle scelte macroeconomiche adottate dai due paesi latini.

Il dato ed elemento di differenziazione maggiore tra i due paesi risiede nei rispetti principali partner economici. Per il Messico gli Stati Uniti, per il Brasile la Cina. Da un lato Washington procede con in una lieve, ma costante ripresa. Dall’altro Pechino rallentando negli alti margini di crescita ha un minor bisogno delle materie prime brasiliane. E’ nella miopia di una classe politica la causa della frenata brasiliana, in quanto il paese sudamericano ha fatto dipendere la propria crescita dall’esportazione delle materie prime per dieci anni, senza affiancare ad esse, riforme strutturali per la produttività e le infrastrutture. Infrastrutture che vanno intese per l’intero tessuto produttivo brasiliano e non solo per la Coppa del Mondo del 2014 e Rio 2016.

Secondo Tony Volpon della Banca d’affari giapponese Nomura “Quando i salari reali aumentano del 4,5% annuo, senza incrementi della produttività, siamo di fronte ad una bolla”. Questo è quel che sta accadendo nel paese verde-oro. Il successo del Messico, nonostante i problemi legati al mercato della droga, risiede in prima istanza nelle politiche che hanno portato all’apertura dei mercati. Al consolidamento del trattato North American Free Trade Agreement che lo con gli Stati Uniti d’America ed il Canada. All’esser tornato centro di riferimento per tutta l’area latina. Il settore industriale, lo stesso che secondo Marchionne andrebbe estirpato dell’Italia, è rinato grazie ad un polo ad hoc. Importanza strategica hanno assunto le Maquilladoras (industrie di montaggio), che dal 1965 lavorano, soprattutto nei settori tessile e elettronico, per imprese del Nord America.

Negli ultimi de lustri si è imposto come uno dei cardini del settore industriale messicano anche il compartimento legato alla produzione di chimica e petrolchimica. Infine, nel Rapporto annuale del Fondo Monetario Internazionale si può constatare come in Messico vi sia una forte stabilità delle politiche fiscali e monetarie ed un livello di debito pubblico bassissimo. D’altronde i Messicani sono proprietari della loro moneta, mentre noi Europei no.

Questa però è un’altra storia che assomiglia sempre più al torneo calcistico di Londra 2012. Lì il Messico vinse, l’Europa nella sua totalità ottenne scarsi risultati e l’Italia nemmeno si qualificò. This is footbool, This is the economy.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

Perchè (quest’anno più che mai) le elezioni presidenziali americane ci riguardano da vicino

Con l’uscita di scena, nel maggio scorso, di Rick Santorum (il candidato conservatore omofobo e anti-abortista che dichiarava di voler porre fine alla separazione tra Stato e Chiesa in America), la corsa alle elezioni presidenziali 2012 sembrava destinata a rappresentare un modello paradigmatico dell’efficienza e della tenuta democratica del sistema americano, la cui virtù, come notava Toqueville, non si misura tanto dalla qualità del vincitore ma da quella dello sconfitto. A contendersi la Casa Bianca si profilavano da un lato il Presidente uscente e Premio Nobel, Barack Obama, dall’altro Mitt Romney, facoltoso venture-capitalist della costa orientale, con un dottorato ad Harvard in tasca ed un passato da (apprezzato) governatore del Massachusetts. Due candidati di estrema competenza, dunque, in grado di rappresentare la voglia diffusa in larghe fasce della popolazione di trascinare gli Stati Uniti fuori da un biennio di recessione e riportarli a competere con i grandi colossi emergenti a livello mondiale. E soprattutto, due moderati, come piace ripetere, quasi fosse un mantra, ai media locali.

Ora che la corsa entra nel vivo, tuttavia, lo scenario sembra modificarsi. Se da un lato Obama sembra puntare tutta la sua strategia elettorale sulla continuità con il precedente mandato e sulle tematiche di impatto sociale (famiglia, pari opportunità, occupazione ecc.), il governatore Romney sembra svestire i panni da moderato miliardario del nord est e vestire quelli, mai andati fuori moda nel suo partito, del vecchio sergente Hartman. Tutto è cominciato una decina di giorni fa, all’incontro con i cadetti del Virginia Military Institute, quando il governatore ha dichiarato: “E’ responsabilità del nostro presidente quella di usare il grande potere dell’America per fare la Storia– non per restare un passo indietro, lasciando il nostro destino in balia degli eventi”, e per poi concludere con una frecciata al rivale: “Non è ciò che avviene oggi in Medio Oriente con Obama”. E’ in questo modo che la politica estera è entrata in scena in una campagna elettorale quasi interamente focalizzata sull’economia e sul lavoro (data la disoccupazione al 7,8%), ma ci è entrata col botto.

Perché non ci vuole molto affinché discorsi sul “grande potere dell’America”, sul “fare la Storia” e soprattutto sul Medio Oriente ci rievochino gli otto anni di Guerra in Iraq e soprattutto gli oltre dieci e mai terminati di Guerra in Afghanistan, con un bollettino complessivo (purtroppo non ancora concluso) di circa 1 milione e quattrocento mila morti. Specie se nelle file repubblicane ricomincia a serpeggiare un certo machismo vecchio stile, con Romney Jr. (figlio maggiore di Mitt) che dichiara in radio di aver desiderato di “prendere a pugni” il Presidente al termine dell’ultimo dibattito televisivo. Specie se il programma elettorale repubblicano prevede un aumento delle risorse destinate alle forze armate, incentivi per l’industria pesante e ulteriori facilitazioni per il possesso personale di armi.

Si è ripetutamente accusato il Presidente Obama per tutte le cose che non sono state fatte. Tuttavia alcune di quelle che alcuni possono considerare mancanze stanno alla base dell’attuale equilibrio mondiale. Mi riferisco in particolare all’aver ripetutamente e fermamente resistito alle richieste israeliane di intraprendere un conflitto in Iran, conflitto che verrebbe a coinvolgere potenze guidate da ambo i lati da governi sempre più inclini all’estremismo politico, e soprattutto, ciò che è più allarmante, in possesso di arsenali nucleari. Dopo essere riuscito con fatica a rimediare ai danni incalcolabili dell’amministrazione Bush, ponendo fine lo scorso inverno alla sciagurata campagna militare in Iraq e avviando un piano di rientro dall’Afghanistan entro il prossimo anno, il Presidente Obama si trova di nuovo a frapporsi ad un candidato dal grilletto facile. La partita è cominciata. Ma stavolta la sensazione è che in ballo ci sia ancora di più di quanto non ci fosse 4 anni fa. Perché con Israele che dichiara di poter iniziare a bombardare il regime di Ahmadinejad “nel giro di settimane”, e con Russia e Arabia Saudita che manifestano una più o meno velata solidarietà verso il dittatore musulmano, il rischio di un conflitto nucleare di portata mondiale è un’eventualità concreta. Ed è anche per questo che quest’anno più che mai le elezioni presidenziali americane non riguardano i soli cittadini statunitensi, ma tutti quanti. Perché a quanto pare ancora non abbiamo trovato un pianeta abitabile su cui scappare.

Marcello Ienca – AltriPoli da NY

Red Bull: tra Felix Baumgartner, controversie e buzz marketing

La scorsa domenica milioni di persone, in Austria e nel mondo intero, sono state incollate agli schermi di Youtube ed Eurosport, per seguire l’impresa di Felix Baumgartner e del team Red Bull Stratos. Un’impresa folle che sancisce un record mondiale, che dimostra come l’uomo possa superare la velocità del suono e di come, dove c’è pericolo, sport estremo e voglia di superare i limiti dell’uomo, a sponsorizzare e sostenere tutte queste operazioni vi è un’unica azienda: Red Bull. Da vent’anni a questa parte parlare d’imprese estreme vuol dire raccontare la storia dell’azienda produttrice dell’energy drink più conosciuto al mondo.

Questa storia parte nel 1982 in Asia, quando un dirigente austriaco della multinazionale Unilever, Dietrich Mateschitz, colpito da una classifica sui dieci uomini più facoltosi del Giappone scopre che al primo posto tra di essi vi fosse Mr. Taisho, il quale dirigeva un azienda che si occupa della produzione e della distribuzione di una bevanda energizzante. Tornato in Austria, superate molteplici difficoltà, prime fra tutte l’autorizzazione del Ministero della Sanità austriaca e la reperibilità di capitali da investire, Mateschitz riesce ad immettere a fine anni ottanta in Austria e ad inizio novanta in Europa la bevanda energizzante più famosa del globo. La Red Bull a differenza della Coca-Cola non possiede una formula segreta, mantiene la grafica dei propri prodotti e pubblicità identica da due decenni, la sede operativa risiede tuttora in Austria. E allora viene da chiedersi da dove derivi il successo di questo prodotto e brand.

Il segreto del successo dell’azienda austriaca risiede nella strategia adottata da Dietrich Mateschitz e nel suo modo di operare ed intendere il marketing. Ad oggi Red Bull ed Energy drink, nonostante i molteplici competitors, sono per il pubblico sinonimi l’una dell’altro. Formula vincente della strategia di diffusione del prodotto è l’invenzione strategica dello stesso Mateschitz, ovvero il “Buzz Marketing”. Per “Buzz marketing” s’intende quella strategia commerciale che induce il consumatore a partecipare, attraverso una preventiva sponsorizzazione sulla rete web, ad eventi con grande copertura mediatica, ove il main sponsor sia facilmente riconoscibile e assoggetti la disciplina presentata allo stesso. Per questo motivo la società austriaca reinveste del proprio profitto il 30% in pubblicità, seguendo in particolar modo discipline spettacolari e con alto tasso di rischio. Attualmente il numero di atleti supportati dalla Red Bull è pari a cinquecento, gli investimenti pubblicitari non puntano al breve termine, tant’è che l’impresa di Felix Baumgartner è stata supportata dal 2010.

Per comprendere appieno la strategia del “Buzz Marketing” e del marketing virale basta citare lo stesso Mateschitz: “Noi non portiamo il prodotto al consumatore, noi portiamo i consumatori verso il prodotto”. Grazie a questa formula di marketing, ad essere stata la prima azienda ad immettere nella grande distribuzione un prodotto che non fosse ne’ un alcolico ne’ un soft drink, Red Bull ad oggi ha un valore che si aggira intorno ai 2 miliardi di euro.

Aldilà delle perfette strategie di marketing e del fatto che il modus operandi dell’azienda austriaca sia divenuto oggetto di analisi e studio accademico, permangono molte perplessità riguardo il libero uso da parte dei consumatori. Ciò è dovuto, secondo il mio parere, all’inconsapevolezza che porta i consumatori a usufruire e ed acquistare prodotti, che in molti casi, possono indurre effetti indesiderati. Tra questi prodotti figura la Red Bull. Su questa azienda e sul suo prodotto girano molte storie, le quali il più delle volte si rivelano essere leggende metropolitane. Ad ogni modo, i dubbi espressi in passato, dalle commissioni ministeriali di Francia e Norvegia, riguardano l’utilizzo e la mescolanza dell’energy drink assieme ad alcolici, in quanto potrebbe intaccare le normali funzioni cognitive e la forte presenza di caffeina, se non unita ad un’attività fisica, può creare sintomi cardiaci anche di una certa rilevanza. Altre perplessità sono indotte dalla presenza del glucuronolattone, il quale è contenuto in una misura duecento volte superiore alla normale dose giornaliera, ma gli effetti negativi ancora non sono stati dimostrati dalla scienza medica. Infine, la vitamina B12 contenuta nella bevanda, utilizzata in casi di coma etilico, è messa al pari di alcune droghe da una certa scuola di pensiero scientifico. Anche in questo caso però non esistono prove di dannosità permanente per gli utilizzatori di bevande che contengono tale vitamina.

Riallacciandomi al preambolo di questo paragrafo, ove sostenevo l’inconsapevolezza di ciò di cui si usufruisce da parte del consumatore medio, tengo a precisare che nel retro di ogni confezione Red Bull è chiaramente consigliato di bere assieme ad essa molta acqua e di compiere attività fisica dopo averla bevuta.

Ora, tra controversie di natura medica, report finanziari, marketing e composizione chimica del più famoso Energy drink al mondo, resta che Dietrich Mateschitz con le sue sponsorizzazioni e scommesse su folli atleti ci aiuta a sognare. Produce lavoro e forza capitale in Europa. E, infine, soddisfa quell’insaziabile bisogno umano di abbattere i propri limiti. Non importa che tu ti chiami Antonio e vuoi scalare il Monte Velino oppure Felix Baumgartner e intendi abbattere la velocità del suono, gettandoti da 39.050 metri.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

Venezuela: tra petrolio, welfare, povertà e Hugo Chàvez

Nell’ultimo articolo su questa rubrica affermavo che le elezioni che si sarebbero tenute nel giro di un mese, ovvero da ottobre a novembre, in tre aree differenti avrebbero inciso sul futuro della geopolitica e sui rapporti economici internazionali. La seconda tappa elettorale è il Venezuela. Paese sudamericano, che straborda di petrolio e che dalla fine del 1998 è il simbolo di tutti coloro hanno una visione del mondo socialista o quantomeno non liberista.

L’anno che cambia irrimediabilmente la storia recente del Sud America è il 1998, quando in una notte di dicembre, mentre le Chiese di Caracas si preparavano a celebrare l’Immacolata Concezione, un socialista di ispirazione bolivariana, dalle visioni laiche e affine alla Teologia della Liberazione vince la sua prima elezione. Il suo nome è Hugo Rafael Chávez Frías. Da quel momento il suo unico obiettivo è rendere reale la sua prospettiva di una Quinta Repubblica (nome del suo movimento politico). All’indomani del suo insediamento indice un referendum che propone il cambio della Costituzione, il consenso alle urne raggiunge l’80%. Tenete ben presente che il periodo in cui si affermano Chàvez e il MQR è antecedente all’11 settembre e a quel che ne consegue in termini di priorità per le cancellerie occidentali. Era l’epoca della critica alla globalizzazione deregolamentata e un Presidente che si ispira a Simon Bolivar altro non può fare se non dichiarare guerra al liberismo e al cosiddetto “imperialismo occidentale”. E’ questa la chiave di volta socialista che permette la vittoria anche nei tredici anni a seguire: Welfare, redistribuzione della ricchezza, nazionalizzazione delle imprese ed autodeterminazione latina.

Non si limita il MQR a cambiare la serie di relazioni internazionali che intercorrevano tra il paese caraibico e l’occidente liberista. Nel 2000 richiama al volere popolare ogni carica elettiva e cambia il nome del paese in “Repubblica Bolivariana del Venezuela”. Non finisce qui, in una prospettiva socialista, il paese esce dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale. Agli Stati Uniti d’America e all’occidente in generale ciò non può andar bene. Tenete presente che il discorso che sto articolando non si basa sulla condivisione di ideali o sulla reale capacità nel riconoscere i governi legittimati dalle elezioni, bensì esso fonda le proprie radici sulla cosiddetta “Real Politik” e sulla reale convenienza o meno per l’occidente di accettare modelli subalterni. Tant’è che nel 2002, quello che sembrava un “colpo di stato” fu subito avallato dagli Stati Uniti d’America ed in seconda battuta dalla Spagna con l’UE a far da garante. Le migliaia di sostenitori di Chàvez e la fedeltà alla Nuova Costituzione della maggior parte dell’esercito fecero fallire il tentativo di golpe. Nulla tornerà come prima. Il Venezuela stringerà e risalderà alleanze con paesi come Cuba, Iran, Nord Corea e con le FARC colombiane. La ideologizzazione della politica estera porterà nel 2009 il Venezuela ad espellere l’ambasciatore Israeliano e al riconoscimento dello Stato Palestinese.

Data l’analisi finora apportata penserete che un paese che porta avanti un tale indirizzo in politica estera sia stato accantonato dai paesi in costante crescita economica del Sud America. Eppure, Chàvez riesce nel suo intento di rendere sempre più forte l’autonomia dell’America Latina, mediante l’Alba (Alternativa Bolivariana para América Latina y el Caribe) costituita in contrapposizione all’Alca (Area di Libero Commercio delle Americhe) voluta dagli USA. Il resto lo fanno nel tempo la vittoria del comunista Lula in Brasile, di Evo Morales in Bolizia e della peronista Kirchner in Argentina. Altro dato da sottolineare è il ruolo forte che il Venezuela si è ricavato all’interno dell’OPEC, quasi a rimarcare una subalternità ai paesi arabi ed alla Russia. D’altronde l’economia Venezuelana si fonda su un unico grande elemento: il petrolio.

Il petrolio nel corso del tempo ha permesso a Chàvez di apportare alcune delle modifiche sociali da lui aspirate. Vista l’importanza dell’oro nero, il Venezuela sotto il primo mandato di Chavez nazionalizza tutte le compagnie petrolifere, in modo da aumentare le forme di Welfare visto il grande gettito derivato dalla produzione. Un’altra grande riforma in campo economico risiede in una legge in materia agricola la cui importanza nella storia è paragonabile solo ed esclusivamente a quella proposta al Senato Romano da Tiberio Gracco. Questa legge trova il suo fondamento nella lotta al latifondismo. Certo, la parola latifondismo a noi Europei fa sorridere, ma in un paese come il Venezuela, in cui il 10% della popolazione possiede ben l’80% dei terreni disponibili, è un problema. Su alcune espropriazioni, in contrasto ad ogni principio di libero mercato, anche se rassomigliante ad un oligopolio, si fonda la redistribuzione delle terre alle fasce più povere della popolazione. Con un modello di stato sociale fondato su nazionalizzazione e socialismo in Venezuela crescono gli investimenti nella ricerca scientifica. Dal 2004 per la prima volta tutta la popolazione venezuelana riceve assistenza sanitaria pubblica. Con la forte presenza dello Stato crolla il dato riguardante l’analfabetismo.

Ora come in tutte le storie che non sono scritte in un libro di favole c’è anche il rovescio della medaglia. Sì perché il Venezuela vive sotto un regime economico d’iper-inflazione, con dati pari al 28%. Le nazionalizzazioni, se da un lato hanno migliorato, con il gettito ricavato, le condizioni di vita delle fasce più deboli, dall’altro hanno bloccato gli investimenti esteri. In molti casi le risorse petrolifere sono rimaste ancoraggio della borghesia venezuelana, il che non permette miglioramenti della condizione sociale collettiva, ne’ favorisce i liberi investimenti interni ed esterni. Altro dato su cui riflettere è stato riportato dell’Economist, il quale ha affermato che sotto i mandati di Hugo Chàvez il tasso di omicidi si è triplicato. Il doppio tasso di cambio inoltre crea incertezza sul mercato e le condizioni degli oppositori politici sono pessime. A far da cornice ai problemi del Venezuela vi è l’altissimo tasso di corruzione. I dati sopra proposti aiutano a comprendere come se gli Usa sono pieni di contraddizioni, forse il Venezuela ne possiede ancora di più. Eppure, le forti politiche sociali di stampo bolivariano applicate da Chàvez hanno, secondo l’agenzia delle Nazioni Unite Habitat, diminuito la povertà, esteso il diritto alla salute, privato il paese di alcune delle più forti differenze sociali, ma non dalla corruzione e dalla criminalità.

Con queste premesse la scorsa domenica si sono svolte le seconde elezioni più importanti da qui ai prossimi quattro anni. La loro importanza deriva,innanzitutto per il ruolo che sotto i mandati Chàvez si è ritagliato il paese caraibico sullo scacchiere mondiale. In secondo luogo, perché dopo un golpe fallito e vari candidati inadatti l’opposizione si è ritrovata un candidato realmente spendibile. Lo sfidante alla presidenza di Chàvez è stato Henrique Capriles. Ex governatore quarantenne, in pochi mesi di campagna elettorale è riuscito ad erodere migliaia di voti ad Hugo Chavez, ma l’indefinitezza del programma economico, correlata alla rivendicazione del diritto ad un libero mercato hanno ancora una volta fatto prevalere Hugo Chàvez. Il Terzo motivo d’importanza della passata tornata elettorale venezuelana è dovuto alle capacità attuali e future di estrazione degli idrocarburi non convenzionali di cui Caracas è ricchissima. Su tali idrocarburi non convenzionali si baserà il mercato energetico dei prossimi cinquant’anni.

Di fatto la spinta ad un’ autodeterminazione continentale, la proiezione di un economia fondata su principi socialisti ed il forte welfare hanno riconsegnato per la terza volta il Venezuela a Chàvez, con un’ affluenza che ha toccato l’80%. Resta come dato fondante del successo chavista la povertà, che costringe miliardi di persone in ogni dove a cercare risposte diverse al capitalismo globalizzato -ove l’uomo sia al centro di politiche efficaci e non di dati macroeconomici-. Al momento il destino della nazione mi appare incerto tra il sogno di abbattere la povertà e le differenze sociali e la sensazione di essere schiacciato da modelli troppi grandi e attualmente troppo forti per esser vinti. D’altronde ogni medaglia ha il suo rovescio, a cominciare dai diritti umani. Ma, quantomeno, il Venezuela la sua medaglia se la vuole giocare per appendersela al collo, mentre noi guardiamo come Europa il susseguirsi degli eventi in una non azione perpetua.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

Apple: tra Asia e nuove strategie passando per l’iPhone 5

Giornata uggiosa a Roma con un caldo ed umidità stile India. Stesso trantran settimanale con la Biblioteca del Senato a farmi da seconda casa ed il solito panino come pasto. La cornice del Pantheon invece è da far invidia a chiunque. C’è Emiliano accanto a me e mentre il mio sguardo si perde sulla ragazza ventenne o poco più che dalla festa NoBrain dello scorso venerdì non riesco a scordare, si fa ora di rientrare a studiare. Riavviandoci verso Piazza della Minerva Emiliano mi chiede – Anto, ma a te quanto ti dura la batteria? – Da lì è un susseguirsi di considerazioni sugli smartphone e sui possibili risultati trimestrali di Apple, Samsung e Nokia. Ad ogni modo capisco che per la terza volta avrò da scrivere della protagonista della settimana: l’Apple.

Purtroppo e senza alcuna remora nell’affermarlo a tenere banco su tutti i media, nelle discussioni sul web e anche in quelle da bar (a Roma se la gioca con la S giunta Polverini) c’è l’Apple. Sostengo ciò, concordando a pieno con le parole espresse sul New York Times dal premio Nobel Paul Krugman – Un altro modo per evitare di parlarci o di guardarci negli occhi – e a mio modo di vedere di focalizzarci sulle reali problematiche e su prossimi scenari dell’economia reale e finanziaria. Tant’è che comunque la corazzata di Cupertino ha presentato al mondo il nuovo Iphone 5 con gli appassionati e nerd del mondo delusi dalle poche innovazioni rispetto al predecessore, ma con analisti finanziari ed economici concentrati sulla nuova tipologia d’investimento lanciata da Apple.

La nuova strategia messa in campo da Apple, non si basa più sulla sola ricerca tecnologica, ma tanto più nel potenziamento della capacità produttiva e nell’organizzazione delle spedizioni. In poche parole il contrario di quel che fa Fiat. Da una personale analisi del report di bilancio di Apple lo scorso anno, più della metà degli gli oltre 7 miliardi di Usd d’investimenti in conto capitale sono stati dedicati allo sviluppo delle tecniche di sviluppo gestionale dell’azienda. Di fatto, grazie a questa strategia, l’azienda che da sola ha un valore di oltre 200miliardi di dollari, superiore all’intera capitalizzazione della Borsa di Milano, è riuscita il primo giorno ad immettere l’Iphone 5 in quasi il doppio dei paesi rispetto al precedente lancio dell’Iphone 4 ed entro la fine dell’anno saranno 100 i paesi ove sarà possibile acquisire il cosiddetto “melafonino”. Per quel che concerne il lato tecnologico il nuovo dispositivo ha un peso del 20% inferiore al 4S ed è più sottile per un 18%, anche se la vera novità è rappresentata dal LTE (ribattezzato 4G). LTE (Long Term Evolution) è l’ultimo standard di riferimento per la trasmissione dati sulla rete mobile, con prestazioni che a pieno regime possono superare di ben venti volte la velocità dell’Adsl.

Se le competenze tecniche non riguardano questa rubrica, gli scenari che dall’immissione di un prodotto così annunciato possono scaturire nell’economia globale sì. Innanzitutto bisogna prendere in considerazione il fatto che non solo i prodotti ormai sono usufruibili e commercializzati in tutto il mondo, ma che anche la fase produttiva riguarda in vasta scala il globo nelle fasi di inventiva e assemblaggio di ogni singolo oggetto. Quel che molti non leggono (poiché scritto in ogni custodia Apple) è che il design è sviluppato in California, mentre la produzione è in Cina. Il paese che un tempo viveva dei precetti di Mao Tse Tung ora è il fulcro della produzione di tutti i prodotti della corazzata stelle e strisce ove le recenti rivolte avvenute nella Foxcoon (che gestisce l’appalto della produzione) rispecchiano la fragilità nella diffusione dei diritti dei lavoratori da parte del sistema capitalista ormai globalizzato. L’azienda di Cupertino ancora paga i danni d’immagine provocati dal report giornalistico di un inviato in incognito dell’agenzia Shangai Evening ove si dimostravano le pessime condizioni lavorative dei dipendenti della sopracitata Foxcoon. Oltre a rappresentare il luogo prediletto dalle multinazionali per produrre, la Cina rappresenta anche il più vasto mercato al mondo, il che è facilmente intuibile visto che essa rappresenta il 20% della popolazione del mondo .

Per l’analisi finora condotta, il lancio dell’Iphone 5 può essere considerato il più importante della storia di Apple, infatti l’azienda californiana si appresta ad invadere l’Asia. Se fino a ieri la Samsung ha liberamente introdotto i propri prodotti nel paese e continente dell’acerrima rivale (e dell’alleata Google-Android), l’Apple era impossibilitata da una serie di fattori, tra cui la gestione della produzione e distribuzione dei prodotti, e lo sviluppo del mercato in gran parte dell’oriente. Per questo motivo ci si appresta ad osservare quali saranno i margini di crescita dell’Apple e quelli della Samsung, con la seconda che ha citato in molteplici tribunali mondiali l’azienda che fu di Steve Jobs per violazione dei brevetti che riguardano l’applicabilità della tecnologia LTE agli smartphone.

Tornando alla Cina, secondo il Financial Times potrebbe scavalcare gli Stati Uniti come il più grande mercato mondiale per gli smartphone. Resta lo scoglio per l’azienda californiana dovuto al fatto che i programmatori dell’Apple ancora non hanno sviluppato un dispositivo che si adatti alla rete dati 3G della China Mobile, ma viste le recenti applicazioni agli Iphone della LTE presto da Cupertino si potrebbe giungere ad invadere la Cina con i melafonini californiani.

Se vi chiedete a che punto dello scontro siamo, dovete sapere che la partita è a metà del primo tempo nella lotta tra Apple e concorrenti, con Samsung che continua a rimanere il primo produttore al mondo in tandem con Android, e con molti analisti (come anticipato da questa rubrica) che scommettono sulle proiezioni che danno Microsoft/Nokia nel prossimo biennio ad un +15%. Detto ciò resta il fatto che Apple non produce semplici apparecchiature, ma veri e propri status symbol, capaci di creare isterie collettive. Mentre noi giorno dopo giorno ci guardiamo sempre meno negli occhi.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli