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UE: Editors vs. Google

“Gli scacchi sono uno sport. Uno sport violento che comporta connotazioni artistiche negli schemi geometrici e nelle variazioni della disposizione dei pezzi, così come nelle combinazioni, nella tattica, nella strategia e nella posizione. È un’esperienza triste, però, qualcosa di simile all’arte religiosa.” (Marcel Duchamp)

Nessuna spiegazione del gioco di strategia degli scacchi, come quella dell’artista dada Marcel Duchamp, potrebbe essere più esplicativa e congeniale all’analisi della battaglia legale che si sta combattendo fra gli editori europei e Google. Come “scacchiera” bisogna immaginarsi il mercato delle notizie e del web dell’Unione Europea. A rappresentare il bianco ed il nero vi sono gli editori europei e Google. A muovere la prima mossa, come nel vero gioco, il bianco degli editori, dipinti dai loro media (in effetti sono loro) come i salvatori dei contenuti e del diritto d’autore. Il nero e apparentemente “fuori legge” è rappresentato da Big G. La “partita” si volge attorno “Privacy Policy” e al “diritto d’autore” che vede Google Inc. sotto inchiesta da parte dell’Antitrust europea. Il 25 aprile del 2013, di fronte la Commissione Europea, il colosso informatico ha proposto il proprio piano per non inciampare in sanzioni dati i regolamenti in materia europea rispetto alle “Violazioni rispetto i dati degli utenti”.

LA MOSSA DEGLI EDITORI – Il 27 Giugno 2013 sarà ricordato nella storia dell’Europa moderna come la più grande azione legale comunitaria, composta da enti e associazioni di diversi membri dell’Unione Europea, che si ricordi. Invitate dalla Commissione Europea a presentare una relazione di analisi riguardo i cambiamenti di Policy da parte di Google. Le osservazioni, recapitate al Vice Presidente della Commissione Europea e Commissario UE per la Concorrenza Joaquin Almunia, hanno evidenziato le criticità nel mercato del web e la difficoltà ad inserirsi e al prevalere della posizione di editori ed autori nelle pagine e sui servizi offerti da Mountain View. L’accusa mossa è di incidere in modo sleale sulla condivisione di testi e opere, come a voler dar “scacco matto”. Nel testo inviato alla Commissione dell’UE risalta la seguente accusa – “Se Google non presenterà al più presto proposte sostanzialmente migliorative, gli editori europei chiedono che la Commissione utilizzi tutti i poteri legali, compreso un immediato Statement of Objections che preveda rimedi efficaci. Una ricerca equa e non discriminatoria realizzata con criteri imparziali nei confronti di tutti i siti web è prerequisito essenziale per lo sviluppo dei media e delle tecnologie a livello europeo”-.

A condurre in prima linea la partita contro Google sono le federazioni tedesche BDZV e VOV. Il Presidente di quest’ultima Helmut Heinen, nella lettera indirizzata alla Commissione Europea, ha dichiarato – “Google deve sottoporre tutti i servizi, inclusi i propri, agli stessi criteri, utilizzando gli stessi meccanismi di analisi, indicizzazione, ordinamento e gli stessi algoritmi. Senza consenso preventivo non deve usare contenuti di terze parti a meno che non sia strettamente indispensabile per la ricerca orizzontale”-.

L’INESPUGNABILE MOUNTAIN VIEW – I fondatori e proprietari della Google Inc, Larry Page e Sergej Brin, stanno da tempo cercando di condurre la partita con la strategia utilizzata di fronte la Federal Trade Commission degli Stati Uniti d’America. Sostanzialmente, come avvenuto in Europa lo scorso aprile, avevano fatto delle modifiche all’indicizzazione delle ricerche . Tra le novità proposte da Big G, oltre alla nuova Policy per i clienti a forma di Contratto telematico, sono state inserite delle “etichette”, in modo da far risaltare l’autore, assieme a riferimenti per prodotti degli stessi gruppi editoriali. Eppure, la vera questione non è tanto sui contenuti e la loro indicizzazione. Le caselle ove si svolge la partita sono quelle del mercato. Infatti, a rendere preoccupante per la Commissione Europea il ruolo di Google, è la posizione di monopolio esercitata da quest’ultimo sugli utenti europei. Se, grazie alla diffusione di Bing e Yahoo!, le ricerche negli USA vengono svolte tramite Google dal “solo” 70% degli utenti, in Europa tale percentuale corrisponde al 90%. Quel che preoccupa non è l’uso dei dati dei clienti negli algoritmi sviluppati da Mountain View, bensì la gerarchizzazione delle offerte commerciali sui prodotti di Google. Basti pensare al servizio AdSense della società di Brin e Page.

La partita fra Editori & Google è ad uno stallo, con la Commissione Europea divisa tra il voler proteggere gli editori ed il restar fedeli alla propria politica liberal-capitalista. Eppure, la società di Mountain View, tramite il documento sulla nostra stessa piattaforma, “Answer the People Want” ha ribadito la chiave della sua ragione sociale e del proprio successo ovvero. Le parole affidate al Vice Presidente della Google Kent Walker Inc. recitano “Costruiamo Google per gli utenti, non per i portali. E non vogliamo fermare l’innovazione […] Abbiamo risposto così alla Commissione europea e pensiamo di aver fatto un buon lavoro”.

Personalmente mi schiero con la Google Inc. per tre fondamentali ragioni. La prima risiede nel fatto che il progetto “Polinice” è potuto iniziare solo ed esclusivamente grazie al servizio gratuito Blogger della società di Mountain View. La seconda risiede nell’impossibilità, voluta dalla firmataria della lettera alla Commissione Europea FIEG, di rendere libero il web. Ciò costringere i blogger a dover sottostare a giornalisti di ruolo o a dipendere totalmente dagli stessi per la Registrazione della Testata. La terza è insita nella concezione dell’utente, ove Google mi lascia scegliere tra molteplici fonti, mentre gli Editori Europei vendono dispacci di ciò che fa comodo ai propri azionisti.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

Lungo la nostra breve, ma grande strada per passione ed impegno, abbiamo trovato finora numerosi ostacoli alla ricerca di un Direttore Responsabile. Tale strada, per nostra fortuna, si è incrociata con quella di Giuseppe Scaraffia. Il quale, credendo nel progetto di un gruppo di ragazzi, si è messo a disposizione per divenire Direttore Responsabile della testata “Polinice”, senza pretendere nulla in cambio. A lui va la nostra più sincera stima e gratitudine.

Brasile: qusando il calcio non basta

«…duas tantum res anxius optat panem et circenses»

Il poeta satirico romano Giovenale nella locuzione latina “panem et circenses” seppe intelligentemente sintetizzare il concetto di potere dell’elìte. Per estensione, la celebre locuzione latina, viene utilizzata per definire l’azione politica di singoli o ristretti gruppi di potere volta ad attrarre e mantenere il potere attraverso l’organizzazione di attività ludiche. Tali attività ludiche, nell’epoca postmoderna, possono esser facilmente ricondotte a Sport e Cultura.

LA RIVOLTA DELL’ACETO – Con l’avvio della “Confederations Cup”, nella terra verde oro, sarebbe dovuta scattare la festa a ritmo di samba. Eppure, l’unico slogan, che il mondo sente scandire da giorni, recita “La Turchia è qui”. Infatti, come nella “Rivolta di Gezi Park” a difesa degli spazi verdi, la ribellione è nata da un pretesto ovvero il “caro trasporti”. Pretesto, poiché il costo del trasporto pubblico di San Paolo è aumento da o da 3 a 3,20 reais a biglietto. Attorno a quella che poteva essere derubricata a semplice questione metropolitana, si è accentrato il risentimento di un’intera nazione. La rivolta si è incendiata e vede la partecipazione di centinaia di migliaia di persone, in decine di città, a causa della dilagante corruzione e delle disuguaglianze. Il momento in cui la fiamma si è accesa, è stato propenso a ottenere il massimo della visibilità mediatica. La protesta di fatto si articola al primo dei grandi eventi globali che vede il Brasile protagonista ovvero la Confederations Cup. Il presidente della Fifa (Fédération Internationale de Football Association) Joseph Blatter, da un lato ha gettato benzina sul fuoco, dichiarando che – Il calcio è più importante dell’insoddisfazione della gente – dall’altro, consapevole dell’importanza della manifestazione sportiva, ha affermato che “I manifestanti stanno usando la piattaforma del calcio e la presenza della stampa internazionale per ampliare la protesta”.

E’ facilmente intuibile, come una questione “metropolitana”, sia stata la miccia per far convergere l’indignazione nei confronti del governo che, per “Confederations Cup” e “Coppa del Mondo”, ha preventivato una spesa superiore ai 15 miliardi di Euro. Per comprendere l’importanza e l’insoddisfazione generale, basta pensare che le proteste sono rivolte da un lato contro la Presidenza di stampo di sinistra e dell’altro contro le amministrazioni locali governate dal centrodestra. Altro aspetto, che lega Turchia e Brasile sono le violenze delle forze di polizia, con Amnesty International, che nella mattinata dello scorso lunedì ha espresso preoccupazione “segnalando una radicalizzazione della repressione e gli arresti di giornalisti e manifestanti in alcuni casi inquadrati nel reato di cospirazione”. Le centinaia di “lacrimogeni”, banditi dalla Convenzione di Ginevra, hanno reso celebre in questi giorni il comune ingrediente da tavola utilizzato come rimedio al gas sparato dalla polizia brasiliana, facendo ribattezzare le proteste come la “Rivolta dell’aceto”.

LA CORRUZIONE VERDE ORO – Dilma Rousseff, soprannominata “Lady di ferro”, è alla Presidenza della Repubblica Federale del Brasile dal gennaio del 2001. Come il suo predecessore, l’amatissimo Luiz Inàcio Lula, appartiene al Partido dos Trabalhadores. Quando venne eletta, la popolarità di Lula era a livelli altissimi, soprattutto a causa dell’umiltà e tenacia con la quale l’ex Presidente ha affrontato un cancro alla gola. Eppure, la Procura di Brasilia ha recentemente coinvolto nelle indagini, sul più grande scandalo di corruzione della storia brasiliana, dell’inchiesta ribattezzata Mensalão (letteralmente rimborso mensile) l’ex Presidente Luiz Inàcio Lula. Di lì a poco le critiche hanno coinvolto tutto il Partido dos Trabalhadores, minando la popolarità del suo leader e Presidente del Brasile Dilma Rousseff.

La corruzione da anni ha travolto anche l’organizzazione della Coppa del Mondo del 2014. A dimettersi per primo fu il Ministro del Turismo della Presidenza Lula Pedro Novais Lima, ciò avvenne dopo che il suo sottosegretario Federico Costa ed altri trentacinque funzionari ministeriali vennero arrestati dalla Polizia su mandato della Procura di Brasilia. Quello che sembrava uno scandalo di proporzioni enormi non era altro che la punta dell’iceberg. Infatti, la Presidenza di Dilma Rousseff ha visto decimato il proprio governo tra Ministri e sottosegretari coinvolti in scandali per via della corruzione. Al centro delle polemiche vi è l’ex Ministro per lo Sport Orlando Silva de Jesus Júnior che, sempre secondo un’inchiesta della Procura di Brasilia, avrebbe ottenuto tangenti del valore di 23 Milioni di dollari da destinare alle casse del Partito comunista del Brasile (Pcdob) e del suo conto.

UN SETTENNATO PER L’ASCESA – Nonostante scandali, corruzione e proteste il Brasile, unico paese sudamericano appartenente ai BRICS, procede a pieno ritmo nell’organizzazione dei sette anni che presenteranno al globo la forza verde oro. Infatti, oltre alla Confederations Cup che si sta svolgendo in questi giorni, il Brasile ospiterà: la Giornata Mondiale della Gioventù, la Coppa del Mondo del 2014 e le Olimpiadi di “Rio 2016”. Quest’ultime, grazie allo sforzo per l’organizzazione della Coppa del Mondo, dovrebbero avere meno problemi nella fase organizzativa e la direzione affidata a Maria Silvia Bastos Marques (la dama di ferro dell’industria siderurgica dell’America Latina) fa ben sperare.

Della “Rivolta dell’aceto” resta centrale un punto: la disuguaglianza. Disuguaglianza formale e sostanziale che attanaglia tutti i paesi emergenti, ove le differenze si amplificano con il progredire dell’economia. Il Brasile rimane un paese ,che con la forza sposta favelas e gli “ultimi” agli occhi del mondo, perché tanto fra un anno i media parleranno di Balotelli, non del futuro negato ai bambini della “Città di Dio”. In fondo il calcio è l’oppio dei popoli, nonostante la sua brutale umanità e bellezza.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

Se Google ti redige anche il testamento

La nostra permanenza sulla terra, costellata da migliaia di differenze, ha un unico denominatore comune: la morte. Sembra funesta, ma essa rappresentata in vari modi da popoli, culture e ideologie, fin da sempre ha intrinseco in sè il problema della memoria e della rappresentanza del singolo post-mortem. Nell’era della digitalizzazione globale si pone un nuovo aspetto da risolvere della memoria di chi abbandona la vita. Esso è il lascito di dati personali online.

Si può tranquillamente affermare che se per la generazione dei nostri padri, quella che ha distrutto tutto mandandoci in una crisi valoriale ed economica senza precedenti, i cambiamenti erano scanditi dalla radiotelevisione ad oggi essi sono frutti della rete. Rete che ha un unico vero padrone incontrastato: Google. Quindi chi, se non i progettisti di Mountain View, a gestire il traffico dei nostri dati personali online dopo la morte? Da un biennio esiste un progetto di Google, denominato “Inactive Account Manager”, il cui scopo è di gestire le pratiche inattive degli utenti defunti o presunti tali.

E’ fin dai tempi dei Romani che la successione viene regolamentata da atti aventi valore effettivo. Il più classico e conosciuto è il “testamento”. L’articolo 587, comma 1 recita che – il testamento è un atto revocabile con il quale qualcuno dispone, per il tempo in cui avrà cessato di vivere, di tutte le proprie sostanze o parte di esse. E’ qui che Google vuole inserirsi, nel mantenimento dei dati e volontà cibernetiche degli utenti, divenendo di fatto un moderno notaio elettronico. Non è una mossa costituita da un senso di onnipotenza di Mountain View, questo studio e la creazione di un software capace di gestire i dati online deriva da una precisa esigenza legale. Difatti, sono state centinaia le richieste ed i casi di studio posti alle Corti statunitensi da numerosi studi legali.

In principio furono Twitter e Facebook a colmare il vuoto legislativo riguardo gli utenti non più attivi. In passato furono molte le impossibilità da parte di molti familiari a poter accedere a dati, ricordi ed immagini di vita dei cari defunti. A tal proposito il programma “Inactive Account Manager” in un primo momento avrà il compito di far recuperare e allertare dei dati riguardanti i profili degli accounts della piattaforma di BigG ovvero Gmail, Blogger, Google Drive, Google+, Picasa Web Album, Google Voice e YouTube.

In un secondo momento il piano, che spaventa alcuni, sarà quello di istituire un vero e proprio Testamento online dal pieno valore legale. Insomma, dai dati online si passerà a delle vere e proprie disposizioni legali post-mortem. Legacy Locker e SecureSafe già da lungo tempo offrono la possibilità di sottoscrivere disposizioni nel “testamento online”. Tutto ciò nell’attesa che il vuoto legislativo venga colmato. “Inactive Account Manager” è l’ennesimo frutto della politica di Mountain View orientata a far divenire ogni qualsiasi elemento della quotidianità come atto da compiere attraverso i gratuiti account di Google. Che cerchiate una via, che vogliate ascoltare una canzone oppure scrivere ad un amico o amante lontano c’è sempre Big G a controllare ed offrirvi il servizio. Anche Polinice nel bene o nel male, suo malgrado, campa del servizio offerto da uno dei vari servizi targati Google ovvero Blogger.

La vostra vita è in mano ai programmatori di Mountain View. Fantascienza? No. Basta che controlliate il vostro IPhone 5 o Galaxy 3 per capire che nel portafogli non ha più senso portare le carte di credito. Ciò significa che ogni vostra transazione o disposizione è già nella rete e che la carta avrà sempre meno valore. Tutto questo nell’attesa di chiamare a far testamento il Notaio Big G.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

La febbre dell’oro

Era il diciannovesimo secolo quando negli Stati Uniti d’America imperversava la “corsa all’oro”. Due secoli dopo e con una crisi economica e finanziaria che si è abbattuta su tutto l’occidente, quella frenesia ed isteria per il possesso e la ricerca dell’oro è ancora al centro del mercato globale. Immaginate di essere in stato febbrile: qualora la vostra temperatura corporea raggiungesse i trentanove gradi sicuramente ricorrereste alla tachipirina. L’oro è la tachipirina utilizzata dai mercati nei momenti di crisi. Vi è un duplice ricorso. Per alcuni, come le famiglie italiane, l’oro in tempi di crisi diviene l’oggetto di quell’usura, tollerata dalla legislazione e dagli Stati, dei cosiddetti “Compro oro cash”, che serve a far arrivare a fine mese il nucleo familiare o a garantire prestiti e mutui precedenti. Per altri l’oro è un mercato “sicuro”, utilizzato dagli investitori quando la fiducia nei mercati azionari, negli immobili e nelle Banche centrali è molto bassa. Tant’è che al V anno di crisi economica occidentale l’acquisto d’oro è schizzato a un livello mai raggiunto precedentemente.

Secondo il World Gold Council, ente internazionale che racchiude i le aziende minerarie aurifere e ne sviluppa dati e statistiche, la richiesta del metallo più prezioso nell’ultimo trimestre del 2012 è stata superiore alla media trimestrale registrata nell’ultimo lustro. A trainare questo trend vi è l’India, che, come nel caso del mercato energetico del carbone, ha apportato rispetto al 2011 una richiesta d’oro che ha fatto segnare un +12%. Oltre al gigante asiatico altro fattore determinante nella crescita della domanda d’oro sono le Banche Centrali di tutto il mondo. A possedere la maggior quantità di “riserve auree” sono gli Stati Uniti d’America, che però non le fanno certificare in maniera indipendente dai tempi della Presidenza Eisenhower. Segue il paese leader decisionale dell’Unione Europea, ovvero la Germania, che detiene oro per 3.395 tonnellate. L’Italia è al terzo posto della classifica mondiale sul possesso di riserve auree anche se nell’ultimo anno si è riscontrato un grande calo nella detenzione del metallo giallo, fenomeno che secondo molti ha contribuito a rendere il “Bel Paese” oggetto della speculazione finanziaria.

L’ente sopraccitato ovvero il World Gold Council ha recentemente diramato i dati sulla “top ten” dei paesi che, da gennaio a novembre 2012, hanno acquistato il maggior numero di lingotti. In questa classifica troviamo moltissime sorprese. Al primo posto vi è la Turchia di Recep Tayyip Erdoğan, il paese islamico membro NATO in collisione da un biennio con Israele, che ha posto l’oro a garanzia delle riserve delle banche commerciali. Secondo maggior acquirente di lingotti d’oro è la Russia, che a seguito del suo nuovo ruolo centrale nella geopolitica sta vivendo una crescita economica e con gli ultimi acquisti ha aumentato le proprie riserve auree, facendole passare dalle 840 tonnellate di fine 2011 alle attuali 900. Vera sorpresa – forse non per gli analisti economici – sono le Filippine, che in un anno hanno acquistato 34,5 tonnellate d’oro. Questo avviene a conferma dell’ottimo periodo di crescita economica che nell’ultimo anno ha visto crescere il Prodotto Interno Lordo filippino di oltre il 6%. A seguire vi è il Brasile, che sta cercando di porre rimedi ad una crescita economica troppo dipendente dalle proprie materie prime e dalla Cina. Altre sorprese sono rappresentate dal quinto posto del paese dell’Oro Olimpico per il ciclismo Aleksandr Vinokurov, ovvero il Kazakhstan, e, soprattutto, dall’Iraq al sesto posto. A seguire vi sono il Messico (della cui crescita vi avevamo già parlato), la Corea del Sud, il Paraguay ed infine l’Ucraina. Restano fuori i leader dell’economia mondiale: Stati Uniti d’America e Cina. Pechino, che a dispetto di un’economia protagonista del XXI secolo possiede “solo” oro per 1054,5 tonnellate.

Ad ogni modo, i dati diffusi dal World Gold Council ci portano a riflettere sull’importanza che da secoli assume il metallo giallo. Ed. infine, non ci resta che constatare come investitori e Banche Centrali di Paesi emergenti – o “Brics” – abbiano deciso di continuare ad investire sulle riserve auree. Come a dire che la fine della crisi è molto lontana e la corsa all’oro può continuare.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

L’ascesa del carbone

Superata la nascita di Gesù di Nazareth, il pensiero dei bambini europei va alla festività religiosa dell’Epifania, ove, come tradizione vuole, essi riceveranno altri regali all’interno di una calza posta sopra i camini. Scure per i bambini nella calza dell’Epifania è il carbone. Un tempo realmente preso dai depositi per il riscaldamento delle abitazioni, con il passare degli anni è divenuto dolce e con esso anche l’educazione dei genitori verso i propri figli.

La presenza del carbone nelle calze dell’Epifania dei bambini meno buoni era dovuta al fatto che questo combustibile fossile fosse associato a sporcizia ed inquinamento. Nulla di eccepibile. Infatti, negli ultimi decenni, alla luce dei Trattati di Kyoto e del crescente utilizzo del petrolio, l’utilizzo del carbone è sembrato essere un amaro ricordo. Ma, come quello dei bambini, anche il carbone combustibile sta per diventare dolce per i mercati energetici globali. Se lo scorso anno l’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE) aveva annunciato al mondo l’inizio di una “Rivoluzione Blue”, che avrebbe visto il consumo di metano aumentare del 50% entro il 2035, quest’anno ha dovuto correggere il tiro. Difatti, sorprendentemente agli occhi dei ricercatori e meno a quelli degli analisti finanziari, la vera star del mercato nel prossimo lustro sarà il carbone.

Carbone, combustibile fossile conosciuto fin dall’antichità e divenuto simbolo energetico della I Rivoluzione Industriale nella Gran Bretagna del diciottesimo secolo, all’alba della Rivoluzione Industriale Asiatica appare tornare nuovamente in voga. Secondo l’AIE, nel Rapporto Medium Term Coal Market, il carbone entro la fine di questo decennio potrebbe superare il combustibile che da oltre un secolo è leader del mercato: il petrolio. Analizzando il Medium Term Coal Market Report si può constatare come la produzione di carbone nel 2017 eguaglierà con 4,3 miliardi di tonnellate quella del petrolio. I ritmi della crescita della domanda, che nel prossimo quinquennio raggiungeranno il 2,6%, sono impressionanti. Lo stupore per questa crescita è dovuto al fatto che secondo alcuni report finanziari e scientifici entro il 2017 si consumeranno 1,4 miliardi di tonnellate in più di carbone rispetto a oggi. Ovvero il carbone che attualmente consumano gli Stati Uniti d’America e la Federazione Russa.

Ora c’è da chiedersi da dove provenga quest’ascesa nel consumo del carbone in questo decennio. Bisogna considerare due fattori principali. La prima ragione di questa crescita risiede nell’avanzamento dello shale gas (gas metano ottenuto dalla decomposizione di materiale organico contenuto nell’argilla) negli Stati Uniti d’America. Ciò ha provocato un abbassamento dei prezzi del carbone nei mercati rendendolo appetibile come fonte energetica anche al mercato europeo. Gli Stati Uniti, in controtendenza con il resto del mondo, stanno apportando una modifica al proprio fabbisogno energetico favorendo le trivellazioni petrolifere e le estrazioni di gas. D’altronde la ricchezza di idrocarburi non convenzionali glielo permette. Secondo un rapporto degli analisti di Citigroup, convalidato dalla stessa AIE, gli Usa raddoppieranno da oggi al 2020 l’attuale produzione di petrolio e gas con il conseguente sorpasso sull’Arabia Saudita nello sfruttamento di suddette risorse energetiche.

Secondo elemento e fattore di ascesa del carbone come prima fonte energetica mondiale è la grande domanda proveniente dall’Asia. La Cina, importatrice netta di carbone dal 2009, in un solo biennio, ha scansato l’altro big asiatico dell’economia, il Giappone, da maggior acquirente e sfruttatore di questo combustibile. Nel Rapporto dell’AIE sopracitato si evidenzia come l’utilizzo a questi livelli del carbone potrebbe far innalzare entro il 2050 la temperatura di ben 6 °C in tutto il globo. Ciò dovrebbe portare a riflettere poiché nel 2017 ancora non saranno state sviluppate tecniche per la cattura e lo stoccaggio dell’anidride carbonica.

La direttrice dell’AIE, Marie Van Der Hoeven, a margine della presentazione del Medium Term Coal Report, ha affermato che «In assenza di progressi nella cattura e sequestro del carbone e se non vi saranno Paesi in grado di replicare l’esperienza statunitense, il carbone rischia di provocare un grave contraccolpo alle politiche per il clima». Peccato che non tutti i paesi e continenti siano ricchi come gli Stati Uniti d’America di fonti per l’estrazione di shale gas e che al momento non si può, dopo tre secoli d’incessante industrializzazione del mondo occidentale, limitare con la morale di chi ha già tutto il progresso e la crescita dei paesi emergenti, o meglio, emersi.

Continua la Van Der Hoeven: «Il ricorso crescente alle energie rinnovabili, lo smantellamento delle centrali a carbone più vecchie e un riequilibrio con i prezzi del gas faranno diminuire il consumo di carbone quasi ovunque in Europa». Questo avverrà nella ricca Europa. La domanda resta su cosa avverrà nel resto del pianeta, dove, se le cose non cambieranno, l’unico conto da pagare, come per i bambini cattivi, sarà per le generazioni future che si ritroveranno un pianeta distrutto per via delle emissioni di CO2. Insomma, per molti decenni aspettatevi nella calza il carbone amaro.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

Il Risiko! delle Banche Centrali

C’è un gioco di tattica e strategia che in molti aspetti ricalca l’economia, il Risiko!. Come spesso accade nel gioco inventato dal regista francese Albert Lamorisse i giocatori che stanno perdendo, come se vi fosse un tacito accordo, iniziano ad attaccare il concorrente che sembra più prossimo a vincere la partita. Lo stesso ragionamento lo stanno portando avanti le Banche Centrali occidentali.

Con una mossa tanto attesa quanto sperata il Governatore della Reserve Bank of Australia Glenn Stevens ha tagliato i tassi d’interesse di un quarto di punto, portandoli al 3%. Per spiegare l’importanza di questa decisione basta pensare che l’Australia non raggiungeva un livello del genere dal 1960, l’anno in cui la Commonwealth Bank venne accantonata dall’Australia per far spazio all’odierno istituto. Secondo alcuni analisti i tassi d’interesse australiani rimangono troppo alti, soprattutto se paragonati a quelli che ormai rasentano lo zero di Unione Europea, Stati Uniti d’America e Gran Bretagna. Ma, dal quartier generale della Reserve Bank of Australia (RBA) di Sidney non se ne preoccupano dato che nel solo terzo trimestre il Prodotto Interno Lordo è cresciuto del 3,1. Un risultato ottimo in tempi di congiuntura mondiale, ma minore rispetto le aspettative. Ad ogni modo i “dadi sono stati lanciati” e l’Australia la propria mossa, per ridare vigore alla propria economia, l’ha fatta.

Per tornare al “Risiko!” è come se il primo attacco fosse stato lanciato dall’Oceania in attesa delle mosse degli altri concorrenti intenzionati a contrastare il giocatore in vantaggio. Tra i concorrenti più intenzionati a invertire una partita, che al momento sembra basarsi sulla sola e mera sopravvivenza, ci sono l’Unione Europea e la Banca Centrale Europea. Come di consueto accade ogni primo giovedì del mese, l’istituto di Francoforte si riunirà per decidere quali strategie adottare per contrastare la crisi economica e finanziaria e allo stesso tempo cercare di favorire la crescita.

La mossa attesa ed al momento auspicata da molti nel “vecchio continente”, sembra voler ricalcare quella della RBA, ovvero un nuovo taglio ai tassi d’interesse. Calcolando che la stessa decisione molto probabilmente in queste ore verrà presa dalla Banca Centrale del Canada, il governatore della Banca Centrale Europea Mario Draghi si troverà nelle prossime ore di fronte ad un bivio. O persegue in nuova LTRO o taglia i tassi d’interesse. Per LTRO s’intende il piano di rifinanziamento a lungo termine, inaugurato e progettato dal Governatore Mario Draghi, che consiste in un’asta di liquidità in cui la BCE concede un prestito alle banche richiedenti, della durata di 3 anni e con un tasso d’interesse agevolato dell’1% annuo. Il cosiddetto LTRO (long term refinancing operation) si è rivelato un piano inefficace e per molti aspetti è sembrato essere l’ennesimo “regalo” della Banca Centrale Europea ai banchieri.

Secondo gli esperti di Ig “Il pessimo quadro macro e il rallentamento dell’inflazione negli ultimi mesi” dovrebbero aprire la porta ad un taglio dei tassi di interesse al nuovo minimo storico dello 0,5%” che significherebbe una riduzione di 25 punti base. Questa al momento sembra l’unica strategia e mossa adottabile da Mario Draghi. Le strade sono due. La prima porta ancora al LTRO e a dare fiducia ai banchieri, la seconda con il taglio dei tassi d’interesse dovrebbe agevolare l’industria. Di fatto per gli analisti di Ig a partire da questo giovedì ed entro il prossimo febbraio la BCE dovrebbe effettuare un nuovo taglio dei tassi.

Così come nel Risiko! Anche nel mondo reale per effettuare un attacco o cambiamento realmente radicale bisogna aspettare la mossa del giocatore situato nel Nord America. Per chiarire il concetto, subito dopo la mossa della BCE, ci si aspetta che la Federal Reserve statunitense giochi la propria partita. Quel che è certo è che, nell’ultima riunione annuale della Federal Reserve, Ben Bernanke sarà chiamato ad aggiornare la politica monetaria statunitense.

Secondo Jeffrey Lacker, presidente della Federal Reserve of Richmond, la Federal Reserve sta perdendo credibilità. Noto per aver bocciato senza esitazione le sette proposte dell’istituto guidato da Ben Bernanke nel corso del 2012, compresa quella riguardante l’attuazione del Quantitative Easing 3, egli sostiene che i cosiddetti “QE3” servano a drogare il mercato. I quali se hanno il merito di una ripresa finanziaria a breve termine, potrebbero a mio parere esser scontati e ripagati successivamente dalla classe media e dai consumatori in generale dati gli alti tassi d’inflazione.

Per dirla breve BCE, Federal Reserve e Reserve Bank Australia stanno attaccando simultaneamente il nemico chiamato “crisi”. In modo da contrastare l’espansione economica e geopolitica della Cina e dell’immortale Russia. La sensazione è che stiano mandando troppo spesso le truppe allo sbaraglio. E quelle truppe non siamo altro che noi.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

Luxottica a difesa dell’Italia

Tempo fa, sempre da questo blog, raccontai la meravigliosa storia di un imprenditore che partendo da un istituto per bambini orfani riuscì in soli tre decenni ad essere il simbolo del “miracolo italiano”. Nella trattazione della sua storia e nell’analisi della società Luxottica, evidenziai come ci fosse qualcuno che nell’epoca della globalizzazione, era riuscito con successo a rimarcare l’italianità nel produrre. Quell’italianità che si nota nella maniacale cura del particolare, nella straordinaria forza lavoro e in quel lavorare con passione che nel Veneto è divenuto uno dei valori cardini della società civile. Il lavoro non è solo il fondamento della fonte gerarchica per eccellenza, ovvero la Costituzione, ma in esso è possibile evincere la grandezza del nostro artigianato e l’eccellenza delle conoscenze tecnologiche industriali di quel che un tempo costituiva il “bel paese”.

A distanza di pochi mesi dall’articolo a cui rimandavo nelle precedenti righe, trovo conferma di quel che affermavo nell’operazione che per l’ennesima volta ha visto Leonardo Del Vecchio e Luxottica a difesa dell’Italia. E’ di martedì il comunicato di Salmoiraghi & Viganò che annuncia il signing con il quale Luxottica, a fronte di un investimento esclusivo di 45 milioni di euro per l’aumento di capitale, acquisterà il 36% della società. Il tutto in un’alleanza di fatto con la Famiglia Tabacchi sotto forma di patto parasociale. All’interno del patto parasociale siglato dalla Famiglia Tabacchi ed il gruppo di Agordo è presente una call che tra quattro anni potrà far acquistare, ad entrambi i soci vincolati dal patto parasociale, l’intero pacchetto della catena di occhialeria.

La Salmoiraghi & Viganò è il maggior gruppo per la vendita di occhiali al pubblico, con una quota che si avvicina al 10% dell’intero mercato nazionale. Negli ultimi anni però l’acutizzarsi della crisi del settore ha portato in rosso i bilanci del gruppo. In special modo i report finanziari dell’ultimo biennio hanno evidenziato ricavi inferiori ai 300 milioni di euro, molto al di sotto della quota mercato base per mantenere in salute la catena di occhialeria.

Da qui è nata l’esigenza di trovare nuovi soci per la Famiglia Tabacchi, con il pericolo che la catena di cinquecento negozi potesse passare a gruppi stranieri. Infatti, nell’italica penisola, negli ultimi due decenni (dal dopo Tangentopoli) si sta sempre più consolidando la prassi di vendere allo straniero pur di non vedere la crescita di qualche competitor nazionale. Ne sono esempi lampanti: la multinazionale Parmalat, il gruppo energetico Edison e la Banca Nazionale del Lavoro.

Salmoiraghi & Viganò fino ad inizio autunno sembrava destinata allo stesso percorso delle sopracitate società vendute all’estero. Eppure, tra smentite del patron Leonardo Del Vecchio ed ammissioni dello chief executive officer Andrea Guerra, Luxottica è riuscita nell’acquisizione della quota capace di mantenere il gruppo di occhialeria italiano. Per Luxottica l’acquisizione di un occhialeria in Europa segna un cambio di passo e di strategia nel vecchio continente, sinora il gruppo di Leonardo Del Vecchio aveva effettuato acquisizioni in questo campo, esclusivamente nel mercato statunitense (LensCrafters e Pearl Vision) e nell’America Latina con Gmo. Sarà che in quella zona del Veneto si è combattuta la I Guerra Mondiale, ma il motto sembra esser rimasto – Non passa lo straniero! -. Sì, ora verrà da chiedersi perché i media nostrani parlano sempre del gruppo Fiat, che dopo decenni di aiuti statali minaccia perennemente di andarsene dall’Italia, ma la forza di Luxottica è da sempre nell’essere la più internazionale delle aziende italiane e la più italiana delle aziende che operano sul mercato internazionale. Le parole dell’Amministratore Delegato di Luxottica Andrea Guerra ne sono la conferma “Salvaguardare un’azienda che ha una storia tutta italiana e fermare l’espansione degli stranieri: è una responsabilità che sentiamo di avere nei confronti del nostro paese ”.

Quindi sebbene oggi a Roma il cielo sia plumbeo indossate i vostri Ray-Ban che sicuramente avrete nel cassetto e che da tredici anni Luxottica produce ed ha reso italiani. Perché come dice lo spot di una birra italiana ormai in mano sudafricana “A essere italiani c’è più gusto”. Andrea Guerra e Leonardo Del Vecchio questo lo sanno e lo dimostrano giorno dopo giorno, occhiale dopo occhiale.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

A "Mali" estremi

Da un biennio il Nord Africa è il fulcro dei cambiamenti geopolitici e dei conflitti militari di maggior interesse su scala mondiale. La crescita nel continente nero di potenze geopolitiche come la Cina, il ritrovato ruolo della Russia e il cambio di passo nelle cancellerie occidentali sono alcune delle cause di questi cambiamenti. Indubbiamente con l’ondata di semi-rivoluzioni della cosiddetta “Primavera Araba” alcune problematicità del Nord Africa si sono acuite.

Prima fra tutte quella legata al fondamentalismo islamico e al suo perpetuo coinvolgimento in tutte le rivolte ed agitazioni che riguardano i paesi islamici. La maggior parte delle problematicità del quadrante nordafricano dipendono dagli errori di analisi commessi dalle cancellerie europee nell’affrontare la guerra in Libia. Il risultato dell’intervento militare sotto egida NATO, oltre alla caduta e morte di Mu’ammar Gheddafi, è stato quello di rendere la regione ancora più instabile rispetto al periodo antecedente. Dall’intervento militare promosso dall’Eliseo e dall’ex Presidente Nicolas Sarkozy ne è scaturita, come effetto collaterale più evidente, la “Rivolta Tuareg” che ad oggi è l’antefatto della maggior preoccupazione per l’occidente ovvero la proliferazione nell’area di gruppi jihadisti.

L’escalation prende il via nella prima metà della scorsa estate quando il gruppo Ansar Dine ed altre organizzazioni legate ad al-Qa’ida dichiarano di aver preso possesso del Mali del Nord (Azawad). La “Battaglia di Goa” e la disfatta del Movimento di Liberazione dei Tuareg è il punto di non ritorno per il destino dell’intera area. Ad oggi il Mali del Nord potrebbe esser facilmente paragonato per due motivi all’Afghanistan di metà anni novanta. Il primo motivo risiede nella prolificazione di campi d’addestramento per le truppe ed i seguaci della Jihad islamica e nella costituzione di una base operativa internazionale. Il secondo motivo è nella superficialità con il quale i media occidentali affrontano il tema “Nord Africa”.

I paesi maggiormente coinvolti nell’area sono la Mauritania e l’Algeria. Ora se il primo è disposto a supportare un intervento militare, il secondo impegnato in un conflitto interno con le mai sradicate cellule islamiche opterebbe per una serie di negoziati. Sono di questa settimana le parole del portavoce del Ministero degli Esteri algerino Omar Balani, il quale nella conferenza stampa con i giornalisti stranieri, ha spiegato che l’attacco al Mali metterebbe a repentaglio la sicurezza interna dell’Algeria.

Vera protagonista della partita, come sempre quando si parla di Africa dall’inizio del nuovo millennio, è Parigi. Difatti con l’Amministrazione Obama a guida della Casa Bianca dedita alla prudenza nell’affrontare questioni internazionali non legate al Medio Oriente e con Russia e Cina impegnate nel mantenere ed accrescere interessi economici nell’area a tessere le trame di un probabile intervento militare è la Francia. Permane un problema per l’Eliseo nell’affrontare un intervento militare diretto che risiede nella volontà da parte del neo eletto Presidente della Repubblica Francese Hollande di non esser accusato di neocolonialismo. Al momento l’ordine a Parigi è quello di lavorare sottotraccia ad una risoluzione, in modo d’allontanarsi dal concetto imperialista di Françafrique e mantenere in vita i negoziati per la liberazione dei molti cittadini e cooperanti francesi ostaggio nell’area delle formazione jihadiste. Da questa scelta nasce la volontà di Parigi di affidarsi alla Comunità Economica degli Stati dell’Africa occidentale (Ecowas) per il supporto logistico e alle truppe dell’Unione Africana.

Tant’è che il Ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian ha dichiarato martedì che -La Francia non manderà ”truppe di terra” nel nord del Mali, ne’ effettuerà ”bombardamenti aerei” sull’area per aiutare i Paesi africani nella missione contro i gruppi islamisti che la occupano -. Si è detto invece disponibile alla probabilità che la Francia offra un contributo di ”intelligence” all’operazione militare africana, approvata domenica scorsa ad un vertice della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Ecowas).

Non mancano gli scambi d’informazioni e richieste da parte di Parigi ai maggiori alleati europei. Se vi starete domandando se tra essi compaia l’Italia la risposta è sì. Difatti il Ministro per gli Esteri Terzi di Sant’Agata, lo stesso che da mesi non riesce a riportare sulle basi del Diritto Internazionale i Marò impegnati in un’operazione internazionale antipirateria nell’Oceano Indiano, si è reso disponibile ad un coinvolgimento dell’intelligence e delle truppe italiane. Ora mentre Washington è disponibile a sostenere solo ed esclusivamente operazioni di peacekeeping e di contro-terrorismo, sulla base del modulo con il quale l’attuale e riconfermata Amministrazione Obama ha dato il via all’Africom e alle operazioni d’intelligence nel continente nero, la questione rimane all’Europa.

Sì perché l’Europa per storia e posizione geografica è l’entità maggiormente coinvolta ed interessata dalla destabilizzazione nordafricana. Nel Mali, nella mancata assistenza ai profughi e rifugiati libici e nelle bombe che ogni settimana le formazioni legate ad al-Qa’ida fanno esplodere in Nigeria.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

Messico: tra boom economico e calcio

Le elezioni per la Presidenza degli Stati Uniti d’America del 2008 suggellarono l’importanza della comunità afroamericana all’interno del tessuto sociale stelle e strisce. Le elezioni presidenziali della scorsa settimana hanno dimostrato come da ora in poi, Democratici e Repubblicani, dovranno sempre di più tener conto della comunità ispanica. Questo non solo per la perennemente in bilico Florida.

Per dirla in parole povere da adesso in poi, oltre al Congresso, a guardare sotto una nuova luce i “Greaser” dovrà esser anche il mercato. Sì, perché la comunità ispanica maggiormente rappresentativa, sta per vivere il proprio boom. Il paese su cui verte questa analisi è il Messico. Secondo il Fondo Monetario Internazionale la nazione devota a “Nostra Signora di Guadalupe” chiuderà il corrente anno con il Prodotto Interno Lordo che segnerà un rialzo attorno al 4%. Come per dire, che se fine ad un anno fa all’acronimo BRIC andava aggiunta la “s” del Sudafrica, adesso bisognerà trovare posto per la “m”. Il tutto accade nel mentre il paese è attraversato da una lunghissima ed apparentemente implacabile guerra tra i narcos per il controllo del mercato della droga. Mercato dei narcos che guarda, così come quello ufficiale, agli Stati Uniti d’America.

“Messico batte Brasile 4 – 2”. Ora a dispetto dell’avversione per il gioco più bello del mondo da parte del Premier italiano Mario Monti, la rivista gotha dell’economia mondiale ovvero The Economist, ha usato una metafora calcistica per indicare come il paese verde-bianco-rosso abbia recentemente superato la macropotenza brasiliana. Difatti, dopo l’inaspettata sconfitta della seleçao a Londra 2012, anche sul lato economico è arrivata la sorpresa messicana. Tant’è che il Brasile, dopo dieci anni d’incontrastata crescita economica al 6%, quest’anno vedrà un aumento del Prodotto Interno Lordo pari al solo 2% (il doppio della Germania ). Gli alti costi del credito, della manodopera ed il progressivo accrescimento del debito privato stanno rallentando la corsa del paese che ha segnato la crescita economica nello scorso decennio durante la Presidenza Lula. Un sorpasso, quello del Messico sul Brasile, che deve esser analizzato innanzitutto tenendo conto delle scelte macroeconomiche adottate dai due paesi latini.

Il dato ed elemento di differenziazione maggiore tra i due paesi risiede nei rispetti principali partner economici. Per il Messico gli Stati Uniti, per il Brasile la Cina. Da un lato Washington procede con in una lieve, ma costante ripresa. Dall’altro Pechino rallentando negli alti margini di crescita ha un minor bisogno delle materie prime brasiliane. E’ nella miopia di una classe politica la causa della frenata brasiliana, in quanto il paese sudamericano ha fatto dipendere la propria crescita dall’esportazione delle materie prime per dieci anni, senza affiancare ad esse, riforme strutturali per la produttività e le infrastrutture. Infrastrutture che vanno intese per l’intero tessuto produttivo brasiliano e non solo per la Coppa del Mondo del 2014 e Rio 2016.

Secondo Tony Volpon della Banca d’affari giapponese Nomura “Quando i salari reali aumentano del 4,5% annuo, senza incrementi della produttività, siamo di fronte ad una bolla”. Questo è quel che sta accadendo nel paese verde-oro. Il successo del Messico, nonostante i problemi legati al mercato della droga, risiede in prima istanza nelle politiche che hanno portato all’apertura dei mercati. Al consolidamento del trattato North American Free Trade Agreement che lo con gli Stati Uniti d’America ed il Canada. All’esser tornato centro di riferimento per tutta l’area latina. Il settore industriale, lo stesso che secondo Marchionne andrebbe estirpato dell’Italia, è rinato grazie ad un polo ad hoc. Importanza strategica hanno assunto le Maquilladoras (industrie di montaggio), che dal 1965 lavorano, soprattutto nei settori tessile e elettronico, per imprese del Nord America.

Negli ultimi de lustri si è imposto come uno dei cardini del settore industriale messicano anche il compartimento legato alla produzione di chimica e petrolchimica. Infine, nel Rapporto annuale del Fondo Monetario Internazionale si può constatare come in Messico vi sia una forte stabilità delle politiche fiscali e monetarie ed un livello di debito pubblico bassissimo. D’altronde i Messicani sono proprietari della loro moneta, mentre noi Europei no.

Questa però è un’altra storia che assomiglia sempre più al torneo calcistico di Londra 2012. Lì il Messico vinse, l’Europa nella sua totalità ottenne scarsi risultati e l’Italia nemmeno si qualificò. This is footbool, This is the economy.

Antonio Maria Napoli – AltriPoli

Perchè (quest’anno più che mai) le elezioni presidenziali americane ci riguardano da vicino

Con l’uscita di scena, nel maggio scorso, di Rick Santorum (il candidato conservatore omofobo e anti-abortista che dichiarava di voler porre fine alla separazione tra Stato e Chiesa in America), la corsa alle elezioni presidenziali 2012 sembrava destinata a rappresentare un modello paradigmatico dell’efficienza e della tenuta democratica del sistema americano, la cui virtù, come notava Toqueville, non si misura tanto dalla qualità del vincitore ma da quella dello sconfitto. A contendersi la Casa Bianca si profilavano da un lato il Presidente uscente e Premio Nobel, Barack Obama, dall’altro Mitt Romney, facoltoso venture-capitalist della costa orientale, con un dottorato ad Harvard in tasca ed un passato da (apprezzato) governatore del Massachusetts. Due candidati di estrema competenza, dunque, in grado di rappresentare la voglia diffusa in larghe fasce della popolazione di trascinare gli Stati Uniti fuori da un biennio di recessione e riportarli a competere con i grandi colossi emergenti a livello mondiale. E soprattutto, due moderati, come piace ripetere, quasi fosse un mantra, ai media locali.

Ora che la corsa entra nel vivo, tuttavia, lo scenario sembra modificarsi. Se da un lato Obama sembra puntare tutta la sua strategia elettorale sulla continuità con il precedente mandato e sulle tematiche di impatto sociale (famiglia, pari opportunità, occupazione ecc.), il governatore Romney sembra svestire i panni da moderato miliardario del nord est e vestire quelli, mai andati fuori moda nel suo partito, del vecchio sergente Hartman. Tutto è cominciato una decina di giorni fa, all’incontro con i cadetti del Virginia Military Institute, quando il governatore ha dichiarato: “E’ responsabilità del nostro presidente quella di usare il grande potere dell’America per fare la Storia– non per restare un passo indietro, lasciando il nostro destino in balia degli eventi”, e per poi concludere con una frecciata al rivale: “Non è ciò che avviene oggi in Medio Oriente con Obama”. E’ in questo modo che la politica estera è entrata in scena in una campagna elettorale quasi interamente focalizzata sull’economia e sul lavoro (data la disoccupazione al 7,8%), ma ci è entrata col botto.

Perché non ci vuole molto affinché discorsi sul “grande potere dell’America”, sul “fare la Storia” e soprattutto sul Medio Oriente ci rievochino gli otto anni di Guerra in Iraq e soprattutto gli oltre dieci e mai terminati di Guerra in Afghanistan, con un bollettino complessivo (purtroppo non ancora concluso) di circa 1 milione e quattrocento mila morti. Specie se nelle file repubblicane ricomincia a serpeggiare un certo machismo vecchio stile, con Romney Jr. (figlio maggiore di Mitt) che dichiara in radio di aver desiderato di “prendere a pugni” il Presidente al termine dell’ultimo dibattito televisivo. Specie se il programma elettorale repubblicano prevede un aumento delle risorse destinate alle forze armate, incentivi per l’industria pesante e ulteriori facilitazioni per il possesso personale di armi.

Si è ripetutamente accusato il Presidente Obama per tutte le cose che non sono state fatte. Tuttavia alcune di quelle che alcuni possono considerare mancanze stanno alla base dell’attuale equilibrio mondiale. Mi riferisco in particolare all’aver ripetutamente e fermamente resistito alle richieste israeliane di intraprendere un conflitto in Iran, conflitto che verrebbe a coinvolgere potenze guidate da ambo i lati da governi sempre più inclini all’estremismo politico, e soprattutto, ciò che è più allarmante, in possesso di arsenali nucleari. Dopo essere riuscito con fatica a rimediare ai danni incalcolabili dell’amministrazione Bush, ponendo fine lo scorso inverno alla sciagurata campagna militare in Iraq e avviando un piano di rientro dall’Afghanistan entro il prossimo anno, il Presidente Obama si trova di nuovo a frapporsi ad un candidato dal grilletto facile. La partita è cominciata. Ma stavolta la sensazione è che in ballo ci sia ancora di più di quanto non ci fosse 4 anni fa. Perché con Israele che dichiara di poter iniziare a bombardare il regime di Ahmadinejad “nel giro di settimane”, e con Russia e Arabia Saudita che manifestano una più o meno velata solidarietà verso il dittatore musulmano, il rischio di un conflitto nucleare di portata mondiale è un’eventualità concreta. Ed è anche per questo che quest’anno più che mai le elezioni presidenziali americane non riguardano i soli cittadini statunitensi, ma tutti quanti. Perché a quanto pare ancora non abbiamo trovato un pianeta abitabile su cui scappare.

Marcello Ienca – AltriPoli da NY